Riccardo e l'invenzione che mancava

Riccardo e l’invenzione che mancava

I miei genitori? Li ho fatti impazzire, ne sono sicuro. Eppure, quando adesso mi guardano li vedo che sono fieri di me. Perché ad essere sincero anche io lo sono di me stesso.

Sognavo di diventare inventore. Le cose conosciute mi annoiavano, io volevo dare forma a quello che ancora non c’era. Immagina cosa abbia significato andare a scuola per me…una tragedia!

Ho cambiato quattro scuole superiori e cinque classi. Ho avuto più di centodieci compagni perché per me andare a scuola semplicemente non aveva senso. Non mi interessava, non mi piaceva, non trovavo il perché…fino a quando ho partecipato ad un open day di Psicologia e lì si è aperto il mio mondo.

Quella era la mia via! Ho iniziato a studiare con un obiettivo e l’ho raggiunto. Mi sono trasferito a Padova, sono arrivato all’ultimo esame, ero prossimo al coronamento del mio sogno; eppure, non mi sembrava abbastanza. Ero alla ricerca…di cosa? Forse della felicità. Allora per la laurea mi sono regalato un volo di sola andata.

Destinazione Sidney. Sarei dovuto stare sei mesi invece ho passato un anno e mezzo a scoprirmi, sperimentarmi, maturare nuove consapevolezze su di me. Ho lavorato come giardiniere, cameriere e anche come comparsa in tv. Avevo amici e una nuova vita. Insomma, andava tutto per il meglio fino a che…

mi sono guardato allo specchio con sincerità. Ancora mi mancava qualcosa. Devo investire su di me mi sono detto. Allora ho fatto la valigia, l’Australia mi aveva dato tanto, ma non poteva darmi di più. E sono tornato a casa.

Mi sono rimesso sui libri e sono diventato uno psicologo clinico. Quando mi hanno proposto di seguire un ragazzo autistico mi sono buttato e lui mi ha travolto! Mi ha spinto a guardare oltre l’apparenza e a chiedermi: quanti ragazzi restano isolati dalla società?

Il pensiero non mi mollava e mi ha mosso alla ricerca di risposte. Sai cosa ho scoperto? Che la diversità è ancora una finestra dietro la quale troppi ragazzi si soffermano a guardare il mondo al posto di viverlo. Allora non ho resistito e mi sono inventato qualcosa!

Il progetto FruttiNuovi, all’interno dell’associazione Daya, nasce nel terreno bellissimo e incolto di mia zia che voleva usarlo per farci qualcosa di buono. E buono lo è diventato davvero perché oggi, dopo pochi anni, cura, nutre e porta frutto…

Arare, piantare, potare, raccogliere, trasformare e cucinare. L’agricoltura e la cucina sono gli strumenti che utilizziamo per abilitare i ragazzi alla vita, coinvolgendoli nei processi, nelle relazioni, nelle responsabilità. Lavoriamo con i ragazzi e le famiglie, lavoriamo con il e per il territorio perché la natura mi ha insegnato che tutto matura a ritmo della propria stagione…tutto matura se viene amato!

Così oggi sono qui, insieme a 30 ragazzi, 30 famiglie e 4 collaboratori tutti impegnati a rendere l’inclusione una reale opportunità, dove le persone insieme rinascono e fioriscono.

Vuoi che ti dica un segreto? Credo di aver superato il mio desiderio di bambino perché quando apro la porta di Daya penso che questa bellezza senza me, la zia e quanti ci hanno creduto, non esisteva. È tutto nuovo. Allora è proprio vero: sono diventato un inventore ma un inventore sociale!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della rubrica Giovani Speranze a partire da Elisabetta


Etta e il coraggio di cambiare le cose

Etta e il coraggio di cambiare le cose

C’è pace nella casa in campagna di Etta. Ci sono le api, il bosco, il cane che scodinzola e la natura che scandisce un tempo lento. Il tempo libero e ricco di vita che Etta ha costruito anno dopo anno.

È una ragazzina che vuole fare. Conta i minuti che la separano dai libri di latino agli Scout e poggiata la penna, spalanca la porta e scappa a vivere davvero. Sono gli anni del fermento sociale italiano ed Etta lo respira nelle strade, nelle idee, nei giovani: il mondo è tutto da cambiare!

Ma cambiare cosa? Etta trova risposta aprendo la stanza di un istituto femminile stipato in una soffitta di un palazzone genovese. L’odore di minestra penetra le narici e si attacca ai vestiti. Tutto è fatiscente. Le bambine indossano un grembiulino consunto, si muovono in modo sconnesso e parlano male. Vivono costrette in una stanza senza anima né cura, abbandonate dalle loro famiglie e dimenticate dalla civiltà.

E qualcosa dentro Etta parla forte.

È Luisa. È la disabilità manifestata dalla sorella. È il peso dell’esclusione, l’oppressione dell’abbandono, la ricerca di un senso. È la consapevolezza che si può fare diversamente perché Etta lo sa: non si diventa umani rifiutando le fragilità.

Matura in lei il desiderio di lavorare nel sociale. Ma gli anni ’70 sono solo all’inizio, fare sociale è per lo più un sentimento e i suoi genitori la spingono all’università. Etta li accontenta, prende una laurea in Lettere, si abilita all’insegnamento e si chiede cosa fare del suo futuro quando nel negozio di alimentari, tra un etto di prosciutto e di formaggio, una signora parla di una casa nuova, per ospitare bambini“Mi scusi cosa?” domanda Etta. E da lì corre!

Sono anni faticosi ma stimolanti. La comunità di Don Gallo e il Ceis si uniscono per offrire un rifugio a minori in abbandono. Si lavora sulla relazione e sul ricongiungimento. Etta si attiva per dare a bambini come Carmelo, Angelo, Piero ed Emanuele luoghi confortevoli in cui vivere mentre si impegna a costruire percorsi di integrazione con le famiglie d’origine, per contrastare  la povertà economica e culturale.

Etta è appassionata. Studia e si immerge nel travaglio del reale. Si occupa di minori e di giovani, dirige una grande cooperativa e viaggia in tutta Italia per conoscere imprese sociali innovative capaci di sollevare i problemi offrendo nuove vie. E così entra per la prima volta in carcere, in una sezione femminile, e i suoi ricordi  fanno un salto indietro negli anni.

Davanti a lei però non ci sono bambine, ci sono donne invisibili, prigioniere di una sentenza e della condanna di non essere più nulla. Persone isolate a sé stesse con speranze naufragate in celle dispnoiche. E ancora una volta Etta pensa a come fare per cambiare.

II tempo del lavoro in cooperativa è superato, i figli sono grandi, Etta  intravede la possibilità di  licenziarsi per costruire, con l’appoggio di donne appassionate intorno a lei, una nuova realtà e decide: il mondo aspetta sempre chi ha il coraggio di cambiare!

Sc’Art! nasce per dare una seconda vita a donne detenute ed ex detenute, che con il design creativo e l’utilizzo di materiali di scarto, si ripensano libere, nell’autodeterminazione. E nei laboratori artigianali Etta conosce le sfaccettature dell’umanità. Emergono le ferite, i legami, i non detti, i sogni. Tra una creazione e l’altra, Etta favorisce i legami delle donne tra il dentro e il fuori, tra l’oggi e il domani, tra l’ignoto e le nuove consapevolezze.

Da cosa nasce cosa dice Etta tanto da permettere a 150 donne detenute di imparare un mestiere dimostrando loro che sono protagoniste del cambiamento. Che nulla è per sempre. Che tutto, con volontà, si trasforma, si migliora.

Oggi Etta ha 70 anni e li vive con speranza e ottimismo, nonostante tutto. Con il progetto Remida e le Creazioni al Fresco continua a guardare avanti… perché il futuro è sempre un passo più in là!

Lei è Etta Rapallo, una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della Rubrica Persone che fanno la differenza a partire da Pietro e la comunità per rinascere dalla dipendenza


Elisabetta Altomare

Da Google alla scuola: la bussola ritrovata di Elisabetta

Una parola nuova…ecco di cosa avevo bisogno da ragazzina.

Invece ci sono voluti anni, un lungo soggiorno all’estero, la nascita dei miei bambini per capire che quella parola era da sempre dentro di me. Solo che non riuscivo ad ascoltarla…

Forse ero distratta dall’idea di dover scegliere. Di trovare un lavoro. Di non deludere. Tra i miei amici c’erano quelli appassionati a una disciplina, quelli talentuosi in uno sport e mi sembrava che per loro il futuro fosse una scelta semplice: inseguire la loro qualità. Mentre io?

A me piaceva far star bene gli altri. Ma che lavoro è? Mi dicevo…Già che lavoro è?

Sono arrivata all’università con tante domande e una sola certezza: sapevo ciò che non volevo. Fare il medico, come era tradizione in famiglia. Così ho scelto Economia, la facoltà che lascia le porte aperte.

Le porte e anche gli orizzonti. Perché alla fine del mio percorso dopo aver scoperto che non mi piaceva la consulenza e nemmeno il lavoro universitario, mi hanno chiamata per lavorare a Dublino. Il lavoro in sé non era chiaro ma sarei stata all’estero, che avventura! E soprattutto avrei lavorato in…

Google. Sì, hai letto bene. Ero nel quartier generale europeo! Wow!

All’inizio era tutto così esotico e sorprendente. C’erano giovani da tutta Europa, benefit incredibili, un contesto stimolante che mi pompava di adrenalina e di autostima perché quando lavori in Google la gente ti guarda con la bocca aperta…come fossi su un piedistallo.

Ma la vuoi sapere una cosa? Con gli anni, quando l’effetto wow è diventato il sorriso di mio figlio e le bellezze che scoprivo in relazioni autentiche, mi sono chiesta: a cosa stai dedicando le tue energie? Il mio, in verità, era un lavoro normalissimo: facevo l’account manager, gestivo un portafoglio clienti e sì lo facevo in Google. Però non ero realizzata. Non ero felice.

Per questo, dopo qualche anno, siamo tornati in Italia.

Pensavo che la vicinanza geografica lenisse i miei pensieri. Ma non c’è approdo per chi non vuole collegarsi al proprio cuore. Perché resti se non ti piace quello che fai? mi chiedeva un amico, di quelli che non hanno paura a farti stare “scomoda”, se ti vedono infelice. Che domanda! Ero appesa a tante scuse, stretta in un bozzolo di incertezze, bloccata in un percorso professionale non mio.

Sono passati giorni. Vabbè, mesi! Ma la relazione con la cooperativa Sophia e con altri amici che erano riusciti a fare una scelta davvero libera mi ha fatto capire che è possibile vivere la propria pienezza. Così mi sono messa a scavare, scavare a fondo per comprendere che nella sicurezza economica si nascondeva la mia grande paura: essere libera di fare quello che mi piaceva.

E io, semplicemente non lo stavo facendo! Vieni nelle scuole con noi! mi hanno chiesto i ragazzi di Sophia.

E l’ho fatto. Ho scelto di far stare bene gli altri!

Oggi porto ai ragazzi quella parola che avrei voluto ricevere tanti anni fa: àmati! Ma non gliela dico. Lascio che ognuno trovi la propria all’interno di un programma di orientamento basato sull’ascolto attivo, la consapevolezza di sé, l’essere presenti a sé stessi. Curo le relazioni con i docenti per aiutare i ragazzi a trovare gli strumenti che li aiutino a sapere chi sono, perché alla fine solo loro sono la bussola per il loro futuro.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere altre esperienze della rubrica Giovani Speranze come la storia di Alberto!


Pietro e la comunità per rinascere dalla dipendenza

Pietro e la comunità per rinascere dalla dipendenza

Dicono che a breve Pietro compirà 78 anni.

Dicono, perché Pietro non pensa a quanti anni ha. Pensa invece al domani e a tutto quello che può fare per migliorare, ancora, la vita dell’uomo. Perché questa è la sua eredità.

Pietro ha occhi grandi e lo sguardo lungo. Impara fin da bambino a guardare oltre e a vedere le persone per quello che sono. Così man mano che cresce sente maturare dentro di sé il bisogno di mettersi a disposizione. Di fare qualcosa. Di esserci per aiutare gli altri. Ma come?

Nell’oratorio di Allumiere, Pietro resta incantato dell’energia di Don Egidio. Per lui tutto è semplice e chiaro: la vita va spesa per prendersi cura della Persona. È un sacerdote carismatico e i giovani diventano protagonisti delle attività di solidarietà proposte dall’oratorio. E Pietro non fa eccezione.

Si mette a servizio perché il suo cuore lo spinge a costruire una società più umana e anche più giusta. Un’idea che lo spinge a scegliere la facoltà di Giurisprudenza. Qui, esame dopo esame, comprende che questa è la sua via. Praticare il diritto è una forma di cura della persona. Il suo titolo diventa così un lavoro di aiuto per chi si trova in difficoltà.

La professione lo affascina e lo coinvolge. Pietro rinuncia alla carica di funzionario statale perché nello studio legale sente di poter fare tanto, di essere un collaboratore dei cittadini sommersi da entità preponderanti. Anche Don Egidio percepisce l’animo che divampa in Pietro, lo osserva e alla fine lo coinvolge. 

Negli anni ’70 la droga in Italia è un’evidenza, una piaga che scava lo spirito dei ragazzi e angoscia le famiglie. E i giovani laziali non ne sono immuni. Don Egidio entra negli occhi spenti di giovani pieni di vuoto, in loro il grido di aiuto si zittisce in una dose rimediata. A quel lento suicidio popolare, don Egidio non ci sta.

“Siamo tutti fratelli!” dice don Egidio ai suoi giovani e riconosce in ciascuno un dono da mettere in gioco per generare una comunità dove l’amore responsabile è il centro. Pietro porta le sue competenze come avvocato e insieme agli altri giovani, forma un gruppo di pionieri intenti a creare di risposte concrete per vincere la sfida della vita. Perché nessun ragazzo merita di essere abbandonato.

Con la nascita dell’associazione Il Ponte, Pietro inizia a gestire seminari di diritto penale e familiare: chi cade nella tossicodipendenza si trascina in un vortice di difficoltà. L’associazione è viva e attiva. Si cercano i primi appartamenti per creare una struttura. Si bussa agli amici, ai frati, alla regione. Si corre ma il tempo è lento e resistente: c’è paura, c’è l’AIDS, c’è ostilità.

“Ci portate i drogati in casa!” si lamentano i cittadini dei paesi. Ma ne Il Ponte, i drogati hanno tutti un nome, un’età e una sfida da affrontare. Sono ragazzi, a volte poco più di bambini. Sono giovani donne, a volte incinte, a volte con figli piccoli. Sono minori senza scuola e legami. Sono persone perse nel rifiuto di sé stesse.

L’associazione resiste. Il lavoro è tanto, ogni persona in percorso terapeutico deve tornare ad amarsi per quello che è per poi costruire un rapporto sano con gli altri. Le critiche dall’esterno fanno male ma mai come un ragazzo che alla fine non ce la fa.

Le sconfitte diventano motore di incontri con famiglie, istituzioni, scuole e attori sociali per promuovere la prevenzione, per testimoniare che è possibile un’altra via e che anche nella caduta si può rinascere.

Lo testimoniano le 60 madri con bambino e i 1100 ragazzi che partecipano alla Festa della vita ritrovata, ilbattesimo sociale a termine del percorso terapeutico, che toglie lo stigma della dipendenza portando le persone a vivere rinnovate in società!

Oggi Il Ponte è una comunità per le vittime della dipendenza. Insieme a 40 operatori, ai progetti educativi e lavorativi, Pietro alimenta l’eredità lasciatagli da Don Egidio: liberare la persona e riportala a vivere.

“Sono qui per restituire ciò che mi è stato dato!”

Lui è Pietro Messina, un uomo che fa la differenza.

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Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale

Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale

Fondazione Progetto Mirasole nasce nel 2016 da un gruppo di soci fondatori impegnati da tempo nel Terzo Settore nell’ambito dell’accoglienza abitativa e della somministrazione di pasti caldi ai senza fissa dimora.

“L’esperienza maturata sul campo aveva permesso di comprendere che in questa catena di bene mancava un pezzo: l’inserimento lavorativo” racconta Sara Dongiovanni, referente della Comunicazione e fundraising dell’ente. Il territorio reclamava l’importanza e l’urgenza di sviluppare opportunità di inserimento lavorativo per persone in situazione di vulnerabilità sociale, ma come farlo?

 

L’Abbazia di Mirasole

Nel piccolo paese di Opera, in provincia di Milano, esisteva un’Abbazia dimenticata dal tempo, “un fantasma alla fine di una pista ciclabile” ricorda Sara. Progetto Mirasole partecipa così ad un bando per la gestione giornaliera e notturna del bene architettonico e passa dal sogno alla creazione di veri obiettivi.

 

La Fondazione ha avviato un progetto di recupero dell’Abbazia, trasformando un luogo decadente in un centro accogliente con spazi aperti e ricchi di vita. Ha avviato un processo che non si è più fermato, dando una seconda possibilità all’Abbazia e offrendo un’opportunità per chi più fragile”.

 

I protagonisti di Progetto Mirasole

“Per destino si può nascere in un’area di mondo felice e fortunata o in una più complessa e articolata. Con Progetto Mirasole volevamo creare un luogo dove tutti potessero trovare gli strumenti utili per cambiare, per avere diritto di vivere la vita con la dignità che spetta ad ogni essere umano” riferisce Sara.

Per questo l’impresa sociale opera sul territorio innescando sinergie e reti: servizi sociali, comuni limitrofi, organizzazioni del Terzo Settore e 30 imprese. L’attenzione rivolta alla comunità permette in poco tempo di raggiungere cittadini italiani in fragilità economica a causa dell’uscita dal mondo del lavoro e difficilmente ricollocabili; persone in reinserimento sociale dopo la detenzione e migranti. “Abbiamo un ventaglio ampio di beneficiari, dai giovanissimi alle persone mature, siamo tanti e tutti diversi e questa è la nostra bellezza perché non si finisce mai di imparare l’uno dell’altro, di riscoprirsi senza pregiudizi con lo spirito della vera accoglienza”.

Oggi l’impresa sociale occupa 71 dipendenti, di cui 19 provenienti da situazioni di svantaggio sociale.

 

 

I servizi occupazionali di Progetto Mirasole

Per rispondere agli obiettivi di partenza, Progetto Mirasole fonda il primo laboratorio di cottura con una cucina industriale che oggi fornisce 6 mila pasti giornalieri ad enti operanti nel Terzo Settore. Ha poi avviato un ramo di manutenzione e sanificazione di aree interne ed esterne, occupa personale nell’Abbazia per l’attività di ristorazione, organizzazione d’eventi, accoglienza, laboratori didattici.

Il nostro obiettivo? Creare una comunità alla pari senza discriminazioni. E infatti il nostro è un ambiente composito, ricco di culture, esperienze e provenienze dove si inizia un percorso che apre possibilità per inserimenti in altre aziende!” afferma Sara.

 

Caratteristiche di Progetto Mirasole

Dinamismo, resilienza, flessibilità e adattamento sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono questa organizzazione. La risposta del territorio racconta il primo successo di Progetto Mirasole. “Viviamo in una cittadina in cui la chiusura politica aveva radicato un pensiero. All’inizio la gente veniva per curiosità, perché l’Abbazia aveva aperto le porte. Ma quando hanno visto che oltre alla bellezza c’è un cuore sociale, la curiosità si è trasformata in fiducia e oggi costruiamo risposte grazie anche alla collaborazione comunitaria che abbiamo generato!”

Ti è piaciuto leggere di questa storia? Puoi continuare a conoscere le esperienze nel mondo non profit a partire da La Botteghe della Loggetta

 


Rebecca e il coraggio di restare

Rebecca e il coraggio di restare

Volevo solo fuggire. Lontano da qua.

Perché a quindici anni sapevo distinguere un fuoco d’artificio da uno sparo e il rischio di non diventare adulti per colpa di un proiettile vagante è un pericolo reale.

Ti sembra normale?

Per proteggermi ho iniziato a mentire. A dire che abitavo in un altro posto perché mi vergognavo del pregiudizio che mi cadeva addosso quando dalla mia bocca usciva “Rione Sanità”. La paura si prendeva le persone e mi teneva a distanza dagli altri. Ma sai cosa succede a forza di mentire?

Ti prosciughi. E la sensazione di essere sbagliata ti logora un giorno per volta.

Ero nata nel posto sbagliato, non avevo il fisico giusto, non potevo permettermi le cose di tutti. In me, insomma, non andava niente.  Soffocavo il dolore nella pancia. Fino a quando mi sono chiusa in camera, circondata dal buio di giorni inconsistenti, con la voglia di chiudere gli occhi e non svegliarmi più.

Ma poi la porta si è aperta. Volevo diventare maggiorenne e fuggire lontano, trasferirmi a Firenze per ricominciare. Per crearmi un futuro lontano da una città dove il futuro non è pensabile.

Però i sogni costano e certi sono troppo cari per una famiglia numerosa con una sola entrata. Allora mi sono cercata un lavoro. E così sono rinata.

Ho iniziato il Servizio Civile alla Paranza perché era dietro casa, dico la verità. Andavo a scuola, poi con il mio zaino arrivavo in cooperativa. E sai cosa? Lì si interessavano a me, il mio dolore non lo dovevo nascondere. I miei limiti neppure. Sembrava una magia ma lì andavo bene così come ero.

Mi sentivo al sicuro e protetta. Piano piano ho abbattuto le mie insicurezze e le barriere che mi impedivano di volermi bene. Ho iniziato ad essere me stessa perché mi hanno formata a riconoscere la bellezza e quando impari a vederla, a sentirla, ne diventi portatore a tua volta! E tutto cambia.

Al mio primo tour guidato avevo 18 anni e con la pandemia in corso c’era solo una persona. È stato bellissimo! Ho capito che le mie parole avevano un potere trasformativo, che raccontando potevo ispirare e accendere la speranza negli altri. Mi sono sentita dentro a un cambiamento e di questa storia ho voluto esserne parte.

Così ho scelto di non partire. A volte serve più coraggio per restare che per andare. Ma alla fine, ne vale la pena.

Oggi sono una guida. E sono felice. Accompagno alle catacombe, allo Jago Museum, alla Chiesa Blu e alla Santa Maria della Sanità. Guido i visitatori a percepire la meraviglia, li porto nel mio mondo, nel mio Rione per testimoniare che c’è sempre una via per costruire futuro, che c’è bellezza, che il valore siamo noi.

La sera mi addormento toccando il cuscino. Non ho più paura, anzi ho voglia di generare sempre di più. Per questo insieme a un gruppo di amici stiamo aprendo una nuova cooperativa, La Sorte. E pensare che odiavo questa periferia. Oggi invece non potrei vivere senza.

Ti è piaciuta la storia di Rebecca? Puoi leggere quella di altre Giovani Speranze a partire da Nadia!

 


La rete contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

La rete Contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.

L’obiettivo più specifico, all’interno di un percorso iniziato oramai 5 anni fa, è stato guardare avanti, delineare il futuro, individuare delle linee guida condivise che possano accompagnare, caratterizzare, custodire tutti i componenti di questa rete informale.

“Laddove non ci tiene insieme l’interesse, l’economia, il legame giuridico – ha affermato Adriano Tomba - ci tiene insieme la relazione. Non ci siamo mai contati, non abbiamo mai guardato il tasso di fede, né il logo dell’associazione: siamo in relazione come persone, non simboli o appartenenze. La nostra forza è riuscire a entrare in relazione con altri e la chiave è la presenza.” 

Due giorni immersivi passati tra convegni, conferenze, tavoli di lavoro e workshop tematici come quello proposto dalla cooperativa sociale Logogenia sulle Strategie di lavoro per veicolare una stimolazione linguistica efficace.

La rete contagiamoci

“Siamo in una fase di frantumazione dove le cose stanno insieme per brevi momenti” ammette Johnny Dotti  “per costruire pensiero e affrontare le sfide future delle comunità servono tre cose: lavorare sulle persone per costruire relazioni che promuovono reti; creare conoscenza attraverso la ricerca degli elementi raccolti durante l’esperienza fatta sul campo e infine darsi una forma giuridica flessibile ma che proponga un contratto di intenti che garantisca anche la partecipazione delle giovani generazioni”.

Ci sono sfide molto forti che non è possibile affrontare da soli. Per irrobustirci abbiamo tutti bisogno di poter attingere ad una solidità di esperienze condivise, di cominciare a pensare le cose insieme e a camminare lungo percorsi che consolidano. 

“Contagiamoci” è un modello. Un modello che permette di costruire, di trovare soluzioni quando incontriamo problemi, stimoli quando siamo stanchi, compagni di viaggio quando ci sembra di essere soli.

Questo modello l’abbiamo sperimentato, cioè ne abbiamo fatto esperienza. Ci riguarda. Ci tocca.

Custodire l’intenzione originaria è il fondamento. E di questo si è parlato con Patrizia Cappelletti – Centro di ricerche ARC dell’Università Cattolica - nell’incontro del giugno scorso a Carpi. Delineare le parole chiave perché questa esperienza possa continuare è invece il tema sviluppato con Johnny Dotti nell’incontro al Pala Expo.

E le parole individuate sono tre. Semplici quanto significative: libertà, fiducia e generatività.

Sono la fiamma che va custodita affinchè la fatiche non ci schiaccino, i risultati non ci esaltino ed i progetti che ci stanno a cuore si realizzino.

I tavoli di lavoro al Contagiamoci!

Quest’anno i partecipanti hanno potuto scegliere di condividere le proprie esperienze ed apprendere nuove competenze e stimoli all’interno di sei tavoli di lavoro.

Le comunità educanti

Come generare comunità educanti, come esserne parte, come custodirle.

L’incontro condotto da Francesca Carli e Emanuele Borghetti di Villa Angaran, ha permesso di lavorare sulla relazione e sull’apprendimento delle reti territoriali. Il gruppo ha constatato l’importanza di questa rete per formulare pensiero condiviso con il quale incontrare poi persone e comunità.

Giovani e lavoro nel sociale

Punti di forza, criticità, ambiti di miglioramento.

Insieme a Luca Tagliapietra (Il Ponte Schio) e ad Arianna Cocchi (Sophia Impresa Sociale), i partecipanti hanno sviluppato un dialogo costruttivo partendo dalle 3 P: preoccupazione, precarietà, povertà. I giovani d’oggi hanno sogni tradizionali e bisogni reali: mettere in piedi una famiglia, comprare casa, pagare l’affitto… Come creare un futuro? La proposta è di sviluppare una leadership orizzontale e di provare a cambiare lo status quo delle organizzazioni migliorando la comunicazione tra il vertice e la base dell’organigramma aziendale. Attraverso compartecipazione, fiducia e ascolto è possibile superare le logiche di controllo e favorire un miglioramento della qualità di vita sia lavorativa che personale.

Conciliare anima ed organizzazione

Come organizzare al meglio il lavoro destreggiandosi tra rete/delega

Il gruppo, guidato da Andrea Coden (coop. Sociale Equa), si è inizialmente interrogato sul significato e sul peso dell’anima. Esiste una spiritualità che crea riti proposti anche nei contesti organizzativi. Attraverso azioni concrete è possibile motivare l’organizzazione. Come? Il gruppo ha proposto alcune modalità:

prendendosi tempo per staccare dall’ordinario e dare linea ai pensieri; prendendosi cura e favorendo il team building; valorizzando le esperienze individuali; donando le proprie competenze; creando flessibilità organizzativa; educando con leggerezza; curando le parole e utilizzando un linguaggio accorto; favorendo lo scambio tra realtà della rete e migliorando la propria professionalità.

Co-progettazione e rapporti con la Pubblica Amministrazione

Linee guida ed esempi per una efficace co-progettazione con pubblica amministrazione ed imprese.

Questo tavolo, guidato da Mauro Fanchini (Il ponte – Invorio), ha smosso il desiderio di entrare dentro alla Riforma. Gli enti sociali manifestano una stanchezza importante ma questa fase di transito viene vista anche come una grande opportunità. Lasciarsi trasportare o diventare propositori di programmi? È questa la chiamata che sente il gruppo: prepararsi e offrire le proprie competenze per creare un sistema che non imbrigli ma che valorizzi. Cosa fare allora per creare città dove i cittadini stiano bene? Serve formarsi e informarsi per poi creare un dialogo propositivo. 

Volontariato e vocazione

Dal donare il tempo libero alla presenza che dà senso alla vita

Insieme a Gaia Barbieri (ManiTese) e Andrea Boccanera (Onlus Gulliver) si è affrontato un tema importante: ingaggiare la presenza mettendo a fuoco il valore che ogni persona porta con sé e può trasferire alla comunità

Parole e immagini per comunicare il sociale

Come comunicare in modo efficace utilizzando nuovi strumenti e modalità.

Con Carmine Falanga e Andrea Ferrari (ISES) i partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, conosciuto strumenti che consentono di raccontarsi sia online che offline!

Vuoi saperne di più di Contagiamoci? Guarda i fondamenti della rete!


Vincenzo e l'esperienza di GOEL

Vincenzo e l’esperienza di GOEL

Ci vuole coraggio. Vincenzo è un bambino quando capisce che nella vita si può scegliere: puoi inginocchiarti al sistema o lottare per cambiarlo. E tra le due vie, Vincenzo sceglie la seconda.

Inizia a percepire cos’è la ’ndrangheta tra i banchi di scuola. La vede nella prevaricazione, nella violenza gratuita, nella sopraffazione che diventa protezione quando i bambini si arrendono alla forza bruta di coetanei da cui non possono scappare. Tutti sanno. Tutti vedono. Eppure regna il silenzio.

Il sistema mafioso è pervasivo. Bisogna imparare a farsi rispettare fin da piccoli per questo la scuola diventa un luogo d’allenamento al futuro che li aspetta, un futuro fatto di vittime e oppressori.

Ma Vincenzo a quest’idea di domani non ci sta.

È un ragazzo timido, ma curioso e creativo. Lascia che le parole di Gesù e di Gandhi illuminino il suo percorso e a 18 anni si accorge ha bisogno di qualcosa di più. Fa servizio ad un campo di vacanza e studio insieme a persone disabili, conosce le comunità di Capodarco e la Comunità Progetto Sud e capisce che la sua vita deve diventare un’impresa comunitaria. Ma come?

Si iscrive a Psicologia. Studia, lavora e soprattutto vive. Vincenzo è un ragazzo attivo che anima la realtà e raggruppa persone. Coinvolge coetanei in un gruppo fondato nel suo paese: commercio equo e solidale, attività nonviolente e pacifiste; appassiona i giovani al volontariato. Insegue un percorso di cambiamento e di lotta per la giustizia sociale. E nella piccola realtà calabrese in cui vive si accorge che il mondo è troppo complesso per essere letto con una sola chiave di lettura.

Molla l’università e studia da autodidatta. “Pensa al tuo futuro!” gli dicono gli adulti intorno a lui, ma Vincenzo ha bisogno di conoscere e di capire. Studia non solo psicologia, ma anche sociologia, teologia, antropologia, economia… impara tutto perché per resistere alla ’ndrangheta bisogna rompere la violenza psicologica ma anche costruire un sistema etico ed efficace che faccia sentire il suo popolo unito e forte.

La Calabria rimane una terra dalle ferite aperte. Perché siamo messi così male? Si chiede Vincenzo insieme a un gruppo di persone impegnate come lui, in un “cenacolo di riflessione”. E la risposta per lui diventa il “progetto GOEL”.

È una terra di vuoti e mancanze. Di vampirismo di risorse pubbliche, di inefficienza comandata e clientelismo.  Di omertà e isolamento. Ma è anche una terra di lottatori e sognatori, una terra meravigliosa, con potenzialità straordinarie. Per cambiare serve innovare l’economia, unire e dare un tetto a tutti i calabresi che hanno il coraggio di ribellarsi al meccanismo perverso che con voti comprati, incendi, minacce e sabotaggi rende sterile la vita.

GOEL nasce nel 2003. È un piccolo gruppo di cooperative sociali che capisce che ai calabresi servono fatti non parole. Lottano contro il futuro segnato di tanti bambini e adolescenti; sviluppano progetti d’accoglienza per i migranti; danno dignità alla disabilità mentale; attivano reti di turismo responsabile mobilitando comunità ricettive, inventano il primo marchio di moda etica di fascia alta. Organizzano chi ha il coraggio di dire no: cittadini, imprenditori ma anche agricoltori, con i quali riscostruiscono una filiera agroalimentare di qualità, che dà valore al lavoro operato e nella quale conviene stare!

Gli anni passano e GOEL dimostra che l’etica efficace porta frutto. Oggi raggruppa circa 350 dipendenti. Crea lavoro, paga stipendi e rende libere le comunità. GOEL ha rielaborato un nuovo e potente approccio all’etica che oggi vuole diffondere attraverso un libro dal titolo “manuale dell’etica efficace”, che si rivolge a chiunque nel mondo vuole promuovere dignità e cambiamento.

A 53 anni Vincenzo sa che cambiare il destino della sua terra non è un lavoro, è una vocazione!

«Il nuovo fa spesso più paura dei fallimenti che siamo abituati a reiterare. Ciò che non ha funzionato, non funzionerà: bisogna avere il coraggio di non rimuovere i fallimenti, ma conservarli con cura e apprendere da essi. Dopodiché imboccare strade non battute, guidati da una scrupolosa “follia creativa”».

Lui è Vincenzo Linarello, un uomo che fa la differenza.

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La Fabbrichetta: uno spazio per la comunità della comunità

 

L’inclusione della marginalità, della fragilità e della disabilità è l’obiettivo di molte realtà che operano nel sociale. Le declinazioni possibili per mettere a terra questa prospettiva sono molteplici. La cooperativa Il Ponte di Invorio , guidata da Mauro Fanchini, crea opportunità di inserimento lavorativo da 35 anni e a settembre 2023 ha inaugurato la Fabbrichetta, un luogo speciale, aperto e accessibile a tutti, dove creare relazioni e costruire futuro. Uno spazio “per la comunità della comunità”.

La cooperativa il Ponte

La cooperativa il Ponte nasce nel 1988 e si occupa di inclusione lavorativa di persone con disabilità e svantaggio sociale. Negli anni il Ponte si è ha trasformata da  cooperativa di piccole dimensioni ad una realtà complessa, con 6 sedi e 240 collaboratori.

L’inserimento lavorativo avviene secondo un modello che Mauro definisce “transitivo”: dopo un primo periodo di osservazione di durata variabile, durante il quale si valutano le capacità residue, le abilità espresse, i bisogni, le potenzialità dei singoli, le persone vengono preparate e formate attraverso percorsi dedicati all’interno della cooperativa e poi vengono inserite in azienda. “Dall’inizio dell’anno sono già state formate 320 persone” racconta Mauro “e solo nell’ultima settimana abbiamo inserito 3 persone in aziende del nostro territorio”. Aziende che vengono ingaggiate attraverso un lavoro capillare nelle aree limitrofe, sia per la ricerca di posizioni aperte, sia per stabilire un dialogo più profondo che sviluppi una riflessione sul significato dell’accoglienza di persone svantaggiate. “Accogliere una persona con disabilità in azienda, non deve più essere solo l’assolvimento di una prescrizione legislativa, un obbligo, ma una possibilità”. Il ruolo delle imprese è fondamentale per produrre un reale cambiamento sociale: è necessario che le aziende comprendano il loro ruolo di responsabilità e il legame che le stringe al contesto in cui operano.

“Un altro aspetto da valorizzare - continua Mauro - è il momento dell’ingresso della persona fragile in azienda. Entrano in gioco temi come l’accoglienza, la paura, la relazione. Un meccanismo complesso che necessita di attenzione non tanto sull’utente, che viene costantemente seguito dagli educatori dei servizi sociali che lo hanno in carico, ma sul tutor aziendale: da un lato per fornirgli gli strumenti adeguati per gestire l’accoglienza e dall’altro per valorizzare il suo ruolo all’interno dell’azienda”.

La Fabbrichetta: un luogo dove si costruisce futuro

La cooperativa cercava ad Arona uno spazio che diventasse un’opportunità per sperimentare nuove forme di inclusione. Dall’incontro fortunato con un imprenditore che si interrogava sul futuro delle nuove generazioni, è nato un progetto di riqualificazione di un uno stabile, una vecchia fabbrica del ghiaccio, che è diventata luogo per la comunità.

In questa opera di rigenerazione industriale, sono stati sviluppati tre percorsi:

  1. Una zona laboratoriale-produttiva per l’inserimento di persone con disabilità e persone con svantaggio sociale;
  2. Un’area per stage formativi pratici ed esperienziali rivolti ai giovani in collaborazione con le aziende, per l’avviamento al mondo del lavoro;
  3. Uno spazio affidato e autogestito dai giovani, attraverso l’associazione Amici del Fermi dell’Istituto tecnico omonimo, per lo studio e l’aggregazione. I ragazzi hanno la piena disponibilità delle aree dedicate e possono sperimentare la relazione con l’Altro e con la fragilità.

Il progetto non si esaurisce con la ristrutturazione dello stabile e l’individuazione delle destinazioni. L’obiettivo de Il Ponte è ora dare vita a questa contaminazione, stimolare una cultura dello stare insieme, per vivere davvero la comunità e generare nuove possibilità.

Mauro e la poetica del desiderio

La Fabbrichetta nasce per rispondere a dei bisogni concreti emersi dal territorio in cui la cooperativa Il Ponte opera. Ma origina anche da una particolare visione della vita di Mauro: vivere la vita e non lasciarsi vivere, giocare un ruolo attivo attraverso il raggiungimento della consapevolezza del nostro agire. “E’ importante capire bene cosa siamo qui a fare e non è una cosa che si capisce a 20 anni, ci vuole forse tutta una vita e magari non si capisce mai fino in fondo”. Mauro la chiama logica del desiderio o dell’innamoramento. “Desiderio vuole dire innamorarsi. Non solo di una persona, ma anche di un progetto, di un fiore, di qualcosa di bello. L’innamoramento è quella situazione in cui l’uomo è veramente vitale ed esprime tutta la sua pienezza”.

Questa è la logica che muove e giustifica le scelte e le progettualità della cooperativa e che consente di affrontare ogni giorno le sfide che la realtà pone.

La realizzazione della Fabbrichetta

La Fabbrichetta è stata costruita grazie al contributo dei singoli cittadini e attraverso la compartecipazione di 3 realtà: ente pubblico, imprenditori e terzo settore. Del mondo non profit hanno partecipato una cooperativa, un’associazione di promozione sociale e un’organizzazione di volontariato, una buona rappresentanza delle varie componenti del Terzo Settore. “Abbiamo visto che fare le cose insieme si può” dice Mauro. “Già alcuni anni fa avevo provato a mettere insieme queste realtà e avevo chiamato questo esperimento Il triangolo di Penrose. Un nome dato per indicare qualcosa che sembra apparentemente irrealizzabile, proprio come quel triangolo, una figura geometrica che è possibile disegnare ma impossibile realizzare fisicamente”.

 “Il progetto della Fabbrichetta - prosegue Mauro - è la conferma che questa sinergia è possibile ed è su questa strada che vogliamo proseguire”.

Vuoi conoscere altre realtà culturali con cui Fondazione ha collaborato in questi anni? Scopri l’energia delle Mine Vaganti e il teatro che crea comunità.


Podcast Intraprendenti

Il coraggio di essere quel "QUID" che fa la differenza

Quid è una cooperativa sociale nata per dare lavoro a donne in condizione di fragilità, vittime di tratta, violenza, disoccupate over 50 ma anche giovani vulnerabili, richiedenti asilo e rifugiate. Recupera eccedenze e scarti di tessuto per realizzare nuovi capi di abbigliamento e accessori.

Oggi è una realtà internazionale, pluripremiata, con 150 dipendenti, che fattura 6 milioni di euro, ma quando è nata, dieci anni fa, la ragazza che l’ha fondata, Anna Fiscale, aveva solo 24 anni, grandi sogni e un cuore coraggioso!

Anna ha viaggiato per il mondo, il Terzo Mondo, ha studiato Relazioni Internazionali e a un certo punto ha deciso che voleva fare la sua parte per creare un mondo più giusto, consapevole che essere speciali non è questione di eroismo ma di umanità!

Green Economy e Terzo Settore, la rivoluzione possibile

Il nostro tempo è ormai costellato da crisi ed emergenze: economiche, pandemiche, climatiche, che minano il nostro futuro e peggiorano la qualità di vita delle persone. Pierluigi Sassi, dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, individua nel Terzo Settore il possibile protagonista di un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento.

  • è necessario rimettere al centro l’uomo
  • produrre benessere condiviso
  • costruire un impatto positivo sulla società

Temi che se fino ad ora sono stati relegati al Terzo Settore per tipologia di missione, oggi riguardano tutti. Questo agire può infatti avere una forte valenza politica e una potente capacità trasformativa della realtà.

Il paradigma economico di base per cui il profitto produce ogni bene è fallito. Secondo Sassi è giunto il momento di far tornare l’economia alla sua funzione originaria, ovvero produrre benessere condiviso, non solo per se stessi ma per le comunità, in un rapporto di reciprocità che mette al centro l’uomo e il suo bene.

Globalizzazione e sussidiarietà: amici o nemici?

La finanziarizzazione dell’economia e l’egemonia della tecnica hanno prodotto un sistema che sta evidentemente implodendo. Tutto il mondo ne è consapevole, ma i grandi della Terra non riescono al momento a trovare una soluzione comune e spesso i summit internazionali non producono strategie realmente efficaci.

Cosa accade quando la politica non è in grado di dare le risposte necessarie? Nascono sinergie inaspettate, attivate da persone che decidono di fare la differenza e Sassi ritiene infatti che sia necessaria, come in ogni rivoluzione che la storia ci ha raccontato, una spinta dal basso per cambiare il sistema, uno slancio che può trovare proprio nel Terzo Settore il suo capofila.

La rete di Fondazione Cattolica

Ci sono molte realtà del Terzo Settore che si stanno interrogando sul ruolo che possono avere per invertire la rotta e favorire lo sviluppo di una società più sostenibile. Fondazione Cattolica in questi anni ha potuto conoscere alcuni di loro, come l’Associazione Verso di Verona, che realizza progetti rivolti alle scuole e alla cittadinanza con lo scopo di affrontare la sfida legata agli Obiettivi dell’Agenda 203. Mani Tese di Finale Emilia, che confida in uno sviluppo capace di coniugare la valorizzazione delle persone, delle risorse e dell’ambiente e ha fatto del riuso il fulcro delle proprie attività. Oppure LVIA, un’associazione di solidarietà e cooperazione internazionale che opera in 10 Stati africani e dal 1966 contribuisce a creare sistemi orientati al superamento della povertà estrema, alla realizzazione di uno sviluppo equo e sostenibile e al dialogo tra le comunità italiane e africane.

Abbiamo incontrato davvero tante realtà e soprattutto tante persone che hanno deciso di impegnare la loro vita per creare un futuro migliore per tutti. Un obiettivo che in realtà può essere alla portata di chiunque lo desideri. Basta avere coraggio, forse un pizzico di incoscienza e se tu che stai leggendo vorrai qualche spunto, lo potrai trovare qui!


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