Ecommerce in 5 passi, come costruire una rete di vendita digitale

Il fenomeno dell’e-commerce è in forte crescita e gli strumenti di comunicazione e di vendita on line dei prodotti più diversi sono ormai una realtà quotidiana e imprescindibile, che ha cambiato le abitudini e il modo fare acquisti di moltissime persone.

Tuttavia fare un e-commerce non consiste semplicemente nel mettere on line il proprio catalogo prodotti, ma significa sviluppare una serie di conoscenze e competenze che tengano conto di molteplici fattori e interazioni che si generano in rete, integrandosi con fenomeni in continua evoluzione.

Ideazione del progetto, definizione di un budget, architettura del sito, definizione della piattaforma, comunicazione dei contenuti, sviluppo delle tecniche SEO rappresentano le tappe fondamentali per chi vuole approcciarsi alla creazione di un e-commerce. Patrizia Passarini, co-founder e Project Manager dell’impresa sociale Comprendiamo, ci racconta quali sono i cinque passi per costruire un canale e-commerce.


1 - L’IDEA E IL MODELLO DI BUSINESS

L’IDEA
Il punto da cui partire è lo sviluppo di un’idea, in base alle proprie competenze, capacità e attività. Non basta però semplicemente un’idea generica di mettere in rete i propri prodotti. Occorre ricordare che nell’on-line “mettere in vendita” non significa automaticamente “vendere”.
Nell’approcciarsi all’e-commerce, è fondamentale focalizzare i propri obiettivi e motivazioni.

L’ANALISI DEL MERCATO
Occorre analizzare la domanda, i comptetitors, il mercato. Bisogna valutare la potenzialità del progetto, in base ai concorrenti, le parole chiave, i canali di marketing più diffusi, tenendo presente quali possono essere i propri punti di forza.
In base all’analisi, i prezzi che si andranno a proporre devono essere possibilmente in linea con quelli dei concorrenti. Le spedizioni devono essere veloci e a basso costo per il cliente, quindi occorre valutare un buon centro di logistica, cercando un corriere affidabile con cui sviluppare un accordo commerciale.

IL MODELLO INNOVATIVO
Spesso si sente dire che un e-commerce non funziona, o non ha portato i risultati sperati. In realtà non è l’e-commerce che non funziona, ma il modello di business sottostante.
Il modello deve essere innovativo, per sfidare una concorrenza spesso aggressiva, e per colmare un gap di anni di presenza sulla rete da parte dei competitor, in modo da superare gli ostacoli che altri hanno già trovato in un mercato fortemente competitivo.

IL BUDGET PREVISIONALE
E’ importante definire e costruire un budget previsionale e un piano di sviluppo, in riferimento al proprio mercato, ragionando su un periodi di crescita possibilmente di almeno tre anni.
Il budget deve essere definito e organizzato in base ai costi della piattaforma, di gestione della logistica di magazzino, di spedizione, di marketing e del team di lavoro.

IL TEAM DI LAVORO
Il team di lavoro di un e-commerce svolge un ruolo determinante nell’evoluzione del progetto e rappresenta la squadra di persone che vi lavorano.
L’e-commerce manager è colui che tiene le redini del progetto e del team, che stabilisce gli obiettivi e si interfaccia con i vari settori. Occorrono poi altre figure professionali, le cui competenze possono essere in alcuni casi raccolte in un’unica persona: un web developer, con competenze informatiche, un web designer, un SEO specialist, un content curator, un digital marketing manager, un social media manager, un addetto al customer care e un addetto alla logistica e gestione del magazzino.


2 - L'ARCHITETTURA DEL SITO

LA SCELTA DEL NOME
La scelta del nome è fondamentale, perché implica come farsi trovare e ricordare dai propri visitatori e clienti. Il nome rientra tra le “parole chiave” del sito, che è il modo in cui i visitatori arrivano al sito tramite i motori di ricerca, deve essere possibilmente semplice e di solito fa riferimento alla propria attività.

LA SCELTA DEL DOMINIO
Il dominio è l’indirizzo da digitare su Internet per arrivare al sito. Si compone del prefisso, nome ed estensione. Il dominio deve essere semplice e diretto, in modo da essere digitato facilmente.
Deve essere registrato, rivolgendosi ai servizi di richiesta di registrazione dominio, in modo da attestarne in modo certo la proprietà.
Infine occorre rivolgersi ad un servizio di hosting, che ospita su un server le pagine di un sito web.

LA STRUTTURA
I contenuti che si vogliono mettere in rete devono essere organizzati in modo da dare una struttura precisa al sito.

LA MAPPA VISUALE
Per dare forma all’e-commerce, occorre creare la mappa visuale del sito, cioè uno schema che dia forma al progetto, in modo da visualizzare i flussi di navigazione.
Questa consentirà di definire la struttura dell’home page (pagina principale di ogni sito, dove è inserito il menù di navigazione), delle pagine figlie (schede prodotto, gallery e altre), il menù di navigazione e i filtri.
Sono inoltre molto importanti da definire per un sito di e-commerce le pagine: Chi siamo, Contatti, Termini e Condizioni, Privacy.


3 - LA PIATTAFORMA

IL CMS
La maggior parte dei siti presenti in rete sono gestiti attraverso l’uso di un CMS, ossia la piattaforma di creazione del sito, progettata per aiutare a creare, gestire e modificare un sito web. Il CMS consente di modificare le pagine del front end del sito dall’area di back end, a cui si accede tramite login (con username e password).
Tra i CMS, i più diffusi per l’e-commerce sono Prestashop, Magento, Shopify, Woocommerce, soluzioni con moltissime funzionalità e possibilità di personalizzazione, in modo da adeguarsi alle esigenze più diverse.

LA MODALITA’ RESPONSIVE
Con la diffusione di Internet per mobile, come smartphone e tablet, il sito va costruito in modalità responsive (ovvero auto adattante). Ciò consente al sito di adattare la formattazione e la propria struttura in base al device che lo sta chiamando.

LE MODALITA’ DI PAGAMENTO ON LINE
E’ fondamentale per un e-commerce scegliere modalità di pagamento affidabili e sicure, e comunicare ai potenziali clienti tale scelta di sicurezza e affidabilità, eventualmente avvalendosi di specifici enti che certificano la sicurezza dei siti on line.

LA VELOCITA’ DEL SITO
La velocità di caricamento del sito costituisce un altro punto importante per un e-commerce.
Occorre fare attenzione alla progettazione e allo sviluppo del front-end del sito, valutando gli elementi che si inseriscono nel lay out. Attraverso l’uso di strumenti specifici, è possibile rendere le pagine leggere e veloci e diminuire il tempo di risposta del sito, minimizzando il codice e ottimizzando le immagini.

IL MOTORE DI RICERCA INTERNO
Secondo studi condotti sui siti e-commerce, almeno il 40% degli utenti inizia la sua navigazione dai motori di ricerca. Ciò significa che quasi la metà dei visitatori preferisce affidarsi a questo strumento. Inoltre, se la ricerca funziona correttamente, l’utente che arriva al prodotto sarà più predisposto all’acquisto.
E’ importante quindi sviluppare anche un motore di ricerca interno al sito, che funzioni in modo semplice e veloce, con correzione automatica di eventuali errori di digitazione dell’utente, o suggerimento di una lista di prodotti che corrisponda a quanto digitato.

IL CUSTOMER CARE
In rete ciò che fa la differenza non è solo il prezzo o la presentazione del prodotto, ma la fase del post vendita. L’assistenza ai clienti nella fase del post vendita rappresenta in rete un momento fondamentale e deve essere costantemente garantita da un sito di e-commerce. Occorre offrire un servizio di qualità elevata, pronto a risolvere ogni possibile problema che si possa verificare, mettendo sempre il cliente al primo posto.

IL MAGAZZINO ON LINE
Un e-commerce richiede naturalmente anche il magazzino, che consente di organizzare la logistica, attraverso il controllo delle quantità prodotti, e il carico e scarico degli articoli. Ogni operazione che avviene nell’ e-commerce deve essere subito comunicata al magazzino tramite appositi software, per avere una situazione in tempo reale delle disponibilità dei prodotti.
In generale, occorre definire al meglio le procedure per l’organizzazione dei fornitori e della logistica.


4 - I CONTENUTI

LA PIANIFICAZIONE
Il primo aspetto da definire è decidere i tipi di contenuto adeguati, per il proprio pubblico e per i canali di comunicazione collegati all’e-commerce: informazioni nelle schede prodotto per aiutare nel processo d’ acquisto, blog per l’aumento del traffico, infografiche per la condivisione social, articoli per educare i consumatori, social media per creare coinvolgimento, video per far crescere il brand.
E’ importante dare una regolarità e periodicità nella programmazione di queste attività.

LA PRODUZIONE
Per offrire nel sito i propri prodotti, occorre produrre contenuti di qualità.
I contenuti devono essere di utilità, aiuto, educazione all’acquisto, sotto forma di articoli, gallerie fotografiche, video.
Produrre contenuti di qualità significa essere più trovabili in rete, avere maggiore reputazione tra gli esperti del settore, ispirare fiducia ai clienti, distinguersi rispetto alla concorrenza.

LA SCRITTURA SEMPLICE
Ogni settore ha un suo linguaggio specifico, che l’utente interessato solitamente conosce ed è quindi giusto utilizzarlo nello sviluppo dei contenuti. Bisogna però, allo stesso tempo, ricordare di non dilungarsi troppo, dal momento che l’utente cerca soprattutto informazioni che siano comprensibili e assimilabili, in modo semplice e veloce.

LE IMMAGINI DI QUALITA’
Le immagini e le foto rivestono un’importanza fondamentale in un e-commerce. E’ essenziale che le foto siano di qualità, adeguate al contesto, con attenzione ai colori e all’armonia complessiva della pagina.

I SOCIAL MEDIA
I social media consentono al sito di e-commerce di comunicare in modo continuativo con i propri clienti o  potenziali clienti. Lo scopo non è la vendita singola, ma è quello di aumentare la fiducia nel negozio on line, che permetta di creare una relazione nel tempo.
E’ quindi opportuno che ogni e-commerce attivi e dedichi tempo e attenzione allo sviluppo dei propri canali social.

LA COMMUNITY
La creazione di una community permette di creare e rafforzare dei legami che vanno oltre lo scambio economico dei prodotti, creando relazioni tra il sito di e-commerce e i clienti, o tra i clienti stessi.
Ciò permette di aumentare la fiducia nel sito e la riconoscibilità del brand.

IL BLOG
Il blog è uno strumento che permette di spiegare le caratteristiche dei propri prodotti, in relazione all’ambiente, al contesto o al settore specifico, offrendo curiosità, suggerimenti, esperienze.
Ha quindi il compito di intercettare le ricerche digitate sui motori di ricerca dai potenziali acquirenti (inbound marketing) ed è fondamentale per aumentare la brand awareness, in riferimento alla qualità.


5 - SEO, SEM E DIGITAL MARKETING

SEO
La Search Engine Optimization (SEO) riguarda tutte le attività svolte per migliorare il posizionamento delle pagine di un sito web tra i risultati organici della SERP, relativamente alle keyword (parole chiave) ritenute più strategiche.
La differenza tra risultati organici e a pagamento consiste nel fatto che per comparire tra i risultati organici bisogna fare un buon lavoro di ottimizzazione del sito, mentre per comparire tra i risultati a pagamento è necessario utilizzare gli strumenti di promozione SEM e quindi prevedere un budget dedicato.
Il lavoro di un SEO Specialist consiste principalmente nell’individuare le keyword più efficaci e performanti per il settore e per l’ottimizzazione del sito, in termini di architettura, singole pagine e altri elementi che lo compongono.  Inoltre è importante lo svolgimento di attività esterne al sito che influenzano positivamente il posizionamento sui motori di ricerca, come per esempio le attività di link building.
Grazie ad una buona strategia SEO, è possibile ottenere un notevole incremento delle visite verso il sito web che si può tradurre potenzialmente in un incremento delle vendite. Questo può richiedere un periodo mediamente da qualche mese ad un anno, ma poi, una volta raggiunto un buon posizionamento, il risultato si mantiene in modo abbastanza costante e duraturo.

SEM
Quando si parla di Search Engine Marketing (SEM) si fa riferimento all’utilizzo degli strumenti di promozione a pagamento offerti dai motori di ricerca. Tra i più conosciuti vi è Google Ads, ma ne esistono diversi.
Questi strumenti funzionano in base ad una logica di pay per click: il motore di ricerca assegna un valore in denaro a ogni keyword in base a vari fattori (tra cui volumi di ricerca, …). Si scelgono determinate parole chiave e si crea un annuncio pubblicitario, facendolo visualizzare a seguito della ricerca, da parte di un utente, di una di quelle determinate keyword. Ogni volta che l’annuncio verrà cliccato si pagherà la cifra stabilita per quel click.
Questi strumenti forniscono visibilità e traffico abbastanza rapidamente e offrono strumenti di analisi e ottimizzazione molto precisi.

STRUMENTI DI MONITORAGGIO
Uno dei vantaggi dell’e-commerce è che attraverso appositi strumenti è possibile misurare con estrema precisione tutte le attività e avere una panoramica del loro andamento. E’ possibile conoscere nel dettaglio il traffico sul sito online, il comportamento dei visitatori e le conversioni generate (visite che si trasformano in acquisto).

I COMPARATORI DI PREZZO
Nei siti di comparazione dei prezzi, l’utente può cercare un determinato articolo e trovare subito il sito che lo propone in vendita al prezzo più vantaggioso I comparatori di prezzo sono siti a pagamento, dove si fissa un tetto massimo di spesa mensile, per chi vuole fare visualizzare i prodotti del proprio sito.
A differenza dei motori di ricerca, dove i risultati sono organizzati in base al contenuto delle pagine web e non al prezzo, i comparatori offrono uno strumento mirato che rende la ricerca rapida ed efficace, per vedere il prezzo più vantaggioso.

SOCIAL MEDIA MARKETING
I social network e il social media marketing svolgono molteplici funzioni. Rappresentano in primo luogo per l’e-commerce una potenziale fonte di fatturato. ​ Ma occorre ricordare che gli utenti non sono sui social per comprare prodotti, beni o servizi, ma cercano soprattutto informazioni utili, emozioni, recensioni e pareri. Pertanto, è fondamentale ottenere la loro fiducia, valorizzando le caratteristiche dei propri prodotti e servizi.
Ciò può permetterà di creare una solida reputazione online e sviluppare una strategia di brand identity,
Nella comunicazione con gli utenti occorre pazienza e cura nei dettagli, per coinvolgerli e creare interesse e una partecipazione positiva e di lunga durata.
In questo contesto si inquadra lo storytelling dei prodotti o di un settore, che è una strategia di marketing fondamentale per attrarre l’attenzione degli utenti, comunicando il proprio messaggio commerciale in maniera emozionante e coinvolgente.


CONCLUSIONI

Per creare un e-commerce è molto importante fissare gli obiettivi, adottare una strategia efficace, porre la massima attenzione ai contenuti,  creare esperienze d’acquisto su misura per i clienti, analizzare i dati.
Anche aprirsi verso i mercati esteri può aumentare in modo enorme il bacino di potenziali utenti.
Infine, una volta in possesso delle conoscenze e degli strumenti adeguati, occorre metterli in atto con competenza e passione.


I 5 passi fondamentali per: attivare una comunità e sviluppare prossimità

Gli enti no profit sono organizzazioni immerse nei tessuti sociali delle città. Come è possibile appassionare le persone alla propria causa sociale? Come si acquisisce valore agli occhi dei propri concittadini? Queste domande sono ricorrenti in chi, all’inizio dell’attività sociale o in prossimità di un ricambio, deve confrontarsi con la realtà. Abbiamo chiesto a Gaia Barbieri, volontaria senior dell’associazione Mani Tese Finale Emilia, di aiutarci a trovare alcune risposte. L’esperienza pluridecennale dell’associazione di cui è parte le consente di trarre 5 punti fondamentali da evidenziare.


1. Saper valutare sé stessi

Essere volontari è essere anche un po' visionari pianificatori, esperti, formatori, innovatori perché gli stimoli stimolano, le persone avvicinano, interrogano e generano salvezza.

Quando abbiamo costruito la nostra sede, in un sogno che ancora oggi vediamo come folle, ma di quella follia che scorre forte ancora oggi, ci piaceva chiamarci “il cantiere “ non solo perché stavamo progettando e costruendo in modo partecipato le mura, l’immobile, i costi  ma soprattutto perché volevamo provare a essere elemento di trasformazione, attori di cambiamento nella nostra storia e nella storia sociale che ci circonda, come un cantiere che  installa gru, scava, rovista, progetta e  si insedia .

Per attivare nuove reti e costruire relazioni è importante saper accogliere e aprirsi alle esigenze del proprio territorio, leggere i bisogni mutevoli (come ad esempio da noi sono stati importanti il terremoto del 2012 nel nostro Comune, il Covid e l’emergenza di oggi) e cercare di dare risposte specialmente alle periferie e alle dimenticanze.

Oggi vediamo quanto è stato importante in questi ultimi anni attivare nuovi servizi che rivalutino e rileggano i valori originali. Non si parla più di usato ma di economia circolare, non più scarti ma bene rimesso in circolo, non più beneficenza ma solidarietà e impegno civico, non terzomondismo ma diritti universali e distribuzione equa delle risorse, non più buonismo ma inclusione lavorativa, dignitosa partecipazione ed equità.

Favorire la trasmissione di questi valori con nuovi progetti che impattano e parlano alle istituzioni in modo nuovo, che le interroghino per co-progettare e co-programmare guardando insieme ai bisogni reali, concreti, permette di combattere l’asimmetria di conoscenze purtroppo diffuse dei nostri enti.


2. Sviluppare un corpo sociale

Quando si testimonia la scelta di prendersi un impegno, quella scelta diventa un plusvalore per la comunità. Ogni comunità infatti si sviluppa in un contesto dove i singoli progetti valgono molto di più della singola azione perché la varietà delle persone coinvolte l’arricchisce, il vissuto delle persone lo dota di valore e consente di valutare l’impatto che i progetti hanno su persone e sulla società circostante

Bisogna cercare di attivare sempre la viva collaborazione. In essa i rapporti umani potenziano la creatività e le azioni vivono nelle azioni di prossimità che si creano. Un corpo che diventa socialità vissuta, fatto di mani operanti, teste pensanti, braccia tese, sguardi incrociati, un corpo che sbaglia, riparte, soffre, ride.


3. Lasciare spazio

Cosa significa prossimità? Rallegrarsi, rattristarsi, arrabbiarsi, confrontarsi, rimescolarsi e riadattarsi. È iniziare a immaginare spazi e idee, dando spazi e lasciando idee. È sopportare che la tua storia quella che tu tieni dentro come colonna dell’ente no profit, possa continuare ma possa essere cambiata, mutata nel progettare il futuro, senza soccombere alle nostalgie.

 È fare un salto, dal tuo passato al loro presente. Il presente dei giovani. Degli utenti. Dei beneficiari.

La prossimità è vedere le nuove generazioni come un invito a stare con loro per trasmettere memoria e tracciare senza proselitismi nuove socialità. È parlare di solidarietà, mutualismo, accoglienza, inclusione in un luogo libero, aperto, autonomo e autogestito.

Avvicinarsi ma non schiacciare, è condivisione ma non imposizione, è valorizzazione delle differenze nell’incontro, ma soprattutto nel Lavoro che diventa convivenza e vita vissuta.

È però caricarsi anche di una responsabilità, del potersi fidare, dell’abbandono del si è sempre fatto cosi, del prendersi cura dei giovani per renderli attori a loro volta nella partecipazione e nella promozione del bene comune. È anche scontro, ma è anche mischiare e dare spazi ed iniziativa fidandosi di risultati invisibili ai nostri occhi ma ben presenti nei loro.


4. Avere cura dei beni comuni

Siamo un esercito di sognatori che cammina per fare la propria piccola parte di costruzione di un mondo più giusto, inclusivo e sostenibile dove lasciare in un angolo la solitudine di molti, l’indifferenza dell’io, per sollevarsi nel NOI. Siamo in cammino nelle storie degli altri per una convivialità delle risorse e delle debolezze di ognuno, portatore di movimento e prossimità.

Credo sia importante partire per un nuovo progetto anche “senza i soldi” perché avere a cuore i beni comuni è attenzione alle opportunità e alle risorse. È avere cura della comunità, è mobilitazione concreta, è piccola intraprendenza che osa. Nel tempo i nostri volontari hanno scoperto che si celano opportunità anche dentro i bene che vengono scartati. Questo lavoro ci ha permesso di comprendere il significato della generatività dalla frugalità. Un’economia solidale, sobria, circolare. Questa è la casa che abbiamo costruito, questo è un bene da curare, qui si incontrano e si vive con tante persone che cercano una seconda opportunità, accolte e unite nel lavoro. Si diviene responsabili l’uno dell’altro, influenzandosi reciprocamente, curandosi e curando il bene comune. Cosi si genera per generarsi.


5. Apprezzare il lavoro

Il lavoro può diventare convivenza, le competenze emergono e possono essere accolte nella loro diversificazione perché tutte sono necessarie e il lavoro genera dignità di operare e cambiare.  Da un tavolo a un trasloco, da una riorganizzazione di uno spazio per un nuovo progetto inaspettato, a una festa che finisce a tarda notte e non se ne può più..

Per lavorare insieme si deve però pensare e progettare insieme. Quando si partecipa si agisce, si costruisce, si abita un luogo che diventa anche mio, tuo, suo dove si possono riconoscere le fatiche proprie in quelle di tutti, dove la ricchezza e la diversità sono espresse, dove posso esercitare anche la capacità di ascolto e la possibilità di parlare, scoprendo me stesso.

 Giungere infine ad un obiettivo nuovo, di stile di vita concreto, dove dare la stessa qualità del “tempo libero” al “tempo lavorato insieme”.



Perché strutturare un Piano di Comunicazione nelle Imprese Sociali

Ogni ente sociale per raggiungere utenti e beneficiari, per creare una comunità intorno a sé e raccontare la missione del proprio lavoro, comunica. Lo si fa in tanti modi dai più informali a quelli strutturati. Lo si fa in piazza, in privato, durante manifestazioni pubbliche ma anche su piattaforme social e digital. Cosa fa la differenza? Perché alcune organizzazioni riescono a comunicare meglio di altre?

Abbiamo chiesto a Silvia Barone, esperta di marketing digitale, di aiutarci a capire come mai i Piani di Comunicazione sono importanti e aiutano a raccontarsi meglio.

Silvia, quale è la tua esperienza professionale nel terzo settore?

Iniziai la mia collaborazione con Fondazione Più di un Sogno nel 2015 perché rimasi colpita dal progetto che sostiene persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva, dall’infanzia all’età adulta. Nel panorama delle imprese sociali trovai in Più di un Sogno delle idee e delle iniziative appassionate, oltre che colleghi competenti con cui è possibile dare vita a progetti entusiasmanti e ambiziosi Con il mio lavoro mi occupo di pianificare e sviluppare strumenti di comunicazione per imprese private e sociali.
Ho una laurea specialistica in Comunicazione ed Editoria Multimediale e un Master in Comunicazione Integrata d’Impresa. Dal 2018 sono docente MIUR presso la scuola pubblica e da anni insego marketing digitale in corsi per adulti così ho pensato di trasferire le mie competenze all’interno di questa organizzazione.

Da dove bisogna partire per costruire un piano di comunicazione?

Partendo dal presupposto che strutturare un Piano di Comunicazione è un percorso estremamente “intimo”, auspicabile per ogni impresa sociale, credo sia utile offrire degli spunti per condividere un possibile approccio, prima di avviarci verso la strada della stesura di questo fondamentale “strumento di comunicazione d’impresa”. Parlo di strumento di comunicazione perché lo è a tutti gli effetti, trattandosi di un documento formale in grado di farci raggiungere, nel tempo, obiettivi specifici che vengono dichiarati, nero su bianco, e applicati concretamente dall’impresa in maniera strumentale e fattiva.
Il piano di comunicazione è un documento difficilmente standardizzabile, proprio perché gli obiettivi a breve, medio e lungo periodo sono molto diversi da una realtà d’impresa sociale ad un’altra, pertanto presuppone che prima di mettercisi a lavorare, essi siano ben chiari nella mente dei coinvolti, insieme alla missione e ai valori. Ecco perché, di norma, si parte con un’analisi dello stato d’arte degli strumenti di comunicazione utilizzati dall’organizzazione e con una serie di incontri atti a generare un “briefing” che restituisca una fotografia del contemporaneo.

Cosa bisogna cercare durante l’analisi?

L’analisi ci conduce a creare una sorta di “sintetico bignami” legato al nostro operato, che fungerà da ossatura strutturale e che possiamo definire una “buona causa”. Il Piano di Comunicazione infatti, è un documento strategico più ampio di un semplice briefing, dal quale si possono evincere chiaramente gli obiettivi nel tempo e gli strumenti di comunicazione atti a raggiungerli. Come ogni strumento strategico, è frutto di un lavoro congiunto di professionalità e competenze, in grado di cogliere e rappresentare l’essenza corale dell’anima di un’organizzazione. Il primo doveroso impegno di comunicazione di quasi tutte le organizzazioni è capire sé stesse e dove stanno andando, aspetti che non si possono lasciare per scontati. E per far ciò, l’organizzazione ha bisogno del “suo tempo”, senza forzature, “perché non si può chiedere ad una mela di maturare in anticipo”.

Poiché in ogni organizzazione è in costante balia di voci differenti, talvolta contrastanti, e di repentini cambiamenti, il primo lavoro che richiede tempo e impegno, è uniformare una visione che deve essere condivisa e accettata almeno ai massimi livelli, per poi essere diffusa a tutta la rete capillare di utenti coinvolti.

Cosa bisogna aspettarsi dal Piano di Comunicazione?

Il Piano di Comunicazione ci aiuterà a capire e raccontare chi è la nostra organizzazione e cosa fa, migliorerà la nostra visibilità e ci aiuterà a tenere monitorata la nostra reputazione, pilastro basilare del marketing contemporaneo.

Il secondo step significativo e imprescindibile da compiere è comprendere quali sono i pubblici a cui ci rivolgiamo, le loro caratteristiche e i loro sogni e desideri. Si tratta di individuare le community che abbiano la sensibilità per comprendere e recepire il nostro messaggio. Attenzione: non è mai una sola e, purtroppo, è impossibile semplificarla ad un unico gruppo. Si tratta di pubblici molto diversi tra loro, per i quali dobbiamo sforzarci di comunicare nel modo più efficace. Il racconto stesso dell’organizzazione si tinge quindi di sfumature diverse e deve essere pronto ad utilizzare linguaggi diversi.

Solo allora, nel Piano di Comunicazione, saremo in grado di avanzare ipotesi concrete sugli strumenti che riteniamo più adatti per comunicare con il nostro pubblico: dal cartaceo al web, dagli eventi al digital, dai social al video.
Ad ognuno infine, la scelta delle priorità per intraprendere un’avventura avvincente, in grado di sensibilizzare sul nostro “fare bene” il pubblico più vasto possibile.


Generiamo il futuro: percorso formativo per giovani

Di cosa hanno bisogno i giovani che guardano lontano? Quali conoscenze, competenze e valori possono trasformare il lavoro in una missione, dare un senso a ciò che si fa e generare futuro? Come renderli protagonisti di un futuro che ha bisogno di loro per diventare presente?

Sono tante le realtà sociali che abbiamo accompagnato in questi anni e molte di loro si pongono domande sul proprio futuro organizzativo ed il ricambio generazionale. Associazioni, cooperative, onlus e imprese
sociali hanno un desiderio comune: lasciare ai giovani in eredità delle loro mission da custodire e far crescere. Ma come? Serve seminare buone pratiche, coltivare il pensiero, orientare le azioni e rafforzare competenze. Per questo abbiamo deciso di dare avvio a Generiamo il futuro il percorso formativo rivolto ai giovani degli enti no profit presenti nella rete #GenerAttivi ma che saremmo lieti di estendere a chi vi sta a cuore.

Un percorso composto da 12 incontri che si svolgeranno ogni mercoledì dalle 18 alle 20 a partire dal 18 novembre 2020 al 24 febbraio 2021. Un’aula virtuale, di incontro, scambio e conoscenza attiva su una piattaforma digitale (ma che appena possibile diverrà reale!). Un’occasione unica per confrontarsi con docenti e professionisti del mercato, per imparare ma anche per raccontarsi ed ascoltare esperienze altrui con l’obiettivo di crescere e di crescere insieme.

Ecco il programma:

  • 18 novembre – Le colonne che reggono l’impresa sociale
    Mauro Magatti Docente Sociologia Università del Sacro Cuore.
  • 25 novembre – Responsabilità: come acquisirla e come trasmetterla
    Johnny Dotti Pedagogista e presidente di Welfare Impresa Sociale.
  • 2 dicembre – Generatività e solidarietà diffusa: ripartire o rigenerare?
    Patrizia Cappelletti Ricercatrice sociale Università Sacro Cuore.
  • 9 dicembre – Elementi fondanti il cammino da coop. ad impresa sociale.
    Antonio Di Donna Presidente Genera-azioni.
  • 16 dicembre – La partecipazione attiva: motivarsi per motivare.
    Pierangelo Pollini Founder Business Awareness Institute.
  • 13 gennaio – Modalità nuove per progetti nuovi: il lavoro in equipe.
    Davide Babetto Psicologo La Vigna impresa sociale.
  • 20 gennaio – Rapporto profit e non profit: costruire relazioni positive e sinergie.
    Marco Chinello Presidente cooperativa Riesco.
  • 27 gennaio – Senso del lavoro ed equa remunerazione.
    Chiara Luisetto Educatrice Villaggio Sos.
  • 3 febbraio – Lavoro e impatto sociale: come programmare una strategia.
    Marco Freddoni, Filosofo Direttore Commerciale di Storti Spa.
  • 10 febbraio – Marketing e commerciale: applicazioni in impresa sociale.
    Roberto Dusio, Commerciale presso Stella Foods.
  • 17 febbraio – Sostenibilità economica nell’impresa sociale: strade da percorrere.
    Giuseppe Moretto, Commercialista.
  • 24 febbraio – Intraprendere per essere abilitati alla vita.
    Davide Rondoni Giornalista e poeta.

Per iscriversi basta cliccare qui!
Al percorso possono iscriversi anche i senior delle organizzazioni purchè intraprendano il percorso con l’obiettivo di sviluppare la generazione giovanile dei loro enti.


Cinema Africano: per non fermare il dialogo

Quello del Cinema Africano sarebbe un compleanno importante, un anniversario da festeggiare, perché 40 anni portano con sé una lunga storia e sfide da superare.

Una storia fatta di volti e miti sfatati. Di incontri e amicizie. Di saperi e tradizioni perché il Festival nasce con la volontà di avvicinare le persone all’Africa, un continente pressoché sconosciuto, legato a pregiudizi e stereotipi confezionati dalla comunicazione occidentale. “Volevamo trovare un mezzo con cui far scoprire le realtà africane agli italiani. Volevamo dare voce agli africani facendo raccontare loro le storie che li appartengono per far conoscere la bellezza delle loro culture millenarie” racconta Stefano Gaiga direttore artistico del Festival.

Nei film proiettati all’interno delle sale appare chiaro come l’Africa sia molto più di guerre, povertà, calamità naturali e fame. È ingegno, creatività, vitalità: un continente ricco di fantasia e di diversità. “Abbiamo sempre parlato del cinema delle afriche perché le culture sono così differenti che è riduttivo attribuire loro una nomea. Durante i primi anni abbiamo sperimentato, poi ci siamo orientati alle novità del cinema africano per offrire una panoramica di 10 produzioni favorendo la diversità e la conoscenza” testimonia Stefano.

Un Festival focalizzato a produrre cultura e integrazione.  “Fin dall’inizio abbiamo pensato di lavorare con le scuole, organizziamo laboratori, gestiamo percorsi formativi in accordo con gli insegnati e abbiamo creato una giuria valutativa di studenti. Per noi è importante lavorare con i ragazzi perché lanciamo piccoli semi, li avviciniamo a un contesto, facciamo respirare internazionalità e una molteplicità di culture che aprono gli orizzonti”. Il Festival del Cinema Africano insegna a guardare il mondo come se fosse la propria casa. “Vogliamo abbattere stereotipi e chiusure mentali. Cerchiamo di favorire il dialogo, l’incontro e la conoscenza reciproca”.

La settimana dedicata al Festival diventa un full immersion di scambi culturali. Mostre, spettacoli, esibizioni teatrali e danza. Installazioni audio e video insieme al cinema fatto di lungometraggi, cortometraggi e sezioni a tema. In un solo anno il Festival ha incontrato più di 17 mila spettatori di cui 8 mila studenti, ha coinvolto più di 100 organizzazioni, 86 volontari, 5 giurie con circa 140 proiezioni in 25 territori diversi. “Anno dopo anno sono arrivate 800 opere tra lungometraggi, corti e documentari. Gli spettatori sono stati più di 200 mila e oltre 500 ospiti ci hanno raggiunto dall’Africa e dall’Europa!”

Purtroppo, la situazione sanitaria ha duramente colpito le possibilità del Festival. “Abbiamo deciso di aprire una campagna crowdfunding per non fermare l’incontro delle culture e continuare a favorire il dialogo e la crescita reciproca – racconta Stefano – la campagna ci permetterà di raccogliere fondi per creare nuove azioni di promozione culturale e sociale. Confidiamo di poter raccogliere quando sarà utile per creare una rassegna degna dei 40 anni del festival e per continuare un’istruzione inclusiva che allenta le disuguaglianze al posto di ampliarle”. È possibile sostenere il Festival partecipando alla loro campagna di crowdfunding un modo di agire oggi per promuovere il bene di domani. 


Crowdfunding: come attivare nuove vie di partecipazione in 5 passi

l crowfunding è una pratica di raccolta fondi che mobilita le persone dal basso, le appassiona ad una causa e permette di ricevere fondi utili allo svolgimento di idee, progetti ed iniziative di molteplice natura. Quanto è importante sapere utilizzare una strategia accurata di crowdfunding nelle attività sociali? Ne abbiamo parlato con Andrea Castelletti, fondatore e direttore artistico di Modus. Lasciamo ad Andrea la parola sull’esperienza delle sue campagne.

Vorrei  premettere che non sono un teorico del crowdfunding, non ho studiato manuali né seguito corsi. Ho lanciato le nostre campagne di raccolta fondi per la trasformazione di uno stabile fatiscente in teatro, tre anni fa, e poi per la sua sopravvivenza nel periodo di fermo attività dovuto al covid, mosso esclusivamente dalla necessità e dal buon senso. Con gran sorpresa, in primis mia, sono stati raggiunti risultati meravigliosi.
Con piacere condivido la mia esperienza. Le varie teorie e sistemi le potete trovare con un paio di click sul web.


Da dove bisogna partire?

Perché un’azione di crowdfunding sia partecipata deve poggiare su un’esigenza condivisa. Il che non vuol dire che deve essere condivisa l’attività, quanto piuttosto le persone a cui ci si rivolge, devono sentire che l’attività per la quale si chiedono soldi sia una necessità reale per la collettività. In tal senso la donazione diventa un’alleanza: qualcuno ci mette il suo denaro, qualcuno ci mette la sua competenza, passione, lavoro, tempo. E’ importante quindi saper comunicare quelle caratteristiche del proprio progetto che vengono lette come volte ad assolvere un’esigenza comune.
Nella mia esperienza col Teatro Modus - tanto per la creazione del teatro da zero, quanto per la sussistenza nel fermo attività dovuto al covid - le campagne di crowdfunding poggiavano sull’idea che il teatro e la cultura in generale siano una necessità non secondaria: un concetto sentito come reale per tutti coloro che credono che la cultura e l’arte contribuiscano a formare persone e società migliori. La prosperità di una comunità sta nel numero di occasioni culturali si cui si regge (la cultura infatti ha sempre il primato sull’economia. Se io do un penny a te e tu dai un penny a me, alla fine entrambi avremmo un penny. Ma se io do un’idea a te e tu un’idea a me, entrambi alla fine avremmo due idee: la ricchezza è sempre una ricchezza di idee, da cui poi può derivare una ricchezza economica). Ed questo il Teatro, oltre ad essere un importante momento aggregativo, rappresenta un’occasione unica per coniugare il divertimento personale con l’accrescimento culturale e sociale della collettività.
In secondo ordine è importante far sentire i partecipanti al crowdfunding parte integrante del progetto (al limite estremo coinvolgendoli nei processi decisionali) nonchè fruitori, più o meno privilegiati, delle attività quando saranno infine avviate. I teorici e i manuali del crowdfunding tendono a mettere questo aspetto al primo posto. Nella mia esperienza invece ho incontrato moltissime persone che hanno partecipato con entusiasmo e generosità ma che poi non sono mai venute a teatro!


Cosa conta per avere successo in una campagna?

La mia esperienza suggerisce che un crowdfunding può aver maggior successo se ci si rivolge ad una comunità - più o meno diffusa e dai confini più o meno netti o noti - che già segue la realtà proponente il crowdfunding . La parola “seguire” va qui intesa nelle sue diverse accezioni e sfumature: “andare nella stessa direzione”, “venire dietro”, “accompagnare”, “comprendere”, “aderire”, “tenersi al corrente”, “far attenzione”. Tutti concetti che richiedono di essere singolarmente compresi e sviluppati. Dopodichè si può capire se si ha una comunità di riferimento che presenta tali caratteristiche (c’è una comunità, ossia delle persone che vanno nella stessa mia direzione? Che mi vengono dietro? Che mi accompagnano? Che mi comprendono? Che aderiscono? Che si tengono al corrente di quello che faccio? Che ci fanno attenzione?). Ovviamente la bontà di un’idea in sé può essere tale da richiamare le attenzioni anche di persone a cui si è sconosciuti ed è sempre vero che tutto è possibile al mondo e che non bisogna mai porre limiti al Bene. Tuttavia è altrettanto vero che qualsiasi successo credibile non si improvvisa, bensì ha le sue origini in una lunga e costante attività anteriore. In questo contesto ritengo sia fondamentale l’azione di costruire col tempo attorno alla propria realtà una comunità - più o meno diffusa e dai confini più o meno netti o noti-  che ti segua (in tutte le accezioni su menzionate), che ti conosca e che riconosca la bontà degli intenti della tua opera. Questo riconoscimento dovrebbe essere esteso e trasversale a tutti i livelli dei propri stakeholders, dagli utenti della propria attività, ai colleghi/competitori, alle istituzioni, ai media della comunicazione.
Per ottenere questo è fondamentale comunicare con entusiasmo in modo continuativo, costante ed accattivante la propria opera. Se invece si attiva la comunicazione con l’avvio della campagna di crowdfunding ci si trova in cronico e tragico ritardo.


Quali sentimenti bisogna incoraggiare e nutrire?

Il punto è che una donazione è sempre un atto di fiducia. La fiducia è l’elemento cardine si cui si poggia il successo di una campagna di crowdfunding. Fiducia, fidatezza, affidabilità sia del progetto in sé che della persona o realtà che lo propone. Osservo che la fiducia si trasmette dimostrando di crederci fortemente in prima persona, dimostrando tenacia, dimostrando di scommettere realmente tutto sé stesso nella riuscita del progetto, dimostrando concretamente di impegnarsi con tutto sé stesso.
Ovviamente a monte deve esserci la dimostrazione di essere in grado di raggiungere gli obiettivi, sia quelli futuri del progetto in causa, ma anche di aver saputo raggiungerne in precedenza con la propria opera.


Quale essenza trasmettere durante la campagna?

Personalmente credo nell’importanza dei “logos”, ossia pensieri di ispirazione iniziale da tenere poi a riferimento nello svolgimento della propria un’azione (una campagna di crowdfunding in questo caso). Questi logos possono poi essere utilizzati anche nella campagna di comunicazione, per condividere il pensiero movente l’operazione in atto nonché diffonderlo con l’efficacia propria di uno slogan.

I logos possono essere coniati in proprio o ci si può fornire da grandi personalità del passato.
Ad esempio per la raccolta fondi per l’avvio di Modus (trasformazione di uno stabile abbandonato e fatiscente in teatro) i logos che abbiamo individuato:

"Lasciate il mondo un po’ migliore di come l’avete trovato" (Baden Powell)

"Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo" (Gandhi)

"Fai della tua vita un sogno e di un sogno una realtà” (Antoine De Saint-Exupery)

”Se in un primo momento l’idea non è assurda allora non c’è nessuna speranza che si realizzi"
(Albert Einstein)

"Sarà uno spettacolo bellissimo" (Andrea Castelletti)

Invece per la raccolta fondi per la sopravvivenza di Modus in fase lockdown i logos sono stati (tutti di nostro conio):

“Compra oggi i biglietti del futuro”

“I modusbond sono dei trasformatori di valore: versa oggi un importo in euro e domani avrai il tuo valore equivalente in forma di spettacoli”

“Viva l’arte, chi la vive e chi la fa vivere!”


Come mantenere il contatto con chi crede nella progettualità proposta?

Comunicare oggi è divenuto più importante del fare. Purtroppo. Non possiamo sottrarci dal comunicare con continuità l’andamento della nostra opera. Comunicare vuol dire anche condividere. Condividere l’andamento del progetto, con i suoi successi e difficoltà, obiettivi intermedi e punti di svolta. La comunicazione deve essere onesta, sincera, semplice. Essere sé stessi premia più di ogni altra strategia di comunicazione studiata o preconfezionata.
Non servono video perfetti o emozionali studiati a tavolino e realizzati da sapienti videomaker e grafici. La Verità e il Bene sono sempre autoreferenziali.
Nel comunicare è importante metterci la faccia, giocarsela in prima persona, non affidarsi esclusivamente a intermediari (persone o device che siano), andare in mezzo alla gente, essere più sociali che social.



Fundraising: il dono tra spontaneità e strategia professionale

In ambiti differenti, oggi il fundraising rappresenta una pratica articolata in molteplici azioni che sta assumendo sempre più valore strategico per le organizzazioni no profit. Come è possibile passare dalla spontaneità del dono ad una strategia professionale? Lo abbiamo chiesto a Elisa Rimotti, Progettista e Fundraiser per Opera don Guanella, Provincia Sacro Cuore. 

Elisa, come sta cambiando la raccolta fondi?

La recente Riforma del Terzo Settore, attribuendole legittimità, riconosce la “raccolta fondi” (art. 7 D.Lgs 117/2017) come insieme delle iniziative poste in essere da un ente del Terzo settore per finanziare le proprie attività di interesse generale. Il fundraising si articola in macro aree: raccolta fondi da privati, aziende, enti di erogazione, progettazione e bandi. Ciascuna di esse possiede specificità differenti, ma alcuni principi di fondo sono comuni. Infatti il fundraising è parte dello scenario di valore dell’ente ne sostiene la mission, la attualizza e ne garantisce la sostenibilità, per questo deve essere considerata un’azione strategica, non disgiunta dalla spontaneità del dono, il voler essere partecipi di qualcosa oltre noi.

Cosa serve per costruire una strategia vincente?

È un investimento di lungo periodo: necessita di professionalità, competenze e strumenti e produce risultati proporzionali alle attività svolte. Il rischio che sia una pratica disorientata, l’illusoria panacea di tutti i mali è, tuttavia, ancora alto. Con la metafora di una gara proverò a riconoscere gli elementi che un modello di fundraising dovrebbe avere.

1. Allenamento

Il fundraiser è il professionista che ha con l’ente una primaria relazione di fiducia basata su un mandato chiaro e condiviso con le diverse posizioni organizzative. È il primo potenziale donatore. Si aggiorna e forma, costruisce relazioni per creare partnership e sinergie. Il primo esercizio risiede nell’osservare mission e valori rileggendoli in rapporto al contesto.

Dopo aver guardato all’essenza, si parte dalle relazioni: vero patrimonio dell’ente costituito da contatti reali e possibili. I donatori vanno studiati non con l’intento di indagare, ma per personalizzare le richieste, per prenderci cura della relazione, il centro dell’agire. Per ogni donatore (effettivo o potenziale) occorre mettere a fuoco, con database o piattaforme specifiche, variabili come l’intensità del legame e la modalità di contatto, non solo per acquisirne nuovi, ma anche per fidelizzarli. Per attivare un piano di fundraising è necessario porre delle premesse perché è fondamentale: 

  1. Condividere la strategia a più livelli;
  2. Pianificare la campagna in fasi, tempistiche, attori, budget;
  3. Essere consapevoli della costanza e continuità dell’azione.

2Partenza

Il piano di fundraising parte quando l’organizzazione vuole esplicitare all’esterno una relazione già consolidata all’interno, così facendo potenzia la compartecipazione alla mission. La sfida è raccontare il progetto senza dimenticare che il fundraising risponde anche al bisogno di chi desidera essere parte di un cambiamento, al superamento di uno stato di fatto, ad una spinta generazionale.

3. Percorso

Comprende tutte le azioni per sollecitare il dono. Chiedere di sostenere una causa implica un costante sforzo per arrivare:

  • alla narrazione chiara ed efficace di ciò che sogniamo attraverso diversi canali di comunicazione (online e offline) mettendo a fuoco la c.d. “call to action”, la richiesta, diversificandola a seconda degli strumenti scelti che siano crowfunding, bandi, richieste per specifici target di donatori;
  • alla stima del fabbisogno economico e delle tempistiche per l’obiettivo della raccolta (trasparente, misurabile, valutabile);
  • all’identificazione delle variabili, interne e esterne, da monitorare (rischi, partner, risorse extra).

Questi aspetti devono essere chiari al donatore così da renderlo protagonista consapevole di tutte le fasi.

4. Traguardo

Superarlo è il momento più intenso del percorso.  Analizzare l’impatto , condividere gli esiti delle azioni è importante per capirne l’efficacia e ripensare nuove strategie. Ma non solo. Occorre ringraziaree rendere partecipi donatori e attori. Più che un traguardo è in realtà un nuovo punto di partenza.

Quale elemento non bisogna trascurare durante la campagna? Per ogni buona campagna di Fundraising tutti gli elementi evidenziati sono necessari, ma uno in particolare l’ente non deve mai dimenticare: la nostra gara è sempre uno sport di squadra. Solo coinvolgendo i diversi livelli nell’organizzazione, ciascuno con ruoli e mansioni diverse, avremo i risultati che speriamo.


Europrogettazione: familiarizzare con i bandi europei in 5 passi

bandi europei sono forme di contributi assegnati all’Unione per permettere a imprese ed enti non profit di perseguire attività di sviluppo economico, sociale e culturale. Sono in crescita le organizzazioni che assumono personale qualificato capace di distinguere le categorie di fondi, documentarsi nelle gazzette ufficiali e partecipare ai bandi perchè i vantaggi che ne derivano sono sostanziali. Ma quali sono i passi da compiere per comprendere meglio il mondo dell’europrogettazione? Abbiamo chiesto a Dolores Forgione, vice presidente e Project manager presso l’Associazione Ises, di aiutarci a conoscere meglio l’argomento.


Dove trovare i bandi europei più adatti per il tuo progetto?

Trovare un bando europeo in linea con la propria attività o idea progettuale e monitorare i numerosi bandi europei che vengono pubblicati durante l’anno sia su fondi diretti che indiretti, è una attività che richiede dispendio di tempo e capacità di analisi.

Che fonti consultare per avere informazioni sui bandi e sulla documentazione ufficiale per la presentazione delle candidature? Cosa fare per essere efficaci e non perdersi? Il web ci viene sicuramente in aiuto:

  • Facciamo riferimento sempre a fonti ufficiali accreditate: Gazzetta ufficiale dell’UE dove è possibile consultare gratuitamente i bandi e la relativa documentazione nelle lingue ufficiali dell’Unione.
  • Consultiamo i siti delle Direzioni Generali e delle Agenzie esecutive responsabili per la gestione dei programmi tematici: enticompetenti per specifici programmi tematici o settoriali (per i bandi a gestione diretta).
  • Familiarizziamo con il “Participant Portal” della Commissione europea: tutte le informazioni ufficiali sulla pubblicazione delle call for proposal (bandi) sono presenti sul portale https://ec.europa.eu/info/funding-tenders/opportunities/portal/screen/home nella sezione “search funding and tenders”
  • Contattatare i national contact point e le agenzie di gestione nazionali: i testi dei bandi europei e i documenti ufficiali sono in inglese, è possibile quindi contattare gli uffici nazionali dei programmi europei per avere un supporto nella comprensione dei testi e per la presentazione della proposta progettuale.
  • Per i bandi per i fondi strutturali, monitoriamo i portali regionali e ministeriali: ad esempio programmi operativi nazionali (PON) e regionali (POR).
  • Iscriviamoci a banche dati online e i motori di ricerca dedicati: ad esempioObiettivo Europa e Europafacile.


Come leggere i bandi europei in modo strategico?

Il bando è il documento ufficiale che contiene tutte le informazioni necessarie per predisporre correttamente la proposta progettuale, secondo i criteri e i termini stabiliti. Contiene molte indicazioni scritte in inglese e con un linguaggio tecnico non sempre di facile comprensione. Per non perdersi e ottimizzare tempi e risorse per valutare la fattibilità della candidatura è bene saper individuare rapidamente alcuni elementi-chiave dei bandi europei:

  • La scadenza (deadline): se avete trovato questo bando a 2 settimane dalla sua scadenza difficilmente si riuscirà a predisporre una domanda di successo. Il tempo è una variabile fondamentale nella progettazione. Il tempo è un vincolo anche per la durata delle attività del proprio progetto. Il bando indica quanto un progetto debba durare.
  • Finalità ed obiettivi: assicuriamoci che il nostro progetto risponda ai criteri di valutazione esplicitamente riportati nel bando o nei suoi allegati tecnici.
  • Priorità di intervento e tipologie di attività finanziabili: assicuriamoci che la nostra idea progettuale sia in linea con le linee strategiche di intervento o le singole attività ammissibili a finanziamento.
  • Destinatari (target group): la/e categoria/e di soggetti cui si rivolgono le attività progettuali e che saranno raggiunti direttamente e indirettamente dai risultati di progetto. Quelli del nostro progetto sono indicati nel bando?
  • Criteri di eleggibilità: il bando indica chiaramente chi può presentare delle proposte (Enti pubblici, imprese, associazioni non-profit, istituti di istruzione, centri di ricerca etc.) definendo requisiti di ammissibilità legale e capacità tecnica e finanziaria che devono soddisfare. La tipologia del nostro ente è tra questi?

Se quindi siamo nei tempi per la presentazione, il nostro progetto è in linea con le finalità del bando e le azioni che abbiamo ipotizzato sono finanziabili (nei tempi, nelle risorse economiche e nella strategia) e il nostro ente è ammissibile allora possiamo iniziare a scrivere il progetto.


3. Come scrivere un progetto europeo?

Scrivere un progetto europeo è un’impresa! Capire come compilare il formulario è complesso e se i criteri di valutazione definiti dal bando ci aiutano senz’altro ad orientarci, dobbiamo altresì tenere presente alcuni aspetti chiave:

  • Partenariato solido e competente: la scelta dei partner è una attività delicatissima. Assicuriamoci che il partenariato garantisca la copertura di tutte le competenze specifiche necessarie per la realizzazione delle attività-chiave del progetto e ci dia una buona copertura geografica (avere partner da diverse aree geografiche dell’UE è un valore aggiunto).
  • Stato dell’arte: un progetto nasce sempre da un bisogno concreto a cui si vuole dare risposta. Dimostriamo di conoscere il punto di partenza su cui il progetto vuole intervenire, descrivendo il problema reale. Dobbiamo far percepire che c’è un problema che il nostro progetto vuole contribuire a risolvere.
  • Coerenza interna del progetto: obiettivi, strategia e attività di un progetto europeo devono essere legati tra loro e devono dimostrare di essere in linea con le priorità di intervento e le finalità indicate nel bando.
  • Budget coerente e sostenibile: allocare per ciascuna attività di progetto risorse dedicate, necessarie a garantirne la realizzazione con la massima efficacia.
  • Impatti misurabili: spiegare come le attività di progetto e i risultati ottenuti contribuiranno a modificare la situazione di partenza con indicatori misurabili.
  • Piano di comunicazione efficace: descrivere la strategia di comunicazione e disseminazione per assicurare massimavisibilità al progetto e il coinvolgimento degli stakeholder.
  • Management di qualità: il coordinamento del progetto in termini amministrativi, finanziari e operativi e la divisione del lavoro tra i partner.

Mi raccomando, chi scrive il progetto conosce la materia ma utilizziamo sempre un linguaggio semplice per aiutare i valutatori a comprendere chiaramente obiettivi, attività e strategie del nostro progetto.


Quale è il budget dei progetti europei?

Il budget ha un ruolo fondamentale nel convincere i valutatori sulla validità del finanziamento richiesto. È necessario prestare particolare attenzione ai seguenti aspetti per compilarlo nel migliore dei modi:

  • Leggere attentamente le linee guida per conoscere quali sono i costi ammissibili e quali no;
  • Verificate i limiti % delle macro-voci di spesa;
  • Inserite costi che per voi saranno poi facili da rendicontare;
  • Attività costi devono essere coerenti
  • Inserite le voci di spesa facendo in modo che dai costi si evincano chiaramente le attività di progetto;
  • Condividete il budget con i partner prima di finalizzarlo. I costi di un traduttore in Italia, per esempio, ovviamente sono diversi da quelli di un altro paese ed è bene far indicare al partner stranieroi propri costi per evitare poi, nel caso di approvazione del progetto, problemi di gestione;
  • Fate attenzione all’IVA (le linee guida indicano sempre se i costi sono da intendersi con o senza IVA);
  • Distribuite equamente il budget tra i partners. Non possiamo costruire un budget in cui  il 90% delle risorse sono nel vostro budget anche se siete i capofila del progetto.


Come ragiona il valutatore di progetti europei?

Ecco qualche consiglio per aumentare le possibilità di successo del vostro progetto europeo:

  • Rispettare la logica della struttura del formulario: completiamo in modo analitico e schematico il formulario, rispettando le indicazioni affinché il valutatore europeo possa giudicare se il progetto sia in grado di rispondere efficacemente alle esigenze del bando.
  • Impariamo la lingua dell’europrogettazione: il valutatore di progetti europei si aspetta di trovare ripetuti nel testo una serie di termini-chiave propri del linguaggio della progettazione: objectives, activities, tasks, target group, outcome, output, deliverables, milestones, mitigation strategy, european added value etc. Non utilizziamo parole diverse per non confondere il valutatore.
  • Descriviamo la metodologia: non facciamo solo un elenco delle attività del nostro progetto ma facciamo capire al valutatore anche come le nostre attività saranno organizzate/implementate. Non diamo nulla per scontato.


Mi raccomando, prima dell’invio del progetto, verifichiamo di aver soddisfatto tutti i criteri di valutazione nella maniera più esaustiva possibile.


L’atelier dell’impresa ibrida

a crisi innescata dalla pandemia e le settimane di lock down hanno inciso profondamente sulle attività del Terzo Settore. Le difficoltà tecniche della ripresa rendono necessaria una nuova visione ed emerge l’esigenza di dotare gli operatori di nuovi strumenti finanziari ma anche di risorse progettuali e competenze volte a dare forma a strategie per il futuro.

L’Atelier dell’impresa ibrida ha elaborato una proposta di sperimentazione formativa e disseminazione culturale, realizzata attraverso una ACADEMY e il ciclo di dibattiti FUTURO PROSSIMO.

Di cosa si tratta?

L’impresa ibrida è un processo in atto, e sempre più visibile, di convergenza culturale, tra imprese for profit e mondo non profit. Da un lato vediamo affermarsi un Terzo Settore dove si moltiplicano storie di successo che nulla hanno da invidiare al talento imprenditoriale; dall’altro le aziende tradizionali cercano un nuovo baricentro, guardando sempre più spesso all’impatto ecologico, al rispetto dei clienti e delle condizioni del lavoro, al rapporto fra innovazione tecnologica e persona, agli investimenti culturali come leva d sviluppo. L’ibridazione è un modo di intendere lo sviluppo e il ruolo stesso dell’impresa, che coinvolge ancora una parte piccola degli operatori, anche se il modello di apprendimento reciproco descritto ha tutte le caratteristiche per divenire una tendenza centrale nel ragionamento sul futuro. Siamo a pieno titolo nel campo dell’innovazione sociale che – attraverso l’impresa – risponde ai bisogni delle fasce più deboli, ma soprattutto produce ricchezza facendo leva su principi e valori diversi.

LA PROPOSTA FORMATIVA

L’Academy, è un percorso formativo composto da 6 stanze tematiche che si svolgeranno tre settembre e novembre 2020, e si concluderà con un laboratorio residenziali a Torino il 10-11-12 dicembre 2020.

LE STANZE FORMATIVE

Le stanze affrontano 6 argomenti, che si possono considerare base di una competenza manageriale coerente con la visione, i caratteri, la filosofia delle organizzazioni che operano nel privato sociale – le risorse umane, i processi, il mercato, la finanza, l’innovazione organizzativa e l’innovazione tecnologica. L’obiettivo è riflettere sullo sviluppo della propria organizzazione, prodotti e processi, modelli gestionali, governance, impiego strategico delle risorse. 

Ogni stanza rimarrà aperta 7 giorni  durante i quali sono programmati momenti formativi live (confronto dal vivo con docenti, tutor e colleghi di corso) e lezioni in self-education (video, project work, approfondimenti). Il programma tiene conto degli impegni dei corsisti, fissando le lezioni live a inizio o fine giornata, mentre lascia liberi di seguire le lezioni in self-education, in modo che ciascuno possa calibrare l’impegno secondo le proprie necessità. Il calendario formativo viene consegnato dopo l’iscrizione.

IL LABORATORIO RESIDENZIALE

Il laboratorio è l’ultima tappa del percorso formativo, il suo scopo è mettere in atto gli apprendimenti. Il laboratorio è una palestra di sperimentazione con l’obiettivo di costruire un project work, individuale o di gruppo, e partecipare a un contest interno con un riconoscimento economico di 10.000 € assegnato al progetto migliore. Il programma del laboratorio prevede momenti di confronto con esperti, un workshop condotto in squadre con la metodologiaLego Serious Play, sessioni di lavoro intensive per predisporre il project work e un Elevator Pitch di presentazione del proprio lavoro, infine incontri con istituzioni e sponsor del progetto.

IL METODO DI LAVORO

L’Academy si svolge in modalità e-learning su una didattica piattaforma dedicata. Si svolge in parte a distanza e in parte in presenza; in parte live e in parte con materiali didattici e video-lezioni originali in self-education.

La didattica a distanza è agevolata da tutor digitali e tutor tematici, che seguono i corsiti sull’uso della piattaforma, il rapporto con i docenti, gli approfondimenti tematici.

Ogni stanza è aperta da un test di attivazione per verificare la base di conoscenza dei corsisti; all’inizio del percorso formativo i corsisti sono inoltre invitati a compilare una survey che consentirà a docenti e tutor di proporre contenuti vicini alle caratteristiche delle singole realtà organizzative e agli interessi del corsista.

La metodologia didattica assegna grande spazio alle esercitazioni – riflessioni organizzate ed esercizi per verificare l’applicazione delle metodiche e degli strumenti appresi nel coro delle lezioni, alle realtà organizzativa dei corsisti, con feedback da parte di tutor e docenti.

CHI PUÒ ISCRIVERSI?

L’Academy è rivolta a imprenditori, manager e figure organizzative del Terzo Settore, interessati a rafforzare le proprie competenze manageriali, organizzative e relazionali – tale appartenenza costituisce il solo requisito di ammissione. Il percorso è aperto a corsiti e organizzazioni operanti in tutti i settori merceologici, ambiti e comparti, senza alcuna preclusione. Non sono però ammesse iscrizioni a titolo personale, ma esclusivamente  attraverso l’organizzazione di appartenenza o comunque disposte a regolarizzare l’iscrizione. Anche il premio finale non viene assegnato al corsista, ma all’organizzazione che ne formalizza l’iscrizione.

L’obiettivo è riflettere sullo sviluppo della propria organizzazione, prodotti e processi, modelli gestionali, governance, impiego strategico delle risorse.

STANZA O PERCORSO COMPLETO?

L’Academy si può frequentare come un percorso completo oppure per singole stanze tematiche.

Benefit di accesso alla singola stanza

  • Lezioni live e question time.
  • Confronto diretto con docenti di alto livello.
  • Esercitazioni basate sulla propria realtà aziendale.
  • Materiali didattici multimediali.
  • Library per approfondimenti anche oltre il tempo formativo.

Benefit dall’iscrizione al percorso completo

  • L’accesso a 6 stanze tematiche con decine di ore di formazione.
  • Il laboratorio residenziale conclusivo a Torino.
  • La partecipazione al contest, presentando il proprio project work e vincendo 10.000 €.
  • Rapporti qualificati con compagni di corso nel gruppo Linkedin dedicato.
  • Confronti organizzati con docenti, partner e sponsor del progetto.
  • Il supporto di tutor digitali e tematici per l’intero percorso formativo.
  • L’iscrizione automatica a tutte le attività convegnistiche del calendario Futuro Prossimo.

Per regolare l’iscrizione occorre compilare la domanda scaricabile dal sito e inviarla alla segreteria didattica che provvederà al rilascio delle credenziali per l’accesso alla piattaforma e-learning. 

Il progetto Atelier dell’Impresa Ibrida è sostenuto da numerosi partner. Per questo la quota di partecipazione è limitata a 150,00 € + iva per la frequenza ad una singola stanza e 500,00 € + iva per il percorso completo.

Questo percorso fornisce un importante apporto sia all’aspetto professionale sia a quello più umano e valoriale del nostro agire, in un contesto che muta velocemente e talvolta rischia di destabilizzare. 

In sintesi riteniamo potrebbe esservi utile per:

  • rafforzare le competenze gestionali, in un periodo di forte cambiamento per il terzo settore.
  • affrontare il ricambio generazionale nella propria organizzazione.
  • entrare in contatto con modelli imprenditoriali differenti.
  • confrontarsi con i colleghi e le loro esperienze.
  • sperimentare tecniche e strumenti di miglioramento organizzativo.
  • lavorare in squadra su progetti concreti e filiere nuove.

Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria.


Fundraising: attivare raccolte fondi significative in 5 passi

Le organizzazioni sociali operanti nel Terzo Settore sono sempre più attente a trovare meccanismi di finanziamento che permettono di rendere sostenibili le progettualità interne. Diverse sono le pratiche e le modalità attivate dalle realtà nonprofit per reperire fondi. Oggi più che mai, è fondamentale iniziare a conoscere meglio il fundraising, che non è una semplice richiesta di denaro ma un’attività strutturata basata sul principio di reciprocità e di partecipazione. Come è possibile agire in modo significativo? Si sono chiesti diversi enti vicini alla Fondazione. Per trovare risposta abbiamo chiesto supporto a chi il fundraising lo pratica tutti i giorni con efficienza. Eleonora Spalloni, fundraiser di Angsa Umbria, ha raccolto la sua esperienza in 5 pillole introduttive che regala a coloro che vogliono iniziare a costruire una professionalità e a tradurre la teoria nella pratica. 

Mi piace iniziare portando a ciascun lettore la mia personale riflessione sulla cultura del dono. Riporto a proposito un estratto di un intervento tenuto dal grande Stefano Zamagni – novembre 2016:

“Perché voi sapete che una confusione di pensiero che stenta a scomparire è quella che tenda a identificare il “dono” con la “donazione”, questo è gravissimo, perché la donazione è un oggetto, il dono è una relazione interpersonale. Cioè, quando io faccio una donazione vuol dire che mi privo di questo orologio e lo regalo a te, questo è il dono come vulus, che il latino vuol dire “regalo”. Quindi la donazione è un qualcosa che può essere denaro, oppure una cosa di cui uno si priva per darlo ad altri. Il dono invece è molto di più, è una relazione intersoggettiva, quando io mi dono a te, quando tra me e te si stabilisce una relazione.”

E allora chi è il fundraiser e come si costruisce questa professione?

  1. E’ un professionista. Quindi non ci si può improvvisare! Personalmente, come tanti altri miei colleghi, ho seguito un percorso di preparazione strutturato e finalizzato alla formazione teorico – pratica della professione che svolgo. Io ho frequentato il Master in Fundraising di Forlì, il primo e più importante corso universitario dedicato al mondo del fundraising italiano; continuo costantemente ad aggiornarmi (quella del fundraiser è una professione composita e in continua evoluzione) e sono socia Assif (Associazione Italiana Fundraiser) in quanto è fondamentale, oltreché la preparazione, condividere le proprie esperienze ed essere in rete ed in contatto con altri colleghi e professionisti del settore per rafforzare e diffondere la “cultura del dono”.


  1. E’ una persona che chiede a un’altra persona (il donatore) di aiutare una terza persona (il beneficiario). Nella pratica, il fundraiser crea relazioni, crea connessioni profonde con le persone per predisporle al dono. Non si tratta “solo” di chiedere soldi. Ma di costruire, coltivare e curare le relazioni con i donatori, per portarli a fare qualcosa che li rende felici: donare. Per fare questo serve metodo, principi, regole ben definite, pianificazione e strategia.  Nonché predisposizione personale, coraggio di mettersi in gioco ogni volta, empatia, e una passione smisurata. Questa passione si chiama: CAUSA, la causa dell’organizzazione nonprofit. Quella che spinge un fundraiser a fare un passo oltre. A credere nei valori che comunica, a far innamorare le persone della propria Causa.


  1. Quindi, come ben capite, il fundraising è anche un “modo di essere”, è una filosofia di vita. Qualcosa che fai tuo, porti con te e che ti accompagna ogni giorno, per l’intera giornata. Non ha limiti spazio – temporali, qualsiasi occasione può essere interessante per creare relazioni, generare connessioni positive che potranno essere valorizzate e finalizzate a far innamorare le persone della propria Causa. Perché il segreto è proprio questo: fare emozionare ed “innamorare le persone” della Causa. Le persone si avvicinano e si coinvolgono con le emozioni, più che con i numeri e, aspetto fondamentale, le persone, una volta coinvolte, si sentiranno parte della nostra storia. Le persone vogliono essere protagoniste di questa storia e non semplici spettatori. Queste persone, donatori e/o volontari che siano, saranno con noi per sempre … ringraziamole e ricordiamoci sempre di coltivare con cura, costanza e attenzione la relazione con loro, come fossero la “nostra famiglia”.


Come si traduce nella pratica?

  1. Il fundraiser è una figura dalle mille facce, identità e funzioni.  Il suo lavoro è un lavoro che prevede imprevisti, che non ha confini ben definiti, ma estremamente sfidante. Le organizzazioni nonprofit hanno un unico obiettivo: fare qualcosa di straordinario per il nostro piccolo-grande mondo, pur operando nei loro diversi ambiti di interesse. Per fare questo hanno uno strumento: i soldi. Ne servono sempre di più per rendere le Cause sostenibili nel tempo, indipendenti e sempre più libere da finanziamenti pubblici. Il fundraiser è il cuore di questa sfida


  1. Il fundraising non è un evento ma è ciclo, un processo che nasce dalla definizione di bisogni, dalla condivisione degli obiettivi, dalla chiara consapevolezza del proprio capitale relazionale; è una responsabilità di tutti (tutto lo staff dirigenziale – operativo dell’ente deve essere e sentirsi coinvolto) non è una responsabilità del singolo fundraiser. Questo slancio di convinta e consapevole partecipazione dell’intero board  richiede “coraggio e volontà di innovazione” e questo a sua volta richiede visione. Ciò significa che, nella pratica, il fundraising deve essere visto come un investimento, che interessa e coinvolge tutti, al quale deve essere dato tempo e ossigeno per maturare negli anni e dare frutto, chi opera non fa magie. E’ da questa consapevolezza che si può iniziare a pensare a come pianificare ed attivare raccolte fondi significative che siano generative nel tempo, creino impatto e cambiamento.


Per concludere “L’unica certezza che ho è la felicità e il grande sentimento di benessere che si prova nel trovare piena realizzazione di sé nel "darsi agli altri". Credo che il nostro sia solo un passaggio spazio - tempo, che trova significato nell'incontro, nella dedizione e nella cura del prossimo che ci troviamo ad incontrare nel nostro cammino. È sicuramente ciò che lasciamo, ciò che doniamo, in termini di relazione intersoggettiva e non certo ciò che ci portiamo via da questa Terra, a renderci degni della vita che ci viene donata”... questa convinzione è ciò che ispira, ogni giorno, la mia vita e anche la mia professione di fundraiser: è dal “dono di sé” che tutto ha origine.



Privacy Preference Center