Saggezza gentile

La saggezza gentile. Per imparare a pensare e sentire con “la giusta misura”

Di fronte al disorientamento del vivere dell’essere umano di oggi, talvolta incapace di gestire e tradurre in parola le proprie pulsioni, che spesso generano violenza, la saggezza gentile è un movimento del pensiero che può educare le nostre menti.

Questa è la via indicata da Beatrice Balsamo, psicanalista, filosofa della persona, studiosa di Etica, Comunicazione, Cinema, Presidente di APUN e non ultimo Cavaliere dell’Ordine Al Merito della Repubblica Italiana. Mercoledì 17 febbraio ha presentato il suo ultimo libro “La saggezza gentile. In una scia di parole”, alla Libreria Feltrinelli di Verona, introdotta dal dottor Adriano Tomba, Segretario generale di Fondazione Cattolica.

Ci conosciamo da alcuni anni: Fondazione Cattolica infatti dal 2019 accompagna MENS-A, un evento ideato dall’associazione APUN e giunto all’ottava edizione. Un festival che propone incontri, conferenze e laboratori nel territorio dell'Emilia Romagna, gratuiti e aperti al pubblico, per approfondire il tema del welfare culturale e sociale. Occasioni che fanno della Cultura uno strumento di comunicazione e dialogo fra gli uomini e la società.

Perchè la saggezza gentile?

Perché la phronesis, come la chiamavano gli antichi, l’educazione delle menti alla saggezza gentile, nelle scuole, nelle famiglie, nella vita di tutti i giorni, può essere il vero antidoto alla violenza dei nostri tempi e ha dunque un fortissimo impatto sociale.

La via indicata da questo libro ci porta infatti a trovare un’origine strutturale e non solo culturale alla violenza cui assistiamo in ogni ambito. Secondo Beatrice Balsamo questa violenza, che fatichiamo a comprendere, è un’’ “incandescenza distruttiva” figlia di un “narcisismo maligno”, prendendo in prestito termini cari alla psicologia di Lacan. Una forza che elimina ciò che non riesce a conformare, ciò che è diverso, fragile. Un narcisismo che distrugge l’alterità, come la figura di Caino. Che ammette solo rapporti fusionali, simbiotici, come il Narciso del mito.

 Ed effettivamente come non riconoscerlo ad esempio nelle morti di tante donne che chiedevano separazione, emancipazione, che hanno posto opposizione al volere di uomini che con rigido pensiero non hanno saputo accettare i propri limiti, tollerare la frustrazione, accogliere l’alterità, sopportare l’assenza.

Cos'è la saggezza gentile?

La saggezza gentile è un pensiero multiforme, che si declina, come recita il titolo del libro, "in una scia di parole".

La saggezza gentile è:

  • Saggezza pratica, dunque ragionevolezza, perché pensare, agire e sentire sono un tutt’uno
  • Ritegno, perchè trattiene il pulsivo e determina un comportamento secondo misura, cosciente dei giusti limiti
  • Temperanza, che stempera le pulsioni
  • Premura, ovvero azione che con sentimento trova soluzioni nel presente per accudire le lacune, le ferite e far fiorire la vita
  • Benevolenza, perché produce una buona disposizione d’animo
  • Reciprocità dissomigliante e non specchiante e narcisistica, perché si riconosce nell’alterità
  • Gratitudine, come risposta, come moto di riconoscenza che riconosce il Bene
  • Riparazione, perché sa vedere l’errore e vi pone rimedio con sollecitudine
  • Bellezza, che si distingue dal distruttivo, dal senza forma e lo trasforma
  • Un pensiero flessibile e disponibile, ovvero che trova soluzioni apprendendo dalle circostanze
  • Un movimento morale, poiché tende naturalmente al Bene
  • Una saggezza non astratta, non intellettuale, ma che feconda le possibilità migliori e produce azioni
  • … e molto altro ancora

Cosa troverai nel libro "La saggezza gentile. In una scia di parole"

Lo scritto di Beatrice Balsamo è un saggio ma anche un manuale, che intreccia filosofia, psicologia, teatro antico, per allenare un pensiero ospitale e fecondo, che promuove uno stare al mondo più inclusivo e dialogale.

Questo libro ci indica una via possibile da percorrere, per costruire un futuro più inclusivo, pacificato, consapevole, in cui possa regnare quella che Eraclito chiamava un’ “armonia dissomigliante”.

 

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Immagine film Still Alice

Rubrica Sguardi Inclusivi: il quarto film che ti consigliamo è...

“Vivere il momento. È tutto quello che posso fare".

Still Alice è un film di Richard Glatzer e Wash Wstmoreland del 2014, tratto dall’omonimo romanzo di Lisa Genova, scrittrice e neuroscienziata specializzata nello studio del cervello e delle sue patologie.

Un racconto privo di patetismo o esibizionismo, che propone allo spettatore il percorso emozionale di un malato di Alzheimer e della sua famiglia.

In questo film non ci sono sconti, il dolore muto e ingrato dell'Alzheimer si sente sulla pelle. Ma c’è anche un messaggio di speranza: esistono percorsi irriducibili, resilienti circuiti invisibili delle emozioni che, anche quando tutto è svanito, ci tengono uniti alle persone che amiamo.

Il contenuto del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Alice è un’affermata professoressa universitaria di linguistica, moglie e madre di tre figli. La sua è una vita serena, fino a quando alcuni episodi stranianti le segnalano che qualcosa non va. Una parola dimenticata, la sensazione di perdersi e non sapere più dove si è…. Poi la diagnosi. Alzheimer precoce. Alice, il pilastro della famiglia, si scopre fragile, ma decide di non arrendersi alla crudeltà della patologia. Trova piccoli escamotage per beffare la sua memoria non più affidabile: post it per ricordare, evidenziare le frasi già lette durante un discorso pubblico per non ripeterle, programmare allert con il telefonino.... La rapida evoluzione della malattia trascina nell’oblio tracce di questa donna straordinaria. Un decorso a cui il marito non riesce ad assistere. Ad accompagnarla saranno i figli, in particolare una, Lydia, che rientra dalla California per stare con la madre e vivere fino alla fine il loro legame.

Perché vi consigliamo questo film?

Perché parla di resilienza, di cura, di accettazione del limite e di quei circuiti emozionali che ci legano tra esseri umani anche nella malattia, quando non ci sono più riferimenti e ruoli, ma resta solo l’amore.

L’Alzheimer: caratteristiche e dati

L’Alzheimer è una malattia che determina un progressivo declino delle facoltà cognitive. Le cause di questa malattia non sono ancora note e non è guaribile. Solitamente si presenta dopo i 65 anni, ma può avere anche esordi precoci.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità:

  • 55 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza
  • Entro il 2030 si prevede saranno 78 milioni

In Italia:

  • 1.100.000 persone soffrono di demenza
  • Di queste circa 650.00 sono malati di Alzheimer
  • I nuovi malati di demenza sono circa 150 mila l’anno, di cui 70 mila presentano il morbo di Alzheimer
  • 3 milioni sono le persone coinvolte nell’assistenza, soprattutto donne

Un paziente con demenza, in Italia costa circa 70.587,00 euro, considerando la spesa a carico del Servizio Sanitario Nazionale e i costi indiretti (in particolare gli oneri di assistenza che pesano sui caregiver).  Il costo è complessivamente di oltre 15 miliardi di euro, di cui il 70-80% è a carico delle famiglie.

La risposta delle Istituzioni

Nel 2022 in Italia sono state avviate le attività previste dal Fondo per l’Alzheimer e Demenze: uno stanziamento di oltre 14 milioni per le Regioni e circa 1 milione per l’Istituto Superiore di Sanità, per la realizzazione di piani triennali (2021-2023) orientati al perseguimento degli obiettivi del Piano Nazionale delle Demenze (PND). Interventi di prevenzione, diagnosi e trattamento per il miglioramento della presa in carico delle persone con demenza.

Anche nell’ultimo G7, tenutosi in Giappone a maggio 2023, è stato organizzato un evento specifico sulle demenze, al termine del quale è stato redatto dai Ministri della Salute dei Paesi partecipanti un documento nel quale si afferma l’urgenza di accelerare la ricerca e sviluppare piani di prevenzione, diagnosi, trattamento della demenza e promozione di un invecchiamento sano.

Il ruolo del Terzo Settore: gli amici di Fondazione Cattolica

Cosa serve allora per affrontare questa malattia, così diffusa e che ha un pesante impatto sociale? È fondamentale la rete dei servizi territoriali (medico di famiglia, centri diurni, assistenza domiciliare integrata), ma anche delle associazioni di familiari. Queste, infatti, realizzano attività di informazione, laboratori terapeutici, occasioni di svago, aiuto nella gestione quotidiana dei malati e sono un punto di riferimento importantissimo per le famiglie.

Da anni Fondazione Cattolica collabora con l’Associazione Alzheimer di Verona, un’organizzazione di volontariato che offre sostegno per favorire la domiciliarità degli anziani, promuove attività formative ma anche ricreative per i malati e le loro famiglie. Anche Associazione Familiari Malati di Alzheimer Verona ODV supporta le famiglie e offre loro ascolto e conforto per affrontare le difficoltà della malattia.

E poi c’è Genera Onlus, un’impresa sociale di Milano, che ha ideato il primo Villaggio Alzheimer, “Piazza Grace”, un progetto sperimentale ed innovativo che nasce da una visione relazionale e non assistenziale, dove i pazienti traggono beneficio dal vivere in un contesto che accoglie diverse generazioni. Vuoi saperne di più? Leggi l’articolo che gli abbiamo dedicato!

Fonti

www.alzheimer-aima.it

https://www.alzheimer.it/epidem.htm

https://demenze.regione.veneto.it/PDTA/dati

https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6350

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/ecco-che-cosa-significa-vivere-con-lalzheimer-in-italia


Rubrica Sguardi Inclusivi

Rubrica Sguardi Inclusivi: ti consigliamo una poesia..

Per iniziare il nuovo anno con gratitudine e pace, per la rubrica Sguardi Inclusivi ti suggeriamo una poesia di Mariangela Gualtieri, Bello mondo, tratta dalla raccolta “Le giovani parole” pubblicata da Einaudi nel 2015.

Una poesia fatta di parole semplici ma che racchiudono il significato del nostro stare al mondo.

Parole che evocano la bellezza della nostra esistenza e fanno nascere un moto spontaneo dal cuore: grazie.

"Bello Mondo": la poesia consigliata dalla rubrica Sguardi Inclusivi

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri 
per la patria sentita nei gelsomini

e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico

e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati

per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo

per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre

per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova

io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
e per quello stare bene fra altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi

per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.

Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.

E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi.

Parole.. e voce

https://www.youtube.com/watch?v=e2nvX9kTOgE

Leggi queste parole ma ascoltale anche dalla voce della poetessa che le ha scritte, perché il loro suono ne rinforza il contenuto.

Mariangela Gualtieri, poetessa, drammaturga e fondatrice del Teatro Valdoca di Cesena, a conclusione della raccolta enumera le sue preziose fonti. Scrive infatti che questa poesia prende spunto dalla Poesia dei Doni di Borges, da cui sono liberamente tratte le parti in corsivo. Ma i prestiti e i riferimenti sono ancora più ampi: da Pessoa a dante Alighieri, da Sant’Agostino a Rimbaud e molti altri.

Una proposta della rubrica Sguardi Inclusivi: "tu per cosa vuoi dire grazie?"

Ti facciamo una proposta: perché non scrivere anche tu le tue parole di ringraziamento? Prova a prendere carta e penna, e ricordare quanto di buono questo anno ti ha donato.

Salviamo il bello, salviamo il buono, perché da quello possiamo partire per cambiare anche quanto di negativo può averci accompagnato quest’anno. È scegliendo di dare luce che si rischiarano le tenebre.

Noi di Fondazione Cattolica ringraziamo voi, che ci leggete e ci siete stati accanto nel nostro cammino e vi auguriamo ogni bene per questo nuovo anno che verrà!

La rubrica Sguardi Inclusivi ti incuriosisce? Leggi le altre proposte partendo da questo articolo.

 


Rigenerare i territori per rigenerare le comunità

È possibile ripensare i nostri territori e le nostre città in un’ottica che promuova una rigenerazione anche umana in termini di inclusività e sostenibilità? Ne parliamo con Catherine Dezio.

Da alcuni anni sta maturando nella società una maggiore attenzione alla cura del territorio e alla riqualificazione delle città. Una sensibilità che è emersa a seguito dell’evidenza dei cambiamenti climatici da un lato e dal bisogno di ricercare buone pratiche che possano restituire gli spazi urbani alla collettività.

Ma cosa significa rigenerare un territorio? E quali sono gli impatti sulle comunità?

Lo abbiamo chiesto a Catherine Dezio, architetto, che dopo anni di studio in Italia e all’estero è ora strutturata del Dipartimento di Territorio e Sistemi Agroforestali dell’Università degli Studi di Padova, docente di Pianificazione Territoriale e vicepresidente della laurea in Pianificazione e Gestione del Territorio e del Verde.

Catherine da anni il tuo campo di ricerca sono i sistemi agroambientali nei contesti urbani ed extraurbani. Ci racconti qual è la situazione italiana in termini di stato del territorio e densità abitativa, anche in rapporto ai cambiamenti climatici?

"L’Italia è sempre stata definita come il paese dei piccoli comuni. Ha una geografia particolarmente articolata, costituita da un centinaio di città dove risiede la metà della popolazione, e 7.900 piccoli comuni in cui vive il 50% restante. Comuni sotto i 15-10.000 abitanti, anche sotto i 5.000, che soffrono una situazione di grande spopolamento da diversi decenni.

La geografia già di per sé racconta diverse tipologie di fragilità. Quelle delle grandi città sono dovute a fattori quali il consumo di suolo, il degrado sociale, la solitudine degli anziani, la sicurezza, in particolare per le donne, la questione abitativa, il rischio idrogeologico. Nei piccoli comuni invece la fragilità è conseguenza dello spopolamento, della mancanza dei servizi primari (sanitari, di assistenza sociale, educativi), dell’abbandono delle terre e del patrimonio culturale.

Il tema della rigenerazione è allora la risposta che di pari passo si declina a seconda del contesto in cui ci troviamo".

Quali sono le operazioni di rigenerazione urbana che si possono mettere in atto?

"Dipende dai contesti. Esistono strumenti a basso impatto economico, che si chiamano azioni di urbanismo tattico. Movimenti, talvolta anarchici, di riappropriazione del territorio, come la famosa “guerrilla gardening”, una sorta di giardinaggio “d’assalto”.

Ma ci sono anche azioni guidate, in cui interviene l’urbanistica, l’istituzione. Godono di ampia risonanza mediatica e si possono tradurre in eliminazione dei parcheggi, pedonalizzazione delle strade, colorazione delle aree per cambiare funzione agli spazi. C'è poi la forestazione urbana. Il sistema del verde consente infatti di cambiare molto la qualità dello spazio. Non a caso gli immobili in prossimità delle aree verdi acquistano molto valore. Perché il verde è un’opportunità per tutti. È l’ombra sotto cui tutti vogliono parcheggiare, l’ambito di gioco dei bambini. Rispetto i cambiamenti climatici riduce gli inquinanti e abbassa la temperatura. Quindi ha un effetto sul microclima delle città e in parte anche sul riscaldamento delle abitazioni. Può essere, se ben utilizzato, anche uno strumento per modificare lo spazio stradale. Nel momento in cui viene progettato lo spazio verde infatti, si possono avviare altre progettualità. Inserire un percorso ciclabile, eliminare i parcheggi e piano piano cambia il volto della città.

Altro intervento possibile è l’agricoltura urbana, che in molti sistemi urbani rappresenta un’opportunità di aggregazione e non solo di produzione del cibo. Uno spazio di socialità per gli anziani e se ben progetto anche per l’intergenerazionalità.

Interventi più abituali sono anche il riuso delle abitazioni e la riqualificazione degli edifici.

Il concetto fondante di tutti questi interventi è la riappropriazione dello spazio pubblico. Un'idea che è alla base del diritto alla città teorizzato da Henri Lefebvre nel 1968. È la rivendicazione collettiva dello spazio pubblico e la cura del territorio comune, come diritto della comunità. Inteso non solo come azione progettuale, ma come utilizzo concreto dello spazio".

Ci racconti alcuni esempi concreti di rigenerazione urbana e umana cui hai preso parte?

"Tutto quello che è intervento sul sistema urbano, sul territorio e sullo spazio in generale ha un riscontro sul sistema sociale. Lo dicevano i grandi urbanisti del ‘900, Bernardo Secchi in primis.

Vi propongo due esempi di rigenerazione. Uno in una grande città, che usa l’agricoltura urbana, la forestazione urbana, la riqualificazione degli edifici. E per il contesto dei territori minori, un intervento che promuove l’inclusione sociale e un’idea di turismo differente".

1) OPEN AGRI

"Milano, 2017, lavoravo al Politecnico e come gruppo di lavoro siamo stati coinvolti in un grande progetto europeo per la rigenerazione di un'area di Milano. La zona individuata era tra il parco agricolo sud e la zona sud est della città. Quell’area agricola che si trova tra Fondazione Prada, borgo di Chiaravalle e il bosco di Rogoredo. L'obiettivo principale del progetto era la realizzazione di un Hub Agricola innovativa, agroecologica, alle porte di Milano. Per fare questo, il progetto prevedeva di ristrutturare una cascina abbandonata (Cascina Nosedo) e destinare 34 ettari di terreni abbandonati a start up di giovani, non agricoltori, che avessero presentato progetti innovativi (in cui, ad esempio, l’agricoltura diventasse veicolo di aggregazione e inclusione di soggetti fragili). Il contesto urbano particolare e complesso, però, ci ha spinto a fare un passo in più. Realizzare non solo l’hub agricola, ridistribuire i terreni e avviare la produzione, ma anche riappropriarci del territorio e restituire alla comunità un parco agricolo aperto alla collettività. Come lo abbiamo fatto? Attraverso il progetto urbanistico. Tracciando percorsi pedonali, ciclabili, progettando una riforestazione che ridisegnasse il paesaggio tradizionale lombardo. Ma la vera chiave è stata la progettazione partecipata. Abbiamo coinvolto i nostri studenti del Politecnico e i residenti organizzando camminate e laboratori, dando loro la possibilità di discutere di quella che doveva essere l’immagine e lo scenario futuro di questo spazio. La riappropriazione è stata alla base della rigenerazione del luogo".

2) TWIN

"È un progetto che nasce dentro il laboratorio del progetto VENTO, il progetto della ciclabile più lunga d’Italia, da Venezia a Torino, attualmente in realizzazione (780km). Un modello che ha fatto scuola. Non tanto per la ciclabile ma per l’idea che il turismo lento possa essere strumento di rigenerazione per i territori marginali. Il territorio italiano è particolarmente denso di linee lente, cammini, sentieri, che però spesso scarseggiano di manutenzione e servizi. Per questo è difficile far decollare il turismo in quei luoghi. Aree ricchissime dal punto di vista delle risorse culturali e naturali ma povere di servizi essenziali, opportunità lavorative e capacità economica.

Il progetto TWIN (Trekking, Walking, Cycling for INnclusion), nel nome evoca la presenza di due elementi gemelli, turismo lento ed inclusione sociale. È stato finanziato dal fondo Polisocial del Politecnico di Milano ed è stato realizzato in un’area dell’Appennino Tosco Emiliano, sul Passo della Cisa. Lì si incrociano un fascio di linee lente, tra cui anche la via Francigena, ma scarseggiano servizi di accoglienza. L'idea è stata costruire un bivacco di montagna, autosufficiente (dotato di bagno e dell'occorrente per cucinare), utilizzando il legno della tempesta di Vaia, progettato da noi e realizzato in collaborazione con i detenuti del carcere di Monza. Questo bivacco è stato dato in gestione al comune di Berceto e ad alcune cooperative sociali del territorio, dando un’opportunità di lavoro a soggetti fragili, che si occupano di accoglienza e informazione turistica. Si chiama CAPANNA 1, in quanto l'idea è di moltiplicare il progetto e replicarlo su altri territori fragili".

Quali sono gli ostacoli da superare in un percorso di rigenerazione urbana e conseguentemente anche umana?

"La rigenerazione urbana per creare valore, non solo economico ma anche ambientale e sociale, richiede una visione, un'idea di città condivisa coralmente. Questa visione deve passare attraverso un dibattito che coinvolga operatori pubblici, privati, associazioni e comunità. Il problema di un processo di questo tipo è mettere tutti questi attori allo stesso tavolo, liberarli da preconcetti e predisporli a nuove sfide di collaborazione e dialogo. La rigenerazione è un lavoro di squadra. Non lo può fare un soggetto solo. Non è sufficiente l’intervento dell’istituzione. Se l’istituzione mette a posto una strada quella non è rigenerazione. La rigenerazione è un progetto condiviso, un laboratorio di sperimentazione e innovazione in cui si lavora in team, con competenze diverse e attori diversi. Se manca uno di questi soggetti non si ha vera rigenerazione.

Inoltre, vedo che si fa ancora fatica ad accogliere un'immagine di università che scende dal piedistallo e si sporca le mani. Aperta a non impartire lezioni ma, anzi, a collaborare all'unisono per un progetto comune. Non è sempre stato così, ma ora anche l'università è cosciente del fatto che l'innovazione si concretizza necessariamente sul campo, nel sociale e nel territorio".

L’Italia e l’Europa stanno adottando politiche che favoriscano la rigenerazione dei territori e delle comunità?

"Per quanto riguarda la riappropriazione dello spazio e gli interventi di urbanismo tattico, spesso l’idea che hanno alla base è che l’uso dello spazio e la qualità della vita viene prima dell’uso dell’automobile. Concetto completamente estraneo alla mentalità italiana. Negli anni ’60, quando i paesi del nord Europa investivano sui mezzi di trasporto pubblico, da noi si investiva sul diritto alla casa e di conseguenza sulla proprietà. Proprietà della casa, degli elettrodomestici e della macchina appunto. Di conseguenza lo spazio urbano della città italiana è uno spazio in cui muoversi in macchina. Per migliorare la nostra qualità di vita (e di salute) è necessario un vero e proprio cambiamento culturale, che possa alimentare una trasformazione delle nostre città.

..segnali di cambiamento

Qualcosa si è attivato durante il Covid. Si è diffuso lo slogan “Reclaim your city”, "riappropriati della tua città", del movimento delle C40. Una visione che considera lo spazio urbano una propagazione dello spazio privato. È un concetto difficile per noi italiani. Generalmente pensiamo che solo ciò che è di nostra proprietà debba essere curato. Invece, la "cosa pubblica" e il bene comune comporta allo stesso tempo sia un dovere che un diritto inalienabile di cura collettiva.

A Milano durante la pandemia si sono attivate strategie di urbanismo tattico, come il progetto PIAZZE APERTE, di grande successo. Sono state individuate una serie di piazze nella città, rese pedonali e liberate dagli stalli auto. È stato ideato un progetto grafico a basso costo e partecipato che, dipingendo l'asfalto, ha ridefinito l'ambito di utilizzo e l'immagine del luogo. In questo modo è cambiato anche il mercato immobiliare. Alcune zone sono state riqualificate, anche dal punto di vista umano. Se porti le persone ad abitare uno spazio aperto, porti un presidio ed è l’animazione territoriale che riesce effettivamente a mantenere la sicurezza.

Anche il Comune di Verona, l'Università di Verona e noi dell'Università di Padova abbiamo recentemente avviato un progetto innovativo di rigenerazione: èVRgreen. Prevede l'utilizzo dello strumento della forestazione urbana e il monitoraggio dei parametri agroambientali per migliorare lo spazio pubblico e la qualità della vita dei cittadini. Un segnale positivo, che ci conferma che la trasformazione culturale è in atto".

Fondazione Cattolica

Il progetto di turismo lento raccontato da Catherine sull'Appennino Tosco Emiliano ci ricorda molto i nostri Viaggi Controcorrente. Occasioni di esperienze di senso proposte dalle realtà della nostra rete, che coniugano inclusività, sostenibilità e valorizzazione del territorio. Vuoi saperne di più? Scopri qui il nostro catalogo.

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La rete contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

La rete Contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

L’obiettivo più specifico, all’interno di un percorso iniziato oramai 5 anni fa, è stato guardare avanti, delineare il futuro, individuare delle linee guida condivise che possano accompagnare, caratterizzare, custodire tutti i componenti di questa rete informale.

“Laddove non ci tiene insieme l’interesse, l’economia, il legame giuridico – ha affermato Adriano Tomba - ci tiene insieme la relazione. Non ci siamo mai contati, non abbiamo mai guardato il tasso di fede, né il logo dell’associazione: siamo in relazione come persone, non simboli o appartenenze. La nostra forza è riuscire a entrare in relazione con altri e la chiave è la presenza.” 

Due giorni immersivi passati tra convegni, conferenze, tavoli di lavoro e workshop tematici come quello proposto dalla cooperativa sociale Logogenia sulle Strategie di lavoro per veicolare una stimolazione linguistica efficace.

La rete contagiamoci

“Siamo in una fase di frantumazione dove le cose stanno insieme per brevi momenti” ammette Johnny Dotti  “per costruire pensiero e affrontare le sfide future delle comunità servono tre cose: lavorare sulle persone per costruire relazioni che promuovono reti; creare conoscenza attraverso la ricerca degli elementi raccolti durante l’esperienza fatta sul campo e infine darsi una forma giuridica flessibile ma che proponga un contratto di intenti che garantisca anche la partecipazione delle giovani generazioni”.

Ci sono sfide molto forti che non è possibile affrontare da soli. Per irrobustirci abbiamo tutti bisogno di poter attingere ad una solidità di esperienze condivise, di cominciare a pensare le cose insieme e a camminare lungo percorsi che consolidano. 

“Contagiamoci” è un modello. Un modello che permette di costruire, di trovare soluzioni quando incontriamo problemi, stimoli quando siamo stanchi, compagni di viaggio quando ci sembra di essere soli.

Questo modello l’abbiamo sperimentato, cioè ne abbiamo fatto esperienza. Ci riguarda. Ci tocca.

Custodire l’intenzione originaria è il fondamento. E di questo si è parlato con Patrizia Cappelletti – Centro di ricerche ARC dell’Università Cattolica - nell’incontro del giugno scorso a Carpi. Delineare le parole chiave perché questa esperienza possa continuare è invece il tema sviluppato con Johnny Dotti nell’incontro al Pala Expo.

E le parole individuate sono tre. Semplici quanto significative: libertà, fiducia e generatività.

Sono la fiamma che va custodita affinchè la fatiche non ci schiaccino, i risultati non ci esaltino ed i progetti che ci stanno a cuore si realizzino.

I tavoli di lavoro al Contagiamoci!

Quest’anno i partecipanti hanno potuto scegliere di condividere le proprie esperienze ed apprendere nuove competenze e stimoli all’interno di sei tavoli di lavoro.

Le comunità educanti

Come generare comunità educanti, come esserne parte, come custodirle.

L’incontro condotto da Francesca Carli e Emanuele Borghetti di Villa Angaran, ha permesso di lavorare sulla relazione e sull’apprendimento delle reti territoriali. Il gruppo ha constatato l’importanza di questa rete per formulare pensiero condiviso con il quale incontrare poi persone e comunità.

Giovani e lavoro nel sociale

Punti di forza, criticità, ambiti di miglioramento.

Insieme a Luca Tagliapietra (Il Ponte Schio) e ad Arianna Cocchi (Sophia Impresa Sociale), i partecipanti hanno sviluppato un dialogo costruttivo partendo dalle 3 P: preoccupazione, precarietà, povertà. I giovani d’oggi hanno sogni tradizionali e bisogni reali: mettere in piedi una famiglia, comprare casa, pagare l’affitto… Come creare un futuro? La proposta è di sviluppare una leadership orizzontale e di provare a cambiare lo status quo delle organizzazioni migliorando la comunicazione tra il vertice e la base dell’organigramma aziendale. Attraverso compartecipazione, fiducia e ascolto è possibile superare le logiche di controllo e favorire un miglioramento della qualità di vita sia lavorativa che personale.

Conciliare anima ed organizzazione

Come organizzare al meglio il lavoro destreggiandosi tra rete/delega

Il gruppo, guidato da Andrea Coden (coop. Sociale Equa), si è inizialmente interrogato sul significato e sul peso dell’anima. Esiste una spiritualità che crea riti proposti anche nei contesti organizzativi. Attraverso azioni concrete è possibile motivare l’organizzazione. Come? Il gruppo ha proposto alcune modalità:

prendendosi tempo per staccare dall’ordinario e dare linea ai pensieri; prendendosi cura e favorendo il team building; valorizzando le esperienze individuali; donando le proprie competenze; creando flessibilità organizzativa; educando con leggerezza; curando le parole e utilizzando un linguaggio accorto; favorendo lo scambio tra realtà della rete e migliorando la propria professionalità.

Co-progettazione e rapporti con la Pubblica Amministrazione

Linee guida ed esempi per una efficace co-progettazione con pubblica amministrazione ed imprese.

Questo tavolo, guidato da Mauro Fanchini (Il ponte – Invorio), ha smosso il desiderio di entrare dentro alla Riforma. Gli enti sociali manifestano una stanchezza importante ma questa fase di transito viene vista anche come una grande opportunità. Lasciarsi trasportare o diventare propositori di programmi? È questa la chiamata che sente il gruppo: prepararsi e offrire le proprie competenze per creare un sistema che non imbrigli ma che valorizzi. Cosa fare allora per creare città dove i cittadini stiano bene? Serve formarsi e informarsi per poi creare un dialogo propositivo. 

Volontariato e vocazione

Dal donare il tempo libero alla presenza che dà senso alla vita

Insieme a Gaia Barbieri (ManiTese) e Andrea Boccanera (Onlus Gulliver) si è affrontato un tema importante: ingaggiare la presenza mettendo a fuoco il valore che ogni persona porta con sé e può trasferire alla comunità

Parole e immagini per comunicare il sociale

Come comunicare in modo efficace utilizzando nuovi strumenti e modalità.

Con Carmine Falanga e Andrea Ferrari (ISES) i partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, conosciuto strumenti che consentono di raccontarsi sia online che offline!

Vuoi saperne di più di Contagiamoci? Guarda i fondamenti della rete!


Escogito lancia l’appello dei giovani: “non lasciateci soli!”

Escogito lancia l’appello dei giovani: “Non lasciateci soli!”

Un evento con e per i giovani. All’iniziativa Escogito Fondazione Cattolica ha incontrato gli studenti della città per rispondere alla domanda “Qual è il mio posto nel mondo?”

Il 70% dei giovani intervistati nella ricerca “La parola ai giovani” condotta da Fondazione Cattolica su un campione di 600 studenti veronesi tra i 14 e i 22 anni, racconta di credere nel futuro. Ma solo il 40% lo vede nella propria città. Di cosa hanno bisogno i ragazzi? “Ci servono guide. Sappiamo che il futuro lo dobbiamo costruire ma abbiamo bisogno di alleati per farlo” a questo appello da Fondazione Cattolica abbiamo risposto con un evento che cerca di trasmettere nuovi modelli d’azione con cui costruire il domani.

Escogito

Dopo la prima edizione, Fondazione Cattolica ha rinnovato l’appuntamento con Escogito, evento rivolto a 600 studenti di Verona e Provincia che si è tenuto l’1 dicembre in Gran Guardia. L’incontro, patrocinato dal Comune di Verona, ha avuto l’obiettivo di aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda “Qual è il mio posto nel mondo?” attraverso una mattina di cultura, ricerca ed esperienza.

Sul palco di Escogito, condotto da Marta Dal Corso si sono alternati Andrea Castelletti, regista teatrale Spazio Modus Verona, Matilde Gozzi, studentessa Liceo Alle Stimate, Davide Peccantini, Docente di Diritto ed economia aziendale Istituto Seghetti, Emanuele Bortolazzi, Docente di Religione Istituto Tusini e Thomas Ambrosi CEO Ambrosi S.r.l., Jacopo Buffolo, Assessore alle Politiche Giovanili.

La mattina si è suddivisa in tre parti con una rappresentazione teatrale, “7 giorni”, che ha coinvolto alcuni studenti di Labcreativo45; è proseguita con la presentazione dei risultati di un’indagine realizzata da Fondazione Cattolica intervistando ragazzi veronesi sulle loro aspettative verso il futuro e si è conclusa con la consegna del Premio “Giovani di Valore”, riconoscimento a 5 giovani che si sono distinti a livello nazionale per il loro talento, capacità imprenditoriale o impegno nel sociale.

Escogito - lo spettacolo "7 giorni"

Scena dello spettacolo

Fa riferimento ad un fatto realmente accaduto durante la Prima Guerra Mondiale quando nei campi di trincea arriva l’ordine di cessare il fuoco per una settimana a Natale. Lo spettacolo scritto e messo in opera da 16 studenti di Labcreativo45 guidati dalla regia di Teatro Impiria, fa riflettere sull’importanza di superare le diversità per agire a favore del benessere delle comunità. Questo spettacolo ha lanciato un messaggio: nessun cambiamento può avvenire se lasceremo comandare ad altri la nostra intelligenza emotiva.

Escogito - la ricerca "La parola ai giovani"

“La parola ai giovani” è il progetto di PCTO 2023 (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, ex Alternanza Scuola Lavoro) realizzato in Fondazione Cattolica con alcuni studenti iscritti ai licei di Verona su un campione di 600 persone di cui 50 intervistati qualitativamente. La ricerca ha scattato una fotografia dei giovani della città. Chi sono, cosa sentono e cosa vogliono i ragazzi tra i 14 e i 22 anni di Verona? Emerge una generazione consapevole seppur indecisa. Il futuro è percepito come una sfida, la scuola offre buone basi di partenza ma non sufficienti per affrontare la complessità; le famiglie sono ancore di legami spesso inermi rispetto alle problematicità su larga scala.

Testimonianza dell'esito della ricerca

I ragazzi si sentono distanti da una città che non riconoscono come propria e nella quale non vedono opportunità di sviluppo. Sanno che per cambiare il mondo e renderlo più accogliente, come si augurano, servono alleanze generazionali. I dati evidenziano il bisogno dei giovanissimi di trovare: guide capaci di identificare il valore personale per accompagnarli ed esperienze in cui cimentare le proprie competenze.

Per questo Fondazione Cattolica ha lanciato il progetto PCTO 2024, Sperimentare per Crescere, volto a far incontrare la realtà agli studenti ed aiutarli a formulare progetti di impresa da sviluppare nei contesti scolastici.

Escogito - il Premio "Giovani di Valore"

Il “Premio Giovani di Valore” testimonia il coraggio di 5 giovani che a discapito dei pronostici hanno avviato imprese per costruire un futuro più inclusivo, equo, sostenibile. Attraverso la loro conoscenza i partecipanti hanno compreso che per trovare un posto nel mondo è necessario: appassionarsi, formarsi costantemente, creare relazioni sempre nuove e cimentarsi senza temere di sbagliare!

Valentina e Federica Sorce

https://youtu.be/jlxy68i7ibg

Nella vita si può scegliere di fuggire al proprio destino oppure di abbracciarlo. Federica e Valentina Sorce hanno provato sulla loro pelle la fatica della diversità. Eppure ciò che in apparenza sembrava un limite è diventato il loro più grande motore di crescita. OpenHouse è un luogo di inclusione e opportunità che dà valore alla vita delle Persone rendendole parte di un sistema capace di accogliere la fragilità umana. Federica e Valentina vengono premiate perché hanno saputo trasformare il loro desiderio di un mondo fatto a misura di una persona, in una casa per tanti.

Oscar Di Stefano

https://youtu.be/QAgaH7XkVqQ

L’amore è astrazione ma è anche un propulsore di energia che attiva le persone a diventare Qualcuno per gli altri. È l’amore per la cosa pubblica, per “il fare” che genera Bene Comune, ad aver attivato Oscar Di Stefano. Il progetto Immischiati è un cammino di conoscenza e consapevolezza che Oscar ha rivolto ai giovani per renderli protagonisti del futuro del nostro Paese. Oscar viene premiato perché ha scelto di investire le sue competenze in un agire collettivo che crea impatto per la comunità intera.

Aurora Caporossi

https://youtu.be/k0N2ZR1U-sc

Ci vuole tempo per rimarginare le ferite ma ci vuole carattere per evolvere la sofferenza vissuta in una possibilità di trasformazione positiva per altri. Di fronte alla solitudine provata da chi vive disturbi alimentari, Aurora Caporossi ha deciso di alzare la voce, di metterci cuore e testa per creare un’altra via. Animenta è un progetto che accompagna ragazze e ragazzi in tutta Italia a scoprire sé stessi imparando ad amarsi per come si è. Aurora viene premiata perché ha dimostrato che esiste una possibilità di uscita dalla vulnerabilità e quando accade il valore personale risplende a beneficio di sé e della comunità circostante.

Giacomo Alberini

https://youtu.be/BTr9CdXxe-o

Si può giocare a fare gli imprenditori o esserlo davvero. Giacomo Alberini ha colto la sfida e ha deciso di cambiare il mondo mettendosi in gioco. Sostenibilità e comunità sono gli elementi che caratterizzano il suo pensiero fatto di concretezza e possibilità. Treebu è un’occasione per le imprese e per i territori perchè attraverso progetti di piantumazione mira a migliorare il contesto ambientale per la vita di tutti. Giacomo viene premiato perché ha trasformato il suo desiderio di “creare”, in un modello imprenditoriale di innovazione sociale e comunitaria.

Vuoi scoprire i premiati della prima edizione?


violenza sulle donne

Cosa serve per arginare la violenza di genere?

In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

I dati del Report  del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2023 evidenziano che:

 

 

  • nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2023 sono stati registrati 295 omicidi, con 106 vittime donne, di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo.
  • Di queste, 55 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.

Una epidemia sociale, come l’ha definita l’OMS.

E mentre piangiamo l’ennesima vittima, ancora ci chiediamo come è possibile arginare questa violenza?

Ne abbiamo parlato insieme alla dott.ssa Maria Fanzo, presidente della cooperativa sociale Nuovi Incontri, che offre rifugio e sostegno alle donne vittime di violenza . E ci siamo confrontate con chi si occupa della componente maschile e cerca di contrastare la recidiva dei soggetti violenti, il Dott. Giuseppe Ferro e il prof. Claudio Fabbrici, rispettivamente Direttore e Responsabile clinico di Casa Don Girelli a Ronco all’Adige di Verona, una struttura che accoglie e offre percorsi terapeutici ad autori di reato.

 

Partiamo da Maria. In questi giorni la comunicazione mediatica sta portando alla luce un tema lasciato spesso sottotraccia. Il femminicidio di Giulia, come quello di Oriana, Teresa, Alina e tutte le donne che per mano di un uomo hanno perso la vita in questo anno ci fa domandare “come è possibile”?

“Perché ci sono dei preconcetti. Uno di quelli molto forti è ritenere che quello che succede dentro le mura domestiche è un fatto privato. Succede in famiglia e quindi la comunità non se ne deve occupare. L’altro è “tra moglie e marito non mettere il dito”. Un altro preconcetto è che il matrimonio sia eterno, ma una volta che viene meno il rispetto che matrimonio può esistere! Questi preconcetti non sono facili da smontare perché spesso anche le vittime la pensano così: devono salvare i figli, non possono togliere loro un padre, giustificano i comportamenti maschili, pensano di aver provocato le loro reazioni violente… questo non aiuta. Credo non sia facile cambiare, sia per le vittime che per i maltrattanti. Di sicuro non è un percorso che si può fare da soli”.

 

Cos’è la violenza di genere?

“La violenza di genere è quella violenza agita contro una donna per il semplice fatto che è una donna. Quella che noi trattiamo perché è quella più diffusa, è la violenza all’interno di una relazione intima. Ciò che caratterizza la violenza è l’esercizio di un potere da parte di un partner rispetto all’altro. Le statistiche dicono che nella maggioranza dei casi è una prevaricazione degli uomini sulle donne, ma è vero che in casi sporadici accade anche il contrario.

Un esercizio di potere che è ammesso dalla comunità: perché l’idea sociale è che l’uomo sia il partner forte, il macho, quello che porta i soldi a casa. Perché accade? Per frustrazione, per violenza assistita, per forme patologiche più subdole, legate all’anaffettività, che provocano assenza di rimorso, mancanza di empatia e lucidità”.

 

Perché hai scelto di occuparti di donne vittime di violenza e cos’è Nuovi Incontri?

La nostra cooperativa, Nuovi Incontri, da più di 30 anni opera nel territorio di Benevento e provincia. Abbiamo sempre avuto un carattere innovativo: le prime comunità per minori, i primi servizi trasversali di crescita e nel tempo abbiamo ricercato soluzioni nuove. Per 20 anni ho lavorato nelle comunità per minori e negli ultimi anni mi era capitato di seguire molti bambini vittime di violenza assistita, questa cosa mi colpì.. perché un’altra conseguenza che le donne vittime di violenza devono gestire è il ruolo genitoriale, che spesso viene compromesso.

Dall’esperienza sul campo nasce l’idea di creare servizi di inclusione per le donne. Nel 2015 è nata Casa Viola, la prima comunità per donne vittime di violenza in tutta la provincia di Benevento. In seguito abbiamo avuto l’omologazione anche per l’accoglienza dei minori. Dal  2018 abbiamo accolto 46 donne e 55 bambini. È una vera palestra. Con l’accoglienza residenziale si ha la possibilità di aiutare davvero le donne. Ma non basta. Abbiamo così implementato il servizio aprendo i centri antiviolenza, dove si offre assistenza psicologica, sociale e legale, supporto per i minori, consulenze e gestione delle pratiche per l’accesso alle previdenze economiche. Qui abbiamo già seguito 95 donne”.

 

Cosa fa scattare la richiesta di entrare in comunità?

“La paura. La paura di morire, è allora che chiamano il 1522 o si rivolgono ai carabinieri e vengono indicate a noi. Prima capita che non se ne parli per vergogna o per mancanza di accoglienza. Molte donne raccontano che hanno tentato di condividere il loro vissuto, ma spesso si sono sentite rispondere “ma tu che cosa hai fatto?”. C’è un ambiente che ancora non è favorevole ad ascoltare ciò che le donne vivono nel privato nemmeno dalle forze dell’ordine, che dovrebbero essere formate maggiormente. Spesso vengono colpevolizzate, a volte persino non credute.

Le donne invece devono imparare ad allarmarsi ai primi segnali.

Il conflitto di coppia e la violenza sono due cose diverse. I soggetti violenti iniziano con manifestazioni “più soft”: spintoni, tirate di capelli, schiaffi. Poi si scusano e rivolgono molte attenzioni alla partner. Ma dopo si verifica una nuova escalation di violenza, c’è una ciclicità che arriva poi a picchi con mani al collo, utilizzo di coltelli o altre armi”.

 

Dunque cosa possiamo fare per arginare la violenza?

“La soluzione è nell’educazione. Lavorare con i bambini, fin dalla prima infanzia, per contrastare gli stereotipi e rafforzare la consapevolezza.

La violenza è anche un fatto culturale. Per questo le donne devono essere incluse nelle comunità in modo attivo. Le politiche e le strategie di contrasto, devono includere il pensiero femminile, mentre per secoli le leggi sono state ideate solo da uomini. Servono servizi che sostengano le donne quando decidono di denunciare, servono contrasti alla violenza economica, come il reddito di libertà.

La chiave di volta però è la comunità, lo scandalo della comunità: la violenza non può essere normalizzata, non dobbiamo risvegliarci solo in occasione dei casi più gravi.

È necessario che chi lavora in trincea, come noi, nel privato sociale, possa collaborare concretamente con le istituzioni, con la comunità sociale e con quella scientifica. Bisogna condividere e diffondere le conoscenze per studiare nuove risposte. Sta proprio nelle connessioni la strategia per combattere la violenza”.

 

 

Dott. Giuseppe Ferro e prof. Fabbrici, cosa vi ha spinti ad iniziare un percorso educativo con gli autori di reato?

“Pensiamo sia fondamentale lavorare con gli autori di questo tipo di violenze, perché quando aiutiamo un carnefice aiutiamo più vittime.

Casa Don Girelli è una struttura che da anni lavora con gli autori di reati gravi, anche con diagnosi psichiatriche, che hanno alle spalle violenze gravissime nei confronti delle madri, delle compagne e delle figlie. Oggi stiamo lavorando con i maltrattanti e sex offender, che vengono inibiti alla recidiva. Soggetti per cui non c’era cultura terapeutica e che prima finivano in comunità e ospedali psichiatrici. Siamo tra i fondatori dell’organismo nazionale Contras.ti (Coordinamento Nazionale Trattamento e Ricerca sull’Aggressione Sessuale Testimonianze Italiane) e consulenti anche per la Chiesa.

In questi anni abbiamo lavorato con circa 80 assistiti. La procedura viene attivata dal tribunale, riguarda sia chi viene raggiunto da provvedimenti di ammonimento sia gli autori di reato, per i quali è possibile richiedere la cosiddetta “pena sospesa” se fanno un percorso terapeutico educativo. Seguiamo i detenuti del carcere di Montorio di Verona, di Trento e Bolzano perché è statisticamente provato che soggetti che seguono un trattamento terapeutico recidivano molto meno. I percorsi durano mesi, a volte anni. Dobbiamo dire che ad oggi abbiamo avuto solo 4 abbandoni, da parte di persone molto paranoicizzate e 1 sola recidiva”.

 

Come si diventa autore di violenza di genere? Esistono dei tratti che accomunano gli autori di reato?

“Confermiamo che c’è un tratto culturale molto forte. In alcuni dei Paesi di provenienza di questi soggetti   la condizione asimmetrica dei rapporti è stabilita dalla cultura. Ma anche in Italia le cose non vanno meglio.

Gli uomini che commettono violenza sulle donne hanno un apparato psichico spesso rudimentale, basico, che ostacola la presa di coscienza dell’agito. Nel conflitto tendono a degradare in una reazione impulsiva o a precipitarlo in atti persecutori e scatti d’ira. La minaccia della separazione accende la propensione violenta.

La propria biografia, l’educazione e la relazione di attaccamento iniziale determina la mancanza di controllo delle pulsioni. Spesso questi soggetti hanno alle spalle relazioni di attaccamento gravemente disturbate da privazioni, separazioni e violenza assistita.

Quelli che hanno una possibilità ampia di recupero sono coloro che vivono drammaticamente il finire della relazione e il rapporto con i figli. Spesso infatti viene mantenuto un forte investimento genitoriale e proprio la perdita della possibilità di incontro con i figli e della casa è ciò che più colpisce questi soggetti”.

 

Cosa serve per arginare la violenza? E in particolare quella di genere?

“Il fenomeno della violenza è molto più ampio e stiamo riscontrando che inizia a superare la questione di genere. Riguarda la sociologia e l’impianto stesso della nostra società, che è molto violenta. Non si è più in grado di tollerare la frustrazione, la distinzione tra giusto e sbagliato è labile. Ma possiamo fare qualcosa! Noi stiamo lavorando con le scuole, per sensibilizzare i giovani su questi temi e gli studenti hanno dimostrato di essere molto ricettivi. La prevenzione non è mai tempo sprecato. Dobbiamo trasmettere la giusta rilevanza delle azioni”.

 

Sei arrivata/o alla fine dell’intervista, ora puoi fare un respiro profondo. C’è ancora molto da fare, ma il primo passo è sempre la consapevolezza. Se vuoi approfondire questo tema ti consigliamo un film della nostra Rubrica Sguardi Inclusivi, “Fortunata” di Sergio Castellitto (link), per scoprire il potere della forza interiore.

 

 

Fonti:

Ministero dell’Interno

Ministero della Salute

 


Escogito qual è il mio posto nel mondo?

Escogito - quale è il mio posto nel mondo?

Escogito è un’iniziativa ideata da Fondazione Cattolica per invitare i giovani di Verona e Provincia a ripensare il futuro. Siamo ormai consapevoli che di fronte a pandemia, guerre, disuguaglianze e disoccupazione la speranza in un avvenire migliore sembra un’utopia. Nonostante ciò ogni giorno Fondazione Cattolica incontra persone che riescono a scardinare questi modelli mettendosi in gioco per costruire con il proprio pensiero ed operato un futuro che riguarda tutti.

Ci vuole tempo per generare cambiamenti. Ma ci vuole un attimo per evidenziare un nuovo modo di guardare il mondo! Partendo da questo principio Fondazione Cattolica ha ideato Escogito un evento rivolto alle scuole superiori di Verona che mette al centro i giovani e il futuro.

 

 

Escogito: i contenuti

Cosa si può fare quando gli schemi con cui sono cresciute intere generazioni non rispondono più ai bisogni attuali? Come si può creare lavoro, sviluppare opportunità, crescere e diventare uomini e donne realizzati?

Escogito quest'anno vuole aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda "Come trovare il mio posto nel mondo?".

La mattinata prevede la rappresentazione teatrale di 7 giorni messo in atto da sedici giovani attori, provenienti da Labcreativo45  che portano in scena un toccante spettacolo dal tema molto attuale: la guerra. Guidati dal regista Andrea Castelletti di Modus Teatro Impiria, i ragazzi porteranno a riflettere sulla consapevolezza di sè e delle proprie azioni. Al termine dello spettacolo segue la presentazione di "La parola ai giovani" progetto di ricerca elaborato dagli studenti in PCTO presso Fondazione Cattolica. I ragazzi racconteranno cosa è emerso. Infine il Premio “Giovani di Valore” si tratta di un riconoscimento rivolto ai giovani che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni che con le loro azioni hanno permesso di:

 

  • Generare benessere in persone, comunità, ambiente
  • Innovare sistemi
  • Avviare attività imprenditoriali ad alto impatto sociale
  • Creare forti comunità territoriali.

Con Escogito Fondazione Cattolica vuole divulgare l’esperienza di giovani intraprendenti che hanno aperto nuove vie d’azione per costruire un futuro inclusivo. Sono storie di giovani con una vita comune eppure straordinarie per la caparbietà con cui essi hanno creduto alla bellezza dei loro sogni. Il coraggio con cui hanno trasformato dei desideri in modelli di welfare generativo per l’intera comunità, sono uno strumento culturale per apprendere che, a discapito dei presagi più negativi, il domani si può fare!

 

Vuoi saperne di più? Guarda l'edizione 2022!


locandina film Fortunata

Rubrica Sguardi Inclusivi: il terzo film che ti consigliamo è…

Fortunata è un film del 2017 di Sergio Castellitto, con un cast di attori italiani di primordine, come Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi ed Edoardo Pesce.

Cosa significa essere fortunati? Un biglietto vinto alla lotteria? Ottenere tutto ciò che dalla vita desideri? Il destino non ha riservato alla nostra protagonista una vita semplice ma il suo nome, Fortunata, come dicevano i latini, ce ne consegna l’essenza. È fortunata perché ha la fortuna di avere una forza interiore straordinaria, nonostante un’esistenza complessa e faticosa.

La trama del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Fortunata è una giovane madre della provincia romana, si mantiene lavorando in nero come parrucchiera a domicilio e sogna di avere un salone tutto suo. Alle spalle ha un matrimonio finito con un marito violento, Franco, un vigilante gretto e maschilista, che nonostante la relazione sia terminata rivendica il proprio “potere” sulla donna e la tormenta con insulti e aggressioni. La bambina, Barbara, ha 8 anni e sputa, spesso. È così che manifesta il suo disagio per la separazione dei genitori ed è per questo che i servizi sociali le affiancano uno psicoterapeuta infantile, Patrizio. Dall’incontro con questo specialista, nasce una passione travolgente, ma per Fortunata la ruota continua a girare nel verso sbagliato.

Alla “corte dei miracoli” di questa eroina popolare, partecipa anche Chicano, un ragazzo dall’animo buono ma bipolare e tossicodipendente, che si prende cura della madre malata di Alzheimer, Lotte, un tempo attrice teatrale, che ora vive imprigionata nel ruolo di Antigone.

È una vita difficile quella di Fortunata, ma una fiamma dentro di lei non si spegne mai. La sua forza interiore le consente di guardare sempre oltre gli ostacoli e la sua presenza luminosa illumina chi le sta accanto.

Perché vi consigliamo il film Fortunata?

Vi consigliamo questo film perché affronta il tema della violenza di genere, una piaga sociale che anche nel nostro Paese è lontana dall’essere sconfitta e necessita di una presa di coscienza da parte di tutti.

Ve lo consigliamo perché in mezzo a un clima mortifero che si respira fin dalle prime scene del film, con una sposa che indossa una corona di crisantemi, la vitalità selvatica e ferina di Fortunata è salvifica. “Impara a respirare, a godere del fatto che siamo vivi” dice la protagonista, perché la vita è piena di difficoltà ma, come lo psicologo suggerisce alla bambina, si può coltivare la forza interiore, imparare a superare gli ostacoli e vedere cosa c’è oltre la barriera.

La violenza di genere

“E' violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà”. Così recita l'art 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della violenza contro le donne del 1993.

I dati però sono ancora allarmanti:

  • Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3
  • In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
  • Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici.
  • Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

I dati del Report  del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2022 evidenziano che:

  • nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2022 sono stati registrati 273 omicidi (+2% rispetto allo stesso periodo del 2021), con 104 vittime donne (- 5% rispetto allo stesso periodo del 2021 in cui le donne uccise sono state 109)
  • le donne uccise in ambito familiare/affettivo sono state 88 (- 6% rispetto dello stesso periodo del 2021 in cui le vittime sono state 94). Di queste, 52 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner (-16% rispetto alle 62 vittime dello stesso periodo del 2021).

La violenza sulle donne è anche un problema di salute pubblica: i dati Inail evidenziano che nel dal 2017 al 2021 tra gli infortuni femminili sul lavoro, la causa «violenza, aggressione e minaccia», da parte di colleghi o esterni , rappresenta oltre il 5% dei casi codificati. Circa 20.500 infortuni nell’intero quinquennio (poco più di 4.000 l’anno).

Il ruolo del Terzo Settore nella lotta alla violenza sulle donne

Le donne vittime di violenza possono oggi trovare sostegno nei Centri antiviolenza e nelle Case rifugio, che in Italia però sono ancora pochi e la loro distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea. In questo scenario, il Terzo Settore svolge un ruolo cruciale. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nelle case rifugio prestano servizio 2.421 operatrici e nel 30% dei casi si tratta di volontarie. Nei Cav il dato è ancora più alto: le volontarie sono il 49,3% di tutte le 4.393 operatrici.

Fondazione Cattolica in questi anni ha conosciuto realtà che si occupano di dare sostegno alle donne vittime di violenza, che cercano protezione e occasioni di reinserimento sociale e lavorativo. Alcuni esempi sono Famiglia Materna di Rovereto, che contrasta la violenza di genere attraverso il sostegno delle vittime e la rieducazione degli uomini maltrattanti e la cooperativa sociale Nuovi Incontri di Benevento, che si occupa di accoglienza e supporto per donne vittime di violenza.

Ti incuriosisce questo film? Ecco alcune chiavi interpretative con cui guardarlo

Pericolo spoiler!

I film spesso presentano diversi piani di lettura e celano narrazioni simboliche che viaggiano parallele la trama del film. Uno di questi è il tema dell’acqua o meglio del mare. Lo ritroviamo nella morte del padre di Fortunata, nel suicidio di Lotte, nella seduta di sandplay therapy cui viene sottoposta Barbara, nella visita all’acquario di Genova e al termine del film, quando Fortunata e Patrizio si lasciano in riva al mare.

Nel passato l’iconografia della dea Fortuna contemplava diverse varianti. Una versione, che deriva dalla Venere Marina, la vedeva come una fanciulla nuda che si muove sulle acque con un timone in mano, per il suo ruolo di guida. La nostra Fortunata è forse una guida? Lei che di errori ne ha commessi tanti, che si è sempre lasciata guidare dalle emozioni, volubile e cieca come la dea? Probabilmente si ed è così che si presenta al termine del film, con le sue ali da farfalla tatuate sulla schiena, che avanza nuda verso il mare.

Un altro tema ricorrente è il mito di Antigone, l’eroina classica che per antonomasia si ribella al patriarcato e che viene sacrificata dagli uomini (il re di Tebe Creonte) per gli uomini (il fratello Polinice cui non viene concessa degna sepoltura). Anche Fortunata è invischiata in legami tossici con il mondo maschile: il padre, l’inaffidabile Chicano, il violento Franco, il vile Patrizio. Tutte figure che piano piano si dileguano e rivelano la loro fragilità. Chi sopravvive è Fortunata, che alla fine del film ci saluta con la sciarpa rossa di Lotte-Antigone, che smaschera la meschinità degli uomini e ritrova la figlia Barbara, un’altra piccola ribelle.

 

Ti incuriosisce questo cambio di rotta della cultura femminile? Leggi il nostro articolo sul libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, potrebbe piacerti 😉

Fonte dati:

Ministero della Salute


 


Fondazione Comunità San Gennaro

Davvero possiamo credere che la bellezza salverà il mondo?

Le indagini statistiche degli ultimi anni testimoniano che in Italia la cultura ha generato un indotto monetario pari al 16% dell’economia. Il rapporto Io sono cultura realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, evidenzia che quasi 38 mila organizzazioni non profit operano nell’ambito della cultura e della creatività (quasi l’11% degli enti attivi nel Terzo Settore). Numeri che non si limitano alle sole attività prodotte ma che generano un impatto territoriale, come quello turistico e dei trasporti, per un valore di 176 miliardi. Viene quindi da chiedersi: la bellezza può incentivare la creazione di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro? Ne abbiamo parlato insieme a Mario Cappella Direttore di Fondazione di Comunità San Gennaro.

Mario, partiamo dalla vostra storia. Fondazione di Comunità San Gennaro nasce in un territorio complesso. Ce lo racconti?

Il quartiere Sanità è al centro di Napoli, ma per una serie di peripezie storiche è pian piano diventato una zona di periferia. Nell’Ottocento era un luogo di passaggio: il re vi transitava per raggiungere la tenuta di Capodimonte e questo ha fatto nascere lungo il tragitto numerosi palazzi nobiliari di pregio. Negli anni a seguire però sono stati chiusi tutti gli accessi e il quartiere è stato progressivamente staccato dal resto della città, attraverso il cemento e le scelte politiche. L’isolamento ha avuto il merito di preservare alcune belle architetture, ma ha determinato anche un progressivo degrado culturale, sociale ed economico. Chi vi abita oggi spesso non ha mai visto il mare, che pure dista poche centinaia di metri e sente Napoli come una città distante.

La sensazione è che siamo sempre stati seduti su un tesoro, ma con la convinzione di essere brutti e cattivi.

Cosa ha significato per voi parlare di bellezza e portarla all’interno del Rione e cosa avete fatto?

Per prima cosa non abbiamo dovuto portare bellezza perché c’è sempre stata, ma era sottovalutata e non compresa. Quello che abbiamo fatto è stato farla comprendere, valorizzarle, dare visibilità.

La bellezza è una delle principali categorie educative: se educhi alla bellezza un popolo diminuirà la negatività e aumenterà il pensiero positivo. Educare al bello significa scardinare l’idea che abbina la povertà al brutto, elevare lo spirito, sviluppare l’orgoglio e l’autostima. La bellezza fa aumentare il livello culturale di una comunità!

La nostra idea è stata dunque rompere l’isolamento. Da un lato abbiamo fatto uscire i ragazzi fuori dal quartiere attraverso viaggi, tirocini, stage lavorativi all’estero, per mettere nei loro cuori la coscienza di altre vite possibili. Dall’altro abbiamo trovato il modo di far entrare le persone nel quartiere.

Come è stato lavorare con il territorio?

La strategia è stata aumentare i legami di comunità e territorialità per far scoprire il nostro quartiere.

Quello che abbiamo avviato è un processo culturale che ci ha imposto di porre obiettivi a lungo termine. A differenza del lavoro per progetti, i processi implicano tanti piccoli passi. Siamo partiti in pochi, come del resto ha fatto anche Gesù, che all’inizio aveva solo 12 uomini su cui contare, e fin da subito abbiamo puntato sul lavoro in rete e in comunità: qualsiasi cosa fai deve attivare sempre più legami con gli altri, perché una cosa positiva se la faccio da solo è un’opera di bene se la faccio con gli altri è vero cambiamento.

Concretamente abbiamo iniziato organizzando le visite turistiche di una piccola catacomba, quella di San Gaudioso, dando in gestione ai ragazzi la casa canonica del prete trasformata in un B&B, chiamato Casa del Monacone. Queste sono state le prime iniezioni di fiducia. Nel 2006 è nata la prima cooperativa, la Paranza, e poi con la gestione delle catacombe di San Gennaro abbiamo fatto il grande passo! Erano catacombe molto estese, più conosciute, ma fuori quartiere: abbiamo deciso allora di riaprire una delle porte di comunicazione con la città che erano state chiuse e di regalare la visita alle catacombe di San Gaudioso a chi comprava il biglietto per recarsi alle catacombe di San Gennaro. E così i turisti hanno ricominciato ad entrare nel nostro quartiere.

A distanza di quasi 10 anni, quale impatto avete generato?

È nata la comunità educante. Adesso abbiamo servizi culturali ed educativi che lavorano insieme. Lo posso descrivere con due indicatori: quando abbiamo aperto il primo B&B i turisti che prenotavano non arrivavano. Perché? Perché i tassisti quando sentivano dove dovevano andare li dirottavano altrove. Oggi i tassisti sono i nostri primi promoter e suggeriscono ai turisti di venire da noi! L’altro è che prima avevamo un quartiere depresso, senza attività commerciali, oggi invece non si trovano spazi liberi per aprire nuove realtà!

La cultura ha rivitalizzato la comunità, sotto vari profili. Infatti, come dice la convezione di Faro, ogni bene culturale, dovrebbe essere una risorsa per l’intera comunità che lo abita. In questo modo si trasformano le cattedrali nel deserto.

Quali resistenze avete trovato e quali alleati vi hanno supportato nello sviluppo delle attività?

Abbiamo incontrato le resistenze più classiche: “non si è mai fatto quindi non si può fare”, “se l’avessi fatto io l’avrei fatto meglio”, “chissà quale santo ha in Paradiso”. Ho riscontrato eccessivo protagonismo, difficoltà a mettersi insieme e a perdere piccoli pezzettini della propria identità in nome di un progetto più grande, gelosie, furbizie, finte collaborazioni. Ma ci sono anche gli uomini di buona volontà, e seppure provenienti da luoghi diversi, ci si riconosce, per affinità di visione e di pensiero. La nostra Fondazione è così, composita ed eterogenea, ma poggia su una rete di alleanze inimmaginabile, che ha abbattuto ogni rigidità. Ognuno con le sue competenze, che hanno arricchito la nostra realtà.

Dalla vostra esperienza pensi che la bellezza possa incentivare lo sviluppo di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro?

Si! In futuro dovremmo diventare più capaci di recuperare il valore delle emozioni che sono il mezzo più efficace di apprendimento per crescere. In questo modo possiamo ridefinire l’obiettivo di arrivo che non è una crescita esasperata ma una fioritura corale. E la bellezza a questo punto diventa la prima categoria di cambiamento. Soprattutto in Italia: siamo un paese che potrebbe vivere di ambiente e bellezza, per goderne e anche per creare economia. Dobbiamo solo riscoprire la capacità di valorizzare i nostri tesori, lì sta la chiave per risolvere molti problemi del nostro territorio, educativi, economici, di sviluppo. Le innovazioni tecnologie sono molto affascinanti, ma cosa hanno da dire in più rispetto al paesaggio e alla cultura? Possono solo integrarlo.

 

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