Come agire il ricambio generazionale in 5 punti
Il ricambio generazionale è un tema delicato che sta a cuore delle persone impegnate da anni all’interno delle organizzazioni sociali. Fondazione Cattolica, insieme a Luca Tagliapietra commerciale presso la cooperativa Sociale Il Ponte di Vicenza, libero professionista e Ceo di PoloBio, ha avviato un ciclo di appuntamenti intitolati “Dopo di me”, per capire come affrontare il cambiamento. A Luca abbiamo chiesto di riassumerci la sua visione del ricambio generazionale. Di seguito vi lasciamo il suo estratto.
Cari amici e colleghi impegnati in tante realtà a servizio delle persone più fragili. Il ricambio generazionale mi coinvolge e ci coinvolge, perché il “lasciar andare” quanto creato nelle nostre fatiche non è difficile né complicato: si tratta di decidere di “lasciar andare”. Mi spiego in 5 punti, facendo tesoro della mia piccola esperienza che, tengo a sottolineare, mi è stata trasmessa da chi ha fatto con me la stessa cosa:

Condivisione
In questi anni ho affinato una scoperta: la scoperta del condividere. La traduco con il continuo “mettere a conoscenza” i colleghi di quanto so, penso, vorrei decidere, vorrei fare. La bellezza è sapere di farlo senza aspettarsi che l’altro accetti e condivida appieno quanto ho in testa, ma lasciando che il mio proposito possa essere messo in discussione e al limite uscire dalla riunione con la scelta anche contraria a quanto avevo in mente. La conoscenza che ho cercato di portare è comunque servita a mettere in discussione, a far ragionare e non dare per scontato. La scelta finale è una scelta di “gruppo”, non personale. Spesso i giovani non hanno la visione di insieme che possiamo avere noi più avanti con gli anni, ma le loro intuizioni rimangono valide: serve il lavoro comune per mettere insieme intuizione e continuità di opera.

Lungimiranza
La capacità di leggere cosa il futuro ci porta e dove possiamo orientare il futuro delle realtà che seguiamo, non è mai facile. E, diciamocelo, non è da tutti. Ma chi inizia una start up a 20-30 anni, scommette su un sogno. Ecco, questo è un piccolo segreto: non smettiamo mai di sognare, di prendere il sogno che abbiamo nel cuore, condividerlo, armarci di coraggio e insieme provare a realizzarlo. E’ un guardare avanti non con la spregiudicatezza di un bambino che forse non conosce tutti i pericoli: è la capacità di sintesi tra la realtà attuale e dove sogniamo di andare, con i piedi per terra di chi ha già vissuto tanto, ma che riesce a dare spazio al nuovo che entra. Questo nuovo, questa innovazione, spesso sono i giovani che la portano. Sono loro che sono staccati da piccoli/grandi scheletri che fanno il vissuto e cercano nuove vie.
Certamente i giovani non possono essere lasciati soli: occorre una continua formazione, perché Valori e aspetti Tecnici siano assimilati piano piano, ma serve sempre qualcuno che li proponga.

Coraggio
Far spazio ai giovani. Riesco a gestire diverse realtà (oltre alla mia azienda, sono commerciale estero per diverse attività) perché mi è stata trasmessa la capacità di delegare. Delegare non significa far fare una cosa e poi andarla a controllare, nemmeno stare col fiato sul collo alla persona cui deleghiamo. Significa fidarsi: essere disponibili sì e sempre al confronto, ma lasciar fare. Senz’altro non sarà mai fatto come noi ci aspettiamo … ma non è detto che sia peggiore: è solo diverso da come noi siamo soliti fare. I giovani hanno bisogno di questo nostro coraggio, e noi abbiamo bisogno del coraggio dei giovani: se mettiamo assieme queste due anime, ne esce il Bingo!

Inclusione
Trasmettere conoscenze ed innovare è un processo che dura tutta la vita. Nessuno nasce imparato, si dice. Ed è vero. Quando mi trovo in una situazione dove percepisco che non riesco più ad imparare, a crescere nelle mie conoscenze, non passa molto tempo che comincio a “rompere gli schemi”, perché ho sete di conoscere, di sapere, di imparare. Certamente rimango sempre preso dal tram tram quotidiano, per carità. Ma l’anelito porta sempre a scoprire cose nuove. La bellezza di saper includere passa proprio dal non sentirsi mai soddisfatti di ciò che ho e so, ma nello stesso tempo esser grati alla Vita per quanto finora imparato.

Relazione
Nonostante sia molto più impegnato nel sociale, ho una società di business. Sapete il mantra della società? “Meglio perdere un business che perdere una relazione con un cliente o un fornitore”. Perché il business ritorna, la relazione una volta persa è persa. Più difficile che ritorni, perché il vortice della vita tante volte allontana, non avvicina.
Relazione è, per esempio, saper coniugare le conoscenze che ho con la capacità di trasmetterle. Relazione è la capacità di far spazio a chi ne sa più di me, con umiltà, e crescere con lui. Relazione è non smettere mai di portare avanti il mio sogno ma condividendolo con gli altri. Relazione è capacità di amare, e capacità di lasciarsi amare, e ancor più amare come ciascuno di noi ama se stesso. La relazione parte dall’accettarsi, dal condividersi, dal riconoscersi, dal volersi bene. Per come siamo, per ciò che siamo. Questo permette di amare l’altro. Accettarlo, accoglierlo, abbracciarlo.

Come costruire una comunicazione efficace
- APPARTENENZA
Le persone cercano gruppi valoriali in cui sentirsi rappresentati, la comunicazione diventa il mezzo di trasmissione per attivare legami di valore. - EMPATIA
Conoscere gli stakeholder e i loro bisogni permette di capire come raggiungerli ed essere loro vicini. - CONTENUTO
Dialogare sempre con contenuti veri, profondi che tocchino l’interesse delle persone legate alla propria causa. - CALL TO ACTION
Invitare lo spettatore a compiere un’azione per mantenere vivo il dialogo. - PIANO EDITORIALE
Elaborare una strategia con contenuti diversificati e di approfodimento.
Perché investire nella comunicazione ci aiuta a ottenere risultati migliori?
Una delle difficoltà che le aziende e le cooperative del terzo settore affrontano è quella di stabilire una comunicazione efficace per coinvolgere le parti interessate.
Nella nostra quotidianità, il focus deve essere diviso tra così tanti compiti che la comunicazione viene spesso lasciata fuori. Il punto è che investire nella comunicazione è essenziale e strategico per le attività sociali.
Di seguito, presenterò 5 suggerimenti su perché e come investire risorse nella comunicazione digitale per far si che i social media diventino una risorsa in più per la percezione di valore delle attività da parte della società civile, i partner, i consumatori, gli enti…
1) Gli esseri umani hanno bisogno di appartenere al branco. Usa questo a tuo vantaggio per comunicare valore

La nostra condizione umana rende noi necessario appartenere al branco. Per appartenere e sentirci accolti, abbiamo bisogno di un proposito, di qualcosa più grande di noi, di qualcosa a cui guardare e che dia a noi un riferimento di valore.
La grande bellezza e novità che il Terzo Settore porta al mondo sono proposte di valore reale. Lavoriamo con scopi chiari, abbiamo una ragione di essere chiara. Ciò ci differenzia e questo aspetto deve essere esplorato nella comunicazione.
I nostri clienti, investitori, fornitori, partner e amici potrebbero sentirsi più coinvolti se sentono di appartenere alla nostra causa. Cosa fa si che le persone abbraccino una causa? Vincoli affettivi. Come possiamo creare legami affettivi con più persone, al di fuori dei nostri rapporti quotidiani? Attraverso la comunicazione di valore, usando i canali giusti.
Il primo passo nella costruzione di un piano di comunicazione efficace è quello di "guardare dentro" e mappare tutto il valore che offri in ciò che fai. Ci sono alcune domande da rispondere per rendere la pianificazione della comunicazione più mirata ai valori.
Quali problemi nella società posso aiutare a risolvere?
Che differenza faccio nel mondo?
Qual è il mio scopo più nobile?
Perché le persone dovrebbero far parte della costruzione del mio sogno?
Rispondere a queste domande significa costruire l'intera base della comunicazione, il punto di partenza che porta la tua attività a un nuovo livello. Dopo aver mappato i valori che offri al mondo, è tempo di passare al passaggio successivo.
2) Usa l'empatia per costruire ponti

Ora, non si tratta più di "guardare dentro", ma di "guardare verso l'esterno".
La domanda a cui rispondere è:
Come posso comunicare i miei valori in modo che le persone capiscano il mio messaggio e si rendano conto che posso soddisfare i loro bisogni?
In questa domanda, c'è una grande rottura di paradigma. Usi la tua empatia, cioè la comprensione che l'altro non pensa come te, non si sente come te, non percepisce il mondo come fai tu, per stabilire ponti attraverso la comunicazione che raggiunge il cuore delle persone.
Mappa tutti i profili delle persone che potrebbero essere interessate alla tua causa e separali in gruppi, usando i seguenti criteri:
- Problemi principali da risolvere,
- Canali di comunicazione più utilizzati,
- Hobby,
- Abitudini ed interessi,
- Dove vive,
- Dove lavora,
- Comportamento nell'ambiente digitale.
Quando provi a mappare questi gruppi di persone interessate alla tua causa, fai anche l'esercizio di cercare di capire quali sono i bisogni di questi gruppi e inizi a creare ponti e relazioni preziose attraverso la comunicazione.
Faccio un esempio banale, ma che rende più concreta la spiegazione: se sei un produttore agricolo, fa sicuramente parte dei tuoi gruppi di interesse persone che amano il giardinaggio e che forse hanno un piccolo giardino o orto a casa. Per raggiungere questo pubblico interessato, potrebbe essere utile pianificare eventi, scrivere newsletter o post che portano contenuti relativi agli interessi di queste persone, per avvicinarli alla tua attività e farli sentire come se appartenessero al progetto.
Questo approccio è molto diverso della “raccolta fondi”, perché si tratta di offrire idee, soluzioni e esperienze alle persone. Questo tipo di approccio costruisce ponti e le donazioni diventano una conseguenza, non un obiettivo.
3) Nella comunicazione, ciò che conta è il contenuto, ma i social media sono solo canali giusti nei tempi attuali

La comunicazione è dialogo. È come sedersi al tavolo a cena. Per coinvolgere le persone a tavola parli di argomenti che li interessano e non solo di te. Questo genera automaticamente un interesse da parte loro in te.
Il social media network è un vero banchetto per la comunicazione, è disponibile, intuitivo e gratuito. Vale la pena investire tempo nella comunicazione digitale, perché è al di fuori delle nostre reti di contatto quotidiane è nei social media che ci sono le persone.
Crea una pagina Facebook, Instagram o anche LinkedIn, scrivi una buona descrizione comunicando i tuoi valori e pianifica i tuoi post settimanali o giornalieri pensando agli interessi dei gruppi di persone che vuoi coinvolgere. Ogni media ha il suo pubblico e tono di voce specifico, ma questo argomento specifico potrà essere approfondito ulteriormente.
La comunicazione è dialogo. È come sedersi al tavolo a cena. Per coinvolgere le persone a tavola parli di argomenti che li interessano e non solo di te. Questo genera automaticamente un interesse da parte loro in te.
Il social media network è un vero banchetto per la comunicazione, è disponibile, intuitivo e gratuito. Vale la pena investire tempo nella comunicazione digitale, perché è al di fuori delle nostre reti di contatto quotidiane è nei social media che ci sono le persone.
Crea una pagina Facebook, Instagram o anche LinkedIn, scrivi una buona descrizione comunicando i tuoi valori e pianifica i tuoi post settimanali o giornalieri pensando agli interessi dei gruppi di persone che vuoi coinvolgere. Ogni media ha il suo pubblico e tono di voce specifico, ma questo argomento specifico potrà essere approfondito ulteriormente.
Non hai bisogno di foto professionali per forza, ma fare pubblicazioni con foto aggiunte è importante. Scrivi circa 3 paragrafi di 3 righe ciascuno. Pensa al testo come una narrazione dell'immagine, racconta una storia accattivante, con un inizio, una metà e una fine.
4) Se la comunicazione è dialogo, crea una "call to action" e rispondi sempre

Intendo per “Call to action” l’invito all'azione che induce lo spettatore a scrivere un commento, fare clic su un link, fare una donazione, condividere un post, ecc.
Termina sempre le tue pubblicazioni con una "call to action" e sii sempre attento ai commenti dei tuoi follower. Rispondi sempre, con l'obiettivo di promuovere il dialogo e comunicare valore. Spesso osservo pagine social istituzionali oppure gruppi Facebook con commenti senza risposte e questa non è assolutamente una pratica da consigliare.
5) Creare un piano editoriale ti aiuta a mantenere costante la tua comunicazione

Per creare un piano editoriale, devi fare l’uso dell'empatia. Rivedi il punto 2 e pianifica circa 5 rubriche in base alla tua identità e agli interessi del tuo pubblico di destinazione. Le rubriche sono temi generali che possono essere approfonditi nei post. Esempio:
- Vita quotidiana dell'associazione,
- Gli attributi dei prodotti e servizi offerti,
- Storie di valore: chi sono le persone che fanno la differenza nella tua attività e perché,
- Festività ed eventi relativi all'attività,
- Partnership di valore.
Questi sono alcuni esempi generici che si adattano a qualsiasi tipo di attività e possono fungere da punto di partenza per coloro che hanno appena iniziato ad investire in comunicazione digitale. Se fai l’uso di rubriche o temi simili, sarà più facile per te pianificare un numero regolare di post e programmarli nel corso di un mese.
Essere costanti è molto importante per generare "share of mind" o "brand awareness", in modo che le persone possano ricordarsi della tua attività più facilmente, durante le loro giornate o in altri momenti specifici.
Concludo, rispondendo alla domanda iniziale. Investire nella comunicazione ci aiuta a ottenere risultati migliori perché è attraverso la comunicazione che facciamo conoscere alle persone la novità che portiamo al mondo. Se facciamo la differenza in qualche modo, perché non comunicarlo? Perché non dare alle persone l’opportunità di conoscere un nuovo modo di pensare l’impresa, la società e l’inclusione, attraverso una comunicazione semplice ed accessibile?
La modernità e la tecnologia ci offrono delle opportunità che non avevamo prima, ci offrono i canali digitali attraverso i quali possiamo condividere contenuti di valore con proposito, trasparenza ed etica, per ingaggiare le persone nelle nostre cause.
Abbiamo i nostri cellulari a portata di mano con l’accesso a tutte le informazioni che vogliamo. Il Terzo Settore dell’economia deve essere presente e tocca a noi, imprenditori sociali, comunicare al mondo cosa costruiamo di bello!
La mancanza di tempo e la paura di non saper fare ormai possono essere superate. Il primo passo è cominciare.
Rosalì Pandolfi è consulente per progetti di gestione strategica del marketing e del branding. Assiste PMI del profit e non profit che vogliono creare connessioni di valore tra il loro brand e le persone, attraverso lo sviluppo e la gestione strategica del brand equity.

Lettera al domani
La città a marzo sembrava una città di guerra: file immense fuori dai supermercati, ambulanza ogni minuto, polizia ovunque, niente traffico. Noi onestamente non eravamo pronte.
Quali sono le nuove strade da percorrere? Su quali nuove produzioni investire per andare oltre al tradizionale?
Man mano che il cantiere si faceva più complesso, ci è stato chiaro che il nostro modello che, fin qui aveva funzionato, sarebbe entrato in crisi. Si rendevano necessarie tutte una serie di accortezze nuove. Ci si chiedeva di essere capaci di pensare a strade nuove partendo dall’esistente. Ci siamo trovati a rallentare ma mai a fermarci, almeno con il pensiero, per scoprire spiragli verso direzioni inaspettate.
Lo confesso, abbiamo difficoltà nella liquidità per pagare gli stipendi, non riuscendo a tenere i ritmi di vendita dei nostri prodotti adeguati a coprire i costi. Ma non è solo questo. Non vogliamo essere lasciati soli ad affrontare un evento e difficoltà più grandi di noi. In questo particolare momento abbiamo bisogno di sentire qualcuno vicino. Vorremmo poter condividere la nostra fragilità, di uomini e di enti, con quante più persone possibile, in modo che dal confronto con ciascuna di esse possano nascere idee, proposte e progetti. Ci siamo mossi alla ricerca di aiuti e soprattutto abbiamo sempre cercato di farcela, convinti profondamente che ciò che facciamo non è solo un lavoro ma una vocazione.
È vero il virus e la pandemia hanno cambiato la nostra vita, le nostre abitudini. Ho dovuto rivedere le comode certezze e ho deciso di dare un nuovo senso alla vita. Cambia la forma, ma noi cerchiamo di mantenere la sostanza, di confrontarci sulle opportunità che può offrire la nuova normalità che pian piano andremo a costruire. Quali sono le occasioni che si possono cogliere anche in un tempo di ripartenza come quello che stiamo vivendo?
Ma davvero dobbiamo sentirci minacciati della "fine del mondo" perchè crollano i mercati finanziari, le borse, le banche? Questi crolli cosa minacciano veramente e quale rovina vera possono causare?
Forniamoci aiuto reciproco tenendoci insieme noi che del contagio abbiamo fatto e vogliamo continuare a fare humus. Ciò che ora più ci preoccupa è la possibilità di superare il momento virtuale per passare all'incontro concreto e, per così dire, reale, disponendo al più presto di permessi e protocolli chiari e sanitariamente sicuri. Sto imparando poco alla volta, che per far fronte alle sfide quotidiane che questa situazione mi impone mi serve una grande disponibilità di cuore. Anzi, semplicità di cuore verso i miei colleghi, mia moglie, le mie figli ed i miei amici. Un cuore spogliato del superfluo. Come un bambino.
D’altronde la pandemia ci ha fatto capire che spesso ci dimentichiamo che viviamo tutti nello stesso pianeta nel quale dobbiamo condividere gioie e dolori. Io ero certa che questo sarebbe stato un periodo di "grazia" ma, come sempre, la realtà ha superato ogni mia aspettativa.
Perché ci siamo ritrovati a operare con uno sguardo più di prospettiva, a ragionare più sul futuro slegati dalle urgenze quotidiane. Non ci siamo mai fermati ma al contrario abbiamo cercato di reinventare nuove modalità per non lasciar sole persone in difficoltà. Abbiamo continuato a sperare, a coltivare relazioni perché l'essere umano ne ha bisogno quasi come l'aria che respira.
La relazione, il contatto umano, l'apertura mentale servono per creare alternative e riuscire a riadattarsi. Questa sta diventando un’opportunità per sviluppare relazioni e ritrovarle. Un ‘occasione per ripensare alla nostra associazione. Un’ occasione che richiama alla responsabilità, all’essere presente. Forse solo il pensiero, la fiducia reciproca, il dirci uno con l’altro “ci siamo e vogliamo essere bene per l’altro” genera speranza e voglia di continuare il nostro impegno.
Come possiamo rendere dignitosi e pieni di vita questi tempi così lunghi, fatti di isolamento e distanziamento? Come sarà il dopo? Ripariamoci e ricostruiamo il nostro modo di stare insieme con laboratori creativi, di ceramica, musica, sartoria… Con l’affiancamento di un supporto psicologico, la bellezza e l’arte come strumenti di ricrescita e riavvicinamento per offrire a giovani, fasce fragili, disabili che stanno vivendo isolati, momenti di forte rinascita. Parliamo di economia, confrontiamoci con giuristi e costruiamo il dopo di noi.
La pandemia ci ha costretto a guardare in faccia la realtà: siamo tutti connessi, interdipendenti, non posso stare bene io se non stanno bene gli altri, anche se stanno dall’altra parte del mondo. Da domani sarà determinante muoversi secondo prospettive larghe, dinamiche con la capacità di lavorare assieme ai vicini di casa, senza gelosie e protezionismi, sapendo che diventerà necessario il rinnovamento continuo, giornaliero. Cambiare marcia non sarà facile e non sarà facile vincere le resistenze molto umane di chi ha speso una vita nel particolarismo. Ma noi come sempre non ci arrenderemo e stiamo già cercando il filo rosso che ci permetta di affiancare le famiglie con presenza, continuità e sostegno.
Forse è arrivato il momento in cui anche l'economia deve cambiare rotta e dobbiamo essere noi i promotori e i testimoni del cambiamento promuovendo scelte coraggiose, etiche e che davvero possono essere lievito per cambiare le cose.
Vogliamo finalmente costruire quel "noi" che porta fuori dall'isolamento degli "io".
Approvato il Bilancio 2019 di Fondazione Cattolica
Rispondere ai bisogni territoriali, prendersi cura delle persone che lo abitano e alimentare la vitalità umana ed economica del Paese: il Bilancio 2019 approvato dal Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica, è testimonianza della prossimità alle realtà sociali che lavorano quotidianamente per il Bene Comune.
«Il 2019 di Fondazione Cattolica è stato un anno davvero intenso - ha dichiarato il Segretario generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba -. L’attività si è estesa ulteriormente lungo la penisola, permettendoci di essere presenti su molti territori e incontrare altri enti non profit. Attività che permettono di conoscere persone con le quali il confronto è sempre arricchente, imparando dai successi, ma anche dalle difficoltà di chi ha cercato percorsi nuovi per rispondere ai bisogni sociali, osservandone le ricadute. È anche per questo che dedichiamo tempo alla misurazione dell’impatto sociale di ogni progetto».
In questo anno sono stati sostenuti 495 interventi su tutto il territorio nazionale ed erogati oltre 3 milioni di euro a favore di iniziative che si occupano di solidarietà, educazione, ricerca, cultura. Un importo che ha coinvolto più di 2 mila enti ed ha permesso a oltre 300 mila persone di beneficiarne. Solo in questo anno grazie ai sostegni erogati è stato possibile veder fiorire 68 nuove imprese sociali, creare 348 nuovi posti di lavoro e coinvolgere oltre 18 mila volontari.
La chiusura del mandato 2017-19 del Consiglio di Amministrazione ha fornito anche l’occasione per riflettere sul lavoro svolto nell’intero triennio, periodo nel quale Fondazione ha cambiato prospettiva concentrandosi sul sostegno ai progetti di intrapresa sociale. Nel triennio Fondazione ha sostenuto oltre 1.300 interventi e ha erogato più di 8 milioni di euro raggiungendo più di 5 mila enti e oltre 700mila beneficiari. Più di mille persone hanno trovato occupazione e si è formata una rete di volontari che conta più di 46 mila membri.
«È un bilancio che ci rende orgogliosi – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni – e che stimola ulteriori e profonde riflessioni per affrontare i cambiamenti che l’emergenza Covid-19 determinerà nelle nostre comunità. Sono sfide che la Fondazione è pronta a intraprendere con la consapevolezza della propria storia, dei propri valori e di quel capitale umano che anima la nostra azione. Dietro a ogni numero di questo bilancio vi sono i tanti destinatari che hanno beneficiato dei servizi messi a disposizione attraverso la Fondazione, ma anche quell’esercito di volontari straordinari che quotidianamente si impegna per dare il proprio contributo al Bene comune. Per affrontare il futuro occorrerà maggiore solidarietà da parte di tutti e rinnovato spirito di collaborazione tra istituzioni. Fondazione Cattolica si impegnerà con concretezza in questa direzione per continuare ad accompagnare la crescita dei territori in cui opera». Non resta che scoprire nel dettaglio il Bilancio 2019 e le realtà che sono state accompagnate in questo anno
Abitare la distanza
Per chi come me ha avuto la fortuna di non dover attraversare mai la tragedia di una guerra, ricevere restrizioni severe come quelle imposte dal Governo italiano in questi giorni costituisce una situazione totalmente nuova.
Cresciuti nell’era della mobilità libera (almeno noi che viviamo in questa parte del globo) vediamo chiuderci, letteralmente, tutte le strade.
Le nostre routine quotidiane ne risultano profondamente modificate, quando non sconvolte. Ciò che abbiamo dato per scontato – prendere un treno, andare al supermercato, uscire a cena con amici il sabato sera – è fortemente compromesso. Cambiano le regole della prossemica, che, per noi italiani, significa vicinanza, contiguità, corporeità. Per la nostra cultura la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio sono spontanee manifestazioni di affetto, amicizia, amore. Di cura. Da qualche giorno, invece, è la distanza ad essere diventata una virtù civica. Un segno di responsabilità. Anche tra colleghi, amici e familiari.
Stiamo imparando ad “abitare la distanza”, a vivere questo passaggio della vita in modo contraddittorio “dentro e fuori” la speranza.
Stiamo imparando a maneggiare il senso di questa nuova condizione per la quale ancora “ci mancano le parole”, che tuttavia già rimanda all’instabilità dei nostri riti quotidiani, a uno scarto tra l’essere “a casa” e il non esserci (al lavoro, a scuola, …).
Una rivoluzione.
In attesa che la situazione drammatica possa migliorare e risolversi, cosa che certamente avverrà, siamo costretti rapidamente a trovare nuove forme di socialità. Approfittiamo dunque di queste restrizioni per non indietreggiare, per scoprire che insieme a noi “c’è dell’altro” che non ci è estraneo, che ci fa parlare e riflettere. Perché della socialità, dell’essere “con” altri non possiamo fare a meno.
Non si tratta infatti solo di far funzionare una macchina, un sistema. Non siamo legati tra noi solo “funzionalmente”. Abbiamo bisogno degli altri in maniera più profonda. Ontologica.
Ce ne rendiamo conto quando le cose si mettono bene, quando abbiamo voglia di rendere gli altri partecipi della nostra felicità, ma soprattutto quando ad aumentare è l’incertezza, quando temiamo per la nostra salute, per il nostro futuro. Quando abbiamo bisogno di essere ascoltati da qualcuno, di condividere la preoccupazione, di avere una risposta che consola, che riaccende il sole.
In questa “sospensione del prossimo”, l’altro, silenziosamente, ritorna.
Come dopo una ubriacatura, come dal risveglio intontito da un lungo sonno, ci stiamo accorgendo che l’altro ci manca.
In questa lontananza forzata, incominciamo ad avvertire il vuoto lasciato dall’altro. Del “sentire” l’altro vicino: il lavoro fianco a fianco con un collega, la carezza del genitore anziano, l’abbraccio di un amico, il bacio dell’intimità. Il calore dell’altro, il suo odore. “Più sentiamo e più viviamo”.
Quanto questo “essere sociale” dell’uomo è fatto di carne!
Ci sarà da attendere, ma tutto ritornerà, possiamo esserne certi. Forse, però non sarà come prima. Forse le cose saranno addirittura migliori. Perché cose nuove ne sono già nate, in questi giorni dai perimetri stretti.
Intanto, in questa esperienza liminale in cui ci troviamo, tra un prima e un dopo Corona Virus, ci è venuta in grande aiuto la tecnologia. Da anni già ci accompagna, ma è indubbio che ora ci troviamo obbligati a fare un salto evolutivo. Tutti, anche i non nativi digitali. Anche i più pessimisti.
L’accelerazione all’uso della strumentazione digitale a cui stiamo assistendo in questi giorni – dal telelavoro all’adozione diffusa della formazione a distanza nelle nostre scuole e università, all’utilizzo delle piattaforme – costituisce forse una forzatura, ma anche una opportunità per un ampliamento delle nostre possibilità di relazione, conoscenza, apprendimento, progettazione.
Questa situazione costituirà un punto di non ritorno?
In quanto “appesa alla libertà” la realtà può essere vista nella contingenza dell’evento, e nel suo immaginario restiamo esposti ai molti fatti della vita. Resteremo testimoni scossi di questo isolamento imprevisto; che se è dal “chiuso” che trarremo motivo di raccoglimento operoso, è con il desiderio di riabbracciare “l’aperto” che troveremo la via per rifondare i nostri legami sociali, per cercarci e riconoscersi, per progettare insieme il ritorno.
È possibile. È auspicabile.
Due pensieri, solo abbozzati e tutti da coltivare.
Anzitutto occorre un investimento più convinto e sistemico in questa direzione perché non aumentino ulteriori diseguaglianze. Perché chi è marginale non lo sia ancora di più. E non ci sono solo i senior.
Un’amica con un bimbo alle scuole primarie mi racconta, preoccupata, della grande difficoltà di alcune famiglie straniere ad accedere agli strumenti digitali proposti dalle insegnanti per continuare i programmi. Oltre la mediazione linguistica, chi riuscirà a facilitare la loro mediazione tecnologica?
Lo stesso vale anche per tutti quei bambini e ragazzi che si trovano in condizioni di “povertà educativa”. Come accompagnarli in questa transizione affinché non rimangano sempre più indietro?
In secondo luogo: cerchiamo di mantenere grande attenzione al livello di “relazionalità” degli scambi, così che non prevalga la sola prestazione, da un lato, e neppure la standardizzazione dei flussi, dall’altro. Non si tratta solo di passare informazioni, ma di trasmettere “parole vive” e “personali”.
Cosa ci possiamo inventare perché, se il “toccare” fisico non è dato alla mediazione tecnologica, sia comunque possibile “toccare” l’altro, e, a nostra volta, senza paura, esserne toccati, sentendoci comunque “prossimi”?
E come far accedere a tutto questo chi ha persino bisogno di un “di più” di relazione, come molte delle persone che le nostre associazioni e imprese sociali accompagnano?
La sfida di umanizzare il discorso tecnologico è affascinante ma ancor più il cercare insieme.
Patrizia Cappelletti
Ricercatrice Università Cattolica del Sacro Cuore Milano




