Immagine film Still Alice

Rubrica Sguardi Inclusivi: il quarto film che ti consigliamo è...

“Vivere il momento. È tutto quello che posso fare".

Still Alice è un film di Richard Glatzer e Wash Wstmoreland del 2014, tratto dall’omonimo romanzo di Lisa Genova, scrittrice e neuroscienziata specializzata nello studio del cervello e delle sue patologie.

Un racconto privo di patetismo o esibizionismo, che propone allo spettatore il percorso emozionale di un malato di Alzheimer e della sua famiglia.

In questo film non ci sono sconti, il dolore muto e ingrato dell'Alzheimer si sente sulla pelle. Ma c’è anche un messaggio di speranza: esistono percorsi irriducibili, resilienti circuiti invisibili delle emozioni che, anche quando tutto è svanito, ci tengono uniti alle persone che amiamo.

Il contenuto del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Alice è un’affermata professoressa universitaria di linguistica, moglie e madre di tre figli. La sua è una vita serena, fino a quando alcuni episodi stranianti le segnalano che qualcosa non va. Una parola dimenticata, la sensazione di perdersi e non sapere più dove si è…. Poi la diagnosi. Alzheimer precoce. Alice, il pilastro della famiglia, si scopre fragile, ma decide di non arrendersi alla crudeltà della patologia. Trova piccoli escamotage per beffare la sua memoria non più affidabile: post it per ricordare, evidenziare le frasi già lette durante un discorso pubblico per non ripeterle, programmare allert con il telefonino.... La rapida evoluzione della malattia trascina nell’oblio tracce di questa donna straordinaria. Un decorso a cui il marito non riesce ad assistere. Ad accompagnarla saranno i figli, in particolare una, Lydia, che rientra dalla California per stare con la madre e vivere fino alla fine il loro legame.

Perché vi consigliamo questo film?

Perché parla di resilienza, di cura, di accettazione del limite e di quei circuiti emozionali che ci legano tra esseri umani anche nella malattia, quando non ci sono più riferimenti e ruoli, ma resta solo l’amore.

L’Alzheimer: caratteristiche e dati

L’Alzheimer è una malattia che determina un progressivo declino delle facoltà cognitive. Le cause di questa malattia non sono ancora note e non è guaribile. Solitamente si presenta dopo i 65 anni, ma può avere anche esordi precoci.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità:

  • 55 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza
  • Entro il 2030 si prevede saranno 78 milioni

In Italia:

  • 1.100.000 persone soffrono di demenza
  • Di queste circa 650.00 sono malati di Alzheimer
  • I nuovi malati di demenza sono circa 150 mila l’anno, di cui 70 mila presentano il morbo di Alzheimer
  • 3 milioni sono le persone coinvolte nell’assistenza, soprattutto donne

Un paziente con demenza, in Italia costa circa 70.587,00 euro, considerando la spesa a carico del Servizio Sanitario Nazionale e i costi indiretti (in particolare gli oneri di assistenza che pesano sui caregiver).  Il costo è complessivamente di oltre 15 miliardi di euro, di cui il 70-80% è a carico delle famiglie.

La risposta delle Istituzioni

Nel 2022 in Italia sono state avviate le attività previste dal Fondo per l’Alzheimer e Demenze: uno stanziamento di oltre 14 milioni per le Regioni e circa 1 milione per l’Istituto Superiore di Sanità, per la realizzazione di piani triennali (2021-2023) orientati al perseguimento degli obiettivi del Piano Nazionale delle Demenze (PND). Interventi di prevenzione, diagnosi e trattamento per il miglioramento della presa in carico delle persone con demenza.

Anche nell’ultimo G7, tenutosi in Giappone a maggio 2023, è stato organizzato un evento specifico sulle demenze, al termine del quale è stato redatto dai Ministri della Salute dei Paesi partecipanti un documento nel quale si afferma l’urgenza di accelerare la ricerca e sviluppare piani di prevenzione, diagnosi, trattamento della demenza e promozione di un invecchiamento sano.

Il ruolo del Terzo Settore: gli amici di Fondazione Cattolica

Cosa serve allora per affrontare questa malattia, così diffusa e che ha un pesante impatto sociale? È fondamentale la rete dei servizi territoriali (medico di famiglia, centri diurni, assistenza domiciliare integrata), ma anche delle associazioni di familiari. Queste, infatti, realizzano attività di informazione, laboratori terapeutici, occasioni di svago, aiuto nella gestione quotidiana dei malati e sono un punto di riferimento importantissimo per le famiglie.

Da anni Fondazione Cattolica collabora con l’Associazione Alzheimer di Verona, un’organizzazione di volontariato che offre sostegno per favorire la domiciliarità degli anziani, promuove attività formative ma anche ricreative per i malati e le loro famiglie. Anche Associazione Familiari Malati di Alzheimer Verona ODV supporta le famiglie e offre loro ascolto e conforto per affrontare le difficoltà della malattia.

E poi c’è Genera Onlus, un’impresa sociale di Milano, che ha ideato il primo Villaggio Alzheimer, “Piazza Grace”, un progetto sperimentale ed innovativo che nasce da una visione relazionale e non assistenziale, dove i pazienti traggono beneficio dal vivere in un contesto che accoglie diverse generazioni. Vuoi saperne di più? Leggi l’articolo che gli abbiamo dedicato!

Fonti

www.alzheimer-aima.it

https://www.alzheimer.it/epidem.htm

https://demenze.regione.veneto.it/PDTA/dati

https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6350

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/ecco-che-cosa-significa-vivere-con-lalzheimer-in-italia


BINARIO ZERO, UNO SPAZIO DI LIBERTA’ E PARTECIPAZIONE

Un luogo in cui immaginare iniziative e sperimentare connessioni. Binario Zero è il progetto di Rulli Frulli LAB che offre uno spazio rigenerativo per la comunità.

Che cos’è Binario Zero? È una nuova area della Stazione Rulli Frulli, una ex autostazione di Finale Emilia, in cui l’associazione di promozione sociale Rulli Frulli Lab ha sede. “È uno spazio, è persone, azioni che si propongono”, ci racconta Agnese, responsabile progettazione ed educatrice. Un luogo in ascolto della comunità, dove tutti possono trovare spazio.

Binario Zero: da progetto a.. azioni!

Binario Zero nasce nell’ottobre 2022 dalla volontà di far interagire i progetti di Rulli Frulli fra di loro e offrire uno spazio di libertà e partecipazione aperto alla comunità.

“Nella Stazione coesistono vari progetti: la banda Rulli Frulli che fa musica di integrazione, Astronavelab, una falegnameria sociale pensata per dare un’occupazione a ragazzi con disabilità oltre che offrire un’attività per il tempo libero, la radioweb, il ristorante… mancava però un vero e proprio collante. Dovevamo trovare il modo di essere in tanti, essere diversi, sentirci tutti partecipi e accogliere anche chi ancora non ci conosceva - dice Agnese - Così nasce Binario Zero. La nostra è un’associazione che vuole fare rumore, vogliamo fare interazione e creare scompiglio”.

L’associazione prende forma dai ragazzi. Attraverso i percorsi di Alternanza Scuola Lavoro attivati con le scuole superiori, un gruppo di 15 giovanissimi ha elaborato un progetto iniziale, individuando i bisogni del territorio e pensando come il nostro spazio poteva rispondere a quelle esigenze. “Ci siamo presi cura anche dell’aspetto esteriore dell’ambiente, progettando spazi divisi da pannelli mobili ideati e realizzati insieme ad una falegnameria professionale. Abbiamo aperto lo spazio di accoglienza per organizzare feste, supportato le attività del bar ristorante, organizzato laboratori e iniziative rivolte a bambini e ragazzini e abbiamo anche avviato un centro estivo alternativo per l’estate”.

Un salto nel vuoto. Per la prima volta chi entrava in Binario Zero non conosce il metodo di Rulli Frulli, un modello sperimentato e consolidato con l’esperienza della banda. Ma, inevitabilmente, ne viene contagiato. “Adesso siamo una trentina di ragazzi volontari. Ci troviamo una volta ogni due mesi e programmiamo le attività. Siamo diventati un gruppo organizzativo che pensa, coordina e progetta le attività di tutta la stazione”.

Uno spazio di libertà e partecipazione per la comunità

Luoghi con un così alto potenziale creativo talvolta rischiano di diventare circoli chiusi, rivolti ad una cerchia ristretta di persone. Ma non è proprio questo il caso! Per coinvolgere la comunità, i ragazzi di Binario Zero hanno puntato su due elementi: la presenza concreta sul posto e l’offerta di proposte accattivanti.

“Fin dall’inizio ci siamo posti come un luogo da abitare, un obiettivo impegnativo e che richiede di essere presenti. Il punto di forza è che noi in questo posto ci siamo, lo presidiamo ma con apertura verso gli altri”, conferma Agnese. “Per favorire la partecipazione siamo partiti dalla promozione di eventi interessanti, coinvolgenti ma anche conviviali, che rispondessero ai bisogni del territorio. Abbiamo ospitato approfondimenti sul tema degli hikikomori, serate di prevenzione con il Comune e i Servizi Sociali, occasioni cui partecipare non solo per ascoltare ma anche per incontrare le persone. Alcune aziende hanno organizzato da noi cene aziendali, meeting, giornate di team building. Abbiamo avviato corsi di cucina e serate di gaming”.

In un anno sono entrate quasi 20mila persone, ma lo slancio di ascolto continua e si evolve. “Ai ragazzi è venuto in mente di creare sulle tovagliette del ristorante un modulo scansionabile dove chi viene può dire cosa vorrebbe fare. Uno strumento per metterci in ascolto della comunità... Perché per essere casa bisogna diventare un valore per gli altri”.

Un percorso che si autorigenera

L’associazione Rulli Frulli è ormai attiva da oltre 10 anni ed è arrivato il momento di immaginare il proprio futuro: “In prospettiva vogliamo diventare grandi ma farlo con il nostro vivaio! Fare in modo che i ragazzi ne siamo sempre più i protagonisti”. Questa è la prova del nove: un luogo rigenerante, in grado di autorigenerarsi.

Le novità in arrivo sono il progetto di produzione alimentare Rulli Food e un piano di formazione e inclusione intergenerazionale. “Abbiamo vinto un bando finanziato dai fondi del PNRR sulla conciliazione vita lavoro” ci racconta Agnese, “con il quale 6 ragazzi con disabilità andranno a vivere in appartamenti vicino alla Stazione. Verranno formati da noi nell’ambito della ristorazione e lavoreranno qui per 3 anni. Pensiamo ad un’attività aperta a tutte le fasce della popolazione, in cui persone con fragilità, studenti e anziani possono formarsi insieme, scambiandosi competenze, cura e sensibilità”.

Il destino di Binario Zero è continuare ad essere un luogo che risponda alle esigenze di tutti. Un posto in cui respirare serenità, libertà, accoglienza ma anche una grande energia creativa. Uno spazio con una magia particolare, rigenerativa!

Per questo Fondazione Cattolica ha deciso di stare accanto all’Associazione Rulli Frulli Lab anche in questo ultimo progetto: perché crediamo in chi desidera rigenerare le persone, con progetti concreti e che fanno la differenza.

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi altre esperienze di storie sociali! Come Modus, il salotto fuori casa.


La rete contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

La rete Contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

L’obiettivo più specifico, all’interno di un percorso iniziato oramai 5 anni fa, è stato guardare avanti, delineare il futuro, individuare delle linee guida condivise che possano accompagnare, caratterizzare, custodire tutti i componenti di questa rete informale.

“Laddove non ci tiene insieme l’interesse, l’economia, il legame giuridico – ha affermato Adriano Tomba - ci tiene insieme la relazione. Non ci siamo mai contati, non abbiamo mai guardato il tasso di fede, né il logo dell’associazione: siamo in relazione come persone, non simboli o appartenenze. La nostra forza è riuscire a entrare in relazione con altri e la chiave è la presenza.” 

Due giorni immersivi passati tra convegni, conferenze, tavoli di lavoro e workshop tematici come quello proposto dalla cooperativa sociale Logogenia sulle Strategie di lavoro per veicolare una stimolazione linguistica efficace.

La rete contagiamoci

“Siamo in una fase di frantumazione dove le cose stanno insieme per brevi momenti” ammette Johnny Dotti  “per costruire pensiero e affrontare le sfide future delle comunità servono tre cose: lavorare sulle persone per costruire relazioni che promuovono reti; creare conoscenza attraverso la ricerca degli elementi raccolti durante l’esperienza fatta sul campo e infine darsi una forma giuridica flessibile ma che proponga un contratto di intenti che garantisca anche la partecipazione delle giovani generazioni”.

Ci sono sfide molto forti che non è possibile affrontare da soli. Per irrobustirci abbiamo tutti bisogno di poter attingere ad una solidità di esperienze condivise, di cominciare a pensare le cose insieme e a camminare lungo percorsi che consolidano. 

“Contagiamoci” è un modello. Un modello che permette di costruire, di trovare soluzioni quando incontriamo problemi, stimoli quando siamo stanchi, compagni di viaggio quando ci sembra di essere soli.

Questo modello l’abbiamo sperimentato, cioè ne abbiamo fatto esperienza. Ci riguarda. Ci tocca.

Custodire l’intenzione originaria è il fondamento. E di questo si è parlato con Patrizia Cappelletti – Centro di ricerche ARC dell’Università Cattolica - nell’incontro del giugno scorso a Carpi. Delineare le parole chiave perché questa esperienza possa continuare è invece il tema sviluppato con Johnny Dotti nell’incontro al Pala Expo.

E le parole individuate sono tre. Semplici quanto significative: libertà, fiducia e generatività.

Sono la fiamma che va custodita affinchè la fatiche non ci schiaccino, i risultati non ci esaltino ed i progetti che ci stanno a cuore si realizzino.

I tavoli di lavoro al Contagiamoci!

Quest’anno i partecipanti hanno potuto scegliere di condividere le proprie esperienze ed apprendere nuove competenze e stimoli all’interno di sei tavoli di lavoro.

Le comunità educanti

Come generare comunità educanti, come esserne parte, come custodirle.

L’incontro condotto da Francesca Carli e Emanuele Borghetti di Villa Angaran, ha permesso di lavorare sulla relazione e sull’apprendimento delle reti territoriali. Il gruppo ha constatato l’importanza di questa rete per formulare pensiero condiviso con il quale incontrare poi persone e comunità.

Giovani e lavoro nel sociale

Punti di forza, criticità, ambiti di miglioramento.

Insieme a Luca Tagliapietra (Il Ponte Schio) e ad Arianna Cocchi (Sophia Impresa Sociale), i partecipanti hanno sviluppato un dialogo costruttivo partendo dalle 3 P: preoccupazione, precarietà, povertà. I giovani d’oggi hanno sogni tradizionali e bisogni reali: mettere in piedi una famiglia, comprare casa, pagare l’affitto… Come creare un futuro? La proposta è di sviluppare una leadership orizzontale e di provare a cambiare lo status quo delle organizzazioni migliorando la comunicazione tra il vertice e la base dell’organigramma aziendale. Attraverso compartecipazione, fiducia e ascolto è possibile superare le logiche di controllo e favorire un miglioramento della qualità di vita sia lavorativa che personale.

Conciliare anima ed organizzazione

Come organizzare al meglio il lavoro destreggiandosi tra rete/delega

Il gruppo, guidato da Andrea Coden (coop. Sociale Equa), si è inizialmente interrogato sul significato e sul peso dell’anima. Esiste una spiritualità che crea riti proposti anche nei contesti organizzativi. Attraverso azioni concrete è possibile motivare l’organizzazione. Come? Il gruppo ha proposto alcune modalità:

prendendosi tempo per staccare dall’ordinario e dare linea ai pensieri; prendendosi cura e favorendo il team building; valorizzando le esperienze individuali; donando le proprie competenze; creando flessibilità organizzativa; educando con leggerezza; curando le parole e utilizzando un linguaggio accorto; favorendo lo scambio tra realtà della rete e migliorando la propria professionalità.

Co-progettazione e rapporti con la Pubblica Amministrazione

Linee guida ed esempi per una efficace co-progettazione con pubblica amministrazione ed imprese.

Questo tavolo, guidato da Mauro Fanchini (Il ponte – Invorio), ha smosso il desiderio di entrare dentro alla Riforma. Gli enti sociali manifestano una stanchezza importante ma questa fase di transito viene vista anche come una grande opportunità. Lasciarsi trasportare o diventare propositori di programmi? È questa la chiamata che sente il gruppo: prepararsi e offrire le proprie competenze per creare un sistema che non imbrigli ma che valorizzi. Cosa fare allora per creare città dove i cittadini stiano bene? Serve formarsi e informarsi per poi creare un dialogo propositivo. 

Volontariato e vocazione

Dal donare il tempo libero alla presenza che dà senso alla vita

Insieme a Gaia Barbieri (ManiTese) e Andrea Boccanera (Onlus Gulliver) si è affrontato un tema importante: ingaggiare la presenza mettendo a fuoco il valore che ogni persona porta con sé e può trasferire alla comunità

Parole e immagini per comunicare il sociale

Come comunicare in modo efficace utilizzando nuovi strumenti e modalità.

Con Carmine Falanga e Andrea Ferrari (ISES) i partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, conosciuto strumenti che consentono di raccontarsi sia online che offline!

Vuoi saperne di più di Contagiamoci? Guarda i fondamenti della rete!


Nadia e il desiderio di dare futuro alle persone

Nadia e il desiderio di dare futuro alle persone

Quando in prima ginnasio ci hanno chiesto “Che lavoro farete da grandi?”, io ascoltavo le idee precise degli altri pensando che una risposta non l’avevo. Sapevo però una cosa: volevo capire l’essere umano!

Sono un’ape furibonda, diceva Alda Merini. Eccomi: un’ape inquieta che ronza, cerca, disfa e ricerca perché alla fine ci tengo a mettere una goccia di miele in più nel vasetto. E come le api io non vivo sola.

L’ho capito seduta a una tavola ma non quella di casa mia. In quella eravamo pochi mentre alla tavola della comunità eravamo tanti. E c’era casino, c’erano conflitti, c’era umanità vera ed era bello. Io lì stavo bene.

Avevo scelto di studiare Psicologia perché sono rimasta fedele a me stessa e volevo capire la sostanza. Studiavo e lavoravo: commessa, cameriera, il tempo volava ma sai cosa? Mi sembrava di rimanere sempre uguale. E a fine giornata il tempo mi sembrava di averlo perso.

Quando invece sono entrata come Educatrice in comunità tossicodipendenti tutto è cambiato. C’ero io con venti uomini che avevano anche il doppio dei miei anni. Dovevo tirare fuori le mie risorse per non essere sopraffatta perché lì non mi risparmiavano niente. Era difficile ma vero. Era sfrontato e tosto perché nel mio lavoro ti dicono che devi essere empatica, che devi ascoltare attivamente, entrare nella relazione ma devi anche mantenere un distacco. E io avevo 20 anni.

Sentivo di vivere. Non era solo che imparavo ma che il mio esserci, combaciava con il miglioramento degli altri. Nella relazione trovavo la mia forza, il mio punto di riferimento. Per questo ho iniziato a lavorare nel sociale, a contatto con detenuti, persone disabili, famiglie in difficoltà.  E ho anche capito che l’essere umano è contraddizione pura, che non puoi funzionare bene solo finchè sei negli occhi di qualcuno. Devi farlo da persona libera.

Ecco perché non potevo stare solo nella relazione. Volevo dedicarmi alla costruzione di futuro. Così ho ricominciato studiare e mi sono diplomata in progettazione sociale. Volevo creare impatto perché per generare cambiamento serve uno sguardo lungo che supera l’urgenza. E poi sono entrata in Mirasole.

Immagina un’abbazia del 1200 dove i mattoni sono intrisi di uno spirito di pace e intrapresa. Si respira un’atmosfera bella di serenità e di lavoro. Perché il lavoro è l’aspetto fondante di progetto Mirasole: quando una persona fa migliora la sua autostima, l’immagina che ha di sè stessa, si creano relazioni e la vita prende forma.

Oggi penso di fare il lavoro più bello del mondo. Anche se a volte è dura. Il fatto è che ciò che fai torna indietro. E io apro le braccia perché quando lo guardo vedo arrivare un mondo giusto.

Ti è piaciuta questa storia? Scopri le altre giovani speranze! a partire da: Enea

 


Escogito qual è il mio posto nel mondo?

Escogito - quale è il mio posto nel mondo?

Escogito è un’iniziativa ideata da Fondazione Cattolica per invitare i giovani di Verona e Provincia a ripensare il futuro. Siamo ormai consapevoli che di fronte a pandemia, guerre, disuguaglianze e disoccupazione la speranza in un avvenire migliore sembra un’utopia. Nonostante ciò ogni giorno Fondazione Cattolica incontra persone che riescono a scardinare questi modelli mettendosi in gioco per costruire con il proprio pensiero ed operato un futuro che riguarda tutti.

Ci vuole tempo per generare cambiamenti. Ma ci vuole un attimo per evidenziare un nuovo modo di guardare il mondo! Partendo da questo principio Fondazione Cattolica ha ideato Escogito un evento rivolto alle scuole superiori di Verona che mette al centro i giovani e il futuro.

 

 

Escogito: i contenuti

Cosa si può fare quando gli schemi con cui sono cresciute intere generazioni non rispondono più ai bisogni attuali? Come si può creare lavoro, sviluppare opportunità, crescere e diventare uomini e donne realizzati?

Escogito quest'anno vuole aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda "Come trovare il mio posto nel mondo?".

La mattinata prevede la rappresentazione teatrale di 7 giorni messo in atto da sedici giovani attori, provenienti da Labcreativo45  che portano in scena un toccante spettacolo dal tema molto attuale: la guerra. Guidati dal regista Andrea Castelletti di Modus Teatro Impiria, i ragazzi porteranno a riflettere sulla consapevolezza di sè e delle proprie azioni. Al termine dello spettacolo segue la presentazione di "La parola ai giovani" progetto di ricerca elaborato dagli studenti in PCTO presso Fondazione Cattolica. I ragazzi racconteranno cosa è emerso. Infine il Premio “Giovani di Valore” si tratta di un riconoscimento rivolto ai giovani che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni che con le loro azioni hanno permesso di:

 

  • Generare benessere in persone, comunità, ambiente
  • Innovare sistemi
  • Avviare attività imprenditoriali ad alto impatto sociale
  • Creare forti comunità territoriali.

Con Escogito Fondazione Cattolica vuole divulgare l’esperienza di giovani intraprendenti che hanno aperto nuove vie d’azione per costruire un futuro inclusivo. Sono storie di giovani con una vita comune eppure straordinarie per la caparbietà con cui essi hanno creduto alla bellezza dei loro sogni. Il coraggio con cui hanno trasformato dei desideri in modelli di welfare generativo per l’intera comunità, sono uno strumento culturale per apprendere che, a discapito dei presagi più negativi, il domani si può fare!

 

Vuoi saperne di più? Guarda l'edizione 2022!


Rondine cittadella della pace

Rondine, una cittadella per la pace

In un mondo sempre più dilaniato dalle guerre, esiste in Toscana un’organizzazione che promuove la trasformazione creativa del conflitto attraverso l’incontro, la convivenza e lo sviluppo educativo e formativo dei giovani.

Rigenerare l’uomo. E’ questo uno degli obiettivi promossi da Rondine Cittadella Pace, un’organizzazione non profit impegnata da oltre 40 anni nella riduzione dei conflitti armati del mondo attraverso progetti di formazione, diplomazia e innovazione sociale. “Si parla di guerra solo quando scoppiano i conflitti ma la verità è che i conflitti scoppiano quando la quotidianità è ammalata. Non è una questione da capi bensì un reticolo di relazioni che funziona con logiche conflittuali. Noi lavoriamo all’interno di queste relazioni per creare un altro pensiero” – racconta Franco Vaccari, presidente dell’ente.

La nascita di Rondine

Rondine nasce da un sogno di ospitalità e dialogo e da un percorso di comprensione sviluppato in collaborazione tra i fondatori. “Siamo fieri dell’inizio con la pala in mano e con il cemento” ricorda Franco facendo memoria della profonda ristrutturazione del borgo medioevale in cui oggi sorge la Cittadella della Pace. “Volevamo costruire un luogo capace di creare identità orientate alla pace” e così nel 1988 inviano una lettera a Raissa Gorbačëva per tentare di aprire un canale di comunicazione con l’Unione Sovietica. La risposta, con l’invito della first lady a Mosca, apre la strada al lungo cammino di diplomazia popolare.

La Cittadella della Pace

Nel borgo iniziò un’esperienza di accoglienza di studenti russi e ceceni che permisero a Rondine di mettere a fuoco il loro obiettivo. “Non volevamo fare uno studio di geopolitica. Volevamo persone capaci di mettersi in gioco in modo integrale per cambiare il pensiero e portare nei territori feriti dai conflitti azioni di pace”.

Nel 1997 nasce la World House, il cuore di Rondine, uno studentato internazionale che ospita ogni anno 30 giovani provenienti da 25 Paesi tra Europa, Africa, America e Oriente.

La scuola offre un programma biennale che si articola in tre contesti: quotidiano, formativo e accademico. I partecipanti sono selezionati da Paesi imperniati da conflitti che accettano di vivere a contatto con il proprio “nemico”. Giovani con un acceso interesse intellettuale, stabilità psicologica, disponibilità a mettersi in gioco e vocazione civile per il proprio popolo. “Abbiamo un percorso di selezione rigoroso perché dobbiamo trovare le persone giuste. Qui israeliani e palestinesi vivono insieme, come russi e ucraini o russi e ceceni… e all’inizio è uno shock”.

Convivere in un francobollo di terra abbatte l’idea di nemico. Nella World House i giovani si rendono conto che nemico è solo un’invenzione perché in realtà si tratta di una persona con sogni, desideri, bisogni comuni. “Quando si guarda in faccia ciò da cui si vorrebbe fuggire, si può intraprendere un percorso innovativo che parte dalla condivisione del dolore e della rabbia che la guerra ha prodotto per investire quell’energia in un modello di trasformazione creativa”.

I cambiamenti di Rondine

In questi anni di studio sul campo Rondine ha affinato un metodo che non si concentra solo sulle conflittualità di territori in guerra. “I primi giovani che arrivavano, venivano con una sacchetta e il cambio. Oggi i ragazzi hanno cose e hanno viaggiato. Un tempo i giovani erano confinati in gabbie, oggi, nonostante la globalizzazione, vivono con chiusure multilivello” racconta Franco. Stanno crescendo le appartenenze sovraniste, il bisogno di salviamoci noi lasciando indietro gli altri. Persiste una diffidenza di fondo, il mettere la distanza tra il noi e loro. “Per questo abbiamo siglato un accordo ministeriale che riconosce una sperimentazione nazionale che porta il metodo di trasformazione creativa del conflitto anche in 25 scuole italiane per permettere agli adolescenti di affrontare in modo positivo il conflitto interiore, intergenerazionale, razziale”.

Il metodo Rondine

“Siamo artigiani di umanità. Sappiamo di essere piccoli in questo oceano di vita ma esistere per noi è importante” ammette Franco. Per questo l’11 novembre dalle 9 del mattino alla Pontificia Università Lateranense, Rondine organizza un convegno per presentare un lavoro di riflessione che offre risposte alle questioni cruciali che sta vivendo oggi la società. L’evento, nel quale presenzierà anche Fondazione Cattolica, è aperto alla cittadinanza.

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Le imprese sociali: tra cambiamenti, business sostenibile e sviluppatori sociali

Nicholas è un ragazzo curioso, desidera esplorare il mondo, conoscere le persone e immagina per sé un futuro di senso, in cui il suo agire possa avere un impatto positivo sulla vita degli altri. La vita lo porterà a diventare sviluppatore sociale per imprese sociali.

Un nuovo profilo: lo sviluppatore sociale

Dopo un’esperienza importante all’estero, Nicholas cura lo sviluppo commerciale del progetto Beelieve della cooperativa Progetto 92, un progetto di startup nato per favorire la formazione e l’occupazione di ragazzi NEET, creando prodotti ad alto impatto ambientale. In quell’occasione inizia a capire, a mettere a fuoco quale può essere il suo contributo nella società.

Nicholas è bravo a sviluppare processi, immaginare business plan sostenibili, programmare attività, stringere partnership commerciali. Una sfida che diventa consapevolezza: decide di diventare uno sviluppatore sociale.

Oggi Nicholas lavora per la cooperativa sociale di Trento La Rete, una realtà rivolta alle persone con disabilità, attiva da oltre 30 anni, che nel tempo ha mantenuto forti motivazioni e spirito innovativo. Lì si occupa di sviluppare l’impresa sociale e produrre un business sostenibile, ovvero un profitto che rispetta tutte le persone e tutte le materie coinvolte. Come si fa? Per dirlo con un’immagine chiara e semplice “ci si mette nelle scarpe degli altri”, dice Nicholas, “e bisogna pure essere un po’matti”. Far dialogare economia e sociale, le esigenze del business e i bisogni della fragilità è una missione sfidante e complessa, ma con passione, creatività e coraggio si può raggiungere l’obiettivo.

Le imprese sociali in Italia: tra cambiamenti, business sostenibile e sviluppatori sociali

Dalle ultime rilevazioni Istat, il Terzo Settore in Italia conta più di 360 mila enti non profit, genera circa 70 miliardi di entrate, coinvolge 5 milioni di volontari e oltre 860 mila dipendenti.

Il mondo del non profit, ci racconta Tomas Chiaramonte, Segretario Generale del Coordinamento Nazionale Associazioni Diocesane Opere Assistenziali, nasce in Italia nel dopoguerra da iniziative territoriali legate alle istituzioni locali (parrocchie, comuni, istituti religiosi). Nel tempo ha mantenuto dimensioni medio piccole (l’82% non supera i 100.000 euro di entrate annue e solo il 4,8% supera i 500.000 euro di fatturato annuo) e la caratteristica vicinanza al territorio. Oggi possiamo immaginare nuove categorie, propone Chiaramonte, per valutare il reale impatto sociale delle realtà del Terzo Settore sulle comunità di riferimento:

  • la sostenibilità in relazione alla mission
  • l’eticità delle organizzazioni
  • la capacità di generare impatto sociale

Negli ultimi anni, il mondo del non profit e delle imprese sociali in particolare è profondamente cambiato. Dal 2015 al 2019 i dati registrano un incremento del 7,8% delle imprese sociali presenti sul territorio nazionale, che segue l’aumento del 28% registrato dall’Istat nel censimento 2001-2011 rispetto i 10 anni precedenti. Un tasso di crescita tre volte superiore quello delle imprese profit. Anche i numeri dell’occupazione sono notevolmente aumentati. Ciò significa che il cambiamento è stato importante e trasversale, dal punto di vista della professionalizzazione ma anche della valorizzazione. In tale contesto è infatti nata la Riforma del Terzo Settore, che regola e potenzia il mondo del non profit.

La sostenibilità del Terzo Settore

Come si sostengono le realtà del Terzo Settore? Il 28,6% delle entrate proviene da contributi pubblici, il restante, di fonte privata, è composto da donazioni, contributi in natura, come beni e volontariato, e corrispettivi relativi all’attività erogata (sanitaria, socio-assistenziale, sportiva, culturale, formativa).

Il Terzo Settore rappresenta, insieme al mercato, uno dei pilastri fondamentali della nostra società ed è importante che in futuro sappia mantenere il legame con la territorialità, l’attenziona all’utenza, ai bisogni che cambiano. Come indica Chiaramonte, serve un Terzo Settore etico e capace di coordinarsi per il bene comune, libero da interessi speculativi, sostenibile ed innovativo ma soprattutto adeguatamente supportato sia dalla pubblica amministrazione che dal mondo dell’impresa.

Vuoi conoscere altri “Intraprendenti” che abbiamo incontrato in questi anni? Leggi la storia di Christian!


Vincenzo e l'esperienza di GOEL

Vincenzo e l’esperienza di GOEL

Ci vuole coraggio. Vincenzo è un bambino quando capisce che nella vita si può scegliere: puoi inginocchiarti al sistema o lottare per cambiarlo. E tra le due vie, Vincenzo sceglie la seconda.

Inizia a percepire cos’è la ’ndrangheta tra i banchi di scuola. La vede nella prevaricazione, nella violenza gratuita, nella sopraffazione che diventa protezione quando i bambini si arrendono alla forza bruta di coetanei da cui non possono scappare. Tutti sanno. Tutti vedono. Eppure regna il silenzio.

Il sistema mafioso è pervasivo. Bisogna imparare a farsi rispettare fin da piccoli per questo la scuola diventa un luogo d’allenamento al futuro che li aspetta, un futuro fatto di vittime e oppressori.

Ma Vincenzo a quest’idea di domani non ci sta.

È un ragazzo timido, ma curioso e creativo. Lascia che le parole di Gesù e di Gandhi illuminino il suo percorso e a 18 anni si accorge ha bisogno di qualcosa di più. Fa servizio ad un campo di vacanza e studio insieme a persone disabili, conosce le comunità di Capodarco e la Comunità Progetto Sud e capisce che la sua vita deve diventare un’impresa comunitaria. Ma come?

Si iscrive a Psicologia. Studia, lavora e soprattutto vive. Vincenzo è un ragazzo attivo che anima la realtà e raggruppa persone. Coinvolge coetanei in un gruppo fondato nel suo paese: commercio equo e solidale, attività nonviolente e pacifiste; appassiona i giovani al volontariato. Insegue un percorso di cambiamento e di lotta per la giustizia sociale. E nella piccola realtà calabrese in cui vive si accorge che il mondo è troppo complesso per essere letto con una sola chiave di lettura.

Molla l’università e studia da autodidatta. “Pensa al tuo futuro!” gli dicono gli adulti intorno a lui, ma Vincenzo ha bisogno di conoscere e di capire. Studia non solo psicologia, ma anche sociologia, teologia, antropologia, economia… impara tutto perché per resistere alla ’ndrangheta bisogna rompere la violenza psicologica ma anche costruire un sistema etico ed efficace che faccia sentire il suo popolo unito e forte.

La Calabria rimane una terra dalle ferite aperte. Perché siamo messi così male? Si chiede Vincenzo insieme a un gruppo di persone impegnate come lui, in un “cenacolo di riflessione”. E la risposta per lui diventa il “progetto GOEL”.

È una terra di vuoti e mancanze. Di vampirismo di risorse pubbliche, di inefficienza comandata e clientelismo.  Di omertà e isolamento. Ma è anche una terra di lottatori e sognatori, una terra meravigliosa, con potenzialità straordinarie. Per cambiare serve innovare l’economia, unire e dare un tetto a tutti i calabresi che hanno il coraggio di ribellarsi al meccanismo perverso che con voti comprati, incendi, minacce e sabotaggi rende sterile la vita.

GOEL nasce nel 2003. È un piccolo gruppo di cooperative sociali che capisce che ai calabresi servono fatti non parole. Lottano contro il futuro segnato di tanti bambini e adolescenti; sviluppano progetti d’accoglienza per i migranti; danno dignità alla disabilità mentale; attivano reti di turismo responsabile mobilitando comunità ricettive, inventano il primo marchio di moda etica di fascia alta. Organizzano chi ha il coraggio di dire no: cittadini, imprenditori ma anche agricoltori, con i quali riscostruiscono una filiera agroalimentare di qualità, che dà valore al lavoro operato e nella quale conviene stare!

Gli anni passano e GOEL dimostra che l’etica efficace porta frutto. Oggi raggruppa circa 350 dipendenti. Crea lavoro, paga stipendi e rende libere le comunità. GOEL ha rielaborato un nuovo e potente approccio all’etica che oggi vuole diffondere attraverso un libro dal titolo “manuale dell’etica efficace”, che si rivolge a chiunque nel mondo vuole promuovere dignità e cambiamento.

A 53 anni Vincenzo sa che cambiare il destino della sua terra non è un lavoro, è una vocazione!

«Il nuovo fa spesso più paura dei fallimenti che siamo abituati a reiterare. Ciò che non ha funzionato, non funzionerà: bisogna avere il coraggio di non rimuovere i fallimenti, ma conservarli con cura e apprendere da essi. Dopodiché imboccare strade non battute, guidati da una scrupolosa “follia creativa”».

Lui è Vincenzo Linarello, un uomo che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere la Rubrica "Persone che fanno la differenza" con la storia di Clara


Fondazione Comunità San Gennaro

Davvero possiamo credere che la bellezza salverà il mondo?

Le indagini statistiche degli ultimi anni testimoniano che in Italia la cultura ha generato un indotto monetario pari al 16% dell’economia. Il rapporto Io sono cultura realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, evidenzia che quasi 38 mila organizzazioni non profit operano nell’ambito della cultura e della creatività (quasi l’11% degli enti attivi nel Terzo Settore). Numeri che non si limitano alle sole attività prodotte ma che generano un impatto territoriale, come quello turistico e dei trasporti, per un valore di 176 miliardi. Viene quindi da chiedersi: la bellezza può incentivare la creazione di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro? Ne abbiamo parlato insieme a Mario Cappella Direttore di Fondazione di Comunità San Gennaro.

Mario, partiamo dalla vostra storia. Fondazione di Comunità San Gennaro nasce in un territorio complesso. Ce lo racconti?

Il quartiere Sanità è al centro di Napoli, ma per una serie di peripezie storiche è pian piano diventato una zona di periferia. Nell’Ottocento era un luogo di passaggio: il re vi transitava per raggiungere la tenuta di Capodimonte e questo ha fatto nascere lungo il tragitto numerosi palazzi nobiliari di pregio. Negli anni a seguire però sono stati chiusi tutti gli accessi e il quartiere è stato progressivamente staccato dal resto della città, attraverso il cemento e le scelte politiche. L’isolamento ha avuto il merito di preservare alcune belle architetture, ma ha determinato anche un progressivo degrado culturale, sociale ed economico. Chi vi abita oggi spesso non ha mai visto il mare, che pure dista poche centinaia di metri e sente Napoli come una città distante.

La sensazione è che siamo sempre stati seduti su un tesoro, ma con la convinzione di essere brutti e cattivi.

Cosa ha significato per voi parlare di bellezza e portarla all’interno del Rione e cosa avete fatto?

Per prima cosa non abbiamo dovuto portare bellezza perché c’è sempre stata, ma era sottovalutata e non compresa. Quello che abbiamo fatto è stato farla comprendere, valorizzarle, dare visibilità.

La bellezza è una delle principali categorie educative: se educhi alla bellezza un popolo diminuirà la negatività e aumenterà il pensiero positivo. Educare al bello significa scardinare l’idea che abbina la povertà al brutto, elevare lo spirito, sviluppare l’orgoglio e l’autostima. La bellezza fa aumentare il livello culturale di una comunità!

La nostra idea è stata dunque rompere l’isolamento. Da un lato abbiamo fatto uscire i ragazzi fuori dal quartiere attraverso viaggi, tirocini, stage lavorativi all’estero, per mettere nei loro cuori la coscienza di altre vite possibili. Dall’altro abbiamo trovato il modo di far entrare le persone nel quartiere.

Come è stato lavorare con il territorio?

La strategia è stata aumentare i legami di comunità e territorialità per far scoprire il nostro quartiere.

Quello che abbiamo avviato è un processo culturale che ci ha imposto di porre obiettivi a lungo termine. A differenza del lavoro per progetti, i processi implicano tanti piccoli passi. Siamo partiti in pochi, come del resto ha fatto anche Gesù, che all’inizio aveva solo 12 uomini su cui contare, e fin da subito abbiamo puntato sul lavoro in rete e in comunità: qualsiasi cosa fai deve attivare sempre più legami con gli altri, perché una cosa positiva se la faccio da solo è un’opera di bene se la faccio con gli altri è vero cambiamento.

Concretamente abbiamo iniziato organizzando le visite turistiche di una piccola catacomba, quella di San Gaudioso, dando in gestione ai ragazzi la casa canonica del prete trasformata in un B&B, chiamato Casa del Monacone. Queste sono state le prime iniezioni di fiducia. Nel 2006 è nata la prima cooperativa, la Paranza, e poi con la gestione delle catacombe di San Gennaro abbiamo fatto il grande passo! Erano catacombe molto estese, più conosciute, ma fuori quartiere: abbiamo deciso allora di riaprire una delle porte di comunicazione con la città che erano state chiuse e di regalare la visita alle catacombe di San Gaudioso a chi comprava il biglietto per recarsi alle catacombe di San Gennaro. E così i turisti hanno ricominciato ad entrare nel nostro quartiere.

A distanza di quasi 10 anni, quale impatto avete generato?

È nata la comunità educante. Adesso abbiamo servizi culturali ed educativi che lavorano insieme. Lo posso descrivere con due indicatori: quando abbiamo aperto il primo B&B i turisti che prenotavano non arrivavano. Perché? Perché i tassisti quando sentivano dove dovevano andare li dirottavano altrove. Oggi i tassisti sono i nostri primi promoter e suggeriscono ai turisti di venire da noi! L’altro è che prima avevamo un quartiere depresso, senza attività commerciali, oggi invece non si trovano spazi liberi per aprire nuove realtà!

La cultura ha rivitalizzato la comunità, sotto vari profili. Infatti, come dice la convezione di Faro, ogni bene culturale, dovrebbe essere una risorsa per l’intera comunità che lo abita. In questo modo si trasformano le cattedrali nel deserto.

Quali resistenze avete trovato e quali alleati vi hanno supportato nello sviluppo delle attività?

Abbiamo incontrato le resistenze più classiche: “non si è mai fatto quindi non si può fare”, “se l’avessi fatto io l’avrei fatto meglio”, “chissà quale santo ha in Paradiso”. Ho riscontrato eccessivo protagonismo, difficoltà a mettersi insieme e a perdere piccoli pezzettini della propria identità in nome di un progetto più grande, gelosie, furbizie, finte collaborazioni. Ma ci sono anche gli uomini di buona volontà, e seppure provenienti da luoghi diversi, ci si riconosce, per affinità di visione e di pensiero. La nostra Fondazione è così, composita ed eterogenea, ma poggia su una rete di alleanze inimmaginabile, che ha abbattuto ogni rigidità. Ognuno con le sue competenze, che hanno arricchito la nostra realtà.

Dalla vostra esperienza pensi che la bellezza possa incentivare lo sviluppo di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro?

Si! In futuro dovremmo diventare più capaci di recuperare il valore delle emozioni che sono il mezzo più efficace di apprendimento per crescere. In questo modo possiamo ridefinire l’obiettivo di arrivo che non è una crescita esasperata ma una fioritura corale. E la bellezza a questo punto diventa la prima categoria di cambiamento. Soprattutto in Italia: siamo un paese che potrebbe vivere di ambiente e bellezza, per goderne e anche per creare economia. Dobbiamo solo riscoprire la capacità di valorizzare i nostri tesori, lì sta la chiave per risolvere molti problemi del nostro territorio, educativi, economici, di sviluppo. Le innovazioni tecnologie sono molto affascinanti, ma cosa hanno da dire in più rispetto al paesaggio e alla cultura? Possono solo integrarlo.

 

Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”, puoi partire dall'intervista ad Ally Beltrame sull'educazione responsabile.


Le Mine Vaganti: il teatro che crea comunità

Le Mine Vaganti: il teatro che crea comunità

 

Il teatro per le Mine Vaganti non è solo una tecnica di rappresentazione e di racconto. E' uno spazio per indagare e scoprire il proprio potenziale e,

prendendo in prestito le parole del linguista Cvetan Todorov, “rispondere alla propria vocazione di esseri umani”.

“Un super potere che si origina dalla relazione che il teatro è in grado di attivare, con gli altri e con sé stessi, avvicinando le persone e rivelando

diverse visioni del mondo” sostengono le fondatrici dell’Associazione. “In questo modo il teatro diventa uno strumento pluripotenziale e trasversale,

per immaginare il futuro e creare comunità più inclusive che sappiano accogliere la diversità nelle sue varie forme”.

Negli anni l’Associazione ha visto nascere queste comunità. Gruppi di giovani che da allievi sono diventati figure con cui costruire insieme progettualità,

affidando loro parte della rete di ragazzi che nel tempo si è venuta a creare. Piccole comunità di attori e spettatori che condividono spazi di libertà.

Le origini delle Mine Vaganti

Camilla e Silvia

L'associazione nasce nel 2014 da tre donne coraggiose: Silvia Masotti, Camilla Zorzi ed Elisa Mazzi.

Silvia e Camilla sono due ragazze veronesi che si conoscono al Piccolo Teatro di Milano, dove si diplomano come attrici sotto la direzione di Luca Ronconi.

“Dopo anni passati sul palco a recitare in importanti produzioni nazionali, siamo rientrate a Verona” racconta Silvia. “Proprio nella nostra città abbiamo

conosciuto Elisa, psicologa e psicoterapeuta. Abbiamo collaborato con un’associazione che utilizzava gli strumenti del teatro per aiutare persone con un

passato vulnerabile. Lì si è accesa la miccia e sono nate le Mine Vaganti”.

Impastando le passioni personali, l’arte, il teatro, l’espressione corporea, la letteratura, Silvia e Camilla tracciano la strada per entrare in contatto con

persone “in trasformazione”. Bambini, ragazzi o giovani adulti, italiani, stranieri o in condizione di fragilità, ma anche persone in comunità di recupero da

tossicodipendenze.

“Dopo aver consolidato l’idea progettuale, artistica e di ricerca” racconta Camilla “negli anni ci siamo strutturate. Un ufficio stampa, un addetto

amministrativo e dopo anni di vagabondaggio, abbiamo finalmente trovato la nostra casa, in Veronetta, un quartiere multietnico, universitario, pieno di

diversità e in trasformazione appunto”.

Mine Vaganti non è una scuola di teatro tout court, ma uno spazio di ricerca, di condivisione e di formazione per chi vuole affrontare la grande sfida di esplorare ciò che sta dentro di noi e il mondo che ci

circonda.

Le attività proposte dall'associazione per un teatro che crea comunità

Mine Vaganti promuove una serie di iniziative, in particolare due progetti sono il cardine dell’attività:

SPAZIO TEATRO GIOVANI

Spazio Teatro Giovani è un progetto diretto da Silvia e Camilla, che propone laboratori artistici e teatrali per bambini, ragazzi e giovani adulti dai 7 ai 35

anni. Il teatro si propone in questo contesto di ricerca come strumento di conoscenza di sé, di avvicinamento all’Altro e di creazione di una collettività.

FESTIVAL VERONETTA#SPAZIO TEATRO GIOVANI

Festival Veronetta#Spazio Teatro Giovani è un festival di teatro, di giovani per i giovani, patrocinato dalla Regione Veneto e dal Comune di Verona.

 

“Un’opportunità nata nel 2021 quando cercavamo uno spazio in cui allestire le rappresentazioni di

fine anno dei laboratori” ci racconta Camilla. La ricerca le ha condotte nel Parco di Santa Toscana in Veronetta, uno spazio pubblico, verde e all’aperto,

come le restrizioni Covid imponevano. “Abbiamo trasformato un parco della città in un luogo di cultura”. L’evento ha avuto un successo del tutto

inaspettato. “C’è stata una grandissima partecipazione, soprattutto giovanile. Un pubblico speciale, che non fuggiva dopo gli applausi, non esauriva il

proprio interesse al termine della performance ma desiderava confrontarsi e permanere in quella comunità neocostituita di attori e spettatori attivi che

condividevano uno spazio di confronto reciproco” racconta Silvia. “Il Festival è così diventato” aggiunge Camilla “un’occasione per i ragazzi non solo

performativa, ma anche per imparare a organizzare un evento culturale e soprattutto uno stimolo alla rinascita della cultura teatrale nelle nuove

generazioni della città”.

L'età della trasformazione e il virtuale

La scelta di lavorare con una specifica categoria anagrafica, bambini e ragazzi dai 7 ai 35 anni, nasce dalla volontà di voler interagire con persone in

trasformazione, per aiutarli a identificare in profondità la loro essenza e offrire uno spazio libero in cui scoprirsi.

Una fascia d’età che mai come ora vive una realtà interconnessa con il virtuale ma, sostengono Camilla e Silvia, ha un grande desiderio, più o meno

dichiarato, di godere di relazioni vere e reali. “La necessità di profondità è riscontrabile in ognuno di loro. Hanno ricevuto meno possibilità di accesso alla

profondità, ma quando li aiutiamo ad aprire delle porte, loro ci si buttano dentro”.

Proprio sul rapporto parole e virtuale, le Mine Vaganti hanno partecipato al progetto, “Lingua Madre. Capsule per il futuro” , un documentario realizzato

dal LAC (Lugano Arte Cultura) che riflette sul rapporto tra parola, memoria e rito collettivo nel tempo dominato dalle immagini, soprattutto virtuali, e

vincitore nel 2021 di prestigiosi riconoscimenti, il premio Hystrio Digital Stage e il Premio Speciale Ubu.

Vuoi conoscere altre realtà culturali con cui Fondazione ha collaborato in questi anni? Puoi partire da qui e scoprire Aloud, il college per la formazione musicale.


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