violenza sulle donne

Cosa serve per arginare la violenza di genere?

In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

I dati del Report  del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2023 evidenziano che:

 

 

  • nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2023 sono stati registrati 295 omicidi, con 106 vittime donne, di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo.
  • Di queste, 55 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.

Una epidemia sociale, come l’ha definita l’OMS.

E mentre piangiamo l’ennesima vittima, ancora ci chiediamo come è possibile arginare questa violenza?

Ne abbiamo parlato insieme alla dott.ssa Maria Fanzo, presidente della cooperativa sociale Nuovi Incontri, che offre rifugio e sostegno alle donne vittime di violenza . E ci siamo confrontate con chi si occupa della componente maschile e cerca di contrastare la recidiva dei soggetti violenti, il Dott. Giuseppe Ferro e il prof. Claudio Fabbrici, rispettivamente Direttore e Responsabile clinico di Casa Don Girelli a Ronco all’Adige di Verona, una struttura che accoglie e offre percorsi terapeutici ad autori di reato.

 

Partiamo da Maria. In questi giorni la comunicazione mediatica sta portando alla luce un tema lasciato spesso sottotraccia. Il femminicidio di Giulia, come quello di Oriana, Teresa, Alina e tutte le donne che per mano di un uomo hanno perso la vita in questo anno ci fa domandare “come è possibile”?

“Perché ci sono dei preconcetti. Uno di quelli molto forti è ritenere che quello che succede dentro le mura domestiche è un fatto privato. Succede in famiglia e quindi la comunità non se ne deve occupare. L’altro è “tra moglie e marito non mettere il dito”. Un altro preconcetto è che il matrimonio sia eterno, ma una volta che viene meno il rispetto che matrimonio può esistere! Questi preconcetti non sono facili da smontare perché spesso anche le vittime la pensano così: devono salvare i figli, non possono togliere loro un padre, giustificano i comportamenti maschili, pensano di aver provocato le loro reazioni violente… questo non aiuta. Credo non sia facile cambiare, sia per le vittime che per i maltrattanti. Di sicuro non è un percorso che si può fare da soli”.

 

Cos’è la violenza di genere?

“La violenza di genere è quella violenza agita contro una donna per il semplice fatto che è una donna. Quella che noi trattiamo perché è quella più diffusa, è la violenza all’interno di una relazione intima. Ciò che caratterizza la violenza è l’esercizio di un potere da parte di un partner rispetto all’altro. Le statistiche dicono che nella maggioranza dei casi è una prevaricazione degli uomini sulle donne, ma è vero che in casi sporadici accade anche il contrario.

Un esercizio di potere che è ammesso dalla comunità: perché l’idea sociale è che l’uomo sia il partner forte, il macho, quello che porta i soldi a casa. Perché accade? Per frustrazione, per violenza assistita, per forme patologiche più subdole, legate all’anaffettività, che provocano assenza di rimorso, mancanza di empatia e lucidità”.

 

Perché hai scelto di occuparti di donne vittime di violenza e cos’è Nuovi Incontri?

La nostra cooperativa, Nuovi Incontri, da più di 30 anni opera nel territorio di Benevento e provincia. Abbiamo sempre avuto un carattere innovativo: le prime comunità per minori, i primi servizi trasversali di crescita e nel tempo abbiamo ricercato soluzioni nuove. Per 20 anni ho lavorato nelle comunità per minori e negli ultimi anni mi era capitato di seguire molti bambini vittime di violenza assistita, questa cosa mi colpì.. perché un’altra conseguenza che le donne vittime di violenza devono gestire è il ruolo genitoriale, che spesso viene compromesso.

Dall’esperienza sul campo nasce l’idea di creare servizi di inclusione per le donne. Nel 2015 è nata Casa Viola, la prima comunità per donne vittime di violenza in tutta la provincia di Benevento. In seguito abbiamo avuto l’omologazione anche per l’accoglienza dei minori. Dal  2018 abbiamo accolto 46 donne e 55 bambini. È una vera palestra. Con l’accoglienza residenziale si ha la possibilità di aiutare davvero le donne. Ma non basta. Abbiamo così implementato il servizio aprendo i centri antiviolenza, dove si offre assistenza psicologica, sociale e legale, supporto per i minori, consulenze e gestione delle pratiche per l’accesso alle previdenze economiche. Qui abbiamo già seguito 95 donne”.

 

Cosa fa scattare la richiesta di entrare in comunità?

“La paura. La paura di morire, è allora che chiamano il 1522 o si rivolgono ai carabinieri e vengono indicate a noi. Prima capita che non se ne parli per vergogna o per mancanza di accoglienza. Molte donne raccontano che hanno tentato di condividere il loro vissuto, ma spesso si sono sentite rispondere “ma tu che cosa hai fatto?”. C’è un ambiente che ancora non è favorevole ad ascoltare ciò che le donne vivono nel privato nemmeno dalle forze dell’ordine, che dovrebbero essere formate maggiormente. Spesso vengono colpevolizzate, a volte persino non credute.

Le donne invece devono imparare ad allarmarsi ai primi segnali.

Il conflitto di coppia e la violenza sono due cose diverse. I soggetti violenti iniziano con manifestazioni “più soft”: spintoni, tirate di capelli, schiaffi. Poi si scusano e rivolgono molte attenzioni alla partner. Ma dopo si verifica una nuova escalation di violenza, c’è una ciclicità che arriva poi a picchi con mani al collo, utilizzo di coltelli o altre armi”.

 

Dunque cosa possiamo fare per arginare la violenza?

“La soluzione è nell’educazione. Lavorare con i bambini, fin dalla prima infanzia, per contrastare gli stereotipi e rafforzare la consapevolezza.

La violenza è anche un fatto culturale. Per questo le donne devono essere incluse nelle comunità in modo attivo. Le politiche e le strategie di contrasto, devono includere il pensiero femminile, mentre per secoli le leggi sono state ideate solo da uomini. Servono servizi che sostengano le donne quando decidono di denunciare, servono contrasti alla violenza economica, come il reddito di libertà.

La chiave di volta però è la comunità, lo scandalo della comunità: la violenza non può essere normalizzata, non dobbiamo risvegliarci solo in occasione dei casi più gravi.

È necessario che chi lavora in trincea, come noi, nel privato sociale, possa collaborare concretamente con le istituzioni, con la comunità sociale e con quella scientifica. Bisogna condividere e diffondere le conoscenze per studiare nuove risposte. Sta proprio nelle connessioni la strategia per combattere la violenza”.

 

 

Dott. Giuseppe Ferro e prof. Fabbrici, cosa vi ha spinti ad iniziare un percorso educativo con gli autori di reato?

“Pensiamo sia fondamentale lavorare con gli autori di questo tipo di violenze, perché quando aiutiamo un carnefice aiutiamo più vittime.

Casa Don Girelli è una struttura che da anni lavora con gli autori di reati gravi, anche con diagnosi psichiatriche, che hanno alle spalle violenze gravissime nei confronti delle madri, delle compagne e delle figlie. Oggi stiamo lavorando con i maltrattanti e sex offender, che vengono inibiti alla recidiva. Soggetti per cui non c’era cultura terapeutica e che prima finivano in comunità e ospedali psichiatrici. Siamo tra i fondatori dell’organismo nazionale Contras.ti (Coordinamento Nazionale Trattamento e Ricerca sull’Aggressione Sessuale Testimonianze Italiane) e consulenti anche per la Chiesa.

In questi anni abbiamo lavorato con circa 80 assistiti. La procedura viene attivata dal tribunale, riguarda sia chi viene raggiunto da provvedimenti di ammonimento sia gli autori di reato, per i quali è possibile richiedere la cosiddetta “pena sospesa” se fanno un percorso terapeutico educativo. Seguiamo i detenuti del carcere di Montorio di Verona, di Trento e Bolzano perché è statisticamente provato che soggetti che seguono un trattamento terapeutico recidivano molto meno. I percorsi durano mesi, a volte anni. Dobbiamo dire che ad oggi abbiamo avuto solo 4 abbandoni, da parte di persone molto paranoicizzate e 1 sola recidiva”.

 

Come si diventa autore di violenza di genere? Esistono dei tratti che accomunano gli autori di reato?

“Confermiamo che c’è un tratto culturale molto forte. In alcuni dei Paesi di provenienza di questi soggetti   la condizione asimmetrica dei rapporti è stabilita dalla cultura. Ma anche in Italia le cose non vanno meglio.

Gli uomini che commettono violenza sulle donne hanno un apparato psichico spesso rudimentale, basico, che ostacola la presa di coscienza dell’agito. Nel conflitto tendono a degradare in una reazione impulsiva o a precipitarlo in atti persecutori e scatti d’ira. La minaccia della separazione accende la propensione violenta.

La propria biografia, l’educazione e la relazione di attaccamento iniziale determina la mancanza di controllo delle pulsioni. Spesso questi soggetti hanno alle spalle relazioni di attaccamento gravemente disturbate da privazioni, separazioni e violenza assistita.

Quelli che hanno una possibilità ampia di recupero sono coloro che vivono drammaticamente il finire della relazione e il rapporto con i figli. Spesso infatti viene mantenuto un forte investimento genitoriale e proprio la perdita della possibilità di incontro con i figli e della casa è ciò che più colpisce questi soggetti”.

 

Cosa serve per arginare la violenza? E in particolare quella di genere?

“Il fenomeno della violenza è molto più ampio e stiamo riscontrando che inizia a superare la questione di genere. Riguarda la sociologia e l’impianto stesso della nostra società, che è molto violenta. Non si è più in grado di tollerare la frustrazione, la distinzione tra giusto e sbagliato è labile. Ma possiamo fare qualcosa! Noi stiamo lavorando con le scuole, per sensibilizzare i giovani su questi temi e gli studenti hanno dimostrato di essere molto ricettivi. La prevenzione non è mai tempo sprecato. Dobbiamo trasmettere la giusta rilevanza delle azioni”.

 

Sei arrivata/o alla fine dell’intervista, ora puoi fare un respiro profondo. C’è ancora molto da fare, ma il primo passo è sempre la consapevolezza. Se vuoi approfondire questo tema ti consigliamo un film della nostra Rubrica Sguardi Inclusivi, “Fortunata” di Sergio Castellitto (link), per scoprire il potere della forza interiore.

 

 

Fonti:

Ministero dell’Interno

Ministero della Salute

 


Escogito qual è il mio posto nel mondo?

Escogito - quale è il mio posto nel mondo?

Escogito è un’iniziativa ideata da Fondazione Cattolica per invitare i giovani di Verona e Provincia a ripensare il futuro. Siamo ormai consapevoli che di fronte a pandemia, guerre, disuguaglianze e disoccupazione la speranza in un avvenire migliore sembra un’utopia. Nonostante ciò ogni giorno Fondazione Cattolica incontra persone che riescono a scardinare questi modelli mettendosi in gioco per costruire con il proprio pensiero ed operato un futuro che riguarda tutti.

Ci vuole tempo per generare cambiamenti. Ma ci vuole un attimo per evidenziare un nuovo modo di guardare il mondo! Partendo da questo principio Fondazione Cattolica ha ideato Escogito un evento rivolto alle scuole superiori di Verona che mette al centro i giovani e il futuro.

 

 

Escogito: i contenuti

Cosa si può fare quando gli schemi con cui sono cresciute intere generazioni non rispondono più ai bisogni attuali? Come si può creare lavoro, sviluppare opportunità, crescere e diventare uomini e donne realizzati?

Escogito quest'anno vuole aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda "Come trovare il mio posto nel mondo?".

La mattinata prevede la rappresentazione teatrale di 7 giorni messo in atto da sedici giovani attori, provenienti da Labcreativo45  che portano in scena un toccante spettacolo dal tema molto attuale: la guerra. Guidati dal regista Andrea Castelletti di Modus Teatro Impiria, i ragazzi porteranno a riflettere sulla consapevolezza di sè e delle proprie azioni. Al termine dello spettacolo segue la presentazione di "La parola ai giovani" progetto di ricerca elaborato dagli studenti in PCTO presso Fondazione Cattolica. I ragazzi racconteranno cosa è emerso. Infine il Premio “Giovani di Valore” si tratta di un riconoscimento rivolto ai giovani che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni che con le loro azioni hanno permesso di:

 

  • Generare benessere in persone, comunità, ambiente
  • Innovare sistemi
  • Avviare attività imprenditoriali ad alto impatto sociale
  • Creare forti comunità territoriali.

Con Escogito Fondazione Cattolica vuole divulgare l’esperienza di giovani intraprendenti che hanno aperto nuove vie d’azione per costruire un futuro inclusivo. Sono storie di giovani con una vita comune eppure straordinarie per la caparbietà con cui essi hanno creduto alla bellezza dei loro sogni. Il coraggio con cui hanno trasformato dei desideri in modelli di welfare generativo per l’intera comunità, sono uno strumento culturale per apprendere che, a discapito dei presagi più negativi, il domani si può fare!

 

Vuoi saperne di più? Guarda l'edizione 2022!


locandina film Fortunata

Rubrica Sguardi Inclusivi: il terzo film che ti consigliamo è…

Fortunata è un film del 2017 di Sergio Castellitto, con un cast di attori italiani di primordine, come Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi ed Edoardo Pesce.

Cosa significa essere fortunati? Un biglietto vinto alla lotteria? Ottenere tutto ciò che dalla vita desideri? Il destino non ha riservato alla nostra protagonista una vita semplice ma il suo nome, Fortunata, come dicevano i latini, ce ne consegna l’essenza. È fortunata perché ha la fortuna di avere una forza interiore straordinaria, nonostante un’esistenza complessa e faticosa.

La trama del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Fortunata è una giovane madre della provincia romana, si mantiene lavorando in nero come parrucchiera a domicilio e sogna di avere un salone tutto suo. Alle spalle ha un matrimonio finito con un marito violento, Franco, un vigilante gretto e maschilista, che nonostante la relazione sia terminata rivendica il proprio “potere” sulla donna e la tormenta con insulti e aggressioni. La bambina, Barbara, ha 8 anni e sputa, spesso. È così che manifesta il suo disagio per la separazione dei genitori ed è per questo che i servizi sociali le affiancano uno psicoterapeuta infantile, Patrizio. Dall’incontro con questo specialista, nasce una passione travolgente, ma per Fortunata la ruota continua a girare nel verso sbagliato.

Alla “corte dei miracoli” di questa eroina popolare, partecipa anche Chicano, un ragazzo dall’animo buono ma bipolare e tossicodipendente, che si prende cura della madre malata di Alzheimer, Lotte, un tempo attrice teatrale, che ora vive imprigionata nel ruolo di Antigone.

È una vita difficile quella di Fortunata, ma una fiamma dentro di lei non si spegne mai. La sua forza interiore le consente di guardare sempre oltre gli ostacoli e la sua presenza luminosa illumina chi le sta accanto.

Perché vi consigliamo il film Fortunata?

Vi consigliamo questo film perché affronta il tema della violenza di genere, una piaga sociale che anche nel nostro Paese è lontana dall’essere sconfitta e necessita di una presa di coscienza da parte di tutti.

Ve lo consigliamo perché in mezzo a un clima mortifero che si respira fin dalle prime scene del film, con una sposa che indossa una corona di crisantemi, la vitalità selvatica e ferina di Fortunata è salvifica. “Impara a respirare, a godere del fatto che siamo vivi” dice la protagonista, perché la vita è piena di difficoltà ma, come lo psicologo suggerisce alla bambina, si può coltivare la forza interiore, imparare a superare gli ostacoli e vedere cosa c’è oltre la barriera.

La violenza di genere

“E' violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà”. Così recita l'art 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della violenza contro le donne del 1993.

I dati però sono ancora allarmanti:

  • Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3
  • In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
  • Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici.
  • Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

I dati del Report  del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2022 evidenziano che:

  • nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2022 sono stati registrati 273 omicidi (+2% rispetto allo stesso periodo del 2021), con 104 vittime donne (- 5% rispetto allo stesso periodo del 2021 in cui le donne uccise sono state 109)
  • le donne uccise in ambito familiare/affettivo sono state 88 (- 6% rispetto dello stesso periodo del 2021 in cui le vittime sono state 94). Di queste, 52 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner (-16% rispetto alle 62 vittime dello stesso periodo del 2021).

La violenza sulle donne è anche un problema di salute pubblica: i dati Inail evidenziano che nel dal 2017 al 2021 tra gli infortuni femminili sul lavoro, la causa «violenza, aggressione e minaccia», da parte di colleghi o esterni , rappresenta oltre il 5% dei casi codificati. Circa 20.500 infortuni nell’intero quinquennio (poco più di 4.000 l’anno).

Il ruolo del Terzo Settore nella lotta alla violenza sulle donne

Le donne vittime di violenza possono oggi trovare sostegno nei Centri antiviolenza e nelle Case rifugio, che in Italia però sono ancora pochi e la loro distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea. In questo scenario, il Terzo Settore svolge un ruolo cruciale. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nelle case rifugio prestano servizio 2.421 operatrici e nel 30% dei casi si tratta di volontarie. Nei Cav il dato è ancora più alto: le volontarie sono il 49,3% di tutte le 4.393 operatrici.

Fondazione Cattolica in questi anni ha conosciuto realtà che si occupano di dare sostegno alle donne vittime di violenza, che cercano protezione e occasioni di reinserimento sociale e lavorativo. Alcuni esempi sono Famiglia Materna di Rovereto, che contrasta la violenza di genere attraverso il sostegno delle vittime e la rieducazione degli uomini maltrattanti e la cooperativa sociale Nuovi Incontri di Benevento, che si occupa di accoglienza e supporto per donne vittime di violenza.

Ti incuriosisce questo film? Ecco alcune chiavi interpretative con cui guardarlo

Pericolo spoiler!

I film spesso presentano diversi piani di lettura e celano narrazioni simboliche che viaggiano parallele la trama del film. Uno di questi è il tema dell’acqua o meglio del mare. Lo ritroviamo nella morte del padre di Fortunata, nel suicidio di Lotte, nella seduta di sandplay therapy cui viene sottoposta Barbara, nella visita all’acquario di Genova e al termine del film, quando Fortunata e Patrizio si lasciano in riva al mare.

Nel passato l’iconografia della dea Fortuna contemplava diverse varianti. Una versione, che deriva dalla Venere Marina, la vedeva come una fanciulla nuda che si muove sulle acque con un timone in mano, per il suo ruolo di guida. La nostra Fortunata è forse una guida? Lei che di errori ne ha commessi tanti, che si è sempre lasciata guidare dalle emozioni, volubile e cieca come la dea? Probabilmente si ed è così che si presenta al termine del film, con le sue ali da farfalla tatuate sulla schiena, che avanza nuda verso il mare.

Un altro tema ricorrente è il mito di Antigone, l’eroina classica che per antonomasia si ribella al patriarcato e che viene sacrificata dagli uomini (il re di Tebe Creonte) per gli uomini (il fratello Polinice cui non viene concessa degna sepoltura). Anche Fortunata è invischiata in legami tossici con il mondo maschile: il padre, l’inaffidabile Chicano, il violento Franco, il vile Patrizio. Tutte figure che piano piano si dileguano e rivelano la loro fragilità. Chi sopravvive è Fortunata, che alla fine del film ci saluta con la sciarpa rossa di Lotte-Antigone, che smaschera la meschinità degli uomini e ritrova la figlia Barbara, un’altra piccola ribelle.

 

Ti incuriosisce questo cambio di rotta della cultura femminile? Leggi il nostro articolo sul libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, potrebbe piacerti 😉

Fonte dati:

Ministero della Salute


 


Fondazione Comunità San Gennaro

Davvero possiamo credere che la bellezza salverà il mondo?

Le indagini statistiche degli ultimi anni testimoniano che in Italia la cultura ha generato un indotto monetario pari al 16% dell’economia. Il rapporto Io sono cultura realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, evidenzia che quasi 38 mila organizzazioni non profit operano nell’ambito della cultura e della creatività (quasi l’11% degli enti attivi nel Terzo Settore). Numeri che non si limitano alle sole attività prodotte ma che generano un impatto territoriale, come quello turistico e dei trasporti, per un valore di 176 miliardi. Viene quindi da chiedersi: la bellezza può incentivare la creazione di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro? Ne abbiamo parlato insieme a Mario Cappella Direttore di Fondazione di Comunità San Gennaro.

Mario, partiamo dalla vostra storia. Fondazione di Comunità San Gennaro nasce in un territorio complesso. Ce lo racconti?

Il quartiere Sanità è al centro di Napoli, ma per una serie di peripezie storiche è pian piano diventato una zona di periferia. Nell’Ottocento era un luogo di passaggio: il re vi transitava per raggiungere la tenuta di Capodimonte e questo ha fatto nascere lungo il tragitto numerosi palazzi nobiliari di pregio. Negli anni a seguire però sono stati chiusi tutti gli accessi e il quartiere è stato progressivamente staccato dal resto della città, attraverso il cemento e le scelte politiche. L’isolamento ha avuto il merito di preservare alcune belle architetture, ma ha determinato anche un progressivo degrado culturale, sociale ed economico. Chi vi abita oggi spesso non ha mai visto il mare, che pure dista poche centinaia di metri e sente Napoli come una città distante.

La sensazione è che siamo sempre stati seduti su un tesoro, ma con la convinzione di essere brutti e cattivi.

Cosa ha significato per voi parlare di bellezza e portarla all’interno del Rione e cosa avete fatto?

Per prima cosa non abbiamo dovuto portare bellezza perché c’è sempre stata, ma era sottovalutata e non compresa. Quello che abbiamo fatto è stato farla comprendere, valorizzarle, dare visibilità.

La bellezza è una delle principali categorie educative: se educhi alla bellezza un popolo diminuirà la negatività e aumenterà il pensiero positivo. Educare al bello significa scardinare l’idea che abbina la povertà al brutto, elevare lo spirito, sviluppare l’orgoglio e l’autostima. La bellezza fa aumentare il livello culturale di una comunità!

La nostra idea è stata dunque rompere l’isolamento. Da un lato abbiamo fatto uscire i ragazzi fuori dal quartiere attraverso viaggi, tirocini, stage lavorativi all’estero, per mettere nei loro cuori la coscienza di altre vite possibili. Dall’altro abbiamo trovato il modo di far entrare le persone nel quartiere.

Come è stato lavorare con il territorio?

La strategia è stata aumentare i legami di comunità e territorialità per far scoprire il nostro quartiere.

Quello che abbiamo avviato è un processo culturale che ci ha imposto di porre obiettivi a lungo termine. A differenza del lavoro per progetti, i processi implicano tanti piccoli passi. Siamo partiti in pochi, come del resto ha fatto anche Gesù, che all’inizio aveva solo 12 uomini su cui contare, e fin da subito abbiamo puntato sul lavoro in rete e in comunità: qualsiasi cosa fai deve attivare sempre più legami con gli altri, perché una cosa positiva se la faccio da solo è un’opera di bene se la faccio con gli altri è vero cambiamento.

Concretamente abbiamo iniziato organizzando le visite turistiche di una piccola catacomba, quella di San Gaudioso, dando in gestione ai ragazzi la casa canonica del prete trasformata in un B&B, chiamato Casa del Monacone. Queste sono state le prime iniezioni di fiducia. Nel 2006 è nata la prima cooperativa, la Paranza, e poi con la gestione delle catacombe di San Gennaro abbiamo fatto il grande passo! Erano catacombe molto estese, più conosciute, ma fuori quartiere: abbiamo deciso allora di riaprire una delle porte di comunicazione con la città che erano state chiuse e di regalare la visita alle catacombe di San Gaudioso a chi comprava il biglietto per recarsi alle catacombe di San Gennaro. E così i turisti hanno ricominciato ad entrare nel nostro quartiere.

A distanza di quasi 10 anni, quale impatto avete generato?

È nata la comunità educante. Adesso abbiamo servizi culturali ed educativi che lavorano insieme. Lo posso descrivere con due indicatori: quando abbiamo aperto il primo B&B i turisti che prenotavano non arrivavano. Perché? Perché i tassisti quando sentivano dove dovevano andare li dirottavano altrove. Oggi i tassisti sono i nostri primi promoter e suggeriscono ai turisti di venire da noi! L’altro è che prima avevamo un quartiere depresso, senza attività commerciali, oggi invece non si trovano spazi liberi per aprire nuove realtà!

La cultura ha rivitalizzato la comunità, sotto vari profili. Infatti, come dice la convezione di Faro, ogni bene culturale, dovrebbe essere una risorsa per l’intera comunità che lo abita. In questo modo si trasformano le cattedrali nel deserto.

Quali resistenze avete trovato e quali alleati vi hanno supportato nello sviluppo delle attività?

Abbiamo incontrato le resistenze più classiche: “non si è mai fatto quindi non si può fare”, “se l’avessi fatto io l’avrei fatto meglio”, “chissà quale santo ha in Paradiso”. Ho riscontrato eccessivo protagonismo, difficoltà a mettersi insieme e a perdere piccoli pezzettini della propria identità in nome di un progetto più grande, gelosie, furbizie, finte collaborazioni. Ma ci sono anche gli uomini di buona volontà, e seppure provenienti da luoghi diversi, ci si riconosce, per affinità di visione e di pensiero. La nostra Fondazione è così, composita ed eterogenea, ma poggia su una rete di alleanze inimmaginabile, che ha abbattuto ogni rigidità. Ognuno con le sue competenze, che hanno arricchito la nostra realtà.

Dalla vostra esperienza pensi che la bellezza possa incentivare lo sviluppo di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro?

Si! In futuro dovremmo diventare più capaci di recuperare il valore delle emozioni che sono il mezzo più efficace di apprendimento per crescere. In questo modo possiamo ridefinire l’obiettivo di arrivo che non è una crescita esasperata ma una fioritura corale. E la bellezza a questo punto diventa la prima categoria di cambiamento. Soprattutto in Italia: siamo un paese che potrebbe vivere di ambiente e bellezza, per goderne e anche per creare economia. Dobbiamo solo riscoprire la capacità di valorizzare i nostri tesori, lì sta la chiave per risolvere molti problemi del nostro territorio, educativi, economici, di sviluppo. Le innovazioni tecnologie sono molto affascinanti, ma cosa hanno da dire in più rispetto al paesaggio e alla cultura? Possono solo integrarlo.

 

Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”, puoi partire dall'intervista ad Ally Beltrame sull'educazione responsabile.


Un campione in famiglia

Lo sport come scuola di vita: "Un campione in famiglia"

Nasce così la nuova iniziativa di Cattolica Assicurazioni, “Un campione in famiglia”, un grande evento itinerante, dedicato ai giovani, alle famiglie e ai valori dello sport come scuola di vita.

Perché l’attività fisica necessita di determinazione, passione, sacrificio e insegna ai giovani a impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi.

La prima tappa sarà a Verona, sabato 7 ottobre, in piazza Bra.

Una giornata ricca di attività sportive e ludiche, che trasformeranno la più importante piazza della città in una vera e propria palestra a cielo aperto.

I valori universali dello sport

L'evento che sarà anche un'occasione per vivere insieme i valori dello sport:

• Integrazione

• Aggregazione

• Rispetto delle regole

• Passione

• Gioco di squadra

E a rendere ancora più straordinaria questa iniziativa, ci sarà la partecipazione di Adriano Panatta, il tennista italiano più famoso di tutti i tempi, che dirigerà questa giornata di festa e premierà i vincitori delle gare, e due testimonial di eccezione, Maurizia Cacciatori, pallavolista che vanta 228 presenze nella Nazionale femminile e il grande calciatore Ciccio Graziani.

Per partecipare alle attività è necessaria l’iscrizione al seguente link: https://rgevents.it/

Vi aspettiamo!


Storie della buonanotte per bambine ribelli

Rubrica Sguardi Inclusivi: il quarto libro che ti consigliamo è..

“Alle bambine ribelli di tutto il mondo: sognate più in grande, puntate più in alto, lottate con più energia. E, nel dubbio, ricordate: avete ragione voi”.

“Storie della buonanotte per bambine ribelli” è un libro scritto nel 2016 da Elena Favilli, autrice e giornalista e Francesca Cavallo, scrittrice e regista teatrale.

È giunto alla sesta ristampa, ha venduto oltre 6 milioni di copie nel mondo ed è stato tradotto in quasi 50 lingue. È il progetto letterario inedito che ha raccolto più fondi nella storia del crowdfunding, coinvolgendo oltre 20.000 sostenitori e raccogliendo più di un milione di dollari.

Un verso successo editoriale che promuove l’inclusività femminile e il girl power!

La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Questo non è un libro di favole, ogni storia inizia con “C’era una volta..” ma la storia c’è stata davvero.

Niente principesse che attendono bellocci sul cavallo bianco. Qui si parla di donne padrone del loro destino e che hanno sognato in grande. Sportive, matematiche, pittrici, attiviste… donne ritratte da 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo. Cento racconti di vita di persone straordinarie, spesso dimenticate dalla storia, che in contesti non sempre favorevoli hanno realizzato il loro potenziale e contribuito allo sviluppo dell’umanità.

Una galleria di esistenze coraggiose che possono ispirare le bambine delle nuove generazioni a realizzare i loro progetti di vita e ad abbattere gli stereotipi di genere.

Perché vi consigliamo di leggere questo libro?

Il genere delle biografie è un format antico e che ha sempre riscosso molto successo, da Plutarco al Vasari. Fare di una vita un esempio cui tendere funziona. Ma esistono versioni al femminile? Boccaccio nel ‘300 aveva scritto il De mulieribus claris, per offrire esempi di virtù da seguire e di ragazzacce, a suo dire, da non imitare.

A distanza di quasi 700 anni il focus non è più sulla moralità di queste donne, ma sulla loro determinazione, il loro sentirsi parte di una comunità e il voler contribuire al progresso di questa, sulla possibilità di esprimersi e rispondere alla propria vocazione.

C’era bisogno di un libro così? Si!

Si tratta di fornire alle bambine di oggi modelli alternativi con cui identificarsi, per nutrire il loro immaginario con figure più complesse e sfaccettate. Per sostituire la sfilata di principesse con donne che hanno, con difficoltà, cambiato il mondo e rivendicato la propria libertà. Un tassello per costruire una nuova sensibilità e immaginare un mondo diverso in cui il genere non determini la grandezza dei propri sogni.

Accogliamo questa ondata di nuove ingegnere meccaniche, astrofisiche, informatiche, donne coraggiose, e ribelli, che potranno non sentirsi più mosche bianche!

E poi sai cosa ci è piaciuto tanto di questo libro? Quelle due pagine bianche alla fine, dove ogni bambina può raccontare la propria storia, il suo “C’era una volta..” e accanto disegnare il proprio ritratto. Inserirsi così in questa hall of fame di donne speciali. E immaginare che il proprio contributo possa un giorno essere di ispirazione e di sprone per le bambine che verranno.

Le “Donne che fanno la differenza” amiche di Fondazione Cattolica

Anche in Fondazione Cattolica abbiamo la nostra galleria di super eroine: esempi di audacia, determinazione e generosità che con passione hanno realizzato i loro sogni per il Bene comune.

Una di loro è Teresa Scorza, che ha lasciato un lavoro in azienda per seguire un desiderio profondo: dare un’opportunità a chi solitamente viene rifiutato. È nata così Zeropercento, una bottega di vicinato di Milano, che offre  formazione e lavoro a persone con disabilità intellettiva.

Sei curioso di conoscere le storie di altre donne speciali? Gli abbiamo dedicato una rubrica, “Donne che fanno la differenza”. Puoi partire da Mara e l’associazione Fattibillimo. 

P.s.: ti è piaciuto questo libro? A firma di Elena Favilli sono usciti anche “Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 donne migranti che hanno cambiato il mondo”, “Guida per bambine ribelli. Alla scoperta del corpo che cambia” e “Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 donne italiane straordinarie”.

 


genitori sotto stress? come crescere insieme ai figli

Genitori sotto stress: come crescere insieme ai figli!

Si dice che essere genitori sia il mestiere più impegnativo del mondo, un po’ perchè non esiste un abecedario che ne sveli i trucchi, un po’ perché è un lavoro che non esaurisce mai. L’Italia è un Paese in cui il carico di cura è affidato principalmente alla famiglia che sempre più spesso si sente inadeguata rispetto alla sfida educativa. Aggressività, iper-connessione, antisocialità sono solo alcuni dei comportamenti manifestati dai giovani in reazione al contesto attuale. In un mondo che cambia velocemente e nel quale vacillano le sicurezze, quali atteggiamenti adottare per creare una relazione sana con i propri figli e sostenerne la realizzazione? Ne abbiamo parlato insieme ad Alli Beltrame, counsellor professionista e autrice di L’educazione Responsabile.

Alli, nel tuo lavoro incontri moltissimi genitori alle prese con bambini piccoli ma anche con adolescenti. Quali sono le fatiche genitoriali che senti esprimere più spesso? Da cosa sono motivate?

I genitori parlano principalmente di preoccupazione per la sicurezza e la salute dei figli, gestione dei conflitti e difficoltà a far rispettare le regole. Tutti vorrebbero soluzioni pratiche e semplici, ma ciò che rende complesso il compito dell’educatore è spesso la mancanza di consapevolezza delle motivazioni profonde a monte del problema. Se non si hanno le competenze basiche, come la gestione emotiva e la coerenza educativa, anche le migliori strategie non forniscono solidi risultati perché i bambini percepiscono tutte le sfumature delle nostre intenzioni e rispondono a esse.

Fare un percorso di consapevolezza di sé è l’unico modo per avere fondamenta solide su cui costruire l’azione educativa che comprende vari aspetti come comunicazione, strategie pratiche, organizzazione...

Il mantra “l’importante è che siano felici” ha accompagnato le scelte personali, familiari e sociali degli ultimi decenni. Credi sia questa la finalità educativa nella crescita dei propri figli?

Il desiderio di vedere i propri figli sereni e appagati accomuna tutti i genitori, ma per realizzarlo bisogna avere chiaro cosa si intende per felicità. Anche io ho un motto personale: “la relazione prima di tutto”. La vita è fisiologicamente attraversata da momenti piacevoli e spiacevoli e ciò che ci può far sentire realizzati come esseri umani è saperci relazionare rispettosamente, con noi stessi e con gli altri, in qualunque circostanza. Se il focus di un genitore è la felicità, i momenti di disagio, che sono grandi opportunità di crescita, diventano frustranti; quando mettiamo al centro la relazione, il nostro ruolo è chiaro e ogni situazione, piacevole o spiacevole, è costruttiva. Questo approccio non mira a divertirsi in ogni istante, ma a essere felici e soddisfatti di se stessi.

Di cosa hanno bisogno i bambini e i ragazzi di oggi?

Tutto evolve velocemente e c’è tanto bisogno di onestà, coerenza e ascolto. Mentre i giovani hanno sempre più mezzi che consentono di vedere gli errori delle generazioni precedenti, gli adulti hanno sempre meno accesso al mondo dei giovani. Se i metodi usati in passato non hanno avuto successo, l’autorità e il rispetto che gli adulti sentono impliciti solo per questioni di età per esempio, è evidente che si debba riaprire un dialogo per trovare insieme nuove soluzioni. Ascoltare e osservare bambini e ragazzi senza pregiudizi è quindi un passo fondamentale. L’onestà e la coerenza, invece, rispondono al bisogno dei più piccoli di vedere nei grandi un esempio funzionale e trainante. Troppo spesso vedo genitori che riprendono i figli perché “non si staccano” dal telefonino mentre lo stanno usando a loro volta, magari contemporaneamente al computer. Predicare bene e razzolare male non funziona.

Su quale principio si fonda l’educazione responsabile e in cosa consiste?

Educazione responsabile significa rispondere con competenza, nei comportamenti e nelle parole, ai bisogni e alle istanze dei propri figli. Quindi un genitore responsabile, come già detto, si interroga su se stesso, trasmettendo con l’esempio le competenze come: fermezza, flessibilità e consapevolezza, e l’esperienza che ha acquisito. Non cala regole e valori dall’alto, li vive in prima persona. 

Quali benefici crea lo sviluppo di una relazione “genitore – figlio” responsabile?

La relazione responsabile è protettiva perché se un figlio si sente accolto e capito nel suo essere bambino o adolescente, non svilupperà le emozioni disfunzionali che sono causa di disagio in età adulta, e anche prima.  Scegliere l’educazione responsabile è un investimento nella relazione, permette di rimanere profondamente connessi ai propri figli e di essere un sostegno concreto nel loro percorso evolutivo. Per abbracciare autenticamente questo approccio è necessario abbandonare tutti gli schemi educativi che a lungo termine minano l’autostima e il benessere fisico emotivo, come i premi, le punizioni, le lodi, le regole rigide... Concentrarsi sulla relazione è l’aspetto importante ed è positivo sapere che si è in tempo sempre per farlo! Nel mio ultimo libro “Arrabbiati per bene”, che ho scritto con Valeria Mattaliano, edito da Mondadori, abbiamo affrontato anche questo argomento. Troppi genitori si accusano di aver sbagliato tutto pensando “Ormai è tardi”, desidero invece rassicurarli: quando c’è la volontà di metterla la relazione al centro, e non le proprie ansie o aspettative, non è mai troppo tardi.

Ed infine, quali sono gli attori sociali che dovrebbero abbracciare questo approccio?

Ogni adulto dovrebbe abbracciare questo approccio. Chiunque è responsabile del bambino o dell’adolescente che si trova davanti anche per pochi secondi, perché l’esempio educa; i più giovani apprendono osservandoci anche nei piccoli gesti.

Per saperne di più su come crescere insieme ai figli, puoi ascoltare L’educazione Responsabile su Spotify, seguire l’account Instagram di Alli Beltrame o il canale Youtube!

Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”. Lo sapevi, ad esempio, che a salvarci non sarà la scienza?


Fuocoammare

Rubrica Sguardi Inclusivi: il secondo film che ti consigliamo è...

È dovere di ogni uomo che sia un uomo aiutare queste persone”.

Gianfranco Rosi è un documentarista e in questo lungometraggio del 2016, premiato al Festival di Berlino di quell’anno come miglior film, racconta la vita quotidiana della gente di Lampedusa, il recupero dei migranti in mare e l’accoglienza negli hotspot dell’isola.

Il contenuto del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Questo film parla di Lampedusa, un’isola piuttosto piccola, di circa 20 km2, più vicina alle coste africane che a quelle italiane. Lampedusa è un luogo di speranza, meta di centinaia di persone che scappano da guerre e povertà, ma anche un limbo in cui permangono molti di loro in attesa di conoscere quale sarà il futuro che li attende, permanenza o rimpatrio. In questa terra sospesa vive Samuele, un ragazzino che, mentre tutto intorno a lui parla di mare, preferisce stare a terra. Samuele scopre durante una visita medica di avere un occhio pigro e di dover bendare quello sano, per “mettere a fuoco”: un cambiamento nella sua giovane vita e una metafora dei nostri sguardi. Il racconto poi si sposta in mare, dove le navi della marina militare prestano soccorso ai migranti e sembrano astronavi che si avventurano nel buio dello spazio alla ricerca di vita. Dopo lo sbarco i migranti vengono portati negli hotspot, avvolti da teli dorati per trattenere il calore e cantano il racconto del viaggio che li ha portati fino a lì, la loro testimonianza. Un medico, che è lo stesso che ha visitato Samuele, li visita e documenta il carico di sofferenza accumulato nell’occuparsi dei corpi, spesso martoriati, di questi uomini. Segue una sequenza di scene di vita quotidiana dei vecchi dell’isola, al suono dello scacciapensieri e la ripresa di uno sbarco, con la conta dei superstiti e dei morti stipati nella stiva del barcone. Poi un’eclissi, esperienza condivisa di una visione che si oscura e forse metafora del nostro sguardo, della nostra coscienza, che decide di non vedere la realtà.

Perché vi consigliamo questo film?

È un documentario che non si schiera, non racconta il prima e il dopo del viaggio, si concentra sul salvataggio, su Lampedusa, sulla Misericordia. Misericordia, come il nome del pullman che trasporta i sopravvissuti nei centri di accoglienza; come il gesto di Samuele che dopo aver colpito con la fionda le pale dei cactus per giocare alla guerra, ne fascia le ferite; come il medico dell’isola, l’eroe di questo racconto, che cura concittadini e stranieri con lo stesso amore, che nonostante ogni giorno incontri corpi bruciati, assettati, schiantati, non perde la sua umanità, perché “è dovere di ogni uomo che sia un uomo aiutare queste persone”. Per questo vi consigliamo questo film, perché ci ricorda di restare umani e ci fornisce lo strumento per farlo, la misericordia.

L’integrazione: un’opportunità

I bollettini quotidiani dei morti o dispersi in mare trasmessi dai telegiornali, spesso si riducono a semplici numeri, spesso approssimativi. Ma quei numeri sono in realtà volti, relazioni, speranze, vite. E come ogni vita possono portare valore e cambiamento nel nostro Paese.

L’ultimo Rapporto “Le comunità migranti in Italia” registra la presenza in Italia di 3.561.540 cittadini non comunitari al 1° gennaio 2022, in aumento del 5,6% rispetto l’anno precedente. Questa fascia di popolazione, equamente suddivisa nei generi, il 51% sono uomini e il 49% donne, è decisamente più giovane di quella italiana: il 21% infatti sono minori, a fronte del 15,3% dei cittadini italiani.

Quali sono le ragioni di ingresso in Italia?

  • i motivi famigliari sono la ragione principale
  • il 21% per lavoro, in aumento del +394,5% rispetto l’anno precedente
  • il 12,8% per richiesta o detenzione di una forma di protezione
  • il restante 7,3% per motivi di studio

E sul fronte del lavoro come stanno le cose?

  • Il 7,1% della forza lavoro è di cittadinanza extracomunitaria;
  • Nel primo semestre 2022 risultano in aumento rispetto al 2021 il numero degli occupati tra la popolazione extra UE in Italia, diminuiscono gli inattivi e le persone in cerca di occupazione;
  • le comunità caratterizzate da una maggiore presenza femminile (filippina, ucraina, moldava, peruviana) registrano le quote più elevate di occupate sulla popolazione femminile;
  • in ambito imprenditoriale si registrano oltre 500.000 imprese attivate da popolazione non comunitaria, l’8,4% del complesso delle imprese italiane: si tratta in prevalenza di imprese individuali (77,5%), nel settore del Commercio (41,2%) e dell’Edilizia (22,4%)

Dunque la presenza migrante è ormai un elemento strutturale del mercato del lavoro italiano.

Il ruolo del Terzo Settore

Nell’integrazione dei cittadini extra comunitari gioca un ruolo fondamentale anche il Terzo Settore, che spesso colma lacune strutturali del nostro Paese offrendo accoglienza e opportunità di formazione per l’inserimento sociale e lavorativo dei migranti. Negli anni Fondazione Cattolica è venuta in contatto con diverse realtà, come la cooperativa Nuove Accoglienze di Forlì, che fornisce alloggi, percorsi di integrazione culturale e opportunità professionali; Sophia, un’impresa sociale di Roma che offre ai giovani migranti un accompagnamento completo nel loro percorso di integrazione; Gustamundo, che attraverso la gastronomia promuove una contaminazione di cultura e sapori e Colori Vivi di Torino, un laboratorio sartoriale, in cui lavorano donne migranti provenienti da paesi diversi, che nella creatività mescolano i loro universi culturali.

Il tema dell’immigrazione ti appassiona? Leggi il nostro articolo sul libro “Non dirmi che hai paura”, potrebbe piacerti!


futurechair

Fondazione Cattolica aderisce all'iniziativa di Assifero #FutureChair

Il 16 giugno a Palermo in occasione dell’Assemblea dei Soci di Assifero, l’associazione che raggruppa le Fondazioni e gli enti filantropici italiani, Fondazione Cattolica ha sottoscritto la dichiarazione d’impegno per il dialogo intergenerazionale e la campagna #FutureChair, proposta da Assifero per favorire la partecipazione dei giovani nei processi decisionali.

L’Italia è uno degli Stati più anziani al mondo, con un’età media di circa 47 anni e in tale contesto i giovani faticano a trovare spazio per offrire il loro contributo, influenzare le scelte politiche e partecipare attivamente ai tavoli dove le decisioni vengono prese. Si perde così un’occasione preziosa, perché lo sguardo dei giovani porta con sé nuove competenze, nuovi punti di vista e nuove priorità che in ottica di costruzione del futuro non possono essere ignorate.

La dichiarazione d’impegno sottoscritta anche da Fondazione Cattolica per il dialogo intergenerazionale si compone di 6 principi:

1. Promuovere e creare spazi di dialogo e confronto

2. Rimuovere gli ostacoli e garantire condizioni abilitanti

3. Promuovere una cultura dell’ascolto attivo a tutti i livelli

4. Tenere conto e dare seguito

5. Comunicare i risultati raggiunti

6. Promuovere i principi

La prima iniziativa tangibile proposta da Future Chair, e che Fondazione Cattolica adotterà, è lasciare una sedia vuota, definita “Future chair”, nelle riunioni del board e nei panel, a simboleggiare la mancanza dei giovani ai tavoli decisionali e l’importanza di tenere conto dell’impatto che ciascuna decisione può avere sulle giovani generazioni e quelle future. Per saperne di più sull’iniziativa leggi il contenuto di Assifero.

Si tratta di un punto di partenza e non di arrivo, un viaggio che comincia oggi e guarda al futuro.

Fondazione Cattolica e i giovani

Parlando di futuro, Fondazione Cattolica ha attivato il primo programma di PCTO con gli studenti delle scuole superiori per favorire l’inclusione giovanile. I ragazzi, da giugno a luglio 2023, si sono impegnati nella realizzazione di una ricerca e nello sviluppo di un report sulla situazione giovanile a Verona che verrà presentato a Escogito,  l’evento di Fondazione Cattolica rivolto ai giovani (e non solo), che sarà realizzato a Verona l’1 dicembre: un approfondimento creato dai ragazzi e che parla di loro, dei loro sogni e delle sfide che immaginano di dover affrontare nel loro futuro.


Mio fratello rincorre i dinosauri

Rubrica Sguardi Inclusivi: il terzo libro che ti consigliamo è…

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi uno stupido”. Albert Einstein

Questo libro parla di disabilità, un argomento sicuramente delicato, ma non c’è retorica o pietismo tra le pagine del racconto perché a scriverlo è stato un ragazzo di 19 anni, che con la schiettezza e la semplicità della sua età, racconta come la diversità sia entrata nella sua famiglia quando è nato Giovanni, il fratello che ama i dinosauri, la musica, la Nutella, gli abbracci ..e si, ha anche un cromosoma in più.

La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Giacomo aveva due sorelle e desiderava tantissimo un fratellino con cui fare giochi da maschio. I genitori un giorno annunciano il suo arrivo: si chiamerà Giovanni e sarà speciale. Nella mente di Giacomo, un bambino di cinque anni, speciale significa supereroe, ma man mano che passa il tempo Giacomo scopre che suo fratello ha la sindrome di Down e teme che questa diversità possa allontanare anche lui dal branco dei “normali”. Così c’è il rifiuto, pieno di sensi di colpa, di quel fratello che gioca sempre con i dinosauri ma non sa stare al suo passo. Piano piano però Giacomo capisce che Giovanni i superpoteri li ha davvero: sa creare mondi, stabilisce un rapporto speciale con chiunque entri in contatto con lui e la sua vita è fatta di istantanee, di momenti presenti vissuti con inestinguibile entusiasmo.

Tutti siamo fatti diversi e nessuno di noi è “abile” in ogni campo, è solo una questione di sguardo, che può aprirsi davvero quando eliminiamo le distinzioni e scegliamo semplicemente di amare.

Da questo libro nel 2019 è stato anche tratto un omonimo film di Stefano Cipani, che potete vedere su Rai Play.

Perché ti consigliamo di leggere questo libro?

Consigliamo questo libro perché parla di disabilità con leggerezza, ironia e affetto, in una parola, con normalità. Propone un punto di vista ancora poco esplorato, quello dei siblings, i fratelli di persone con disabilità ed è un’occasione per riflettere su come la nostra società affronta il tema della diversità e come potremmo invece aprire nuovi orizzonti.

Lo stigma sociale nei confronti della disabilità è ancora un grave problema: spaventa, viene ignorata e talvolta schernita. Eppure la diversità fa parte della vita, gli esseri viventi su questo pianeta sono multiforme: per quale motivo allora è necessario stabilire una gerarchia?

La disabilità ha tempi, codici, abilità diverse da quelle cui siamo abituati, ma chi dice che siano migliori delle “nostre”, quelle più comuni? Chi ha scelto che un mondo è giusto e l’altro è diverso? Abbiamo costruito una società dove solo i tempi, i codici e le abilità dei cosiddetti normali trovano posto, ma forse è possibile innescare un cambiamento, aprendo lo sguardo con amore e meraviglia, educando le comunità ad accogliere la diversità, progettando spazi accessibili a tutti e costruire così una società più inclusiva.

Le persone affette da sindrome di Down in Italia

La sindrome di Down è causata da un’anomalia cromosomica e provoca vari effetti su salute, stili di apprendimento e caratteristiche fisiche.

Non esistono statistiche esatte, ma secondo le stime in Italia vivono circa 40.000 persone con la sindrome di Down, ogni anno ne nasce affetto circa 1 bambino ogni 1.200.

Negli ultimi anni l’aspettativa di vita è significativamente aumentata, passando dai 10 anni negli anni '60, ai 25 anni del 1983, fino agli oltre 60 attuali. Attraverso un approccio integrato impostato fin dai primi mesi di vita le persone con la sindrome di Down possono condurre una vita serena e produttiva. Per il benessere delle persone e l’acquisizione di un ruolo sociale, una componente essenziale è però il lavoro e sul fronte dell’inserimento lavorativo c’è ancora molto da fare: secondo l’associazione italiana delle persone Down, ad oggi in Italia solo il 13% di loro ha un lavoro e un contratto regolare. Proprio di questo si occupano alcune realtà che Fondazione Cattolica ha incontrato in questi anni, come Fondazione Più di Un Sogno di cui potete leggere in questo articolo o la cooperativa sociale Lindbergh.

Fonte dati

www.disabili.com

www.ospedalebambinogesu.it

www.quotidianosanita.it


Privacy Preference Center