Sogni grandi, cambiamenti importanti. La storia di Andrea

Sogni grandi, cambiamenti importanti. La storia di Andrea

La rubrica Persone che fanno la differenza, si arricchisce con la storia di Andrea Boccanera fondatore e presidente di Onlus Gulliver, un’organizzazione non profit operante a Pesaro per creare una comunità dove è bello vivere!

Tu sei matto!

Andrea se lo sente ripetere da quando è ragazzo. Eppure oggi a lui non pesa. Ha compreso che per la gente sei “diverso” quando sei un sognatore testardo. Loro hanno paura di rischiare. Lui invece crede. Crede nella possibilità di fare e di riuscire!

Andrea è un bambino e cresce tra sport e amicizie. Vive in una famiglia semplice che dà valore alla cura per gli altri e lo educa alla responsabilità. Andrea guarda tutto, ascolta anche di più. E sente che la vita vale più di un cartellino timbrato.

Percepisce la fatica e l’ansia di sua madre a cui la fabbrica toglie anche il diritto di andare al bagno. C’è fretta di produrre-avere-accumulare e la macchina non si può fermare. Ha solo 14 anni e della vita non capisce niente. O forse ha già capito tutto: in un sistema che punta tutto al “produci e consuma” lui non ci sta.

Vuole cambiare il mondo. Come ancora non sa. Si avvicina alla politica, fa amicizia con un senatore, diventa segretario della sezione di un partito. Andrea pensa di avere trovato la sua via ma è un’illusione. Lui balbetta e per questo mestiere è un limite. Quando gli dicono “non provarci più” sta male. Poi però capisce.

Non è il personalismo a dare forza all’azione ma l’idea a cui tendi. Allora non ha importanza stare al microfono, in prima fila o portare la borsa: quando abbracci un pensiero lo porti avanti. Perché fare dona più ricchezza delle cose!

Andrea si immerge nel volontariato. I suoi amici non lo capiscono “passi tutto il tempo là” gli dicono. Certo, perché in quel “là” Andrea si sente vivo. Ha 20 anni e l’incoscienza di chi crede che con la buona volontà tutto migliora…come in Jugoslavia dove c’è la guerra e quei campi profughi che lo aspettano.

Ci sono donne e bambini. Gli uomini li hanno già uccisi. Andrea vede l’assurdità di soldati che ricevono  benedizioni ma poi sparano a morte lasciando il silenzio della sofferenza dietro di loro. Non c’è Dio. Non c’è umanità. Andrea pensa a casa, ai suoi amici intenti a parlare di calcio e belle ragazze. Gli ribolle un fastidio dentro che esplode in una domanda: dov’è la vita vera? Dove è la vita che vede spendersi dai volontari in quel luogo di dolore?

Diventa operatore tecnico del 118. Un adulto con dei figli che vuole far crescere nella bellezza. Ma bellezza è un parole per edifici decadenti e il cemento che li circonda. Allora parla con altri genitori, attiva raccolte fondi e si crea un gruppo di persone intente a pitturare pareti, coltivare piante, rendere la scuola e l’ambiente circostante un luogo accogliente.

L’associazione Gulliver nasce da un bisogno di pochi e diventa presto la risposta per molti: corsi nelle scuole, inclusione migranti, recupero vecchi oggetti, lavoro per chi in difficoltà e mantenimento aree giochi. Andrea gioca tutto sè stesso per la comunità e la gratuità. Supera la diffidenza dalla gente eppure sente che ancora manca qualcosa.

E lo capisce solo quando incontra due uomini che portano lo stesso nome e che spostano l’attenzione della ragione al sentimento. Il mondo che vuole non è più un sogno piccolo. Può diventare un sogno grande per fare bene a qualcun altro! Andrea non si sente più solo.

Oggi quando gli danno del “matto” Andrea sorride. Ha imparato a credere ai sogni e a costruire senza paura. Gulliver sfama 430 famiglie ed è un riferimento per 650 nuclei che non devono preoccuparsi di comprare vestiti. Un riferimento dentro e fuori Pesaro, un’associazione fatta di 250 persone, 50 collaboratori e 300 tirocini attivati all’anno.

“Sono una persona normale con le rate da pagare! Per cambiare il mondo non ci sono super poteri. Solo l’impegno di chi ricerca un senso!”

Lui è Andrea Boccanera, un uomo che fa differenza

Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere la Rubrica con la storia di Maria Teresa.


Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero

Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero...

La rubrica “Giovani Speranze” si arricchisce con la storia di Claudio Vitale, 27enne, responsabile organizzativo e del personale di Una casa anche per te, che nella vita ha deciso di prendere alla lettera l’invito di Papa Giovanni Paolo II “Giovani, prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!”

Da bambino mi vedevo in giacca e cravatta. Sognavo di diventare un manager. Chissà poi cosa mi immaginavo facesse un manager. Mi piaceva l’idea di essere elegante, di scendere dalla mia nuova e scintillante macchinona, di avere un ufficio galattico. E invece…

Eccomi qui con carte da visionare, conti da controllare, progetti da creare. Con le scarpe comode e l’agenda stracolma di appuntamenti perché per ogni bambino e ragazzo che vive in casa d’accoglienza si moltiplicano bisogni, impegni e appuntamenti. Quindi corro!

Non è stata una scelta facile. Perché non è facile farsi scivolare addosso le aspettative sociali. Guadagnare bene, essere figo, avere successo, diventare importante…ma importante per chi? Quando giro la sedia della scrivania e vedo il disegno che mi ha fatto Luisa comprendo. “Ti voglio bene, per sempre!” mi ha scritto. Lei che è solo una bambina ma sa già cosa conta davvero!

Il tempo, la presenza, il fare con e per gli altri. Una casa anche per te è un micro-cosmo. Un po’ perché i ragazzi sono italiani ma anche africani e arabi. Un po’ perché ci sono più culture, religioni, usanze. Un po’ perché i più piccoli vanno elementari e i più grandi sono poco più che maggiorenni. 

Arrivano dai barconi o dalla tratta dei Balcani. Da soli. Arrivano dai tribunali che li hanno allontanati dalle famiglie d’origine italiane per proteggerli. Hanno fame di riscatto, di dare aiuto, di diventare qualcuno. E io penso alla frase di Papa Giovanni Prendi in mano la tua vita e fanne un capolavoro…

L’ho capito dopo 3 anni di Economia che non mi basta la sterilità dei numeri. Io avevo bisogno di stare con le persone. Di creare per dare futuro. Da volontario ho imparato che quando dai cresci sempre insieme all’altro. Così mi sono lanciato negli studi di cooperazione internazionale. Volevo partire ma poi…

È la vita che ti chiama! A me ha bussato la porta e mi ha fatto conoscere questa realtà. Che è una casa di accoglienza ma anche un luogo di crescita e di lavoro per i ragazzi. Qui ho sentito che c’era tutto il mondo di cui avevo bisogno e che io sarei potuto essere un pezzo di mondo per loro. Così mi sono fermato.

Solo geograficamente però! Perché ogni giorno è una nuova avventura! Imparo, progetto, metto in gioco me stesso perché la vita dei minori che incontro si trasformi in un capolavoro. Sai quando ti chiedono “Che lavoro fai?”. Ecco, bene bene non so cosa dovrei scrivere nel mio cv. Ma sai quale è la verità?

Per ora non mi importa…

Sono nel luogo giusto che mi chiede di essere Claudio prima di tutto!

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Arianna, 26 anni e la domanda che le ha cambiato la vita

Arianna, 26 anni e la domanda che le ha cambiato la vita

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Arianna, giovane impegnata nella comunicazione della cooperativa Sophia di Roma, da sempre alla ricerca di ciò che può far fare la differenza alle persone.

La casa con il giardino. Io sono una ragazza che sogna la casa con il giardino. Ma attenzione: non intendo quella classica da ultimo urlo per le riviste d’arredo! Me ne piace un altro tipo e per capirlo c’è voluto del tempo…

Sai cosa succede quando a scuola te la cavi bene? Puoi fare tutto. Io ho sempre voluto capire il mondo e le persone. I miei mi hanno detto Fai il meglio che puoi e così mi sono iscritta: Economia e Marketing. Ti stai chiedendo perché? Me lo sono chiesta molte volte anche io.

Io ci stavo stretta. Sentivo che non era il mio ambiente perché mi sembrava tutto improntato al successo, all’efficienza, alla velocità. Così ho deciso di lasciare. Ma poi è arrivato “il senso del dovere”, il “quando inizi le cose le devi portare a termine”, il “non puoi fallire!”.

Ci stavo e non ci stavo, vivevo senza crederci e mi è cresciuta lentamente la sensazione di cadere nel vuoto. Così ho preso un aereo e sono volata in triennale a Dublino. E finita la magistrale in un mese mi sono trasferita a Parigi per lavoro. Mi serviva, certo ma per cosa?

Forse per crescere. E per farmi appassionare ancor di più delle persone. All’estero conosci storie incredibili e io volevo entrare nella profondità di ognuno. Però ho anche capito una cosa: avevo un irrisolto. Lavoravo nel mercato del design per il lusso. Amavo il mio lavoro: studiare le persone e per loro trovare le soluzioni perfette. Eppure…

Quella sensazione di vuoto non spariva. Mi sembrava di perdere il mio tempo. Così quando mi è capitata tra le mani la domanda immagina di essere morto, cosa lasci? mi sono sentita spiazzata. Cosa lascio? Ero diventata una dipendente, come quelle che vedevo in metro al mattino da studentessa e dentro di me dicevo “No, io non voglio diventare così. Io voglio osare!”

Ma osare per diventare chi? Mi sono presa del tempo, sono tornata a Roma, mi hanno detto “Chiama Federica, lei ti aiuterà a capire”. E lo ha fatto. Sono entrata nell’impresa sociale Sophia solo per vedere. Al tema “migrazioni” ero sensibile tanto quanto tutti coloro che dicono sì all’accoglienza e all’aiuto, niente di più. Mica sapevo di Sophia, del lavoro di sensibilizzazione svolto nelle scuole italiane e africane, dei progetti di formazione e integrazione lavoro…

L’aria diversa l’ho percepita subito. Mi sono sentita libera, serena, appagata. Mi sono sentita di poter essere me stessa. Così di guardare e basta non ne sono state capace. Ho iniziato a scrivere progetti con i ragazzi e poi post, articoli, news.

I ragazzi mi hanno insegnato che c’è un modo diverso di vivere il lavoro. Di fare e di essere. Mi ci è voluto tempo per capirlo. Ma adesso so che il giardino della mia casa non è quello delle copertine. È quello affollato e pieno di gente con cui si costruisce il futuro!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica #giovanisperanze a partire da Christian


Uomini che fanno la differenza: don silvio pasuqali

"Il Bene? Non ha colore nè bandiere. Solo umanità" storia di Silvio, don Silvio.

La rubrica Uomini che fanno la differenza, si arricchisce con la storia di Silvio Pasquali, prete, motociclista e uomo libero che nel desiderio di "fare il bene" ha trovato la sua missione

Silvio è un bambino come tanti. Vive a Bobbio un paese in cui tutto è normale.

Il rombo della moto di suo padre vivacizza la tranquillità locale e lo conquista sin da piccolo. Cresce e monta in sella per andare oltre quelle vie che a volte riconosce a stento.

La droga infatti è entrata in paese in punta di piedi ma in poco tempo fa vivere a Silvio le sue conseguenze. Un amico, due amici…la droga non ha pietà e così man mano che aumentano le vittime Silvio inizia a chiedersi: perchè loro sì e io no?

Correndo con le sue domande sbatte incontro a chi gli cambia la vita. A Silvio sembra che questo Gesù voglia dirgli qualcosa e decide: chiude la moto in garage ed entra in seminario. Per gli amici dell’oratorio è un pazzo, anche un po’ sfigato. Per tutti gli altri un coraggioso. In realtà Silvio è un solo un ragazzo in cerca di tante risposte.

Diventa prete giovanissimo e in oratorio si inizia a vedere una moto parcheggiata. Un prete con la moto? Le voci circolano ma a Silvio non importa. Lui è nato libero e libero vuole restare soprattutto ora che la moto gli ha dimostrato che il Bene non ha colore né bandiera.

Non che frequentare i moto club per un prete sia una passeggiata. Ma a Silvio piace. Ci sono persone così diverse da quelle che è abituato ad incontrare. Alcune sono talmente impegnate in opere di bene che viene voglia di fare anche a lui. “Posso unirmi?” chiede sentendo parlare di un viaggio in Medio Oriente e nessuno ha il coraggio di dirgli di no.

Tutto è diverso: odori, suoni, colori. Ma gli occhi degli uomini che desiderano fare il Bene brillano della stessa luce in qualsiasi angolo della terra. Per questo insieme agli amici motociclisti Silvio fonda Raid for Aid viaggiare per Bene, l’associazione che promuove pace e solidarietà sostenendo progetti nel mondo.

Scuole e ospedali, assistenza e istruzione: l’associazione punta al futuro delle giovani generazioni. Organizza moto raduni per raccogliere fondi e poi si parte. Palestina, Africa, America Latina… 11 viaggi fatti di condivisione della notte con le stelle, pasti saltati e accoglienza tra persone umili che aprono la mente e fanno trovare a Silvio risposta alla sua domanda.

È La strada il suo mondo, la sua missione. Anche a Piacenza.

Nella parrocchia di San Lazzaro Silvio esce dal clericalismo che ingessa la Chiesa. Lavora con psicologici, educatori e volontari. Vuole intercettare quei ragazzi che sembrano brancolare nel buio in cerca di un po’ d’amore. Perché lui l’ha capito: la vita è amore, amore che può salvare!

Organizza laboratori, incontri gratuiti con terapeuti e attività educative. La sua parrocchia non lascia fuori nessuno e diventa un punto di riferimento per la Provincia e la Regione, anche per quanti affrontano fatiche in silenzio per paura di sentirsi giudicati.

Mente aperta e cuore leggero. È così che don Silvio sogna la Chiesa e così offre il suo servizio per il benessere della comunità.

“In Africa porti vestiti e medicine. Qui non c’è bisogno di portare vestiti ma di salvare le vite sì. Quell’azione di bene vale lì quanto qui”

Lui è Don Silvio Pasquali, un uomo che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Leggi le altre della rubrica partendo da Samantha!


Christian, da marinaio a psicologo per aiutare gli altri

Christian, da marinaio a psicologo per aiutare gli altri

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce della storia di Christian, 27enne ligure, che nella vita ha abbracciato strade diverse fino a capire sulla sua pelle che star bene e far star bene gli altri è il più gratificante dei lavori.

A 15 anni pensavo che mai nella vita sarei diventato psicologo. Un po’ perché stare con chi soffre mi dava i brividi. Un po’ perché ero stanco di studiare già dopo i primi anni di liceo. Per questo ho cambiato scuola e ho preso il diploma come perito meccanico. Eppure quel lavoro non mi piaceva neanche un po’. La mia passione era il mare e lì volevo stare!

Ma ti immagini un marinaio sempre in viaggio? Sulla barca a vela o uno yatch? Con il sole sempre in fronte e solo con i suoi pensieri? Per me non c’era niente di più bello. Così ho lavorato sodo per prendere il libretto di navigazione e poi ho salpato l’ancora.

Per chiunque la mia vita era fichissima. Peccato che ero solo e dopo due anni di navigazione, pulendo i gabinetti, mi sono trovato a chiedermi “Davvero vuoi che la tua vita sia questo?”. E lì ho capito: non per forza la vita deve essere ristretta a una sola passione.

 “Si ma, cosa voglio fare?” mi chiedevo. Ho iniziato a fare il commesso, il cameriere e pure rivenditore di spiedini ma non capivo. Da mio padre ho imparato che quando hai delle paure le devi affrontare. Testa alta, un passo alla volta.

Ho scelto la psicoanalisi. Volevo mettere un punto al mio vagabondare, alle mie sofferenze emotive. Volevo dare un futuro alla mia relazione d’amore e smettere di scappare.  E pensare che c’è ancora chi dice “lo psicologo serve solo ai matti!”.  Lo sai cosa è successo? La relazione d’aiuto mi ha conquistato!

Mi ha dato uno sguardo nuovo che ha scatenato in me la necessità intima di stare bene e di far star bene gli altri. E alla fine l’ho fatto, mi sono iscritto a Psicologia, mi sono laureato e come sempre mi sono trovato a fare un lavoro davvero unico.

L’investigatore! Andavo a lavorare in camicia, ero un responsabile, i clienti mi chiamavano dottore. Wow! Cosa vuoi più di così? C’era che io cercavo davvero qualcosa di più e quel di più per me sono le persone.

Di cooperative non sapevo nulla fino a quando non sono arrivato in Lindbergh. Entrare al Centro Nuovo Volo è stato forte. Mi sono spaventato. Ho sentito gridare. Per la prima volta sono entrato in contatto con la disabilità. E ho avuto paura. Ma di cosa?

Qui ho scoperto che ci sono persone e non etichette. Che i modi di comunicare e usare il corpo sono forme di linguaggio. Che c’è chi ride e chi per ridere grida. La disabilità, anche quella grave, offre un modo di vedere il mondo che è puro. E io per la prima volta mi sono sentito grato. Perché loro mi trasmettevano benessere. Perché io posso contribuire al loro benessere.

In poco tempo ho compreso come si cresce insieme agli altri. E ho capito che quando aiuti le persone a stare meglio, a loro volta diffondono benessere. Un po’ come un contagio di Bene e sai cosa? Io voglio essere parte di questa onda infinita.

Christian Valdettaro, 27 anni – Cooperativa Lindbergh La Spezia -

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della rubrica #giovanisperanze partendo da Valentina e Federica


Donne che fanno la differenza Samantha

“Tutto è inarrivabile fino a quando non ci provi” la storia di Samantha

La rubrica Donne che fanno la differenza, si arricchisce con la storia di Samantha Lentini, Presidente dell’associazione La Rotonda, una donna capace di guardare dentro alle persone per permettere loro di realizzare il meglio che possono.

Samantha è una bambina con un sogno: diventare ballerina. Osserva alla televisione le movenze delle showgirl e si proietta tra pailettes luccicanti. Ma il suo desiderio resto schiacciato dal peso della frase Sei troppo cicciottella per la danza. È uno schiaffo silenzioso quello che la ruota verso lo specchio e la fa sentire come il protagonista della sua storia preferita: un pulcino zoppo.

I giudizi esterni riducono il sogno in polvere ma accendono qualcosa dentro di lei. A Samantha non piacciono le ingiustizie. Quando i bulletti deridono i più deboli, lei interviene. Sviluppa un carattere forte che indossa come una corazza per proteggersi da quei Non sei… che nel profondo la fanno sentire inadeguata. Diversa.

Per questo ha paura della disabilità. Ha paura di riconoscere nelle fragilità altrui le proprie. Ma ha la testa dura Samantha, e quando le cose la spaventano vuole vederle da vicino. Così a 16 anni, apre la porta di un centro disabili e senza saperlo, sono proprio le imperfezioni a cambiarle la vita.

Per la prima volta qualcuno guarda oltre la sua corazza. Tu hai il fuoco dentro le dice Teresa. Ed è lì, in mezzo a quelle persone che Samantha capisce. Lei non sarà mai come suo fratello; non sarà perfetta per la danza, non vivrà mai l’infanzia da sogno che avrebbe voluto ma lei è Samantha. E va bene così come è.

Sperimenta che la vita è una questione di sguardi, fiducia e responsabilità. Anche lei vuole accendere la luce che sta nascosta nelle persone. Per questo sceglie di diventare educatrice e indossa scarpe comode per camminare in salita. Le stesse che porta quando và a Baranzate a conoscere un uomo.

Baranzate è un quartiere periferico di Milano abitato per il 35% da migranti. Ci sono vite appese. Talenti inespressi. Opportunità sprecate. Don Paolo ha fondato La Rotonda per non lasciare indietro nessuno. È un contenitore ricco di sogni che ha bisogno di una persona per realizzarli. Eppure non le chiede nulla. In lei ha già visto tutto ma non ha certezze da offrirle.

È il 2014, Samantha ha due figli e un lavoro sicuro. Ma ha anche un conto in sospeso con i sogni da realizzare. C’è un potenziale nascosto tra le vie di quel quartiere. Così si affida e inizia a progettare la sartoria sociale “Fiori all’Occhiello”. Quando vede che funziona e come cambia la vita di quelle persone, inizia a correre.

Samantha studia economia, legge, amministrazione e anche edilizia. E progetta, tanto. La Rotonda cresce insieme ai progetti che la compongono come il dopo scuola, l’emporio, l’housing sociale… Baranzate diventa la sua seconda casa e rumeni, albanesi, egiziani i suoi fratelli.  4.500 persone, 30 operatori e 100 volontari.

È un mondo libero, rispettoso e autentico quello della Rotonda. Don Paolo non ha dubbi: senza Samantha non sarebbe stato uguale, per questo le affida la presidenza. A Baranzate, lo sguardo che accende il valore della persona prende forma e si traduce in famiglie grate, portatrici di un messaggio dirompente: le fragilità sono solo un punto di partenza.

Lei è Samantha, una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Continua a leggere la Rubrica dedicata alla persone che fanno la differenza, come Antonio!


Storia di due sorelle che hanno scommesso sul futuro

“Ma chi ve l’ha fatto fare?” storia di due sorelle che hanno scommesso sul futuro

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce della storia di Valentina e Federica, due sorelle, che hanno scelto di dedicarsi al futuro di chi vive la disabilità.

Quando doveva nascere ero contenta. Avevo una sorella, sai che bello avere anche un fratello? Mi immaginavo di coccolarlo e rincorrerlo. Di giocare insieme e anche litigare. Ma mio fratello non è nato come lo avrei voluto io. Lui era lui e le mie aspettative sono volate fuori dalla finestra.

Giò ha un ritardo cognitivo grave. Eppure non è stato il suo modo di essere a farmi capire cos’è la disabilità. Sono stati gli altri. Vedere mamma e papà sfiniti. Sentirsi gli occhi addosso se al ristorante arriva una crisi. Preparare i tuoi amici prima di farli entrare in casa…

Giò non è come noi. Eppure…

Lui ci ha portate a vivere fuori dagli schemi. Ha sviluppato la nostra sensibilità. Ci ha fatto capire che la vita bisogna riempirla, impegnandosi per qualcuno, per darle senso. Non la si può vivere stando sul divano!

Per questo ho deciso di laurearmi, di viaggiare, di fare l’insegnante per trasmettere la mia passione agli studenti. Nonostante fossi appagata, avessi un posto sicuro e ben retribuito sentivo un vuoto dentro. Mi mancava qualcosa.

Ho fatto ostetricia perché volevo essere utile. E lo ero, ma ho capito che era solo un lavoro quando ho iniziato a dedicarmi ad una pizzeria che fa inclusione lavorativa. Crescevo e imparavo insieme a ragazzi in difficoltà. Ed era lì che mi sentivo bene. Non in ambulatorio.

Poi c’erano i pranzi della domenica e tra un piatto e l’altro, in casa sognavamo. Mamma è un vulcano di idee e papà da vero imprenditore trasforma parole in fatti. Volevano migliorare la vita dei tanti Giò e delle loro famiglie. E noi abbiamo iniziato ad immaginare con loro. Lo facevamo così intensamente da arrivare al lunedì a scuola e in ambulatorio chiedendoci è davvero questo il nostro posto?

Saremo capaci di farlo? Noi siamo diverse, a tratti opposte, ma nel sangue circola lo spirito imprenditoriale e solidale dei nostri genitori.  E poi abbiamo lo sguardo orientato nella stessa direzione. Così ci siamo prese per mano e ci siamo lanciate verso il futuro.

Il nostro cuore è qui a OpenHouse. È nelle carte da compilare, in mezzo ai campi, nei laboratori. È nella paura di sbagliare e nell’entusiasmo del fare. E’ negli occhi che ci brillano e nelle mani indaffarate di chi sta cambiando affinchè tutti possano godere della pienezza della vita.

A OpenHouse siamo felici. Abbiamo abbracciato la diversità. Abbiamo scelto un futuro bello per Giò, per chi non lo credeva possibile e persino per noi.

Valentina Sorce, 30 anni – Presidente Fondazione Giò

Federica Sorce, 27 anni – Presidente Cooperativa Sociale Giò

Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere la rubrica con la storia di Luca


Ellena Bontorin giovanisperanze

Ellena, 27 anni e la vocazione che sconfigge l’indifferenza.

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Ellena Bontorin, 27enne vicentina che crede nell’impegno sociale e civile delle giovani generazioni!

Ero una bambina timida con un nome raro. Ellena deriva dal greco: protettrice dell’uomo, luce splendente. Capirai bene che rimanere nel comfort dell’anonimato per me era impossibile. Così ho imparato a tirare fuori la grinta.

Dico sempre “Contano più i fatti delle parole” se vuoi qualcosa non puoi aspettare che accada… devi agire! Dopo 5 anni di scuola potevo già lavorare. Però ho scoperto che mi annoiavo a stare in ufficio, a me serviva stare con la gente. Ma cosa potevo fare? Ed è stata una famiglia ad aprire la porta del mio futuro.

Io e il disturbo autistico all’inizio non ci siamo capiti. Guardavo quel bambino e mi sentivo messa all’angolo. Io sono una persona socievole e parlo, tanto! Ma con quel bimbo ero come trasparente. Dovevo cercare un nuovo linguaggio.

Ho imparato ad ascoltare i silenzi e a leggere dentro gli sguardi. Non ci sono modi unici per entrare in sintonia con l’altro. L’autismo ti sfida, perché non è facile ricominciare sempre in modo nuovo. Ma quando riconosci l’essenza dei bambini, non puoi farne a meno!

Ho studiato psicologia ma sono diventata educatrice. Ed è la mia vocazione! Lo dico a voce alta è E’ LA MIA VOCAZIONE perché non è solo lavoro. Il carico emotivo me lo porto a casa, continuo a formarmi, sono interessata a scoprire novità, studio e cerco ciò che può migliorare il loro futuro.

E sai cosa? Non mi pesa. Nemmeno lavorare il weekend perché condivido i progetti, vedo i risultati dei ragazzi che seguo a Càleido e capisco che il mio esserci ha un senso. Per loro, per me, per le famiglie.

Questo non significa che sia semplice. Quando un bambino vive un periodo no, a me fa male perché posso solo stargli vicino. Non ho il potere di attenuare la sua crisi, i pianti o le urla. Posso solo accogliere la sofferenza e attendere con pazienza.

Mi affeziono ai bambini e alle loro famiglie. Entro in un’intimità fatta di gioie, condivisioni, debolezze e difficoltà. Io mi sento responsabile nei loro confronti perché non si possono abbandonare le persone al loro destino.

Forse è per questo che ho iniziato a fare politica. Io credo nella comunità che si prende cura e mi impegno perché l’educazione giovanile, l’impegno sociale e civile dei ragazzi, il futuro delle persone con disabilità non resti un problema di pochi ma diventi una risposta di molti.

Vivo giornate di 24 ore con un’intensità totale. Perché quando sei educatore lo sei sempre. Ma la sai una cosa? Magari a qualcuno potrebbe pesare. Invece io penso proprio di avere trovato la mia felicità.

Ellena Bontorin, 27 anni, Vicenza.

Ti piace questa storia? Puoi scoprire altri racconti della rubrica #GiovaniSperanze partendo da Nicholas


Donatella: la donna che crede nelle vite aggiustate non in quelle perfette

Donatella: la donna che crede nelle vite aggiustate, non in quelle perfette!

Un viaggio, la presa di coscienza, il desiderio di creare un mondo nuovo senza uomini perfetti. Il sogno di Dona piano piano diventa realtà quando comprende che chiunque può diventare sostegno e cura per l'altro

Dona è una bambina che non immagina il futuro. Intorno a lei palpita la sofferenza di una famiglia toccata dal dolore. Le basta allungare la manina per sentire il freddo della malattia che è vorace e sembra non arrestarsi mai. Capisce troppo presto che la vita va’ e viene ma in questo flusso incontrollabile Dona fa l’unica cosa che può: semina gioia.

Cresce insieme ai libri. C’è qualcosa di magico nei racconti, nella vita che prende forma. La sua passione si trasforma nella sua laurea. Sceglie Lettere, la socio-linguistica l’affascina e sempre più si trova a chiedersi quale è la mia Parola? Cosa voglio lasciare sulla terra? Ha 24 anni, prende un aereo e intraprende il viaggio che le cambia la vita.

Il Ruanda è come dinamite: fa esplodere le certezze che Dona porta con sé. Lavora per sviluppare comunità rurali con donne violate durante il genocidio del 1994 e con le vedove. Le storie che incontra la spogliano da ogni pregiudizio. Scende dal pulpito dei giusti, sente che la vita degli altri la riguarda, comprende il dono dell’esistenza e la sua responsabilità.

Le vite aggiustate sono più belle di quelle perfette. Torna a casa con la voglia di creare un abitare più umano per tutti. Ce n’è bisogno perché la povertà a Lucca è cambiata. Non riguarda solo persone che ereditano l’esclusione sociale o che inciampano in percorsi compromettenti. Alla Caritas iniziano ad arrivare famiglie con figli a carico e giovani. Lavoratori poco tutelati e precari. Mentre lei diventa Direttrice dell’ente bussano donne in difficoltà e perfino qualcuno tra i suoi compagni di classe. 

È uno shock ma ancora una volta, dall’incontro con l’altro, Dona capisce che non esistono confini alla povertà. Come una malattia che agisce nel silenzio, prende la vita delle persone, le isola e allontana. Ma Dona sente che può fare qualcosa. Può costruire nuove comunità non più formate da forti, perfetti e da uomini che credono di essersi fatti da soli. Vuole cambiare il mito fondativo: la cura l’uno dell’altro, il sostegno, la solidarietà reciproca sono la chiave.

Ma Dona ha 30 anni. È una donna in un mondo da sempre governato da uomini. Voglio parlare con il Direttore, quello vero! le rispondono quando si presentano alla sua porta. E Dona è impegnativa: vuole abbandonare l’assistenzialismo per favorire l’accompagnamento e la promozione, vuole costruire alleanze territoriali per guardare il bisogno della persona nella sua interezza. Vuole cambiare le abitudini.

Inizia così a stare sulla soglia, pronta ad accogliere e ad andare incontro. I sorrisi e le parole capaci di far rialzare sempre scaldano più degli abbracci. Il suo modo di fare diventa contagioso. Si forma una squadra e insieme lavorano per tutti. Nascono cooperative agricole di comunità come Calafata, cooperative artigiane per favorire l’economia circolare e il riuso solidale come La Nanina. Caritas partecipa alla nascita di Fondazione Casa Lucca per offrire percorsi di accoglienza e iniziative di social housing a chi altrimenti si troverebbe in strada. Lottano per contrastare la povertà educativa, specialmente dei bambini perché sono proprio loro la garanzia democratica del futuro.

In Caritas Lucca con Dona si creano luoghi, spazi e tempi in cui le persone riscoprono il significato della bellezza. Quella propria e degli altri. Ci vuole pazienza per sollevare la polvere e far brillare la luce che ognuno porta dentro de sé. Ma Dona non ha fretta perché “quando capisci che il cambiamento dipende anche da te, sai che nessuno è mai del tutto perduto e c’è sempre una speranza nascosta che conta più della disperazione evidente.”

Donatella è una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere anche quella di Manuele e di un centro speciale!


Giovani Speranze

"La naturale percezione della diversità" - storie di Giovani Speranze

Si apre la Rubrica #GiovaniSperanze dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.

Quando ho finito le scuole superiori non ero certo di niente. Ho scelto Lettere perché mi piaceva scrivere. Ma sono bastati pochi mesi per capire che non era la mia strada. Ero stanco. Senza energie. Non trovavo soddisfazione in niente e non avevo stimoli per continuare.

A 20 anni mi sono rassegnato all’idea che avrei vissuto una vita facendo un lavoro perché lo dovevo fare. Mi sarei dovuto accontentare, accontentare di me perché io non riuscivo a trovare il mio posto. Credere che tutto sia finito prima ancora di iniziare è penoso. Per fortuna però è successo…e le cose sono cambiate.

Mi hanno detto “Prova, cos’hai da perdere?” e non avevo nulla da perdere. Così ho iniziato a fare il volontario alla Vale un sogno, una cooperativa di San Giovanni Lupatoto che lavora con la disabilità intellettiva e con la Sindrome di Down per permettere a tutti i giovani di costruirsi un futuro. All’inizio facevo cose piccole, anche marginali, eppure mi veniva voglia di tornare. Ho messo il naso qua e là, in meno di un anno mi hanno offerto un posto. In produzione.

Hai presente la sensazione di essere nel posto giusto? Io la provo stando qui. Mi occupo della produzione e gestisco progetti. Si, sono una figura ibrida ma mi piace esserlo. Mi piace riconoscere la fluidità dei ruoli, mettermi a disposizione, migliorare e migliorarmi.

Lavoro per qualcosa di realmente importante. Lavoro per trovare metodi, prodotti e soluzioni che mettano a sistema il valore umano e professionale delle persone con disabilità. Perché creano cose belle e interessanti. Perché anche con le loro fragilità attivano produzioni e risultati che hanno un effetto sul mondo.

Il mio di mondo, per dire, è rinato. Con la loro spontaneità mi hanno insegnato a scalare di marcia, a fare ragionamenti più semplici ma non per questo meno importanti. A riscoprire le piccole cose e a cogliere il senso autentico delle cose. Loro sono il mio carburante, la motivazione che fa scendere dal letto e superare gli ostacoli anche nei periodi più complessi.

Lavorare in cooperativa rinnova le energie. Chiede tanto ma dà tanto. Facciamo cose che sembrano irrealizzabili e a ben guardarle forse un po’ lo sono. Pochi decenni fa le persone disabili nemmeno le vedevi in giro. Adesso sono protagonisti della loro vita.

Ma io non mi fermo qui. Non mi fermo fino a quando agli occhi della gente la disabilità diverrà parte della normalità, senza quei “ma” senza quei “se” che infrangono il valore della capacità di chi lavora insieme a me. Perché sono persone come me. Sono lavoratori come me.

Michele Spiniella

29 anni – cooperativa sociale Vale Un Sogno VR


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