Fondazione Verona Minor Hierusalem e il volontariato culturale che crea legami
Nell’Alto Medioevo, quando la Terra Santa era difficilmente raggiungibile, Verona iniziò ad essere nominata “Minor Hierusalem”, “piccola Gerusalemme”, un appellativo nato dal desiderio di ritrovare nella città italiana corrispondenze con i luoghi più importanti della capitale giudaica.
Un’analogia fatta di richiami e somiglianze urbanistiche e topografiche, che tracciano un percorso inedito di Verona. Un pellegrinaggio artistico, culturale e spirituale che oggi Fondazione Verona Minor Hierusalem valorizza e rende fruibile attraverso il volontariato culturale.
La Fondazione Verona Minor Hierusalem e le sue attività
Verona Minor Hierusalem propone un turismo culturale ed esperienziale, che valorizza la città di Verona. Proprio per questo la governance comprende rappresentanti delle principali istituzioni e organizzazioni cittadine, al fine di coinvolgere e attivare gli attori della città nella custodia e nella promozione della storia di Verona.

Attività prevalente della Fondazione è l’accoglienza in alcune chiese della città, attraverso un volontariato culturale formato ad oggi da 430 cittadini e oltre 100 studenti in alternanza scuola lavoro.
Tra i volontari e la Fondazione, si crea un circolo virtuoso, tipico dell’economia del dono, nel quale si dona tempo per ricevere formazione, crescita personale e di competenze. La proposta formativa può anche essere personalizzata, secondo gli interessi personali e può approfondire temi diversi: storia dell’arte, spiritualità, lingue straniere, canto e persino teatro.
La Fondazione propone un pellegrinaggio urbano, culturale e non ultimo spirituale, per conoscere Verona quale Minor Hierusalem. Delle attività promosse ne beneficiano i visitatori che possono accedere a chiese cittadine difficilmente visitabili, gli abitanti di Verona che possono conoscere aneddoti e particolari spesso sconosciuti e i turisti che esplorano luoghi esclusi dai percorsi tradizionali.
Gli itinerari culturali proposti, articolati nella visita di alcune chiese poste lungo l’antica via Postumia, sono:
- Rinascere dalla Terra - Verona crocevia di civiltà, storia e cultura
- Rinascere dall’Acqua - Verona aldilà del fiume
- Rinascere dal Cielo - Verona tra le note di Mozart e una nave di santi
Il modello di volontariato culturale
Fin dalla sua nascita, l’obiettivo della Fondazione era creare legami. Prima di rivolgersi al turismo, il progetto era infatti pensato come scambio culturale tra volontari. Rapidamente lo sguardo si è aperto all’esterno, in un’ottica di restituzione.
“Il volontario della Fondazione è un cittadino innamorato della sua città- spiega Paola Tessitore, Direttrice della Fondazione - che non è più solo spettatore della bellezza ricevuta, ma che secondo le logiche dell’economia del dono, diventa promotore di questo patrimonio e si attiva per tramandarlo nel futuro”. Un obiettivo che la Fondazione persegue creando e promuovendo relazioni con il territorio, tra i volontari e con i visitatori con cui gli stessi entrano in contatto.
“Tessere relazioni per il Bene Comune” è divenuto il modello valoriale e organizzativo adottato dalla Fondazione che si basa su sei pilastri: economia del dono; formazione interdisciplinare; creazione di valore nelle relazioni; passaggio intergenerazionale della cultura; sinergia con il territorio e l’ambiente imprenditoriale e innovAtibilità (ovvero l’innovazione culturale attivata per favorire un’accoglienza inclusiva e sostenibile).
La cultura come strumento di inclusione
Nel 2022 Fondazione Verona Minor Hierusalem è stata tra i vincitori del Bando Una Mano A Chi Sostiene con il progetto “Cultura e innovazione per l’inclusione sociale intergenerazionale”, avente l'obiettivo di rendere le chiese del quartiere multietnico di Veronetta un luogo di inclusione. La cultura dunque è diventata strumento per favorire l’accoglienza, aumentare la coscienza civica, sviluppare una cittadinanza attiva e creare nuove appartenenze.

Sono stati coinvolti nel progetto gruppi con caratteristiche differenti: due classi di scuola secondaria di primo grado, due classi di scuola primaria, due classi di studenti stranieri che frequentano un corso di italiano, un gruppo misto composto da abitanti del quartiere e volontari in formazione della Fondazione Verona Minor Hierusalem.
Attraverso visite e laboratori esperienziali, gli spazi e le opere d’arte presenti nelle chiese sono diventati strumenti per stabilire relazioni con il contesto e con gli altri partecipanti.
Questi nuovi legami hanno trasformato un luogo di identità, la chiesa, in un luogo di accoglienza.
Il progetto è ancora in corso, ma il modello strutturato e i risultati fin qui raggiunti consentono di immaginare una sua replicabilità nel tempo e in contesti diversi, a dimostrazione che “la cultura può diventare strumento di inclusione e trasformazione”.
Se questo argomento ti appassiona, leggi l’articolo che abbiamo dedicato al potere della bellezza e l’esperienza di Mario Cappella al rione Sanità di Napoli.
Alberto, il giovane prete che evangelizza l’amore
Io non lo sapevo cosa volevo diventare da grande. Mi piaceva l’idea di poter aiutare ma non avevo un progetto. Poi un giorno la mia vita è cambiata. E ora eccomi qui: prete, influencer ma soprattutto Alberto.
Hai presente quando gli adulti, parlando tra loro, si gonfiano dicendo: “E’ proprio un bravo bambino!”.
Ecco quel bambino ero io. Educato, a modo, generoso, rispettoso, intelligente e pure diligente.
Loro dicevano quello che vedevano. Anche se non sapevano che dietro tutto, c’era altro…
La verità è che ero ipersensibile e ho scelto di diventare bravo per emanciparmi dalle grandi litigate a cui assistevo. I contrasti in famiglia mi facevano male. Le urla di papà mi entravano dentro. Allora mi sono difeso come ho potuto: ho attivato la parte migliore di me per diventare indipendente il prima possibile!
Per questo durante l’estate stavo in oratorio. Facevo l’animatore ai bambini. Io ero lì per loro, però quell’attività ha aperto il mio mondo: ho scoperto i miei talenti e rafforzato le mie debolezze…insomma ho compreso chi ero.
Penserai “Wow a sedici anni sapeva già tutto!”, mica tanto. Da fuori ero sempre il bravo ragazzo, il leader, quello pieno di amici. Ma dentro qualcosa era inceppato, come se fossi bloccato. Fino a quando, durante una vacanza parrocchiale, ho trovato un Amico vero, Andrea, che aprì i miei orizzonti. Nell’ascolto trovai l’origine del mio blocco: io non mi sentivo voluto bene.
La mia ferita si aprì. Non sgorgava sangue ma sofferenza, tutto il dolore represso dalla fiducia che mi mancava. Allora sono andato a confessarmi ed è stato incredibile. Più manifestavo la mia tristezza, più mi sentivo felice, più raccontavo le mie mancanze, più percepivo amore.
Mi scoprii libero di vivere. Vivere la mia felicità!
Da lì, tutto è cambiato, il mio cuore si era spalancato. A settembre mi innamorai per la prima volta. Un amore tra i banchi di scuola inarrivabile, che sublimavo infilandomi le cuffie e perdendomi nei pensieri. Nel silenzio riflettevo sulle cose eterne: qual è il mio posto nel mondo? Ho una missione? Chi è Dio? E sentii crearsi un conflitto dentro di me.
Io pensavo e ripensavo. Poi una notte ecco arrivarmi l’illuminazione: “Ma se da grande facessi il prete?” mi chiesi. Vorrei dire che è stato facile, ma mentirei. Ho custodito gelosamente il mio segreto, ho superato la distanza creatasi con i miei genitori che avevano paura di vedermi triste e desolato con la tonaca addosso e ho visto gli anni dell’adolescenza volare.
Ma quelle erano le mie prove perché avevo compreso quale era la mia chiamata. L’amore di Dio mi aveva permesso di scoprire qual è il mio ruolo nel mondo, liberando le mie energie, il mio affetto incondizionato alla vita. E io volevo mettermi a servizio per far conoscere questa fonte di amore inesauribile a tutti.
Quindi eccomi qui! Mi occupo di giovani e della loro crescita. Riattivo le fede nei loro cuori perché questo significa renderli protagonisti della loro storia, che poi diventa la storia di una Comunità. Una sfida? Certo! Aprire i confini della Chiesa e diventare influencer porta invidie, gelosie e timori. Ma non sarà la rigidità a fare miracoli.
E io li vedo, i ragazzi che scoprendosi fioriscono. Li vedo in chiesa, nell’associazione LabOratorium dove trasformano talenti in competenze e in Fraternità, la community di migliaia di giovani che organizza eventi e promuove un’appartenenza di fede senza confini perchè quello che lega è l’esperienza, il messaggio, la libertà di essere e di divenire insieme.
Oggi mi sento fortunatissimo: posso comunicare alle genti e assistere a tanti risvegli perché quando le persone attraversano l’amore divino, trovano il senso e danno un senso alla loro vita.
Posso dirlo? Il fuoco che si accende in ognuno di loro è il mio carburante. Il frutto della mia missione!
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Il volontariato e i sorrisi che curano l’anima
È possibile dare un senso al dolore? Claudio non lo sa, ma con il tempo scopre che le sue ferite possono asciugare le lacrime altrui con un sorriso. E così il dolore si trasforma e diventa speranza.
Insieme ad altre famiglie, che come lui hanno vissuto la perdita un figlio per malattia, decide di dar vita all’Associazione Progetto Sorriso. L’obiettivo è aiutare a rendere efficienti i reparti pediatrici veronesi di Borgo Roma e Borgo Trento e le cure efficaci. Per farlo bisogna tornare in un luogo pieno di ricordi difficili da affrontare. Gli ospedali. Ma lì ci sono i bambini, le loro famiglie, il loro dolore. E Claudio sa che serve gioia per nutrire la speranza.
E così, oltre ad attrezzature mediche, giocattoli per bambini, materiali per i reparti pediatrici… tra le corsie si muove una squadra di volontari con il naso rosso e la bocca che ride. Sono i clown dottori. La comicoterapia diviene il mezzo per entrare in contatto con il dolore facendo spuntare un sorriso. Aiutare la guarigione nutrendo la fantasia di quei pazienti. Che prima di essere malati sono innanzitutto bambini.
L’associazione di volontariato Progetto Sorriso
Progetto Sorriso è un’organizzazione di volontariato nata nel 1996 su iniziativa di un gruppo di genitori che hanno vissuto l’esperienza di un figlio affetto da grave malattia. Nel nome è già inscritto il suo obiettivo: ridare il sorriso ai bambini affetti da patologie gravi e alle loro famiglie.
“La prima cosa è stata rendere più agevole l’assistenza delle mamme durante le giornate di ricovero - racconta Claudio Scarmagnani, presidente dell’Associazione - poi ci siamo occupati di ciò che ruota attorno alla degenza: giocattoli, comfort, attrezzature mediche, anche aiuti economici”. Interventi che hanno migliorato la qualità di vita dei bambini e delle loro famiglie. Ma le persone quando soffrono hanno bisogno di avere accanto altre persone. Di non sentirsi sole. Così è iniziato il percorso di comicoterapia, che alleggerisce lo spirito e combatte la solitudine.
I volontari vengono formati ad entrare in contatto con situazioni molto delicate, a comprendere l’emotività dei bambini e delle loro famiglie, ma anche a proteggere il loro equilibrio emotivo. Partecipano professionisti e persone comuni, spinte da ragioni di fede, dalla voglia di fare qualcosa di bello per gli altri ma soprattutto per migliorare loro stessi e mettere a disposizione questo arricchimento.
Il volontariato in Italia
Marco Lucchini, Segretario Generale della Fondazione Banco Alimentare ONLUS, spiega che il volontariato in Italia è storicamente solido e sviluppato, ma solo da poco tempo ha imparato a rappresentarsi con dei numeri.
Gli ultimi dati Istat disponibili, aggiornati al 31.12.2024, rilevano nelle istituzioni non profit la presenza di:
- 4.616.915 volontari totali
- Maggioranza maschile (2.690.756 maschi, 1.926.159 femmine)
- Prevalenza in nord Italia (2.602.010 al Nord, 1.078.707 al Centro, 631.553 al Sud e 304.646 nelle Isole)
I censimenti permettono inoltre di distinguere tra un volontariato formale e quello informale. Il primo individua l’appartenenza a un’organizzazione, cui si sceglie di dedicare il proprio tempo e solitamente coinvolge le persone più mature (65-74 anni). La categoria informale invece è tipica dei giovani.
Mentre il volontariato formale coinvolge soprattutto uomini, in realtà sono le donne che dedicano più tempo al volontariato ma in una dimensione informale, che va dall’aiuto alla propria comunità, a parenti, amici, parrocchie, senza che ci sia un legame stabilito con un’istituzione specifica.
Il volontariato registra una maggiore presenza in Nord Italia rispetto al Sud, anche perché il volontariato viene solitamente praticato da persone che hanno uno status economico solido, più comune nel settentrione. Di contro le imprese sociali si stanno sviluppando soprattutto al Sud, perché considerate anche una possibile fonte di reddito.
Il Covid poi, spiega Lucchini, ha determinato un profondo cambiamento dal punto di vista geografico: prima il volontariato era molto legato al territorio di residenza e lì vi si svolgeva, anche appartenendo a organizzazioni che operano a livello nazionale o internazionale. Con la pandemia invece si è concretizzata la possibilità del volontariato digitale.
Il volontariato in Europa
Paese che vai volontariato che trovi. La storia di ogni singolo Paese si riflette sulla nascita e le caratteristiche del volontariato praticato in quella nazione. Nei Paesi dell’Est ad esempio, che vengono da storie di dittatura, difficilmente si riesce a offrire gratuitamente la propria disponibilità e le organizzazioni fanno affidamento su dipendenti più che volontari. In Germania invece pubblico e privato hanno finanziato il mondo ecclesiastico perché si facesse carico dell’aspetto sociale.
Un dato interessante è l’apertura delle nuove generazioni al volontariato internazionale. Un’opportunità resa possibile anche dalla migliore conoscenza dei giovani d’oggi delle lingue straniere.
Opportunità e criticità del volontariato
L’informalità potrebbe essere considerata una criticità, perché potrebbe ridurre la capacità di incidere sulla realtà. Ma allo stesso tempo può diventare opportunità se questa è la forma in cui le persone di oggi riescono a impegnarsi.
Il Bene accade. Anche fuori dalle organizzazioni. “Il volontariato è un’espressione della persona” come dice Lucchini e pertanto si declina in varie forme, anche fuori dalle strutture convenzionali. Esistono molti gesti di cura, privati, non registrati nei dati delle tabelle, che però hanno un impatto sociale altissimo.
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Sei pronto a fare la tua parte? Immischiati!
Immischiati è un format che nasce oltre 10 anni fa grazie alla riflessione all’interno della “Fondazione per la Natalità”, attiva nella sensibilizzazione sui temi del calo demografico e le riflessioni che ne conseguono e dell’Associazione “OL3 né indignati né rassegnati”, che mira a spiegare in modo innovativo e non convenzionale la Dottrina Sociale della Chiesa.
“È un percorso per risvegliare il senso civico, che per noi cattolici è impegnarsi nel Bene Comune” ci racconta Oscar di Stefano, coordinatore delle attività e factotum di Immischiati, “e uno strumento per rendere fruibile la Dottrina Sociale della Chiesa”.
Immischiati.com

Dagli incontri in presenza iniziali, Immischiati si è trasferita sul web, dove oggi è possibile partecipare a webinar, consultare dispense di approfondimento e ascoltare podcast sulla comunicazione e sull’impegno civico per il Bene Comune. La piattaforma propone un percorso in 5 tappe, che sono i 5 pilastri della DSC:
- Persona
- Bene Comune
- Solidarietà
- Sussidiarietà
- Partecipazione
Ogni pilastro è suddiviso in tre parti e introdotto da contenuti pop, come spezzoni di film, per agevolarne la comprensione. La prima sezione illustra i principi dottrinali, poi esplora una visione più laica e civica dei contenuti espressi e infine propone una messa in pratica della Dottrina Sociale nella concretezza di tutti i giorni. “È una sorta di grande enciclopedia della DSC”, ci racconta Oscar, “che attraverso il sito riesce ad essere più facilmente fruibile, ad avere una diffusione capillare e rivolgersi ad un pubblico diversificato”. Attualmente sono circa 7000 gli iscritti a Immischiati, provenienti da tutto il territorio nazionale.
La legge di attrazione che innesca il cambiamento
Immischiati promuove un’idea di cittadinanza attiva e consapevole. Non è un partito e non ha velleità politiche. Mira a risvegliare il desiderio di Bene Comune nelle persone, a rimettere in moto quei “fermenti attivi” che in tutta Italia fanno la propria parte. L’obiettivo è che ognuno, nel proprio network e nel proprio raggio d’azione, possa incidere sulla realtà a favore del Bene Comune.
Come innescare questo nuovo sguardo sulla realtà? Attraverso l’esempio. “È per una legge di attrazione” ci spiega Oscar “che le persone sono portate ad operare un cambiamento. La gioia che io per primo emano nelle cose che faccio contagia gli altri”. Una forza, un magnetismo intrinseco al Bene Comune, dunque, capace di motivare e riattivare le persone.
I giovani: tra strumenti di riattivazione e felicità
Per generare cambiamento il contributo dei giovani è imprescindibile. Dopo una generazione che ha faticato a trovare la propria strada, i ragazzi di oggi, secondo Oscar, sono smarriti e non sentono l’urgenza di realizzarsi. Il pericolo è l’assopimento e l’egoismo, che distrugge la solidarietà.

La responsabilità è del mondo adulto, molto spesso infelice e non realizzato, che ha trasmesso questo stato esistenziale alle nuove generazioni. Qualche filosofo contemporaneo direbbe che è mancata la noia e la carenza, perché i giovani di oggi hanno avuto un’infanzia troppo ricca. E in questa società della performance manca la cultura dell’insuccesso, che ti fa accettare le cadute ed elaborare una via per rialzarti.
Un punto di partenza allora è riabilitare la parola “ambizione”, un termine oggi interpretato negativamente, ma che in realtà esprime desiderio. È il motore che ci spinge ad agire.
Servono esempi positivi, “persone con gli occhi che brillano” le chiama Oscar. Perché i giovani ambiscano a raggiungere non il loro ruolo sociale ma la loro gioia.
Bisogna sviluppare un pensiero critico e imparare a decriptare la realtà dalla virtualità, per capire dove sta la vera felicità.
E poi ognuno deve fare la propria parte, “il nostro pezzetto di Bene Comune”, per abitare la propria quotidianità e trovare la felicità, così da emanare una gioia contagiosa, che rigenera e riattiva gli altri.
Progetti per il futuro
Immischiati non si ferma. In questi giorni si sta registrando un nuovo ciclo di video corsi ed è in programma un tour nazionale di eventi. Cinque tappe in cinque città italiane in cui approfondire i 5 pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa attraverso speaker del territorio.
E allora cosa aspetti… Immischiati! Sei pronto a fare la tua parte?
Ti è piaciuto leggere di questa storia? Se vuoi conoscere altre esperienze nel mondo non profit leggi l’articolo dedicato a Progetto Mirasole.
Impresa sociale: il sapore dell’inclusione che dà gusto alla vita
Filippo si iscrive all’università di scienze e tecnologie agrarie, perché la sua famiglia ha un’azienda agricola e quella sembra la scelta più naturale. Ma la passione non decolla. Non trova stimoli, mollare tutto però fa paura. Poi è arrivato il famoso “treno”, quello inaspettato, che ha qualcosa di magnetico che ti attrae a sé. Cosa fai: sali a bordo o lo guardi passare? Filippo ha colto l’occasione e si è avvicinato a una cooperativa sociale di produzione artigianale di cioccolato con ragazzi autistici. Un’impresa dal cuore dolce che nutre le potenzialità. Da quella esperienza è nata So.ciok srl, una piccola media impresa a vocazione sociale che ha come mission l’inserimento lavorativo di persone con disabilità. Una realtà che ad oggi gestisce 2 negozi, un laboratorio di produzione continuativa di cioccolato in tutte le sue sfaccettature, 8 dipendenti e una rete distributiva allargata che crea valore. Era questo che Filippo andava cercando: la possibilità di reinventarsi ogni giorno, di tessere relazioni e sognare idee da convertire in progetti insieme a un team.
Avviare un’impresa sociale: tra ostacoli e competitività
L’impresa sociale è un’impresa a tutti gli effetti e va costruita considerando tutti gli aspetti previsti anche nel mondo profit. Un’idea imprenditoriale valida, una produzione di qualità, un progetto di marketing, un’adeguata struttura commerciale. L’inserimento lavorativo è “la ciliegina sulla torta” ci racconta Filippo Mazzocchi, presidente di So.ciok, “è una responsabilità in più che l’impresa decide si assumersi”. E perché sia efficace, è importante capire quale tipo di persone può collaborare, in base al tipo di produzione che si intende realizzare.
Gli ostacoli possono provenire dall’esterno, come è stato per Filippo che ha avviato l’attività a Codogno nel 2019, pochi mesi prima dello scoppio della pandemia. Ci sono poi le sfide interne, come nel mercato del lavoro classico, ovvero riconoscere le attitudini delle persone, individuare le loro qualità e capire in quale ambito lavorativo collocarle. E poi c’è l’aspetto commerciale, che per il mondo dell’impresa sociale significa abbattere i pregiudizi con la qualità del prodotto.
Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra produzione e impatto sociale, per creare qualità e valore.
Le forme di sostegno all’imprenditoria sociale
“Il quadro delle imprenditoria sociale non si presenta ad oggi omogeneo” ci spiega l’avvocato Felice Scalvini, membro del Comitato Scientifico di Cattolica Assicurazioni. Le cooperative, che rappresentano circa il 90% dell’imprenditoria sociale nel nostro Paese, hanno un quadro di riferimento fiscale e normativo definito. Le altre forme invece, introdotte dalla legge del 2007 e poi nel codice del Terzo Settore, “sono ancora in attesa di una piena legittimazione per quanto riguarda i provvedimenti fiscali da parte dell’Unione Europea”.
Sul fronte privato invece, stanno nascendo nuove e originali iniziative nella relazione con le fondazioni e gli enti filantropici, che possono intervenire a sostegno delle imprese sociali.
Un’ulteriore opportunità è il fondo gestito da Invitalia. L’agenzia governativa per lo sviluppo d’impresa ha un fondo dedicato all’economia sociale, che ha una dotazione di oltre 200 milioni di euro al quale varie imprese sociali hanno iniziato ad aderire.
Sinergie e coprogettazione
Esistono vari strumenti che possono generare opportunità e creare sinergie efficaci. La coprogettazione, con la pubblica amministrazione e con soggetti privati. I partenariati con le pubbliche amministrazioni. Forme di integrazione operativa tra imprenditoria sociale, pubblica amministrazione ed enti filantropici. Una triangolazione virtuosa che permette di realizzare ampie progettualità e attrarre risorse da soggetti diversi.
Ti interessa approfondire il tema dell’imprenditoria sociale? Leggi questo articolo!
Il welfare generativo: uno strumento trasformativo e di cittadinanza attiva
Per Samantha non è stato semplice scoprire la propria strada e accogliere il progetto che il destino le riservava. Da bambina sognava di diventare ballerina, ma il mondo intorno a lei le diceva che non era abbastanza, che non era adeguata a quella carriera. Per questo aveva paura della disabilità. Temeva di riconoscere nelle fragilità altrui le proprie. Ma ad un certo punto ha scelto di andare oltre. Decide di fare volontariato in un centro disabili. Il contatto con le “imperfezioni” le cambia la vita e sceglie di diventare educatrice. La paura se n’è andata con la forza della fede. Samantha si affida a un progetto più grande di lei e si sente pronta a trasformare i propri progetti di vita.
Un altro incontro fortunato, infatti, l’attende nel suo cammino, quello con Don Paolo dell’associazione La Rotonda a Baranzate, nella periferia di Milano. Un quartiere complesso, multietnico e di vite faticose. Samantha amplia le proprie conoscenze e lì progetta la sartoria sociale, il dopo scuola, l’emporio, l’housing sociale… In quel quartiere difficile Samantha fa risplendere la sua essenza e quella delle persone che lo abitano, trasformando la fragilità in potenzialità.
Le attività de La Rotonda
La Rotonda è un’associazione nata nel 2010 a Baranzate, su impulso della Parrocchia Sant'Arialdo e in particolare del parroco, Don Paolo Steffano, per promuovere iniziative a carattere sociale, educativo, formativo e lavorativo. La Rotonda è “un microcosmo”, come lo definisce Samantha Lentini, oggi Presidente dell’associazione. È un motore che rigenera la comunità attivando le risorse presenti al suo interno e facendole uscire dallo stato di bisogno. Realizza progetti di autonomia che contrastano la povertà e valorizzano il capitale umano, dalla formazione lavorativa all’insegnamento della lingua italiana per gli stranieri, dall’educazione all’housing sociale.
Terzo Settore: competenza, visione, innovazione
Il Terzo Settore è portatore di conoscenze e competenze specifiche, cui altri rami dell’economia e del vivere civile guardano per attingere nuove risorse e stimoli. Un sapere, che si impara sui libri ma soprattutto nella vita vera e attraverso le esperienze quotidiane vissute. “Non è un lavoro full time il mio” sostiene Samantha “ma full life”.
Ciò che in particolare caratterizza il Terzo Settore è la capacità di visione, di individuare le innovazioni che poi diventeranno asset strategici condivisi, ad esempio le comunità energetiche, l’investimento sulla personale, il valore della responsabilità sociale per le imprese e l’opportunità di incidere nella comunità in cui operano.
La coprogettazione: una risorsa da esplorare per avviare percorsi di welfare generativo
Anche il rapporto tra Terzo Settore e Pubblica Amministrazione è in una fase di profondo rinnovamento. Nonostante il principio di sussidiarietà vi è stata a lungo una subalternità rispetto il Pubblico. Negli ultimi tempi però, da una dinamica di mutua convenienza, sostiene Cristina De Luca, Presidente CSV Lazio e Vicepresidente di Fondazione Italia Sociale, siamo passati ad un dialogo più consapevole delle reciproche specificità e delle potenziali sinergie. Relazioni di condivisione che possono tradursi nello strumento della coprogettazione. L’innovazione, le competenze, la capacità d’intervento e di presenza articolata sul territorio di cui il Terzo Settore è portatore, può essere condivisa con i vari soggetti pubblici e, nel rispetto delle differenze e delle diverse responsabilità, è possibile realizzare insieme progetti di welfare generativo.
Il welfare generativo: uno strumento trasformativo e di cittadinanza attiva
In questi ultimi anni la nostra società si è trasformata profondamente e così anche il sistema del welfare. È oggi difficile dare risposte globali, perché il mondo di oggi è più complesso. Si devono ripensare i servizi e le modalità di erogazione. Anche il volontariato è mutato, specie per i giovani, che non possono più garantire un impegno a lungo termine e preferiscono attivarsi saltuariamente e per iniziative specifiche. Dunque, è necessario trovare anche nuove modalità di coinvolgimento.
L’obiettivo dev’essere l’implementazione di un welfare generativo, che attraverso le azioni rigenera le comunità, che costruisce percorsi virtuosi, favorisce una crescita dei territori in cui opera, che sa ideare nuove modalità in cui declinarsi, che valuta la propria efficacia sull’impatto determinato dalle proprie azioni. Un welfare generativo produce una sorta di economia circolare, un movimento virtuoso che non solo sa dare risposte ai bisogni ma che fa crescere la società nel suo complesso.
Per fare questo, si deve investire sui giovani, sostiene Cristina De Luca, per far capire loro quanto è importante un esercizio di cittadinanza e civismo e attivare la collaborazione tra generazioni.
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Massimiliano e la fame di giustizia
Quando nasce Massimiliano è il 1968. È solo un neonato in un piccolo paese lontano dai movimenti di massa, eppure il suo piccolo corpo registra il bisogno vivo di giustizia sociale. E non lo lascia più.
Massimiliano diventa un bambino che ha fretta, fretta di vivere! Gioca, va’ in bici, esce con gli amici…ha così fame di vita che bisogna abbreviargli il nome a un veloce “Massi” per farsi ascoltare.
Calcio, nuoto, pallamano, lo sport diventa un sedativo per arginare quell’energia che è incontenibile. Nemmeno quando dorme si placa perché sfide grandi lo attendono: sogna di essere un eroe, un eroe che salva dalle situazioni di pericolo e sopruso anche a costo della sua vita.
L’ingiustizia non la tollera. Gli fremono le mani e le gambe scalpitano quando vede ragazzini indifesi subire angherie. Per difendere prende a botte e non importa il suo perchè, per tutti diventa il ribelle scapestrato. Si sente incompreso, diverso dalla sua famiglia e anche dagli altri bambini. Così inizia a girare con gli strani, perché tra strani le differenze scompaiono.
Cresce attratto dalle storie di chi distrugge il pensiero comune che sputa sentenze. Lui, incapace di essere parte di un gregge, esce di casa a diciassette anni in cerca di quella libertà che l’autorità mette a tacere. Occupa una casa, trova un lavoretto e poi… si perde.
Massi esplora la vita, come anche le droghe, e quando si trova davanti una siringa prova, tanto cos’ha da perdere? Di eroina si fanno in tanti. Ancora non sa, che solo pochi tornano indietro.
Fino a quando non incontra Luigi, un pacifista antiviolento e coraggioso. Uno che scende in piazza, tra i tossici, per tendere una mano e avvertirli del pericolo: l’HIV incombe. Ma quelle sono cose per culattoni ribattono tutti. Tutti tranne Massi.
Con Luigi, Massi stringe un patto: non partirà militare, lavorerà al Gabbiano come obiettore di coscienza.
È tosta e il tempo sembra non passare mai. Invece i mesi scorrono e quando Massi cade, di nuovo, umilmente torna alla porta e nel bisogno comprende che il suo senso di colpa non lo salverà. A salvarlo sono le persone.
Fratel Attilio lo butta in mare, senza salvagente. Serve un responsabile per una casa, una casa piena di debiti, in un paese dove tutti li odiano. Sono senza soldi e senza cibo. Massi però non vuole la carità. Esce, incontra, ascolta e chiede. Servono vanghe, carriole, decespugliatori perché per cambiare la percezione c’è bisogno di dimostrare: non sono tossici, sono persone con capacità e voglia di fare.
Lavorare funziona e piano piano la casa si guadagna l’affetto del territorio. Massi diventa un uomo e la sua vita scoppia di senso. Si alza la mattina con la voglia di migliorare il mondo perché il mondo lo cambia dalle piccole cose, da nemici che diventano amici, dall’indifferenza che diventa fratellanza.
Il Gabbiano cresce: 8 strutture d’accoglienza, 60 appartamenti, housing sociale, comunità riabilitative e terapeutiche. Tossicodipendenti, ex carcerati, malati di AIDS, migranti, minori in fragilità sociale sono Persone accompagnate dai 110 dipendenti dell’associazione. Il Gabbiano diventa un riferimento nell’ambito della giustizia riparativa e della devianza, sostituisce l’abbandono con il prendersi cura.
Anche in montagna, dove l’agricoltura è eroica perché costa fatica di sudore e tempra. Ma Massi alle sfide non si tira indietro. E quando la terra diventa ettari da coltivare e il Nebbiolo vino di prima qualità, fondano la cooperativa il Gabbiano, un’impresa sociale con 23 dipendenti e un grande obiettivo: fare giustizia attraverso l’inclusione.
A 56 anni Massimiliano è soddisfatto. L’energia che gli ribolliva dentro è diventa crescita. Per sé e per gli altri.
“Credo nelle persone e negli sguardi che vedono ciò che ancora non hai compreso di te stesso. Non siamo gli sbagli che facciamo, siamo le seconde possibilità che riceviamo!”
Lui è Massi Pirovano, marito di Arianna e padre di Ottavia, un uomo che fa la differenza.
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Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale
Fondazione Progetto Mirasole nasce nel 2016 da un gruppo di soci fondatori impegnati da tempo nel Terzo Settore nell’ambito dell’accoglienza abitativa e della somministrazione di pasti caldi ai senza fissa dimora.
“L’esperienza maturata sul campo aveva permesso di comprendere che in questa catena di bene mancava un pezzo: l’inserimento lavorativo” racconta Sara Dongiovanni, referente della Comunicazione e fundraising dell’ente. Il territorio reclamava l’importanza e l’urgenza di sviluppare opportunità di inserimento lavorativo per persone in situazione di vulnerabilità sociale, ma come farlo?
L’Abbazia di Mirasole
Nel piccolo paese di Opera, in provincia di Milano, esisteva un’Abbazia dimenticata dal tempo, “un fantasma alla fine di una pista ciclabile” ricorda Sara. Progetto Mirasole partecipa così ad un bando per la gestione giornaliera e notturna del bene architettonico e passa dal sogno alla creazione di veri obiettivi.


“La Fondazione ha avviato un progetto di recupero dell’Abbazia, trasformando un luogo decadente in un centro accogliente con spazi aperti e ricchi di vita. Ha avviato un processo che non si è più fermato, dando una seconda possibilità all’Abbazia e offrendo un’opportunità per chi più fragile”.
I protagonisti di Progetto Mirasole
“Per destino si può nascere in un’area di mondo felice e fortunata o in una più complessa e articolata. Con Progetto Mirasole volevamo creare un luogo dove tutti potessero trovare gli strumenti utili per cambiare, per avere diritto di vivere la vita con la dignità che spetta ad ogni essere umano” riferisce Sara.
Per questo l’impresa sociale opera sul territorio innescando sinergie e reti: servizi sociali, comuni limitrofi, organizzazioni del Terzo Settore e 30 imprese. L’attenzione rivolta alla comunità permette in poco tempo di raggiungere cittadini italiani in fragilità economica a causa dell’uscita dal mondo del lavoro e difficilmente ricollocabili; persone in reinserimento sociale dopo la detenzione e migranti. “Abbiamo un ventaglio ampio di beneficiari, dai giovanissimi alle persone mature, siamo tanti e tutti diversi e questa è la nostra bellezza perché non si finisce mai di imparare l’uno dell’altro, di riscoprirsi senza pregiudizi con lo spirito della vera accoglienza”.
Oggi l’impresa sociale occupa 71 dipendenti, di cui 19 provenienti da situazioni di svantaggio sociale.


I servizi occupazionali di Progetto Mirasole
Per rispondere agli obiettivi di partenza, Progetto Mirasole fonda il primo laboratorio di cottura con una cucina industriale che oggi fornisce 6 mila pasti giornalieri ad enti operanti nel Terzo Settore. Ha poi avviato un ramo di manutenzione e sanificazione di aree interne ed esterne, occupa personale nell’Abbazia per l’attività di ristorazione, organizzazione d’eventi, accoglienza, laboratori didattici.
“Il nostro obiettivo? Creare una comunità alla pari senza discriminazioni. E infatti il nostro è un ambiente composito, ricco di culture, esperienze e provenienze dove si inizia un percorso che apre possibilità per inserimenti in altre aziende!” afferma Sara.
Caratteristiche di Progetto Mirasole
Dinamismo, resilienza, flessibilità e adattamento sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono questa organizzazione. La risposta del territorio racconta il primo successo di Progetto Mirasole. “Viviamo in una cittadina in cui la chiusura politica aveva radicato un pensiero. All’inizio la gente veniva per curiosità, perché l’Abbazia aveva aperto le porte. Ma quando hanno visto che oltre alla bellezza c’è un cuore sociale, la curiosità si è trasformata in fiducia e oggi costruiamo risposte grazie anche alla collaborazione comunitaria che abbiamo generato!”
Ti è piaciuto leggere di questa storia? Puoi continuare a conoscere le esperienze nel mondo non profit a partire da La Botteghe della Loggetta
La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia

Attraverso il bando Una Mano A Chi Sostiene, Fondazione Cattolica ha conosciuto il progetto Bottega della Loggetta, dell’associazione di volontariato G.R.D. (Genitori ragazzi con disabilità) di Faenza. Una piccola organizzazione non profit entrata nel cuore della propria città e che dai suoi sostenitori è stata premiata raggiungendo la quarta posizione come progetto meritorio del bando. Ecco chi sono!
G.R.D. nasce nel 2004 a Faenza da un gruppo di genitori di ragazzi con disabilità che desiderava un futuro diverso per i propri figli e voleva offrire loro nuove opportunità di inclusione sociale e lavorativa. “Volevano pensarli come persone attive per la comunità, per il territorio, come risorse. Dargli una responsabilità nella società” ci racconta Maria Sole Chiari, educatrice professionale socio-sanitaria dell’associazione. Le attività di G.R.D. nel tempo si sono articolate su più fronti. Accompagnamento delle famiglie fin dalla nascita dei loro bambini, con programmi di formazione e sostegno psicologico; progetti di inserimento lavorativo e di autonomia residenziale; attività ricreative.
La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia dei ragazzi con disabilità
La Bottega della Loggetta si ispira al sapore antico e al senso di solidarietà che si trovava nelle botteghe di una volta, quelle dove si era accolti sempre da un sorriso. È un negozio-laboratorio di alimenti locali, eco-sostenibili e biologici gestito da ragazzi con disabilità. Nasce nel 2013 e oggi vi lavorano 11 ragazzi accompagnati da un educatore. Ognuno di loro persegue gli obiettivi del proprio progetto di vita, ma le abilità che possono apprendere ed allenare in questo contesto sono molteplici e multidisciplinari, dalla sfera professionale a quella personale. Ad esempio, arrivare puntuali al lavoro, utilizzare un pc, relazionarsi con i clienti, gestire la contabilità, il magazzino e i rapporti con i fornitori.
La Bottega della Loggetta è una palestra per l’autonomia, un luogo in cui crescere e imparare un mestiere per poi proporsi nel mercato del lavoro.

Non solo vendita ma anche produzione e servizio: oltre all’attività commerciale, la Bottega organizza buffet producendo semplici stuzzichini o utilizzando alcuni dei prodotti in vendita.
Quelle della Bottega sono mura vocate all’incontro, alla relazione e allo scambio creativo. Proprio in quegli spazi, infatti, nel ‘900 aveva luogo il cenacolo artistico e culturale animato dall’artista Muky, scultrice e ceramista recentemente scomparsa. Nulla è casuale. “Questo negozio è un punto di riferimento per molti. Abbiamo tante richieste di inserimento – racconta Maria Sole – e abbiamo attivato anche collaborazioni con gli esercenti della zona, che aprono le porte delle loro attività e offrono ai ragazzi esperienze di tirocinio”.
È questo il quid in più che rende il progetto davvero efficace: uscire dall’isolamento e attivare il territorio alla partecipazione. La vera inclusione, infatti, è possibile quando la collettività decide di farsi carico del futuro dei più fragili trasformandosi così in comunità educante.
Work in progress
La Bottega della Loggetta si appresta a cambiare volto. Dalla vendita di prodotti alimentari e punto di riferimento per i gruppi di acquisto solidale, da marzo il negozio venderà abiti di seconda mano per bambini e materiali legati al mondo dell’infanzia. Un settore caratterizzato da grandi sprechi e che per questo permetterà di mantenere alta l’attenzione sui temi della sostenibilità e del riciclo. L’ambito merceologico originario sarà trasferito in un altro punto vendita, più centrale alla città di Faenza e implementerà una strategia più commerciale.
Strategie profit a servizio del non-profit
“Le scelte di vendita – spiega Maria Sole – non saranno più affidate agli educatori, che continueranno ad occuparsi della parte terapeutica, ma ad una persona dedicata assunta a tale scopo, che consentirà al negozio di confrontarsi ad armi pari con le altre attività della zona. L’obiettivo è che i clienti vengano da noi perché apprezzano il negozio e i nostri prodotti, non solo perché desiderano aiutare i ragazzi che vi lavorano. Questo fa parte di un cambio di mentalità della società che da anni cerchiamo di promuovere: la disabilità non deve essere intesa come un peso ma come una risorsa per la comunità”.
Gli altri progetti di G.R.D.

Se il primo sogno della GRD era quello di dare ai suoi ragazzi la possibilità di imparare un mestiere, il secondo è quello di aiutarli a vivere da soli in autonomia. Per questo due anni fa è nato il percorso “Provo a vivere da solo”. Due appartamenti semi-residenziali in cui 9 ragazzi con diversi gradi di disabilità vivono e allenano le loro autonomie quotidiane. Un progetto che sta già dando i suoi frutti: per due di questi ragazzi, infatti, si sta pensando l’inserimento in un contesto abitativo autonomo.
Infine, c’è il progetto “Crescere insieme”, che coinvolge adolescenti e famiglie in un percorso di confronto, condivisione e allenamento alle autonomie quotidiane. Cucinare, apparecchiare e lavare i piatti, orientamento stradale, utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici, della bicicletta, cura del sé, utilizzo dello smartphone, svolgimento dei compiti in autonomia, gestione delle dinamiche relazionali.
La Bottega della Loggetta ha realizzato un modello efficace e innovativo che può essere replicato anche in altri contesti per favorire l’autonomia e l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Un altro progetto straordinario sulla stessa lunghezza d’onda è Zero Per Cento a Milano: lo conosci? Leggi questo articolo se vuoi saperne di più.
Rebecca e il coraggio di restare
Volevo solo fuggire. Lontano da qua.
Perché a quindici anni sapevo distinguere un fuoco d’artificio da uno sparo e il rischio di non diventare adulti per colpa di un proiettile vagante è un pericolo reale.
Ti sembra normale?
Per proteggermi ho iniziato a mentire. A dire che abitavo in un altro posto perché mi vergognavo del pregiudizio che mi cadeva addosso quando dalla mia bocca usciva “Rione Sanità”. La paura si prendeva le persone e mi teneva a distanza dagli altri. Ma sai cosa succede a forza di mentire?
Ti prosciughi. E la sensazione di essere sbagliata ti logora un giorno per volta.
Ero nata nel posto sbagliato, non avevo il fisico giusto, non potevo permettermi le cose di tutti. In me, insomma, non andava niente. Soffocavo il dolore nella pancia. Fino a quando mi sono chiusa in camera, circondata dal buio di giorni inconsistenti, con la voglia di chiudere gli occhi e non svegliarmi più.
Ma poi la porta si è aperta. Volevo diventare maggiorenne e fuggire lontano, trasferirmi a Firenze per ricominciare. Per crearmi un futuro lontano da una città dove il futuro non è pensabile.
Però i sogni costano e certi sono troppo cari per una famiglia numerosa con una sola entrata. Allora mi sono cercata un lavoro. E così sono rinata.
Ho iniziato il Servizio Civile alla Paranza perché era dietro casa, dico la verità. Andavo a scuola, poi con il mio zaino arrivavo in cooperativa. E sai cosa? Lì si interessavano a me, il mio dolore non lo dovevo nascondere. I miei limiti neppure. Sembrava una magia ma lì andavo bene così come ero.
Mi sentivo al sicuro e protetta. Piano piano ho abbattuto le mie insicurezze e le barriere che mi impedivano di volermi bene. Ho iniziato ad essere me stessa perché mi hanno formata a riconoscere la bellezza e quando impari a vederla, a sentirla, ne diventi portatore a tua volta! E tutto cambia.
Al mio primo tour guidato avevo 18 anni e con la pandemia in corso c’era solo una persona. È stato bellissimo! Ho capito che le mie parole avevano un potere trasformativo, che raccontando potevo ispirare e accendere la speranza negli altri. Mi sono sentita dentro a un cambiamento e di questa storia ho voluto esserne parte.
Così ho scelto di non partire. A volte serve più coraggio per restare che per andare. Ma alla fine, ne vale la pena.
Oggi sono una guida. E sono felice. Accompagno alle catacombe, allo Jago Museum, alla Chiesa Blu e alla Santa Maria della Sanità. Guido i visitatori a percepire la meraviglia, li porto nel mio mondo, nel mio Rione per testimoniare che c’è sempre una via per costruire futuro, che c’è bellezza, che il valore siamo noi.
La sera mi addormento toccando il cuscino. Non ho più paura, anzi ho voglia di generare sempre di più. Per questo insieme a un gruppo di amici stiamo aprendo una nuova cooperativa, La Sorte. E pensare che odiavo questa periferia. Oggi invece non potrei vivere senza.
Ti è piaciuta la storia di Rebecca? Puoi leggere quella di altre Giovani Speranze a partire da Nadia!









