Abitare la distanza

Per chi come me ha avuto la fortuna di non dover attraversare mai la tragedia di una guerra, ricevere restrizioni severe come quelle imposte dal Governo italiano in questi giorni costituisce una situazione totalmente nuova.

Cresciuti nell’era della mobilità libera (almeno noi che viviamo in questa parte del globo) vediamo chiuderci, letteralmente, tutte le strade.

Le nostre routine quotidiane ne risultano profondamente modificate, quando non sconvolte. Ciò che abbiamo dato per scontato – prendere un treno, andare al supermercato, uscire a cena con amici il sabato sera – è fortemente compromesso. Cambiano le regole della prossemica, che, per noi italiani, significa vicinanza, contiguità, corporeità. Per la nostra cultura la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio sono spontanee manifestazioni di affetto, amicizia, amore. Di cura. Da qualche giorno, invece, è la distanza ad essere diventata una virtù civica. Un segno di responsabilità. Anche tra colleghi, amici e familiari.

Stiamo imparando ad “abitare la distanza”, a vivere questo passaggio della vita in modo contraddittorio “dentro e fuori” la speranza.

Stiamo imparando a maneggiare il senso di questa nuova condizione per la quale ancora “ci mancano le parole”, che tuttavia già rimanda all’instabilità dei nostri riti quotidiani, a uno scarto tra l’essere “a casa” e il non esserci (al lavoro, a scuola, …). Una rivoluzione.

In attesa che la situazione drammatica possa migliorare e risolversi, cosa che certamente avverrà, siamo costretti rapidamente a trovare nuove forme di socialità. Approfittiamo dunque di queste restrizioni per non indietreggiare, per scoprire che insieme a noi “c’è dell’altro” che non ci è estraneo, che ci fa parlare e riflettere. Perché della socialità, dell’essere “con” altri non possiamo fare a meno.

Non si tratta infatti solo di far funzionare una macchina, un sistema. Non siamo legati tra noi solo “funzionalmente”. Abbiamo bisogno degli altri in maniera più profonda. Ontologica. Ce ne rendiamo conto quando le cose si mettono bene, quando abbiamo voglia di rendere gli altri partecipi della nostra felicità, ma soprattutto quando ad aumentare è l’incertezza, quando temiamo per la nostra salute, per il nostro futuro. Quando abbiamo bisogno di essere ascoltati da qualcuno, di condividere la preoccupazione, di avere una risposta che consola, che riaccende il sole.

In questa “sospensione del prossimo”, l’altro, silenziosamente, ritorna.

Come dopo una ubriacatura, come dal risveglio intontito da un lungo sonno, ci stiamo accorgendo che l’altro ci manca. In questa lontananza forzata, incominciamo ad avvertire il vuoto lasciato dall’altro. Del “sentire” l’altro vicino: il lavoro fianco a fianco con un collega, la carezza del genitore anziano, l’abbraccio di un amico, il bacio dell’intimità. Il calore dell’altro, il suo odore. “Più sentiamo e più viviamo”.

Quanto questo “essere sociale” dell’uomo è fatto di carne! Ci sarà da attendere, ma tutto ritornerà, possiamo esserne certi. Forse, però non sarà come prima. Forse le cose saranno addirittura migliori. Perché cose nuove ne sono già nate, in questi giorni dai perimetri stretti.

Intanto, in questa esperienza liminale in cui ci troviamo, tra un prima e un dopo Corona Virus, ci è venuta in grande aiuto la tecnologia. Da anni già ci accompagna, ma è indubbio che ora ci troviamo obbligati a fare un salto evolutivo. Tutti, anche i non nativi digitali. Anche i più pessimisti. L’accelerazione all’uso della strumentazione digitale a cui stiamo assistendo in questi giorni – dal telelavoro all’adozione diffusa della formazione a distanza nelle nostre scuole e università, all’utilizzo delle piattaforme – costituisce forse una forzatura, ma anche una opportunità per un ampliamento delle nostre possibilità di relazione, conoscenza, apprendimento, progettazione.

Questa situazione costituirà un punto di non ritorno?

In quanto “appesa alla libertà” la realtà può essere vista nella contingenza dell’evento, e nel suo immaginario restiamo esposti ai molti fatti della vita. Resteremo testimoni scossi di questo isolamento imprevisto; che se è dal “chiuso” che trarremo motivo di raccoglimento operoso, è con il desiderio di riabbracciare “l’aperto” che troveremo la via per rifondare i nostri legami sociali, per cercarci e riconoscersi, per progettare insieme il ritorno. È possibile. È auspicabile.

Due pensieri, solo abbozzati e tutti da coltivare. Anzitutto occorre un investimento più convinto e sistemico in questa direzione perché non aumentino ulteriori diseguaglianze. Perché chi è marginale non lo sia ancora di più. E non ci sono solo i senior. Un’amica con un bimbo alle scuole primarie mi racconta, preoccupata, della grande difficoltà di alcune famiglie straniere ad accedere agli strumenti digitali proposti dalle insegnanti per continuare i programmi. Oltre la mediazione linguistica, chi riuscirà a facilitare la loro mediazione tecnologica? Lo stesso vale anche per tutti quei bambini e ragazzi che si trovano in condizioni di “povertà educativa”. Come accompagnarli in questa transizione affinché non rimangano sempre più indietro?

In secondo luogo: cerchiamo di mantenere grande attenzione al livello di “relazionalità” degli scambi, così che non prevalga la sola prestazione, da un lato, e neppure la standardizzazione dei flussi, dall’altro.  Non si tratta solo di passare informazioni, ma di trasmettere “parole vive” e “personali”. Cosa ci possiamo inventare perché, se il “toccare” fisico non è dato alla mediazione tecnologica, sia comunque possibile “toccare” l’altro, e, a nostra volta, senza paura, esserne toccati, sentendoci comunque “prossimi”? E come far accedere a tutto questo chi ha persino bisogno di un “di più” di relazione, come molte delle persone che le nostre associazioni e imprese sociali accompagnano?

La sfida di umanizzare il discorso tecnologico è affascinante ma ancor più il cercare insieme.

Patrizia Cappelletti Ricercatrice Università Cattolica del Sacro Cuore Milano