Giuseppina e la Casa che insegna ad amare

Giuseppina e la Casa che insegna ad amare

Giuseppina Vellone è la fondatrice di Famiglie per la Famiglia e ideatrice di Casa di Deborah, la Casa per guarire le ferite, trovare un nuovo equilibro, e scoprire (o riscoprire) l'amore per se stessi e per gli altri! 

La storia di Giuseppina

Giuseppina sa di terre lontane, di un focolare acceso e di erbe aromatiche. Sa di ricordi e di sogni perché in lei tutto inizia e tutto ritorna. Come la terra che l’ha cresciuta.

Nasce a Serra San Bruno, in un paesino fatto di natura, relazioni e storie.

È una bambina attenta e intraprendente che trova nella nonna Brunina il luogo da chiamare casa. Lei, vestale senza potere ma ricca di potenza, regala a Giuseppina l’intensità dell’affetto, la presenza, il significato della solidarietà, il valore dell’aiuto.

Nei gesti della nonna, Giuseppina accoglie amore, rispetto e tradizioni e inizia a immaginare il suo futuro fuori da quel piccolo mondo. Fino a quando il cuore e la mente del nonno subiscono un cortocircuito e fanno chiedere a Giuseppina come può l’umanità di uomo essere distrutta in un manicomio.

Si iscrive a Medicina. Punta a criminologia ma la vita per lei ha altri piani, quali non sa. Lo capisce vivisezionando cadaveri che non è quello il suo posto.  Lascia la scuola di medicina legale, una possibilità futura di lauti compensi e ricomincia con Psichiatria.

Si immerge nello studio. Diventa psichiatra, psicoterapeuta individuale e di coppia. Emigra per amore e inizia a lavorare in carcere, nella Commissione Medico Ospedaliera di Verona, come consulente dei tribunali di Verona, Trento e Venezia. Sono vissuti di sofferenza quelli che ascolta ogni giorno…

Giuseppina entra in intimità con le storie. Ne percepisce il peso, la fatica, l’affanno. Sente però di essere uno strumento per lenire il malessere altrui e spinge per dare alle persone la possibilità di rinarrare la propria vita. Altrimenti cosa accade se gli adulti restano bambini feriti?

Le ferite diventano lacerazioni profonde. Lo sa bene Deborah, psicoterapeuta esperta nel trattamento di bambini vittime di abusi, che diventa collega e amica di Giuseppina. Sono una l’opposto dell’altra. Deborah accoglie minori e ragazzi violati, Giuseppina adulti e genitori a volte violenti loro stessi, spesso, vittima di abusi, in uno studio che trasformano da luogo asettico ad uno spazio accogliente, profumato e dolce.

Vedono sempre più nuclei distrutti. Nello studio le ore scappano finché le loro parole sognano un futuro migliore per queste famiglie lacerate. Giuseppina pensa alla sua infanzia, a quella solitudine sopperita grazie alla nonna e alle donne della sua rete. E se nascesse uno spazio capace di bonificare le relazioni?

Il braciere di nonna Brunina è la soluzione. Giuseppina scrive il progetto di una Casa dove ragazzi e adulti si accompagnano nella crescita. L’idea piace e l’università la definisce di welfare circolare. Ce la stanno facendo, tutto scorre nel verso giusto. Tutto tranne Deborah…

Se ne va per una leucemia fulminante. E fa male. Giuseppina cerca di rammendare le sue ferite mentre i pazienti di Deborah le schiaffano in faccia la verità.

“E ora, dove cazzo vado?” le dice un ragazzo. I bisogni restano. E i sogni hanno bisogno di coraggio… Allora Giuseppina si addentra nella sua energia. Lascia il lavoro di consulente per i Tribunali e ricomincia dai desideri appesi.

Fonda “Famiglie per la famiglia” e nel 2018 apre le porte di “Casa di Deborah”. Un connettore di risorse per rafforzare il tessuto sociale veronese. Un luogo di cura, come era la casa di nonna Brunina, uno posto dove stare bene, una casa che ha a cuore i ragazzi, come voleva Deborah, che possono trovare il proprio equilibrio facendo, imparando e stando in relazioni positive con altri.

Oggi Giuseppina ha capelli striati d’argento e non si sofferma allo specchio. Si guarda invece negli occhi dei volontari e dei 16 ragazzi che ospita. C’è un riflesso di bellezza che attiva il buono delle persone, la riporta alle origini e la proietta al futuro.

Lei è Giuseppina Vellone. Una donna che fa la differenza.

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Nadia e il desiderio di dare futuro alle persone

Nadia e il desiderio di dare futuro alle persone

Quando in prima ginnasio ci hanno chiesto “Che lavoro farete da grandi?”, io ascoltavo le idee precise degli altri pensando che una risposta non l’avevo. Sapevo però una cosa: volevo capire l’essere umano!

Sono un’ape furibonda, diceva Alda Merini. Eccomi: un’ape inquieta che ronza, cerca, disfa e ricerca perché alla fine ci tengo a mettere una goccia di miele in più nel vasetto. E come le api io non vivo sola.

L’ho capito seduta a una tavola ma non quella di casa mia. In quella eravamo pochi mentre alla tavola della comunità eravamo tanti. E c’era casino, c’erano conflitti, c’era umanità vera ed era bello. Io lì stavo bene.

Avevo scelto di studiare Psicologia perché sono rimasta fedele a me stessa e volevo capire la sostanza. Studiavo e lavoravo: commessa, cameriera, il tempo volava ma sai cosa? Mi sembrava di rimanere sempre uguale. E a fine giornata il tempo mi sembrava di averlo perso.

Quando invece sono entrata come Educatrice in comunità tossicodipendenti tutto è cambiato. C’ero io con venti uomini che avevano anche il doppio dei miei anni. Dovevo tirare fuori le mie risorse per non essere sopraffatta perché lì non mi risparmiavano niente. Era difficile ma vero. Era sfrontato e tosto perché nel mio lavoro ti dicono che devi essere empatica, che devi ascoltare attivamente, entrare nella relazione ma devi anche mantenere un distacco. E io avevo 20 anni.

Sentivo di vivere. Non era solo che imparavo ma che il mio esserci, combaciava con il miglioramento degli altri. Nella relazione trovavo la mia forza, il mio punto di riferimento. Per questo ho iniziato a lavorare nel sociale, a contatto con detenuti, persone disabili, famiglie in difficoltà.  E ho anche capito che l’essere umano è contraddizione pura, che non puoi funzionare bene solo finchè sei negli occhi di qualcuno. Devi farlo da persona libera.

Ecco perché non potevo stare solo nella relazione. Volevo dedicarmi alla costruzione di futuro. Così ho ricominciato studiare e mi sono diplomata in progettazione sociale. Volevo creare impatto perché per generare cambiamento serve uno sguardo lungo che supera l’urgenza. E poi sono entrata in Mirasole.

Immagina un’abbazia del 1200 dove i mattoni sono intrisi di uno spirito di pace e intrapresa. Si respira un’atmosfera bella di serenità e di lavoro. Perché il lavoro è l’aspetto fondante di progetto Mirasole: quando una persona fa migliora la sua autostima, l’immagina che ha di sè stessa, si creano relazioni e la vita prende forma.

Oggi penso di fare il lavoro più bello del mondo. Anche se a volte è dura. Il fatto è che ciò che fai torna indietro. E io apro le braccia perché quando lo guardo vedo arrivare un mondo giusto.

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Modus, il tuo salotto fuori casa

Modus, il salotto fuori casa

Uno spazio culturale a Verona che porta sul palcoscenico rappresentazioni adatte a tutta la famiglia! Modus è uno spazio, creativo e innovativo, nato per dare alla città una nuova componente culturale.

Definire il Modus un teatro suona riduttivo perché il Modus è uno spazio per teatro, concerti, spettacoli, cinema, conferenze, letture ma anche laboratori, incontri ed eventi privati.

Un luogo in disuso che Andrea Castelletti inizia ad abitare nel 2017 immaginando tutto ciò che dentro quello spazio modulabile sarebbe accaduto.

La nascita di Modus

“Dico sempre che sto vivendo la mia seconda vita – racconta Andrea, fondatore e presidente della realtà – Prima ero un ingegnere, un libero professionista senza tempo libero e poi un funzionario in banca con il tempo giusto per dedicarmi al teatro in modo disinteressato”. La passione per il teatro Andrea inizia a coltivarla durante l’università. Ma c’è voluto tempo prima che questo amore per l’arte diventasse forma. “In banca mi sentivo una tigre in gabbia e quella che all’inizio era solo una compagnia amatoriale si è trasformata in una compagnia professionistica con cui abbiamo iniziato a fare spettacoli andando in tutta Italia”. Teatro Impiria nasce nel 2006 e porta al pubblico drammaturgie originali e di contenuto attraverso forme teatrali innovative e curando molteplici rassegne. Italia, Brasile, Stati Uniti ed Europa, la compagnia viaggia fino a quando non sedimenta il desiderio di trovare un luogo, uno spazio stabile per dare alla città un’opportunità di crescita.

“Tutto ciò che avevamo fatto ci ha dato credito. Ho scoperto che eravamo credibili e le persone e le istituzioni ci hanno dato fiducia. Quando ho trovato il luogo dove aprire Modus abbiamo aperto un crowdfunding chiedendo alla città di aiutarci ad aprire il teatro che non c’era. E la città, ha risposto!”

Modus, il tuo salotto fuori casa

Modus rappresenta un’alternativa. “Volevo che Verona potesse vivere spettacoli diversi, che qui non si sarebbero visti. Volevo dare alla città una chance creando anche un pubblico variegato con spettacoli rivolti a tutte le persone!” testimonia Andrea. Modus avvia così più percorsi abbinando proposte sviluppate dalla compagnia Teatro Impiria a quelle di Orti erranti (compagnia più giovane e che utilizza un linguaggio di sperimentazione), da spettacoli con grandi nomi nazionali a compagnie ed artisti di valore ma meno conosciuti. Il cartellone è un ricco intreccio di proposte: dagli spettacoli comici e quelli drammatici; dall’attualità alle letture; dalla musica alla danza; dal cinema per bambini alle serate senza sedia in platea dove il pubblico balla seguendo lo spettacolo! “Teatro, musica, cinema…abbiamo circa 5 eventi alla settimana ed ora che è passato il Covid la platea è quasi sempre sold out!”.

Il ruolo del teatro

Il teatro è opportunità. “Il teatro è immediatezza e verità. Metti in scena un mondo fatto di storie, sentimenti, rappresentazioni che parlano insieme al pubblico. Non c’è finzione in teatro perché tutto avviene nel qui e ora” racconta Andrea che crede nell’arte teatrale come mezzo per aiutare i giovani a recuperare la realtà.

Così nel 2022 Modus ha sviluppato 40 laboratori di teatro con le scuole di primo e secondo grado. Due mesi di attività che hanno coinvolto l’intera classe. “Alla fine gli insegnanti ma anche gli alunni erano stupiti degli effetti prodotti. Perché il teatro è così, ti abitua a relazionarti senza interferenze di device, ti obbliga a vivere le emozioni!”.

Per questo Fondazione Cattolica ha scelto di condividere con Modus il palco della Gran Guardia, l’1 dicembre durante Escogito, l’evento rivolto agli studenti della città dove partecipano 700 giovani. Quest’anno saranno proprio i ragazzi a mettere in scena lo spettacolo “I 7 giorni” che anticipa il premio “Giovani di Valore”.

La cultura di Modus in città

“Siamo granelli su cui poi si nuclea la perla” ammette Andrea perché fare cultura in questo tempo non è semplice. “Bisogna essere bravissimi, bravi non basta, e tenaci perché non possiamo sfuggire al nostro destino ma dobbiamo renderlo, e continuare a renderlo, realtà”.

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Rondine cittadella della pace

Rondine, una cittadella per la pace

In un mondo sempre più dilaniato dalle guerre, esiste in Toscana un’organizzazione che promuove la trasformazione creativa del conflitto attraverso l’incontro, la convivenza e lo sviluppo educativo e formativo dei giovani.

Rigenerare l’uomo. E’ questo uno degli obiettivi promossi da Rondine Cittadella Pace, un’organizzazione non profit impegnata da oltre 40 anni nella riduzione dei conflitti armati del mondo attraverso progetti di formazione, diplomazia e innovazione sociale. “Si parla di guerra solo quando scoppiano i conflitti ma la verità è che i conflitti scoppiano quando la quotidianità è ammalata. Non è una questione da capi bensì un reticolo di relazioni che funziona con logiche conflittuali. Noi lavoriamo all’interno di queste relazioni per creare un altro pensiero” – racconta Franco Vaccari, presidente dell’ente.

La nascita di Rondine

Rondine nasce da un sogno di ospitalità e dialogo e da un percorso di comprensione sviluppato in collaborazione tra i fondatori. “Siamo fieri dell’inizio con la pala in mano e con il cemento” ricorda Franco facendo memoria della profonda ristrutturazione del borgo medioevale in cui oggi sorge la Cittadella della Pace. “Volevamo costruire un luogo capace di creare identità orientate alla pace” e così nel 1988 inviano una lettera a Raissa Gorbačëva per tentare di aprire un canale di comunicazione con l’Unione Sovietica. La risposta, con l’invito della first lady a Mosca, apre la strada al lungo cammino di diplomazia popolare.

La Cittadella della Pace

Nel borgo iniziò un’esperienza di accoglienza di studenti russi e ceceni che permisero a Rondine di mettere a fuoco il loro obiettivo. “Non volevamo fare uno studio di geopolitica. Volevamo persone capaci di mettersi in gioco in modo integrale per cambiare il pensiero e portare nei territori feriti dai conflitti azioni di pace”.

Nel 1997 nasce la World House, il cuore di Rondine, uno studentato internazionale che ospita ogni anno 30 giovani provenienti da 25 Paesi tra Europa, Africa, America e Oriente.

La scuola offre un programma biennale che si articola in tre contesti: quotidiano, formativo e accademico. I partecipanti sono selezionati da Paesi imperniati da conflitti che accettano di vivere a contatto con il proprio “nemico”. Giovani con un acceso interesse intellettuale, stabilità psicologica, disponibilità a mettersi in gioco e vocazione civile per il proprio popolo. “Abbiamo un percorso di selezione rigoroso perché dobbiamo trovare le persone giuste. Qui israeliani e palestinesi vivono insieme, come russi e ucraini o russi e ceceni… e all’inizio è uno shock”.

Convivere in un francobollo di terra abbatte l’idea di nemico. Nella World House i giovani si rendono conto che nemico è solo un’invenzione perché in realtà si tratta di una persona con sogni, desideri, bisogni comuni. “Quando si guarda in faccia ciò da cui si vorrebbe fuggire, si può intraprendere un percorso innovativo che parte dalla condivisione del dolore e della rabbia che la guerra ha prodotto per investire quell’energia in un modello di trasformazione creativa”.

I cambiamenti di Rondine

In questi anni di studio sul campo Rondine ha affinato un metodo che non si concentra solo sulle conflittualità di territori in guerra. “I primi giovani che arrivavano, venivano con una sacchetta e il cambio. Oggi i ragazzi hanno cose e hanno viaggiato. Un tempo i giovani erano confinati in gabbie, oggi, nonostante la globalizzazione, vivono con chiusure multilivello” racconta Franco. Stanno crescendo le appartenenze sovraniste, il bisogno di salviamoci noi lasciando indietro gli altri. Persiste una diffidenza di fondo, il mettere la distanza tra il noi e loro. “Per questo abbiamo siglato un accordo ministeriale che riconosce una sperimentazione nazionale che porta il metodo di trasformazione creativa del conflitto anche in 25 scuole italiane per permettere agli adolescenti di affrontare in modo positivo il conflitto interiore, intergenerazionale, razziale”.

Il metodo Rondine

“Siamo artigiani di umanità. Sappiamo di essere piccoli in questo oceano di vita ma esistere per noi è importante” ammette Franco. Per questo l’11 novembre dalle 9 del mattino alla Pontificia Università Lateranense, Rondine organizza un convegno per presentare un lavoro di riflessione che offre risposte alle questioni cruciali che sta vivendo oggi la società. L’evento, nel quale presenzierà anche Fondazione Cattolica, è aperto alla cittadinanza.

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Vincenzo e l'esperienza di GOEL

Vincenzo e l’esperienza di GOEL

Ci vuole coraggio. Vincenzo è un bambino quando capisce che nella vita si può scegliere: puoi inginocchiarti al sistema o lottare per cambiarlo. E tra le due vie, Vincenzo sceglie la seconda.

Inizia a percepire cos’è la ’ndrangheta tra i banchi di scuola. La vede nella prevaricazione, nella violenza gratuita, nella sopraffazione che diventa protezione quando i bambini si arrendono alla forza bruta di coetanei da cui non possono scappare. Tutti sanno. Tutti vedono. Eppure regna il silenzio.

Il sistema mafioso è pervasivo. Bisogna imparare a farsi rispettare fin da piccoli per questo la scuola diventa un luogo d’allenamento al futuro che li aspetta, un futuro fatto di vittime e oppressori.

Ma Vincenzo a quest’idea di domani non ci sta.

È un ragazzo timido, ma curioso e creativo. Lascia che le parole di Gesù e di Gandhi illuminino il suo percorso e a 18 anni si accorge ha bisogno di qualcosa di più. Fa servizio ad un campo di vacanza e studio insieme a persone disabili, conosce le comunità di Capodarco e la Comunità Progetto Sud e capisce che la sua vita deve diventare un’impresa comunitaria. Ma come?

Si iscrive a Psicologia. Studia, lavora e soprattutto vive. Vincenzo è un ragazzo attivo che anima la realtà e raggruppa persone. Coinvolge coetanei in un gruppo fondato nel suo paese: commercio equo e solidale, attività nonviolente e pacifiste; appassiona i giovani al volontariato. Insegue un percorso di cambiamento e di lotta per la giustizia sociale. E nella piccola realtà calabrese in cui vive si accorge che il mondo è troppo complesso per essere letto con una sola chiave di lettura.

Molla l’università e studia da autodidatta. “Pensa al tuo futuro!” gli dicono gli adulti intorno a lui, ma Vincenzo ha bisogno di conoscere e di capire. Studia non solo psicologia, ma anche sociologia, teologia, antropologia, economia… impara tutto perché per resistere alla ’ndrangheta bisogna rompere la violenza psicologica ma anche costruire un sistema etico ed efficace che faccia sentire il suo popolo unito e forte.

La Calabria rimane una terra dalle ferite aperte. Perché siamo messi così male? Si chiede Vincenzo insieme a un gruppo di persone impegnate come lui, in un “cenacolo di riflessione”. E la risposta per lui diventa il “progetto GOEL”.

È una terra di vuoti e mancanze. Di vampirismo di risorse pubbliche, di inefficienza comandata e clientelismo.  Di omertà e isolamento. Ma è anche una terra di lottatori e sognatori, una terra meravigliosa, con potenzialità straordinarie. Per cambiare serve innovare l’economia, unire e dare un tetto a tutti i calabresi che hanno il coraggio di ribellarsi al meccanismo perverso che con voti comprati, incendi, minacce e sabotaggi rende sterile la vita.

GOEL nasce nel 2003. È un piccolo gruppo di cooperative sociali che capisce che ai calabresi servono fatti non parole. Lottano contro il futuro segnato di tanti bambini e adolescenti; sviluppano progetti d’accoglienza per i migranti; danno dignità alla disabilità mentale; attivano reti di turismo responsabile mobilitando comunità ricettive, inventano il primo marchio di moda etica di fascia alta. Organizzano chi ha il coraggio di dire no: cittadini, imprenditori ma anche agricoltori, con i quali riscostruiscono una filiera agroalimentare di qualità, che dà valore al lavoro operato e nella quale conviene stare!

Gli anni passano e GOEL dimostra che l’etica efficace porta frutto. Oggi raggruppa circa 350 dipendenti. Crea lavoro, paga stipendi e rende libere le comunità. GOEL ha rielaborato un nuovo e potente approccio all’etica che oggi vuole diffondere attraverso un libro dal titolo “manuale dell’etica efficace”, che si rivolge a chiunque nel mondo vuole promuovere dignità e cambiamento.

A 53 anni Vincenzo sa che cambiare il destino della sua terra non è un lavoro, è una vocazione!

«Il nuovo fa spesso più paura dei fallimenti che siamo abituati a reiterare. Ciò che non ha funzionato, non funzionerà: bisogna avere il coraggio di non rimuovere i fallimenti, ma conservarli con cura e apprendere da essi. Dopodiché imboccare strade non battute, guidati da una scrupolosa “follia creativa”».

Lui è Vincenzo Linarello, un uomo che fa la differenza.

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Superare le barriere della disabilità e costruire progetti di vita personalizzati!

Questo episodio racconta di Paola, una mamma che riconosce la diversità di Marco rispetto agli altri figli. La diagnosi lascia Paola in balia dell'incertezza: Marco ha un disturbo dello spettro autistico. Cosa fare? Paola si affida al suo spirito coraggioso e si avvicina ad Angsa Umbria, la realtà regionale dell’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici, che dal 2001 si occupa di tutela del diritto delle persone con autismo, promuove la conoscenza di questo disturbo attraverso seminari e convegni e sostiene le famiglie con corsi di parent-training.

All'interno dell'associazione Paola comprende che le opportunità per i giovani autistici nascono se qualcuno le crea e così da forma a il Centro Diurno La Semente, una cooperativa sociale che favorisce le abilità lavorativa e i trattamenti psico-educativi, collabora con le università per sviluppare ricerche scientifiche volte a superare le barriere della disabilità in vari ambiti (architettonico, clinico, relazionale).

Come le famiglie possono superare le barriere della disabilità e costruire progetti di vita personalizzati?

Emilio Rota, Vice Presidente di ANFFAS, associazione nazionale di famiglie e persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, individua tre ambiti sui quali c’è ancora molto lavoro da fare, ma che risultano decisivi per le persone con disabilità e le loro famiglie:

  • Trasformazione culturale
  • Progetto di vita
  • Dopo di noi

È necessaria una trasformazione culturale che riconosca la disabilità come un fatto sociale e non privato. Questo cambiamento può essere attuato attraverso la partecipazione attiva e il coinvolgimento delle comunità, che devono essere educate e a loro volta educanti.

Il progetto di vita delle persone con disabilità è uno degli obiettivi principali delle famiglie e anche la normativa ha compreso la centralità di questa tematica, tant’è che nella Legge 112 viene indicato come un obiettivo da perseguire attraverso una valutazione multidimensionale e multiprofessionale. Anche la Legge Delega 227/2021 ha il suo fulcro nel progetto di vita personalizzato e partecipato, “diretto a consentire alle persone con disabilità di essere protagoniste della propria vita e di realizzare una effettiva inclusione nella società”.

Come si costruisce il progetto di vita di una persona con disabilità? Attraverso l’ascolto dei suoi desideri e il riconoscimento dei suoi bisogni che vengono proiettati sul futuro. Ma nell'ideare questo percorso, non è sufficiente adeguarsi ad uno standard, solitamente quello biomedico, ma è necessario un approccio integrale, bio-psico-fisico e costruire progetti di vita personalizzati.

Il terzo punto si connette al secondo: le famiglie devono potersi prendere cura del progetto dei propri figli, per garantire loro un futuro sereno anche quando i genitori non ci saranno più e le persone con disabilità potranno affidarsi a quella preziosa rete di educatori, volontari e specialisti che in questi anni si è formata con passione e sensibilità.

La rete di Fondazione Cattolica

Negli anni Fondazione Cattolica ha potuto conoscere alcune delle realtà che si occupano di persone con disturbo dello spettro autistico, come Progetto Imoletta di Ferrara, Fondazione Oltre il Labirinto Onlus, Fondazione Diversity Life di Padova, che ha attivato un percorso di residenzialità per acquisire le abilità necessarie per raggiungere la maggiore indipendenza possibile in un contesto abitativo diverso da quello famigliare, o Ca’Leido della cooperativa sociale Sonda di Treviso, un centro per l’autismo dove lavora una delle “Giovani Speranze” che abbiamo intervistato in questo articolo!


Aloud: quando la musica dà senso alla vita

Aloud: quando la musica dà senso alla vita

Una scuola, 400 corsisti l’anno, circa 30 insegnanti e un animo innovativo che ricerca nelle note musicali i cambiamenti sociali. Aloud è il college che offre una formazione musicale completa per gli amanti della musica e per chi vuole fare della musica la sua professione.

La musica è la chiave di un processo avviato decenni fa. Aloud nasce infatti da una scelta coraggiosa: racchiudere due importanti e storiche realtà nel mondo musicale veronese (CSM College e CIM) in un'unica entità per creare un polo culturale che condivide vocazioni, saperi e competenze al fine di sviluppare percorsi formativi di qualità.

Lo sviluppo di Aloud

Le persone che animano Aloud sono orientate dalla ricerca costante per innovare la didattica e colmare un vuoto formativo che esiste da sempre nell’ambito musicale italiano. “Si trovano i corsi amatoriali oppure i conservatori – racconta Pepe Gasparini, presidente della realtà – Io stesso negli anni ’90 ho sentito una mancanza: sono andato a studiare all’estero perché cercavo qualcosa di più”. E nel Regno Unito Pepe comprende che esiste una formazione musicale completa che prepara a diventare ottimi strumentisti ma anche professionisti del settore. Musica, funzionamento del mercato, organizzazione del lavoro… “Quando sono tornato in Italia avevo voglia di condividere questo modello. Ho trovato professionisti che, come me, volevano dare vita a qualcosa di nuovo e innovativo e ci siamo subito impegnati per realizzare quell’obiettivo” racconta Pepe.

Ingresso della sede di Aloud

Sala registrazioni Aloud

Il college Aloud

Aloud diventa un luogo di incontro in cui lo studio e la conoscenza si abbinano alla musica, alla tecnologia e alla recitazione per permettere ai giovani di appassionarsi, diffondere l’arte e abbracciare nuove professioni. “La centralità non è affidata alla musica, ma alla società. In Aloud la musica è un elemento essenziale perché dà senso alla vita, aggrega, riflette le comunità e parla alle persone” afferma Pepe.

I percorsi musicali proposti da Aloud

La proposta formativa amatoriale o professionalizzante si rivolge a bambini dai 4 anni fino agli over 70: corsi di musica contemporanea, produzione musicale, dizione e recitazione sono adatti a tutte le età e per diversi livelli. I diplomi, invece, sono frequentati prevalentemente da giovani tra i 17 e i 25 anni e sono certificati e riconosciuti in Europa e nel mondo, “perché è nel mondo che si generano opportunità. Sviluppiamo diplomi accademici e universitari, creiamo rete con professionisti del settore, promuoviamo eventi e iniziative in cui i ragazzi possono sperimentare, fare la loro gavetta, far conoscere il loro valore”, racconta Pepe. Perché alla fine l’anima di Aloud è fatta di ragazzi con grandi sogni, ma anche tante paure.

Lezione nel college

Concerto degli studenti

I protagonisti di Aloud

“Quando faccio le audizioni chiedo sempre: qual è il tuo sogno? Ci siamo accorti che i ragazzi soffrono sempre più di ansia e insicurezza. È come se la lente fosse posta al loro interno, i cantanti non chiedono più mondo cosa vuoi me? e riflettono tutta una generazione che si sta chiedendo cosa voglio da me? La scuola permette di uscire e creare un collegamento con l’esterno”, testimonia Pepe.

Guardare all’esterno significa innovare sempre i percorsi formativi, studiare il mercato, accompagnare singolarmente gli studenti, offrire loro reali opportunità in cui cimentarsi. C’è chi esce e fa il musicista, chi insegna, chi si specializza nell’ambito tecnologico e chi si cimenta con le nuove frontiere offerte dalla realtà virtuale e dai videogame. “Nel DNA di Aloud c’è l’innovazione creativa. Noi non ci fermiamo, perché ai giovani vogliamo offrire le migliori opportunità di crescita” conclude Pepe.

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“Prendi la tua vita e fanne un capolavoro”, il Terzo Settore e la sua protezione

Il nono episodio del podcast “Intraprendenti” parla della scelta di prendere la vita e farne un capolavoro e spiega l’importanza di una copertura assicurativa specifica per il Terzo settore

Ci sono delle frasi che ti accompagnano per una vita intera e sembrano parlare proprio a te: “Prendi la tua vita e fanne un capolavoro” è stato il motto di Claudio e l’ispirazione di una scelta di vita.

Dai sogni di una carriera tradizionale alla decisione di impiegare la propria vita nell’aiutare gli altri, un cambio di rotta che non prevedeva auto fiammanti per il futuro e neppure uffici da mega capo galattico, ma disegni incerti di bambini riconoscenti, sorrisi faticosamente ritrovati e abbracci inaspettati.

Claudio lavora per Una casa anche per te, una comunità di accoglienza nella provincia di Pavia che si occupa di giovani madri e minori che provengono da famiglie difficili o percorsi di immigrazione. L’associazione fornisce alloggi, accompagnamento educativo, ma anche possibili inserimenti lavorativi dopo la maggiore età attraverso la cooperativa agricola Madre Terra; recupera beni confiscati alle mafie e ne fa luoghi di rinascita per vite difficili che trovano una strada per il futuro.

Un ragazzo tra i ragazzi, Claudio, che ha trovato nei volti di questi coetanei, cui la vita ha dato qualche peso in più, la motivazione per affrontare la fatica quotidiana di organizzare tempi e bisogni di una nuova grande famiglia. E il motto resta sempre lo stesso, “Prendi la tua vita e fanne un capolavoro”, ma declinato al plurale, per far sì che siano le vite degli altri a diventare capolavori.

https://open.spotify.com/episode/5VSL3BsIkIfeySgijhNA3Z

L’importanza di una polizza “su misura”

Per prendersi cura davvero delle persone è necessario valutare correttamente anche i possibili rischi che tutti i soggetti coinvolti possono correre e attivarsi per proteggerli. Serve dunque grande professionalità, esperienza e conoscenza di un settore che presenta specifiche particolarità: Paolo Pesce, liquidatore esperto di Cattolica Assicurazioni gruppo Generali, ci racconta nel podcast quanto sia fondamentale una corretta formazione per chi si occupa di Terzo Settore in ambito assicurativo. È importante conoscere le norme legislative, saper consultare i registri, distinguere le varie forme associative e le loro peculiarità, per offrire un servizio finalizzato non solo alla copertura di un rischio ma alla prevenzione da esso.

Un liquidatore interviene quando purtroppo il sinistro si è verificato, ma ha un ruolo chiave, proprio per la sua esperienza, nel comprendere quali interventi potrebbero prevenire o per lo meno mitigare il rischio occorso. Proprio grazie alla conoscenza acquisita, Cattolica sta ad esempio proponendo alle numerose realtà che organizzano grest estivi e che ricercano una copertura assicurativa, uno specifico percorso di formazione sulla sicurezza, perché prevenire è meglio che liquidare! 😊

E se la scelta di Claudio ti incuriosisce, leggi la sua storia!


Martina e quella fortuna costruita col tempo

Martina e quella fortuna costruita col tempo

La rubrica "Giovani Speranze" si arrichisce con la storia di Martina Tommasi, Responsabile Area Progetti e Sviluppo delle Acli di Verona

Da bambina volevo fare la capa, di cosa non lo sapevo e come nemmeno!

Mia mamma dice che sono nata con una certa repellenza alle regole e con la convinzione che nella vita decido da me! perché essere autonoma e indipendente sono sempre stati i miei obiettivi. D’altronde cos’altro potevo fare?

Ero piccola per capire la scelta dei miei genitori e quel vivere separati mi ha segnata.  Mi sentivo sola e diversa da tutti; ero insicura e anche abbastanza arrabbiata. Pensavo che “io” potevo essere l’unica persona su cui contare davvero. Così ho iniziato.

A 13 anni ho scelto una scuola che mi avrebbe fatta lavorare subito. Non avevo fatto i conti, però, con l’imprevedibilità della vita: mi sono innamorata del diritto. Mi piaceva l’idea di poter creare opportunità, di tutelare le persone, di prendermene cura. “Continua – mi dissero i professori – hai un futuro davanti!”.

La mia piccola ambizione mi ha portato ed Economia e management ma l’Università l’ho vista poco. Mi sentivo soffocare: ero solo un numero nel sistema. Mi mancava la relazione, stringere legami con adulti che aprono gli occhi e orientano la vita. Per questo studiavo lavorando a tempo pieno!

Commessa, hostess, impiegata, ho fatto di tutto fino a quando mi sono imbattuta nel Servizio Civile. Vedevo persone felici e sfide da vincere. E li ho iniziato a capire. Non volevo un lavoro per coprire le spese. Volevo qualificare il Terzo Settore e valorizzarlo. Ho scelto di uscire dal binario tradizionale: lavorare per generare profitto e ho continuato l’Università per presentarmi al non profit con qualità!

Si lo ammetto, quando sono entrata nelle Acli ero scettica. Cosa c’entro io con i valori cristiani? mi chiedevo. Poi mi sono accorta che qui le persone lavorano per le persone e che i valori sono quelli umani: favorire l’equità, crea opportunità, agire per la pace... Era quel che volevo da ragazzina. E la verità è che ho trovato anche molto di più!

Ho sostituito la sete individuale con l’interrelazione. Ho sperimentato cosa significa stare accanto. Ascoltare bisogni e trovare le risposte. Ho compreso il significato della collaborazione e che solo quando si fa insieme si possono cambiare le cose.

Beh, certo alle volte non è stato semplice far convivere il mio carattere prorompete con un’organizzazione storica. Ma c’è disponibilità e incontro e forse nelle Acli hanno visto che il Bene lo voglio fare bene. Sta di fatto che oggi sono Responsabile dell’Area Progetti e Sviluppo e mi sento fortunata ma non perché faccio il capo!

Quello non mi interessa più. Mi interessa sapere che anche grazie al mio impegno Verona può essere una città migliore. Mi interessa creare un equilibrio sociale per favorire la felicità. Mi interessa fare per lasciare un segno, perché i ragazzi abbiano opportunità e un giorno possano dire “anche io sono fortunato!”.

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Far rinascere terre dimenticate e recuperare persone abbandonate.

L’ottavo episodio del podcast “Intraprendenti” racconta la storia di Luca, che attraverso il Servizio Civile è approdato a Calafata, una cooperativa sociale agricola in cui la terra torna a produrre frutti e gli uomini ritrovano il sorriso.

I mastri calafati sono coloro che recuperano i vecchi scafi delle imbarcazioni e le rendono nuovamente adatte al mare. Un mestiere antico, che dà nuova vita a qualcosa che ha una storia di fatica e che sembra perduta. Il nome della cooperativa sociale agricola in cui lavora Luca, Calafata, proviene proprio da questa tradizione, che si tramanda di generazione in generazione. Anche Luca ha saputo far tesoro degli insegnamenti del passato per dare a chi ne ha bisogno un futuro concreto, legato alla terra, alla fatica e alle relazioni autentiche.

Calafata recupera persone che hanno una storia di dipendenze, con problematiche di salute mentale e richiedenti asilo. Allo stesso modo fa rinascere anche terreni abbandonati e li rende nuovamente produttivi tramite orticultura, viticultura, frutticultura. E quando il calendario agricolo prevede periodi di riposo, si occupa di giardinaggio e opere conto terzi in altre aziende.

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Il Servizio Civile Universale: una strada verso il futuro

Luca ha scoperto il suo futuro tramite il Servizio Civile Universale: un'opportunità nata dall’obiezione di coscienza che i cittadini maschi italiani potevano esercitare in sostituzione della leva militare. Oggi tutti i giovani tra i 18 e i 28 anni, terminati gli studi, possono servire il Paese e i suoi valori in campo di pace, non violenza e altre attività di interesse generale, soprattutto negli enti del Terzo Settore e del non profit. Vengono messi a bando decine di migliaia di posti ogni anno, ecco alcune informazioni:

  • i progetti sono finanziati dallo Stato
  • durano 8-12 mesi
  • è previsto un impegno di 25 ore settimanali o di un monte ore stabilito
  • possono eventualmente comprendere anche 3 mesi di tirocinio all’estero
  • è previsto un assegno mensile di circa 450 euro
  • per legge vengono erogate almeno 80 ore di formazione specifica

Il Servizio Civile, disciplinato dalla Riforma del Terzo Settore, è molto rilevante sotto il profilo occupazionale, è un’occasione di crescita personale ma anche professionale. Molto spesso infatti, i ragazzi, terminato il periodo volontario, continuano a lavorare negli enti in cui hanno prestato servizio.

L’occupazione nel mondo del Terzo Settore ad oggi conta dati estremamente rilevanti: gli ultimi rilievi Istat parlano di 5 milioni di volontari impiegati e circa 850.000 lavoratori dipendenti, un numero che non ha subìto contrazioni nonostante la crisi pandemica ed economica degli ultimi anni! Gran parte sono impegnati in imprese e cooperative sociali, con contratti a tempo indeterminato. Le figure professionali più ricercate e impiegate sono “high skills”, quindi persone con elevata specializzazione tecnica ed intellettuale. Dunque il Terzo Settore si rivela un ambito di occupazione stabile, di qualità e con elevata professionalità.

Ti è piaciuto questo episodio? Puoi continuare a conoscere i protagonisti dei nostri podcast, parti dalla storia di Mauro Franchini!

E tu hai mai pensato di partecipare al Servizio Civile Universale? Dai un’occhiata al sito istituzionale per scoprire opportunità e scadenze!


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