economia ibrida alleanza profit e nonprofit

Un'economia più ibrida in 5 passi

L’attuale situazione chiama sempre di più a volgere uno sguardo verso forme di economia ibrida. Profit e non profit, quali alleanze possono stringere per favorire lo sviluppo del territorio?

Per rispondere a questa domanda abbiamo chiesto a Massimo Erbetta, presidente della Cooperativa Sociale B.Plano di Vedano Olona, di raccontarci i 5 passi fondamentali della loro positiva esperienza.

Massimo, da dove siete partiti e come siete riusciti a costruire sinergie propositive tra mondo profit e non profit? B.Plano è una cooperativa sociale di tipo B nata nel 2013, a seguito dell'incontro tra una realtà della cooperazione sociale di tipo A molto attiva nel territorio e un’associazione locale di imprenditori, nata per promuovere in ambito cittadino il tema del lavoro e dell'occupazione. Il mio è il punto di vista di un cooperatore sociale che, pur avendo in mente la necessità per il mondo della cooperazione di rinnovarsi e di esplorare orizzonti nuovi facendosi impresa, continua a ritenere che questa definizione sia quella che meglio lo rappresenti. Cosa abbiamo fatto...

1. Partire da problemi concreti

Quando siamo partiti il mondo sociale e imprenditoriale muoveva i propri passi verso obiettivi diversi. Noi operatori sociali siamo partiti da un problema: il Centro di Aggregazione Giovanile era pieno, tutti i giorni e tutto il giorno, di giovani che oggi potremmo definire NEET: ragazze e ragazzi fermi, incerti se procedere nel percorso di studi, o nella ricerca di un lavoro, con un orizzonte temporaneamente (così la pensavamo e la pensiamo) bloccato.

Piccoli imprenditori hanno dato una disponibilità ad ospitare, per brevi periodi di stage, alcuni di loro; abbiamo notato dei cambiamenti o, meglio, abbiamo visto che l'esperienza lavorativa metteva in luce capacità già presenti ma non espresse: la puntualità, la responsabilità, la buona educazione... B.Plano è il dispositivo che abbiamo creato per dare continuità a queste esperienze, estendendo il concetto di inserimento lavorativo a tutte le persone che stanno attraversando momenti di difficoltà personale e promuovendo la nascita di un luogo di lavoro attento alla valorizzazione dei talenti di ciascuno.

L'Associazione di imprenditori partiva aveva invece la necessità di rendersi visibile nella comunità, e di realizzare qualcosa di concreto che qualificasse il proprio operato in termini realmente sociali, cioè orientati ai bisogni degli altri.

2. Vincere lo stereotipo

La prima volta che abbiamo incontrato un imprenditore abbiamo incontrato il nostro stereotipo. Accade anche a te? Di vedere una persona affabile e cordiale, ma tesa a perseguire il proprio interesse individuale attraverso il raggiungimento di obiettivi aziendali volti a massimizzare il profitto e ridurre i costi? Ovvio, non ti dice proprio così, ma tu lo senti e lo respiri nelle sue parole e atteggiamenti; lo vedi da come si rivolge ai propri collaboratori, ma soprattutto da come loro si rivolgono a lui. La seconda volta che incontriamo un imprenditore, lo stereotipo si conferma. La terza volta diventa un giudizio netto senza possibilità di revisione alcuna. Ma pochi arrivano al terzo incontro; lo stereotipo vince in fretta, e spesso il primo incontro è anche l'ultimo. Avere la forza e la volontà di proseguire, di incontrarsi per conoscersi, è il passo fondamentale. All'inizio sono i ruoli ad incontrarsi, ma dopo un po' di tempo (molto tempo) ci si incontra tra persone. I ruoli parlano di organizzazioni, le persone parlano, soprattutto, di altro. Arrivati qui, potrebbe capitare di scoprire che lo stereotipo era reciproco, e che il tuo imprenditore interlocutore ha passato molto tempo a chiedersi che lavoro facesse un operatore sociale, considerandolo spesso un perditempo o, nella migliore delle ipotesi, un sognatore velleitario.

3. Rispondere ai bisogni con professionalità

I ruoli organizzativi parlano di bisogni dell'organizzazione. Quindi, il primo livello di collaborazione per noi - ma forse un po' per tutti - è quello fornitore-cliente. Il nostro primo cliente, e attualmente il più importante, ha fin da subito dato del lavoro in cooperativa; come membro dell'Associazione fondatrice, la loro intenzione era di sostenere la nascita e l'avvio della nostra impresa attraverso il conferimento di commesse, e questo era utile anche per noi, in qualità di cooperativa di inserimento lavorativo. Ma non lo abbiamo mai considerato un mero atto di profonda e disinteressata generosità; questa, infatti, tende ad esaurirsi se non è sostenuta da una utilità che permane. Nel tempo è diventato evidente come il conferimento di lavoro alla cooperativa fosse un vantaggio anche per l'impresa; non tanto dal punto di vista economico, perchè la cooperativa non fa sconti e non abbassa i prezzi per facilitare la "conquista" di un cliente, quanto da quello della qualità del lavoro svolto, dell'efficienza e della capacità di risolvere i problemi che inevitabilmente sorgono in un rapporto di lavoro. Questa graduale consapevolezza ha dato grande spinta alla cooperativa e ai suoi soci e lavoratori ed è, insieme ad altri fattori, un elemento di forza che ci ha aiutati a fare scelte impegnative di sviluppo; oggi noi diciamo ai Servizi Sociali che il nostro lavoro principale è l'inserimento lavorativo, ma alle aziende ci presentiamo come professionisti del confezionamento che è, a tutti gli effetti, un lavoro e un codice Ateco. Interessa questo alle imprese, all'inizio.

4. Avere pazienza per costruire

Con calma, di confezione in confezione, dopo migliaia di consegne e ritiri, rinnovati i contratti con l'azienda di anno in anno per 6 anni, abbiamo realizzato che in questo tempo, lunghissimo, stava accadendo qualcosa d'altro rispetto al lavoro esplicito e manifesto. Si stava sviluppando un legame, che ha generato il contesto giusto perchè si incontrassero le persone, non più i ruoli. E le persone portano altro. Portano, all'inizio, alcuni problemi di gestione del loro tempo libero e chiedono maggiori informazioni su quelle attività che la cooperativa ha nel frattempo attivato, ancora in fase di avvio ma interessanti e forse utili; la nostra sartoria sociale potrebbe fornire riparazioni ai dipendenti? Il laboratorio di falegnameria potrebbe fare piccoli lavori di riparazione domestica? A un certo punto, forse per magia ma noi pensiamo di no, ricompare un aggettivo, fino ad ora confinato all'interno della cooperativa: Sociale. Ed è a partire da qui che le richieste cambiano: l'imprenditore, o chi per lui, pensa ai suoi dipendenti che sono anche genitori con figli che seguono la DAD, e alle difficoltà che possono avere in questo tempo strano; pensa ai dipendenti figli di genitori anziani bisognosi di cure e assistenza. Cambiano le richieste, cambia il rapporto: non più quello cliente-fornitore regolato da un contratto, ma quello di soggetti co-progettanti tenuti insieme da una convenzione.

5. Lavorare insieme per costruire

La zona industriale nella quale la cooperativa ha sede è frequentata quotidianamente da circa 2.000 persone impiegate nelle aziende. Una bella porzione di territorio sta lì per otto ore al giorno; perchè non provare a entrare in relazione, a conoscere, a proporre? Ci vuole tempo e, soprattutto all'inizio, tanta fatica. A volte sembra che ci sia un muro tra aziende e cooperative sociali, e questo muro è costruito da entrambe le parti. Spaventano le tante differenze, probabilmente, ma spesso c'è il timore di "sporcarsi", di dover rivedere stili e consapevolezze costruiti in anni di lavoro spesso vissuto come antagonista... Allo stesso tempo stiamo assistendo alla profonda crisi nel rapporto con l'Ente Pubblico, che nel nostro territorio rappresenta praticamente la totalità delle committenze di molte cooperative sociali. crisi che lascia chiaramente intendere come pure questo modello di sviluppo, costruito negli anni, basato sulla funzione pubblica delle cooperative sociali, non sia più sostenibile. E il mondo profit rappresenta una vastissima area di mercato, praticamente ancora non esplorata, che potrebbe garantire lavoro, molto lavoro, per i prossimi anni. Perchè no?

A proposito di Massimo Erbetta

Massimo è piemontese di nascita e lombardo per professione, inizia a frequentare il mondo delle cooperative sociali da adolescente, negli anni di grande fermento dopo l'approvazione della Legge 381. Da allora ha partecipato alle attività di diverse cooperative di tipo A, per poi inspiegabilmente trovarsi a lavorare in una di tipo B. Si è sempre occupato di gestione e sviluppo delle organizzazioni di cui ha fatto parte, ricoprendo i ruoli più disparati, secondo necessità. Ha sempre guardato con interesse all'innovazione, non necessariamente quella tecnologica. Tende a stare dalla parte dei giovani, qualsiasi cosa abbiano combinato, e dei fragili, qualsiasi sia la causa.

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Approvato il Bilancio Sociale 2020

Il Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica ha approvato il Bilancio 2020 che testimonia il sostegno della Fondazione alle persone più fragili in questo periodo di emergenza sanitaria.

Il Covid-19 ha sconvolto la vita di molti. Famiglie, aziende, scuole e comunità hanno dovuto affrontare la realtà cercando nuove soluzioni a problematiche sconosciute ed aggravate dall’evolversi della pandemia.

“Fondazione, fin dal primo manifestarsi della crisi all’inizio dello scorso anno, ha risposto seguendo due direttrici di marcia ben precise – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni - uno stanziamento straordinario di fondi volti a supportare ospedali e sanità di territorio, in modo da supplire alla carenza di dispositivi di prima necessità e di cura; e ha poi deciso di accompagnare, con appositi interventi, diverse imprese sociali create nel recente passato e chiamate a riorganizzarsi per dare continuità agli inserimenti lavorativi di persone fragili”.

Nel 2020 la Fondazione ha sostenuto 150 interventi in Italia, di cui 24 straordinari per rispondere in modo efficace all’emergenza pandemica. Sono stati erogati 2.121.250 euro a favore di iniziative negli ambiti della solidarietà, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Di questo importo, il 44 % è stato destinato all’avvio di nuove imprese sociali. Grazie alle attività sostenute, nel corso dell’ultimo anno, è stato possibile inserire in un contesto professionale 244 persone - per un totale di 351.702 ore lavorate - e coinvolgere 3.120 volontari per un valore di 155.128 ore donate.

Fondazione ha cercato di essere generativa – continua il Presidente – per creare nuove opportunità di conoscenza e sviluppo, senza mai fermarsi, perché le “crisi non vanno sprecate” e possono, anzi devono, diventare occasioni di crescita per la comunità”.

Il senso di smarrimento, l’insicurezza e l’angoscia segnalata dagli esponenti di molti enti non profit ha indotto la Fondazione a cercare nuove strade per essere prossimi alle realtà sociali e favorire la creazione di nuove soluzioni in un contesto fortemente mutato. Per questo la Fondazione ha scelto di incrementare il proprio contributo alla formazione delle coscienze favorendo così la costruzione un welfare comunitario e generativo. Dalla primavera del 2020 si sono realizzati 3 cicli formativi che hanno coinvolto 145 partecipanti e 63 giovani provenienti da 14 regioni e facenti parte di 89 organizzazioni nonprofit.

“Uno sguardo nuovo è quello che ha permesso di affrontare un anno difficile - dichiara il Segretario Generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba - Fare con ciò che c’è anziché lamentarsi di ciò che manca, è la chiave per riscoprire la forza delle proprie origini e sprigionare nuove energie per Persone e Comunità”.


terzo settore? ecco perchè investire sulla formazione dei giovani

Terzo settore? Ecco perchè investire sulla formazione dei giovani

Sono sempre di più le organizzazioni sociali che desiderano lasciare ai giovani l’eredità delle mission avviate. Per farlo il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Le buone pratiche, il pensiero comune, le azioni orientate verso il futuro, insieme alle competenze tecniche dei giovani, possono fare la differenza.

Questa esigenza ha spinto Fondazione Cattolica ad avviare Generiamo il futuro, il percorso formativo rivolto ai giovani degli enti non profit e alle figure senior che ne accompagnano la crescita perchè siamo convinti che il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Un ciclo composto da 12 incontri realizzati tra novembre e febbraio, in cui i 63 partecipanti hanno potuto conoscere e approfondire tematiche con docenti e professionisti del mercato. 

Perchè i giovani sentono il bisogno di formazione

La realtà sociale è in continua evoluzione, il mio ruolo sta cambiando…” racconta Filippo cooperativa sociale Sonda. In un momento storico particolarmente delicato “questa proposta mi è sembrata un segno: stavo mettendo in discussione il mio lavoro, il mio ruolo, il mio permanere all’interno dell’organizzazione” continua Martina ACLI Verona perché “a volte i giovani cooperatori si sentono come mosche bianche nel tessuto economico. Poter condividere esperienze, buone prassi e suggestioni con persone che vedono nel Terzo Settore un’opportunità di crescita personale, di partecipazione ad un’economia che punta ai valori e sviluppo professionale, è fondamentale” ammette Andrea cooperativa sociale Pantarei.

L'esito del percorso formativo

Nonostante gli appuntamenti si siano svolti online “si è creata una rete di relazioni che mi ha trasmesso una bellissima sensazione di fiducia” racconta Giulia associazione Orizzonte, una fiducia che ha aiutato a comprendere il significato e l’importanza dell’aspettativa che gli enti sociali ripongono nei giovani. “Possiamo raccogliere un testimone pesante perché abbiamo il desiderio di dare continuità a un nuovo modo di pensare che contrappone all’idea di eccellenza ed efficienza individuale, il valore della fragilità e del concetto di comunità” rivela Michele cooperativa sociale Vale Un Sogno.

Riflessioni professionali sul settore e sull’economia hanno permesso ai partecipanti di apprendere e sviluppare le tematiche incontrate nel percorso all’interno dell’organizzazione. Consapevolezza, forza di volontà, energia rinnovata ma anche motivazione, significato del fare e voglia di rivitalizzare le relazioni negli enti sono solo alcuni dei benefici pratici che i giovani hanno portato a casa dall’esperienza.

Le conoscenze specifiche e le suggestioni tecniche portate dai docenti si sono unite alla trasmissione di un senso non convenzionale. “Mi sono portata a casa un’energia positiva che non è traducibile in parole. La riscoperta di me e delle mie potenzialità. La consapevolezza che si può essere fragili perché nell’imperfezione a volte c’è il valore aggiunto che rende speciali. La certezza che essere sognatori e pensare di poter cambiare il mondo non è poi un pensiero così folle” riferisce Martina perché quando si condivide si scopre che non si è soli “ci si mette in rete e si crea una cultura da far conoscere e da diffondere anche al di fuori delle nostre organizzazioni” continua Andrea.

Una rete in evoluzione e in crescita perché come racconta Giulia “abbiamo bisogno di trovare persone che veicolano questi messaggi. L’energia che ne nasce è nutriente per il nostro lavoro!”.


i giovani e il lavoro tra paure e speranze

I giovani tra paura e speranza

Nella società odierna sono sparite le certezze. Il futuro rimane una grande incognita e le ambivalenze legate alla realizzazione personale e al mondo del lavoro spalancano le porte a sentimenti negativi. In mezzo a queste nebulose un’iniziativa vuole aprire un varco di speranza concreta.

“I giovani e il lavoro tra paura e speranza” è il titolo dell’incontro rivolto ai giovani tra i 16 e i 23 anni che si terrà il 29 aprile a Torino. L’iniziativa prende spunto dalla lettera apostolica Patris Corde nella quale Papa Francesco dedica l’anno 2021 a San Giuseppe, artigiano e lavoratore che umanamente ha affrontato le emozioni dei giorni nostri: la paura per il Male che lo perseguitava e la speranza nel Bene che lo sosteneva.

L’educazione al senso del lavoro e la vocazione al fare impresa per il bene comune sono le sfide a cui anche i giovani oggi sono chiamati per costruire il loro futuro e la società che verrà.

I giovani e il lavoro tra paura e speranza

“Stiamo riscontrando situazioni sempre più al limite. I giovani vivono dentro ad un isolamento profondo e pericoloso. Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Incertezza, depressione, scoraggiamento sono alcuni dei sentimenti che segnano i ragazzi e che spengono l’attivazione personale” riferisce don Danilo Magni organizzatore.

Se da un lato la mancanza di prospettiva e vitalità sta alimentando lo sconforto dei più giovani, dall’altro non mancano testimonianze di giovani che in questo periodo pandemico hanno attivato energie positive prendendosi cura degli altri. Il 29 aprile rappresenta un’opportunità di incontro perché non sarà solo un evento. “Crediamo che sia giunto il momento per suscitare un movimento nei giovani, per stimolarli e costruire il loro orizzonte”.

Dalle ore 10.30 l’appuntamento sarà trasmesso in diretta streaming porterà alla luce la voce simbolica dei giovani italiani e di professionisti che si occupano di economia, giovani e futuro tra cui il direttore nazionale della Pastorale sociale e del lavoro della CEI don Bruno Bignami, il sociologo Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano e la psicologa Enza Famulare della cooperativa sociale Il Nuovo Volo, oltre che esponenti di Confcooperative, Cgil – Cisl – Uil, Giovani Ucid e Fondazione Cattolica Assicurazioni. In un mondo che sta cambiando le opportunità si devono creare.

Il concorso

Per questo nasce Domani è un’altra impresa il concorso che premia la visione dei ragazzi nati tra il 1998 e il 2004 con borse di studio. “Tra paura e speranza, nel tempo del coronavirus, nell’ibridazione tra educazione, formazione, orientamento, lavoro ed imprenditorialità, quali gli orizzonti di futuro possibili?”. Al quesito possono rispondere singoli ragazzi o piccoli gruppi di lavoro, inviando opere in forma scritta o creativa. Gli elaborati devono essere presentati entro le ore 12 di domenica 11 aprile inviando una email all’indirizzo segreteriaotm@murialdopiemonte.it. Una giuria selezionerà gli elaborati vincitori che aranno premiati durante l’incontro del 29 aprile.

Gli organizzatori

L’iniziativa "I giovani e il lavoro tra paura e speranza" è promossa dalla Congregazione degli Oblati di San Giuseppe, dai Giuseppini del Murialdo e dalle Suore di San Giuseppe con l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte e l’Associazione San Giuseppe Imprenditore. Grazie al contributo di Banco Credito Cooperativo, Ideo e Fondazione Cattolica Assicurazioni.

L'emergenza educativa è un tema che riguarda tutti. Approfondisci l'argomento in questo articolo


out of the standard

Out of the Standard: la sfida per innovare il sociale

Prende il via il nuovo percorso formativo del CLab dell’Università di Verona realizzato in partnership con Fondazione Cattolica Assicurazioni

Continuano le iniziative del CLab di Verona che, per il mese di marzo, avranno come focus l’innovazione nel settore no-profit. Il percorso, intitolato “Out of the Standard”, si comporrà di due sfide, lanciate dall’Università in collaborazione con Fondazione Cattolica Assicurazioni: promuovere la vendita di prodotti sociali e recuperare beni pubblici abbandonati per trasformarli in luoghi di valore per la collettività. L’iniziativa è rivolta a ragazze e ragazzi dell’ateneo che, oltre alla possibilità di ricevere un premio in denaro, acquisiranno 6 crediti formativi validi per il proprio percorso universitario.

Il programma prevede la selezione di venti studenti che verranno poi suddivisi in quattro gruppi di lavoro: due team si confronteranno sul tema del business applicato a prodotti realizzati da imprese sociali e due sul recupero dei beni pubblici in stato di degrado. Lo scopo della prima sfida è valorizzare la produzione di realtà inclusive per massimizzarne il ritorno economico tramite strategie di marketing mirate ad intercettare nuovi mercati, aiutandole così a rendersi sostenibili e creare nuove opportunità di lavoro. La seconda sfida si propone invece di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare beni pubblici in stato di abbandono, trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività. L’obiettivo è promuovere una rete di relazioni tra artigiani e imprese locali che possano accogliere ed includere, attraverso il lavoro, persone in situazioni di fragilità. L’iniziativa si concluderà a fine maggio, con la proclamazione dei due gruppi che avranno sviluppato le idee più convincenti: a loro andrà un premio in denaro e 6 crediti formativi.

Out of the Standard rientra nel progetto CLab Verona, iniziativa nata nel 2017 nell’ambito del CLab Veneto che si pone come un punto di riferimento per la comunità universitaria di Verona che intenda partecipare a un percorso interdisciplinare e trasversale che utilizza metodi didattici non tradizionali. Il CLab punta a sviluppare nei partecipanti capacità di problem solving, team building e analisi delle opportunità imprenditoriali e di mercato legate a specifiche esigenze proposte dai partner.


volontariato come rendere vive cose e persone

Volontariato: come rendere vive cose e persone in 5 passi

Più di 5 milioni di italiani dedicano parte del loro tempo al volontariato. Ma come mantenere e alimentare i servizi sul territorio? Come mettere in rete il dono? Come il volontariato rende vive cose e persone?

Franco Micucci, assistente sociale, ha fondato nel corso degli anni vari associazioni con l'obiettivo di alimentare la partecipazione attiva delle persone. ReteViva insieme all'associazione Ubuntu di Macerata sono una reale manifestazione di come si può creare rete sul territorio a servizio della persone. A lui abbiamo chiesto di raccontarci quali sono stati i 5 passi fondamentali che hanno permesso alla rete di diventare un punto di riferimento per la città.

1. Osservare e ascoltare

Reteviva nasce dal desiderio di rispondere ai bisogni delle persone più ai margini della società, a partire dai più anziani. Abbiamo incontrato la malattia, la solitudine, la perdita delle capacità, l’essere messi da parte, l’improduttivitàLe stesse persone che soffrivano di questa “perdite” erano anche depositari di talenti e conoscenze preziosissime per tanti giovani, ma non solo. Volevamo assicurare la trasmissione delle tradizioni e della memoria alle nuove generazioni.

Con il fenomeno dell’allungamento della vita, ci sembrava che il periodo della pensione diventasse una grandiosa opportunità di crescita personale, ma soprattutto collettiva. Ci siamo lasciati ispirare dall’idea della fraternità universale e così abbiamo cercato di “abbattere” quei muri che dividono le persone per età, estrazione sociale, professionalità, censo. Come? Attraverso il dono del proprio tempo per chiunque ne avesse bisogno. Siamo partiti da qui per rendere vive cose e persone

2. Ampliare la rete

E cercare spazi in cui condividere i valori. Non abbiamo preteso di partire da zero. Eravamo coscienti che nei gruppi, informali o più strutturati, questi valori vengono già vissuti e concretizzati. Sono come degli “scrigni” in cui sono conservati dei tesori nascosti!

Così abbiamo incontrato alcuni gruppi per attivare la rete ed iniziare a scoprire nuove possibili relazioni personali, oppure per valorizzare quelle già esistenti.

3. Mettere in rete

In questi gruppi, abbiamo fatto il gioco della “Città Colorata”: distribuendo dei semplici post-it di due colori ai partecipanti, abbiamo invitato ognuno a scriverci su uno la disponibilità a fare qualcosa e su un altro la necessità che qualcuno ci faccia qualcosa.

In queste occasioni, abbiamo sperimentato che disponibilità e necessità si incontravano in modo sorprendente e nuovo, anche in gruppi di lunga data e composti da persone che si conoscevano da tempo si creava la possibilità di crescere grazie alla conoscenza, fiducia, appartenenza.

Abbiamo raccolto disponibilità e necessità in una specie di “banca dati” ed abbiamo iniziato a facilitare degli “scambi di reciprocità” in cui si incontravano: li abbiamo chiamati “scambi” perché alla fine del tempo anche chi aveva donato capacità e/o conoscenza se ne tornava a casa arricchito di umanità, ascolto, valorizzazione, amicizia, fraternità

4. Creare luoghi di incontro

Pur iniziando a realizzare i primi “scambi di reciprocità” a domicilio delle singole persone, queste relazioni si sono moltiplicate ed amplificate una volta trovata la disponibilità di alcuni locali vuoti da parte di una parrocchia.

Con il pieno appoggio e la collaborazione di un parroco lungimirante, gli “scambi” sono potuti diventare “laboratori” visto l’aggregarsi spontanei di tanti che erano interessati a quella disciplina, quell’arte o quell’argomento.

A domicilio questo progetto si sarebbe limitato moltissimo, mentre l’aver avuto la possibilità di utilizzare un luogo “terzo” ha permesso di far crescere la Rete. Comunque, abbiamo mantenuto una serie di servizi a casa, come la compagnia, le piccole commissioni e la lettura.

Con il tempo, sono cresciuti esponenzialmente disponibilità e necessità: le relazioni umane sono diventate generative di una socialità in cui tutto è sussidiario, fraterno, gratuito, accolto e prezioso.

Da un punto di vista organizzativo, è stato necessario avere una “forma”: così ci siamo costituiti fin da subito in un’Associazione di Promozione Sociale chiamandola UBUNTU che in lingua swahili significa “io sono in quanto noi siamo”.

Un aspetto non ultimo è la coscientizzazione dei partecipanti alle spese: attraverso un sistema chiamato “adozione”, ogni partecipante sostiene l’intero progetto di Reteviva contribuendo alle spese con una quota mensile, a prescindere dal numero di laboratori a cui partecipa o il tempo che trascorre in Reteviva. Ciò ci ha permesso di renderci abbastanza autonomi finanziariamente.

5. Comunicare

Un aspetto non secondario è l’investimento in comunicazione. Comunicazione interna: il rischio di chiudersi è forte in ogni gruppetto o laboratorio che è nato, ma far circolare ogni novità tra tutti permette di garantire l’unità di Reteviva e di creare nuove “sinapsi” tra i partecipanti. È particolarmente importante in questo periodo, dove il semplice dirsi “buongiorno” su una chat garantisce la continuità dei rapporti umani anche senza essere in presenza!

Comunicazione esterna: ogni iniziativa è stata sufficientemente pubblicizzata soprattutto per rendere visibile ciò che abbiamo fatto, per un dialogo con il contesto sociale ed istituzionale con cui, nel tempo, abbiamo progressivamente collaborato in numerose iniziative.

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emergenza educativa

Emergenza educativa, come rispondere

Il Covid-19 ha alimentato il bisogno di cura di molte fasce della popolazione, tra cui adolescenti e bambini. Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry le difficoltà vissute in famiglia hanno aumentato la richiesta di supporto professionale. Psicologi e psicoterapeuti testimoniano che queste evidenze manifestano situazioni di sofferenza pregressa che si è consolidata nel tempo.

Come rispondere all'emergenza educativa? Ne abbiamo parlato insieme a Paolo Stefano e Daniela Galletta, rispettivamente Presidente e Coordinatrice di Associazione Prospettiva Famiglia. L’associazione veronese si occupa di promuovere iniziative ed interventi formativo-culturali, a sostegno della famiglia e delle figure educanti nella società odierna. Collabora con la Rete “Scuola e Territorio: Educare Insieme” di cui fanno parte 55 istituti e annualmente incontra oltre 11 mila persone.

L'emergenza educativa di cosa si tratta

È un tema che prende forma nelle radici famigliari, specie all’interno di quei nuclei in cui i genitori faticano ad essere esempi validi per i loro figli. A volte troppo amici a volte troppo focalizzati sui propri bisogni piuttosto che su quelli dei figli. In contesti in cui vi è difficoltà a trasferire quei pilastri che strutturano l’identità di un bambino e lo aiutano a diventare un cittadino, i ragazzi appaiono smarriti. Laddove mancano questi riferimenti, adolescenti e giovani cercano in altri soggetti valori, ideali e messaggi di cui necessitano.

L’occhio attento di un educatore riesce a scorgere i disagi dei ragazzi che possono essere mostrati in modo più visibile ma che spesso sono celati in solitudine, mancanza di contatto con i propri coetanei e difficoltà relazionale a vantaggio della tecnologia. Sono diversi gli indizi che sottolineano questa situazione: comportamenti aggressivi, ansia, depressione, ritiro dall’ambiente sociale, alimentazione sconnessa o rifugi nel deep web... Sono solo alcune delle conseguenze più delicate che i ragazzi stanno affrontando e che vengono inserite all’interno delle ricerche psicologiche che parlano di come rispondere all'emergenza educativa.

I bisogni delle giovani generazioni

Il magistrato Rosario Livatino disse Quando moriremo nessuno ci chiederà quanto siamo stati credenti ma quanto siamo stati credibili! I ragazzi non sono alla ricerca di eroi ma di persone coerenti con quello che dicono e fanno. I giovani osservano e ascoltano. Per questo è fondamentale imparare a prestare loro attenzione, stabilire un rapporto empatico che permetta di individuare i loro bisogni. Serve indicare loro il preciso punto di partenza di una strada che si proietta verso desideri e aspettative che poi appartengono ai singoli ragazzi. Favorire il confronto consente di essere parte della crescita dei giovanissimi, di guidarli e di lasciare che gli insegnamenti fungano da stella polare. Per questo ogni educatore deve accettare di imparare continuamente e deve essere il primo a porsi in discussione per trovare le strategie migliori che, come una chiave, aprono la porta alla relazione.

Gli attori nella crescita educativa

Crescere è un processo ed è fondamentale creare alleanze educative per favorire lo sviluppo dei ragazzi. Per rispondere all'emergenza educativa i genitori sono fondamentali ma non sono gli unici attori: adulti, docenti, allenatori, parroci, istituzioni e anche i personaggi pubblici devono essere un riferimento per lo sviluppo dei cittadini di domani. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai invita a riflettere perché siamo di fronte ad una chiamata: diventare comunità educante che si educa ed educa i ragazzi a diventare cittadini attivi e consapevoli. Da dove partire? Non esiste una regola univoca e sarebbe ingannevole pensare che vi siano princìpi fondamentali unici per tutte le figure educanti. Eppure Papa Francesco, nella sua Enciclica Laudato Sii, propone di partire dal rispetto dell’altro e delle regole, dalla responsabilità, dalla condivisione, dall’onestà, dalla tolleranza, dall’attenzione verso chi è in difficoltà e verso l’ambiente per creare un nuovo modello che aiuti anche a sviluppare il futuro.

Il Covid e le sue conseguenze

Il Covid-19 è una sfida perché ciò che si credeva scontato abbiamo scoperto che non lo è. Da un punto di vista culturale e umanitario ha creato un forte limite. Per le figure educanti è però anche un’occasione: ogni ragazzo, ogni persona, custodisce delle risorse dentro di sé. È necessario aiutare i giovani a scoprirle per indirizzare il loro percorso futuro.

Ti interessa scoprire meglio le attività di Associazione Prospettiva Famiglia? Guarda il loro articolo sulla cittadinanza attiva!


Perchè favorire la cittadinanza attiva

Il mondo è messo in discussione e quando i paradigmi ritenuti certi vacillano, si presenta la possibilità di creare qualcosa di nuovo. Eppure per vivere in una società migliore, più umana e sostenibile, è necessario partire da ciò che rende i cittadini "buoni cittadini". Insieme a Paolo Stefano, presidente dell'associazione Prospettiva Famiglia, da anni impegnata nella formazione culturale delle giovani generazioni e degli adulti, parliamo di cittadinanza attiva: come si sviluppa, chi la crea e la promuove? Perchè far crescere i cittadini di domani consente di far evolvere la comunità.

Lo tzunami dell'adolescenza

Quando la persona passa dall’infanzia all’adolescenza avvengono talmente tanti cambiamenti, che il medico Alberto Pellai ha parlato di tsunami dell’adolescenza. Non staremo qui ad elencarli tutti, ma ci concentreremo sul cambio di perimetro del “mondo” a cui questa persona fa riferimento: il suo mondo che fino ad allora erano state le mura domestiche, diventa ora il suo quartiere, la sua città, il suo Paese. Da questo momento egli viene investito di un ulteriore ruolo che è quello di essere un “buon cittadino”. In cosa si sostanzia questo ruolo? Fondamentalmente nel portare nella sua vita sociale i principi di cui dovrebbe essersi imbibito in famiglia: il rispetto delle regole, il rispetto degli altri. Se poi a questo modus vivendi, si aggiunge anche la tolleranza per le opinioni altrui e la proattività nel sentirsi parte – per quanto piccola – determinante del futuro della società in cui vive, non sarebbe sgradito.

In sostanza, l’adolescente è chiamato innanzitutto al rispetto delle regole che la società si è data e che sono assolutamente necessarie – quanto volte ce lo ha ripetuto l’ex giudice Gherardo Colombo- per una convivenza più facile e più civile. Non serve citare il famoso esempio del semaforo per far capire cosa succederebbe se non ci fossero le regole: a volte un po’ odiate, ma, ad una riflessione più profonda, elemento cardine della vita sociale.

Oltre le regole il contributo delle proprie azioni

Tuttavia, mai come in questo momento, al cittadino viene chiesto non solo un atteggiamento passivo di non-violazione delle regole, ma soprattutto un comportamento attivo, volto a portare il suo piccolo sacco di frumento al mulino della democrazia. Cervelli pensanti, persone colte e letterate, ma soprattutto persone di buon senso hanno l’obbligo morale di mettersi a disposizione delle Istituzioni per dare un contributo al consolidamento di quanto hanno fatto i Padri fondatori della Repubblica. Prospettiva Famiglia, in una delle edizioni della “Borsa di Studio Tommasoli” di qualche anno fa, indisse il tema di una “mini-Costituzione”, invitando i ragazzi delle scuole a mettersi nei panni dei Ferruccio Parri, degli Enrico De Nicola, dei Sandro Pertini e stabilire quali fossero i pilastri fondanti della nostra Repubblica. Noi siamo convinti che – soprattutto se il bambino è cresciuto nei suoi primi anni– in un ambiente dove si è abbeverato alla fonte del rispetto reciproco e del “bello”, ha sicuramente i germi di quei valori morali (nulla ethica sine aesthetica) che in età adulta lo possano rendere elemento di spicco nella creazione di una società civilmente ed eticamente evoluta.

Incontro cittadinanza attiva

Incontro cittadinanza attiva

Senza pretendere che il cittadino debba trasformarsi in uno Spiderman dei tempi moderni, si pensi che per essere un buon cittadino sono sufficienti gesti e azioni semplici, purché spinti da un ideale puro. Su questo ambito farò due soli esempi: innanzitutto il voto. Quante volte siamo indotti a non adempiere a questo diritto-dovere perché delusi da innumerevoli esempi di cattiva politica, che anziché premettere il bene comune a quello del singolo, fa esattamente il contrario. Altro esempio quella della recente normativa anti-corruzione: un’ampia parte della normativa è dedicata al whistleblowing (soffiare nel fischietto). Di cosa si tratta?  Beh, molto semplicemente si sta dicendo: “caro cittadino, qualunque ruolo tu abbia nella vita lavorativa o sociale, quando assisti o vieni a conoscenza di un atto illecito, non girarti dall’altra parte, ma dai l’allarme”. Se ci pensiamo, soffiare nel fischietto è l’atto più semplice che ci sia e se diamo un fischietto in mano ad un bambino, egli stesso – come primo atto - non farà altro che soffiarci dentro; eppure, questo segnale, questo allarme, questo richiamare l’attenzione degli altri (dal vicino di casa al rappresentante delle forze dell’ordine, dall’amico con cui si sta giocando al funzionario pubblico) ha un valore fondamentale. Si pensi, per dare un altro esempio, agli effetti di un incendio, se solo l’allarme venisse dato tempestivamente.

Ridurre le disuguaglianze sociali

La cittadinanza attiva deve mirare, secondo la nostra interpretazione, anche a ridurre le disuguaglianze sociali; ce lo diceva, il 20 ottobre 2017, il prof. Romano Prodi, quando, parlando de Il piano inclinato, disse: “Mentre il profilo delle nostre società veniva profondamente modificato dall'impatto della tecnologia, della finanza e della globalizzazione, ci siamo dimenticati dell'uguaglianza.” E questo è un obiettivo che il bravo cittadino non può tralasciare perché senza uguaglianza la stessa crescita rallenta e le crepe nella coesione sociale mettono a rischio la stabilità democratica. Includere, non escludere. Portare a bordo anche coloro che appaiono più deboli genera vantaggi perché – e qui mi rifaccio alle parole di don Mazzi quando seguiva personalmente un ragazzo che aveva assassinato i genitori della fidanzata in un noto caso di alcuni anni fa – anche nel cuore delle persone apparentemente peggiori c’è una piccola scintilla, che, se ravvivata e valorizzata, può portare a risultati straordinari.

Quali le modalità per costruire un bravo cittadino? Diciamo pure che ci sono vari modi per far sì che il bambino di oggi sia il bravo cittadino di domani, ma due ingredienti non devono mancare mai. Innanzitutto, l’esempio. Possiamo dire e urlare ai nostri ragazzi tutto quanto di positivo esista al mondo, ma se poi con il nostro comportamento non siamo coerenti, la frittata è fatta. Nulla è più deprimente agli occhi del ragazzo che guarda al proprio genitore, come vederlo predicare bene e razzolare male. Non possiamo dire in famiglia “io ho una dignità, non accetterò mai quel denaro” e poi fare il contrario. I ragazzi non si aspettano che noi genitori siamo degli eroi, ci stimano e ci apprezzano come persone normali, ma una cosa la pretendono: che noi genitori si sia chiari e identificabili come una fotografia ben nitida. Dire una cosa e farne un’altra rende la foto sfocata e sgradita. L’altro ingrediente che, insieme all’esempio, non può mancare è l’empatia. Essa è il network attraverso il quale le nostre emozioni, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti arrivano al figlio e viceversa. Esso il canale di comunicazione con il quale dialogare. In mancanza di questo “filo diretto”, restiamo come un bellissimo libro che nessuno ha mai letto e al tempo stesso, nostro figlio resta alla ricerca di quei caratteri identificativi originanti che sono il fondamento per intraprendere un qualunque viaggio; non possiamo costruire una società nuova, se non facciamo tesoro di quella da cui proveniamo; saper discernere quanto di buono (da portare avanti) e quanto di brutto (da scartare) ha la società attuale, è l’informazione indispensabile per costruire quella futura.

giovani cittadini consapevoli

Occorrono persone vere e luoghi non convenzionali

Per agganciare i ragazzi rapidamente occorrono figure di altissimo valore morale, uomini e donne che colpiscano il loro immaginario e richiamino alla mente gesti di grande dirittura e integrità. La presenza, ai nostri incontri, di uomini e donne che sprigionano questo potere emotivo è stata in passato la conferma di questa affermazione: Giuseppe Ayala, Gian Carlo Caselli, Pier Camillo Davigo, Gherardo Colombo, Nicola Gratteri, Maria Falcone e la compianta Rita Borsellino sono figure che richiamano alla mente anche dei giovani, un modo unico di vivere il rapporto con le Istituzioni, il rapporto con la gente, il rapporto con la propria coscienza. Qui siamo all’apice della scala morale: figure che hanno dedicato tutta la loro vita, e in qualche caso l’hanno anche immolata, alla ricerca di principi universali come la Giustizia, la Libertà, la Democrazia. Portare a bordo i ragazzi – ma il discorso vale anche per gli adulti, sia chiaro – comporta fatica, impegno e fantasia; occorre uscire dal solito clichè per proporre loro qualcosa che realmente li coinvolga e li faccia sentire protagonisti. Non servono, come ci disse saggiamente Nando Dalla Chiesa, luoghi particolari. Egli stesso, infatti, da professore universitario sorprese i suoi stessi colleghi, quando portò i ragazzi al Carcere di massima sicurezza dell’Asinara; mise i ragazzi a prendere appunti sotto un cielo stellato, con i testi illuminati dalla luce dei telefonini. “Perché per discutere di temi seri non bisogna necessariamente essere in aula; a volte va bene anche essere in quei luoghi che hanno visto o vedono svilupparsi quei comportamenti violenti e subdoli che stanno alla base della condotta criminosa (io non li porto ai circoli del jazz, né a vedere i musei; li porto in luoghi che sembrano l’inferno).” Fautore di quella teoria dell’immersione per cui l’apprendimento è più efficace quando è sviluppato insieme agli altri in un fertile ed efficace contraddittorio. Ecco sì, direi che per creare il buon cittadino occorre metterlo nel ruolo, far sì che egli si cali nei panni di un deputato della Repubblica, di un pubblico funzionario, di un rappresentante delle Forze dell’ordine; in sostanza, abituarlo a valutare la situazione, a prendere decisioni importanti da cui può dipendere il destino di molti, Se li abitueremo a farlo, ispirati ai principi di cui noi genitori siamo (dobbiamo essere) portatori, avremo dei buoni manager, dei buoni funzionari, dei buoni deputati.

Conoscere per trovare soluzioni

La cittadinanza attiva non prescinde dal prendere consapevolezza della situazione politica e sociale del proprio Paese; evitando possibilmente di cadere nel dibattito politico, spesso sterile, cattivo e fazioso, è importante educare i ragazzi a comprendere la realtà che li circonda, quali decisioni politiche vengono prese, qual è la foto socio-economica del nostro Paese, come cambiano i costumi ed il lessico giornalistico: appropriarsi di ciò significa accendere i riflettori e consentire di valutare con più facilità rispetto a quando il palcoscenico è al buio o si vedono solo delle ombre. Una volta valutata la realtà, occorre meditare (cosa rarissima in un mondo che viaggia alla velocità della luce), “vedere” i fatti non con l’occhio, ma con la mente e con il cuore, pensare a soluzioni che ci possono apparire impossibili e che invece si possono realizzare a condizione che ci si creda veramente e ci si punti con tutte le proprie forze (stay hungry, stay foolish -  Steve Jobs, Università di Stanford, 2005). E’ pensabile una città senza inquinamento? E’ pensabile un Paese dove la gente non muoia nel disinteresse generale? E’ pensabile un’economia che abbia come obiettivo il bene sociale prima del profitto? Beh, su quest’ultimo tema le società sostenibili (ESG – Environmental Social Governance) sono la dimostrazione che si può fare e ottengono anche il consenso finanziario in quanto la tutela dell’ambiente è una cosa che sta a cuore a tutti. Da qui alla Francesconomics il passo sarebbe breve, ma si aprono scenari immensi che qui non possiamo affrontare per ragioni di spazio.

Come Prospettiva Famiglia, sappiamo che la strada è in salita, ma vogliamo anche credere a quanto di buono c’è intorno a noi e a non farci traviare dalle cattive notizie dei telegiornali perché, come si usa dire, “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce".


Come il Terzo Settore rende scientifici i modelli

Che si lavori in ambito profit o non profit la ricerca applicata permette di migliorare la qualità dei servizi proposti riuscendo a leggere in modo sempre più preciso i bisogni degli utenti. Le imprese strutturano reparti dedicati allo studio e all’innovazione dei prodotti, dei servizi, delle prestazioni.

Cosa comporterebbe riuscire a realizzare ricerche accurate anche in ambito sociale? Da dove si dovrebbe partire e cosa permetterebbe di ottenere? Lo abbiamo chiesto a Francesca Cavallini, Psicologa e CEO di Tice, cooperativa sociale piacentina, che è stata tra i pionieri dell'imprenditoria sociale e misurare l'impatto dei propri sforzi mossa dal desiderio di comprendere quali cambiamenti sistemici avvengono in famiglie, bambini, adolescenti, psicologi e istituzioni grazie ai loro servizi.

  • Come sei arrivata a lavorare nel campo sociale?

C’è stato un momento in cui ho capito cosa volevo fare e risale alla mia tarda infanzia, quando mia madre faceva l’insegnante di sostegno. Ricordo che per me era un “trauma” vedere gli adolescenti che seguiva mia madre: fumavano, si picchiavano, avevano comportamenti disdicevoli per una bambina. Una volta mi nascosi in un armadio e lì riuscii a vedere la trasformazione dei ragazzi quando si lavora personalmente con ciascuno. Accadde qualcosa di magico. Scoprii che un ragazzo allevava canarini e compresi che dentro ciascuno di loro c’era del bello. Così ho capito che volevo creare opportunità per chi “fallisce” a scuola. Il mondo scolastico porta a pensare che se vai male a scuola non andrai bene in nessun altro campo della vita. Non è così e io volevo dimostrarlo.

Negli Stati Uniti ho visto da vicino alcuni centri di apprendimento che mi hanno ispirata: se un ragazzo va male a scuola va’ in centri privati che insegnano come studiare. All’epoca in Italia non esistevano questi centri e l’idea mi piaceva. Quando ho aperto Tice eravamo la prima cooperativa con questo servizio che si rivolgeva al mercato e non passava dai servizi sociali.

  • Di cosa si occupa la cooperativa Tice?

Dal 2006 la cooperativa sviluppa percorsi psicologici individualizzati, basati su evidenze sperimentali, per permettere a bambini, adolescenti e giovani adulti di riconoscere e far emergere il proprio potenziale. Lavoriamo con persone che hanno un’età variegata tra i 3 e i 35 anni, anche se il picco è nella fascia 10-15. I bambini passano del tempo insieme a coetanei e professionisti, imparano divertendosi e crescono da un punto di vista psicologico ed emotivo. I servizi che offriamo sono molteplici: valutazioni diagnostiche, consulenze psicologiche, supporto nello studio, potenziamento per DSA, logopedia, supporto alle neomamme, consulenza genitoriale… tutti sono accumunati dalla nostra attitudine di ricercare soluzioni innovative che rispondano in modo funzionale ai bisogni delle persone. La nostra cooperativa si caratterizza per un rapporto continuativo con il mondo accademico, perché crediamo che la ricerca ci aiuti a coltivare la capacità innovativa e generativa che porta a comprendere meglio e a formulare risposte efficaci ai bisogni incontrati. 

  • Perché hai sentito il bisogno di rendere scientifico il vostro lavoro?

Fin da quando siamo nati abbiamo dato base scientifica ai servizi. All’inizio abbiamo avviato una ricerca applicata perché faceva parte del mio dottorato. Io credo che lo sguardo della ricerca e dell’Università dia moltissimo perché permette di avere un punto di vista esterno sul proprio agire e migliora le prestazioni. Oggi abbiamo fiducia nella medicina perché è una scienza che ha sperimentato. Io vorrei che avvenisse lo stesso anche per la salute psicologica delle persone. Inoltre fare ricerca aiuta a leggere il bisogno di domani. Ad esempio, anni fa avevamo compreso l’importanza di lavorare sulla scrittura, il calcolo e il potenziamento della lettura ed oggi infatti è un servizio richiesto e da vendere. Ecco perché ogni anno ci impegniamo a sviluppare nuovi progetti di ricerca applicata con Università o enti di ricerca che ci supportano nella progettazione di piani sperimentali.

  • Quali passi bisogna compiere per sviluppare ricerca?

Bisogna creare network con l’Università. Il primo passo è attivare convenzioni di tirocinio con esse (noi lo abbiamo fatto con una ventina di istituzioni). Questo consente a docenti di conoscere la realtà. Bisogna poi rendersi disponibili per ospitare tesi sperimentali di studenti in triennale o magistrale. Favorire lo sviluppo di ipotesi di ricerca da fare in comune con docenti. Comunicare i risultati. Cucire rapporti. Questo comporta dedicare tempo all’ambito della ricerca e dell’innovazione ma ciò porta benefici.

  • A quali benefici ti riferisci?

Il primo lo vive l’ente e le persone che vi lavorano perché si acquisisce consapevolezza del proprio operato. La ricerca diventa uno strumento di coesione e di identificazione valoriale per il team perché impara a guardarsi, migliorarsi, innovarsi. Fornisce un metodo per non rimanere negli eventi ma per guardare sempre avanti. Permette di comprendere le procedure che si possono replicare in modo positivo il servizio in luoghi e con persone diverse. Permette anche di aumentare la propria credibilità nei confronti degli enti a cui si richiedono fondi.

  • Si può ritenere Tice un modello?

Si potrebbe, perchè abbiamo scelto di non diventare un modello. Abbiamo consapevolezza che sviluppare dei modelli nel sociale spesso interrompe lo sviluppo di sé stessi mentre noi siamo sempre in cambiamento. Però dal 2006 abbiamo formato oltre 800 psicologi nelle nostre aule e da queste formazioni sono nate 27 start up in Italia che replicano la nostra impronta e che sono accreditate con noi. Ci piace formare, ma credo sia giusto che ognuno prenda la sua strada.


I 5 passi fondamentali per migliorare il mondo con l'arte

Durante la nostra esperienza ci siamo accorti che diversi enti nel Terzo Settore fanno uso delle forme artistiche come strumento educativo e di valorizzazione della persona. Ci siamo chiesti come l'arte possa aiutare a migliorare il mondo. Mario Restagno, Direttore Artistico dell'Accademia dello Spettacolo di Torino, aiuta a rispondere alla domanda in 5 passi.

1 - CONIUGARE ARTE E VALORI

Il 900 ha visto cambiare radicalmente il quadro socio-economico nell’area dei paesi maggiormente industrializzati, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Oggi, svolgendo una professione in campo artistico, si può vivere e mantenere onestamente una famiglia. Nei paesi dove il tenore di vita è più alto, i mestieri artistici riscuotono un grande interesse e sono particolarmente ambiti soprattutto tra i giovani. In Italia, tuttavia, si continua a considerare le attività creative per lo più aspetti del tempo libero, non fondamentali e questo approccio si riflette nelle scelte della politica. Artisti e creativi, al servizio dei media, hanno grandi possibilità di diffondere cultura ed educare masse di giovani, ma questa attività raramente è ispirata da valori etici, molto più spesso segue le regole del profitto economico. I più importanti centri di produzione cinematografica e televisiva sono in mano a grandi capitalisti privati che curano i propri interessi economici e sono poco interessati ai temi dell’educazione e della responsabilità: scelgono di diffondere ciò che procura reddito. Mi sono domandato: è ragionevole competere con le multinazionali? Ha senso attendere che qualche grande capitalista decida di investire a favore di una comunicazione che coniughi arte e valori etici? Noi crediamo in un’arte che parli di Verità, Bellezza, Libertà e Amore. Ho pensato di lasciare gli strumenti a chi li possiede e curare invece le persone cominciando a formare una nuova generazione di artisti che contribuiscano a fare il mondo migliore. Per fare questo era necessario creare un ambiente di educazione e così nata Accademia dello Spettacolo nel 2000.

2- LA BELLEZZA SALVERA' IL MONDO

E non solo. È importante scegliere i valori su cui basare la crescita degli artisti

In quell’anno il Card. Martini pubblicò un opuscolo intitolato “Quale Bellezza salverà il mondo?” riprendendo una frase tratta dall’Idiota di Dostoevskij. Il documento faceva riferimento alla cosiddetta teologia della Bellezza del teologo Han Urs Von Balthasar. Per chi aveva ricevuto una formazione in ambienti cattolici non era facile svolgere un’attività nel mondo dello spettacolo: negli anni 70-80, per esempio, la danza era ancora considerata un’attività sconveniente. Come potevamo insegnare danza senza generare immediatamente un contrasto? L’approfondimento della teologia della Bellezza riscattava le attività artistiche dai blocchi giansenisti ancora diffusi negli ambienti cattolici e, negli anni successivi, le aperture ufficiali della Chiesa in questa direzione ci confortavano. “In ogni cosa bella c’è un lampo di Grazia”, è diventato lo slogan della nostra attività: la ricerca della Bellezza, che era vissuta con senso di colpa, è diventato affrancamento e liberazione.

3 - FORMARE CON VERITA'

Per quanto possa essere scomoda riconoscerla, accettarla ed assumere le sue conseguenze essa fa crescere la persona e l’artista

Ci siamo domandati quali valori dovevano ispirare la formazione di un’artista che vuole fare il mondo migliore e abbiamo individuato nella verità un elemento fondamentale. Qualsiasi rapporto umano che non si basi sulla verità è destinato a fallire o portare grandi sofferenze: tanto più un rapporto educativo/formativo.

Quando un giovane intraprende la via della verità umana consente la formazione di una coscienza retta: la ragione diventa efficace strumento di ricerca e dialogo. Ma non è facile affermare il valore della verità oggi: i giovani sono figli di una società che cura le apparenze e riconoscere la verità può essere un percorso estremamente difficile per loro.

L’obbiettivo di diventare un artista, tuttavia, “scomoda” molti giovani dalle posizioni acquisite: noi testimoniamo che i grandi artisti si formano accogliendo la verità e, questo principio, non lo affermiamo solo noi, ma anche Konstantin Sergej Stanislavskij,  Jerzy Grotowski, Lee Strasberg… gli artisti che hanno rivoluzionato le arti sceniche nel 900.

La verità chiama anche gli educatori a testimoniarla sempre: dire la verità, non nascondere la verità… a volte può essere molto scomodo “politicamente”, a volte può essere più facile non voler guardare la verità.

Molti affermano che non c’è una verità unica: tra i giovani è facile incontrare questa posizione relativista. La nostra posizione è riassunta da quanto dice Merlino nella commedia musicale “Excalibur” che abbiamo prodotto nel 2014: “La Verità non è un pacco postale, ma un cielo stellato sotto cui si vive e si prendono decisioni.” Questa affermazione riprende il pensiero di Emanuele Severino che suggerisce di pensare alla Verità come un cielo stellato, quindi qualcosa che nessuno possiede fisicamente e che nessuno può manipolare.

In questi vent’anni di attività come scuola di arti sceniche e centro di produzione abbiamo scoperto che “tutto nasce dal movimento”, la vita è movimento, comunicare è movimento e la danza è l'arte del movimento. Proprio quell’arte che veniva ritenuta sconveniente è fondamentale nel nostro sistema educativo.

Riconoscere le emozioni, innamorarsi e incanalare la passione in una trasformazione interiore

Un secondo valore è la passione. Martha Graham, grande ballerina e coreografa americana, affermò che “i più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”. Insegniamo che l’artista deve vivere in costante innamoramento. 

4 - VIVERE DI PASSIONE

I giovani vivono l’età dell’innamoramento e delle passioni: la cultura dominante esalta questi valori non assegnando tuttavia a questo movimento una proiezione verticale. Nell’educazione cattolica questo valore è stato spesso stato escluso per gli evidenti rischi di deragliamento verso le “passioni”. Noi viceversa non vogliamo negare questa energia stupenda che può far fare salti nel buio ai giovani, ma piuttosto cerchiamo di incanalarla. L’artista è una persona che riesce a vivere lo stato nascente dell’innamorato continuamente. Vivere in questo stato è una condanna, ma anche un elezione perché l’artista desidera senza potersi mai appropriare dell’oggetto. Alcuni sono chiamati a salire molto in alto e l’Arte potrebbe chiedere loro una dedizione totale al punto da dover rinunciare ad una relazione stabile per essere completamenti liberi. Altri riusciranno a trovare un equilibrio che gli consente di avere anche una famiglia e dei figli: ma non è utile illudersi che il mestiere dell’artista sia esattamente uguale al mestiere dell’idraulico, del commercialista o del commesso viaggiatore. L’artista condivide con il medico e l’insegnante tanti aspetti: la dedizione, la passione, il rapporto con le persone, ma rispetto a questi mestieri, quello dell’artista chiede di vivere lo stato nascente, innamorarsi, rischiando le proprie dimensioni fisico-spirituali. E l’attore, più ancora, usa proprio il suo corpo e le sue emozioni per innamorarsi, e tutto questo può apparire mostruoso. 

Insegniamo che l’energia utilizzata dagli artisti è la stessa energia degli innamorati: questi ultimi diventano proprietà l’uno per l’altra, gli artisti rinunciano alla proprietà. Il desiderio deve essere sempre vivo e bruciante, gli artisti devono vivere in “stato nascente”, come direbbe Francesco Alberoni.

4- ACCETTARE UN NUOVO SISTEMA EDUCATIVO

Se la vita è movimento l’arte aiuta a sviluppare elementi della persona che l’adattano meglio ai cambiamenti sociali

Perché allora abbiamo deciso di educare i nostri figli fermandoli per 5-6 ore al giorno dietro a dei banchi?

Le istituzioni scolastiche negli ultimi anni hanno visto moltiplicarsi le situazioni DSA e BES in modo esponenziale. La scuola organizzata in modo tradizionale non riesce a far fronte a questi disagi dell’apprendimento.

Si è pensato di risolvere con l’insegnante di sostegno, in realtà il problema sta nel metodo utilizzato. Nella nostra esperienza i bambini con grande sensibilità artistica diventano spesso casi DSA o BES a scuola, viceversa nelle attività considerate del tempo libero eccellono.

Crediamo sia necessario rinnovare i sistemi di educazione. Non è sufficiente educare la testa: siamo fatti anche di emozioni, sentimenti, relazioni. Abbiamo in cuore un progetto di fondare una scuola primaria che metta in pratica un diverso approccio educativo per salvare qualche ragazzo dal destino a cui oggi viene condannato. La società ha bisogno di artisti che siano la coscienza a aiutino ad immaginare il futuro.


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