Perchè favorire la cittadinanza attiva

Il mondo è messo in discussione e quando i paradigmi ritenuti certi vacillano, si presenta la possibilità di creare qualcosa di nuovo. Eppure per vivere in una società migliore, più umana e sostenibile, è necessario partire da ciò che rende i cittadini "buoni cittadini". Insieme a Paolo Stefano, presidente dell'associazione Prospettiva Famiglia, da anni impegnata nella formazione culturale delle giovani generazioni e degli adulti, parliamo di cittadinanza attiva: come si sviluppa, chi la crea e la promuove? Perchè far crescere i cittadini di domani consente di far evolvere la comunità.

Lo tzunami dell'adolescenza

Quando la persona passa dall’infanzia all’adolescenza avvengono talmente tanti cambiamenti, che il medico Alberto Pellai ha parlato di tsunami dell’adolescenza. Non staremo qui ad elencarli tutti, ma ci concentreremo sul cambio di perimetro del “mondo” a cui questa persona fa riferimento: il suo mondo che fino ad allora erano state le mura domestiche, diventa ora il suo quartiere, la sua città, il suo Paese. Da questo momento egli viene investito di un ulteriore ruolo che è quello di essere un “buon cittadino”. In cosa si sostanzia questo ruolo? Fondamentalmente nel portare nella sua vita sociale i principi di cui dovrebbe essersi imbibito in famiglia: il rispetto delle regole, il rispetto degli altri. Se poi a questo modus vivendi, si aggiunge anche la tolleranza per le opinioni altrui e la proattività nel sentirsi parte – per quanto piccola – determinante del futuro della società in cui vive, non sarebbe sgradito.

In sostanza, l’adolescente è chiamato innanzitutto al rispetto delle regole che la società si è data e che sono assolutamente necessarie – quanto volte ce lo ha ripetuto l’ex giudice Gherardo Colombo- per una convivenza più facile e più civile. Non serve citare il famoso esempio del semaforo per far capire cosa succederebbe se non ci fossero le regole: a volte un po’ odiate, ma, ad una riflessione più profonda, elemento cardine della vita sociale.

Oltre le regole il contributo delle proprie azioni

Tuttavia, mai come in questo momento, al cittadino viene chiesto non solo un atteggiamento passivo di non-violazione delle regole, ma soprattutto un comportamento attivo, volto a portare il suo piccolo sacco di frumento al mulino della democrazia. Cervelli pensanti, persone colte e letterate, ma soprattutto persone di buon senso hanno l’obbligo morale di mettersi a disposizione delle Istituzioni per dare un contributo al consolidamento di quanto hanno fatto i Padri fondatori della Repubblica. Prospettiva Famiglia, in una delle edizioni della “Borsa di Studio Tommasoli” di qualche anno fa, indisse il tema di una “mini-Costituzione”, invitando i ragazzi delle scuole a mettersi nei panni dei Ferruccio Parri, degli Enrico De Nicola, dei Sandro Pertini e stabilire quali fossero i pilastri fondanti della nostra Repubblica. Noi siamo convinti che – soprattutto se il bambino è cresciuto nei suoi primi anni– in un ambiente dove si è abbeverato alla fonte del rispetto reciproco e del “bello”, ha sicuramente i germi di quei valori morali (nulla ethica sine aesthetica) che in età adulta lo possano rendere elemento di spicco nella creazione di una società civilmente ed eticamente evoluta.

Incontro cittadinanza attiva

Incontro cittadinanza attiva

Senza pretendere che il cittadino debba trasformarsi in uno Spiderman dei tempi moderni, si pensi che per essere un buon cittadino sono sufficienti gesti e azioni semplici, purché spinti da un ideale puro. Su questo ambito farò due soli esempi: innanzitutto il voto. Quante volte siamo indotti a non adempiere a questo diritto-dovere perché delusi da innumerevoli esempi di cattiva politica, che anziché premettere il bene comune a quello del singolo, fa esattamente il contrario. Altro esempio quella della recente normativa anti-corruzione: un’ampia parte della normativa è dedicata al whistleblowing (soffiare nel fischietto). Di cosa si tratta?  Beh, molto semplicemente si sta dicendo: “caro cittadino, qualunque ruolo tu abbia nella vita lavorativa o sociale, quando assisti o vieni a conoscenza di un atto illecito, non girarti dall’altra parte, ma dai l’allarme”. Se ci pensiamo, soffiare nel fischietto è l’atto più semplice che ci sia e se diamo un fischietto in mano ad un bambino, egli stesso – come primo atto - non farà altro che soffiarci dentro; eppure, questo segnale, questo allarme, questo richiamare l’attenzione degli altri (dal vicino di casa al rappresentante delle forze dell’ordine, dall’amico con cui si sta giocando al funzionario pubblico) ha un valore fondamentale. Si pensi, per dare un altro esempio, agli effetti di un incendio, se solo l’allarme venisse dato tempestivamente.

Ridurre le disuguaglianze sociali

La cittadinanza attiva deve mirare, secondo la nostra interpretazione, anche a ridurre le disuguaglianze sociali; ce lo diceva, il 20 ottobre 2017, il prof. Romano Prodi, quando, parlando de Il piano inclinato, disse: “Mentre il profilo delle nostre società veniva profondamente modificato dall'impatto della tecnologia, della finanza e della globalizzazione, ci siamo dimenticati dell'uguaglianza.” E questo è un obiettivo che il bravo cittadino non può tralasciare perché senza uguaglianza la stessa crescita rallenta e le crepe nella coesione sociale mettono a rischio la stabilità democratica. Includere, non escludere. Portare a bordo anche coloro che appaiono più deboli genera vantaggi perché – e qui mi rifaccio alle parole di don Mazzi quando seguiva personalmente un ragazzo che aveva assassinato i genitori della fidanzata in un noto caso di alcuni anni fa – anche nel cuore delle persone apparentemente peggiori c’è una piccola scintilla, che, se ravvivata e valorizzata, può portare a risultati straordinari.

Quali le modalità per costruire un bravo cittadino? Diciamo pure che ci sono vari modi per far sì che il bambino di oggi sia il bravo cittadino di domani, ma due ingredienti non devono mancare mai. Innanzitutto, l’esempio. Possiamo dire e urlare ai nostri ragazzi tutto quanto di positivo esista al mondo, ma se poi con il nostro comportamento non siamo coerenti, la frittata è fatta. Nulla è più deprimente agli occhi del ragazzo che guarda al proprio genitore, come vederlo predicare bene e razzolare male. Non possiamo dire in famiglia “io ho una dignità, non accetterò mai quel denaro” e poi fare il contrario. I ragazzi non si aspettano che noi genitori siamo degli eroi, ci stimano e ci apprezzano come persone normali, ma una cosa la pretendono: che noi genitori si sia chiari e identificabili come una fotografia ben nitida. Dire una cosa e farne un’altra rende la foto sfocata e sgradita. L’altro ingrediente che, insieme all’esempio, non può mancare è l’empatia. Essa è il network attraverso il quale le nostre emozioni, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti arrivano al figlio e viceversa. Esso il canale di comunicazione con il quale dialogare. In mancanza di questo “filo diretto”, restiamo come un bellissimo libro che nessuno ha mai letto e al tempo stesso, nostro figlio resta alla ricerca di quei caratteri identificativi originanti che sono il fondamento per intraprendere un qualunque viaggio; non possiamo costruire una società nuova, se non facciamo tesoro di quella da cui proveniamo; saper discernere quanto di buono (da portare avanti) e quanto di brutto (da scartare) ha la società attuale, è l’informazione indispensabile per costruire quella futura.

giovani cittadini consapevoli

Occorrono persone vere e luoghi non convenzionali

Per agganciare i ragazzi rapidamente occorrono figure di altissimo valore morale, uomini e donne che colpiscano il loro immaginario e richiamino alla mente gesti di grande dirittura e integrità. La presenza, ai nostri incontri, di uomini e donne che sprigionano questo potere emotivo è stata in passato la conferma di questa affermazione: Giuseppe Ayala, Gian Carlo Caselli, Pier Camillo Davigo, Gherardo Colombo, Nicola Gratteri, Maria Falcone e la compianta Rita Borsellino sono figure che richiamano alla mente anche dei giovani, un modo unico di vivere il rapporto con le Istituzioni, il rapporto con la gente, il rapporto con la propria coscienza. Qui siamo all’apice della scala morale: figure che hanno dedicato tutta la loro vita, e in qualche caso l’hanno anche immolata, alla ricerca di principi universali come la Giustizia, la Libertà, la Democrazia. Portare a bordo i ragazzi – ma il discorso vale anche per gli adulti, sia chiaro – comporta fatica, impegno e fantasia; occorre uscire dal solito clichè per proporre loro qualcosa che realmente li coinvolga e li faccia sentire protagonisti. Non servono, come ci disse saggiamente Nando Dalla Chiesa, luoghi particolari. Egli stesso, infatti, da professore universitario sorprese i suoi stessi colleghi, quando portò i ragazzi al Carcere di massima sicurezza dell’Asinara; mise i ragazzi a prendere appunti sotto un cielo stellato, con i testi illuminati dalla luce dei telefonini. “Perché per discutere di temi seri non bisogna necessariamente essere in aula; a volte va bene anche essere in quei luoghi che hanno visto o vedono svilupparsi quei comportamenti violenti e subdoli che stanno alla base della condotta criminosa (io non li porto ai circoli del jazz, né a vedere i musei; li porto in luoghi che sembrano l’inferno).” Fautore di quella teoria dell’immersione per cui l’apprendimento è più efficace quando è sviluppato insieme agli altri in un fertile ed efficace contraddittorio. Ecco sì, direi che per creare il buon cittadino occorre metterlo nel ruolo, far sì che egli si cali nei panni di un deputato della Repubblica, di un pubblico funzionario, di un rappresentante delle Forze dell’ordine; in sostanza, abituarlo a valutare la situazione, a prendere decisioni importanti da cui può dipendere il destino di molti, Se li abitueremo a farlo, ispirati ai principi di cui noi genitori siamo (dobbiamo essere) portatori, avremo dei buoni manager, dei buoni funzionari, dei buoni deputati.

Conoscere per trovare soluzioni

La cittadinanza attiva non prescinde dal prendere consapevolezza della situazione politica e sociale del proprio Paese; evitando possibilmente di cadere nel dibattito politico, spesso sterile, cattivo e fazioso, è importante educare i ragazzi a comprendere la realtà che li circonda, quali decisioni politiche vengono prese, qual è la foto socio-economica del nostro Paese, come cambiano i costumi ed il lessico giornalistico: appropriarsi di ciò significa accendere i riflettori e consentire di valutare con più facilità rispetto a quando il palcoscenico è al buio o si vedono solo delle ombre. Una volta valutata la realtà, occorre meditare (cosa rarissima in un mondo che viaggia alla velocità della luce), “vedere” i fatti non con l’occhio, ma con la mente e con il cuore, pensare a soluzioni che ci possono apparire impossibili e che invece si possono realizzare a condizione che ci si creda veramente e ci si punti con tutte le proprie forze (stay hungry, stay foolish -  Steve Jobs, Università di Stanford, 2005). E’ pensabile una città senza inquinamento? E’ pensabile un Paese dove la gente non muoia nel disinteresse generale? E’ pensabile un’economia che abbia come obiettivo il bene sociale prima del profitto? Beh, su quest’ultimo tema le società sostenibili (ESG – Environmental Social Governance) sono la dimostrazione che si può fare e ottengono anche il consenso finanziario in quanto la tutela dell’ambiente è una cosa che sta a cuore a tutti. Da qui alla Francesconomics il passo sarebbe breve, ma si aprono scenari immensi che qui non possiamo affrontare per ragioni di spazio.

Come Prospettiva Famiglia, sappiamo che la strada è in salita, ma vogliamo anche credere a quanto di buono c’è intorno a noi e a non farci traviare dalle cattive notizie dei telegiornali perché, come si usa dire, “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce".


Come il Terzo Settore rende scientifici i modelli

Che si lavori in ambito profit o non profit la ricerca applicata permette di migliorare la qualità dei servizi proposti riuscendo a leggere in modo sempre più preciso i bisogni degli utenti. Le imprese strutturano reparti dedicati allo studio e all’innovazione dei prodotti, dei servizi, delle prestazioni.

Cosa comporterebbe riuscire a realizzare ricerche accurate anche in ambito sociale? Da dove si dovrebbe partire e cosa permetterebbe di ottenere? Lo abbiamo chiesto a Francesca Cavallini, Psicologa e CEO di Tice, cooperativa sociale piacentina, che è stata tra i pionieri dell'imprenditoria sociale e misurare l'impatto dei propri sforzi mossa dal desiderio di comprendere quali cambiamenti sistemici avvengono in famiglie, bambini, adolescenti, psicologi e istituzioni grazie ai loro servizi.

  • Come sei arrivata a lavorare nel campo sociale?

C’è stato un momento in cui ho capito cosa volevo fare e risale alla mia tarda infanzia, quando mia madre faceva l’insegnante di sostegno. Ricordo che per me era un “trauma” vedere gli adolescenti che seguiva mia madre: fumavano, si picchiavano, avevano comportamenti disdicevoli per una bambina. Una volta mi nascosi in un armadio e lì riuscii a vedere la trasformazione dei ragazzi quando si lavora personalmente con ciascuno. Accadde qualcosa di magico. Scoprii che un ragazzo allevava canarini e compresi che dentro ciascuno di loro c’era del bello. Così ho capito che volevo creare opportunità per chi “fallisce” a scuola. Il mondo scolastico porta a pensare che se vai male a scuola non andrai bene in nessun altro campo della vita. Non è così e io volevo dimostrarlo.

Negli Stati Uniti ho visto da vicino alcuni centri di apprendimento che mi hanno ispirata: se un ragazzo va male a scuola va’ in centri privati che insegnano come studiare. All’epoca in Italia non esistevano questi centri e l’idea mi piaceva. Quando ho aperto Tice eravamo la prima cooperativa con questo servizio che si rivolgeva al mercato e non passava dai servizi sociali.

  • Di cosa si occupa la cooperativa Tice?

Dal 2006 la cooperativa sviluppa percorsi psicologici individualizzati, basati su evidenze sperimentali, per permettere a bambini, adolescenti e giovani adulti di riconoscere e far emergere il proprio potenziale. Lavoriamo con persone che hanno un’età variegata tra i 3 e i 35 anni, anche se il picco è nella fascia 10-15. I bambini passano del tempo insieme a coetanei e professionisti, imparano divertendosi e crescono da un punto di vista psicologico ed emotivo. I servizi che offriamo sono molteplici: valutazioni diagnostiche, consulenze psicologiche, supporto nello studio, potenziamento per DSA, logopedia, supporto alle neomamme, consulenza genitoriale… tutti sono accumunati dalla nostra attitudine di ricercare soluzioni innovative che rispondano in modo funzionale ai bisogni delle persone. La nostra cooperativa si caratterizza per un rapporto continuativo con il mondo accademico, perché crediamo che la ricerca ci aiuti a coltivare la capacità innovativa e generativa che porta a comprendere meglio e a formulare risposte efficaci ai bisogni incontrati. 

  • Perché hai sentito il bisogno di rendere scientifico il vostro lavoro?

Fin da quando siamo nati abbiamo dato base scientifica ai servizi. All’inizio abbiamo avviato una ricerca applicata perché faceva parte del mio dottorato. Io credo che lo sguardo della ricerca e dell’Università dia moltissimo perché permette di avere un punto di vista esterno sul proprio agire e migliora le prestazioni. Oggi abbiamo fiducia nella medicina perché è una scienza che ha sperimentato. Io vorrei che avvenisse lo stesso anche per la salute psicologica delle persone. Inoltre fare ricerca aiuta a leggere il bisogno di domani. Ad esempio, anni fa avevamo compreso l’importanza di lavorare sulla scrittura, il calcolo e il potenziamento della lettura ed oggi infatti è un servizio richiesto e da vendere. Ecco perché ogni anno ci impegniamo a sviluppare nuovi progetti di ricerca applicata con Università o enti di ricerca che ci supportano nella progettazione di piani sperimentali.

  • Quali passi bisogna compiere per sviluppare ricerca?

Bisogna creare network con l’Università. Il primo passo è attivare convenzioni di tirocinio con esse (noi lo abbiamo fatto con una ventina di istituzioni). Questo consente a docenti di conoscere la realtà. Bisogna poi rendersi disponibili per ospitare tesi sperimentali di studenti in triennale o magistrale. Favorire lo sviluppo di ipotesi di ricerca da fare in comune con docenti. Comunicare i risultati. Cucire rapporti. Questo comporta dedicare tempo all’ambito della ricerca e dell’innovazione ma ciò porta benefici.

  • A quali benefici ti riferisci?

Il primo lo vive l’ente e le persone che vi lavorano perché si acquisisce consapevolezza del proprio operato. La ricerca diventa uno strumento di coesione e di identificazione valoriale per il team perché impara a guardarsi, migliorarsi, innovarsi. Fornisce un metodo per non rimanere negli eventi ma per guardare sempre avanti. Permette di comprendere le procedure che si possono replicare in modo positivo il servizio in luoghi e con persone diverse. Permette anche di aumentare la propria credibilità nei confronti degli enti a cui si richiedono fondi.

  • Si può ritenere Tice un modello?

Si potrebbe, perchè abbiamo scelto di non diventare un modello. Abbiamo consapevolezza che sviluppare dei modelli nel sociale spesso interrompe lo sviluppo di sé stessi mentre noi siamo sempre in cambiamento. Però dal 2006 abbiamo formato oltre 800 psicologi nelle nostre aule e da queste formazioni sono nate 27 start up in Italia che replicano la nostra impronta e che sono accreditate con noi. Ci piace formare, ma credo sia giusto che ognuno prenda la sua strada.


I 5 passi fondamentali per migliorare il mondo con l'arte

Durante la nostra esperienza ci siamo accorti che diversi enti nel Terzo Settore fanno uso delle forme artistiche come strumento educativo e di valorizzazione della persona. Ci siamo chiesti come l'arte possa aiutare a migliorare il mondo. Mario Restagno, Direttore Artistico dell'Accademia dello Spettacolo di Torino, aiuta a rispondere alla domanda in 5 passi.

1 - CONIUGARE ARTE E VALORI

Il 900 ha visto cambiare radicalmente il quadro socio-economico nell’area dei paesi maggiormente industrializzati, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Oggi, svolgendo una professione in campo artistico, si può vivere e mantenere onestamente una famiglia. Nei paesi dove il tenore di vita è più alto, i mestieri artistici riscuotono un grande interesse e sono particolarmente ambiti soprattutto tra i giovani. In Italia, tuttavia, si continua a considerare le attività creative per lo più aspetti del tempo libero, non fondamentali e questo approccio si riflette nelle scelte della politica. Artisti e creativi, al servizio dei media, hanno grandi possibilità di diffondere cultura ed educare masse di giovani, ma questa attività raramente è ispirata da valori etici, molto più spesso segue le regole del profitto economico. I più importanti centri di produzione cinematografica e televisiva sono in mano a grandi capitalisti privati che curano i propri interessi economici e sono poco interessati ai temi dell’educazione e della responsabilità: scelgono di diffondere ciò che procura reddito. Mi sono domandato: è ragionevole competere con le multinazionali? Ha senso attendere che qualche grande capitalista decida di investire a favore di una comunicazione che coniughi arte e valori etici? Noi crediamo in un’arte che parli di Verità, Bellezza, Libertà e Amore. Ho pensato di lasciare gli strumenti a chi li possiede e curare invece le persone cominciando a formare una nuova generazione di artisti che contribuiscano a fare il mondo migliore. Per fare questo era necessario creare un ambiente di educazione e così nata Accademia dello Spettacolo nel 2000.

2- LA BELLEZZA SALVERA' IL MONDO

E non solo. È importante scegliere i valori su cui basare la crescita degli artisti

In quell’anno il Card. Martini pubblicò un opuscolo intitolato “Quale Bellezza salverà il mondo?” riprendendo una frase tratta dall’Idiota di Dostoevskij. Il documento faceva riferimento alla cosiddetta teologia della Bellezza del teologo Han Urs Von Balthasar. Per chi aveva ricevuto una formazione in ambienti cattolici non era facile svolgere un’attività nel mondo dello spettacolo: negli anni 70-80, per esempio, la danza era ancora considerata un’attività sconveniente. Come potevamo insegnare danza senza generare immediatamente un contrasto? L’approfondimento della teologia della Bellezza riscattava le attività artistiche dai blocchi giansenisti ancora diffusi negli ambienti cattolici e, negli anni successivi, le aperture ufficiali della Chiesa in questa direzione ci confortavano. “In ogni cosa bella c’è un lampo di Grazia”, è diventato lo slogan della nostra attività: la ricerca della Bellezza, che era vissuta con senso di colpa, è diventato affrancamento e liberazione.

3 - FORMARE CON VERITA'

Per quanto possa essere scomoda riconoscerla, accettarla ed assumere le sue conseguenze essa fa crescere la persona e l’artista

Ci siamo domandati quali valori dovevano ispirare la formazione di un’artista che vuole fare il mondo migliore e abbiamo individuato nella verità un elemento fondamentale. Qualsiasi rapporto umano che non si basi sulla verità è destinato a fallire o portare grandi sofferenze: tanto più un rapporto educativo/formativo.

Quando un giovane intraprende la via della verità umana consente la formazione di una coscienza retta: la ragione diventa efficace strumento di ricerca e dialogo. Ma non è facile affermare il valore della verità oggi: i giovani sono figli di una società che cura le apparenze e riconoscere la verità può essere un percorso estremamente difficile per loro.

L’obbiettivo di diventare un artista, tuttavia, “scomoda” molti giovani dalle posizioni acquisite: noi testimoniamo che i grandi artisti si formano accogliendo la verità e, questo principio, non lo affermiamo solo noi, ma anche Konstantin Sergej Stanislavskij,  Jerzy Grotowski, Lee Strasberg… gli artisti che hanno rivoluzionato le arti sceniche nel 900.

La verità chiama anche gli educatori a testimoniarla sempre: dire la verità, non nascondere la verità… a volte può essere molto scomodo “politicamente”, a volte può essere più facile non voler guardare la verità.

Molti affermano che non c’è una verità unica: tra i giovani è facile incontrare questa posizione relativista. La nostra posizione è riassunta da quanto dice Merlino nella commedia musicale “Excalibur” che abbiamo prodotto nel 2014: “La Verità non è un pacco postale, ma un cielo stellato sotto cui si vive e si prendono decisioni.” Questa affermazione riprende il pensiero di Emanuele Severino che suggerisce di pensare alla Verità come un cielo stellato, quindi qualcosa che nessuno possiede fisicamente e che nessuno può manipolare.

In questi vent’anni di attività come scuola di arti sceniche e centro di produzione abbiamo scoperto che “tutto nasce dal movimento”, la vita è movimento, comunicare è movimento e la danza è l'arte del movimento. Proprio quell’arte che veniva ritenuta sconveniente è fondamentale nel nostro sistema educativo.

Riconoscere le emozioni, innamorarsi e incanalare la passione in una trasformazione interiore

Un secondo valore è la passione. Martha Graham, grande ballerina e coreografa americana, affermò che “i più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”. Insegniamo che l’artista deve vivere in costante innamoramento. 

4 - VIVERE DI PASSIONE

I giovani vivono l’età dell’innamoramento e delle passioni: la cultura dominante esalta questi valori non assegnando tuttavia a questo movimento una proiezione verticale. Nell’educazione cattolica questo valore è stato spesso stato escluso per gli evidenti rischi di deragliamento verso le “passioni”. Noi viceversa non vogliamo negare questa energia stupenda che può far fare salti nel buio ai giovani, ma piuttosto cerchiamo di incanalarla. L’artista è una persona che riesce a vivere lo stato nascente dell’innamorato continuamente. Vivere in questo stato è una condanna, ma anche un elezione perché l’artista desidera senza potersi mai appropriare dell’oggetto. Alcuni sono chiamati a salire molto in alto e l’Arte potrebbe chiedere loro una dedizione totale al punto da dover rinunciare ad una relazione stabile per essere completamenti liberi. Altri riusciranno a trovare un equilibrio che gli consente di avere anche una famiglia e dei figli: ma non è utile illudersi che il mestiere dell’artista sia esattamente uguale al mestiere dell’idraulico, del commercialista o del commesso viaggiatore. L’artista condivide con il medico e l’insegnante tanti aspetti: la dedizione, la passione, il rapporto con le persone, ma rispetto a questi mestieri, quello dell’artista chiede di vivere lo stato nascente, innamorarsi, rischiando le proprie dimensioni fisico-spirituali. E l’attore, più ancora, usa proprio il suo corpo e le sue emozioni per innamorarsi, e tutto questo può apparire mostruoso. 

Insegniamo che l’energia utilizzata dagli artisti è la stessa energia degli innamorati: questi ultimi diventano proprietà l’uno per l’altra, gli artisti rinunciano alla proprietà. Il desiderio deve essere sempre vivo e bruciante, gli artisti devono vivere in “stato nascente”, come direbbe Francesco Alberoni.

4- ACCETTARE UN NUOVO SISTEMA EDUCATIVO

Se la vita è movimento l’arte aiuta a sviluppare elementi della persona che l’adattano meglio ai cambiamenti sociali

Perché allora abbiamo deciso di educare i nostri figli fermandoli per 5-6 ore al giorno dietro a dei banchi?

Le istituzioni scolastiche negli ultimi anni hanno visto moltiplicarsi le situazioni DSA e BES in modo esponenziale. La scuola organizzata in modo tradizionale non riesce a far fronte a questi disagi dell’apprendimento.

Si è pensato di risolvere con l’insegnante di sostegno, in realtà il problema sta nel metodo utilizzato. Nella nostra esperienza i bambini con grande sensibilità artistica diventano spesso casi DSA o BES a scuola, viceversa nelle attività considerate del tempo libero eccellono.

Crediamo sia necessario rinnovare i sistemi di educazione. Non è sufficiente educare la testa: siamo fatti anche di emozioni, sentimenti, relazioni. Abbiamo in cuore un progetto di fondare una scuola primaria che metta in pratica un diverso approccio educativo per salvare qualche ragazzo dal destino a cui oggi viene condannato. La società ha bisogno di artisti che siano la coscienza a aiutino ad immaginare il futuro.


Ecommerce in 5 passi, come costruire una rete di vendita digitale

Il fenomeno dell’e-commerce è in forte crescita e gli strumenti di comunicazione e di vendita on line dei prodotti più diversi sono ormai una realtà quotidiana e imprescindibile, che ha cambiato le abitudini e il modo fare acquisti di moltissime persone.

Tuttavia fare un e-commerce non consiste semplicemente nel mettere on line il proprio catalogo prodotti, ma significa sviluppare una serie di conoscenze e competenze che tengano conto di molteplici fattori e interazioni che si generano in rete, integrandosi con fenomeni in continua evoluzione.

Ideazione del progetto, definizione di un budget, architettura del sito, definizione della piattaforma, comunicazione dei contenuti, sviluppo delle tecniche SEO rappresentano le tappe fondamentali per chi vuole approcciarsi alla creazione di un e-commerce. Patrizia Passarini, co-founder e Project Manager dell’impresa sociale Comprendiamo, ci racconta quali sono i cinque passi per costruire un canale e-commerce.


1 - L’IDEA E IL MODELLO DI BUSINESS

L’IDEA
Il punto da cui partire è lo sviluppo di un’idea, in base alle proprie competenze, capacità e attività. Non basta però semplicemente un’idea generica di mettere in rete i propri prodotti. Occorre ricordare che nell’on-line “mettere in vendita” non significa automaticamente “vendere”.
Nell’approcciarsi all’e-commerce, è fondamentale focalizzare i propri obiettivi e motivazioni.

L’ANALISI DEL MERCATO
Occorre analizzare la domanda, i comptetitors, il mercato. Bisogna valutare la potenzialità del progetto, in base ai concorrenti, le parole chiave, i canali di marketing più diffusi, tenendo presente quali possono essere i propri punti di forza.
In base all’analisi, i prezzi che si andranno a proporre devono essere possibilmente in linea con quelli dei concorrenti. Le spedizioni devono essere veloci e a basso costo per il cliente, quindi occorre valutare un buon centro di logistica, cercando un corriere affidabile con cui sviluppare un accordo commerciale.

IL MODELLO INNOVATIVO
Spesso si sente dire che un e-commerce non funziona, o non ha portato i risultati sperati. In realtà non è l’e-commerce che non funziona, ma il modello di business sottostante.
Il modello deve essere innovativo, per sfidare una concorrenza spesso aggressiva, e per colmare un gap di anni di presenza sulla rete da parte dei competitor, in modo da superare gli ostacoli che altri hanno già trovato in un mercato fortemente competitivo.

IL BUDGET PREVISIONALE
E’ importante definire e costruire un budget previsionale e un piano di sviluppo, in riferimento al proprio mercato, ragionando su un periodi di crescita possibilmente di almeno tre anni.
Il budget deve essere definito e organizzato in base ai costi della piattaforma, di gestione della logistica di magazzino, di spedizione, di marketing e del team di lavoro.

IL TEAM DI LAVORO
Il team di lavoro di un e-commerce svolge un ruolo determinante nell’evoluzione del progetto e rappresenta la squadra di persone che vi lavorano.
L’e-commerce manager è colui che tiene le redini del progetto e del team, che stabilisce gli obiettivi e si interfaccia con i vari settori. Occorrono poi altre figure professionali, le cui competenze possono essere in alcuni casi raccolte in un’unica persona: un web developer, con competenze informatiche, un web designer, un SEO specialist, un content curator, un digital marketing manager, un social media manager, un addetto al customer care e un addetto alla logistica e gestione del magazzino.


2 - L'ARCHITETTURA DEL SITO

LA SCELTA DEL NOME
La scelta del nome è fondamentale, perché implica come farsi trovare e ricordare dai propri visitatori e clienti. Il nome rientra tra le “parole chiave” del sito, che è il modo in cui i visitatori arrivano al sito tramite i motori di ricerca, deve essere possibilmente semplice e di solito fa riferimento alla propria attività.

LA SCELTA DEL DOMINIO
Il dominio è l’indirizzo da digitare su Internet per arrivare al sito. Si compone del prefisso, nome ed estensione. Il dominio deve essere semplice e diretto, in modo da essere digitato facilmente.
Deve essere registrato, rivolgendosi ai servizi di richiesta di registrazione dominio, in modo da attestarne in modo certo la proprietà.
Infine occorre rivolgersi ad un servizio di hosting, che ospita su un server le pagine di un sito web.

LA STRUTTURA
I contenuti che si vogliono mettere in rete devono essere organizzati in modo da dare una struttura precisa al sito.

LA MAPPA VISUALE
Per dare forma all’e-commerce, occorre creare la mappa visuale del sito, cioè uno schema che dia forma al progetto, in modo da visualizzare i flussi di navigazione.
Questa consentirà di definire la struttura dell’home page (pagina principale di ogni sito, dove è inserito il menù di navigazione), delle pagine figlie (schede prodotto, gallery e altre), il menù di navigazione e i filtri.
Sono inoltre molto importanti da definire per un sito di e-commerce le pagine: Chi siamo, Contatti, Termini e Condizioni, Privacy.


3 - LA PIATTAFORMA

IL CMS
La maggior parte dei siti presenti in rete sono gestiti attraverso l’uso di un CMS, ossia la piattaforma di creazione del sito, progettata per aiutare a creare, gestire e modificare un sito web. Il CMS consente di modificare le pagine del front end del sito dall’area di back end, a cui si accede tramite login (con username e password).
Tra i CMS, i più diffusi per l’e-commerce sono Prestashop, Magento, Shopify, Woocommerce, soluzioni con moltissime funzionalità e possibilità di personalizzazione, in modo da adeguarsi alle esigenze più diverse.

LA MODALITA’ RESPONSIVE
Con la diffusione di Internet per mobile, come smartphone e tablet, il sito va costruito in modalità responsive (ovvero auto adattante). Ciò consente al sito di adattare la formattazione e la propria struttura in base al device che lo sta chiamando.

LE MODALITA’ DI PAGAMENTO ON LINE
E’ fondamentale per un e-commerce scegliere modalità di pagamento affidabili e sicure, e comunicare ai potenziali clienti tale scelta di sicurezza e affidabilità, eventualmente avvalendosi di specifici enti che certificano la sicurezza dei siti on line.

LA VELOCITA’ DEL SITO
La velocità di caricamento del sito costituisce un altro punto importante per un e-commerce.
Occorre fare attenzione alla progettazione e allo sviluppo del front-end del sito, valutando gli elementi che si inseriscono nel lay out. Attraverso l’uso di strumenti specifici, è possibile rendere le pagine leggere e veloci e diminuire il tempo di risposta del sito, minimizzando il codice e ottimizzando le immagini.

IL MOTORE DI RICERCA INTERNO
Secondo studi condotti sui siti e-commerce, almeno il 40% degli utenti inizia la sua navigazione dai motori di ricerca. Ciò significa che quasi la metà dei visitatori preferisce affidarsi a questo strumento. Inoltre, se la ricerca funziona correttamente, l’utente che arriva al prodotto sarà più predisposto all’acquisto.
E’ importante quindi sviluppare anche un motore di ricerca interno al sito, che funzioni in modo semplice e veloce, con correzione automatica di eventuali errori di digitazione dell’utente, o suggerimento di una lista di prodotti che corrisponda a quanto digitato.

IL CUSTOMER CARE
In rete ciò che fa la differenza non è solo il prezzo o la presentazione del prodotto, ma la fase del post vendita. L’assistenza ai clienti nella fase del post vendita rappresenta in rete un momento fondamentale e deve essere costantemente garantita da un sito di e-commerce. Occorre offrire un servizio di qualità elevata, pronto a risolvere ogni possibile problema che si possa verificare, mettendo sempre il cliente al primo posto.

IL MAGAZZINO ON LINE
Un e-commerce richiede naturalmente anche il magazzino, che consente di organizzare la logistica, attraverso il controllo delle quantità prodotti, e il carico e scarico degli articoli. Ogni operazione che avviene nell’ e-commerce deve essere subito comunicata al magazzino tramite appositi software, per avere una situazione in tempo reale delle disponibilità dei prodotti.
In generale, occorre definire al meglio le procedure per l’organizzazione dei fornitori e della logistica.


4 - I CONTENUTI

LA PIANIFICAZIONE
Il primo aspetto da definire è decidere i tipi di contenuto adeguati, per il proprio pubblico e per i canali di comunicazione collegati all’e-commerce: informazioni nelle schede prodotto per aiutare nel processo d’ acquisto, blog per l’aumento del traffico, infografiche per la condivisione social, articoli per educare i consumatori, social media per creare coinvolgimento, video per far crescere il brand.
E’ importante dare una regolarità e periodicità nella programmazione di queste attività.

LA PRODUZIONE
Per offrire nel sito i propri prodotti, occorre produrre contenuti di qualità.
I contenuti devono essere di utilità, aiuto, educazione all’acquisto, sotto forma di articoli, gallerie fotografiche, video.
Produrre contenuti di qualità significa essere più trovabili in rete, avere maggiore reputazione tra gli esperti del settore, ispirare fiducia ai clienti, distinguersi rispetto alla concorrenza.

LA SCRITTURA SEMPLICE
Ogni settore ha un suo linguaggio specifico, che l’utente interessato solitamente conosce ed è quindi giusto utilizzarlo nello sviluppo dei contenuti. Bisogna però, allo stesso tempo, ricordare di non dilungarsi troppo, dal momento che l’utente cerca soprattutto informazioni che siano comprensibili e assimilabili, in modo semplice e veloce.

LE IMMAGINI DI QUALITA’
Le immagini e le foto rivestono un’importanza fondamentale in un e-commerce. E’ essenziale che le foto siano di qualità, adeguate al contesto, con attenzione ai colori e all’armonia complessiva della pagina.

I SOCIAL MEDIA
I social media consentono al sito di e-commerce di comunicare in modo continuativo con i propri clienti o  potenziali clienti. Lo scopo non è la vendita singola, ma è quello di aumentare la fiducia nel negozio on line, che permetta di creare una relazione nel tempo.
E’ quindi opportuno che ogni e-commerce attivi e dedichi tempo e attenzione allo sviluppo dei propri canali social.

LA COMMUNITY
La creazione di una community permette di creare e rafforzare dei legami che vanno oltre lo scambio economico dei prodotti, creando relazioni tra il sito di e-commerce e i clienti, o tra i clienti stessi.
Ciò permette di aumentare la fiducia nel sito e la riconoscibilità del brand.

IL BLOG
Il blog è uno strumento che permette di spiegare le caratteristiche dei propri prodotti, in relazione all’ambiente, al contesto o al settore specifico, offrendo curiosità, suggerimenti, esperienze.
Ha quindi il compito di intercettare le ricerche digitate sui motori di ricerca dai potenziali acquirenti (inbound marketing) ed è fondamentale per aumentare la brand awareness, in riferimento alla qualità.


5 - SEO, SEM E DIGITAL MARKETING

SEO
La Search Engine Optimization (SEO) riguarda tutte le attività svolte per migliorare il posizionamento delle pagine di un sito web tra i risultati organici della SERP, relativamente alle keyword (parole chiave) ritenute più strategiche.
La differenza tra risultati organici e a pagamento consiste nel fatto che per comparire tra i risultati organici bisogna fare un buon lavoro di ottimizzazione del sito, mentre per comparire tra i risultati a pagamento è necessario utilizzare gli strumenti di promozione SEM e quindi prevedere un budget dedicato.
Il lavoro di un SEO Specialist consiste principalmente nell’individuare le keyword più efficaci e performanti per il settore e per l’ottimizzazione del sito, in termini di architettura, singole pagine e altri elementi che lo compongono.  Inoltre è importante lo svolgimento di attività esterne al sito che influenzano positivamente il posizionamento sui motori di ricerca, come per esempio le attività di link building.
Grazie ad una buona strategia SEO, è possibile ottenere un notevole incremento delle visite verso il sito web che si può tradurre potenzialmente in un incremento delle vendite. Questo può richiedere un periodo mediamente da qualche mese ad un anno, ma poi, una volta raggiunto un buon posizionamento, il risultato si mantiene in modo abbastanza costante e duraturo.

SEM
Quando si parla di Search Engine Marketing (SEM) si fa riferimento all’utilizzo degli strumenti di promozione a pagamento offerti dai motori di ricerca. Tra i più conosciuti vi è Google Ads, ma ne esistono diversi.
Questi strumenti funzionano in base ad una logica di pay per click: il motore di ricerca assegna un valore in denaro a ogni keyword in base a vari fattori (tra cui volumi di ricerca, …). Si scelgono determinate parole chiave e si crea un annuncio pubblicitario, facendolo visualizzare a seguito della ricerca, da parte di un utente, di una di quelle determinate keyword. Ogni volta che l’annuncio verrà cliccato si pagherà la cifra stabilita per quel click.
Questi strumenti forniscono visibilità e traffico abbastanza rapidamente e offrono strumenti di analisi e ottimizzazione molto precisi.

STRUMENTI DI MONITORAGGIO
Uno dei vantaggi dell’e-commerce è che attraverso appositi strumenti è possibile misurare con estrema precisione tutte le attività e avere una panoramica del loro andamento. E’ possibile conoscere nel dettaglio il traffico sul sito online, il comportamento dei visitatori e le conversioni generate (visite che si trasformano in acquisto).

I COMPARATORI DI PREZZO
Nei siti di comparazione dei prezzi, l’utente può cercare un determinato articolo e trovare subito il sito che lo propone in vendita al prezzo più vantaggioso I comparatori di prezzo sono siti a pagamento, dove si fissa un tetto massimo di spesa mensile, per chi vuole fare visualizzare i prodotti del proprio sito.
A differenza dei motori di ricerca, dove i risultati sono organizzati in base al contenuto delle pagine web e non al prezzo, i comparatori offrono uno strumento mirato che rende la ricerca rapida ed efficace, per vedere il prezzo più vantaggioso.

SOCIAL MEDIA MARKETING
I social network e il social media marketing svolgono molteplici funzioni. Rappresentano in primo luogo per l’e-commerce una potenziale fonte di fatturato. ​ Ma occorre ricordare che gli utenti non sono sui social per comprare prodotti, beni o servizi, ma cercano soprattutto informazioni utili, emozioni, recensioni e pareri. Pertanto, è fondamentale ottenere la loro fiducia, valorizzando le caratteristiche dei propri prodotti e servizi.
Ciò può permetterà di creare una solida reputazione online e sviluppare una strategia di brand identity,
Nella comunicazione con gli utenti occorre pazienza e cura nei dettagli, per coinvolgerli e creare interesse e una partecipazione positiva e di lunga durata.
In questo contesto si inquadra lo storytelling dei prodotti o di un settore, che è una strategia di marketing fondamentale per attrarre l’attenzione degli utenti, comunicando il proprio messaggio commerciale in maniera emozionante e coinvolgente.


CONCLUSIONI

Per creare un e-commerce è molto importante fissare gli obiettivi, adottare una strategia efficace, porre la massima attenzione ai contenuti,  creare esperienze d’acquisto su misura per i clienti, analizzare i dati.
Anche aprirsi verso i mercati esteri può aumentare in modo enorme il bacino di potenziali utenti.
Infine, una volta in possesso delle conoscenze e degli strumenti adeguati, occorre metterli in atto con competenza e passione.


I 5 passi fondamentali per: attivare una comunità e sviluppare prossimità

Gli enti no profit sono organizzazioni immerse nei tessuti sociali delle città. Come è possibile appassionare le persone alla propria causa sociale? Come si acquisisce valore agli occhi dei propri concittadini? Queste domande sono ricorrenti in chi, all’inizio dell’attività sociale o in prossimità di un ricambio, deve confrontarsi con la realtà. Abbiamo chiesto a Gaia Barbieri, volontaria senior dell’associazione Mani Tese Finale Emilia, di aiutarci a trovare alcune risposte. L’esperienza pluridecennale dell’associazione di cui è parte le consente di trarre 5 punti fondamentali da evidenziare.


1. Saper valutare sé stessi

Essere volontari è essere anche un po' visionari pianificatori, esperti, formatori, innovatori perché gli stimoli stimolano, le persone avvicinano, interrogano e generano salvezza.

Quando abbiamo costruito la nostra sede, in un sogno che ancora oggi vediamo come folle, ma di quella follia che scorre forte ancora oggi, ci piaceva chiamarci “il cantiere “ non solo perché stavamo progettando e costruendo in modo partecipato le mura, l’immobile, i costi  ma soprattutto perché volevamo provare a essere elemento di trasformazione, attori di cambiamento nella nostra storia e nella storia sociale che ci circonda, come un cantiere che  installa gru, scava, rovista, progetta e  si insedia .

Per attivare nuove reti e costruire relazioni è importante saper accogliere e aprirsi alle esigenze del proprio territorio, leggere i bisogni mutevoli (come ad esempio da noi sono stati importanti il terremoto del 2012 nel nostro Comune, il Covid e l’emergenza di oggi) e cercare di dare risposte specialmente alle periferie e alle dimenticanze.

Oggi vediamo quanto è stato importante in questi ultimi anni attivare nuovi servizi che rivalutino e rileggano i valori originali. Non si parla più di usato ma di economia circolare, non più scarti ma bene rimesso in circolo, non più beneficenza ma solidarietà e impegno civico, non terzomondismo ma diritti universali e distribuzione equa delle risorse, non più buonismo ma inclusione lavorativa, dignitosa partecipazione ed equità.

Favorire la trasmissione di questi valori con nuovi progetti che impattano e parlano alle istituzioni in modo nuovo, che le interroghino per co-progettare e co-programmare guardando insieme ai bisogni reali, concreti, permette di combattere l’asimmetria di conoscenze purtroppo diffuse dei nostri enti.


2. Sviluppare un corpo sociale

Quando si testimonia la scelta di prendersi un impegno, quella scelta diventa un plusvalore per la comunità. Ogni comunità infatti si sviluppa in un contesto dove i singoli progetti valgono molto di più della singola azione perché la varietà delle persone coinvolte l’arricchisce, il vissuto delle persone lo dota di valore e consente di valutare l’impatto che i progetti hanno su persone e sulla società circostante

Bisogna cercare di attivare sempre la viva collaborazione. In essa i rapporti umani potenziano la creatività e le azioni vivono nelle azioni di prossimità che si creano. Un corpo che diventa socialità vissuta, fatto di mani operanti, teste pensanti, braccia tese, sguardi incrociati, un corpo che sbaglia, riparte, soffre, ride.


3. Lasciare spazio

Cosa significa prossimità? Rallegrarsi, rattristarsi, arrabbiarsi, confrontarsi, rimescolarsi e riadattarsi. È iniziare a immaginare spazi e idee, dando spazi e lasciando idee. È sopportare che la tua storia quella che tu tieni dentro come colonna dell’ente no profit, possa continuare ma possa essere cambiata, mutata nel progettare il futuro, senza soccombere alle nostalgie.

 È fare un salto, dal tuo passato al loro presente. Il presente dei giovani. Degli utenti. Dei beneficiari.

La prossimità è vedere le nuove generazioni come un invito a stare con loro per trasmettere memoria e tracciare senza proselitismi nuove socialità. È parlare di solidarietà, mutualismo, accoglienza, inclusione in un luogo libero, aperto, autonomo e autogestito.

Avvicinarsi ma non schiacciare, è condivisione ma non imposizione, è valorizzazione delle differenze nell’incontro, ma soprattutto nel Lavoro che diventa convivenza e vita vissuta.

È però caricarsi anche di una responsabilità, del potersi fidare, dell’abbandono del si è sempre fatto cosi, del prendersi cura dei giovani per renderli attori a loro volta nella partecipazione e nella promozione del bene comune. È anche scontro, ma è anche mischiare e dare spazi ed iniziativa fidandosi di risultati invisibili ai nostri occhi ma ben presenti nei loro.


4. Avere cura dei beni comuni

Siamo un esercito di sognatori che cammina per fare la propria piccola parte di costruzione di un mondo più giusto, inclusivo e sostenibile dove lasciare in un angolo la solitudine di molti, l’indifferenza dell’io, per sollevarsi nel NOI. Siamo in cammino nelle storie degli altri per una convivialità delle risorse e delle debolezze di ognuno, portatore di movimento e prossimità.

Credo sia importante partire per un nuovo progetto anche “senza i soldi” perché avere a cuore i beni comuni è attenzione alle opportunità e alle risorse. È avere cura della comunità, è mobilitazione concreta, è piccola intraprendenza che osa. Nel tempo i nostri volontari hanno scoperto che si celano opportunità anche dentro i bene che vengono scartati. Questo lavoro ci ha permesso di comprendere il significato della generatività dalla frugalità. Un’economia solidale, sobria, circolare. Questa è la casa che abbiamo costruito, questo è un bene da curare, qui si incontrano e si vive con tante persone che cercano una seconda opportunità, accolte e unite nel lavoro. Si diviene responsabili l’uno dell’altro, influenzandosi reciprocamente, curandosi e curando il bene comune. Cosi si genera per generarsi.


5. Apprezzare il lavoro

Il lavoro può diventare convivenza, le competenze emergono e possono essere accolte nella loro diversificazione perché tutte sono necessarie e il lavoro genera dignità di operare e cambiare.  Da un tavolo a un trasloco, da una riorganizzazione di uno spazio per un nuovo progetto inaspettato, a una festa che finisce a tarda notte e non se ne può più..

Per lavorare insieme si deve però pensare e progettare insieme. Quando si partecipa si agisce, si costruisce, si abita un luogo che diventa anche mio, tuo, suo dove si possono riconoscere le fatiche proprie in quelle di tutti, dove la ricchezza e la diversità sono espresse, dove posso esercitare anche la capacità di ascolto e la possibilità di parlare, scoprendo me stesso.

 Giungere infine ad un obiettivo nuovo, di stile di vita concreto, dove dare la stessa qualità del “tempo libero” al “tempo lavorato insieme”.



Perché strutturare un Piano di Comunicazione nelle Imprese Sociali

Ogni ente sociale per raggiungere utenti e beneficiari, per creare una comunità intorno a sé e raccontare la missione del proprio lavoro, comunica. Lo si fa in tanti modi dai più informali a quelli strutturati. Lo si fa in piazza, in privato, durante manifestazioni pubbliche ma anche su piattaforme social e digital. Cosa fa la differenza? Perché alcune organizzazioni riescono a comunicare meglio di altre?

Abbiamo chiesto a Silvia Barone, esperta di marketing digitale, di aiutarci a capire come mai i Piani di Comunicazione sono importanti e aiutano a raccontarsi meglio.

Silvia, quale è la tua esperienza professionale nel terzo settore?

Iniziai la mia collaborazione con Fondazione Più di un Sogno nel 2015 perché rimasi colpita dal progetto che sostiene persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva, dall’infanzia all’età adulta. Nel panorama delle imprese sociali trovai in Più di un Sogno delle idee e delle iniziative appassionate, oltre che colleghi competenti con cui è possibile dare vita a progetti entusiasmanti e ambiziosi Con il mio lavoro mi occupo di pianificare e sviluppare strumenti di comunicazione per imprese private e sociali.
Ho una laurea specialistica in Comunicazione ed Editoria Multimediale e un Master in Comunicazione Integrata d’Impresa. Dal 2018 sono docente MIUR presso la scuola pubblica e da anni insego marketing digitale in corsi per adulti così ho pensato di trasferire le mie competenze all’interno di questa organizzazione.

Da dove bisogna partire per costruire un piano di comunicazione?

Partendo dal presupposto che strutturare un Piano di Comunicazione è un percorso estremamente “intimo”, auspicabile per ogni impresa sociale, credo sia utile offrire degli spunti per condividere un possibile approccio, prima di avviarci verso la strada della stesura di questo fondamentale “strumento di comunicazione d’impresa”. Parlo di strumento di comunicazione perché lo è a tutti gli effetti, trattandosi di un documento formale in grado di farci raggiungere, nel tempo, obiettivi specifici che vengono dichiarati, nero su bianco, e applicati concretamente dall’impresa in maniera strumentale e fattiva.
Il piano di comunicazione è un documento difficilmente standardizzabile, proprio perché gli obiettivi a breve, medio e lungo periodo sono molto diversi da una realtà d’impresa sociale ad un’altra, pertanto presuppone che prima di mettercisi a lavorare, essi siano ben chiari nella mente dei coinvolti, insieme alla missione e ai valori. Ecco perché, di norma, si parte con un’analisi dello stato d’arte degli strumenti di comunicazione utilizzati dall’organizzazione e con una serie di incontri atti a generare un “briefing” che restituisca una fotografia del contemporaneo.

Cosa bisogna cercare durante l’analisi?

L’analisi ci conduce a creare una sorta di “sintetico bignami” legato al nostro operato, che fungerà da ossatura strutturale e che possiamo definire una “buona causa”. Il Piano di Comunicazione infatti, è un documento strategico più ampio di un semplice briefing, dal quale si possono evincere chiaramente gli obiettivi nel tempo e gli strumenti di comunicazione atti a raggiungerli. Come ogni strumento strategico, è frutto di un lavoro congiunto di professionalità e competenze, in grado di cogliere e rappresentare l’essenza corale dell’anima di un’organizzazione. Il primo doveroso impegno di comunicazione di quasi tutte le organizzazioni è capire sé stesse e dove stanno andando, aspetti che non si possono lasciare per scontati. E per far ciò, l’organizzazione ha bisogno del “suo tempo”, senza forzature, “perché non si può chiedere ad una mela di maturare in anticipo”.

Poiché in ogni organizzazione è in costante balia di voci differenti, talvolta contrastanti, e di repentini cambiamenti, il primo lavoro che richiede tempo e impegno, è uniformare una visione che deve essere condivisa e accettata almeno ai massimi livelli, per poi essere diffusa a tutta la rete capillare di utenti coinvolti.

Cosa bisogna aspettarsi dal Piano di Comunicazione?

Il Piano di Comunicazione ci aiuterà a capire e raccontare chi è la nostra organizzazione e cosa fa, migliorerà la nostra visibilità e ci aiuterà a tenere monitorata la nostra reputazione, pilastro basilare del marketing contemporaneo.

Il secondo step significativo e imprescindibile da compiere è comprendere quali sono i pubblici a cui ci rivolgiamo, le loro caratteristiche e i loro sogni e desideri. Si tratta di individuare le community che abbiano la sensibilità per comprendere e recepire il nostro messaggio. Attenzione: non è mai una sola e, purtroppo, è impossibile semplificarla ad un unico gruppo. Si tratta di pubblici molto diversi tra loro, per i quali dobbiamo sforzarci di comunicare nel modo più efficace. Il racconto stesso dell’organizzazione si tinge quindi di sfumature diverse e deve essere pronto ad utilizzare linguaggi diversi.

Solo allora, nel Piano di Comunicazione, saremo in grado di avanzare ipotesi concrete sugli strumenti che riteniamo più adatti per comunicare con il nostro pubblico: dal cartaceo al web, dagli eventi al digital, dai social al video.
Ad ognuno infine, la scelta delle priorità per intraprendere un’avventura avvincente, in grado di sensibilizzare sul nostro “fare bene” il pubblico più vasto possibile.


Generiamo il futuro: percorso formativo per giovani

Di cosa hanno bisogno i giovani che guardano lontano? Quali conoscenze, competenze e valori possono trasformare il lavoro in una missione, dare un senso a ciò che si fa e generare futuro? Come renderli protagonisti di un futuro che ha bisogno di loro per diventare presente?

Sono tante le realtà sociali che abbiamo accompagnato in questi anni e molte di loro si pongono domande sul proprio futuro organizzativo ed il ricambio generazionale. Associazioni, cooperative, onlus e imprese
sociali hanno un desiderio comune: lasciare ai giovani in eredità delle loro mission da custodire e far crescere. Ma come? Serve seminare buone pratiche, coltivare il pensiero, orientare le azioni e rafforzare competenze. Per questo abbiamo deciso di dare avvio a Generiamo il futuro il percorso formativo rivolto ai giovani degli enti no profit presenti nella rete #GenerAttivi ma che saremmo lieti di estendere a chi vi sta a cuore.

Un percorso composto da 12 incontri che si svolgeranno ogni mercoledì dalle 18 alle 20 a partire dal 18 novembre 2020 al 24 febbraio 2021. Un’aula virtuale, di incontro, scambio e conoscenza attiva su una piattaforma digitale (ma che appena possibile diverrà reale!). Un’occasione unica per confrontarsi con docenti e professionisti del mercato, per imparare ma anche per raccontarsi ed ascoltare esperienze altrui con l’obiettivo di crescere e di crescere insieme.

Ecco il programma:

  • 18 novembre – Le colonne che reggono l’impresa sociale
    Mauro Magatti Docente Sociologia Università del Sacro Cuore.
  • 25 novembre – Responsabilità: come acquisirla e come trasmetterla
    Johnny Dotti Pedagogista e presidente di Welfare Impresa Sociale.
  • 2 dicembre – Generatività e solidarietà diffusa: ripartire o rigenerare?
    Patrizia Cappelletti Ricercatrice sociale Università Sacro Cuore.
  • 9 dicembre – Elementi fondanti il cammino da coop. ad impresa sociale.
    Antonio Di Donna Presidente Genera-azioni.
  • 16 dicembre – La partecipazione attiva: motivarsi per motivare.
    Pierangelo Pollini Founder Business Awareness Institute.
  • 13 gennaio – Modalità nuove per progetti nuovi: il lavoro in equipe.
    Davide Babetto Psicologo La Vigna impresa sociale.
  • 20 gennaio – Rapporto profit e non profit: costruire relazioni positive e sinergie.
    Marco Chinello Presidente cooperativa Riesco.
  • 27 gennaio – Senso del lavoro ed equa remunerazione.
    Chiara Luisetto Educatrice Villaggio Sos.
  • 3 febbraio – Lavoro e impatto sociale: come programmare una strategia.
    Marco Freddoni, Filosofo Direttore Commerciale di Storti Spa.
  • 10 febbraio – Marketing e commerciale: applicazioni in impresa sociale.
    Roberto Dusio, Commerciale presso Stella Foods.
  • 17 febbraio – Sostenibilità economica nell’impresa sociale: strade da percorrere.
    Giuseppe Moretto, Commercialista.
  • 24 febbraio – Intraprendere per essere abilitati alla vita.
    Davide Rondoni Giornalista e poeta.

Per iscriversi basta cliccare qui!
Al percorso possono iscriversi anche i senior delle organizzazioni purchè intraprendano il percorso con l’obiettivo di sviluppare la generazione giovanile dei loro enti.


Cinema Africano: per non fermare il dialogo

Quello del Cinema Africano sarebbe un compleanno importante, un anniversario da festeggiare, perché 40 anni portano con sé una lunga storia e sfide da superare.

Una storia fatta di volti e miti sfatati. Di incontri e amicizie. Di saperi e tradizioni perché il Festival nasce con la volontà di avvicinare le persone all’Africa, un continente pressoché sconosciuto, legato a pregiudizi e stereotipi confezionati dalla comunicazione occidentale. “Volevamo trovare un mezzo con cui far scoprire le realtà africane agli italiani. Volevamo dare voce agli africani facendo raccontare loro le storie che li appartengono per far conoscere la bellezza delle loro culture millenarie” racconta Stefano Gaiga direttore artistico del Festival.

Nei film proiettati all’interno delle sale appare chiaro come l’Africa sia molto più di guerre, povertà, calamità naturali e fame. È ingegno, creatività, vitalità: un continente ricco di fantasia e di diversità. “Abbiamo sempre parlato del cinema delle afriche perché le culture sono così differenti che è riduttivo attribuire loro una nomea. Durante i primi anni abbiamo sperimentato, poi ci siamo orientati alle novità del cinema africano per offrire una panoramica di 10 produzioni favorendo la diversità e la conoscenza” testimonia Stefano.

Un Festival focalizzato a produrre cultura e integrazione.  “Fin dall’inizio abbiamo pensato di lavorare con le scuole, organizziamo laboratori, gestiamo percorsi formativi in accordo con gli insegnati e abbiamo creato una giuria valutativa di studenti. Per noi è importante lavorare con i ragazzi perché lanciamo piccoli semi, li avviciniamo a un contesto, facciamo respirare internazionalità e una molteplicità di culture che aprono gli orizzonti”. Il Festival del Cinema Africano insegna a guardare il mondo come se fosse la propria casa. “Vogliamo abbattere stereotipi e chiusure mentali. Cerchiamo di favorire il dialogo, l’incontro e la conoscenza reciproca”.

La settimana dedicata al Festival diventa un full immersion di scambi culturali. Mostre, spettacoli, esibizioni teatrali e danza. Installazioni audio e video insieme al cinema fatto di lungometraggi, cortometraggi e sezioni a tema. In un solo anno il Festival ha incontrato più di 17 mila spettatori di cui 8 mila studenti, ha coinvolto più di 100 organizzazioni, 86 volontari, 5 giurie con circa 140 proiezioni in 25 territori diversi. “Anno dopo anno sono arrivate 800 opere tra lungometraggi, corti e documentari. Gli spettatori sono stati più di 200 mila e oltre 500 ospiti ci hanno raggiunto dall’Africa e dall’Europa!”

Purtroppo, la situazione sanitaria ha duramente colpito le possibilità del Festival. “Abbiamo deciso di aprire una campagna crowdfunding per non fermare l’incontro delle culture e continuare a favorire il dialogo e la crescita reciproca – racconta Stefano – la campagna ci permetterà di raccogliere fondi per creare nuove azioni di promozione culturale e sociale. Confidiamo di poter raccogliere quando sarà utile per creare una rassegna degna dei 40 anni del festival e per continuare un’istruzione inclusiva che allenta le disuguaglianze al posto di ampliarle”. È possibile sostenere il Festival partecipando alla loro campagna di crowdfunding un modo di agire oggi per promuovere il bene di domani. 


Crowdfunding: come attivare nuove vie di partecipazione in 5 passi

l crowfunding è una pratica di raccolta fondi che mobilita le persone dal basso, le appassiona ad una causa e permette di ricevere fondi utili allo svolgimento di idee, progetti ed iniziative di molteplice natura. Quanto è importante sapere utilizzare una strategia accurata di crowdfunding nelle attività sociali? Ne abbiamo parlato con Andrea Castelletti, fondatore e direttore artistico di Modus. Lasciamo ad Andrea la parola sull’esperienza delle sue campagne.

Vorrei  premettere che non sono un teorico del crowdfunding, non ho studiato manuali né seguito corsi. Ho lanciato le nostre campagne di raccolta fondi per la trasformazione di uno stabile fatiscente in teatro, tre anni fa, e poi per la sua sopravvivenza nel periodo di fermo attività dovuto al covid, mosso esclusivamente dalla necessità e dal buon senso. Con gran sorpresa, in primis mia, sono stati raggiunti risultati meravigliosi.
Con piacere condivido la mia esperienza. Le varie teorie e sistemi le potete trovare con un paio di click sul web.


Da dove bisogna partire?

Perché un’azione di crowdfunding sia partecipata deve poggiare su un’esigenza condivisa. Il che non vuol dire che deve essere condivisa l’attività, quanto piuttosto le persone a cui ci si rivolge, devono sentire che l’attività per la quale si chiedono soldi sia una necessità reale per la collettività. In tal senso la donazione diventa un’alleanza: qualcuno ci mette il suo denaro, qualcuno ci mette la sua competenza, passione, lavoro, tempo. E’ importante quindi saper comunicare quelle caratteristiche del proprio progetto che vengono lette come volte ad assolvere un’esigenza comune.
Nella mia esperienza col Teatro Modus - tanto per la creazione del teatro da zero, quanto per la sussistenza nel fermo attività dovuto al covid - le campagne di crowdfunding poggiavano sull’idea che il teatro e la cultura in generale siano una necessità non secondaria: un concetto sentito come reale per tutti coloro che credono che la cultura e l’arte contribuiscano a formare persone e società migliori. La prosperità di una comunità sta nel numero di occasioni culturali si cui si regge (la cultura infatti ha sempre il primato sull’economia. Se io do un penny a te e tu dai un penny a me, alla fine entrambi avremmo un penny. Ma se io do un’idea a te e tu un’idea a me, entrambi alla fine avremmo due idee: la ricchezza è sempre una ricchezza di idee, da cui poi può derivare una ricchezza economica). Ed questo il Teatro, oltre ad essere un importante momento aggregativo, rappresenta un’occasione unica per coniugare il divertimento personale con l’accrescimento culturale e sociale della collettività.
In secondo ordine è importante far sentire i partecipanti al crowdfunding parte integrante del progetto (al limite estremo coinvolgendoli nei processi decisionali) nonchè fruitori, più o meno privilegiati, delle attività quando saranno infine avviate. I teorici e i manuali del crowdfunding tendono a mettere questo aspetto al primo posto. Nella mia esperienza invece ho incontrato moltissime persone che hanno partecipato con entusiasmo e generosità ma che poi non sono mai venute a teatro!


Cosa conta per avere successo in una campagna?

La mia esperienza suggerisce che un crowdfunding può aver maggior successo se ci si rivolge ad una comunità - più o meno diffusa e dai confini più o meno netti o noti - che già segue la realtà proponente il crowdfunding . La parola “seguire” va qui intesa nelle sue diverse accezioni e sfumature: “andare nella stessa direzione”, “venire dietro”, “accompagnare”, “comprendere”, “aderire”, “tenersi al corrente”, “far attenzione”. Tutti concetti che richiedono di essere singolarmente compresi e sviluppati. Dopodichè si può capire se si ha una comunità di riferimento che presenta tali caratteristiche (c’è una comunità, ossia delle persone che vanno nella stessa mia direzione? Che mi vengono dietro? Che mi accompagnano? Che mi comprendono? Che aderiscono? Che si tengono al corrente di quello che faccio? Che ci fanno attenzione?). Ovviamente la bontà di un’idea in sé può essere tale da richiamare le attenzioni anche di persone a cui si è sconosciuti ed è sempre vero che tutto è possibile al mondo e che non bisogna mai porre limiti al Bene. Tuttavia è altrettanto vero che qualsiasi successo credibile non si improvvisa, bensì ha le sue origini in una lunga e costante attività anteriore. In questo contesto ritengo sia fondamentale l’azione di costruire col tempo attorno alla propria realtà una comunità - più o meno diffusa e dai confini più o meno netti o noti-  che ti segua (in tutte le accezioni su menzionate), che ti conosca e che riconosca la bontà degli intenti della tua opera. Questo riconoscimento dovrebbe essere esteso e trasversale a tutti i livelli dei propri stakeholders, dagli utenti della propria attività, ai colleghi/competitori, alle istituzioni, ai media della comunicazione.
Per ottenere questo è fondamentale comunicare con entusiasmo in modo continuativo, costante ed accattivante la propria opera. Se invece si attiva la comunicazione con l’avvio della campagna di crowdfunding ci si trova in cronico e tragico ritardo.


Quali sentimenti bisogna incoraggiare e nutrire?

Il punto è che una donazione è sempre un atto di fiducia. La fiducia è l’elemento cardine si cui si poggia il successo di una campagna di crowdfunding. Fiducia, fidatezza, affidabilità sia del progetto in sé che della persona o realtà che lo propone. Osservo che la fiducia si trasmette dimostrando di crederci fortemente in prima persona, dimostrando tenacia, dimostrando di scommettere realmente tutto sé stesso nella riuscita del progetto, dimostrando concretamente di impegnarsi con tutto sé stesso.
Ovviamente a monte deve esserci la dimostrazione di essere in grado di raggiungere gli obiettivi, sia quelli futuri del progetto in causa, ma anche di aver saputo raggiungerne in precedenza con la propria opera.


Quale essenza trasmettere durante la campagna?

Personalmente credo nell’importanza dei “logos”, ossia pensieri di ispirazione iniziale da tenere poi a riferimento nello svolgimento della propria un’azione (una campagna di crowdfunding in questo caso). Questi logos possono poi essere utilizzati anche nella campagna di comunicazione, per condividere il pensiero movente l’operazione in atto nonché diffonderlo con l’efficacia propria di uno slogan.

I logos possono essere coniati in proprio o ci si può fornire da grandi personalità del passato.
Ad esempio per la raccolta fondi per l’avvio di Modus (trasformazione di uno stabile abbandonato e fatiscente in teatro) i logos che abbiamo individuato:

"Lasciate il mondo un po’ migliore di come l’avete trovato" (Baden Powell)

"Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo" (Gandhi)

"Fai della tua vita un sogno e di un sogno una realtà” (Antoine De Saint-Exupery)

”Se in un primo momento l’idea non è assurda allora non c’è nessuna speranza che si realizzi"
(Albert Einstein)

"Sarà uno spettacolo bellissimo" (Andrea Castelletti)

Invece per la raccolta fondi per la sopravvivenza di Modus in fase lockdown i logos sono stati (tutti di nostro conio):

“Compra oggi i biglietti del futuro”

“I modusbond sono dei trasformatori di valore: versa oggi un importo in euro e domani avrai il tuo valore equivalente in forma di spettacoli”

“Viva l’arte, chi la vive e chi la fa vivere!”


Come mantenere il contatto con chi crede nella progettualità proposta?

Comunicare oggi è divenuto più importante del fare. Purtroppo. Non possiamo sottrarci dal comunicare con continuità l’andamento della nostra opera. Comunicare vuol dire anche condividere. Condividere l’andamento del progetto, con i suoi successi e difficoltà, obiettivi intermedi e punti di svolta. La comunicazione deve essere onesta, sincera, semplice. Essere sé stessi premia più di ogni altra strategia di comunicazione studiata o preconfezionata.
Non servono video perfetti o emozionali studiati a tavolino e realizzati da sapienti videomaker e grafici. La Verità e il Bene sono sempre autoreferenziali.
Nel comunicare è importante metterci la faccia, giocarsela in prima persona, non affidarsi esclusivamente a intermediari (persone o device che siano), andare in mezzo alla gente, essere più sociali che social.



Fundraising: il dono tra spontaneità e strategia professionale

In ambiti differenti, oggi il fundraising rappresenta una pratica articolata in molteplici azioni che sta assumendo sempre più valore strategico per le organizzazioni no profit. Come è possibile passare dalla spontaneità del dono ad una strategia professionale? Lo abbiamo chiesto a Elisa Rimotti, Progettista e Fundraiser per Opera don Guanella, Provincia Sacro Cuore. 

Elisa, come sta cambiando la raccolta fondi?

La recente Riforma del Terzo Settore, attribuendole legittimità, riconosce la “raccolta fondi” (art. 7 D.Lgs 117/2017) come insieme delle iniziative poste in essere da un ente del Terzo settore per finanziare le proprie attività di interesse generale. Il fundraising si articola in macro aree: raccolta fondi da privati, aziende, enti di erogazione, progettazione e bandi. Ciascuna di esse possiede specificità differenti, ma alcuni principi di fondo sono comuni. Infatti il fundraising è parte dello scenario di valore dell’ente ne sostiene la mission, la attualizza e ne garantisce la sostenibilità, per questo deve essere considerata un’azione strategica, non disgiunta dalla spontaneità del dono, il voler essere partecipi di qualcosa oltre noi.

Cosa serve per costruire una strategia vincente?

È un investimento di lungo periodo: necessita di professionalità, competenze e strumenti e produce risultati proporzionali alle attività svolte. Il rischio che sia una pratica disorientata, l’illusoria panacea di tutti i mali è, tuttavia, ancora alto. Con la metafora di una gara proverò a riconoscere gli elementi che un modello di fundraising dovrebbe avere.

1. Allenamento

Il fundraiser è il professionista che ha con l’ente una primaria relazione di fiducia basata su un mandato chiaro e condiviso con le diverse posizioni organizzative. È il primo potenziale donatore. Si aggiorna e forma, costruisce relazioni per creare partnership e sinergie. Il primo esercizio risiede nell’osservare mission e valori rileggendoli in rapporto al contesto.

Dopo aver guardato all’essenza, si parte dalle relazioni: vero patrimonio dell’ente costituito da contatti reali e possibili. I donatori vanno studiati non con l’intento di indagare, ma per personalizzare le richieste, per prenderci cura della relazione, il centro dell’agire. Per ogni donatore (effettivo o potenziale) occorre mettere a fuoco, con database o piattaforme specifiche, variabili come l’intensità del legame e la modalità di contatto, non solo per acquisirne nuovi, ma anche per fidelizzarli. Per attivare un piano di fundraising è necessario porre delle premesse perché è fondamentale: 

  1. Condividere la strategia a più livelli;
  2. Pianificare la campagna in fasi, tempistiche, attori, budget;
  3. Essere consapevoli della costanza e continuità dell’azione.

2Partenza

Il piano di fundraising parte quando l’organizzazione vuole esplicitare all’esterno una relazione già consolidata all’interno, così facendo potenzia la compartecipazione alla mission. La sfida è raccontare il progetto senza dimenticare che il fundraising risponde anche al bisogno di chi desidera essere parte di un cambiamento, al superamento di uno stato di fatto, ad una spinta generazionale.

3. Percorso

Comprende tutte le azioni per sollecitare il dono. Chiedere di sostenere una causa implica un costante sforzo per arrivare:

  • alla narrazione chiara ed efficace di ciò che sogniamo attraverso diversi canali di comunicazione (online e offline) mettendo a fuoco la c.d. “call to action”, la richiesta, diversificandola a seconda degli strumenti scelti che siano crowfunding, bandi, richieste per specifici target di donatori;
  • alla stima del fabbisogno economico e delle tempistiche per l’obiettivo della raccolta (trasparente, misurabile, valutabile);
  • all’identificazione delle variabili, interne e esterne, da monitorare (rischi, partner, risorse extra).

Questi aspetti devono essere chiari al donatore così da renderlo protagonista consapevole di tutte le fasi.

4. Traguardo

Superarlo è il momento più intenso del percorso.  Analizzare l’impatto , condividere gli esiti delle azioni è importante per capirne l’efficacia e ripensare nuove strategie. Ma non solo. Occorre ringraziaree rendere partecipi donatori e attori. Più che un traguardo è in realtà un nuovo punto di partenza.

Quale elemento non bisogna trascurare durante la campagna? Per ogni buona campagna di Fundraising tutti gli elementi evidenziati sono necessari, ma uno in particolare l’ente non deve mai dimenticare: la nostra gara è sempre uno sport di squadra. Solo coinvolgendo i diversi livelli nell’organizzazione, ciascuno con ruoli e mansioni diverse, avremo i risultati che speriamo.


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