Un campione in famiglia

Lo sport come scuola di vita: "Un campione in famiglia"

Nasce così la nuova iniziativa di Cattolica Assicurazioni, “Un campione in famiglia”, un grande evento itinerante, dedicato ai giovani, alle famiglie e ai valori dello sport come scuola di vita.

Perché l’attività fisica necessita di determinazione, passione, sacrificio e insegna ai giovani a impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi.

La prima tappa sarà a Verona, sabato 7 ottobre, in piazza Bra.

Una giornata ricca di attività sportive e ludiche, che trasformeranno la più importante piazza della città in una vera e propria palestra a cielo aperto.

I valori universali dello sport

L'evento che sarà anche un'occasione per vivere insieme i valori dello sport:

• Integrazione

• Aggregazione

• Rispetto delle regole

• Passione

• Gioco di squadra

E a rendere ancora più straordinaria questa iniziativa, ci sarà la partecipazione di Adriano Panatta, il tennista italiano più famoso di tutti i tempi, che dirigerà questa giornata di festa e premierà i vincitori delle gare, e due testimonial di eccezione, Maurizia Cacciatori, pallavolista che vanta 228 presenze nella Nazionale femminile e il grande calciatore Ciccio Graziani.

Per partecipare alle attività è necessaria l’iscrizione al seguente link: https://rgevents.it/

Vi aspettiamo!


Storie della buonanotte per bambine ribelli

Rubrica Sguardi Inclusivi: il quarto libro che ti consigliamo è..

“Alle bambine ribelli di tutto il mondo: sognate più in grande, puntate più in alto, lottate con più energia. E, nel dubbio, ricordate: avete ragione voi”.

“Storie della buonanotte per bambine ribelli” è un libro scritto nel 2016 da Elena Favilli, autrice e giornalista e Francesca Cavallo, scrittrice e regista teatrale.

È giunto alla sesta ristampa, ha venduto oltre 6 milioni di copie nel mondo ed è stato tradotto in quasi 50 lingue. È il progetto letterario inedito che ha raccolto più fondi nella storia del crowdfunding, coinvolgendo oltre 20.000 sostenitori e raccogliendo più di un milione di dollari.

Un verso successo editoriale che promuove l’inclusività femminile e il girl power!

La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Questo non è un libro di favole, ogni storia inizia con “C’era una volta..” ma la storia c’è stata davvero.

Niente principesse che attendono bellocci sul cavallo bianco. Qui si parla di donne padrone del loro destino e che hanno sognato in grande. Sportive, matematiche, pittrici, attiviste… donne ritratte da 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo. Cento racconti di vita di persone straordinarie, spesso dimenticate dalla storia, che in contesti non sempre favorevoli hanno realizzato il loro potenziale e contribuito allo sviluppo dell’umanità.

Una galleria di esistenze coraggiose che possono ispirare le bambine delle nuove generazioni a realizzare i loro progetti di vita e ad abbattere gli stereotipi di genere.

Perché vi consigliamo di leggere questo libro?

Il genere delle biografie è un format antico e che ha sempre riscosso molto successo, da Plutarco al Vasari. Fare di una vita un esempio cui tendere funziona. Ma esistono versioni al femminile? Boccaccio nel ‘300 aveva scritto il De mulieribus claris, per offrire esempi di virtù da seguire e di ragazzacce, a suo dire, da non imitare.

A distanza di quasi 700 anni il focus non è più sulla moralità di queste donne, ma sulla loro determinazione, il loro sentirsi parte di una comunità e il voler contribuire al progresso di questa, sulla possibilità di esprimersi e rispondere alla propria vocazione.

C’era bisogno di un libro così? Si!

Si tratta di fornire alle bambine di oggi modelli alternativi con cui identificarsi, per nutrire il loro immaginario con figure più complesse e sfaccettate. Per sostituire la sfilata di principesse con donne che hanno, con difficoltà, cambiato il mondo e rivendicato la propria libertà. Un tassello per costruire una nuova sensibilità e immaginare un mondo diverso in cui il genere non determini la grandezza dei propri sogni.

Accogliamo questa ondata di nuove ingegnere meccaniche, astrofisiche, informatiche, donne coraggiose, e ribelli, che potranno non sentirsi più mosche bianche!

E poi sai cosa ci è piaciuto tanto di questo libro? Quelle due pagine bianche alla fine, dove ogni bambina può raccontare la propria storia, il suo “C’era una volta..” e accanto disegnare il proprio ritratto. Inserirsi così in questa hall of fame di donne speciali. E immaginare che il proprio contributo possa un giorno essere di ispirazione e di sprone per le bambine che verranno.

Le “Donne che fanno la differenza” amiche di Fondazione Cattolica

Anche in Fondazione Cattolica abbiamo la nostra galleria di super eroine: esempi di audacia, determinazione e generosità che con passione hanno realizzato i loro sogni per il Bene comune.

Una di loro è Teresa Scorza, che ha lasciato un lavoro in azienda per seguire un desiderio profondo: dare un’opportunità a chi solitamente viene rifiutato. È nata così Zeropercento, una bottega di vicinato di Milano, che offre  formazione e lavoro a persone con disabilità intellettiva.

Sei curioso di conoscere le storie di altre donne speciali? Gli abbiamo dedicato una rubrica, “Donne che fanno la differenza”. Puoi partire da Mara e l’associazione Fattibillimo. 

P.s.: ti è piaciuto questo libro? A firma di Elena Favilli sono usciti anche “Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 donne migranti che hanno cambiato il mondo”, “Guida per bambine ribelli. Alla scoperta del corpo che cambia” e “Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 donne italiane straordinarie”.

 


genitori sotto stress? come crescere insieme ai figli

Genitori sotto stress: come crescere insieme ai figli!

Si dice che essere genitori sia il mestiere più impegnativo del mondo, un po’ perchè non esiste un abecedario che ne sveli i trucchi, un po’ perché è un lavoro che non esaurisce mai. L’Italia è un Paese in cui il carico di cura è affidato principalmente alla famiglia che sempre più spesso si sente inadeguata rispetto alla sfida educativa. Aggressività, iper-connessione, antisocialità sono solo alcuni dei comportamenti manifestati dai giovani in reazione al contesto attuale. In un mondo che cambia velocemente e nel quale vacillano le sicurezze, quali atteggiamenti adottare per creare una relazione sana con i propri figli e sostenerne la realizzazione? Ne abbiamo parlato insieme ad Alli Beltrame, counsellor professionista e autrice di L’educazione Responsabile.

Alli, nel tuo lavoro incontri moltissimi genitori alle prese con bambini piccoli ma anche con adolescenti. Quali sono le fatiche genitoriali che senti esprimere più spesso? Da cosa sono motivate?

I genitori parlano principalmente di preoccupazione per la sicurezza e la salute dei figli, gestione dei conflitti e difficoltà a far rispettare le regole. Tutti vorrebbero soluzioni pratiche e semplici, ma ciò che rende complesso il compito dell’educatore è spesso la mancanza di consapevolezza delle motivazioni profonde a monte del problema. Se non si hanno le competenze basiche, come la gestione emotiva e la coerenza educativa, anche le migliori strategie non forniscono solidi risultati perché i bambini percepiscono tutte le sfumature delle nostre intenzioni e rispondono a esse.

Fare un percorso di consapevolezza di sé è l’unico modo per avere fondamenta solide su cui costruire l’azione educativa che comprende vari aspetti come comunicazione, strategie pratiche, organizzazione...

Il mantra “l’importante è che siano felici” ha accompagnato le scelte personali, familiari e sociali degli ultimi decenni. Credi sia questa la finalità educativa nella crescita dei propri figli?

Il desiderio di vedere i propri figli sereni e appagati accomuna tutti i genitori, ma per realizzarlo bisogna avere chiaro cosa si intende per felicità. Anche io ho un motto personale: “la relazione prima di tutto”. La vita è fisiologicamente attraversata da momenti piacevoli e spiacevoli e ciò che ci può far sentire realizzati come esseri umani è saperci relazionare rispettosamente, con noi stessi e con gli altri, in qualunque circostanza. Se il focus di un genitore è la felicità, i momenti di disagio, che sono grandi opportunità di crescita, diventano frustranti; quando mettiamo al centro la relazione, il nostro ruolo è chiaro e ogni situazione, piacevole o spiacevole, è costruttiva. Questo approccio non mira a divertirsi in ogni istante, ma a essere felici e soddisfatti di se stessi.

Di cosa hanno bisogno i bambini e i ragazzi di oggi?

Tutto evolve velocemente e c’è tanto bisogno di onestà, coerenza e ascolto. Mentre i giovani hanno sempre più mezzi che consentono di vedere gli errori delle generazioni precedenti, gli adulti hanno sempre meno accesso al mondo dei giovani. Se i metodi usati in passato non hanno avuto successo, l’autorità e il rispetto che gli adulti sentono impliciti solo per questioni di età per esempio, è evidente che si debba riaprire un dialogo per trovare insieme nuove soluzioni. Ascoltare e osservare bambini e ragazzi senza pregiudizi è quindi un passo fondamentale. L’onestà e la coerenza, invece, rispondono al bisogno dei più piccoli di vedere nei grandi un esempio funzionale e trainante. Troppo spesso vedo genitori che riprendono i figli perché “non si staccano” dal telefonino mentre lo stanno usando a loro volta, magari contemporaneamente al computer. Predicare bene e razzolare male non funziona.

Su quale principio si fonda l’educazione responsabile e in cosa consiste?

Educazione responsabile significa rispondere con competenza, nei comportamenti e nelle parole, ai bisogni e alle istanze dei propri figli. Quindi un genitore responsabile, come già detto, si interroga su se stesso, trasmettendo con l’esempio le competenze come: fermezza, flessibilità e consapevolezza, e l’esperienza che ha acquisito. Non cala regole e valori dall’alto, li vive in prima persona. 

Quali benefici crea lo sviluppo di una relazione “genitore – figlio” responsabile?

La relazione responsabile è protettiva perché se un figlio si sente accolto e capito nel suo essere bambino o adolescente, non svilupperà le emozioni disfunzionali che sono causa di disagio in età adulta, e anche prima.  Scegliere l’educazione responsabile è un investimento nella relazione, permette di rimanere profondamente connessi ai propri figli e di essere un sostegno concreto nel loro percorso evolutivo. Per abbracciare autenticamente questo approccio è necessario abbandonare tutti gli schemi educativi che a lungo termine minano l’autostima e il benessere fisico emotivo, come i premi, le punizioni, le lodi, le regole rigide... Concentrarsi sulla relazione è l’aspetto importante ed è positivo sapere che si è in tempo sempre per farlo! Nel mio ultimo libro “Arrabbiati per bene”, che ho scritto con Valeria Mattaliano, edito da Mondadori, abbiamo affrontato anche questo argomento. Troppi genitori si accusano di aver sbagliato tutto pensando “Ormai è tardi”, desidero invece rassicurarli: quando c’è la volontà di metterla la relazione al centro, e non le proprie ansie o aspettative, non è mai troppo tardi.

Ed infine, quali sono gli attori sociali che dovrebbero abbracciare questo approccio?

Ogni adulto dovrebbe abbracciare questo approccio. Chiunque è responsabile del bambino o dell’adolescente che si trova davanti anche per pochi secondi, perché l’esempio educa; i più giovani apprendono osservandoci anche nei piccoli gesti.

Per saperne di più su come crescere insieme ai figli, puoi ascoltare L’educazione Responsabile su Spotify, seguire l’account Instagram di Alli Beltrame o il canale Youtube!

Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”. Lo sapevi, ad esempio, che a salvarci non sarà la scienza?


Fuocoammare

Rubrica Sguardi Inclusivi: il secondo film che ti consigliamo è...

È dovere di ogni uomo che sia un uomo aiutare queste persone”.

Gianfranco Rosi è un documentarista e in questo lungometraggio del 2016, premiato al Festival di Berlino di quell’anno come miglior film, racconta la vita quotidiana della gente di Lampedusa, il recupero dei migranti in mare e l’accoglienza negli hotspot dell’isola.

Il contenuto del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Questo film parla di Lampedusa, un’isola piuttosto piccola, di circa 20 km2, più vicina alle coste africane che a quelle italiane. Lampedusa è un luogo di speranza, meta di centinaia di persone che scappano da guerre e povertà, ma anche un limbo in cui permangono molti di loro in attesa di conoscere quale sarà il futuro che li attende, permanenza o rimpatrio. In questa terra sospesa vive Samuele, un ragazzino che, mentre tutto intorno a lui parla di mare, preferisce stare a terra. Samuele scopre durante una visita medica di avere un occhio pigro e di dover bendare quello sano, per “mettere a fuoco”: un cambiamento nella sua giovane vita e una metafora dei nostri sguardi. Il racconto poi si sposta in mare, dove le navi della marina militare prestano soccorso ai migranti e sembrano astronavi che si avventurano nel buio dello spazio alla ricerca di vita. Dopo lo sbarco i migranti vengono portati negli hotspot, avvolti da teli dorati per trattenere il calore e cantano il racconto del viaggio che li ha portati fino a lì, la loro testimonianza. Un medico, che è lo stesso che ha visitato Samuele, li visita e documenta il carico di sofferenza accumulato nell’occuparsi dei corpi, spesso martoriati, di questi uomini. Segue una sequenza di scene di vita quotidiana dei vecchi dell’isola, al suono dello scacciapensieri e la ripresa di uno sbarco, con la conta dei superstiti e dei morti stipati nella stiva del barcone. Poi un’eclissi, esperienza condivisa di una visione che si oscura e forse metafora del nostro sguardo, della nostra coscienza, che decide di non vedere la realtà.

Perché vi consigliamo questo film?

È un documentario che non si schiera, non racconta il prima e il dopo del viaggio, si concentra sul salvataggio, su Lampedusa, sulla Misericordia. Misericordia, come il nome del pullman che trasporta i sopravvissuti nei centri di accoglienza; come il gesto di Samuele che dopo aver colpito con la fionda le pale dei cactus per giocare alla guerra, ne fascia le ferite; come il medico dell’isola, l’eroe di questo racconto, che cura concittadini e stranieri con lo stesso amore, che nonostante ogni giorno incontri corpi bruciati, assettati, schiantati, non perde la sua umanità, perché “è dovere di ogni uomo che sia un uomo aiutare queste persone”. Per questo vi consigliamo questo film, perché ci ricorda di restare umani e ci fornisce lo strumento per farlo, la misericordia.

L’integrazione: un’opportunità

I bollettini quotidiani dei morti o dispersi in mare trasmessi dai telegiornali, spesso si riducono a semplici numeri, spesso approssimativi. Ma quei numeri sono in realtà volti, relazioni, speranze, vite. E come ogni vita possono portare valore e cambiamento nel nostro Paese.

L’ultimo Rapporto “Le comunità migranti in Italia” registra la presenza in Italia di 3.561.540 cittadini non comunitari al 1° gennaio 2022, in aumento del 5,6% rispetto l’anno precedente. Questa fascia di popolazione, equamente suddivisa nei generi, il 51% sono uomini e il 49% donne, è decisamente più giovane di quella italiana: il 21% infatti sono minori, a fronte del 15,3% dei cittadini italiani.

Quali sono le ragioni di ingresso in Italia?

  • i motivi famigliari sono la ragione principale
  • il 21% per lavoro, in aumento del +394,5% rispetto l’anno precedente
  • il 12,8% per richiesta o detenzione di una forma di protezione
  • il restante 7,3% per motivi di studio

E sul fronte del lavoro come stanno le cose?

  • Il 7,1% della forza lavoro è di cittadinanza extracomunitaria;
  • Nel primo semestre 2022 risultano in aumento rispetto al 2021 il numero degli occupati tra la popolazione extra UE in Italia, diminuiscono gli inattivi e le persone in cerca di occupazione;
  • le comunità caratterizzate da una maggiore presenza femminile (filippina, ucraina, moldava, peruviana) registrano le quote più elevate di occupate sulla popolazione femminile;
  • in ambito imprenditoriale si registrano oltre 500.000 imprese attivate da popolazione non comunitaria, l’8,4% del complesso delle imprese italiane: si tratta in prevalenza di imprese individuali (77,5%), nel settore del Commercio (41,2%) e dell’Edilizia (22,4%)

Dunque la presenza migrante è ormai un elemento strutturale del mercato del lavoro italiano.

Il ruolo del Terzo Settore

Nell’integrazione dei cittadini extra comunitari gioca un ruolo fondamentale anche il Terzo Settore, che spesso colma lacune strutturali del nostro Paese offrendo accoglienza e opportunità di formazione per l’inserimento sociale e lavorativo dei migranti. Negli anni Fondazione Cattolica è venuta in contatto con diverse realtà, come la cooperativa Nuove Accoglienze di Forlì, che fornisce alloggi, percorsi di integrazione culturale e opportunità professionali; Sophia, un’impresa sociale di Roma che offre ai giovani migranti un accompagnamento completo nel loro percorso di integrazione; Gustamundo, che attraverso la gastronomia promuove una contaminazione di cultura e sapori e Colori Vivi di Torino, un laboratorio sartoriale, in cui lavorano donne migranti provenienti da paesi diversi, che nella creatività mescolano i loro universi culturali.

Il tema dell’immigrazione ti appassiona? Leggi il nostro articolo sul libro “Non dirmi che hai paura”, potrebbe piacerti!


futurechair

Fondazione Cattolica aderisce all'iniziativa di Assifero #FutureChair

Il 16 giugno a Palermo in occasione dell’Assemblea dei Soci di Assifero, l’associazione che raggruppa le Fondazioni e gli enti filantropici italiani, Fondazione Cattolica ha sottoscritto la dichiarazione d’impegno per il dialogo intergenerazionale e la campagna #FutureChair, proposta da Assifero per favorire la partecipazione dei giovani nei processi decisionali.

L’Italia è uno degli Stati più anziani al mondo, con un’età media di circa 47 anni e in tale contesto i giovani faticano a trovare spazio per offrire il loro contributo, influenzare le scelte politiche e partecipare attivamente ai tavoli dove le decisioni vengono prese. Si perde così un’occasione preziosa, perché lo sguardo dei giovani porta con sé nuove competenze, nuovi punti di vista e nuove priorità che in ottica di costruzione del futuro non possono essere ignorate.

La dichiarazione d’impegno sottoscritta anche da Fondazione Cattolica per il dialogo intergenerazionale si compone di 6 principi:

1. Promuovere e creare spazi di dialogo e confronto

2. Rimuovere gli ostacoli e garantire condizioni abilitanti

3. Promuovere una cultura dell’ascolto attivo a tutti i livelli

4. Tenere conto e dare seguito

5. Comunicare i risultati raggiunti

6. Promuovere i principi

La prima iniziativa tangibile proposta da Future Chair, e che Fondazione Cattolica adotterà, è lasciare una sedia vuota, definita “Future chair”, nelle riunioni del board e nei panel, a simboleggiare la mancanza dei giovani ai tavoli decisionali e l’importanza di tenere conto dell’impatto che ciascuna decisione può avere sulle giovani generazioni e quelle future. Per saperne di più sull’iniziativa leggi il contenuto di Assifero.

Si tratta di un punto di partenza e non di arrivo, un viaggio che comincia oggi e guarda al futuro.

Fondazione Cattolica e i giovani

Parlando di futuro, Fondazione Cattolica ha attivato il primo programma di PCTO con gli studenti delle scuole superiori per favorire l’inclusione giovanile. I ragazzi, da giugno a luglio 2023, si sono impegnati nella realizzazione di una ricerca e nello sviluppo di un report sulla situazione giovanile a Verona che verrà presentato a Escogito,  l’evento di Fondazione Cattolica rivolto ai giovani (e non solo), che sarà realizzato a Verona l’1 dicembre: un approfondimento creato dai ragazzi e che parla di loro, dei loro sogni e delle sfide che immaginano di dover affrontare nel loro futuro.


Mio fratello rincorre i dinosauri

Rubrica Sguardi Inclusivi: il terzo libro che ti consigliamo è…

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi uno stupido”. Albert Einstein

Questo libro parla di disabilità, un argomento sicuramente delicato, ma non c’è retorica o pietismo tra le pagine del racconto perché a scriverlo è stato un ragazzo di 19 anni, che con la schiettezza e la semplicità della sua età, racconta come la diversità sia entrata nella sua famiglia quando è nato Giovanni, il fratello che ama i dinosauri, la musica, la Nutella, gli abbracci ..e si, ha anche un cromosoma in più.

La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Giacomo aveva due sorelle e desiderava tantissimo un fratellino con cui fare giochi da maschio. I genitori un giorno annunciano il suo arrivo: si chiamerà Giovanni e sarà speciale. Nella mente di Giacomo, un bambino di cinque anni, speciale significa supereroe, ma man mano che passa il tempo Giacomo scopre che suo fratello ha la sindrome di Down e teme che questa diversità possa allontanare anche lui dal branco dei “normali”. Così c’è il rifiuto, pieno di sensi di colpa, di quel fratello che gioca sempre con i dinosauri ma non sa stare al suo passo. Piano piano però Giacomo capisce che Giovanni i superpoteri li ha davvero: sa creare mondi, stabilisce un rapporto speciale con chiunque entri in contatto con lui e la sua vita è fatta di istantanee, di momenti presenti vissuti con inestinguibile entusiasmo.

Tutti siamo fatti diversi e nessuno di noi è “abile” in ogni campo, è solo una questione di sguardo, che può aprirsi davvero quando eliminiamo le distinzioni e scegliamo semplicemente di amare.

Da questo libro nel 2019 è stato anche tratto un omonimo film di Stefano Cipani, che potete vedere su Rai Play.

Perché ti consigliamo di leggere questo libro?

Consigliamo questo libro perché parla di disabilità con leggerezza, ironia e affetto, in una parola, con normalità. Propone un punto di vista ancora poco esplorato, quello dei siblings, i fratelli di persone con disabilità ed è un’occasione per riflettere su come la nostra società affronta il tema della diversità e come potremmo invece aprire nuovi orizzonti.

Lo stigma sociale nei confronti della disabilità è ancora un grave problema: spaventa, viene ignorata e talvolta schernita. Eppure la diversità fa parte della vita, gli esseri viventi su questo pianeta sono multiforme: per quale motivo allora è necessario stabilire una gerarchia?

La disabilità ha tempi, codici, abilità diverse da quelle cui siamo abituati, ma chi dice che siano migliori delle “nostre”, quelle più comuni? Chi ha scelto che un mondo è giusto e l’altro è diverso? Abbiamo costruito una società dove solo i tempi, i codici e le abilità dei cosiddetti normali trovano posto, ma forse è possibile innescare un cambiamento, aprendo lo sguardo con amore e meraviglia, educando le comunità ad accogliere la diversità, progettando spazi accessibili a tutti e costruire così una società più inclusiva.

Le persone affette da sindrome di Down in Italia

La sindrome di Down è causata da un’anomalia cromosomica e provoca vari effetti su salute, stili di apprendimento e caratteristiche fisiche.

Non esistono statistiche esatte, ma secondo le stime in Italia vivono circa 40.000 persone con la sindrome di Down, ogni anno ne nasce affetto circa 1 bambino ogni 1.200.

Negli ultimi anni l’aspettativa di vita è significativamente aumentata, passando dai 10 anni negli anni '60, ai 25 anni del 1983, fino agli oltre 60 attuali. Attraverso un approccio integrato impostato fin dai primi mesi di vita le persone con la sindrome di Down possono condurre una vita serena e produttiva. Per il benessere delle persone e l’acquisizione di un ruolo sociale, una componente essenziale è però il lavoro e sul fronte dell’inserimento lavorativo c’è ancora molto da fare: secondo l’associazione italiana delle persone Down, ad oggi in Italia solo il 13% di loro ha un lavoro e un contratto regolare. Proprio di questo si occupano alcune realtà che Fondazione Cattolica ha incontrato in questi anni, come Fondazione Più di Un Sogno di cui potete leggere in questo articolo o la cooperativa sociale Lindbergh.

Fonte dati

www.disabili.com

www.ospedalebambinogesu.it

www.quotidianosanita.it


I 7 movimenti per custodire le intenzioni

I 7 movimenti per custodire le intenzioni della rete

La rete informale #GenerAttivi si è incontrata il 30 giugno – 1 luglio a Carpi, ospitati dalla cooperativa sociale Il Nazareno. Due giorni di incontri, confronti, scambi per far crescere un eco-movimento operativo in tutta Italia.

La rete #GenerAttivi è nata all’interno di Fondazione Cattolica come espressione della capacità di creare valore economico prendendosi cura di chi è più fragile, rigenerando così il capitale umano e sviluppando comunità. All’interno della rete gli esponenti di associazioni, cooperative e imprese sociali sono protagonisti di un sistema relazionale che aiuta a maturare consapevolezze e nuove soluzioni grazie alla condivisione di conoscenze, competenze, esperienze e risultati. Una rete caratterizzata da libertà, gratuità e responsabilità. Ma come alimentare l’intenzione che negli anni ha coinvolto oltre 200 persone da 15 regioni italiane? Lo abbiamo chiesto a Patrizia Cappelletti, amica, Ricercatrice presso il Dipartimento di Sociologia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e coordinatrice dell'Archivio della Generatività sociale. Di seguito riportiamo il suo intervento.

Partiamo dalla Generatività Sociale

Partiamo dalla Generatività sociale perché in un mondo che rischia di essere freddo, cinico, desertificato, la generatività apre la possibilità di vite feconde, gioiose, ricche di quel senso che dà un contributo all’esistenza. La generatività sociale è un paradigma che può aiutarci a livello personale, organizzativo e sociale perché offre una prospettiva che ha riscontro sia sull’esistenza che sul fare.

D’altronde esistiamo solo nella misura in cui facciamo esistere qualcos’altro essere generativi significa orientare una relazione libera con il mondo che presuppone la capacità di dare la vita, prendersi cura e lasciare andare. Una promessa che risveglia dalla solitudine del modello individualistico e apre alla possibilità di un’esistenza ricca di significato.

La rete #GenerAttivi

Possiamo vederla come un Eco-movimento abitato da soggetti diversi in relazione tra loro che provano a collaborare nella diversità, riconoscendosi in uno stile comune. Come una nuova galassia! Le forze che tengono insieme i componenti della rete sono:

  • L’interindipendenza, siamo legati nella libertà
  • La relativa e originale contribuzione di ciascuno al tutto, ognuno mette quello che può e vuole
  • La libertà di movimento, dall’adesione all’uscita
  • Il riconoscimento reciproco tra le persone che è valoriale, culturale e spirituale.

Ma bastano questi elementi per tenere insieme le persone in un tempo in cui tutto si frammenta? In cui vogliamo sempre istituzionalizzare tutto per paura di non perderlo? Come possiamo tenere vivo il senso?

C’è una forma di NOI

Nonostante cresca l’attenzione rispetto alla “generatività”, essa rimane sempre fragile perché è un atteggiamento che si propone, non si impone, si intuisce, non lo si afferra, si opera e non si possiede. Siamo abituati a categorizzare tutto per riconoscere un’identità alle cose e alle persone. Anche se ancora non c’è un nome che può definire cos’è questa rete, #GenerAttivi continua a manifestare la sua sorprendente vitalità.

Osservando le realtà che restano nella circolarità generativa abbiamo compreso che bisogna stare in movimento. In particolare, dobbiamo tenere vivo un fuoco vitale che è caratterizzato da 7 movimenti.

I 7 movimenti

  • Ritornare all’origine, la parola origine ha la stessa matrice di generatività: occorre ritornare all’origine con la mente e con il cuore cioè il punto da cui tutto è partito. Chi ci ha invitato? Chi ha permesso alla storia di iniziare? Non è un tornare indietro per riappropriarsi di un modello o la mitizzazione di un’esperienza già vista. Si ritorna per sostenere una nuova nascita. Si torna indietro per recuperare la possibilità di lasciarsi ispirare dall’incontro, non per copiare ma per far nascere continuamente se stessi dentro l’idea ispiratrice e per generare forme nuove da quell’ispirazione. Così l’origine resta capace di generare e creare novità.
  • Ricercare, dal latino delimitare un cerchio, circoscrivere uno spazio o uno ambito in cui far confluire lo sforzo per evitare la dispersione e quindi essere efficaci nello stare lì. Si dice che Chi cerca trova! ma anche Chi fa cerchi trova! Cioè cerchiamo di con-centrarci. C’è una sete di conoscenza dell’esperienza che rimanda alla vita e richiede una cura del pensiero. La rete è uno spazio di cura del pensiero.
  • Tenersi: in testa, nel cuore, per mano e compagnia. Aversi alla mente, pensarci in un modo amorevole, pre-occuparci e avere cura. Tenersi e non trattenersi. Questo permette di attivare una disponibilità che ripara dal senso di solitudine, dalle fatiche dal bisogno di sentire sostegno.
  • Chiamarsi per nome, è richiamarci all’originalità del nostro essere. La creazione avviene perché le cose sono nominate, è il nome che fa esistere. Chiamarci per nome è un’azione resistenziale alla numerizzazione. Il numero ci omologa mentre abbiamo bisogno di chiamarci per nome per richiamare la bellezza a cui siamo destinati perché non siamo esseri indistinti. Lasciarsi chiamare per nome permette anche l’altro di accedere alla nostra vita, significa farsi conoscere davvero e lasciarci sconvolgere. “Il nostro nome accende il nostro destino come un interruttore fa con la luce!” scrive D’Avenia.
  • Ritornare al volto, l’incontro con l’altro implica un’infinita responsabilità dell’io davanti all’altro come volto. Noi siamo soggetti perché in relazione con l’altro, e quando perdiamo la visione del volto dell’altro perdiamo il senso dell’umanità. Stare vicini agli altri è una possibilità, una prospettiva che permette di restare umani. Ha un’elevata responsabilità educativa. Di quanto amore abbiamo bisogno per avere un volto?
  • Rendere grazie, è evidente che siamo in debito. Siamo in un debito che è inestinguibile perché il nostro debito è con la vita! Circola eccedenza e ne siamo beneficiari. Matura in noi un desiderio di restituzione diretta che diventa eccedenza quando si forma un movimento che diventa circolare. E a noi non resta che accompagnare questa circolazione. L’incommensurabilità del debito diventa libertà e dunque azione.
  • Contemplare, è un movimento interiore. È stare dentro alla vita liberi dal pensiero calcolante che privilegia la convenzione propria di questo tempo. Trovare la consapevolezza dell’esserci e dell’essere in relazione. Ha una dimensione poetica oltre che spirituale. La ricerca di un modo per abitare il mondo, per far risuonare gli altri e risuonare insieme agli altri. Questo genera comprensione della realtà e conoscenza. Ci dice chi siamo e come abitare il mondo.

Chi ha detto che la vita deve essere facile e comoda? È facile amare? E sognare? E sperare? Ecco allora che per essere rete dobbiamo abitare poeticamente il mondo e guardare pacificamente senza l’intenzione di prendere. Il futuro allora si apre.  Rimettersi a fare ciò che ognuno deve fare, nel modo più semplice: non è forse vero che la poesia del fornaio è il suo pane?

Puoi scoprire maggiori informazioni sulla rete e sulle progettazioni attivate all'interno del nostro Bilancio!


A salvarci non sarà la scienza!

A salvarci non sarà la scienza!

Viviamo in un’epoca storica in cui la parola sostenibilità è all’ordine del giorno. L’Agenda 2023 delle Nazioni Unite ne ha definiti gli ambiti di sviluppo: economico, ambientale e sociale. Ma la realtà è che per parlare di sostenibilità è doveroso chiedersi quali sono i cambianti reali che come singole persone, imprese e comunità possiamo adottare per favorire la generazione di uno sviluppo più armonioso tra uomo e ambiente. In fin dei conti la Terra si adatterà ai cambiamenti, ma l’essere umano?

Abbiamo scelto di intervistare Andrea Bariselli, psicologo, neuroscienziato, fondatore di Strobilo e autore del podcast “A wild mind!” per comprendere quali sono le connessioni tra uomo e ambiente, tra il benessere del pianeta e il benessere dell’essere umano.

Andrea, partiamo da principio: quali sono le antiche radici dell'uomo?

Come specie vivente la nostra radice è la biosfera. L’ambiente naturale è il nostro ambiente, è l’ambiente che ha permesso alla nostra specie di evolvere e svilupparsi. Nei secoli però abbiamo tentato di urbanizzare i luoghi per rendere più comoda la nostra vita e oggi ci troviamo di fronte ad a una umanità che ha perso interesse nei confronti dell’ambiente naturale, che scappa dalla fatica e al tempo stesso idolatra la sostenibilità. Mi chiedo come possiamo davvero proteggere e tutelare ciò che in realtà non conosciamo più?

A proposito di sostenibilità, cosa pensi quando ne senti parlare?

Mi viene la pelle d’oca perché a ben guardarci andiamo a mode. Adesso la parola “sostenibilità” è ovunque ma mi sembra che in Italia la consapevolezza sia ancora bassa mentre sta crescendo in questo senso l’opportunità finanziaria. Da dove partire? Mi verrebbe da dire dal buon senso. Mia nonna, ad esempio, non buttava via niente e non perché faceva economia circolare o perché voleva fare “sostenibilità” ma semplicemente perché sapeva che le risorse erano limitate e si prendeva il tempo per averne cura. Ecco, fare sostenibilità vuol dire comprendere il collegamento tra le cose, valorizzarlo e ottimizzarlo. Nel mondo il 10% della popolazione più ricca inquina per il restante 90%. Non possiamo continuare a nascondere le responsabilità. Dobbiamo cambiare i processi e le abitudini soprattutto oggi che grazie all’informazione sappiamo come vengono prodotte le cose.

Negli anni abbiamo costruito un mondo sempre più a misura d’uomo. Come l’urbanizzazione sta cambiando l’essere umano?

Ho sempre trovato interessante il fatto che ci sono voluti circa 14 mila anni per arrivare ad una popolazione di 3 miliardi di persone e meno di 90 anni per quadruplicare il numero degli abitanti sul pianeta. Come è stato possibile questo? Grazie a uno sviluppo che si basa sulla combustione fossile, sull’uso delle risorse del pianeta per creare energia. L’essere umano è per sua natura creativo e pensante, ma è anche opportunista per questo abbiamo costruito luoghi performanti in cui continuare a crescere. Abbiamo dato forma alla comodità e oggi passiamo circa 20 ore in ambienti chiusi esponendoci ad una concentrazione di gas che fanno calare le nostre prestazioni cognitive e decisionali. Questo ha ripercussioni sull’apprendimento scolastico, sulla performance lavorativa. Ci siamo raccontati che siamo essere multitasking ma il nostro cervello è un organo lento non progettato per questo. Allora mi domando: la nostra specie sta ancora evolvendo? Io penso che stiamo semplicemente cambiando.

Si tende a pensare a uomo e ambiente come entità distinte. Ma è davvero così?

Dico spesso C’è stata rubata l’attenzione perché il nostro cervello riceve stimoli illimitati che non riesce a processare. Basti pensare a quando camminiamo in una strada: il traffico, le luci, i suoni abbiamo occhi e orecchie che devono processare costantemente e questo genera uno stress sul nostro cervello che comunque ha l’obiettivo di favorire il nostro adattamento in base alle situazioni in cui viviamo. L’urbanizzazione sta cambiando la struttura del cervello per adattare meglio l’essere umano al contesto. Ma siamo stati progettati per rimanere in cattività? No! Le neuroscienze ci dimostrano che le esperienze all’aria aperta, in natura, migliorano l’attivazione dei sensi, la qualità emotiva, la concentrazione, il rilassamento delle persone. L’impatto positivo della natura sull’uomo è dimostrato ma sembra che ancora non basti. Le persone hanno bisogno di tornare a fare esperienza per comprendere il pianeta e oggi mi sembra che iniziamo a svegliarci da un incantesimo, stiamo vivendo un risveglio collettivo che riguarda l’intero ecosistema. Mi domando: ora che ne siamo consapevoli, saremo capaci di smantellare alcune nostre abitudini in funzione del futuro?

Se parliamo di futuro, cosa dovremmo fare secondo te per salvare il pianeta?

Per cambiare abbiamo bisogno di scelte coraggiose e di abbandonare la nostra comodità. Dobbiamo accettare compromessi e comprendere che ciò che abbiamo potuto fare con libertà e facilità in realtà ha un costo (di risorse e di impatto) che non possiamo più permetterci. Serve lavorare sulla cultura delle persone ma anche sulle scelte politiche delle amministrazioni, sull’orientamento delle aziende e delle lobby. C’è chi davanti ai dati, si consola pensando che tanto ci salverà l’ingegno della scienza. Io vorrei sfatare questo mito perché il problema è complesso, è sistemico e richiede interventi su vasta scala. Per questo penso che a salvarci sarà il cambiamento del nostro stile di vita.  I giovani questo l’hanno capito e si stanno facendo domane autentiche su ciò che li attende. Mi sembra però che ci sia una spaccatura generazionale e per ripartire le risposte dobbiamo darle tutti e insieme.

Di sostenibilità e sostenibilità integrale ne abbiamo parlata anche con Rete Verso, l'organizzazione che a Verona sta educando al cambiamento!


Samia atleta somala

Rubrica Sguardi Inclusivi: il secondo libro che ti consigliamo è...

 

“Un giorno guiderai la liberazione delle donne somale dalla schiavitù in cui gli uomini le hanno poste. Sarai la loro guida, piccola guerriera mia”.

La copertina del libro ritrae una farfalla gialla su campo azzurro. Un animale che è metafora della libertà ma anche della fragilità. Quella farfalla dalle ali leggere e colorate è Samia, una giovane atleta somala che nel cuore racchiudeva un sogno di libertà per sé stessa e per il suo popolo.

Il suo tempo è stato breve, come per le farfalle, ma il suo volo ha donato speranza a molte donne e ha ricordato quanto può essere grande la forza di un sogno.

 

 

La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Samia Yusuf Omar nasce in Somalia a Mogadiscio, in tempo di guerra, l’aria che respira odora della polvere da sparo dei fondamentalisti di Al-Shabaab, la sua famiglia è povera ma felice, il suo talento è la corsa.

Samia si allena di nascosto con scarpe bucate, avvolta dai veli del burqa imposto dagli integralisti, sogna un giorno di vincere le Olimpiadi e incontrare il suo idolo, Mo Farah, atleta somalo rifugiato in Inghilterra.

Quella bambina dalle gambe sottili ma potenti, “la piccola guerriera” come la chiamava suo padre, inizia a vincere, il comitato olimpico si accorge di lei e la fa volare a Pechino per le competizioni del 2008, così Samia diventa un simbolo di speranza e libertà per le donne somale.

Ma non basta partecipare alle Olimpiadi per vincere la cruda realtà del suo Paese. Dopo l’assassinio di suo padre, Samia decide di scappare da quella vita disperata e affronta il Viaggio. Attraversa l’Africa in condizioni disumane, preda dei trafficanti di uomini, derubata, stipata, sola, affamata, assettata, annientata, ma conserva la speranza di arrivare in Europa. E poi arriva il momento di salire su una barca, destinazione Italia, attraverso il mare. Quel mare che le era stato inaccessibile per tutta l’infanzia chissà cosa le riserverà..

Perché vi consigliamo di leggere questo libro?

Questo libro non è un romanzo. È la vera storia di una donna coraggiosa, nata in un luogo dove i sogni non sono concessi. Cosa insegna questa farfalla a chi è nato in luoghi più sicuri e umani? Forse proprio a non avere paura, a prendere in mano la propria vita, a combattere per i propri sogni, perché se lei ha trovato la forza per farlo tutti noi ne abbiamo il dovere. Ci ricorda la gratitudine per la pace, per il futuro costruibile e non negato. E ci invita a restare umani, a guardare gli occhi di quei giovani che giungono sfiniti sulle nostre coste assolate, a praticare l’empatia come strumento di condivisione e di conoscenza dell’altro. Ci spinge a correre, verso la vita, perché in definitiva siamo tutti farfalle in questo mondo.

I numeri dell’immigrazione in Italia

Sono oltre 55.000 le persone sbarcate in Italia dall’inizio di quest’anno, quasi il 50% proviene da paesi dell’Africa sub sahariana.

I cittadini stranieri che entrano in modo irregolare in Italia possono fare richiesta di protezione internazionale e durante l’accertamento dei requisiti vengono ospitati in strutture di primo soccorso e accoglienza, i cosiddetti hotspot e poi nei centri di accoglienza. Se i requisiti non vengono riconosciuti, sono trattenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio e vengono poi espulsi dal Paese.

Le persone che arrivano in Italia, sono spesso sole e disorientate e il ruolo del Terzo Settore è fondamentale per la loro integrazione. Esistono alcune realtà che offrono accoglienza e opportunità, attraverso corsi di formazione che promuovono l’inclusione sociale e lavorativa. Negli anni ne abbiamo conosciute alcune, come la cooperativa Nuove Accoglienze di Forlì che gestisce tre strutture in cui i migranti trovano alloggio, percorsi di avvicinamento culturale e opportunità professionali; Sophia che a Roma offre ai giovani migranti un accompagnamento completo nel loro percorso di integrazione, dalla presa in carico della posizione legale, all’inserimento abitativo, l’insegnamento della lingua, la formazione professionale e la ricerca di un lavoro; ma anche Gustamundo, che promuove l’integrazione di rifugiati e migranti attraverso la gastronomia e Colori Vivi di Torino, un laboratorio sartoriale che dà lavoro a donne migranti, mescolando nella creatività universi culturali diversi.

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Fonte dati: Ministero dell'Interno


Pcto alternanza scuola lavoro

“La parola ai giovani”: al via i PCTO di Fondazione

I PCTO, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, ex Alternanza Scuola Lavoro, nascono come percorso formativo per gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, per approfondire le proprie attitudini e aspirazioni, fare un’esperienza arricchente e coinvolgente in un contesto lavorativo e orientare i ragazzi nelle loro scelte future.

Quest’anno Fondazione Cattolica offre l’opportunità ai giovani di entrare nella propria casa, per conoscere i ragazzi di oggi e costruire insieme a loro il futuro che sognano. Uscendo dalla retorica di chi “parla dei giovani”, Fondazione Cattolica ha scelto di proporre un percorso immersivo per “fare con i giovani”!

Il progetto formativo "La parola ai giovani"

Il tema del percorso PCTO ideato per le scuole è “La parola ai giovani – ascoltare per cambiare!”. Attraverso lo svolgimento del programma formativo, Fondazione Cattolica mira a conoscere la situazione giovanile della città:

  • Chi sono i giovani che vivono a Verona e provincia oggi?
  • Quali desideri hanno per il loro futuro?
  • Quali criticità stanno affrontando?

Per rispondere a queste e altre domande, i ragazzi si cimenteranno nella creazione di una ricerca qualitativa e nella divulgazione delle informazioni raccolte.

In particolare gli studenti:

  • Elaboreranno un set di domande da sottoporre a coetanei, adulti di riferimento, imprese ed enti territoriali per delineare un profilo dei giovani della città;
  • Effettueranno le interviste sul campo accompagnati dai tutor, in parte corredandole di riprese video;
  • Scriveranno una relazione, sulla base dei dati raccolti, che verrà presentata alla seconda edizione di Escogito.

Organizzeranno l’iniziativa Escogito pensando agli ospiti, alla comunicazione, alla realizzazione dell’incontro. L’evento, rivolto ai giovani per pensare a nuovi modelli d’azione con cui costruire il futuro, si svolgerà nel prossimo autunno.

Risultati attesi dal PCTO

Fondazione Cattolica desidera accompagnare i ragazzi in un percorso di crescita delle loro competenze personali e curriculari.

Cosa impareranno i ragazzi da questa esperienza?

  • Competenze tecniche (programmazione, scrittura ed editing, digital marketing);
  • Soft skills (teamworking, proattività, pianificazione, ascolto attivo, comunicazione efficace, creatività, time management);
  • A elaborare e proporre idee e soluzioni inedite.

Tempistiche PCTO

Il percorso coinvolgerà fino a 6 studenti delle scuole veronesi e durerà circa quattro settimane. I PCTO inizieranno al termine delle lezioni scolastiche e si concluderanno nel mese di luglio.

Ti piacerebbe avere l’opportunità di partecipare al percorso o a progetti simili? Comunicacelo!

Fondazione Cattolica sta ideando percorsi per accogliere nuovi ragazzi e affrontare insieme nuove sfide!


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