Giovani e Terzo Settore: cosa hanno scoperto gli studenti UNIVR
Valore della diversità e dell’inclusione, ambienti di lavoro stimolanti e creativi, opportunità di crescita e sviluppo di idee. Sono queste le ambizioni che hanno i giovani per il mondo del lavoro e, inaspettatamente, per molti di loro il Terzo Settore diventa un ambito a cui prestare attenzione.
“Un mio grande sogno è quello di aprire un luogo di cultura dove unire le mie passioni: il mondo del sociale, la musica, l'arte e la natura” racconta Diana studentessa magistrale in Editoria e Giornalismo che insieme ad altri 19 studenti dell’Università degli Studi di Verona ha partecipato ad Out of the Standard la sfida lanciata da Fondazione Cattolica in collaborazione con C-Lab Verona per innovare il settore non-profit.
Cambiare opinione
Il desiderio di Diana si sposa con la voglia di mettersi in gioco che il 100% degli studenti ha manifestato in questi mesi di lavoro. Conoscere il mondo non profit è stato per tutti una scoperta nonostante la maggior parte dei giovani avessero maturato esperienze di volontariato. “Ho sempre pensato che fare impresa e fare non-profit fossero due binari paralleli che non si incontrano mai. Mentre ho compreso che forse, l’unico vero modo per fare davvero bene impresa è coniugare i due aspetti” ammette Naomi, studentessa di Lingue e culture per il commercio internazionale. Gli incontri con gli imprenditori sociali hanno aperto un mondo pressoché sconosciuto. “Il non-profit credevo fosse un settore di nicchia, senza possibilità di crescita. Invece durante la sfida ho potuto vedere realtà molto ben strutturate e organizzate che operano anche a livello internazionale e ho capito che un mercato sociale in espansione è possibile ed auspicabile” racconta Mariavittoria, iscritta a Lingue per la Comunicazione turistica commerciale.
Trovare valori veri
Auspicabile perché “ciò che si vive in un’impresa sociale conferma quanto sia geniale e potente una realtà che non esclude nessuno a prescindere da dove viene, chi è e cosa sa fare” testimonia Martina, studentessa di Lingue per il commercio internazionale perché “ognuno di noi può dare il proprio contributo, piccolo o grande che sia e quando lo si somma al valore degli altri porta ad ottimi risultati” commenta Cecilia, iscritta a Marketing e Comunicazione.
Un valore imprescindibile che pone attenzione a chi è più fragile e vulnerabile e che non resta indifferente ai giovani d’oggi. “Abbiamo bisogno di costruire un domani fatto di inclusione, uguaglianza ed etica. Di rispetto per le persone, per l’ambiente e per se stessi continuando a favorire la crescita personale” afferma Ilaria, laureata in Lingue per le relazioni internazionali.


Riconoscere prodotti etici
Un domani che le 12 imprese sociali incontrate dagli studenti durante la sfida “Come creare un mercato inclusivo per i prodotti sociali” stanno già realizzando insieme a giovani con disabilità, immigrati, detenuti, ex detenuti, donne vittime di violenza, NEET e nuovi poveri. Un lavoro che si traduce la speranza in concretezza che prende forma in prodotti confezionati, artigianali ed esperienziali a cui gli studenti si sono sentiti vicini. “Dietro ogni prodotto c’è una storia reale, vera” pensa Mariavittoria, per questo “desidero veicolare una consapevolezza culturale nei consumatori che si approcciano al mercato nella sua interezza” ammette Diana.
Libertà, creatività, sviluppo delle potenzialità delle persone e spirito d’iniziativa pronto a migliorare i servizi, sono alcuni degli aspetti dell’impresa sociale che maggiormente hanno colpito gli studenti prossimi ormai al mondo del lavoro. Loro che di domande sul futuro se ne pongono tante, di una cosa sono certi: il tempo conta. Così Ilaria conclude “Il lavoro? So solo che voglio concludere la giornata orgogliosa di aver contribuito a fare e a lasciare qualcosa di buono per gli altri e per l'ambiente”.
Vuoi saperne di più su questa sfida? Leggi il primo articolo dedicato agli studenti
5 passi per costruire un modello non-profit replicabile
I bisogni sociali sono in aumento. Le situazioni di crisi economica prima, aggravati dell’emergenza sanitaria, portano alla luce difficoltà sociali a cui il Terzo Settore tenta di fornire risposte. Ma come organizzare un modello capace di rispondere in modo adeguato?
Lo abbiamo chiesto a Mauro Fanchini, oggi presidente della cooperativa sociale Il Ponte di Invorio. Mauro arriva al settore non profit dopo una grande riflessione rispetto all’etica del lavoro. La sua esperienza imprenditoriale in contesti commerciali e lavorativi differenziati, diventa una valida alleata nel progetto di rilancio della cooperativa sociale. Nel 2011, anno in cui Mauro entra all’interno dell’ente, la cooperativa stava attraversando una crisi sia economico-finanziaria che di leadership e in poco tempo rischiava la chiusura. Cosa è cambiato da allora e da dove bisogna mettere le fondamenta?
1. Salvaguardare la sostenibilità
Dal 1988 la cooperativa si occupa di persone svantaggiate in particolare con handicap psichico medio. Dopo la scuola dell’obbligo a quei tempi non c’erano iniziative significative per l’inserimento sociale e nel mondo del lavoro. Per questo Il Ponte è diventato un luogo di riscatto. Un luogo in cui far acquisire alle persone con disabilità le competenze e capacità manuali per educare le loro potenzialità, affinchè diventino parte attiva della società con inserimenti nelle aziende e nelle imprese del territorio. La nostra è una logica transitiva. Lavoriamo sull’autostima, l’autonomia e la responsabilità per creare inserimenti consapevoli, attivi e partecipativi nelle aziende territoriali.
La società civile è strutturata per "escludere" tutte le categorie di persone che non stanno al passo...
L’insicurezza che nasce dal sentirsi diversi, viene superata quando ci si sente parte attiva nell’ambiente in cui si vive. Il lavoro crea esternalità positive che favoriscono le comunità locali con l’aumento della coesione sociale, qualità della vita e il risparmio di risorse pubbliche. Per questo la cooperativa deve intendersi come un’esperienza di lavoro e come tale si autofinanzia grazie alla produzione che riesce a realizzare. Bisogna superare l’errata percezione che il lavoratore con disabilità sia un freno, meno produttivo di altri. Diceva infatti Mariella Enoc “Il non profit che non diventa concettualmente azienda è soltanto un’opera di assistenza, di beneficenza che però è destinata ad una vita molto breve”.
2. Avere le idee chiare
Avere le idee chiare per noi significa trovare le risposte che Il Ponte può dare ai bisogni di inclusione sociale del territorio nel quale operiamo. Ciò non vuol dire che ci debba essere una risposta univoca e statica, ma piuttosto uno studio approfondito per risposte dinamiche e calibrate sulle singole necessità delle persone, con un percorso ben definito e condiviso che prevede obiettivi e verifiche costanti. Come nelle imprese profit, anche nella nostra cooperativa vi è una specifica conduzione organizzativa.
L’attuale Gestione ha una sua dinamicità che nasce dallo sviluppo dell’attività e dalle figure professionali che si stanno formando con l’obiettivo di avere un organigramma completo, che risponde ai bisogni di un’azienda moderna ed efficace nella sua azione dirigenziale, in particolare per quanto riguarda la corresponsabilità nella gestione aziendale e la delega delle funzioni.
La direzione, composta dai responsabili dei reparti produttivi, amministrativo e logistica si trova tutti i giorni per condividere, pianificare, organizzare e verificare il funzionamento generale delle attività.
3. Migliorare sempre
Per impostare le azioni che la cooperativa progetta, definire l’approccio, la mentalità e le competenze sulle quali poi tutto il personale si forma, è necessario stabilire le parole che orientano l’azioni. Per noi queste sono:
- Generatività
- Visione di un futuro possibile
- Custodirsi l’uno con l’altro
- Affiancare ai bisogni i desideri
- Creare rete
- Tendere sempre al meglio
4. Favorire alleanze
Il Ponte è promotore di reti sia sul territorio locale e che a livello interprovinciale per favorire partnership di intervento efficaci e condivise sui bisogni. Tra le molteplici reti di cui Il Ponte è parte, ricordo la rete F.A.R.E. acronimo di formazione, appartenenza, responsabilità, esperienza, nata con lo scopo di promuovere una sensibilizzazione culturale tesa a rimettere la dignità della persona al centro delle dinamiche economiche, con particolare attenzione alle categorie più fragili.
5. Costruire il futuro
Il bisogno sociale richiede uno sforzo e una presenza che non si esauriscono al territorio di appartenenza. Abbiamo scelto di aprirci ad altre unità, di progettare l’apertura di laboratori che diventano hub di sperimentazione lavorativa e produttiva. Per farlo occorre però usare:
- Intelligenza: leggere il tempo nella sua intimità
- Responsabilità: parliamo di responsabilità civile ovvero ciò che dobbiamo/possiamo fare nella comunità
- Libertà: non essere schiavi delle cose, di sé, degli altri.
- Speranza: per vivere in pienezza la vita, per desiderare un futuro e per decidere il nostro.

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Bando GREST Verona 2021
Per l’estate 2021 Fondazione Cattolica attiva il Bando GREST. Il bando rivolto alle Parrocchie della Diocesi e/o della Provincia di Verona interessate a realizzare un’esperienza estiva ad alto impatto educativo per bambini e ragazzi.
Estate: tempo di vacanze, di giochi, di divertimento e… di GREST. Per molte famiglie le attività proposte dagli oratori e dalle parrocchie rappresentano un luogo sicuro in cui lasciare i propri figli durante il periodo estivo. Bambini e animatori crescono insieme in un clima valoriale caratterizzato da condivisione, collaborazione ed inclusione. Il GREST ha una funzione sociale, ludica e comunitaria. Alla dimensione educativa, realizzata tramite progetti formativi specifici, definiti per età del ragazzo, si associa una dimensione spirituale che orienta e dà senso al tutto.
Fondazione Cattolica, crede nella formazione dei ragazzi e ritiene il GREST uno strumento insostituibile di crescita educativa. Per questo ha stanziato un Bando dal valore complessivo di 100mila euro. Il contributo assegnato sarà compreso tra i 500 e i 2.000 euro per ciascuna Parrocchia che risulterà assegnataria del bando. La valutazione assegnata è a insindacabile giudizio della Fondazione.
Come partecipare? Possono partecipare le Parrocchie della Diocesi o della provincia veronese previa lettura del regolamento , della compilazione e dell'invio del modulo allegato. I documenti devono essere inviati a: fondazione.cattolica@cattolicaassicurazioni.it. Solo le richieste inviate entro le ore 12 del 15 giugno, complete, firmate dal Parroco o dal legale rappresentate, saranno prese in considerazione.
Giovani, Terzo Settore e futuro: una sfida per trasformare beni in stato di abbandono in beni per la comunità
Fondazione Cattolica entra nelle aule universitarie con “Out of the standard”, la sfida rivolta ai giovani studenti dell’Università scaligera per trovare risposte capaci di innovare il mondo non profit.
In collaborazione con il C-lab e l’Università degli Studi di Verona, Fondazione Cattolica ha promosso un percorso sfidante e stimolante capace di fare luce sulle evoluzioni che attendono il Terzo Settore. Le due sfide proposte, una sulla creazione di un mercato inclusivo per i prodotti non-profit e l’altra sulla trasformazione di beni in disuso in beni di comunità, sono state accolte da 20 studenti. Ma chi sono i ragazzi che hanno scelto di impegnare il loro tempo nella ricerca di risposte innovative per recuperare immobili abbandonati? Cosa pensano del mondo non-profit e come il loro impegno guarda al futuro?
I giovani studenti della sfida
Sono ragazzi e ragazze iscritti ad indirizzi di laurea triennale e magistrale, con esperienze di volontariato maturate in settori diversificati e con una spiccata propensione all’internazionalità.
“Ho deciso di iscrivermi a questa sfida per dimostrare che l’apertura mentale di noi umanisti può dare tanto anche al mondo dell’impresa” racconta Martina, laureata in Lettere Moderne. Un mondo che per i ragazzi sta giungendo verso il capolinea e che chiama ad un approccio diverso e alla ricerca di nuove vie d’azione. “Credo sia arrivato il momento di guardare al mondo nel suo insieme, superando il mero benessere personale e privato. Per troppo tempo l’uomo ha pensato egoisticamente solo a se stesso senza dare importanza alla comunità. È giunta l’ora di cambiare mentalità…” riflette Stefano, studente in Marketing e Comunicazione di Impresa.


La sfida proposta
La sfida “Dai beni privati ai beni comuni” si propone di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare immobili in stato di abbandono trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività.
Gli studenti sono stati chiamati a sviluppare idee che aiutino la cooperativa sociale Work & Services di Comacchio a recuperare e dare nuova vita ad alcuni comparti dell’ex Azienda Valli Comunali sotto il profilo sociale, produttivo, culturale e strutturale. “Ho pensato che questa era l’occasione giusta per mettere in pratica gli anni di studio” riporta Federica, studentessa di Lingue per la Comunicazione Turistica e Commerciale perché, continua Alessia studentessa di Management e Strategia di Impresa, “l'innovazione sociale può essere la chiave per favorire uno sviluppo sostenibile e co-partecipato, rispondendo ai bisogni delle comunità locali”.
Le idee per il futuro
Durante questi mesi di lavoro i team Paladini del No Profit e Raggio Verde, così hanno scelto di chiamarsi i 10 ragazzi operanti sulla sfida, hanno avuto l’opportunità di conoscere le imprese sociali e il loro modo di operare acquisendo nozioni tecniche, giuridiche e pratiche grazie all’incontro con professionisti ed imprenditori sociali. “Questo percorso ha cambiato la mia idea nei confronti del non-profit. Pensavo fossero imprese di serie b…” racconta Martina. “Ho capito l'importanza di affiancare a ideali e buoni propositi anche una sostenibilità economica” continua Alessia, perché in questo modo “le organizzazioni non-profit diventano importanti per le comunità e per le persone, vere realtà imprenditoriali che combinando l’economia all’impegno sociale generano valore a beneficio dell’intera collettività” conclude Stefano.

Persone, inclusione, dignità e pari opportunità per tutti, insieme alla co-progettazione, sono i valori che gli studenti hanno riconosciuto agli enti del Terzo Settore. “La passione che trasmettono gli imprenditori sociali spinge ad impegnarsi ogni giorno di più – racconta Alessia, studentessa di Marketing e Comunicazione d’Impresa – immergermi in questo mondo mi ha entusiasmata, tanto da voler far parte in futuro di una realtà come quelle incontrate”. Perché il futuro per gli studenti è fatto di inclusione e valorizzazione dei talenti e della capacità altrui; di riduzione degli sprechi, di attenzione alla formazione civile dell’uomo. Un mondo senza pregiudizi, dove la fiducia consenta di lavorare con persone diverse per scopi comuni. Un futuro fatto di solidarietà ed inclusione che può svilupparsi grazie anche all’intervento dei giovani.
Energie in rete: per creare non bastano buone idee
A Pesaro, Onlus Gulliver apre Generatività una bottega del riuso sviluppata grazie alle energie messe in rete. Uno spazio rivolto alla cittadinanza in cui acquistare prodotti realizzati da persone con talenti diversi.
La realizzazione di questa nuova bottega rappresenta per Fondazione Cattolica un importante riconoscimento del valore della rete #GenerAttivi: una rete nata pochi anni fa che riunisce più di 250 enti sociali provenienti da tutta Italia che la Fondazione ha accompagnato negli anni. Dall’incontro e dal riconoscimento di intenti condivisi, Onlus Gulliver insieme a Mani Tese Finale Emilia hanno portato a frutto Generatività, un progetto che ha qualcosa da raccontare e che proprio le voci di Gaia, rappresentate per ManiTese e Andrea Onlus Gulliver, testimoniano.
Da dove siete partiti? Come avete trasformato un'idea in un vero progetto?
Gaia: “Siamo partiti da esperienze comuni, dalla concretezza dell’agire di due realtà che si assomigliavano, che si sono incontrate perché entrambe finanziate da Fondazione Cattolica. Durante un appuntamento della rete #GenerAttivi, dopo una cena a base di anguille e pesciolini degli amici I Marinati di Comacchio, abbiamo prolungato una lunga chiacchierata fino a notte fonda. Andrea mi chiese Ma voi come fate? Ma gli sgomberi come li gestite? E i vestiti donati? La sartoria come è nata? Da qui siamo partiti. Con Andrea si salta presto al fare: chiama qui, fai così, volantino e prova. Dal porto sicuro delle certezze ci siamo lanciati lasciando che il motto per moltiplicare basta condividere ci guidasse”.

Andrea: “Adriano Tomba dice spesso “L’amore non va parlato, l’amore va agito”. La rete #GenerAttivi non è solo l’incontro di un weekend. È un percorso e se lo intraprendi con verità e sincerità, ti porta in un mare. Ti trovi con poche barche e pochi pesci che vanno controcorrente e vogliono cambiare quella corrente. In #GenerAttivi si ha la prima stretta di mano con l’altro che non conosci ma che è tuo fratello, si ascolta un approfondimento, ti racconti e ascolti. Si possono fare delle scelte, camminare come il vento, o camminare seminando. Con Gaia abbiamo scelto di camminare seminando".
Quali azioni avete messo in campo per arrivare fino a qui?
Gaia: “Credo che l’elemento principale sia stato il fidarsi di una possibilità. Costruire nuove direzioni sebbene ognuno con i propri mezzi, partendo però sempre dal gusto vivo per le persone, le relazioni, la cura, la gioia del dare e ricevere. Tante telefonate e consigli, obiettivi chiari, concreti, precisi e voglia di vedersi presto".
Andrea: “Nel nostro quotidiano possiamo crescere fidandoci dell’altro. Nel percorso #GenerAttivi possiamo trovare chi ascolta e prova a contagiarsi replicando la tua buona pratica. E viceversa tu ascolti e prendi un pò dell’altro per seminare. Come ogni impasto serve un po’ di Lievito. Per noi questo è il ruolo che oggi ha Fondazione Cattolica”.
Quante persone e reti avete coinvolto nella prima iniziativa realizzata insieme "Dono come Lievito"?
Gaia: “A Finale Emilia abbiamo coinvolto le scuole medie, associazioni locali di volontariato, le 2 sedi della Caritas delle Parrocchie di Finale Emilia e Massa Finalese, il Comune che ha aderito con entusiasmo, giovani volontari per impacchettare e pesare. C’erano le persone dei nostri inserimenti lavorativi, due gruppi scout con i lupetti che hanno portato i beni e i ragazzi del Clan che hanno ricevuto le consegne, ma soprattutto tantissimi cittadini che si sono recati nel grande piazzale della nostra sede con sacchetti e un’adesione generosa, entusiasti collaboratori di questa prima iniziativa. Abbiamo raccolto ben 600 kg di cibo, prodotti per l’igiene scelti con attenzione per i bisognosi. La Caritas di Finale aveva preparato solo un angolino della sede, quando lo sportello del camion si è aperto ha dovuto felicemente cercare altro posto, era davvero stupita di tanta generosità raggiunta in pochissime ore. Questa raccolta si è fortemente legata al nostro impegno di lotta per cambiare le cause che determinano le povertà, qui come nel sud del mondo, per le diseguaglianze sociali e le ingiustizie economiche che sappiamo richiedono un nuovo modello di sviluppo e accoglienza”.

Andrea: “Mi sono mosso come referente regionale della Dsc Marche, abbiamo coinvolto sette amministrazioni comunali, oltre 50 associazioni con ben 700 volontari messi in campo su 16 punti raccolta. Abbiamo chiamato la comunità con la quale operiamo ogni giorno: quelli che non parlano di amore, ma amano. Abbiamo raccolto una enormità di beni per le famiglie bisognose e costruito ponti. A questo serve la Fondazione e #GenerAttivi: a costruire ponti, ad unire mani, a credere".
Cosa si cela nel progetto Generatività?
Gaia: “Il progetto cela uno scambio, un incontro legato alle vite e alle azioni di volontari che hanno scelto di impegnarsi con le vite degli altri, aprendo nuove finestre e lasciando aperte porte nella comunità in cui vivono. Abbiamo capito che potevamo “contaminarci” con le nostre storie, con la gratuità e la gioia che ci caratterizza. Siamo partiti da quello per reinventarci insieme. Questo ha alleggerito il peso del “non posso farlo, non so farlo” perché insieme si scoprono nuove strade. Dietro Generatività ci stanno dei sognatori un po’ folli, ricchi di nuove speranze, di bellezza dell’umanità che prende forme inaspettate”.

Andrea: “Generare, mettere al mondo per far nuove le cose, far crescere un progetto che si chiamava Contagiamoci, autenticare la fiducia verso l’altro ed il proprio impegno. Generatività è una follia visionaria perché vogliamo cambiare il paradigma dell’economia estrattiva che ormai riteniamo morta. Non parla di prodotti né economia né di finanza. Generatività parla d’amore. Il perché? Ho colto le parole che una volta mi disse Don Adriano Vincenzi: non dobbiamo domandarci il perché, se siamo qui è implicito nella nostra presenza. In questo negozio raccontiamo storie, invitiamo le persone a sostenerle. Vendiamo prodotti, come quelli di Gaia e delle sue Manigolde, di Calafata, e mi auguro di poter vendere altri prodotti di enti attivi nella rete #GenerAttivi. Mi piacerebbe che fosse una sorta di shop fisico della rete in cui stiamo crescendo. E poi sta nascendo un secondo punto “Generatività” anche a Finale Emilia, ma la Gaia ancora non lo sa. Ma lo farà".
Per saperne di più puoi leggere la storia di Onlus Gulliver e di ManiTese.
Volontariato e nuove povertà
Come il volontariato italiano risponde alle nuove povertà? Un incontro illustra il tema portando alla luce esempi, pratiche e normative
In occasione degli eventi di chiusura dell’anno di Padova Capitale Europea del Volontariato 2020, la Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore di Cattolica Assicurazioni organizza un webinar che porta ad affrontare l’argomento e a leggerne gli sviluppi.
Mercoledì 28 aprile dalle ore 17.30 alle 18.30 si terrà in diretta facebook e youtube l’incontro “Il volontariato italiano risponde alle nuove povertà. Tra cooperazione internazionale e fragilità territoriali”. Un incontro volto a conoscere le politiche europee a sostegno delle nuove povertà e gli interventi della società civile italiana messi in azione per contrastare la crisi.
Il programma prevede gli interventi di:
La cooperazione internazionale
prof. Vincenzo Buonomo – Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense
Fondi sociali europei a favore degli Enti del Terzo Settore
prof.ssa Jessica Romeo – Docente Pontificia Università Lateranense
Strutturazione internazionale del Banco Alimentare e la capacità di fare rete nel gestire le nuove povertà in Italia, anche alla luce della pandemia
dott.ssa Angela Frigo – Segretaria generale FEBA Banco Alimentare
Sistemi di supporto alle iniziative sociali nei territori nazionali ed internazionali
Emanuele Alecci – Presidente Padova capitale europea del volontariato 2020
Modera Carlo Peretti – Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore Cattolica Assicurazioni
Un'economia più ibrida in 5 passi
L’attuale situazione chiama sempre di più a volgere uno sguardo verso forme di economia ibrida. Profit e non profit, quali alleanze possono stringere per favorire lo sviluppo del territorio?
Per rispondere a questa domanda abbiamo chiesto a Massimo Erbetta, presidente della Cooperativa Sociale B.Plano di Vedano Olona, di raccontarci i 5 passi fondamentali della loro positiva esperienza.
Massimo, da dove siete partiti e come siete riusciti a costruire sinergie propositive tra mondo profit e non profit? B.Plano è una cooperativa sociale di tipo B nata nel 2013, a seguito dell'incontro tra una realtà della cooperazione sociale di tipo A molto attiva nel territorio e un’associazione locale di imprenditori, nata per promuovere in ambito cittadino il tema del lavoro e dell'occupazione. Il mio è il punto di vista di un cooperatore sociale che, pur avendo in mente la necessità per il mondo della cooperazione di rinnovarsi e di esplorare orizzonti nuovi facendosi impresa, continua a ritenere che questa definizione sia quella che meglio lo rappresenti. Cosa abbiamo fatto...
1. Partire da problemi concreti
Quando siamo partiti il mondo sociale e imprenditoriale muoveva i propri passi verso obiettivi diversi. Noi operatori sociali siamo partiti da un problema: il Centro di Aggregazione Giovanile era pieno, tutti i giorni e tutto il giorno, di giovani che oggi potremmo definire NEET: ragazze e ragazzi fermi, incerti se procedere nel percorso di studi, o nella ricerca di un lavoro, con un orizzonte temporaneamente (così la pensavamo e la pensiamo) bloccato.
Piccoli imprenditori hanno dato una disponibilità ad ospitare, per brevi periodi di stage, alcuni di loro; abbiamo notato dei cambiamenti o, meglio, abbiamo visto che l'esperienza lavorativa metteva in luce capacità già presenti ma non espresse: la puntualità, la responsabilità, la buona educazione... B.Plano è il dispositivo che abbiamo creato per dare continuità a queste esperienze, estendendo il concetto di inserimento lavorativo a tutte le persone che stanno attraversando momenti di difficoltà personale e promuovendo la nascita di un luogo di lavoro attento alla valorizzazione dei talenti di ciascuno.
L'Associazione di imprenditori partiva aveva invece la necessità di rendersi visibile nella comunità, e di realizzare qualcosa di concreto che qualificasse il proprio operato in termini realmente sociali, cioè orientati ai bisogni degli altri.
2. Vincere lo stereotipo
La prima volta che abbiamo incontrato un imprenditore abbiamo incontrato il nostro stereotipo. Accade anche a te? Di vedere una persona affabile e cordiale, ma tesa a perseguire il proprio interesse individuale attraverso il raggiungimento di obiettivi aziendali volti a massimizzare il profitto e ridurre i costi? Ovvio, non ti dice proprio così, ma tu lo senti e lo respiri nelle sue parole e atteggiamenti; lo vedi da come si rivolge ai propri collaboratori, ma soprattutto da come loro si rivolgono a lui. La seconda volta che incontriamo un imprenditore, lo stereotipo si conferma. La terza volta diventa un giudizio netto senza possibilità di revisione alcuna. Ma pochi arrivano al terzo incontro; lo stereotipo vince in fretta, e spesso il primo incontro è anche l'ultimo. Avere la forza e la volontà di proseguire, di incontrarsi per conoscersi, è il passo fondamentale. All'inizio sono i ruoli ad incontrarsi, ma dopo un po' di tempo (molto tempo) ci si incontra tra persone. I ruoli parlano di organizzazioni, le persone parlano, soprattutto, di altro. Arrivati qui, potrebbe capitare di scoprire che lo stereotipo era reciproco, e che il tuo imprenditore interlocutore ha passato molto tempo a chiedersi che lavoro facesse un operatore sociale, considerandolo spesso un perditempo o, nella migliore delle ipotesi, un sognatore velleitario.
3. Rispondere ai bisogni con professionalità
I ruoli organizzativi parlano di bisogni dell'organizzazione. Quindi, il primo livello di collaborazione per noi - ma forse un po' per tutti - è quello fornitore-cliente. Il nostro primo cliente, e attualmente il più importante, ha fin da subito dato del lavoro in cooperativa; come membro dell'Associazione fondatrice, la loro intenzione era di sostenere la nascita e l'avvio della nostra impresa attraverso il conferimento di commesse, e questo era utile anche per noi, in qualità di cooperativa di inserimento lavorativo. Ma non lo abbiamo mai considerato un mero atto di profonda e disinteressata generosità; questa, infatti, tende ad esaurirsi se non è sostenuta da una utilità che permane. Nel tempo è diventato evidente come il conferimento di lavoro alla cooperativa fosse un vantaggio anche per l'impresa; non tanto dal punto di vista economico, perchè la cooperativa non fa sconti e non abbassa i prezzi per facilitare la "conquista" di un cliente, quanto da quello della qualità del lavoro svolto, dell'efficienza e della capacità di risolvere i problemi che inevitabilmente sorgono in un rapporto di lavoro. Questa graduale consapevolezza ha dato grande spinta alla cooperativa e ai suoi soci e lavoratori ed è, insieme ad altri fattori, un elemento di forza che ci ha aiutati a fare scelte impegnative di sviluppo; oggi noi diciamo ai Servizi Sociali che il nostro lavoro principale è l'inserimento lavorativo, ma alle aziende ci presentiamo come professionisti del confezionamento che è, a tutti gli effetti, un lavoro e un codice Ateco. Interessa questo alle imprese, all'inizio.
4. Avere pazienza per costruire
Con calma, di confezione in confezione, dopo migliaia di consegne e ritiri, rinnovati i contratti con l'azienda di anno in anno per 6 anni, abbiamo realizzato che in questo tempo, lunghissimo, stava accadendo qualcosa d'altro rispetto al lavoro esplicito e manifesto. Si stava sviluppando un legame, che ha generato il contesto giusto perchè si incontrassero le persone, non più i ruoli. E le persone portano altro. Portano, all'inizio, alcuni problemi di gestione del loro tempo libero e chiedono maggiori informazioni su quelle attività che la cooperativa ha nel frattempo attivato, ancora in fase di avvio ma interessanti e forse utili; la nostra sartoria sociale potrebbe fornire riparazioni ai dipendenti? Il laboratorio di falegnameria potrebbe fare piccoli lavori di riparazione domestica? A un certo punto, forse per magia ma noi pensiamo di no, ricompare un aggettivo, fino ad ora confinato all'interno della cooperativa: Sociale. Ed è a partire da qui che le richieste cambiano: l'imprenditore, o chi per lui, pensa ai suoi dipendenti che sono anche genitori con figli che seguono la DAD, e alle difficoltà che possono avere in questo tempo strano; pensa ai dipendenti figli di genitori anziani bisognosi di cure e assistenza. Cambiano le richieste, cambia il rapporto: non più quello cliente-fornitore regolato da un contratto, ma quello di soggetti co-progettanti tenuti insieme da una convenzione.
5. Lavorare insieme per costruire
La zona industriale nella quale la cooperativa ha sede è frequentata quotidianamente da circa 2.000 persone impiegate nelle aziende. Una bella porzione di territorio sta lì per otto ore al giorno; perchè non provare a entrare in relazione, a conoscere, a proporre? Ci vuole tempo e, soprattutto all'inizio, tanta fatica. A volte sembra che ci sia un muro tra aziende e cooperative sociali, e questo muro è costruito da entrambe le parti. Spaventano le tante differenze, probabilmente, ma spesso c'è il timore di "sporcarsi", di dover rivedere stili e consapevolezze costruiti in anni di lavoro spesso vissuto come antagonista... Allo stesso tempo stiamo assistendo alla profonda crisi nel rapporto con l'Ente Pubblico, che nel nostro territorio rappresenta praticamente la totalità delle committenze di molte cooperative sociali. crisi che lascia chiaramente intendere come pure questo modello di sviluppo, costruito negli anni, basato sulla funzione pubblica delle cooperative sociali, non sia più sostenibile. E il mondo profit rappresenta una vastissima area di mercato, praticamente ancora non esplorata, che potrebbe garantire lavoro, molto lavoro, per i prossimi anni. Perchè no?

A proposito di Massimo Erbetta
Massimo è piemontese di nascita e lombardo per professione, inizia a frequentare il mondo delle cooperative sociali da adolescente, negli anni di grande fermento dopo l'approvazione della Legge 381. Da allora ha partecipato alle attività di diverse cooperative di tipo A, per poi inspiegabilmente trovarsi a lavorare in una di tipo B. Si è sempre occupato di gestione e sviluppo delle organizzazioni di cui ha fatto parte, ricoprendo i ruoli più disparati, secondo necessità. Ha sempre guardato con interesse all'innovazione, non necessariamente quella tecnologica. Tende a stare dalla parte dei giovani, qualsiasi cosa abbiano combinato, e dei fragili, qualsiasi sia la causa.
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Approvato il Bilancio Sociale 2020
Il Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica ha approvato il Bilancio 2020 che testimonia il sostegno della Fondazione alle persone più fragili in questo periodo di emergenza sanitaria.
Il Covid-19 ha sconvolto la vita di molti. Famiglie, aziende, scuole e comunità hanno dovuto affrontare la realtà cercando nuove soluzioni a problematiche sconosciute ed aggravate dall’evolversi della pandemia.
“Fondazione, fin dal primo manifestarsi della crisi all’inizio dello scorso anno, ha risposto seguendo due direttrici di marcia ben precise – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni - uno stanziamento straordinario di fondi volti a supportare ospedali e sanità di territorio, in modo da supplire alla carenza di dispositivi di prima necessità e di cura; e ha poi deciso di accompagnare, con appositi interventi, diverse imprese sociali create nel recente passato e chiamate a riorganizzarsi per dare continuità agli inserimenti lavorativi di persone fragili”.
Nel 2020 la Fondazione ha sostenuto 150 interventi in Italia, di cui 24 straordinari per rispondere in modo efficace all’emergenza pandemica. Sono stati erogati 2.121.250 euro a favore di iniziative negli ambiti della solidarietà, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Di questo importo, il 44 % è stato destinato all’avvio di nuove imprese sociali. Grazie alle attività sostenute, nel corso dell’ultimo anno, è stato possibile inserire in un contesto professionale 244 persone - per un totale di 351.702 ore lavorate - e coinvolgere 3.120 volontari per un valore di 155.128 ore donate.
“Fondazione ha cercato di essere generativa – continua il Presidente – per creare nuove opportunità di conoscenza e sviluppo, senza mai fermarsi, perché le “crisi non vanno sprecate” e possono, anzi devono, diventare occasioni di crescita per la comunità”.
Il senso di smarrimento, l’insicurezza e l’angoscia segnalata dagli esponenti di molti enti non profit ha indotto la Fondazione a cercare nuove strade per essere prossimi alle realtà sociali e favorire la creazione di nuove soluzioni in un contesto fortemente mutato. Per questo la Fondazione ha scelto di incrementare il proprio contributo alla formazione delle coscienze favorendo così la costruzione un welfare comunitario e generativo. Dalla primavera del 2020 si sono realizzati 3 cicli formativi che hanno coinvolto 145 partecipanti e 63 giovani provenienti da 14 regioni e facenti parte di 89 organizzazioni nonprofit.
“Uno sguardo nuovo è quello che ha permesso di affrontare un anno difficile - dichiara il Segretario Generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba - Fare con ciò che c’è anziché lamentarsi di ciò che manca, è la chiave per riscoprire la forza delle proprie origini e sprigionare nuove energie per Persone e Comunità”.
Terzo settore? Ecco perchè investire sulla formazione dei giovani
Sono sempre di più le organizzazioni sociali che desiderano lasciare ai giovani l’eredità delle mission avviate. Per farlo il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Le buone pratiche, il pensiero comune, le azioni orientate verso il futuro, insieme alle competenze tecniche dei giovani, possono fare la differenza.
Questa esigenza ha spinto Fondazione Cattolica ad avviare Generiamo il futuro, il percorso formativo rivolto ai giovani degli enti non profit e alle figure senior che ne accompagnano la crescita perchè siamo convinti che il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Un ciclo composto da 12 incontri realizzati tra novembre e febbraio, in cui i 63 partecipanti hanno potuto conoscere e approfondire tematiche con docenti e professionisti del mercato.
Perchè i giovani sentono il bisogno di formazione
“La realtà sociale è in continua evoluzione, il mio ruolo sta cambiando…” racconta Filippo cooperativa sociale Sonda. In un momento storico particolarmente delicato “questa proposta mi è sembrata un segno: stavo mettendo in discussione il mio lavoro, il mio ruolo, il mio permanere all’interno dell’organizzazione” continua Martina ACLI Verona perché “a volte i giovani cooperatori si sentono come mosche bianche nel tessuto economico. Poter condividere esperienze, buone prassi e suggestioni con persone che vedono nel Terzo Settore un’opportunità di crescita personale, di partecipazione ad un’economia che punta ai valori e sviluppo professionale, è fondamentale” ammette Andrea cooperativa sociale Pantarei.
L'esito del percorso formativo
Nonostante gli appuntamenti si siano svolti online “si è creata una rete di relazioni che mi ha trasmesso una bellissima sensazione di fiducia” racconta Giulia associazione Orizzonte, una fiducia che ha aiutato a comprendere il significato e l’importanza dell’aspettativa che gli enti sociali ripongono nei giovani. “Possiamo raccogliere un testimone pesante perché abbiamo il desiderio di dare continuità a un nuovo modo di pensare che contrappone all’idea di eccellenza ed efficienza individuale, il valore della fragilità e del concetto di comunità” rivela Michele cooperativa sociale Vale Un Sogno.
Riflessioni professionali sul settore e sull’economia hanno permesso ai partecipanti di apprendere e sviluppare le tematiche incontrate nel percorso all’interno dell’organizzazione. Consapevolezza, forza di volontà, energia rinnovata ma anche motivazione, significato del fare e voglia di rivitalizzare le relazioni negli enti sono solo alcuni dei benefici pratici che i giovani hanno portato a casa dall’esperienza.
Le conoscenze specifiche e le suggestioni tecniche portate dai docenti si sono unite alla trasmissione di un senso non convenzionale. “Mi sono portata a casa un’energia positiva che non è traducibile in parole. La riscoperta di me e delle mie potenzialità. La consapevolezza che si può essere fragili perché nell’imperfezione a volte c’è il valore aggiunto che rende speciali. La certezza che essere sognatori e pensare di poter cambiare il mondo non è poi un pensiero così folle” riferisce Martina perché quando si condivide si scopre che non si è soli “ci si mette in rete e si crea una cultura da far conoscere e da diffondere anche al di fuori delle nostre organizzazioni” continua Andrea.
Una rete in evoluzione e in crescita perché come racconta Giulia “abbiamo bisogno di trovare persone che veicolano questi messaggi. L’energia che ne nasce è nutriente per il nostro lavoro!”.
I giovani tra paura e speranza
Nella società odierna sono sparite le certezze. Il futuro rimane una grande incognita e le ambivalenze legate alla realizzazione personale e al mondo del lavoro spalancano le porte a sentimenti negativi. In mezzo a queste nebulose un’iniziativa vuole aprire un varco di speranza concreta.
“I giovani e il lavoro tra paura e speranza” è il titolo dell’incontro rivolto ai giovani tra i 16 e i 23 anni che si terrà il 29 aprile a Torino. L’iniziativa prende spunto dalla lettera apostolica Patris Corde nella quale Papa Francesco dedica l’anno 2021 a San Giuseppe, artigiano e lavoratore che umanamente ha affrontato le emozioni dei giorni nostri: la paura per il Male che lo perseguitava e la speranza nel Bene che lo sosteneva.
L’educazione al senso del lavoro e la vocazione al fare impresa per il bene comune sono le sfide a cui anche i giovani oggi sono chiamati per costruire il loro futuro e la società che verrà.
I giovani e il lavoro tra paura e speranza
“Stiamo riscontrando situazioni sempre più al limite. I giovani vivono dentro ad un isolamento profondo e pericoloso. Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Incertezza, depressione, scoraggiamento sono alcuni dei sentimenti che segnano i ragazzi e che spengono l’attivazione personale” riferisce don Danilo Magni organizzatore.
Se da un lato la mancanza di prospettiva e vitalità sta alimentando lo sconforto dei più giovani, dall’altro non mancano testimonianze di giovani che in questo periodo pandemico hanno attivato energie positive prendendosi cura degli altri. Il 29 aprile rappresenta un’opportunità di incontro perché non sarà solo un evento. “Crediamo che sia giunto il momento per suscitare un movimento nei giovani, per stimolarli e costruire il loro orizzonte”.
Dalle ore 10.30 l’appuntamento sarà trasmesso in diretta streaming porterà alla luce la voce simbolica dei giovani italiani e di professionisti che si occupano di economia, giovani e futuro tra cui il direttore nazionale della Pastorale sociale e del lavoro della CEI don Bruno Bignami, il sociologo Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano e la psicologa Enza Famulare della cooperativa sociale Il Nuovo Volo, oltre che esponenti di Confcooperative, Cgil – Cisl – Uil, Giovani Ucid e Fondazione Cattolica Assicurazioni. In un mondo che sta cambiando le opportunità si devono creare.
Il concorso
Per questo nasce Domani è un’altra impresa il concorso che premia la visione dei ragazzi nati tra il 1998 e il 2004 con borse di studio. “Tra paura e speranza, nel tempo del coronavirus, nell’ibridazione tra educazione, formazione, orientamento, lavoro ed imprenditorialità, quali gli orizzonti di futuro possibili?”. Al quesito possono rispondere singoli ragazzi o piccoli gruppi di lavoro, inviando opere in forma scritta o creativa. Gli elaborati devono essere presentati entro le ore 12 di domenica 11 aprile inviando una email all’indirizzo segreteriaotm@murialdopiemonte.it. Una giuria selezionerà gli elaborati vincitori che aranno premiati durante l’incontro del 29 aprile.
Gli organizzatori
L’iniziativa "I giovani e il lavoro tra paura e speranza" è promossa dalla Congregazione degli Oblati di San Giuseppe, dai Giuseppini del Murialdo e dalle Suore di San Giuseppe con l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte e l’Associazione San Giuseppe Imprenditore. Grazie al contributo di Banco Credito Cooperativo, Ideo e Fondazione Cattolica Assicurazioni.
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