Approvato il Bilancio 2019 di Fondazione Cattolica
Rispondere ai bisogni territoriali, prendersi cura delle persone che lo abitano e alimentare la vitalità umana ed economica del Paese: il Bilancio 2019 approvato dal Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica, è testimonianza della prossimità alle realtà sociali che lavorano quotidianamente per il Bene Comune.
«Il 2019 di Fondazione Cattolica è stato un anno davvero intenso - ha dichiarato il Segretario generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba -. L’attività si è estesa ulteriormente lungo la penisola, permettendoci di essere presenti su molti territori e incontrare altri enti non profit. Attività che permettono di conoscere persone con le quali il confronto è sempre arricchente, imparando dai successi, ma anche dalle difficoltà di chi ha cercato percorsi nuovi per rispondere ai bisogni sociali, osservandone le ricadute. È anche per questo che dedichiamo tempo alla misurazione dell’impatto sociale di ogni progetto».
In questo anno sono stati sostenuti 495 interventi su tutto il territorio nazionale ed erogati oltre 3 milioni di euro a favore di iniziative che si occupano di solidarietà, educazione, ricerca, cultura. Un importo che ha coinvolto più di 2 mila enti ed ha permesso a oltre 300 mila persone di beneficiarne. Solo in questo anno grazie ai sostegni erogati è stato possibile veder fiorire 68 nuove imprese sociali, creare 348 nuovi posti di lavoro e coinvolgere oltre 18 mila volontari.
La chiusura del mandato 2017-19 del Consiglio di Amministrazione ha fornito anche l’occasione per riflettere sul lavoro svolto nell’intero triennio, periodo nel quale Fondazione ha cambiato prospettiva concentrandosi sul sostegno ai progetti di intrapresa sociale. Nel triennio Fondazione ha sostenuto oltre 1.300 interventi e ha erogato più di 8 milioni di euro raggiungendo più di 5 mila enti e oltre 700mila beneficiari. Più di mille persone hanno trovato occupazione e si è formata una rete di volontari che conta più di 46 mila membri.
«È un bilancio che ci rende orgogliosi – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni – e che stimola ulteriori e profonde riflessioni per affrontare i cambiamenti che l’emergenza Covid-19 determinerà nelle nostre comunità. Sono sfide che la Fondazione è pronta a intraprendere con la consapevolezza della propria storia, dei propri valori e di quel capitale umano che anima la nostra azione. Dietro a ogni numero di questo bilancio vi sono i tanti destinatari che hanno beneficiato dei servizi messi a disposizione attraverso la Fondazione, ma anche quell’esercito di volontari straordinari che quotidianamente si impegna per dare il proprio contributo al Bene comune. Per affrontare il futuro occorrerà maggiore solidarietà da parte di tutti e rinnovato spirito di collaborazione tra istituzioni. Fondazione Cattolica si impegnerà con concretezza in questa direzione per continuare ad accompagnare la crescita dei territori in cui opera». Non resta che scoprire nel dettaglio il Bilancio 2019 e le realtà che sono state accompagnate in questo anno
Abitare la distanza
Per chi come me ha avuto la fortuna di non dover attraversare mai la tragedia di una guerra, ricevere restrizioni severe come quelle imposte dal Governo italiano in questi giorni costituisce una situazione totalmente nuova.
Cresciuti nell’era della mobilità libera (almeno noi che viviamo in questa parte del globo) vediamo chiuderci, letteralmente, tutte le strade.
Le nostre routine quotidiane ne risultano profondamente modificate, quando non sconvolte. Ciò che abbiamo dato per scontato – prendere un treno, andare al supermercato, uscire a cena con amici il sabato sera – è fortemente compromesso. Cambiano le regole della prossemica, che, per noi italiani, significa vicinanza, contiguità, corporeità. Per la nostra cultura la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio sono spontanee manifestazioni di affetto, amicizia, amore. Di cura. Da qualche giorno, invece, è la distanza ad essere diventata una virtù civica. Un segno di responsabilità. Anche tra colleghi, amici e familiari.
Stiamo imparando ad “abitare la distanza”, a vivere questo passaggio della vita in modo contraddittorio “dentro e fuori” la speranza.
Stiamo imparando a maneggiare il senso di questa nuova condizione per la quale ancora “ci mancano le parole”, che tuttavia già rimanda all’instabilità dei nostri riti quotidiani, a uno scarto tra l’essere “a casa” e il non esserci (al lavoro, a scuola, …).
Una rivoluzione.
In attesa che la situazione drammatica possa migliorare e risolversi, cosa che certamente avverrà, siamo costretti rapidamente a trovare nuove forme di socialità. Approfittiamo dunque di queste restrizioni per non indietreggiare, per scoprire che insieme a noi “c’è dell’altro” che non ci è estraneo, che ci fa parlare e riflettere. Perché della socialità, dell’essere “con” altri non possiamo fare a meno.
Non si tratta infatti solo di far funzionare una macchina, un sistema. Non siamo legati tra noi solo “funzionalmente”. Abbiamo bisogno degli altri in maniera più profonda. Ontologica.
Ce ne rendiamo conto quando le cose si mettono bene, quando abbiamo voglia di rendere gli altri partecipi della nostra felicità, ma soprattutto quando ad aumentare è l’incertezza, quando temiamo per la nostra salute, per il nostro futuro. Quando abbiamo bisogno di essere ascoltati da qualcuno, di condividere la preoccupazione, di avere una risposta che consola, che riaccende il sole.
In questa “sospensione del prossimo”, l’altro, silenziosamente, ritorna.
Come dopo una ubriacatura, come dal risveglio intontito da un lungo sonno, ci stiamo accorgendo che l’altro ci manca.
In questa lontananza forzata, incominciamo ad avvertire il vuoto lasciato dall’altro. Del “sentire” l’altro vicino: il lavoro fianco a fianco con un collega, la carezza del genitore anziano, l’abbraccio di un amico, il bacio dell’intimità. Il calore dell’altro, il suo odore. “Più sentiamo e più viviamo”.
Quanto questo “essere sociale” dell’uomo è fatto di carne!
Ci sarà da attendere, ma tutto ritornerà, possiamo esserne certi. Forse, però non sarà come prima. Forse le cose saranno addirittura migliori. Perché cose nuove ne sono già nate, in questi giorni dai perimetri stretti.
Intanto, in questa esperienza liminale in cui ci troviamo, tra un prima e un dopo Corona Virus, ci è venuta in grande aiuto la tecnologia. Da anni già ci accompagna, ma è indubbio che ora ci troviamo obbligati a fare un salto evolutivo. Tutti, anche i non nativi digitali. Anche i più pessimisti.
L’accelerazione all’uso della strumentazione digitale a cui stiamo assistendo in questi giorni – dal telelavoro all’adozione diffusa della formazione a distanza nelle nostre scuole e università, all’utilizzo delle piattaforme – costituisce forse una forzatura, ma anche una opportunità per un ampliamento delle nostre possibilità di relazione, conoscenza, apprendimento, progettazione.
Questa situazione costituirà un punto di non ritorno?
In quanto “appesa alla libertà” la realtà può essere vista nella contingenza dell’evento, e nel suo immaginario restiamo esposti ai molti fatti della vita. Resteremo testimoni scossi di questo isolamento imprevisto; che se è dal “chiuso” che trarremo motivo di raccoglimento operoso, è con il desiderio di riabbracciare “l’aperto” che troveremo la via per rifondare i nostri legami sociali, per cercarci e riconoscersi, per progettare insieme il ritorno.
È possibile. È auspicabile.
Due pensieri, solo abbozzati e tutti da coltivare.
Anzitutto occorre un investimento più convinto e sistemico in questa direzione perché non aumentino ulteriori diseguaglianze. Perché chi è marginale non lo sia ancora di più. E non ci sono solo i senior.
Un’amica con un bimbo alle scuole primarie mi racconta, preoccupata, della grande difficoltà di alcune famiglie straniere ad accedere agli strumenti digitali proposti dalle insegnanti per continuare i programmi. Oltre la mediazione linguistica, chi riuscirà a facilitare la loro mediazione tecnologica?
Lo stesso vale anche per tutti quei bambini e ragazzi che si trovano in condizioni di “povertà educativa”. Come accompagnarli in questa transizione affinché non rimangano sempre più indietro?
In secondo luogo: cerchiamo di mantenere grande attenzione al livello di “relazionalità” degli scambi, così che non prevalga la sola prestazione, da un lato, e neppure la standardizzazione dei flussi, dall’altro. Non si tratta solo di passare informazioni, ma di trasmettere “parole vive” e “personali”.
Cosa ci possiamo inventare perché, se il “toccare” fisico non è dato alla mediazione tecnologica, sia comunque possibile “toccare” l’altro, e, a nostra volta, senza paura, esserne toccati, sentendoci comunque “prossimi”?
E come far accedere a tutto questo chi ha persino bisogno di un “di più” di relazione, come molte delle persone che le nostre associazioni e imprese sociali accompagnano?
La sfida di umanizzare il discorso tecnologico è affascinante ma ancor più il cercare insieme.
Patrizia Cappelletti
Ricercatrice Università Cattolica del Sacro Cuore Milano

