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Cosa serve all’Italia per diventare “un Paese per giovani”

Cosa serve all'Italia per diventare un paese per giovani

I dati relativi ai giovani italiani riflettono una situazione preoccupante che fa domandare “Ma l’Italia è un Paese per giovani? Se non lo è come può diventarlo?”.

Dei quasi 13 milioni di giovani tra i 16 e i 34 anni, il 21% non studia e non lavora, il 44% è occupato, il 66% è celibe o nubile. Viviamo in un Paese in cui l’ascensore sociale è bloccato, 35.000 giovani nel 2021 hanno cambiato residenza trasferendosi all’estero e secondo le statistiche solo il 40% ha fiducia nel futuro. Ma di quale futuro possiamo davvero parlare? Ci interroghiamo insieme a Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la natalità e per 8 anni del Forum delle Associazioni Familiari.

  • Gigi, l’esito del Bando del servizio civile 2023 ci obbliga ad una riflessione. Oltre 71 mila posizioni aperte e una richiesta di adesione scesa del 40%. Cosa evidenzia secondo te questo risultato?

Questi dati ci dicono che c’è una lacuna culturale. Dove il futuro è inteso come una minaccia nessuno si sogna di dedicare un anno agli altri ma cerca un lavoro “decente” perché non può permettersi di sprecare tempo. Deve cercare prospettive.

Questi dati però rispecchiano anche una tendenza: sono sempre meno i giovani che partecipano a bandi pubblici e, come nella maggior parte dei settori, quando si cercano i giovani sono perlopiù assenti. Perché non stiamo facendo i conti con l’aspetto demografico. Ci piaccia o no, i giovani sono pochi e non possiamo negare che ce ne saranno sempre meno. Evidenzio questo tema perché dobbiamo farci i conti. Una situazione come quella attuale, dove i giovani vivranno una vita meno ricca e più difficile rispetto ai loro genitori, ci fa capire l’importanza della solidarietà intergenerazionale. Per i miei nonni il futuro era atteso come una grande speranza e per i miei genitori il nuovo millennio avrebbe portato risposte. Ma già per la mia generazione, il XXI secolo è diventato un problema e per i miei figli una minaccia.

Questo tema riguarda solo i giovani? No! Abbiamo bisogno di intervenire sull’intergenerazionalità, di educare gli adulti, per creare prospettive di lungo periodo.

  • In base alla tua esperienza, cosa manca ai giovani d’oggi?

Manca la possibilità di riconoscere intorno a loro adulti felici. Come fa un giovane ad avere fiducia nella vita se vede il padre e la madre o i professori sempre incazzati, tristi, amareggiati? Se i giovani vedono negli adulti una felicità, allora tutto diventa diverso. Bisogna tramandarsi bellezza, desiderio, il senso di vivere, il dirsi che vale la pena vivere!

Il tema, lo ribadisco, è la solidarietà intergenerazionale perché siamo tutti creditori e debitori gli uni nei confronti degli altri. Invece tendiamo sempre più a vivere a compartimenti stagni: ci sono i boomer, la generazione x, la z… stiamo creando contenuti che differenziano al posto di unire, alimentando un sindacalismo generazionale che alimenta i mal di pancia ma non porta lontano. Dobbiamo pensarci come un’unica generazione umana per affrontare aspetti di natura economico-sociale e culturale.

  • E allora di cosa hanno bisogno i ragazzi?

Di speranza. Non è l’ottimismo de “andrà tutto bene”, perché quello si basa sulla concretezza immediata mentre la speranza apre gli immaginari, scenari immensi. L’ottimista raccoglie nella stagione del raccolto mentre chi spera mette semi di lungo periodo.

Oggi viviamo schiacciati nel presente. Il problema è che pensiamo sempre al “tutto e subito” con politiche ancorate all’immediato. Non nascono figli, il Pil è crollato e non sappiamo come in futuro pagheremo i servizi di welfare se non ci saranno persone impegnate nel lavoro. Vivere con speranza significa investire sul futuro, creare politiche economiche di lungo profilo.

  • C’è chi instilla il dubbio che l’Italia semplicemente non sia un Paese per giovani e che qui futuro non ci sia. Tu come la vedi?

Il futuro c’è. Solo un egocentrico pensa che non ci sia perché crede che dopo di lui non ci sarà più niente. Il futuro sarà bello o brutto in base a come lo si guarda. Il nostro compito è lasciare le premesse. È creare quell’unione generazionale affinchè non ci sia una generazione che si mangia tutte le risorse.

  • Quali azioni mettere in campo per offrire una concreta proposta di futuro alle nuove generazioni?
  • Studiare tanto. Io sono stato bocciato due anni ma se vuoi cambiare la storia devi studiare tutto: da come funzionano i social network ai meccanismi politici; dalle materie scolastiche al parlare in pubblico;
  • Non rinunciare ai propri desideri. In un mondo dove ti viene detto “Servono manovali, medici, infermieri…” tu puoi accettare a prescindere un lavoro e dimenticarti di te o coltivare ciò che senti di essere. Perché altrimenti rischi di diventare una vittima arrabbiata;
  • Prendere un problema e risolverlo. Perché non è vero che le cose non cambiano, non è vero che ormai va tutto così, le cose si possono modificare ma cambiandole una alla volta.

Vuoi sapere cosa pensano i giovani di Verona? Leggilo qui!

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