Enea e quel rullo che dà vita

Enea e quel rullo di tamburo che dà la vita

Sai quando tutti ti chiedono: “Cosa farai da grande?” e i bambini se ne escono con mille idee diverse? Ecco io all’inizio non lo sapevo. Mi piacevano le cose che piacevano a tutti, mi sentivo uno tra i tanti, fino a quando non è arrivata la batteria.

Penserai questo qui deve essere un genio musicale! e invece no. La musica, come tutto per me, è nata da un amore lento. Avevo 11 anni quando ho scoperto che per me era speciale. Me ne sono accorto perché tra tutte le attività che facevo, la batteria era l’unica cosa che mi rimaneva dentro. E lì ho iniziato a sognare.

Sarei diventato un batterista della madonna. Uno di quelli che suonano nei concerti con strumenti bellissimi da migliaia di euro. Per questo quando ho messo piede in Banda ero scettico. Questi qui erano strani: gli strumenti li facevano pescando boiler delle caldaie, tubi, cestelli delle lavatrici. Boh! Ho pensato io.

Però lì, solo lì, c’era un’energia unica.

Eravamo in 12 e nessuno comandava. Lì giocavamo con regole diverse da quelle a cui mi ero abituato. Nessun fai così, fermo lì, aspetta che… Ascoltavamo e ci sentivamo. Ci sintonizzavamo sulle stesse frequenze e insieme creavamo musica. Ma anche bellezza. E comunità.

La Banda Rulli Frulli era il nostro branco. Il mio e il nostro posto. Non era solo la mia scuola di musica. Era il mio contatto con il mondo, la fonte della mia espressione e delle mie esperienze. Ci pensi che a 14 anni andavo in tour?

Sì, ho suonato anche io al Concerto del Primo Maggio, al Circo Massimo, da Mika… wow! Ma sai quando è che mi sono sentito un figo pazzesco? La prima volta che ci siamo esibiti a Mirandola in una sagra vicino casa. Da fuori ero inguardabile: un imbianchino con un bidone appeso addosso. Ma dentro scoppiavo di vita.

Sai che roba lavorare in Banda! mi dicevo. Guardavo Fede, Matteo, Marco, Sara e gli altri e li ammiravo. Hanno dato vita a un gruppo che guarda avanti, spinto a migliorare e a prendersi cura. Ma dopo il diploma dovevo avere un pezzo di carta in mano. Chi sei se non hai qualcosa che lo attesta per te? Allora mi sono iscritto al conservatorio, ho passato la selezione e per la prima volta ho capito cos’era davvero la Banda per me.

In Accademia si suona a spartito. Non sai neanche come è fatto il tuo vicino, i tuoi occhi sono sulle note scritte. Tutto è ristretto alla partitura. E mi mancava l’aria. Mi mancava la libertà generativa della Banda. Mi mancava vivere di ciò che la musica produce: amicizia e armonia. Ho chiuso la porta del conservatorio e mi sono sentito un fallito. Avevo deluso tutti: le nonne, i miei e pure io…

Quando l’ho detto a Fede, che per me non è il Direttore, è il timoniere della ciurma, lui ha capito subito. Io no, stavo imbambolato come un carciofo. Mi ha dato il la con i laboratori di costruzione degli strumenti e la manutenzione. Il resto è venuto da sè.

Adesso seguo anche i laboratori di musica e di teatro musicale nelle scuole. Lo faccio per spalancare gli occhi dei ragazzi e renderli parte della bellezza della vita. Non dico mai che il fine è l’integrazione perché quando i ragazzi fanno, l’integrazione viene da sé. Svaniscono le differenze e diventiamo tutti parte di un’umanità bellissima.

Oggi in banda siamo 70. I ragazzi hanno fame di cose autentiche. E sai a me cosa piace fare? Attendere. Aspetto il momento in cui anche a loro succede. Si impianta il seme che cambia lo sguardo, il modo di fare, di prendere la vita. E allora si accendono. Ecco quello per me è il top. Il segno che, sì un giorno ognuno farà un lavoro, ma prima della professione, noi possiamo essere Persone vere che vibrano e creano risonanze. Come la nostra musica.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre esperienze dei ragazzi di Giovani Speranze a partire da Martina


Pcto alternanza scuola lavoro

“La parola ai giovani”: al via i PCTO di Fondazione

I PCTO, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, ex Alternanza Scuola Lavoro, nascono come percorso formativo per gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, per approfondire le proprie attitudini e aspirazioni, fare un’esperienza arricchente e coinvolgente in un contesto lavorativo e orientare i ragazzi nelle loro scelte future.

Quest’anno Fondazione Cattolica offre l’opportunità ai giovani di entrare nella propria casa, per conoscere i ragazzi di oggi e costruire insieme a loro il futuro che sognano. Uscendo dalla retorica di chi “parla dei giovani”, Fondazione Cattolica ha scelto di proporre un percorso immersivo per “fare con i giovani”!

Il progetto formativo "La parola ai giovani"

Il tema del percorso PCTO ideato per le scuole è “La parola ai giovani – ascoltare per cambiare!”. Attraverso lo svolgimento del programma formativo, Fondazione Cattolica mira a conoscere la situazione giovanile della città:

  • Chi sono i giovani che vivono a Verona e provincia oggi?
  • Quali desideri hanno per il loro futuro?
  • Quali criticità stanno affrontando?

Per rispondere a queste e altre domande, i ragazzi si cimenteranno nella creazione di una ricerca qualitativa e nella divulgazione delle informazioni raccolte.

In particolare gli studenti:

  • Elaboreranno un set di domande da sottoporre a coetanei, adulti di riferimento, imprese ed enti territoriali per delineare un profilo dei giovani della città;
  • Effettueranno le interviste sul campo accompagnati dai tutor, in parte corredandole di riprese video;
  • Scriveranno una relazione, sulla base dei dati raccolti, che verrà presentata alla seconda edizione di Escogito.

Organizzeranno l’iniziativa Escogito pensando agli ospiti, alla comunicazione, alla realizzazione dell’incontro. L’evento, rivolto ai giovani per pensare a nuovi modelli d’azione con cui costruire il futuro, si svolgerà nel prossimo autunno.

Risultati attesi dal PCTO

Fondazione Cattolica desidera accompagnare i ragazzi in un percorso di crescita delle loro competenze personali e curriculari.

Cosa impareranno i ragazzi da questa esperienza?

  • Competenze tecniche (programmazione, scrittura ed editing, digital marketing);
  • Soft skills (teamworking, proattività, pianificazione, ascolto attivo, comunicazione efficace, creatività, time management);
  • A elaborare e proporre idee e soluzioni inedite.

Tempistiche PCTO

Il percorso coinvolgerà fino a 6 studenti delle scuole veronesi e durerà circa quattro settimane. I PCTO inizieranno al termine delle lezioni scolastiche e si concluderanno nel mese di luglio.

Ti piacerebbe avere l’opportunità di partecipare al percorso o a progetti simili? Comunicacelo!

Fondazione Cattolica sta ideando percorsi per accogliere nuovi ragazzi e affrontare insieme nuove sfide!


Aloud: quando la musica dà senso alla vita

Aloud: quando la musica dà senso alla vita

Una scuola, 400 corsisti l’anno, circa 30 insegnanti e un animo innovativo che ricerca nelle note musicali i cambiamenti sociali. Aloud è il college che offre una formazione musicale completa per gli amanti della musica e per chi vuole fare della musica la sua professione.

La musica è la chiave di un processo avviato decenni fa. Aloud nasce infatti da una scelta coraggiosa: racchiudere due importanti e storiche realtà nel mondo musicale veronese (CSM College e CIM) in un'unica entità per creare un polo culturale che condivide vocazioni, saperi e competenze al fine di sviluppare percorsi formativi di qualità.

Lo sviluppo di Aloud

Le persone che animano Aloud sono orientate dalla ricerca costante per innovare la didattica e colmare un vuoto formativo che esiste da sempre nell’ambito musicale italiano. “Si trovano i corsi amatoriali oppure i conservatori – racconta Pepe Gasparini, presidente della realtà – Io stesso negli anni ’90 ho sentito una mancanza: sono andato a studiare all’estero perché cercavo qualcosa di più”. E nel Regno Unito Pepe comprende che esiste una formazione musicale completa che prepara a diventare ottimi strumentisti ma anche professionisti del settore. Musica, funzionamento del mercato, organizzazione del lavoro… “Quando sono tornato in Italia avevo voglia di condividere questo modello. Ho trovato professionisti che, come me, volevano dare vita a qualcosa di nuovo e innovativo e ci siamo subito impegnati per realizzare quell’obiettivo” racconta Pepe.

Ingresso della sede di Aloud

Sala registrazioni Aloud

Il college Aloud

Aloud diventa un luogo di incontro in cui lo studio e la conoscenza si abbinano alla musica, alla tecnologia e alla recitazione per permettere ai giovani di appassionarsi, diffondere l’arte e abbracciare nuove professioni. “La centralità non è affidata alla musica, ma alla società. In Aloud la musica è un elemento essenziale perché dà senso alla vita, aggrega, riflette le comunità e parla alle persone” afferma Pepe.

I percorsi musicali proposti da Aloud

La proposta formativa amatoriale o professionalizzante si rivolge a bambini dai 4 anni fino agli over 70: corsi di musica contemporanea, produzione musicale, dizione e recitazione sono adatti a tutte le età e per diversi livelli. I diplomi, invece, sono frequentati prevalentemente da giovani tra i 17 e i 25 anni e sono certificati e riconosciuti in Europa e nel mondo, “perché è nel mondo che si generano opportunità. Sviluppiamo diplomi accademici e universitari, creiamo rete con professionisti del settore, promuoviamo eventi e iniziative in cui i ragazzi possono sperimentare, fare la loro gavetta, far conoscere il loro valore”, racconta Pepe. Perché alla fine l’anima di Aloud è fatta di ragazzi con grandi sogni, ma anche tante paure.

Lezione nel college

Concerto degli studenti

I protagonisti di Aloud

“Quando faccio le audizioni chiedo sempre: qual è il tuo sogno? Ci siamo accorti che i ragazzi soffrono sempre più di ansia e insicurezza. È come se la lente fosse posta al loro interno, i cantanti non chiedono più mondo cosa vuoi me? e riflettono tutta una generazione che si sta chiedendo cosa voglio da me? La scuola permette di uscire e creare un collegamento con l’esterno”, testimonia Pepe.

Guardare all’esterno significa innovare sempre i percorsi formativi, studiare il mercato, accompagnare singolarmente gli studenti, offrire loro reali opportunità in cui cimentarsi. C’è chi esce e fa il musicista, chi insegna, chi si specializza nell’ambito tecnologico e chi si cimenta con le nuove frontiere offerte dalla realtà virtuale e dai videogame. “Nel DNA di Aloud c’è l’innovazione creativa. Noi non ci fermiamo, perché ai giovani vogliamo offrire le migliori opportunità di crescita” conclude Pepe.

Aloud, quando la musica che dà senso alla vita... ti è piaciuta la realtà? Scopri le altre he Fondazione Cattolica ha accompagnato, come Orto!


Martina e quella fortuna costruita col tempo

Martina e quella fortuna costruita col tempo

La rubrica "Giovani Speranze" si arrichisce con la storia di Martina Tommasi, Responsabile Area Progetti e Sviluppo delle Acli di Verona

Da bambina volevo fare la capa, di cosa non lo sapevo e come nemmeno!

Mia mamma dice che sono nata con una certa repellenza alle regole e con la convinzione che nella vita decido da me! perché essere autonoma e indipendente sono sempre stati i miei obiettivi. D’altronde cos’altro potevo fare?

Ero piccola per capire la scelta dei miei genitori e quel vivere separati mi ha segnata.  Mi sentivo sola e diversa da tutti; ero insicura e anche abbastanza arrabbiata. Pensavo che “io” potevo essere l’unica persona su cui contare davvero. Così ho iniziato.

A 13 anni ho scelto una scuola che mi avrebbe fatta lavorare subito. Non avevo fatto i conti, però, con l’imprevedibilità della vita: mi sono innamorata del diritto. Mi piaceva l’idea di poter creare opportunità, di tutelare le persone, di prendermene cura. “Continua – mi dissero i professori – hai un futuro davanti!”.

La mia piccola ambizione mi ha portato ed Economia e management ma l’Università l’ho vista poco. Mi sentivo soffocare: ero solo un numero nel sistema. Mi mancava la relazione, stringere legami con adulti che aprono gli occhi e orientano la vita. Per questo studiavo lavorando a tempo pieno!

Commessa, hostess, impiegata, ho fatto di tutto fino a quando mi sono imbattuta nel Servizio Civile. Vedevo persone felici e sfide da vincere. E li ho iniziato a capire. Non volevo un lavoro per coprire le spese. Volevo qualificare il Terzo Settore e valorizzarlo. Ho scelto di uscire dal binario tradizionale: lavorare per generare profitto e ho continuato l’Università per presentarmi al non profit con qualità!

Si lo ammetto, quando sono entrata nelle Acli ero scettica. Cosa c’entro io con i valori cristiani? mi chiedevo. Poi mi sono accorta che qui le persone lavorano per le persone e che i valori sono quelli umani: favorire l’equità, crea opportunità, agire per la pace... Era quel che volevo da ragazzina. E la verità è che ho trovato anche molto di più!

Ho sostituito la sete individuale con l’interrelazione. Ho sperimentato cosa significa stare accanto. Ascoltare bisogni e trovare le risposte. Ho compreso il significato della collaborazione e che solo quando si fa insieme si possono cambiare le cose.

Beh, certo alle volte non è stato semplice far convivere il mio carattere prorompete con un’organizzazione storica. Ma c’è disponibilità e incontro e forse nelle Acli hanno visto che il Bene lo voglio fare bene. Sta di fatto che oggi sono Responsabile dell’Area Progetti e Sviluppo e mi sento fortunata ma non perché faccio il capo!

Quello non mi interessa più. Mi interessa sapere che anche grazie al mio impegno Verona può essere una città migliore. Mi interessa creare un equilibrio sociale per favorire la felicità. Mi interessa fare per lasciare un segno, perché i ragazzi abbiano opportunità e un giorno possano dire “anche io sono fortunato!”.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica a partire da Anna!


Cosa serve all'Italia per diventare un paese per giovani

Cosa serve all’Italia per diventare “un Paese per giovani”

Dei quasi 13 milioni di giovani tra i 16 e i 34 anni, il 21% non studia e non lavora, il 44% è occupato, il 66% è celibe o nubile. Viviamo in un Paese in cui l’ascensore sociale è bloccato, 35.000 giovani nel 2021 hanno cambiato residenza trasferendosi all’estero e secondo le statistiche solo il 40% ha fiducia nel futuro. Ma di quale futuro possiamo davvero parlare? Ci interroghiamo insieme a Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la natalità e per 8 anni del Forum delle Associazioni Familiari.

  • Gigi, l’esito del Bando del servizio civile 2023 ci obbliga ad una riflessione. Oltre 71 mila posizioni aperte e una richiesta di adesione scesa del 40%. Cosa evidenzia secondo te questo risultato?

Questi dati ci dicono che c’è una lacuna culturale. Dove il futuro è inteso come una minaccia nessuno si sogna di dedicare un anno agli altri ma cerca un lavoro “decente” perché non può permettersi di sprecare tempo. Deve cercare prospettive.

Questi dati però rispecchiano anche una tendenza: sono sempre meno i giovani che partecipano a bandi pubblici e, come nella maggior parte dei settori, quando si cercano i giovani sono perlopiù assenti. Perché non stiamo facendo i conti con l’aspetto demografico. Ci piaccia o no, i giovani sono pochi e non possiamo negare che ce ne saranno sempre meno. Evidenzio questo tema perché dobbiamo farci i conti. Una situazione come quella attuale, dove i giovani vivranno una vita meno ricca e più difficile rispetto ai loro genitori, ci fa capire l’importanza della solidarietà intergenerazionale. Per i miei nonni il futuro era atteso come una grande speranza e per i miei genitori il nuovo millennio avrebbe portato risposte. Ma già per la mia generazione, il XXI secolo è diventato un problema e per i miei figli una minaccia.

Questo tema riguarda solo i giovani? No! Abbiamo bisogno di intervenire sull’intergenerazionalità, di educare gli adulti, per creare prospettive di lungo periodo.

  • In base alla tua esperienza, cosa manca ai giovani d’oggi?

Manca la possibilità di riconoscere intorno a loro adulti felici. Come fa un giovane ad avere fiducia nella vita se vede il padre e la madre o i professori sempre incazzati, tristi, amareggiati? Se i giovani vedono negli adulti una felicità, allora tutto diventa diverso. Bisogna tramandarsi bellezza, desiderio, il senso di vivere, il dirsi che vale la pena vivere!

Il tema, lo ribadisco, è la solidarietà intergenerazionale perché siamo tutti creditori e debitori gli uni nei confronti degli altri. Invece tendiamo sempre più a vivere a compartimenti stagni: ci sono i boomer, la generazione x, la z… stiamo creando contenuti che differenziano al posto di unire, alimentando un sindacalismo generazionale che alimenta i mal di pancia ma non porta lontano. Dobbiamo pensarci come un’unica generazione umana per affrontare aspetti di natura economico-sociale e culturale.

  • E allora di cosa hanno bisogno i ragazzi?

Di speranza. Non è l’ottimismo de “andrà tutto bene”, perché quello si basa sulla concretezza immediata mentre la speranza apre gli immaginari, scenari immensi. L’ottimista raccoglie nella stagione del raccolto mentre chi spera mette semi di lungo periodo.

Oggi viviamo schiacciati nel presente. Il problema è che pensiamo sempre al “tutto e subito” con politiche ancorate all’immediato. Non nascono figli, il Pil è crollato e non sappiamo come in futuro pagheremo i servizi di welfare se non ci saranno persone impegnate nel lavoro. Vivere con speranza significa investire sul futuro, creare politiche economiche di lungo profilo.

  • C’è chi instilla il dubbio che l’Italia semplicemente non sia un Paese per giovani e che qui futuro non ci sia. Tu come la vedi?

Il futuro c’è. Solo un egocentrico pensa che non ci sia perché crede che dopo di lui non ci sarà più niente. Il futuro sarà bello o brutto in base a come lo si guarda. Il nostro compito è lasciare le premesse. È creare quell’unione generazionale affinchè non ci sia una generazione che si mangia tutte le risorse.

  • Quali azioni mettere in campo per offrire una concreta proposta di futuro alle nuove generazioni?

  • Studiare tanto. Io sono stato bocciato due anni ma se vuoi cambiare la storia devi studiare tutto: da come funzionano i social network ai meccanismi politici; dalle materie scolastiche al parlare in pubblico;
  • Non rinunciare ai propri desideri. In un mondo dove ti viene detto “Servono manovali, medici, infermieri…” tu puoi accettare a prescindere un lavoro e dimenticarti di te o coltivare ciò che senti di essere. Perché altrimenti rischi di diventare una vittima arrabbiata;
  • Prendere un problema e risolverlo. Perché non è vero che le cose non cambiano, non è vero che ormai va tutto così, le cose si possono modificare ma cambiandole una alla volta.

Vuoi sapere cosa pensano i giovani di Verona? Leggilo qui!


Anna insieme ai bambini sordi per renderli adulti autonomi

Anna: insieme ai bambini sordi per renderli adulti autonomi!

La rubrica Giovani Speranze si arricchisce con la storia di Anna Chelini, logogenista che all'interno della cooperativa Logogenia si impegna per accompagnare bambini, ragazzi e giovani adulti sordi all'apprendimento della lingua perchè "comunicare significa integrare!"

Da bambina sognavo di fare la ballerina.

Chi l’avrebbe detto che avrei fatto il mestiere che faccio ora!

Quando ho iniziato a studiare lingue mi è sembrato di avere il mondo nelle mani. Il linguaggio era il mio strumento per conoscere il pensiero altrui senza confini spaziali. Italiano, inglese, islandese… la diversità delle parole mi emozionava!

Ma c’era una diversità che non riuscivo a collocare. Mi sentivo sulla soglia di una porta. Qui c’ero io e lì iniziava la comunità dei sordi. Però io volevo entrare. Volevo abbattere quella barriera invisibile che mi divideva da persone che avrei potuto conoscere. E così ho fatto il primo passo!

Sono andata a studiare a Venezia Linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio, un percorso appassionante, capace di farmi perdere la cognizione temporale. Amavo quel che studiavo e così quando mi sono laureata mi sono accorta che ancora non mi ero posta la fatidica domanda: Anna, cosa vuoi fare nella vita?

Io la risposta non l’avevo. Non sapevo come trasportare il mio titolo alla realtà e ci è voluto un soffio per farmi entrare in crisi! Sentivo di dover dimostrare qualcosa. Così ho accettato il primo lavoro d’ufficio che mi è capitato…ma era chiaro che quello non era il mio posto.

Lì non c’ero io. Io volevo mettere una parte di me nell’attività, stare con le persone, contribuire alla loro crescita. E adesso che lo so? - mi chiedevo - Cosa faccio? La risposta mi è arrivata tra le mani con un biglietto, un numero e un nome: Logogenia.

Hai presente la soglia di quella porta? Ecco Logogenia mi ha portato dentro a un nuovo mondo. Un mondo visuale, empatico, relazionale. E qui ho sentito che potevo essere io: potevo dare, trasmettere, stimolare per permettere a bambini, ragazzi e giovani adulti di diventare persone autonome. Perché comprendere e comunicare ti dà questo: integrazione.

La verità, lo ammetto, è che la prima ad aver imparato sono stata io! “Guarda la bambina” mi diceva la mia tutor. Tensione, smarrimento, frustrazione. Apprendere è un processo lento e faticoso, fatto di parole, tempi e gesti. Ma sono una logogenista, sto. Attendo. E quando il bambino si illumina, mi guarda felice e dice “Ho capito!” non vorrei essere in nessun altro luogo al mondo se non lì, accanto a quella gioia!

La mia agenda è un puzzle colorato di appuntamenti e incontri. Percorsi di crescita che arricchiscono la vita degli altri e la mia. Adesso so che non devo dimostrare nulla perché questo lavoro è la mia missione. Così dico Grazie e penso a come includere una persona in più!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica. Parti da Filippo e dall'impresa dolce che nutre le potenzialità!


Che profumo ha il Bene? Storia di accoglienza e di rischi su Intraprendenti

Il profumo del Bene: storia di accoglienza e di rischi!

Nel sesto episodio del podcast Intraprendenti scopriamo la storia di Valerio, che ha acquistato un’azienda di profumi per dare un futuro con un nuovo sapore a persone fragili e approfondiamo con il dottor Carlo Peretti il tema della copertura dei rischi per le imprese sociali.

Valerio è un giovane uomo che identifica presto il suo obiettivo: aiutare gli altri. Da questo grande sogno nasce la cooperativa Amici di Gigi, un luogo che offre servizi per accompagnare chi ha gravi disabilità e dove bambini provenienti da case in cui la serenità è perduta, possono trovare cura, educazione, istruzione e amore. Ma Valerio vuole fare di più: acquista la Belforte Fragranze Italiane che realizza fragranze per ambienti affinché i ragazzi della cooperativa abbiano un futuro dignitoso grazie al lavoro.  

Ostacoli, reticenza, mancanza di fiducia da parte delle istituzioni e delle comunità. Far partire un’impresa in Italia per un giovane non è facile bisogna:

  • Lavorare in squadra
  • Tanta buona volontà
  • Tenacia
  • Molta speranza
https://open.spotify.com/episode/5mpnNLFk9ZnWc78UAqSCkO?si=mi47XDwHSQm0A_XbEOFkCw

Come prevenire i rischi di un'attività imprenditoriale?

Carlo Peretti, responsabile Formazione della Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore di Cattolica Assicurazioni, chiarisce che in primis è necessario cambiare la nostra visione del mondo assicurativo e considerare le coperture dai rischi non come una tassa ma come una tutela: in questa direzione infatti si è mosso anche il legislatore nella riforma del Terzo Settore, imponendo l’obbligo di stipulare polizze a garanzia dei volontari.

I rischi delle imprese sociali sono molto simili a quelli delle attività profit, la responsabilità patrimoniale, i danni a beni e persone che lavorano in azienda, ma c’è anche un rischio non mitigabile dalle assicurazioni e particolarmente temuto, quello reputazionale, perché può compromettere seriamente la credibilità e il futuro di una realtà.

Sono molteplici le coperture che un imprenditore sociale può attivare per dedicarsi con più serenità alla propria attività, ma è importante, ricorda il dottor Peretti, formarsi sul tema e  affidarsi a professionisti specializzati nel Terzo Settore per ottenere coperture efficaci.

Vuoi scoprire gli altri episodi? Parti dal quinto parliamo di welfare di comunità!


Benvenuti al ristorante La Bella Sfilza

Benvenuti al ristorante sociale La Bella Sfilza!

La Bella Sfilza è un ristorante sociale che include giovani con disabilità per creare opportunità di crescita e di inclusione attraverso il lavoro!

Quando entri a La Bella Sfilza percepisci un’aria diversa. Un’aria che sa di persone!

C’è Alice che accoglie tutti con un abbraccio e un sorriso caloroso. Marcello che cucina con impegno e adora far saltare la pasta in padella. C’è Sara che impiatta alla perfezione e cucina un salame al cioccolato buono come pochi altri. E Katia, che prepara una sbrisolona squisita da servire insieme al caffè preparato rigorosamente da Gabriele.

La Bella Sfilza è un ristorante, sì. Ma non è un ristorante come tanti.

La storia

La Bella Sfilza nasce nella mente di un gruppo di genitori qualche anno fa. Si forma casualmente quando, in attesa di rivedere i figli con disabilità al termine delle prove della Banda Rulli Frulli, iniziano a confrontarsi sulle difficoltà che vivono: esclusione, preoccupazione, domande su un futuro incerto.

I ragazzi stanno crescendo e una volta finita la scuola le occasioni di coinvolgimento sociale si riducono notevolmente. “Alcune dinamiche le percepisci solo quando le vivi. Tra genitori ci è sembrato chiaro che se volevamo delle opportunità per i nostri figli dovevamo costruircele – racconta Cristiano Govoni, tra i fondatori – perché non puoi affidare il domani di questi ragazzi a chi non percepisce il loro potenziale”.

La cooperativa sociale

La cooperativa prende forma a febbraio 2022 grazie all’intuizione di Paolo Pozzetti “facciamo un ristorante!”. Si trova a Concordia, in provincia di Modena, in una cascina ristrutturata che ospita 36 coperti e dispone di un terreno per avviare attività agricola e realizzare la propria filiera produttiva. “Siamo partiti insieme a Dario, chef e formatore dei ragazzi e ad Anna che cura la gestione della sala” racconta Cristiano. Un progetto che educa, forma ed apre le porte al pubblico ad aprile 2022 offrendo un servizio di ristorazione, bar e consegna di pasti a domicilio a pranzo e a cena.

I protagonisti

“All’interno della cooperativa lavorano 8 persone, di cui 6 assunte a tempo indeterminato perché crediamo nel lavoro vero e nell’assunzione di responsabilità”. Sono ventenni, per lo più con disabilità, desiderosi di mettersi in gioco e di imparare un mestiere. Ragazzi che nel corso di un anno hanno intrapreso una strada professionale. “Il lavoro ha creato cambiamenti fantastici. I ragazzi sono autonomi, competenti e soddisfatti. Sono stati capaci di sviluppare la sintonia che non è mai un fatto scontato!” testimonia Cristiano.

La cooperativa sta sviluppando collaborazioni con le reti scolastiche territoriali e con i servizi sociali per favorire l’inclusione di nuovi ragazzi che possano vivere esperienze professionalizzanti abbattendo i limiti della diversità.

Gli sviluppi futuri

La Bella Sfilza è nata da un sogno: creare un luogo inclusivo che permetta di esprimere le capacità dei giovani. “La malattia che ha portato via Paolo, ideatore e presidente, non ha spento il nostro intento iniziale. Vogliamo andare avanti per creare più opportunità” ammette Cristiano. Per questo la cooperativa è in cammino e desidera sviluppare un’oasi di ristoro a Concordia. E così punta alla creazione di un laboratorio agricolo di coltivazione e produzione di ortaggi bio da gustare nel ristorante o da acquistare a km0. Ma anche alla creazione di eventi tematici e culturali che apriranno le porte ad altre persone e genereranno nuove occasioni di lavoro!


Bandi e funding mix

Progetti sociali sostenibili? Ecco il percorso formativo sulla progettazione finanziata

Esistono una moltitudine di bisogni sociali che cercano risposte. Ma come è possibile trasformare un’idea in un progetto capace di mantenersi nel tempo? Fondazione Cattolica insieme a On! Srl Impresa Sociale lancia un percorso formativo sul funding mix

Fondazione Cattolica, da sempre interessata a generare rapporti di sviluppo per gli enti non profit, ha attivato un percorso formativo insieme ai professionisti On! Srl Impresa Sociale con l’obiettivo di aiutare i partecipanti a cogliere i fondamenti dell’agire progettuale e del fundraising tramite bandi.

Scopo del percorso e programma

Quali opportunità nascono da un’efficace gestione di finanziamento per i progetti nonprofit? Il percorso formativo sulla progettazione finanziata offre la possibilità di:

  • Inquadrare il ruolo della progettazione finanziata nel funding mix
  • Comprendere quali competenze di sviluppo servono per la gestione sostenibile dei bandi.

Il percorso è composto da 4 incontri e parteciperanno oltre 40 organizzazioni sociali. Durante le lezioni i partecipanti avranno l'opportunità di dedicarsi a:

1. Il progetto che fa per me

  • Cosa è e come funziona il funding mix
  • Breve guida alle diverse modalità di progettazione tramite bandi e progetti.
  • Presentazione dei diversi Enti Erogatori e le diverse tipologie di Bandi disponibili per finanziare e sostenere attività sociali

2. ll progetto efficace

  • Come si costruisce una idea progettuale
  • Il quadro logico
  • Il project cycle management
  • Costruire un budget ed esser pronti a rendicontarlo

3. La ricerca bandi e la ricerca fondi

  • Come e dove cercare le informazioni che ci servono
  • Alleati e partners
  • Le risorse professionali disponibili e quelle necessarie

4. Saperi e Competenze utili a una organizzazione project oriented

  • Il sapere ideativo: visione e competenza strategica
  • Il sapere collaborativo: alleanze e competenze di relazione per costruire partenariati
  • Il sapere descrittivo: far capire le nostre idee e scrivere progetti esemplari
  • Il sapere amministrativo: programmare, acquisire, gestire e rendicontare risorse
  • Il sapere valutativo: monitorare e valutare risultati e impatti delle azioni progettuali
  • Il sapere narrativo: costruire narrazioni e sviluppare immaginari sulla base delle attività progettuali anche in vista di progetti successivi

Vuoi saperne di più sul pensiero dei docenti del percorso? Leggi l'articolo dedicato al welfare generativo!


Lasciare le sicurezze per inseguire un sogno? Intraprendenti!

Lasciare le sicurezze per inseguire un sogno? Di desideri e welfare parliamo su Intraprendenti!

L’esperienza di Valentina e Federica Sorce rivela il bisogno di inseguire i propri desideri specialmente quando questi danno valore alla vita delle persone. Nel quarto episodio di INTRAPRENDENTI. Storie di chi, nel Terzo Settore, genera futuro parliamo di strade inedite aperte per rispondere a nuovi bisogni e di welfare di prossimità.

L’amore per una persona fragile accanto a noi a volte è in grado di espandersi così tanto da generare realtà che sanno rispondere ai bisogni di molti. È così che nasce la cooperativa sociale Giò, da Valentina e Federica desiderose di creare un ambiente che garantisse un futuro luminoso per il fratello Giovanni e per le famiglie che, come loro, vivono le stesse necessità. Il progetto di inclusione lavorativa “Open House” mira ad accompagnare e sviluppare le abilità di persone con disabilità attraverso la gestione di una fattoria sociale e di un agriturismo.

Ascolta il loro episodio su Spotify!

https://open.spotify.com/episode/2nEaSslJiKee07AAVpJzT7?si=niGEFa-yTCKX9u_Dq-H9yA

Ma cosa accade a chi vive in una situazione di isolamento sociale?

Esiste una solitudine che spesso soffoca le famiglie che vivono con persone più fragili. Un isolamento che tutti abbiamo sperimentato nei mesi della pandemia, che ha fermato tutte le attività del volontario, lasciando sole le persone e facendoci sentire tutto il peso e la necessità della solidarietà comunitaria. Questa esperienza, ricorda l’avvocato Lorenzo Pilon del Comitato Scientifico di Cattolica Assicurazioni, ha evidenziato che prossimità e sussidiarietà sono opzioni strategiche necessarie in una società che vuole essere solidale e inclusiva.

Con la Riforma è stata riconosciuta al Terzo Settore una soggettività giuridica e politica che lo rendono protagonista delle politiche di welfare. Inoltre, attraverso gli strumenti della co-progettazione e co-programmazione nel rapporto con l’amministrazione pubblica, si sono creati i presupposti perché prossimità e sussidiarietà non siano solo principi evocati ed evocabili, ma valori concreti della solidarietà comunitaria.

Vuoi saperne di più? Segui gli altri episodi! Come quello di don Silvio sul ruolo del volontariato


Privacy Preference Center