Giuseppina e la Casa che insegna ad amare

Giuseppina e la Casa che insegna ad amare

Giuseppina Vellone è la fondatrice di Famiglie per la Famiglia e ideatrice di Casa di Deborah, la Casa per guarire le ferite, trovare un nuovo equilibro, e scoprire (o riscoprire) l'amore per se stessi e per gli altri! 

La storia di Giuseppina

Giuseppina sa di terre lontane, di un focolare acceso e di erbe aromatiche. Sa di ricordi e di sogni perché in lei tutto inizia e tutto ritorna. Come la terra che l’ha cresciuta.

Nasce a Serra San Bruno, in un paesino fatto di natura, relazioni e storie.

È una bambina attenta e intraprendente che trova nella nonna Brunina il luogo da chiamare casa. Lei, vestale senza potere ma ricca di potenza, regala a Giuseppina l’intensità dell’affetto, la presenza, il significato della solidarietà, il valore dell’aiuto.

Nei gesti della nonna, Giuseppina accoglie amore, rispetto e tradizioni e inizia a immaginare il suo futuro fuori da quel piccolo mondo. Fino a quando il cuore e la mente del nonno subiscono un cortocircuito e fanno chiedere a Giuseppina come può l’umanità di uomo essere distrutta in un manicomio.

Si iscrive a Medicina. Punta a criminologia ma la vita per lei ha altri piani, quali non sa. Lo capisce vivisezionando cadaveri che non è quello il suo posto.  Lascia la scuola di medicina legale, una possibilità futura di lauti compensi e ricomincia con Psichiatria.

Si immerge nello studio. Diventa psichiatra, psicoterapeuta individuale e di coppia. Emigra per amore e inizia a lavorare in carcere, nella Commissione Medico Ospedaliera di Verona, come consulente dei tribunali di Verona, Trento e Venezia. Sono vissuti di sofferenza quelli che ascolta ogni giorno…

Giuseppina entra in intimità con le storie. Ne percepisce il peso, la fatica, l’affanno. Sente però di essere uno strumento per lenire il malessere altrui e spinge per dare alle persone la possibilità di rinarrare la propria vita. Altrimenti cosa accade se gli adulti restano bambini feriti?

Le ferite diventano lacerazioni profonde. Lo sa bene Deborah, psicoterapeuta esperta nel trattamento di bambini vittime di abusi, che diventa collega e amica di Giuseppina. Sono una l’opposto dell’altra. Deborah accoglie minori e ragazzi violati, Giuseppina adulti e genitori a volte violenti loro stessi, spesso, vittima di abusi, in uno studio che trasformano da luogo asettico ad uno spazio accogliente, profumato e dolce.

Vedono sempre più nuclei distrutti. Nello studio le ore scappano finché le loro parole sognano un futuro migliore per queste famiglie lacerate. Giuseppina pensa alla sua infanzia, a quella solitudine sopperita grazie alla nonna e alle donne della sua rete. E se nascesse uno spazio capace di bonificare le relazioni?

Il braciere di nonna Brunina è la soluzione. Giuseppina scrive il progetto di una Casa dove ragazzi e adulti si accompagnano nella crescita. L’idea piace e l’università la definisce di welfare circolare. Ce la stanno facendo, tutto scorre nel verso giusto. Tutto tranne Deborah…

Se ne va per una leucemia fulminante. E fa male. Giuseppina cerca di rammendare le sue ferite mentre i pazienti di Deborah le schiaffano in faccia la verità.

“E ora, dove cazzo vado?” le dice un ragazzo. I bisogni restano. E i sogni hanno bisogno di coraggio… Allora Giuseppina si addentra nella sua energia. Lascia il lavoro di consulente per i Tribunali e ricomincia dai desideri appesi.

Fonda “Famiglie per la famiglia” e nel 2018 apre le porte di “Casa di Deborah”. Un connettore di risorse per rafforzare il tessuto sociale veronese. Un luogo di cura, come era la casa di nonna Brunina, uno posto dove stare bene, una casa che ha a cuore i ragazzi, come voleva Deborah, che possono trovare il proprio equilibrio facendo, imparando e stando in relazioni positive con altri.

Oggi Giuseppina ha capelli striati d’argento e non si sofferma allo specchio. Si guarda invece negli occhi dei volontari e dei 16 ragazzi che ospita. C’è un riflesso di bellezza che attiva il buono delle persone, la riporta alle origini e la proietta al futuro.

Lei è Giuseppina Vellone. Una donna che fa la differenza.

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Puoi leggere di altri uomini e donne che fanno la differenza. A partire da Vincenzo e dall'esperienza di GOEL.


La rete contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

La rete Contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

L’obiettivo più specifico, all’interno di un percorso iniziato oramai 5 anni fa, è stato guardare avanti, delineare il futuro, individuare delle linee guida condivise che possano accompagnare, caratterizzare, custodire tutti i componenti di questa rete informale.

“Laddove non ci tiene insieme l’interesse, l’economia, il legame giuridico – ha affermato Adriano Tomba - ci tiene insieme la relazione. Non ci siamo mai contati, non abbiamo mai guardato il tasso di fede, né il logo dell’associazione: siamo in relazione come persone, non simboli o appartenenze. La nostra forza è riuscire a entrare in relazione con altri e la chiave è la presenza.” 

Due giorni immersivi passati tra convegni, conferenze, tavoli di lavoro e workshop tematici come quello proposto dalla cooperativa sociale Logogenia sulle Strategie di lavoro per veicolare una stimolazione linguistica efficace.

La rete contagiamoci

“Siamo in una fase di frantumazione dove le cose stanno insieme per brevi momenti” ammette Johnny Dotti  “per costruire pensiero e affrontare le sfide future delle comunità servono tre cose: lavorare sulle persone per costruire relazioni che promuovono reti; creare conoscenza attraverso la ricerca degli elementi raccolti durante l’esperienza fatta sul campo e infine darsi una forma giuridica flessibile ma che proponga un contratto di intenti che garantisca anche la partecipazione delle giovani generazioni”.

Ci sono sfide molto forti che non è possibile affrontare da soli. Per irrobustirci abbiamo tutti bisogno di poter attingere ad una solidità di esperienze condivise, di cominciare a pensare le cose insieme e a camminare lungo percorsi che consolidano. 

“Contagiamoci” è un modello. Un modello che permette di costruire, di trovare soluzioni quando incontriamo problemi, stimoli quando siamo stanchi, compagni di viaggio quando ci sembra di essere soli.

Questo modello l’abbiamo sperimentato, cioè ne abbiamo fatto esperienza. Ci riguarda. Ci tocca.

Custodire l’intenzione originaria è il fondamento. E di questo si è parlato con Patrizia Cappelletti – Centro di ricerche ARC dell’Università Cattolica - nell’incontro del giugno scorso a Carpi. Delineare le parole chiave perché questa esperienza possa continuare è invece il tema sviluppato con Johnny Dotti nell’incontro al Pala Expo.

E le parole individuate sono tre. Semplici quanto significative: libertà, fiducia e generatività.

Sono la fiamma che va custodita affinchè la fatiche non ci schiaccino, i risultati non ci esaltino ed i progetti che ci stanno a cuore si realizzino.

I tavoli di lavoro al Contagiamoci!

Quest’anno i partecipanti hanno potuto scegliere di condividere le proprie esperienze ed apprendere nuove competenze e stimoli all’interno di sei tavoli di lavoro.

Le comunità educanti

Come generare comunità educanti, come esserne parte, come custodirle.

L’incontro condotto da Francesca Carli e Emanuele Borghetti di Villa Angaran, ha permesso di lavorare sulla relazione e sull’apprendimento delle reti territoriali. Il gruppo ha constatato l’importanza di questa rete per formulare pensiero condiviso con il quale incontrare poi persone e comunità.

Giovani e lavoro nel sociale

Punti di forza, criticità, ambiti di miglioramento.

Insieme a Luca Tagliapietra (Il Ponte Schio) e ad Arianna Cocchi (Sophia Impresa Sociale), i partecipanti hanno sviluppato un dialogo costruttivo partendo dalle 3 P: preoccupazione, precarietà, povertà. I giovani d’oggi hanno sogni tradizionali e bisogni reali: mettere in piedi una famiglia, comprare casa, pagare l’affitto… Come creare un futuro? La proposta è di sviluppare una leadership orizzontale e di provare a cambiare lo status quo delle organizzazioni migliorando la comunicazione tra il vertice e la base dell’organigramma aziendale. Attraverso compartecipazione, fiducia e ascolto è possibile superare le logiche di controllo e favorire un miglioramento della qualità di vita sia lavorativa che personale.

Conciliare anima ed organizzazione

Come organizzare al meglio il lavoro destreggiandosi tra rete/delega

Il gruppo, guidato da Andrea Coden (coop. Sociale Equa), si è inizialmente interrogato sul significato e sul peso dell’anima. Esiste una spiritualità che crea riti proposti anche nei contesti organizzativi. Attraverso azioni concrete è possibile motivare l’organizzazione. Come? Il gruppo ha proposto alcune modalità:

prendendosi tempo per staccare dall’ordinario e dare linea ai pensieri; prendendosi cura e favorendo il team building; valorizzando le esperienze individuali; donando le proprie competenze; creando flessibilità organizzativa; educando con leggerezza; curando le parole e utilizzando un linguaggio accorto; favorendo lo scambio tra realtà della rete e migliorando la propria professionalità.

Co-progettazione e rapporti con la Pubblica Amministrazione

Linee guida ed esempi per una efficace co-progettazione con pubblica amministrazione ed imprese.

Questo tavolo, guidato da Mauro Fanchini (Il ponte – Invorio), ha smosso il desiderio di entrare dentro alla Riforma. Gli enti sociali manifestano una stanchezza importante ma questa fase di transito viene vista anche come una grande opportunità. Lasciarsi trasportare o diventare propositori di programmi? È questa la chiamata che sente il gruppo: prepararsi e offrire le proprie competenze per creare un sistema che non imbrigli ma che valorizzi. Cosa fare allora per creare città dove i cittadini stiano bene? Serve formarsi e informarsi per poi creare un dialogo propositivo. 

Volontariato e vocazione

Dal donare il tempo libero alla presenza che dà senso alla vita

Insieme a Gaia Barbieri (ManiTese) e Andrea Boccanera (Onlus Gulliver) si è affrontato un tema importante: ingaggiare la presenza mettendo a fuoco il valore che ogni persona porta con sé e può trasferire alla comunità

Parole e immagini per comunicare il sociale

Come comunicare in modo efficace utilizzando nuovi strumenti e modalità.

Con Carmine Falanga e Andrea Ferrari (ISES) i partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, conosciuto strumenti che consentono di raccontarsi sia online che offline!

Vuoi saperne di più di Contagiamoci? Guarda i fondamenti della rete!


Nadia e il desiderio di dare futuro alle persone

Nadia e il desiderio di dare futuro alle persone

Quando in prima ginnasio ci hanno chiesto “Che lavoro farete da grandi?”, io ascoltavo le idee precise degli altri pensando che una risposta non l’avevo. Sapevo però una cosa: volevo capire l’essere umano!

Sono un’ape furibonda, diceva Alda Merini. Eccomi: un’ape inquieta che ronza, cerca, disfa e ricerca perché alla fine ci tengo a mettere una goccia di miele in più nel vasetto. E come le api io non vivo sola.

L’ho capito seduta a una tavola ma non quella di casa mia. In quella eravamo pochi mentre alla tavola della comunità eravamo tanti. E c’era casino, c’erano conflitti, c’era umanità vera ed era bello. Io lì stavo bene.

Avevo scelto di studiare Psicologia perché sono rimasta fedele a me stessa e volevo capire la sostanza. Studiavo e lavoravo: commessa, cameriera, il tempo volava ma sai cosa? Mi sembrava di rimanere sempre uguale. E a fine giornata il tempo mi sembrava di averlo perso.

Quando invece sono entrata come Educatrice in comunità tossicodipendenti tutto è cambiato. C’ero io con venti uomini che avevano anche il doppio dei miei anni. Dovevo tirare fuori le mie risorse per non essere sopraffatta perché lì non mi risparmiavano niente. Era difficile ma vero. Era sfrontato e tosto perché nel mio lavoro ti dicono che devi essere empatica, che devi ascoltare attivamente, entrare nella relazione ma devi anche mantenere un distacco. E io avevo 20 anni.

Sentivo di vivere. Non era solo che imparavo ma che il mio esserci, combaciava con il miglioramento degli altri. Nella relazione trovavo la mia forza, il mio punto di riferimento. Per questo ho iniziato a lavorare nel sociale, a contatto con detenuti, persone disabili, famiglie in difficoltà.  E ho anche capito che l’essere umano è contraddizione pura, che non puoi funzionare bene solo finchè sei negli occhi di qualcuno. Devi farlo da persona libera.

Ecco perché non potevo stare solo nella relazione. Volevo dedicarmi alla costruzione di futuro. Così ho ricominciato studiare e mi sono diplomata in progettazione sociale. Volevo creare impatto perché per generare cambiamento serve uno sguardo lungo che supera l’urgenza. E poi sono entrata in Mirasole.

Immagina un’abbazia del 1200 dove i mattoni sono intrisi di uno spirito di pace e intrapresa. Si respira un’atmosfera bella di serenità e di lavoro. Perché il lavoro è l’aspetto fondante di progetto Mirasole: quando una persona fa migliora la sua autostima, l’immagina che ha di sè stessa, si creano relazioni e la vita prende forma.

Oggi penso di fare il lavoro più bello del mondo. Anche se a volte è dura. Il fatto è che ciò che fai torna indietro. E io apro le braccia perché quando lo guardo vedo arrivare un mondo giusto.

Ti è piaciuta questa storia? Scopri le altre giovani speranze! a partire da: Enea

 


Escogito qual è il mio posto nel mondo?

Escogito - quale è il mio posto nel mondo?

Escogito è un’iniziativa ideata da Fondazione Cattolica per invitare i giovani di Verona e Provincia a ripensare il futuro. Siamo ormai consapevoli che di fronte a pandemia, guerre, disuguaglianze e disoccupazione la speranza in un avvenire migliore sembra un’utopia. Nonostante ciò ogni giorno Fondazione Cattolica incontra persone che riescono a scardinare questi modelli mettendosi in gioco per costruire con il proprio pensiero ed operato un futuro che riguarda tutti.

Ci vuole tempo per generare cambiamenti. Ma ci vuole un attimo per evidenziare un nuovo modo di guardare il mondo! Partendo da questo principio Fondazione Cattolica ha ideato Escogito un evento rivolto alle scuole superiori di Verona che mette al centro i giovani e il futuro.

 

 

Escogito: i contenuti

Cosa si può fare quando gli schemi con cui sono cresciute intere generazioni non rispondono più ai bisogni attuali? Come si può creare lavoro, sviluppare opportunità, crescere e diventare uomini e donne realizzati?

Escogito quest'anno vuole aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda "Come trovare il mio posto nel mondo?".

La mattinata prevede la rappresentazione teatrale di 7 giorni messo in atto da sedici giovani attori, provenienti da Labcreativo45  che portano in scena un toccante spettacolo dal tema molto attuale: la guerra. Guidati dal regista Andrea Castelletti di Modus Teatro Impiria, i ragazzi porteranno a riflettere sulla consapevolezza di sè e delle proprie azioni. Al termine dello spettacolo segue la presentazione di "La parola ai giovani" progetto di ricerca elaborato dagli studenti in PCTO presso Fondazione Cattolica. I ragazzi racconteranno cosa è emerso. Infine il Premio “Giovani di Valore” si tratta di un riconoscimento rivolto ai giovani che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni che con le loro azioni hanno permesso di:

 

  • Generare benessere in persone, comunità, ambiente
  • Innovare sistemi
  • Avviare attività imprenditoriali ad alto impatto sociale
  • Creare forti comunità territoriali.

Con Escogito Fondazione Cattolica vuole divulgare l’esperienza di giovani intraprendenti che hanno aperto nuove vie d’azione per costruire un futuro inclusivo. Sono storie di giovani con una vita comune eppure straordinarie per la caparbietà con cui essi hanno creduto alla bellezza dei loro sogni. Il coraggio con cui hanno trasformato dei desideri in modelli di welfare generativo per l’intera comunità, sono uno strumento culturale per apprendere che, a discapito dei presagi più negativi, il domani si può fare!

 

Vuoi saperne di più? Guarda l'edizione 2022!


Podcast 16

Tra logogenia e innovazione tecnologica nel sociale

Debora ha dato vita con altre professioniste alla cooperativa Logogenia, sperimentando un sistema innovativo di comprensione della lingua scritta per i bambini sordi. È così che ha trovato il senso della propria vita e scoperto la gioia di aiutare gli altri.

 

Logogenia: libertà in parole

Dopo la laurea in Lettere, Debora fa un incontro fortunato, un libro che le cambia la vita: “Nicola non vuole le virgole” di Bruna Radelli. Per la prima volta sente parlare di un metodo innovativo di apprendimento della lingua scritta per le persone affette da sordità: la logogenia. Un sistema di stimolazione linguistica nato alla fine degli anni Novanta che trova nella “coppia minima di frasi” l’elemento modulare per comporre la comprensione.

Questa scoperta orienta la sua vita. Insieme ad altre professioniste nel 2000 fonda la cooperativa Logogenia, per tradurre l’autonomia linguistica in libertà, in opportunità di indipendenza, di relazioni sociali, di inclusione sociale e lavorativa.

Da oltre 20 anni la cooperativa opera in tutta Italia progettando modelli personalizzati di apprendimento per i bambini sordi e ampliando la loro conoscenza della grammatica italiana, porta d’ingresso per la comprensione della lingua scritta. Una missione speciale che Debora e le sue collaboratrici condividono con i professionisti che si prendono cura dei bambini, perché il metodo di lavoro generi sempre più benefici sul loro futuro.

Le limitazioni imposte dalla pandemia hanno costretto anche le professioniste di Logogenia ad adottare strumenti tecnologici per comunicare con i bambini. E da quell’esperienza è nata l’idea di realizzare una app, di nome appunto APP, che sta per “apprendere-parole” ma anche “a-prendere-parole”, per esplorare il significato dei vocaboli. Un’applicazione gratuita, in cui il bambino può imparare il senso delle parole attraverso l’associazione con immagini e la contestualizzazione nelle frasi.

 

 

Tecnologia e innovazione nel sociale

La app di Logogenia non è però un caso isolato. Niccolò Gennaro, Direttore Centro Servizi per il Volontariato di Padova, spiega nel podcast come gli strumenti e i servizi tecnologici siano ad oggi sempre più utilizzati nel mondo del Terzo Settore.

La tecnologia ha determinato un impatto considerevole sull’erogazione dei servizi di solidarietà, ma anche nel funzionamento interno delle organizzazioni. Alcuni esempi:

 

  • Strumenti avanzati per consentire a persone con gravissime disabilità fisiche di poter comunicare
  • Applicazioni per la gestione delle risorse economiche e umane.

Le logiche solidaristiche hanno innervato lo sviluppo tecnologico. Questo “contagio” ha determinato ad esempio la condivisione di software “open source” come Linux, un linguaggio di sviluppo digitale molto comune o la creazione di piattaforme collaborative come Wikipedia.

 

Le comunità come condomini di cristallo per curare le ferite sociali

La sfida su cui concentrarsi per il futuro, indica Niccolò Gennaro, è il divario sociale. Una forbice che separa la popolazione non solo economicamente. Produce differenze di opportunità culturali, relazionali, di crescita. Genera frammentazione sociale e dei nuclei famigliari, fratture di incomunicabilità e depauperamento dei legami solidaristici all’interno delle comunità. La riduzione del divario sociale è’ un’emergenza complessa e pertanto da affrontare tutti insieme, privato, pubblico, profit, no profit. È una sfida di comunità. E anche su questo tema l’innovazione ha un ruolo cruciale: un esempio è la lettura dei bisogni, punto di partenza per qualsiasi collaborazione e il tema degli open data, dei big data. La condivisione delle informazioni è la sola strategia vincente per rispondere in modo efficace ai bisogni sociali. Come un tempo si diceva delle istituzioni, che dovevano essere una casa di cristallo, così possono essere ora le comunità. Condomini di cristallo, in cui la trasparenza è condivisione, accessibilità dei servizi e dei processi, collaborazione efficace tra tutti coloro che hanno a cuore il Bene Comune.

Vuoi conoscere altri “Intraprendenti” che abbiamo incontrato in questi anni? Leggi la l’articolo che abbiamo dedicato a Claudio!


Rondine cittadella della pace

Rondine, una cittadella per la pace

In un mondo sempre più dilaniato dalle guerre, esiste in Toscana un’organizzazione che promuove la trasformazione creativa del conflitto attraverso l’incontro, la convivenza e lo sviluppo educativo e formativo dei giovani.

Rigenerare l’uomo. E’ questo uno degli obiettivi promossi da Rondine Cittadella Pace, un’organizzazione non profit impegnata da oltre 40 anni nella riduzione dei conflitti armati del mondo attraverso progetti di formazione, diplomazia e innovazione sociale. “Si parla di guerra solo quando scoppiano i conflitti ma la verità è che i conflitti scoppiano quando la quotidianità è ammalata. Non è una questione da capi bensì un reticolo di relazioni che funziona con logiche conflittuali. Noi lavoriamo all’interno di queste relazioni per creare un altro pensiero” – racconta Franco Vaccari, presidente dell’ente.

La nascita di Rondine

Rondine nasce da un sogno di ospitalità e dialogo e da un percorso di comprensione sviluppato in collaborazione tra i fondatori. “Siamo fieri dell’inizio con la pala in mano e con il cemento” ricorda Franco facendo memoria della profonda ristrutturazione del borgo medioevale in cui oggi sorge la Cittadella della Pace. “Volevamo costruire un luogo capace di creare identità orientate alla pace” e così nel 1988 inviano una lettera a Raissa Gorbačëva per tentare di aprire un canale di comunicazione con l’Unione Sovietica. La risposta, con l’invito della first lady a Mosca, apre la strada al lungo cammino di diplomazia popolare.

La Cittadella della Pace

Nel borgo iniziò un’esperienza di accoglienza di studenti russi e ceceni che permisero a Rondine di mettere a fuoco il loro obiettivo. “Non volevamo fare uno studio di geopolitica. Volevamo persone capaci di mettersi in gioco in modo integrale per cambiare il pensiero e portare nei territori feriti dai conflitti azioni di pace”.

Nel 1997 nasce la World House, il cuore di Rondine, uno studentato internazionale che ospita ogni anno 30 giovani provenienti da 25 Paesi tra Europa, Africa, America e Oriente.

La scuola offre un programma biennale che si articola in tre contesti: quotidiano, formativo e accademico. I partecipanti sono selezionati da Paesi imperniati da conflitti che accettano di vivere a contatto con il proprio “nemico”. Giovani con un acceso interesse intellettuale, stabilità psicologica, disponibilità a mettersi in gioco e vocazione civile per il proprio popolo. “Abbiamo un percorso di selezione rigoroso perché dobbiamo trovare le persone giuste. Qui israeliani e palestinesi vivono insieme, come russi e ucraini o russi e ceceni… e all’inizio è uno shock”.

Convivere in un francobollo di terra abbatte l’idea di nemico. Nella World House i giovani si rendono conto che nemico è solo un’invenzione perché in realtà si tratta di una persona con sogni, desideri, bisogni comuni. “Quando si guarda in faccia ciò da cui si vorrebbe fuggire, si può intraprendere un percorso innovativo che parte dalla condivisione del dolore e della rabbia che la guerra ha prodotto per investire quell’energia in un modello di trasformazione creativa”.

I cambiamenti di Rondine

In questi anni di studio sul campo Rondine ha affinato un metodo che non si concentra solo sulle conflittualità di territori in guerra. “I primi giovani che arrivavano, venivano con una sacchetta e il cambio. Oggi i ragazzi hanno cose e hanno viaggiato. Un tempo i giovani erano confinati in gabbie, oggi, nonostante la globalizzazione, vivono con chiusure multilivello” racconta Franco. Stanno crescendo le appartenenze sovraniste, il bisogno di salviamoci noi lasciando indietro gli altri. Persiste una diffidenza di fondo, il mettere la distanza tra il noi e loro. “Per questo abbiamo siglato un accordo ministeriale che riconosce una sperimentazione nazionale che porta il metodo di trasformazione creativa del conflitto anche in 25 scuole italiane per permettere agli adolescenti di affrontare in modo positivo il conflitto interiore, intergenerazionale, razziale”.

Il metodo Rondine

“Siamo artigiani di umanità. Sappiamo di essere piccoli in questo oceano di vita ma esistere per noi è importante” ammette Franco. Per questo l’11 novembre dalle 9 del mattino alla Pontificia Università Lateranense, Rondine organizza un convegno per presentare un lavoro di riflessione che offre risposte alle questioni cruciali che sta vivendo oggi la società. L’evento, nel quale presenzierà anche Fondazione Cattolica, è aperto alla cittadinanza.

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Le imprese sociali: tra cambiamenti, business sostenibile e sviluppatori sociali

Nicholas è un ragazzo curioso, desidera esplorare il mondo, conoscere le persone e immagina per sé un futuro di senso, in cui il suo agire possa avere un impatto positivo sulla vita degli altri. La vita lo porterà a diventare sviluppatore sociale per imprese sociali.

Un nuovo profilo: lo sviluppatore sociale

Dopo un’esperienza importante all’estero, Nicholas cura lo sviluppo commerciale del progetto Beelieve della cooperativa Progetto 92, un progetto di startup nato per favorire la formazione e l’occupazione di ragazzi NEET, creando prodotti ad alto impatto ambientale. In quell’occasione inizia a capire, a mettere a fuoco quale può essere il suo contributo nella società.

Nicholas è bravo a sviluppare processi, immaginare business plan sostenibili, programmare attività, stringere partnership commerciali. Una sfida che diventa consapevolezza: decide di diventare uno sviluppatore sociale.

Oggi Nicholas lavora per la cooperativa sociale di Trento La Rete, una realtà rivolta alle persone con disabilità, attiva da oltre 30 anni, che nel tempo ha mantenuto forti motivazioni e spirito innovativo. Lì si occupa di sviluppare l’impresa sociale e produrre un business sostenibile, ovvero un profitto che rispetta tutte le persone e tutte le materie coinvolte. Come si fa? Per dirlo con un’immagine chiara e semplice “ci si mette nelle scarpe degli altri”, dice Nicholas, “e bisogna pure essere un po’matti”. Far dialogare economia e sociale, le esigenze del business e i bisogni della fragilità è una missione sfidante e complessa, ma con passione, creatività e coraggio si può raggiungere l’obiettivo.

Le imprese sociali in Italia: tra cambiamenti, business sostenibile e sviluppatori sociali

Dalle ultime rilevazioni Istat, il Terzo Settore in Italia conta più di 360 mila enti non profit, genera circa 70 miliardi di entrate, coinvolge 5 milioni di volontari e oltre 860 mila dipendenti.

Il mondo del non profit, ci racconta Tomas Chiaramonte, Segretario Generale del Coordinamento Nazionale Associazioni Diocesane Opere Assistenziali, nasce in Italia nel dopoguerra da iniziative territoriali legate alle istituzioni locali (parrocchie, comuni, istituti religiosi). Nel tempo ha mantenuto dimensioni medio piccole (l’82% non supera i 100.000 euro di entrate annue e solo il 4,8% supera i 500.000 euro di fatturato annuo) e la caratteristica vicinanza al territorio. Oggi possiamo immaginare nuove categorie, propone Chiaramonte, per valutare il reale impatto sociale delle realtà del Terzo Settore sulle comunità di riferimento:

  • la sostenibilità in relazione alla mission
  • l’eticità delle organizzazioni
  • la capacità di generare impatto sociale

Negli ultimi anni, il mondo del non profit e delle imprese sociali in particolare è profondamente cambiato. Dal 2015 al 2019 i dati registrano un incremento del 7,8% delle imprese sociali presenti sul territorio nazionale, che segue l’aumento del 28% registrato dall’Istat nel censimento 2001-2011 rispetto i 10 anni precedenti. Un tasso di crescita tre volte superiore quello delle imprese profit. Anche i numeri dell’occupazione sono notevolmente aumentati. Ciò significa che il cambiamento è stato importante e trasversale, dal punto di vista della professionalizzazione ma anche della valorizzazione. In tale contesto è infatti nata la Riforma del Terzo Settore, che regola e potenzia il mondo del non profit.

La sostenibilità del Terzo Settore

Come si sostengono le realtà del Terzo Settore? Il 28,6% delle entrate proviene da contributi pubblici, il restante, di fonte privata, è composto da donazioni, contributi in natura, come beni e volontariato, e corrispettivi relativi all’attività erogata (sanitaria, socio-assistenziale, sportiva, culturale, formativa).

Il Terzo Settore rappresenta, insieme al mercato, uno dei pilastri fondamentali della nostra società ed è importante che in futuro sappia mantenere il legame con la territorialità, l’attenziona all’utenza, ai bisogni che cambiano. Come indica Chiaramonte, serve un Terzo Settore etico e capace di coordinarsi per il bene comune, libero da interessi speculativi, sostenibile ed innovativo ma soprattutto adeguatamente supportato sia dalla pubblica amministrazione che dal mondo dell’impresa.

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Vincenzo e l'esperienza di GOEL

Vincenzo e l’esperienza di GOEL

Ci vuole coraggio. Vincenzo è un bambino quando capisce che nella vita si può scegliere: puoi inginocchiarti al sistema o lottare per cambiarlo. E tra le due vie, Vincenzo sceglie la seconda.

Inizia a percepire cos’è la ’ndrangheta tra i banchi di scuola. La vede nella prevaricazione, nella violenza gratuita, nella sopraffazione che diventa protezione quando i bambini si arrendono alla forza bruta di coetanei da cui non possono scappare. Tutti sanno. Tutti vedono. Eppure regna il silenzio.

Il sistema mafioso è pervasivo. Bisogna imparare a farsi rispettare fin da piccoli per questo la scuola diventa un luogo d’allenamento al futuro che li aspetta, un futuro fatto di vittime e oppressori.

Ma Vincenzo a quest’idea di domani non ci sta.

È un ragazzo timido, ma curioso e creativo. Lascia che le parole di Gesù e di Gandhi illuminino il suo percorso e a 18 anni si accorge ha bisogno di qualcosa di più. Fa servizio ad un campo di vacanza e studio insieme a persone disabili, conosce le comunità di Capodarco e la Comunità Progetto Sud e capisce che la sua vita deve diventare un’impresa comunitaria. Ma come?

Si iscrive a Psicologia. Studia, lavora e soprattutto vive. Vincenzo è un ragazzo attivo che anima la realtà e raggruppa persone. Coinvolge coetanei in un gruppo fondato nel suo paese: commercio equo e solidale, attività nonviolente e pacifiste; appassiona i giovani al volontariato. Insegue un percorso di cambiamento e di lotta per la giustizia sociale. E nella piccola realtà calabrese in cui vive si accorge che il mondo è troppo complesso per essere letto con una sola chiave di lettura.

Molla l’università e studia da autodidatta. “Pensa al tuo futuro!” gli dicono gli adulti intorno a lui, ma Vincenzo ha bisogno di conoscere e di capire. Studia non solo psicologia, ma anche sociologia, teologia, antropologia, economia… impara tutto perché per resistere alla ’ndrangheta bisogna rompere la violenza psicologica ma anche costruire un sistema etico ed efficace che faccia sentire il suo popolo unito e forte.

La Calabria rimane una terra dalle ferite aperte. Perché siamo messi così male? Si chiede Vincenzo insieme a un gruppo di persone impegnate come lui, in un “cenacolo di riflessione”. E la risposta per lui diventa il “progetto GOEL”.

È una terra di vuoti e mancanze. Di vampirismo di risorse pubbliche, di inefficienza comandata e clientelismo.  Di omertà e isolamento. Ma è anche una terra di lottatori e sognatori, una terra meravigliosa, con potenzialità straordinarie. Per cambiare serve innovare l’economia, unire e dare un tetto a tutti i calabresi che hanno il coraggio di ribellarsi al meccanismo perverso che con voti comprati, incendi, minacce e sabotaggi rende sterile la vita.

GOEL nasce nel 2003. È un piccolo gruppo di cooperative sociali che capisce che ai calabresi servono fatti non parole. Lottano contro il futuro segnato di tanti bambini e adolescenti; sviluppano progetti d’accoglienza per i migranti; danno dignità alla disabilità mentale; attivano reti di turismo responsabile mobilitando comunità ricettive, inventano il primo marchio di moda etica di fascia alta. Organizzano chi ha il coraggio di dire no: cittadini, imprenditori ma anche agricoltori, con i quali riscostruiscono una filiera agroalimentare di qualità, che dà valore al lavoro operato e nella quale conviene stare!

Gli anni passano e GOEL dimostra che l’etica efficace porta frutto. Oggi raggruppa circa 350 dipendenti. Crea lavoro, paga stipendi e rende libere le comunità. GOEL ha rielaborato un nuovo e potente approccio all’etica che oggi vuole diffondere attraverso un libro dal titolo “manuale dell’etica efficace”, che si rivolge a chiunque nel mondo vuole promuovere dignità e cambiamento.

A 53 anni Vincenzo sa che cambiare il destino della sua terra non è un lavoro, è una vocazione!

«Il nuovo fa spesso più paura dei fallimenti che siamo abituati a reiterare. Ciò che non ha funzionato, non funzionerà: bisogna avere il coraggio di non rimuovere i fallimenti, ma conservarli con cura e apprendere da essi. Dopodiché imboccare strade non battute, guidati da una scrupolosa “follia creativa”».

Lui è Vincenzo Linarello, un uomo che fa la differenza.

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La Fabbrichetta: uno spazio per la comunità della comunità

 

L’inclusione della marginalità, della fragilità e della disabilità è l’obiettivo di molte realtà che operano nel sociale. Le declinazioni possibili per mettere a terra questa prospettiva sono molteplici. La cooperativa Il Ponte di Invorio , guidata da Mauro Fanchini, crea opportunità di inserimento lavorativo da 35 anni e a settembre 2023 ha inaugurato la Fabbrichetta, un luogo speciale, aperto e accessibile a tutti, dove creare relazioni e costruire futuro. Uno spazio “per la comunità della comunità”.

La cooperativa il Ponte

La cooperativa il Ponte nasce nel 1988 e si occupa di inclusione lavorativa di persone con disabilità e svantaggio sociale. Negli anni il Ponte si è ha trasformata da  cooperativa di piccole dimensioni ad una realtà complessa, con 6 sedi e 240 collaboratori.

L’inserimento lavorativo avviene secondo un modello che Mauro definisce “transitivo”: dopo un primo periodo di osservazione di durata variabile, durante il quale si valutano le capacità residue, le abilità espresse, i bisogni, le potenzialità dei singoli, le persone vengono preparate e formate attraverso percorsi dedicati all’interno della cooperativa e poi vengono inserite in azienda. “Dall’inizio dell’anno sono già state formate 320 persone” racconta Mauro “e solo nell’ultima settimana abbiamo inserito 3 persone in aziende del nostro territorio”. Aziende che vengono ingaggiate attraverso un lavoro capillare nelle aree limitrofe, sia per la ricerca di posizioni aperte, sia per stabilire un dialogo più profondo che sviluppi una riflessione sul significato dell’accoglienza di persone svantaggiate. “Accogliere una persona con disabilità in azienda, non deve più essere solo l’assolvimento di una prescrizione legislativa, un obbligo, ma una possibilità”. Il ruolo delle imprese è fondamentale per produrre un reale cambiamento sociale: è necessario che le aziende comprendano il loro ruolo di responsabilità e il legame che le stringe al contesto in cui operano.

“Un altro aspetto da valorizzare - continua Mauro - è il momento dell’ingresso della persona fragile in azienda. Entrano in gioco temi come l’accoglienza, la paura, la relazione. Un meccanismo complesso che necessita di attenzione non tanto sull’utente, che viene costantemente seguito dagli educatori dei servizi sociali che lo hanno in carico, ma sul tutor aziendale: da un lato per fornirgli gli strumenti adeguati per gestire l’accoglienza e dall’altro per valorizzare il suo ruolo all’interno dell’azienda”.

La Fabbrichetta: un luogo dove si costruisce futuro

La cooperativa cercava ad Arona uno spazio che diventasse un’opportunità per sperimentare nuove forme di inclusione. Dall’incontro fortunato con un imprenditore che si interrogava sul futuro delle nuove generazioni, è nato un progetto di riqualificazione di un uno stabile, una vecchia fabbrica del ghiaccio, che è diventata luogo per la comunità.

In questa opera di rigenerazione industriale, sono stati sviluppati tre percorsi:

  1. Una zona laboratoriale-produttiva per l’inserimento di persone con disabilità e persone con svantaggio sociale;
  2. Un’area per stage formativi pratici ed esperienziali rivolti ai giovani in collaborazione con le aziende, per l’avviamento al mondo del lavoro;
  3. Uno spazio affidato e autogestito dai giovani, attraverso l’associazione Amici del Fermi dell’Istituto tecnico omonimo, per lo studio e l’aggregazione. I ragazzi hanno la piena disponibilità delle aree dedicate e possono sperimentare la relazione con l’Altro e con la fragilità.

Il progetto non si esaurisce con la ristrutturazione dello stabile e l’individuazione delle destinazioni. L’obiettivo de Il Ponte è ora dare vita a questa contaminazione, stimolare una cultura dello stare insieme, per vivere davvero la comunità e generare nuove possibilità.

Mauro e la poetica del desiderio

La Fabbrichetta nasce per rispondere a dei bisogni concreti emersi dal territorio in cui la cooperativa Il Ponte opera. Ma origina anche da una particolare visione della vita di Mauro: vivere la vita e non lasciarsi vivere, giocare un ruolo attivo attraverso il raggiungimento della consapevolezza del nostro agire. “E’ importante capire bene cosa siamo qui a fare e non è una cosa che si capisce a 20 anni, ci vuole forse tutta una vita e magari non si capisce mai fino in fondo”. Mauro la chiama logica del desiderio o dell’innamoramento. “Desiderio vuole dire innamorarsi. Non solo di una persona, ma anche di un progetto, di un fiore, di qualcosa di bello. L’innamoramento è quella situazione in cui l’uomo è veramente vitale ed esprime tutta la sua pienezza”.

Questa è la logica che muove e giustifica le scelte e le progettualità della cooperativa e che consente di affrontare ogni giorno le sfide che la realtà pone.

La realizzazione della Fabbrichetta

La Fabbrichetta è stata costruita grazie al contributo dei singoli cittadini e attraverso la compartecipazione di 3 realtà: ente pubblico, imprenditori e terzo settore. Del mondo non profit hanno partecipato una cooperativa, un’associazione di promozione sociale e un’organizzazione di volontariato, una buona rappresentanza delle varie componenti del Terzo Settore. “Abbiamo visto che fare le cose insieme si può” dice Mauro. “Già alcuni anni fa avevo provato a mettere insieme queste realtà e avevo chiamato questo esperimento Il triangolo di Penrose. Un nome dato per indicare qualcosa che sembra apparentemente irrealizzabile, proprio come quel triangolo, una figura geometrica che è possibile disegnare ma impossibile realizzare fisicamente”.

 “Il progetto della Fabbrichetta - prosegue Mauro - è la conferma che questa sinergia è possibile ed è su questa strada che vogliamo proseguire”.

Vuoi conoscere altre realtà culturali con cui Fondazione ha collaborato in questi anni? Scopri l’energia delle Mine Vaganti e il teatro che crea comunità.


Fondazione Comunità San Gennaro

Davvero possiamo credere che la bellezza salverà il mondo?

Le indagini statistiche degli ultimi anni testimoniano che in Italia la cultura ha generato un indotto monetario pari al 16% dell’economia. Il rapporto Io sono cultura realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, evidenzia che quasi 38 mila organizzazioni non profit operano nell’ambito della cultura e della creatività (quasi l’11% degli enti attivi nel Terzo Settore). Numeri che non si limitano alle sole attività prodotte ma che generano un impatto territoriale, come quello turistico e dei trasporti, per un valore di 176 miliardi. Viene quindi da chiedersi: la bellezza può incentivare la creazione di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro? Ne abbiamo parlato insieme a Mario Cappella Direttore di Fondazione di Comunità San Gennaro.

Mario, partiamo dalla vostra storia. Fondazione di Comunità San Gennaro nasce in un territorio complesso. Ce lo racconti?

Il quartiere Sanità è al centro di Napoli, ma per una serie di peripezie storiche è pian piano diventato una zona di periferia. Nell’Ottocento era un luogo di passaggio: il re vi transitava per raggiungere la tenuta di Capodimonte e questo ha fatto nascere lungo il tragitto numerosi palazzi nobiliari di pregio. Negli anni a seguire però sono stati chiusi tutti gli accessi e il quartiere è stato progressivamente staccato dal resto della città, attraverso il cemento e le scelte politiche. L’isolamento ha avuto il merito di preservare alcune belle architetture, ma ha determinato anche un progressivo degrado culturale, sociale ed economico. Chi vi abita oggi spesso non ha mai visto il mare, che pure dista poche centinaia di metri e sente Napoli come una città distante.

La sensazione è che siamo sempre stati seduti su un tesoro, ma con la convinzione di essere brutti e cattivi.

Cosa ha significato per voi parlare di bellezza e portarla all’interno del Rione e cosa avete fatto?

Per prima cosa non abbiamo dovuto portare bellezza perché c’è sempre stata, ma era sottovalutata e non compresa. Quello che abbiamo fatto è stato farla comprendere, valorizzarle, dare visibilità.

La bellezza è una delle principali categorie educative: se educhi alla bellezza un popolo diminuirà la negatività e aumenterà il pensiero positivo. Educare al bello significa scardinare l’idea che abbina la povertà al brutto, elevare lo spirito, sviluppare l’orgoglio e l’autostima. La bellezza fa aumentare il livello culturale di una comunità!

La nostra idea è stata dunque rompere l’isolamento. Da un lato abbiamo fatto uscire i ragazzi fuori dal quartiere attraverso viaggi, tirocini, stage lavorativi all’estero, per mettere nei loro cuori la coscienza di altre vite possibili. Dall’altro abbiamo trovato il modo di far entrare le persone nel quartiere.

Come è stato lavorare con il territorio?

La strategia è stata aumentare i legami di comunità e territorialità per far scoprire il nostro quartiere.

Quello che abbiamo avviato è un processo culturale che ci ha imposto di porre obiettivi a lungo termine. A differenza del lavoro per progetti, i processi implicano tanti piccoli passi. Siamo partiti in pochi, come del resto ha fatto anche Gesù, che all’inizio aveva solo 12 uomini su cui contare, e fin da subito abbiamo puntato sul lavoro in rete e in comunità: qualsiasi cosa fai deve attivare sempre più legami con gli altri, perché una cosa positiva se la faccio da solo è un’opera di bene se la faccio con gli altri è vero cambiamento.

Concretamente abbiamo iniziato organizzando le visite turistiche di una piccola catacomba, quella di San Gaudioso, dando in gestione ai ragazzi la casa canonica del prete trasformata in un B&B, chiamato Casa del Monacone. Queste sono state le prime iniezioni di fiducia. Nel 2006 è nata la prima cooperativa, la Paranza, e poi con la gestione delle catacombe di San Gennaro abbiamo fatto il grande passo! Erano catacombe molto estese, più conosciute, ma fuori quartiere: abbiamo deciso allora di riaprire una delle porte di comunicazione con la città che erano state chiuse e di regalare la visita alle catacombe di San Gaudioso a chi comprava il biglietto per recarsi alle catacombe di San Gennaro. E così i turisti hanno ricominciato ad entrare nel nostro quartiere.

A distanza di quasi 10 anni, quale impatto avete generato?

È nata la comunità educante. Adesso abbiamo servizi culturali ed educativi che lavorano insieme. Lo posso descrivere con due indicatori: quando abbiamo aperto il primo B&B i turisti che prenotavano non arrivavano. Perché? Perché i tassisti quando sentivano dove dovevano andare li dirottavano altrove. Oggi i tassisti sono i nostri primi promoter e suggeriscono ai turisti di venire da noi! L’altro è che prima avevamo un quartiere depresso, senza attività commerciali, oggi invece non si trovano spazi liberi per aprire nuove realtà!

La cultura ha rivitalizzato la comunità, sotto vari profili. Infatti, come dice la convezione di Faro, ogni bene culturale, dovrebbe essere una risorsa per l’intera comunità che lo abita. In questo modo si trasformano le cattedrali nel deserto.

Quali resistenze avete trovato e quali alleati vi hanno supportato nello sviluppo delle attività?

Abbiamo incontrato le resistenze più classiche: “non si è mai fatto quindi non si può fare”, “se l’avessi fatto io l’avrei fatto meglio”, “chissà quale santo ha in Paradiso”. Ho riscontrato eccessivo protagonismo, difficoltà a mettersi insieme e a perdere piccoli pezzettini della propria identità in nome di un progetto più grande, gelosie, furbizie, finte collaborazioni. Ma ci sono anche gli uomini di buona volontà, e seppure provenienti da luoghi diversi, ci si riconosce, per affinità di visione e di pensiero. La nostra Fondazione è così, composita ed eterogenea, ma poggia su una rete di alleanze inimmaginabile, che ha abbattuto ogni rigidità. Ognuno con le sue competenze, che hanno arricchito la nostra realtà.

Dalla vostra esperienza pensi che la bellezza possa incentivare lo sviluppo di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro?

Si! In futuro dovremmo diventare più capaci di recuperare il valore delle emozioni che sono il mezzo più efficace di apprendimento per crescere. In questo modo possiamo ridefinire l’obiettivo di arrivo che non è una crescita esasperata ma una fioritura corale. E la bellezza a questo punto diventa la prima categoria di cambiamento. Soprattutto in Italia: siamo un paese che potrebbe vivere di ambiente e bellezza, per goderne e anche per creare economia. Dobbiamo solo riscoprire la capacità di valorizzare i nostri tesori, lì sta la chiave per risolvere molti problemi del nostro territorio, educativi, economici, di sviluppo. Le innovazioni tecnologie sono molto affascinanti, ma cosa hanno da dire in più rispetto al paesaggio e alla cultura? Possono solo integrarlo.

 

Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”, puoi partire dall'intervista ad Ally Beltrame sull'educazione responsabile.


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