San Giuseppe: patrono dei papà e dei lavoratori
Il 19 marzo è il giorno dedicato a San Giuseppe, sposo di Maria e padre di Gesù. Dal culto di questo santo nasce la Festa del Papà, che ancora oggi celebriamo.
Ma San Giuseppe è anche patrono dei lavoratori e per questo festeggiato il 1° maggio.
In questo articolo scopriamo come si è diffusa la venerazione e rappresentazione di questo santo, che ancora oggi ispira opere di Bene.
Il culto di San Giuseppe
La venerazione di San Giuseppe è molto antica ed ha probabilmente origine in Oriente nell’Alto Medio Evo. Nel Trecento si è diffusa anche in Occidente, grazie all’opera degli ordini mendicanti, in particolare dei francescani e in seguito, nel Cinquecento, dei Gesuiti.
La festività di san Giuseppe fu inserita nel calendario romano già nel 1479 da papa Sisto IV. Nel 1871 poi la Chiesa cattolica proclamò San Giuseppe “protettore dei padri di famiglia e patrono della Chiesa Universale”. Con l’inizio del XIX secolo, l’usanza di celebrare la Festa del Papà cominciò a diffondersi in tutto il mondo, anche fuori dai paesi cattolici, ma in date differenti.
Iconografia e iconologia
Le rappresentazioni di San Giuseppe sono spesso legate a temi del racconto biblico. Viene ritratto in episodi dell’Infanzia di Gesù (Fuga in Egitto, Natività, Presentazione di Gesù al Tempo) e della vita della Vergine (Sposalizio della Vergine, Visitazione), quale componente della Sacra Famiglia.

Viene raffigurato come un uomo anziano, per sottolineare la sua estraneità al concepimento di Cristo, opera dello Spirito Santo. I suoi attributi più tipici sono il giglio, che rappresenta la castità, gli attrezzi da falegname, in riferimento alla sua occupazione e la verga fiorita, che richiama l’episodio dello sposalizio della Vergine narrato anche nella Leggenda Aurea[1].

Una delle rare rappresentazioni autonome del Santo è il sogno di Giuseppe, che si riferisce a due distinti episodi. Uno è narrato nel Libro apocrifo di Giacomo e racconta che l’arcangelo Gabriele in sogno gli spiegò la situazione in merito la concezione di Maria. In un’altra apparizione, descritta nel Vangelo di Matteo (2,13), l’angelo gli ordina di fuggire in Egitto, perché Erode vuole uccidere Gesù.
Dal Rinascimento in poi San Giuseppe viene rappresentato anche nell’atteggiamento del filosofo, con un libro in mano, in quanto uomo giusto che attinge la sua saggezza dalla volontà di Dio, espressa nelle Sacre Scritture.
L’iconografia del Santo subisce alcune importanti trasformazioni nel Cinquecento, all’epoca della Controriforma. A quel tempo il ruolo del padre fu profondamente rivalutato. San Giuseppe acquistò molto popolarità, incarnando gli ideali e il ruolo del padre cristiano: umile, giusto e lavoratore. Divenne centrale il tema famigliare. Le Sacre Famiglie del tempo liberarono la scena dai personaggi secondari per concentrarsi unicamente sugli attori principali, Maria, Giuseppe e il Bambino. A quest’epoca inoltre risalgono le prime rappresentazioni di San Giuseppe, con una fisionomia più giovanile, ritratto in scene di vita familiare non strettamente legate al racconto biblico.
Rare sono le raffigurazioni della morte di Giuseppe, che secondo una biografica apocrifa morì all’età di 111 anni, o la sua incoronazione, soggetto diffusosi nella seconda metà del XVI secolo nelle chiese dei gesuiti.
San Giuseppe patrono dei lavoratori
Meno conosciuto è il ruolo di San Giuseppe come patrono di falegnami, ebanisti, carpentieri, senzatetto e persino dei Monti di Pietà. Nel 1955 Pio XII volle ricordarlo come patrono di artigiani e operai e festeggiarlo nel giorno del 1° maggio, Festa dei Lavoratori.
Ricordare San Giuseppe in questa occasione significò per la Chiesa riconoscere “la dignità del lavoro umano come dovere dell’uomo e prolungamento dell’opera del Creatore”[2].
Terzo Settore: l'associazione San Giuseppe Imprenditore
Proprio al San Giuseppe patrono dei lavoratori si richiama l’associazione “San Giuseppe Imprenditore”.
Ad Asti un gruppo di ex imprenditori e professionisti ha dato vita ad un’associazione che aiuta industriali, artigiani, commercianti e lavoratori autonomi in grave difficoltà. Nel proprio nome richiama San Giuseppe, come modello virtuoso di riferimento. Il falegname che nel suo piccolo fu imprenditore e coinvolse anche il figlio nella sua attività. Una figura che diede dignità al lavoro, che ne richiama il valore cristiano di servizio alla comunità e contributo al Bene comune.
L’Associazione fornisce supporto tecnico-legale e consigli a persone che stanno attraversando una situazione di crisi economica e aziendale. Aiuta a trovare soluzioni e opportunità di ripresa. Sostiene buone pratiche nel lavoro, guidate dall’insegnamento evangelico, che promuovano un’economia sostenibile e a misura d’uomo.
Se questo approfondimento ti ha incuriosito, scopri gli altri articoli della Rubrica, puoi partire da qui.
[1] Si narra infatti che il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, ispirato da Dio, disse ai pretendenti di portare un ramo secco e deporlo sull’altare. Lo sposo prescelto sarebbe stato quello la cui verga fosse fiorita. Il miracolo avvenne e indicò in Giuseppe il promesso sposo della Vergine. La verga fiorita del Santo è in alcuni dipinti sormontata da una colomba, secondo quanto narrato nel Libro di Giacomo, uno scritto apocrifo. Così, ad esempio, nella cappella degli Scrovegni a Padova, affrescata da Giotto. Qui Giuseppe, come da tradizione del Medioevo, sta per ricevere un colpo sulla schiena dal padrino della sposa, per saggiare la sua virilità (Chiara Frugoni, La voce delle Immagini, Einaudi, 2010, p. 132).
[2]https://www.famigliacristiana.it/articolo/san-giuseppe-il-falegname-simbolo-della-dignita-del-lavoro.aspx#:~:text=01%2F05%2F2023%20%C3%88%20il,giorno%20della%20festa%20dei%20lavoratori
Il welfare generativo: uno strumento trasformativo e di cittadinanza attiva
Per Samantha non è stato semplice scoprire la propria strada e accogliere il progetto che il destino le riservava. Da bambina sognava di diventare ballerina, ma il mondo intorno a lei le diceva che non era abbastanza, che non era adeguata a quella carriera. Per questo aveva paura della disabilità. Temeva di riconoscere nelle fragilità altrui le proprie. Ma ad un certo punto ha scelto di andare oltre. Decide di fare volontariato in un centro disabili. Il contatto con le “imperfezioni” le cambia la vita e sceglie di diventare educatrice. La paura se n’è andata con la forza della fede. Samantha si affida a un progetto più grande di lei e si sente pronta a trasformare i propri progetti di vita.
Un altro incontro fortunato, infatti, l’attende nel suo cammino, quello con Don Paolo dell’associazione La Rotonda a Baranzate, nella periferia di Milano. Un quartiere complesso, multietnico e di vite faticose. Samantha amplia le proprie conoscenze e lì progetta la sartoria sociale, il dopo scuola, l’emporio, l’housing sociale… In quel quartiere difficile Samantha fa risplendere la sua essenza e quella delle persone che lo abitano, trasformando la fragilità in potenzialità.
Le attività de La Rotonda
La Rotonda è un’associazione nata nel 2010 a Baranzate, su impulso della Parrocchia Sant'Arialdo e in particolare del parroco, Don Paolo Steffano, per promuovere iniziative a carattere sociale, educativo, formativo e lavorativo. La Rotonda è “un microcosmo”, come lo definisce Samantha Lentini, oggi Presidente dell’associazione. È un motore che rigenera la comunità attivando le risorse presenti al suo interno e facendole uscire dallo stato di bisogno. Realizza progetti di autonomia che contrastano la povertà e valorizzano il capitale umano, dalla formazione lavorativa all’insegnamento della lingua italiana per gli stranieri, dall’educazione all’housing sociale.
Terzo Settore: competenza, visione, innovazione
Il Terzo Settore è portatore di conoscenze e competenze specifiche, cui altri rami dell’economia e del vivere civile guardano per attingere nuove risorse e stimoli. Un sapere, che si impara sui libri ma soprattutto nella vita vera e attraverso le esperienze quotidiane vissute. “Non è un lavoro full time il mio” sostiene Samantha “ma full life”.
Ciò che in particolare caratterizza il Terzo Settore è la capacità di visione, di individuare le innovazioni che poi diventeranno asset strategici condivisi, ad esempio le comunità energetiche, l’investimento sulla personale, il valore della responsabilità sociale per le imprese e l’opportunità di incidere nella comunità in cui operano.
La coprogettazione: una risorsa da esplorare per avviare percorsi di welfare generativo
Anche il rapporto tra Terzo Settore e Pubblica Amministrazione è in una fase di profondo rinnovamento. Nonostante il principio di sussidiarietà vi è stata a lungo una subalternità rispetto il Pubblico. Negli ultimi tempi però, da una dinamica di mutua convenienza, sostiene Cristina De Luca, Presidente CSV Lazio e Vicepresidente di Fondazione Italia Sociale, siamo passati ad un dialogo più consapevole delle reciproche specificità e delle potenziali sinergie. Relazioni di condivisione che possono tradursi nello strumento della coprogettazione. L’innovazione, le competenze, la capacità d’intervento e di presenza articolata sul territorio di cui il Terzo Settore è portatore, può essere condivisa con i vari soggetti pubblici e, nel rispetto delle differenze e delle diverse responsabilità, è possibile realizzare insieme progetti di welfare generativo.
Il welfare generativo: uno strumento trasformativo e di cittadinanza attiva
In questi ultimi anni la nostra società si è trasformata profondamente e così anche il sistema del welfare. È oggi difficile dare risposte globali, perché il mondo di oggi è più complesso. Si devono ripensare i servizi e le modalità di erogazione. Anche il volontariato è mutato, specie per i giovani, che non possono più garantire un impegno a lungo termine e preferiscono attivarsi saltuariamente e per iniziative specifiche. Dunque, è necessario trovare anche nuove modalità di coinvolgimento.
L’obiettivo dev’essere l’implementazione di un welfare generativo, che attraverso le azioni rigenera le comunità, che costruisce percorsi virtuosi, favorisce una crescita dei territori in cui opera, che sa ideare nuove modalità in cui declinarsi, che valuta la propria efficacia sull’impatto determinato dalle proprie azioni. Un welfare generativo produce una sorta di economia circolare, un movimento virtuoso che non solo sa dare risposte ai bisogni ma che fa crescere la società nel suo complesso.
Per fare questo, si deve investire sui giovani, sostiene Cristina De Luca, per far capire loro quanto è importante un esercizio di cittadinanza e civismo e attivare la collaborazione tra generazioni.
Ti è piaciuto questo contenuto? Leggi gli articoli dedicati al podcast Intraprendenti, puoi partire da qui!
Massimiliano e la fame di giustizia
Quando nasce Massimiliano è il 1968. È solo un neonato in un piccolo paese lontano dai movimenti di massa, eppure il suo piccolo corpo registra il bisogno vivo di giustizia sociale. E non lo lascia più.
Massimiliano diventa un bambino che ha fretta, fretta di vivere! Gioca, va’ in bici, esce con gli amici…ha così fame di vita che bisogna abbreviargli il nome a un veloce “Massi” per farsi ascoltare.
Calcio, nuoto, pallamano, lo sport diventa un sedativo per arginare quell’energia che è incontenibile. Nemmeno quando dorme si placa perché sfide grandi lo attendono: sogna di essere un eroe, un eroe che salva dalle situazioni di pericolo e sopruso anche a costo della sua vita.
L’ingiustizia non la tollera. Gli fremono le mani e le gambe scalpitano quando vede ragazzini indifesi subire angherie. Per difendere prende a botte e non importa il suo perchè, per tutti diventa il ribelle scapestrato. Si sente incompreso, diverso dalla sua famiglia e anche dagli altri bambini. Così inizia a girare con gli strani, perché tra strani le differenze scompaiono.
Cresce attratto dalle storie di chi distrugge il pensiero comune che sputa sentenze. Lui, incapace di essere parte di un gregge, esce di casa a diciassette anni in cerca di quella libertà che l’autorità mette a tacere. Occupa una casa, trova un lavoretto e poi… si perde.
Massi esplora la vita, come anche le droghe, e quando si trova davanti una siringa prova, tanto cos’ha da perdere? Di eroina si fanno in tanti. Ancora non sa, che solo pochi tornano indietro.
Fino a quando non incontra Luigi, un pacifista antiviolento e coraggioso. Uno che scende in piazza, tra i tossici, per tendere una mano e avvertirli del pericolo: l’HIV incombe. Ma quelle sono cose per culattoni ribattono tutti. Tutti tranne Massi.
Con Luigi, Massi stringe un patto: non partirà militare, lavorerà al Gabbiano come obiettore di coscienza.
È tosta e il tempo sembra non passare mai. Invece i mesi scorrono e quando Massi cade, di nuovo, umilmente torna alla porta e nel bisogno comprende che il suo senso di colpa non lo salverà. A salvarlo sono le persone.
Fratel Attilio lo butta in mare, senza salvagente. Serve un responsabile per una casa, una casa piena di debiti, in un paese dove tutti li odiano. Sono senza soldi e senza cibo. Massi però non vuole la carità. Esce, incontra, ascolta e chiede. Servono vanghe, carriole, decespugliatori perché per cambiare la percezione c’è bisogno di dimostrare: non sono tossici, sono persone con capacità e voglia di fare.
Lavorare funziona e piano piano la casa si guadagna l’affetto del territorio. Massi diventa un uomo e la sua vita scoppia di senso. Si alza la mattina con la voglia di migliorare il mondo perché il mondo lo cambia dalle piccole cose, da nemici che diventano amici, dall’indifferenza che diventa fratellanza.
Il Gabbiano cresce: 8 strutture d’accoglienza, 60 appartamenti, housing sociale, comunità riabilitative e terapeutiche. Tossicodipendenti, ex carcerati, malati di AIDS, migranti, minori in fragilità sociale sono Persone accompagnate dai 110 dipendenti dell’associazione. Il Gabbiano diventa un riferimento nell’ambito della giustizia riparativa e della devianza, sostituisce l’abbandono con il prendersi cura.
Anche in montagna, dove l’agricoltura è eroica perché costa fatica di sudore e tempra. Ma Massi alle sfide non si tira indietro. E quando la terra diventa ettari da coltivare e il Nebbiolo vino di prima qualità, fondano la cooperativa il Gabbiano, un’impresa sociale con 23 dipendenti e un grande obiettivo: fare giustizia attraverso l’inclusione.
A 56 anni Massimiliano è soddisfatto. L’energia che gli ribolliva dentro è diventa crescita. Per sé e per gli altri.
“Credo nelle persone e negli sguardi che vedono ciò che ancora non hai compreso di te stesso. Non siamo gli sbagli che facciamo, siamo le seconde possibilità che riceviamo!”
Lui è Massi Pirovano, marito di Arianna e padre di Ottavia, un uomo che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Continua a leggere di Persone che fanno la differenza a partire da Giuseppina
Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale
Fondazione Progetto Mirasole nasce nel 2016 da un gruppo di soci fondatori impegnati da tempo nel Terzo Settore nell’ambito dell’accoglienza abitativa e della somministrazione di pasti caldi ai senza fissa dimora.
“L’esperienza maturata sul campo aveva permesso di comprendere che in questa catena di bene mancava un pezzo: l’inserimento lavorativo” racconta Sara Dongiovanni, referente della Comunicazione e fundraising dell’ente. Il territorio reclamava l’importanza e l’urgenza di sviluppare opportunità di inserimento lavorativo per persone in situazione di vulnerabilità sociale, ma come farlo?
L’Abbazia di Mirasole
Nel piccolo paese di Opera, in provincia di Milano, esisteva un’Abbazia dimenticata dal tempo, “un fantasma alla fine di una pista ciclabile” ricorda Sara. Progetto Mirasole partecipa così ad un bando per la gestione giornaliera e notturna del bene architettonico e passa dal sogno alla creazione di veri obiettivi.


“La Fondazione ha avviato un progetto di recupero dell’Abbazia, trasformando un luogo decadente in un centro accogliente con spazi aperti e ricchi di vita. Ha avviato un processo che non si è più fermato, dando una seconda possibilità all’Abbazia e offrendo un’opportunità per chi più fragile”.
I protagonisti di Progetto Mirasole
“Per destino si può nascere in un’area di mondo felice e fortunata o in una più complessa e articolata. Con Progetto Mirasole volevamo creare un luogo dove tutti potessero trovare gli strumenti utili per cambiare, per avere diritto di vivere la vita con la dignità che spetta ad ogni essere umano” riferisce Sara.
Per questo l’impresa sociale opera sul territorio innescando sinergie e reti: servizi sociali, comuni limitrofi, organizzazioni del Terzo Settore e 30 imprese. L’attenzione rivolta alla comunità permette in poco tempo di raggiungere cittadini italiani in fragilità economica a causa dell’uscita dal mondo del lavoro e difficilmente ricollocabili; persone in reinserimento sociale dopo la detenzione e migranti. “Abbiamo un ventaglio ampio di beneficiari, dai giovanissimi alle persone mature, siamo tanti e tutti diversi e questa è la nostra bellezza perché non si finisce mai di imparare l’uno dell’altro, di riscoprirsi senza pregiudizi con lo spirito della vera accoglienza”.
Oggi l’impresa sociale occupa 71 dipendenti, di cui 19 provenienti da situazioni di svantaggio sociale.


I servizi occupazionali di Progetto Mirasole
Per rispondere agli obiettivi di partenza, Progetto Mirasole fonda il primo laboratorio di cottura con una cucina industriale che oggi fornisce 6 mila pasti giornalieri ad enti operanti nel Terzo Settore. Ha poi avviato un ramo di manutenzione e sanificazione di aree interne ed esterne, occupa personale nell’Abbazia per l’attività di ristorazione, organizzazione d’eventi, accoglienza, laboratori didattici.
“Il nostro obiettivo? Creare una comunità alla pari senza discriminazioni. E infatti il nostro è un ambiente composito, ricco di culture, esperienze e provenienze dove si inizia un percorso che apre possibilità per inserimenti in altre aziende!” afferma Sara.
Caratteristiche di Progetto Mirasole
Dinamismo, resilienza, flessibilità e adattamento sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono questa organizzazione. La risposta del territorio racconta il primo successo di Progetto Mirasole. “Viviamo in una cittadina in cui la chiusura politica aveva radicato un pensiero. All’inizio la gente veniva per curiosità, perché l’Abbazia aveva aperto le porte. Ma quando hanno visto che oltre alla bellezza c’è un cuore sociale, la curiosità si è trasformata in fiducia e oggi costruiamo risposte grazie anche alla collaborazione comunitaria che abbiamo generato!”
Ti è piaciuto leggere di questa storia? Puoi continuare a conoscere le esperienze nel mondo non profit a partire da La Botteghe della Loggetta
La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia

Attraverso il bando Una Mano A Chi Sostiene, Fondazione Cattolica ha conosciuto il progetto Bottega della Loggetta, dell’associazione di volontariato G.R.D. (Genitori ragazzi con disabilità) di Faenza. Una piccola organizzazione non profit entrata nel cuore della propria città e che dai suoi sostenitori è stata premiata raggiungendo la quarta posizione come progetto meritorio del bando. Ecco chi sono!
G.R.D. nasce nel 2004 a Faenza da un gruppo di genitori di ragazzi con disabilità che desiderava un futuro diverso per i propri figli e voleva offrire loro nuove opportunità di inclusione sociale e lavorativa. “Volevano pensarli come persone attive per la comunità, per il territorio, come risorse. Dargli una responsabilità nella società” ci racconta Maria Sole Chiari, educatrice professionale socio-sanitaria dell’associazione. Le attività di G.R.D. nel tempo si sono articolate su più fronti. Accompagnamento delle famiglie fin dalla nascita dei loro bambini, con programmi di formazione e sostegno psicologico; progetti di inserimento lavorativo e di autonomia residenziale; attività ricreative.
La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia dei ragazzi con disabilità
La Bottega della Loggetta si ispira al sapore antico e al senso di solidarietà che si trovava nelle botteghe di una volta, quelle dove si era accolti sempre da un sorriso. È un negozio-laboratorio di alimenti locali, eco-sostenibili e biologici gestito da ragazzi con disabilità. Nasce nel 2013 e oggi vi lavorano 11 ragazzi accompagnati da un educatore. Ognuno di loro persegue gli obiettivi del proprio progetto di vita, ma le abilità che possono apprendere ed allenare in questo contesto sono molteplici e multidisciplinari, dalla sfera professionale a quella personale. Ad esempio, arrivare puntuali al lavoro, utilizzare un pc, relazionarsi con i clienti, gestire la contabilità, il magazzino e i rapporti con i fornitori.
La Bottega della Loggetta è una palestra per l’autonomia, un luogo in cui crescere e imparare un mestiere per poi proporsi nel mercato del lavoro.

Non solo vendita ma anche produzione e servizio: oltre all’attività commerciale, la Bottega organizza buffet producendo semplici stuzzichini o utilizzando alcuni dei prodotti in vendita.
Quelle della Bottega sono mura vocate all’incontro, alla relazione e allo scambio creativo. Proprio in quegli spazi, infatti, nel ‘900 aveva luogo il cenacolo artistico e culturale animato dall’artista Muky, scultrice e ceramista recentemente scomparsa. Nulla è casuale. “Questo negozio è un punto di riferimento per molti. Abbiamo tante richieste di inserimento – racconta Maria Sole – e abbiamo attivato anche collaborazioni con gli esercenti della zona, che aprono le porte delle loro attività e offrono ai ragazzi esperienze di tirocinio”.
È questo il quid in più che rende il progetto davvero efficace: uscire dall’isolamento e attivare il territorio alla partecipazione. La vera inclusione, infatti, è possibile quando la collettività decide di farsi carico del futuro dei più fragili trasformandosi così in comunità educante.
Work in progress
La Bottega della Loggetta si appresta a cambiare volto. Dalla vendita di prodotti alimentari e punto di riferimento per i gruppi di acquisto solidale, da marzo il negozio venderà abiti di seconda mano per bambini e materiali legati al mondo dell’infanzia. Un settore caratterizzato da grandi sprechi e che per questo permetterà di mantenere alta l’attenzione sui temi della sostenibilità e del riciclo. L’ambito merceologico originario sarà trasferito in un altro punto vendita, più centrale alla città di Faenza e implementerà una strategia più commerciale.
Strategie profit a servizio del non-profit
“Le scelte di vendita – spiega Maria Sole – non saranno più affidate agli educatori, che continueranno ad occuparsi della parte terapeutica, ma ad una persona dedicata assunta a tale scopo, che consentirà al negozio di confrontarsi ad armi pari con le altre attività della zona. L’obiettivo è che i clienti vengano da noi perché apprezzano il negozio e i nostri prodotti, non solo perché desiderano aiutare i ragazzi che vi lavorano. Questo fa parte di un cambio di mentalità della società che da anni cerchiamo di promuovere: la disabilità non deve essere intesa come un peso ma come una risorsa per la comunità”.
Gli altri progetti di G.R.D.

Se il primo sogno della GRD era quello di dare ai suoi ragazzi la possibilità di imparare un mestiere, il secondo è quello di aiutarli a vivere da soli in autonomia. Per questo due anni fa è nato il percorso “Provo a vivere da solo”. Due appartamenti semi-residenziali in cui 9 ragazzi con diversi gradi di disabilità vivono e allenano le loro autonomie quotidiane. Un progetto che sta già dando i suoi frutti: per due di questi ragazzi, infatti, si sta pensando l’inserimento in un contesto abitativo autonomo.
Infine, c’è il progetto “Crescere insieme”, che coinvolge adolescenti e famiglie in un percorso di confronto, condivisione e allenamento alle autonomie quotidiane. Cucinare, apparecchiare e lavare i piatti, orientamento stradale, utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici, della bicicletta, cura del sé, utilizzo dello smartphone, svolgimento dei compiti in autonomia, gestione delle dinamiche relazionali.
La Bottega della Loggetta ha realizzato un modello efficace e innovativo che può essere replicato anche in altri contesti per favorire l’autonomia e l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Un altro progetto straordinario sulla stessa lunghezza d’onda è Zero Per Cento a Milano: lo conosci? Leggi questo articolo se vuoi saperne di più.
Rebecca e il coraggio di restare
Volevo solo fuggire. Lontano da qua.
Perché a quindici anni sapevo distinguere un fuoco d’artificio da uno sparo e il rischio di non diventare adulti per colpa di un proiettile vagante è un pericolo reale.
Ti sembra normale?
Per proteggermi ho iniziato a mentire. A dire che abitavo in un altro posto perché mi vergognavo del pregiudizio che mi cadeva addosso quando dalla mia bocca usciva “Rione Sanità”. La paura si prendeva le persone e mi teneva a distanza dagli altri. Ma sai cosa succede a forza di mentire?
Ti prosciughi. E la sensazione di essere sbagliata ti logora un giorno per volta.
Ero nata nel posto sbagliato, non avevo il fisico giusto, non potevo permettermi le cose di tutti. In me, insomma, non andava niente. Soffocavo il dolore nella pancia. Fino a quando mi sono chiusa in camera, circondata dal buio di giorni inconsistenti, con la voglia di chiudere gli occhi e non svegliarmi più.
Ma poi la porta si è aperta. Volevo diventare maggiorenne e fuggire lontano, trasferirmi a Firenze per ricominciare. Per crearmi un futuro lontano da una città dove il futuro non è pensabile.
Però i sogni costano e certi sono troppo cari per una famiglia numerosa con una sola entrata. Allora mi sono cercata un lavoro. E così sono rinata.
Ho iniziato il Servizio Civile alla Paranza perché era dietro casa, dico la verità. Andavo a scuola, poi con il mio zaino arrivavo in cooperativa. E sai cosa? Lì si interessavano a me, il mio dolore non lo dovevo nascondere. I miei limiti neppure. Sembrava una magia ma lì andavo bene così come ero.
Mi sentivo al sicuro e protetta. Piano piano ho abbattuto le mie insicurezze e le barriere che mi impedivano di volermi bene. Ho iniziato ad essere me stessa perché mi hanno formata a riconoscere la bellezza e quando impari a vederla, a sentirla, ne diventi portatore a tua volta! E tutto cambia.
Al mio primo tour guidato avevo 18 anni e con la pandemia in corso c’era solo una persona. È stato bellissimo! Ho capito che le mie parole avevano un potere trasformativo, che raccontando potevo ispirare e accendere la speranza negli altri. Mi sono sentita dentro a un cambiamento e di questa storia ho voluto esserne parte.
Così ho scelto di non partire. A volte serve più coraggio per restare che per andare. Ma alla fine, ne vale la pena.
Oggi sono una guida. E sono felice. Accompagno alle catacombe, allo Jago Museum, alla Chiesa Blu e alla Santa Maria della Sanità. Guido i visitatori a percepire la meraviglia, li porto nel mio mondo, nel mio Rione per testimoniare che c’è sempre una via per costruire futuro, che c’è bellezza, che il valore siamo noi.
La sera mi addormento toccando il cuscino. Non ho più paura, anzi ho voglia di generare sempre di più. Per questo insieme a un gruppo di amici stiamo aprendo una nuova cooperativa, La Sorte. E pensare che odiavo questa periferia. Oggi invece non potrei vivere senza.
Ti è piaciuta la storia di Rebecca? Puoi leggere quella di altre Giovani Speranze a partire da Nadia!
L’amore e l’arte: variazioni sul tema
L'amore e l'arte: variazioni sul tema. Questa è la settimana di San Valentino, tradizionalmente vocata a celebrare l’amore. Per questo vogliamo parlare di un’organizzazione non profit nata per valorizzare la storia d’amore più famosa di tutti i tempi e stimolare le emozioni attraverso grandi opere d’arte che raffigurano questo sentimento.
E visto che la nostra rubrica, Sguardi Inclusivi, si basa sull’idea di scoprire nuovi punti di vista sulla realtà, scopriremo come la forza creativa espressa da un singolo artista sia in grado di parlare a tutti. Perché? Perché l’arte ha il potere di indagare le profondità dell’uomo, delle sue emozioni e non c’è nulla di più universale e inclusivo dell’amore.
L’amore e il Terzo Settore
Tre indizi formano una prova:
- Si parla d’amore
- la nostra Fondazione ha sede a Verona
- Verona è la città dov’è ambientata la storia di Romeo e Giulietta
… e anche il Terzo Settore veronese ha i suoi campioni sul tema dell’amore: il Club di Giulietta.
Associazione culturale senza scopo di lucro nata negli anni ’70 dalla mente di Giulio Tamassia e un gruppo di artisti e intellettuali accomunati dalla passione per la leggenda di Romeo e Giulietta, il Club di Giulietta, ora guidato dalla figlia Giovanna, ha ideato negli anni varie iniziative legate all’eroina shakespeariana e al tema dell’amore.
La più nota è la Posta di Giulietta. Una tradizione nata negli anni Trenta, quando il custode della Tomba di Giulietta iniziò a raccogliere e a rispondere agli scritti amorosi che i turisti lasciavano sul monumento in cerca di un consiglio. Oggi moltissime persone da tutto il mondo scrivono alla romantica eroina confidando le proprie gioie ma anche i patimenti amorosi. Un gruppo di volontarie dell’associazione si occupa di tradurre e rispondere nel nome di Giulietta ad ogni lettera ricevuta. Ognuno di queste viene poi conservata nell’archivio del Club, che ad oggi custodisce migliaia di storie d’amore.
Da oltre trent’anni il premio “Cara Giulietta", destinato alle più belle lettere ricevute dall’associazione, celebra questo straordinario fenomeno epistolare, unico e suggestivo. Nei nostri tempi, caratterizzati dalla distanza dei rapporti sociali, dall’assenza nell’onnipresenza dei social, il premio valorizza quel gesto umano che travalica i secoli che è lo scrivere, trasporre i fremiti del cuore in parole.
L’Associazione nel 1996 ha costituito anche al premio letterario internazionale “Scrivere per Amore”. Un premio giunto alla sua 27° edizione, dedicato alle opere di narrativa, pubblicate in lingua italiana, anche straniere, sul tema dell’amore. "Scrivere per Amore" si configura come un vero e proprio festival letterario, articolato in quattro giorni di incontri e dialoghi con gli autori nella città di Verona.
Giulietta è da sempre la madrina degli amori imperfetti, contrastati, a distanza, totalizzanti, ma anche di quelli felici e corrisposti. Per questo ogni anno migliaia di visitatori si recano nei luoghi della città legati alla storia degli amanti di Verona. Il Club di Giulietta ha avuto il merito di dare vita al mito e sostenere il valore simbolico dello scrivere per amore.
L’amore e l’arte: variazioni sul tema. Le opere d’arte consigliate dalla rubrica Sguardi Inclusivi
Il Bacio di Francesco Hayez (1859)

Il Bacio di Francesco Hayez è uno dei manifesti dell’arte romantica italiana ed emblema della passione amorosa. E' un dipinto di epoca risorgimentale. Gli abiti delle figure infatti richiamano simbolicamente i colori della bandiera francese, in quegli anni paese alleato dell’Italia nel contrastare il dominio austriaco,
Ritrae una fanciulla che abbraccia un ragazzo. Lui le prende il viso tra le mani e si scambiano un bacio appassionato che però sancisce un addio. Il giovane infatti sta per andarsene, come suggerisce il piede sinistro già poggiato sullo scalino e pronto a far uscire il personaggio di scena. Sul fondo poi c’è un’ombra, che carica di tensione l’atmosfera di questo romantico addio.
Di questa opera di Hayez esistono più versioni. Da sempre gode di grande popolarità ed è stata spesso utilizzata per rappresentare gli amanti di Verona, Romeo e Giulietta.
L'edera di Tranquillo Cremona (1878)

Il dipinto realizzato da Tranquillo Cremona, appartenente all’ambiente della Scapigliatura, ritrae un giovane che tenta di trattenere a sé una ragazza. Sul viso di lei però non compare il medesimo trasporto. Chissà se ricambierà l’abbraccio, se la sua ritrosia è preludio di un addio o una semplice pausa prima di abbandonarsi tra le braccia dell’amante.
Ciò che affascina di questo quadro, che ingentilisce la raffigurazione della realtà con pennellate vaporose e sfumate, è l’edera che fa capolino sul lato destro in primissimo piano. L’edera è simbolo della passione amorosa, del desiderio che avvinghia gli amanti, proprio come la pianta che fa dell’abbraccio il suo movimento vitale.
Gli Amanti Blu di Marc Chagall (1914)

Gli Amanti Blu è un dipinto di Marc Chagall, pittore russo di origine ebrea, della corrente artistica cosiddetta Scuola di Parigi.
Gran parte della produzione di questo artista è legata al suo mondo interiore. Il tema della famiglia, dell’amore coniugale, la nostalgia per il paese natale e la sua vita contadina, la tradizione ebraica.
In quest’opera il pittore ritrae sé stesso e la moglie Bella, nell’istante che precede un bacio.
L’amore è sempre stato per Chagall una fonte di ispirazione ma soprattutto una forza generatrice. Nella sua biografia, infatti, scriveva: “Nella vita, proprio come nella tavolozza del pittore, non c’è che un solo colore capace di dare significato alla vita e all’arte: il colore dell’amore”.
L’atmosfera del quadro, immerso in un mare di blu, è onirica e contemplativa. Gli occhi dell’artista sono chiusi, come per concentrarsi sull’intensità dell’emozione. Il suo capo è cinto da una corona d’alloro, quella dei poeti, dei condottieri, dei vincitori in epoca classica. E in quel momento probabilmente Chagall si sentiva proprio così. Cantore del sentimento più forte che l’uomo sappia provare, ma soprattutto si sentiva amato e dunque vincitore.
Diego nella mia mente di Frida Kahlo (1943)

Le opere di Frida Kahlo sono sempre fortemente autobiografiche. Spesso erano come specchi in cui l’artista rappresentava simbolicamente il proprio mondo interiore, per fermare un istante emotivo o forse anche come strumento terapeutico di autoanalisi.
Diego Rivera, l’uomo ritratto al centro della sua fronte, era suo marito, un pittore molto famoso e le era tremendamente infedele. Il loro amore, turbolento, costellato anche di ripetute separazioni, durò però per tutta la vita e fu intenso e travolgente per entrambi. Un legame che non si è mai infranto e li ha sempre tenuti uniti. Proprio come la rete di linee intricate che parte dal capo dell’artista, a simboleggiare forse questo attaccamento inestinguibile e pervasivo nei confronti del marito.
E tu, in quale di queste opere di senti più rappresentato?
Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggere altri contenuti della rubrica Sguardi Inclusivi parti da qui.
A Napoli per coltivare lo spirito dell'impresa sociale
Ogni viaggio è segnato da alcune aspettative iniziali e questo, organizzato per premiare i "Giovani di Valore", non era da meno. Conoscere, scoprire cose nuove, crescere erano solo alcune delle attese messe in valigia. Ma cosa portiamo a casa al termine di questa esperienza? La conoscenza di un Meridione che non è quello che solitamente leggiamo sui giornali. Un territorio ricco di micro imprenditorialità, caratterizzato da legami forti, da reti dinamiche, da bisogni chiari e risposte sinergiche che provengono sempre dal basso, da lavoro e possibilità che nascono laddove sembra impensabile. La forza del Terzo Settore a Napoli è proprio questa: esserci. Essere Persone con le persone. Abitanti di quartieri, conoscitori di una terra, coltivatori di talenti.
Un'esperienza di 3 giorni passata tra 12 visite formativo in 7 imprese sociali e 5 siti culturali. Se per ogni sito visitato avremmo almeno un articolo da scrivere, ecco una sintesi di ciò che ci sembra essenziale.
1. Legami
E' la prima strategia da adottare per sviluppare imprese e creare uno spirito di comunità. Mario Cappella, Direttore di Fondazione San Gennaro, racconta "costruire legami è una strategia a cerchio concentrico. Parti dal piccolo, da quello che il territorio ha, dove ci sono persone, beni e talenti. Parti dalla chiesa, dalla via, dal quartiere, poi ci si apre e via… ma ogni iniziativa parte sempre dal basso". Un modus operandi che è stato confermato in tutte le realtà che abbiamo visitato. Come Remade Community lab, ad esempio, che durante la pandemia è stata capace di lavorare sulla produzione artigianale di boccagli in plastica riciclata che sono diventati strumento sanitario per gli ospedali. O come le Comunità Energetiche che a causa dei rincari delle bollette hanno ideato un sistema di produzione di energia a minor impatto ed economicamente più sostenibili. O come la Scuola del Fare nata per contrastare il tasso di abbandono scolastico offrendo agli studenti la possibilità di fare (non solo studiare) meccanica e logistica. Come la Fattoria Fuori di Zucca che ha trasformato una "discarica sociale" in opportunità di lavoro per chi ha più fragilità, mettendo la comunità al centro. Come Villa Fernandes, una rete di enti del Terzo Settore che hanno reso un bene sottratto alla camorra un vero hub sociale. O come La Paranza, la cooperativa che ha unito il patrimonio artistico culturale del Rione Sanità con il talento e il sapere dei giovani.
2. Sapere
"Per fare comunità bisogna occuparsi di creare comunità educanti" continua Mario Cappella che negli anni ha compreso l'importanza dell'ascolto del territorio, la lettura delle energie delle persone, la capacità di non fermarsi al problema ma lo stimolo a reagire. Per cambiare e offrire opportunità c'è bisogno di sapere. Di saper essere e di saper fare. Ne sono una prova tutte le persone incontrate in queste giornate come Melania, Filomena, Antonio, Rebecca, Giuliano, Francesca che non si fermano a un titolo di studi ma si aggiornano costantemente. Professionisti difficilmente sintetizzabili in una sola area di appartenenza professionale perchè per creare progetti di comunità servono competenze trasversali e i ruoli professionali si mescolano mettendo la propria essenza a favore della competenza e viceversa. Hai presente il famoso learning by doing? Ecco: si impara facendo. Dalle attività, dai progetti, dai libri, dalle persone, dallo scambio...
3. Mai accomodarsi
O se vogliamo: mai adagiarsi, mai sedersi, mai sentirsi arrivati! Il mondo non profit ha la grande opportunità di essere in prima linea nella società. Di sentire, vedere, toccare con mano la vita delle persone. Questo permette di anticipare soluzioni, proporre idee, mettere in gioco reti di condivisioni e creare partenariati con l'obiettivo di garantire una vita più dignitosa.
Guarda l'album del viaggio a Napoli!
Vuoi scoprire giorno per giorno il nostro viaggio? Puoi vedere il programma completo e il diario di bordo su Instagram!
Per diventare sostenibili, inseguiamo la felicità!
Il mondo è in ritardo rispetto agli impegni assunti nel 2015 con l’agenda 2030 come diventare sostenibili? Abbiamo fatto il punto con Pierluigi Sassi, scoprendo che per costruire politiche e stili di vita sostenibili dobbiamo partire da un nuovo pensiero sulla felicità.
L’ottavo Rapporto “L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile” realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) mostra chiaramente che il nostro Paese non ha imboccato in modo convinto e concreto la strada dello sviluppo sostenibile e non ha maturato una visione d’insieme delle diverse politiche pubbliche per la sostenibilità (dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030, otto registrano miglioramenti contenuti, tre stabilità e otto un peggioramento). Nonostante manchi un impegno esplicito e corale allo sviluppo sostenibile, il 67% dei cittadini italiani pensa che il cambiamento climatico sia una priorità globale e l’88% delle imprese italiane riconosce che la sostenibilità dovrebbe orientare le scelte aziendali. Eppure solo il 17% ha fissato obiettivi di riduzione delle proprie emissioni di gas climalteranti.

Nella rubrica Sguardi Inclusivi abbiamo scelto di fare un punto sulla situazione e di comprendere quali obiettivi porci per uno sviluppo sostenibile. Ne abbiamo parlato con Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia, Segretario Generale dell’Earth Day European Network, Consulente delle Nazioni Unite e del Dicastero dell’Ambiente italiano nonchè Gentiluomo di Sua Santità e fondatore del quindicinale “Impacta, l’economia per l’uomo”.
Pierluigi, partiamo dall’inizio: cosa significa porsi l'obiettivo di sviluppo sostenibile?
I 17 obiettivi dell’Agenda 2030 (e i 169 punti che li esplicitano) sono nati nel 2015, spinti dall’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, che nel mondo della sostenibilità ha rappresentato un big bang perché ha azzerato la cultura dell’indifferenza e ha posto tutti di fronte all’impegno concreto di agire per creare azioni ad impatto sociale, ambientale, economico con uno sguardo integrale. L’Enciclica è diventata un faro di civiltà per il mondo economico, politico e civile tanto da farci sentire un’unica famiglia umana su un grande pianeta. Questo ha portato un aumento della sensibilità, seppur tardiva, incredibile.
Oggi siamo in una fase paradossale perché nonostante i livelli di consapevolezza i cambiamenti sono troppo limitati. Da un lato la scienza e l’innovazione spingono sulla sostenibilità perché in futuro sarà lì che si guadagnerà, dall’altro i singoli cittadini si sentono impotenti. Diventa difficile creare un vero collegamento tra sostenibilità e stile di vita. Dobbiamo cambiare modello economico, rivoluzionare il modo di pensare. Siamo eredi di un pensiero fallimentare, disumano e distruttivo che ha prodotto più infelicità che ricchezza. Basti pensare che per aumentare del 13% il Pil mondiale abbiamo distrutto il 40% delle risorse naturali: una follia! O che la forbice tra ricchi e poveri, ci dice l’Oxfam, sta crescendo a livelli esorbitanti: 2.660 persone sono miliardari e le tre persone più ricche hanno un patrimonio complessivo di oltre 800miliardi di dollari mentre 5 miliardi di cittadini si trovano in situazioni di povertà. Da una parte condanniamo alla miseria altri esseri umani generando loro sofferenza, dall’altro rendiamo così ricche le persone che viene da chiedersi se i soldi abbiano ancora valore o rappresentino solo uno strumento di potere e vanità. Stiamo rubando ricchezza alle generazioni future perché stiamo consumando l’equivalente di 1,7 pianeti l’anno. Questa mancanza di lungimiranza a favore del futuro è un illecito.
Quali sono gli elementi da considerare quando parliamo di sostenibilità?
I tre grandi vettori sono economico, sociale e ambientale. Papa Francesco è stato illuminante perché parlando di ecologia integrale ha spinto ad avere una visione di intervento olistica: non esiste una crisi separata dall’altra. Il grande salto di qualità che possiamo fare per rispondere in modo efficiente alla crisi globale è non essere più estranei alla natura, sentirci parte di essa perché da lì che nasce la nostra felicità. Invece ci siamo illusi che è nel consumo che sta la felicità e ci siamo resi schiavi di tutto: del lavoro, dell’economia, dell’acquisto. Già San Francesco aveva compreso che il creato andava custodito, difeso e amato perché era un dono e come tale può essere beneficiato da tutti ma tutti, in fratellanza, devono tutelarlo.
A proposito di fratellanza, un mese fa circa si è conclusa la Cop28. Cosa emerge da questa conferenza delle Nazioni Unite?
Dopo 27 conferenze sul clima ammetto di essere arrivato a Dubai con scetticismo. Abbiamo ideato queste conferenze nel 1992 per uscire dai combustibili fossili e da allora l’argomento non è stato mai nemmeno sfiorato. Le tensioni precedenti la Cop28 (ospiti di un Paese tra i principali esportatori di petrolio, per esempio) hanno avuto un grande effetto collaterale: scoprire il gioco. E questo ha favorito la coalizzazione di 130 paesi uniti per avviare i processi di transizione energetica. Cosa emerge quindi? Dopo la Cop28 non possiamo più fare finta perché il documento firmato mette nero su bianco che entro il 2050 i combustibili fossili dovranno essere eliminati e che entro il 2030 dovranno essere triplicate le energie rinnovabili. Insomma non possiamo più nasconderci, è tempo di implementare la transizione ecologica.
Adesso i veri attori sono i governi. Viviamo in una grande crisi globale e la madre di tutte le crisi è quella ecologica. Abbiamo bisogno di soluzioni globali. Le Conferenze delle Nazioni Unite servono per sancire una linea guida, una verità, ma sono i governi a rendere concrete queste riflessioni.


Quanto costa la sostenibilità?
Costosissima in termini economici, finanziari e umani. Pensiamo solo che l’aria inquinata costa 7 milioni di morti l’anno o che i danni dovuti al cambiamento climatico sono quintuplicati negli ultimi anni (carestie, inondazioni, siccità…). E chi ne paga maggiormente le spese sono le economie più povere dei Paesi in via di sviluppo.
I paesi occidentali consumano annualmente tra i 6 e i 10 kw pro-capite mentre le economie emergenti consumano 0.2 kw. Un abisso. Vivere tutti come un americano medio è impensabile, il pianeta imploderebbe. Nel 2023 abbiamo raggiunto l’obiettivo che non dovevamo raggiungere: superare la soglia di riscaldamento di 1,4 gradi. E lo abbiamo fatto con 67 anni d’anticipo. È comprensibile che serve una trasformazione negli stili di vita immediata e che è indispensabile creare un modello innovativo per non diventare bombe ecologiche.
Tutto ciò deve essere finanziato e oggi ci troviamo di fronte ad un’impasse su cui la Cop29 dovrà trovare risposte. Come finanziare lo sviluppo sostenibile? L’Europa ha fatto una cosa semplice: da 18 anni l’Unione europea ha introdotto il prezzo del carbonio con il principio secondo il quale “chi inquina deve pagare”. Le emissioni sono diminuite di quasi il 40% e l’economia ha continuato a crescere. Con la vendita dei crediti di carbonio si sono anche raccolti oltre 175 miliardi di euro che hanno finanziato l'azione per il clima, anche nei Paesi in via di sviluppo.
I cittadini però sono chiamati a fare la loro parte e a riconsiderare il proprio approccio al consumo e cercare il piacere nella bellezza, nella natura, nella gioia delle relazioni in quegli aspetti che non consumano energia ma la creano. È chiaro che non ci si arriva dalla sera alla mattina, passa attraverso le generazioni. Questi cambi generazionali produrranno anche effetti politici perché i giovani sono più sensibili, più chiamati in causa (faranno loro i conti con il mondo) e vogliono cambiare. Io alle persone dico sempre di cominciare da una scelta, anche piccola, ma fatta con convinzione.
Quali obiettivi concreti possono favorire lo sviluppo sostenibile?
Uno: rendere la sostenibilità il centro delle scelte politiche e culturali. La sostenibilità è un valore nella tutela del patrimonio culturale, territoriale, sociale, ambientale italiano. Giocarci bene questa partita è fondamentale perché i primi a farne i conti saranno i cittadini: le case con classe energetica diversa da A varranno la metà tra qualche anno; le imprese senza condotta di certificazione alla sostenibilità non riceveranno più finanziamenti tra qualche anno; le piccole realtà senza relazioni d’impatto non forniranno più le grandi imprese e così via. Il processo è già in atto, bisogna aprire gli occhi e agire con prontezza. Il Green Deal europeo è un faro di civiltà nel mondo. Adottarlo sarebbe già un risultato!
Per diventare sostenibili, inseguiamo la felicità! Lo pensi anche tu? Puoi continuare a leggere la Rubrica Sguardi Inclusivi a partire da: Rigenerare i territori per rigenerare le comunità
Un'avventura a Napoli con Fondazione San Gennaro
Fondazione Cattolica ha scelto di premiare i ragazzi, vincitori delle due edizioni del premio "Giovani di Valore" con un viaggio formativo ed esperienziale. La nostra meta? Alla scoperta di Napoli dal 25 al 27 gennaio 2024. Un'occasione unica per scoprire le imprese sociali, le attività imprenditoriali partecipative, vivere momenti culturali, godere di pranzi conviviali e molto altro ancora.
La Fondazione San Gennaro
Il nostro viaggio è organizzato in collaborazione con la Fondazione San Gennaro, un'organizzazione nata per rispondere alle esigenze del territorio, specie del Rione Sanità. La Fondazione promuove la cultura del dono, la cooperazione tra le persone, lo sviluppo economico e l’impegno per contrastare la povertà educativa, sociale, economica e spirituale attraverso progetti d’impresa. Finora, ha raccolto 3,5 milioni di euro di fondi e ha seguito più di un milione di persone.
Perchè questo viaggio
L'innovazione e lo sviluppo sono concetti interconnessi che svolgono un ruolo chiave nella costruzione di una società sostenibile e prospera. L'innovazione alimenta lo sviluppo e, allo stesso tempo, lo sviluppo crea l'ambiente favorevole all'innovazione. In questo viaggio scopriremo come si può innescare un cambiamento che, partendo dal basso, recuperando talenti e beni del territorio, genera impresa e futuro!
Il nostro itinerario
Durante il nostro viaggio avremo l'opportunità di scoprire diverse realtà locali che stanno lavorando per creare un futuro migliore. Ecco una panoramica delle tappe che ci aspettano:
- Giorno uno. Giovedì 25 gennaio: inizieremo il nostro viaggio con la scoperta della Fondazione San Gennaro e delle sue attività. Successivamente, avremo un incontro formativo con “Comunità energetiche” e con “ReMade Communityalab”. Dopo aver fatto il check-in al “B&B del Monacone” e aver ascoltato la storia dell'esperienza, avremo un incontro con Padre Gigi Calemme e visiteremo il Presepe Favoloso. La giornata si concluderà con una cena alla Locanda del Monacone.
- Giorno due. Venerdì 26 gennaio: il secondo giorno del nostro viaggio inizierà con una visita alla "Fattoria Sociale Fuori di Zucca" a Lusciano. Nel pomeriggio, visiteremo il Museo di Pietrarsa e avremo un incontro a Villa Fernandes.
- Giorno tre. Sabato 27 gennaio: nel nostro ultimo giorno, visiteremo le Catacombe di Napoli, scopriremo il Rione Sanità, visiteremo il Museo Jago e incontreremo la cooperativa “La Sorte”. Dopo un saluto finale, concluderemo il nostro viaggio.
Noi siamo pronti per l'avventura. Non vediamo l'ora di offrire questa splendida opportunità ai prossimi premiati per creare una rete di giovani intraprendenti che miglioreranno il nostro









