Non temere quello sguardo, fallo risplendere!
Elena ha occhi capaci di guardarti dentro. La curiosità per l’umano, le storie e i volti delle persone, la porta a studiare psicologia e psicoterapia. Approfondisce il tema dei disturbi di salute mentale e lo guarda negli occhi, non teme quello sguardo, ma restare chiusa nello studio in attesa dei pazienti non fa per lei. Elena vuole agire, stare in relazione, aiutare le persone a superare le differenze e farle risplendere!
Non temere quello sguardo, fallo risplendere!
Quando Elena arriva alla cooperativa Panta Rei costruisce un nuovo modo di guardare e interagire con chi presenta disturbi di salute mentale. Non più pazienti, ma persone. Uomini e donne valorizzati nelle loro abilità, che possono contribuire allo sviluppo della comunità e partecipare ai luoghi della socialità.
Elena non propone intrattenimenti ma lavoro. Azione, perché è attraverso il "fare" che si può combattere lo stigma della diversità. È nell’agire che si annullano le differenze.
La cooperativa Panta Rei
Panta Rei, una cooperativa che conta nel proprio Cda soci lavoratori anche con disturbi di salute mentale, nella relazione con la fragilità punta in particolare su due strumenti:
- Il lavoro
- Il superamento della barriera operatore/utente
Il lavoro è azione concreta, che cura, dà dignità alla Persona, la toglie da una condizione di marginalità ed esclusione e la inserisce nei luoghi della socialità.
Come? Le mansioni vengono personalizzate secondo le esigenze e le possibilità della persona fragile, che viene accompagnata dagli operatori; in contesti lavorativi reali, non edulcorati. Inoltre viene valorizzato il rapporto con la clientela, per rendere il soggetto protagonista di uno scambio autentico e immediato.
La cooperativa Panta Rei è una realtà imprenditoriale che gestisce attività in vari settori produttivi. La conduzione di un ristorante, un albergo, due bar, un laboratorio di trasformazione dei prodotti alimentari, una lavanderia, servizi di pulizia e di gestione del verde.
Altro aspetto fondamentale è il superamento della barriera operatore – utente, come opportunità terapeutica e come modalità di lavoro. Entrambi lavorano fianco a fianco con pari dignità e nel fare insieme costruiscono un terreno condiviso che annulla le differenze.
Il bilancio sociale e la valutazione d’impatto delle imprese non profit
Come valutare l’impatto economico e territoriale di un’impresa sociale? Attraverso il bilancio sociale, spiega Giorgio Mion, professore associato dell’Università di Verona. Una prescrizione normata anche dalla riforma del Terzo Settore, che non ne fa però l’ennesimo adempimento burocratico, ma un’occasione di dialogo con i propri stakeholders e uno strumento per la valutazione d’impatto.
- Il bilancio sociale è un documento pubblico, pensato per dare informazioni sull’attività realizzata
- ma è anche una sorta di percorso di autoanalisi, che permette di comprendere l’impatto prodotto sui beneficiari e misurare il valore generato.
Quali modelli utilizzare per valutare l’impatto economico e territoriale delle realtà del Terzo Settore? Non è applicabile la tradizionale logica contabile e difficilmente si possono definire misure standard adottabili da tutti gli enti. La risposta è ancora aperta e sicuramente troverà vari sviluppi in futuro: individuare dei modelli aiuterà a perfezionare gli interventi e a determinare un cambiamento anche nella loro progettazione.
Ti interessa il tema della salute mentale? Nella nostra rubrica “Sguardi Inclusivi” abbiamo consigliato un film che parla proprio di questo, non temere lo sguardo della diversità, ma farlo risplendere, scopri qual’è!
Le Mine Vaganti: il teatro che crea comunità

Il teatro per le Mine Vaganti non è solo una tecnica di rappresentazione e di racconto. E' uno spazio per indagare e scoprire il proprio potenziale e,
prendendo in prestito le parole del linguista Cvetan Todorov, “rispondere alla propria vocazione di esseri umani”.
“Un super potere che si origina dalla relazione che il teatro è in grado di attivare, con gli altri e con sé stessi, avvicinando le persone e rivelando
diverse visioni del mondo” sostengono le fondatrici dell’Associazione. “In questo modo il teatro diventa uno strumento pluripotenziale e trasversale,
per immaginare il futuro e creare comunità più inclusive che sappiano accogliere la diversità nelle sue varie forme”.
Negli anni l’Associazione ha visto nascere queste comunità. Gruppi di giovani che da allievi sono diventati figure con cui costruire insieme progettualità,
affidando loro parte della rete di ragazzi che nel tempo si è venuta a creare. Piccole comunità di attori e spettatori che condividono spazi di libertà.
Le origini delle Mine Vaganti

L'associazione nasce nel 2014 da tre donne coraggiose: Silvia Masotti, Camilla Zorzi ed Elisa Mazzi.
Silvia e Camilla sono due ragazze veronesi che si conoscono al Piccolo Teatro di Milano, dove si diplomano come attrici sotto la direzione di Luca Ronconi.
“Dopo anni passati sul palco a recitare in importanti produzioni nazionali, siamo rientrate a Verona” racconta Silvia. “Proprio nella nostra città abbiamo
conosciuto Elisa, psicologa e psicoterapeuta. Abbiamo collaborato con un’associazione che utilizzava gli strumenti del teatro per aiutare persone con un
passato vulnerabile. Lì si è accesa la miccia e sono nate le Mine Vaganti”.
Impastando le passioni personali, l’arte, il teatro, l’espressione corporea, la letteratura, Silvia e Camilla tracciano la strada per entrare in contatto con
persone “in trasformazione”. Bambini, ragazzi o giovani adulti, italiani, stranieri o in condizione di fragilità, ma anche persone in comunità di recupero da
tossicodipendenze.
“Dopo aver consolidato l’idea progettuale, artistica e di ricerca” racconta Camilla “negli anni ci siamo strutturate. Un ufficio stampa, un addetto
amministrativo e dopo anni di vagabondaggio, abbiamo finalmente trovato la nostra casa, in Veronetta, un quartiere multietnico, universitario, pieno di
diversità e in trasformazione appunto”.
Mine Vaganti non è una scuola di teatro tout court, ma uno spazio di ricerca, di condivisione e di formazione per chi vuole affrontare la grande sfida di esplorare ciò che sta dentro di noi e il mondo che ci
circonda.
Le attività proposte dall'associazione per un teatro che crea comunità

Mine Vaganti promuove una serie di iniziative, in particolare due progetti sono il cardine dell’attività:
SPAZIO TEATRO GIOVANI
Spazio Teatro Giovani è un progetto diretto da Silvia e Camilla, che propone laboratori artistici e teatrali per bambini, ragazzi e giovani adulti dai 7 ai 35
anni. Il teatro si propone in questo contesto di ricerca come strumento di conoscenza di sé, di avvicinamento all’Altro e di creazione di una collettività.
FESTIVAL VERONETTA#SPAZIO TEATRO GIOVANI
Festival Veronetta#Spazio Teatro Giovani è un festival di teatro, di giovani per i giovani, patrocinato dalla Regione Veneto e dal Comune di Verona.

“Un’opportunità nata nel 2021 quando cercavamo uno spazio in cui allestire le rappresentazioni di
fine anno dei laboratori” ci racconta Camilla. La ricerca le ha condotte nel Parco di Santa Toscana in Veronetta, uno spazio pubblico, verde e all’aperto,
come le restrizioni Covid imponevano. “Abbiamo trasformato un parco della città in un luogo di cultura”. L’evento ha avuto un successo del tutto
inaspettato. “C’è stata una grandissima partecipazione, soprattutto giovanile. Un pubblico speciale, che non fuggiva dopo gli applausi, non esauriva il
proprio interesse al termine della performance ma desiderava confrontarsi e permanere in quella comunità neocostituita di attori e spettatori attivi che
condividevano uno spazio di confronto reciproco” racconta Silvia. “Il Festival è così diventato” aggiunge Camilla “un’occasione per i ragazzi non solo
performativa, ma anche per imparare a organizzare un evento culturale e soprattutto uno stimolo alla rinascita della cultura teatrale nelle nuove
generazioni della città”.
L'età della trasformazione e il virtuale

La scelta di lavorare con una specifica categoria anagrafica, bambini e ragazzi dai 7 ai 35 anni, nasce dalla volontà di voler interagire con persone in
trasformazione, per aiutarli a identificare in profondità la loro essenza e offrire uno spazio libero in cui scoprirsi.
Una fascia d’età che mai come ora vive una realtà interconnessa con il virtuale ma, sostengono Camilla e Silvia, ha un grande desiderio, più o meno
dichiarato, di godere di relazioni vere e reali. “La necessità di profondità è riscontrabile in ognuno di loro. Hanno ricevuto meno possibilità di accesso alla
profondità, ma quando li aiutiamo ad aprire delle porte, loro ci si buttano dentro”.
Proprio sul rapporto parole e virtuale, le Mine Vaganti hanno partecipato al progetto, “Lingua Madre. Capsule per il futuro” , un documentario realizzato
dal LAC (Lugano Arte Cultura) che riflette sul rapporto tra parola, memoria e rito collettivo nel tempo dominato dalle immagini, soprattutto virtuali, e
vincitore nel 2021 di prestigiosi riconoscimenti, il premio Hystrio Digital Stage e il Premio Speciale Ubu.
Vuoi conoscere altre realtà culturali con cui Fondazione ha collaborato in questi anni? Puoi partire da qui e scoprire Aloud, il college per la formazione musicale.
La capacità trasformativa delle relazioni
Christian è un ragazzo che non ha paura di farsi domande. La prima volta che si è chiesto cosa volesse fare nella vita ha pensato alla sua passione più grande, il mare e ha salpato l’ancora. Ma dopo due anni di sole, sale e solitudine ha capito che non era quello il posto in cui voleva stare. Così ha iniziato ad interrogarsi e a fare un percorso di psicanalisi per capire quale direzione prendere: la sua freccia interiore ha indicato Psicologia!
La relazione d’aiuto l’ha conquistato e ha capito che era in quello scambio che voleva stare, voleva restituire il Bene che aveva ricevuto lui stesso ad altre persone. E così è arrivato al Centro Nuovo Volo della cooperativa Lindbergh, un centro socio-educativo riabilitativo per le persone con disabilità. Qui Christian ha incontrato l’Altro, quelle persone che la gente tende ad etichettare secondo le abilità di cui sono manchevoli, ma che in realtà sono in grado di trovare forme e modalità sorprendenti per vivere e comunicare. Christian ha così compreso che quando aiuti le persone a stare meglio, il benessere si diffonde. Ed è a questa onda infinita di Bene che Christian ha capito di voler contribuire.
Lavorare con la “diversità”: una relazione che ti trasforma!
La storia di Christian racconta di come le relazioni siano capaci di dare risposte a quella ricerca di senso che ognuno affronta nel proprio percorso di vita e di come siano in grado di generare una potenza trasformativa grandiosa nell’esistenza di chi si apre ad essa.
Questa consapevolezza Christian la sta sperimentando lavorando con il mondo della disabilità, una realtà che ad un primo approccio può essere faticosa e talvolta può spaventare: è necessario ricercare nuovi linguaggi, rendersi disponibili all’ascolto, accogliere la diversità come una possibilità di scoperta, anziché come un limite. Attraverso l’esperienza si può comprendere come la disabilità sia un concetto che non riguarda l’essenza delle persone, ma una condizione che si determina nel contatto tra l’individuo e una richiesta di prestazione del contesto, è dunque una dinamica di relazione che chiama in causa tutti.
Lavorare con la diversità è quindi prima di tutto un’azione di consapevolezza e di responsabilità, che si declina nella ricerca del benessere dell’Altro.
L’impatto del lavoro nel sociale nell’economia italiana
Il lavoro nel sociale, normato dal Codice del Terzo Settore, genera un enorme impatto sul benessere delle persone che accedono ai servizi, sulle loro famiglie e di riflesso sulla società intera: una persona che ha la possibilità di realizzare il suo progetto di vita, secondo le proprie possibilità, genera valore, necessita di minore assistenza e dunque, in parole povere, “costa meno”.
Ma come quantificare questo valore? Il dottor Umberto Mezzana, commercialista e Amministratore Delegato di Vannini Editoria Scientifica segnala che le stime attuali sul Terzo Settore rilevano che:
- genera un giro d’affare di circa 80 miliardi
- rappresenta il 5% del PIL
- è la quarta economia del Paese
ma i dati sono sicuramente sottostimati e tengono conto solamente degli indici economici, quando in realtà il Terzo Settore, attraverso ad esempio l’attività dei volontari, si fa carico di una serie di servizi che generano un impatto trasversale e strutturale sulla società.
Una corretta lettura dei benefici sociali, personali ed economici generati dal Terzo Settore è una sfida ancora aperta e auspicabile, che potrebbe originare nuove consapevolezze personali e un cambio di prospettiva nella gestione delle risorse pubbliche e private.
Ti è piaciuto questo articolo? Qui puoi leggere l’approfondimento che abbiamo dedicato alla Cooperativa Lindbergh.
Il coraggio di essere quel "QUID" che fa la differenza
Quid è una cooperativa sociale nata per dare lavoro a donne in condizione di fragilità, vittime di tratta, violenza, disoccupate over 50 ma anche giovani vulnerabili, richiedenti asilo e rifugiate. Recupera eccedenze e scarti di tessuto per realizzare nuovi capi di abbigliamento e accessori.
Oggi è una realtà internazionale, pluripremiata, con 150 dipendenti, che fattura 6 milioni di euro, ma quando è nata, dieci anni fa, la ragazza che l’ha fondata, Anna Fiscale, aveva solo 24 anni, grandi sogni e un cuore coraggioso!
Anna ha viaggiato per il mondo, il Terzo Mondo, ha studiato Relazioni Internazionali e a un certo punto ha deciso che voleva fare la sua parte per creare un mondo più giusto, consapevole che essere speciali non è questione di eroismo ma di umanità!
Green Economy e Terzo Settore, la rivoluzione possibile
Il nostro tempo è ormai costellato da crisi ed emergenze: economiche, pandemiche, climatiche, che minano il nostro futuro e peggiorano la qualità di vita delle persone. Pierluigi Sassi, dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, individua nel Terzo Settore il possibile protagonista di un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento.
- è necessario rimettere al centro l’uomo
- produrre benessere condiviso
- costruire un impatto positivo sulla società
Temi che se fino ad ora sono stati relegati al Terzo Settore per tipologia di missione, oggi riguardano tutti. Questo agire può infatti avere una forte valenza politica e una potente capacità trasformativa della realtà.
Il paradigma economico di base per cui il profitto produce ogni bene è fallito. Secondo Sassi è giunto il momento di far tornare l’economia alla sua funzione originaria, ovvero produrre benessere condiviso, non solo per se stessi ma per le comunità, in un rapporto di reciprocità che mette al centro l’uomo e il suo bene.
Globalizzazione e sussidiarietà: amici o nemici?
La finanziarizzazione dell’economia e l’egemonia della tecnica hanno prodotto un sistema che sta evidentemente implodendo. Tutto il mondo ne è consapevole, ma i grandi della Terra non riescono al momento a trovare una soluzione comune e spesso i summit internazionali non producono strategie realmente efficaci.
Cosa accade quando la politica non è in grado di dare le risposte necessarie? Nascono sinergie inaspettate, attivate da persone che decidono di fare la differenza e Sassi ritiene infatti che sia necessaria, come in ogni rivoluzione che la storia ci ha raccontato, una spinta dal basso per cambiare il sistema, uno slancio che può trovare proprio nel Terzo Settore il suo capofila.
La rete di Fondazione Cattolica
Ci sono molte realtà del Terzo Settore che si stanno interrogando sul ruolo che possono avere per invertire la rotta e favorire lo sviluppo di una società più sostenibile. Fondazione Cattolica in questi anni ha potuto conoscere alcuni di loro, come l’Associazione Verso di Verona, che realizza progetti rivolti alle scuole e alla cittadinanza con lo scopo di affrontare la sfida legata agli Obiettivi dell’Agenda 203. Mani Tese di Finale Emilia, che confida in uno sviluppo capace di coniugare la valorizzazione delle persone, delle risorse e dell’ambiente e ha fatto del riuso il fulcro delle proprie attività. Oppure LVIA, un’associazione di solidarietà e cooperazione internazionale che opera in 10 Stati africani e dal 1966 contribuisce a creare sistemi orientati al superamento della povertà estrema, alla realizzazione di uno sviluppo equo e sostenibile e al dialogo tra le comunità italiane e africane.
Abbiamo incontrato davvero tante realtà e soprattutto tante persone che hanno deciso di impegnare la loro vita per creare un futuro migliore per tutti. Un obiettivo che in realtà può essere alla portata di chiunque lo desideri. Basta avere coraggio, forse un pizzico di incoscienza e se tu che stai leggendo vorrai qualche spunto, lo potrai trovare qui!
La vita è imprevedibile, fidati del cuore: storia di Clara
Chi l’avrebbe detto che sarebbe andata così? Che avrebbe lasciato il suo posto da ingegnere edile per trovarsi con le mani sporche di terra. Che avrebbe trasformato l’insicurezza in opportunità…
Eppure per Clara la vita è così: straordinaria perché imprevedibile!
Clara è un impasto di determinazione e sensibilità. Cresce prendendosi cura della nonna ammalta e accudendola, giorno dopo giorno, riconosce il valore della fragilità. Non sa cosa farà da grande ma ammira i super eroi dei cartoni perchè di fronte alle difficoltà non girano lo sguardo: volano in aiuto e restano accanto.
Impara così a guardare le cose in profondità. Riconosce le fatiche di una mamma sola che dà il meglio di sé per offrirle un’infanzia serena, ma sente anche il peso dei no dettati per l’impossibilità.
Clara però è una bambina creativa e converte la mancanza di cose in socialità.
Stare in relazione con gli altri la fa sentire bene. Ma non le basta. Ama gli obiettivi sfidanti e dopo il diploma all’istituto d’arte, si iscrive ad Ingegneria. Le piace l’ordine e l’idea di progettare qualcosa di grande per qualcuno. Con il tempo si accorge di essere un ingegnere anomalo: i numeri le dicono tanto ma non sono il tutto. Il tutto, per lei, sono le persone!
Le piace il suo lavoro ma a fine giornata si domanda Che cosa ho fatto oggi? Le sembra di perdere il suo carisma tra mille firme di carte e si riappropria di sé solo all’interno del laboratorio di tessitura della cooperativa La Venenta, dove è volontaria. Così quando le domandano di gestire il laboratorio, Clara si chiede: Scelgo con il cuore o con la mente?
Da un lato ci sono anni di carriera investiti, dall’altro l’incertezza di non sapere niente. Clara guarda le sue bambine e pensa che dovrebbero vederla uscire di casa con il sorriso e rientrare con la stessa felicità. Il cuore alla fine, non mente mai!
Parte da zero, studia e impara tutto. Nel laboratorio segue donne in situazione di vulnerabilità sociale. Ma più passa il tempo più si domanda quante altre persone potrei aiutare?
Da suo padre Clara ha ereditato braccia lunghe per abbracciare l’umanità intera. Davanti alla cooperativa c’è una distesa di campi. E ancora una volta la vita la chiama a ricominciare da principio!
Nel 2019 fonda Agriconcura per dare anima a un luogo che intrecci legami tra persone: bambini, adulti, disabili e anziani... Crea la squadra, ancora una volta torna a studiare e si lancia! Ci sono i campi da coltivare e la vendita ai mercati; ci sono gli spazi per le feste di compleanno e i centri estivi; c’è la fattoria didattica e l’agriturismo a cielo aperto; ci sono le arnie e i laboratori per gli anziani.
Agriconcura è una realtà multifunzionale che ossigena il cuore delle persone: dipendenti e visitatori. Qui ogni persona è speciale e ognuno impara dall’altro. Ma c’è anche tutto da gestire e quando sale la paura Clara si ferma e ascolta. Sente la gioia dei bambini, la leggerezza dei ragazzi disabili, la lenta crescita della natura… e allora le sale la voglia di fare ancora di più. Un giorno alla volta!
“Diventa ricco per quello che sei!” lei è Clara Berti. Una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi scoprirne altre a partire da Fabrizia!
Superare le barriere della disabilità e costruire progetti di vita personalizzati!
Questo episodio racconta di Paola, una mamma che riconosce la diversità di Marco rispetto agli altri figli. La diagnosi lascia Paola in balia dell'incertezza: Marco ha un disturbo dello spettro autistico. Cosa fare? Paola si affida al suo spirito coraggioso e si avvicina ad Angsa Umbria, la realtà regionale dell’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici, che dal 2001 si occupa di tutela del diritto delle persone con autismo, promuove la conoscenza di questo disturbo attraverso seminari e convegni e sostiene le famiglie con corsi di parent-training.
All'interno dell'associazione Paola comprende che le opportunità per i giovani autistici nascono se qualcuno le crea e così da forma a il Centro Diurno La Semente, una cooperativa sociale che favorisce le abilità lavorativa e i trattamenti psico-educativi, collabora con le università per sviluppare ricerche scientifiche volte a superare le barriere della disabilità in vari ambiti (architettonico, clinico, relazionale).
Come le famiglie possono superare le barriere della disabilità e costruire progetti di vita personalizzati?
Emilio Rota, Vice Presidente di ANFFAS, associazione nazionale di famiglie e persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, individua tre ambiti sui quali c’è ancora molto lavoro da fare, ma che risultano decisivi per le persone con disabilità e le loro famiglie:
- Trasformazione culturale
- Progetto di vita
- Dopo di noi
È necessaria una trasformazione culturale che riconosca la disabilità come un fatto sociale e non privato. Questo cambiamento può essere attuato attraverso la partecipazione attiva e il coinvolgimento delle comunità, che devono essere educate e a loro volta educanti.
Il progetto di vita delle persone con disabilità è uno degli obiettivi principali delle famiglie e anche la normativa ha compreso la centralità di questa tematica, tant’è che nella Legge 112 viene indicato come un obiettivo da perseguire attraverso una valutazione multidimensionale e multiprofessionale. Anche la Legge Delega 227/2021 ha il suo fulcro nel progetto di vita personalizzato e partecipato, “diretto a consentire alle persone con disabilità di essere protagoniste della propria vita e di realizzare una effettiva inclusione nella società”.
Come si costruisce il progetto di vita di una persona con disabilità? Attraverso l’ascolto dei suoi desideri e il riconoscimento dei suoi bisogni che vengono proiettati sul futuro. Ma nell'ideare questo percorso, non è sufficiente adeguarsi ad uno standard, solitamente quello biomedico, ma è necessario un approccio integrale, bio-psico-fisico e costruire progetti di vita personalizzati.
Il terzo punto si connette al secondo: le famiglie devono potersi prendere cura del progetto dei propri figli, per garantire loro un futuro sereno anche quando i genitori non ci saranno più e le persone con disabilità potranno affidarsi a quella preziosa rete di educatori, volontari e specialisti che in questi anni si è formata con passione e sensibilità.
La rete di Fondazione Cattolica
Negli anni Fondazione Cattolica ha potuto conoscere alcune delle realtà che si occupano di persone con disturbo dello spettro autistico, come Progetto Imoletta di Ferrara, Fondazione Oltre il Labirinto Onlus, Fondazione Diversity Life di Padova, che ha attivato un percorso di residenzialità per acquisire le abilità necessarie per raggiungere la maggiore indipendenza possibile in un contesto abitativo diverso da quello famigliare, o Ca’Leido della cooperativa sociale Sonda di Treviso, un centro per l’autismo dove lavora una delle “Giovani Speranze” che abbiamo intervistato in questo articolo!
Verso: Verona per la Sostenibilità
Affrontare le sfide globali che riguardano l’uomo e il pianeta è un compito che riguarda tutti. Ma da dove partire e come farlo? A Verona l’impegno informale di #humanfirst si è evoluto nella rete Verso che sta orientando la direzione da intraprendere.
La rete Verso nasce a Verona nel 2020, dopo alcuni anni di impegno informale in cui soggetti privati, mondo cooperativistico e imprenditoriale, hanno collaborato per lanciare un messaggio: affrontiamo insieme la sfida planetaria! “La vera sfida del nostro tempo – racconta Lucia Vesentini, presidente della rete – è la complessità. Riuscire a comprenderla e a definire come affrontarla è stato ciò che ha unito i fondatori della rete e che ci ha stimolato a trovare soluzioni inedite per parlare di sostenibilità integrale”.
La sostenibilità e la rete Verso
“Quando parliamo di sostenibilità non intendiamo solo l’ambiente ma la vita che c’è sul pianeta e di conseguenza come possiamo agire prendendoci cura, generando valore per le comunità e per il futuro” racconta Lucia. In francese sostenibilità si traduce in durabilitè un termine che connota l’impegno ad agire non per l’immediato presente ma per creare benessere e sviluppo nel lungo periodo. “Chi semina datteri non mangia datteri dice un proverbio arabo. È nostra responsabilità comprendere come agire per favorire l’impatto positivo per il futuro” ammette Lucia.


L'impegno pubblico della rete Verso
Quale equilibrio è necessario trovare affinchè la terra e l’uomo possano vivere in armonia? Le molteplici sfide hanno conseguenze su tutti: dallo stile di vita alle produzioni imprenditoriali, dal cambiamento climatico alle emergenze politiche, dalle persone all’ambiente. “Non ci piace trattare la sostenibilità come se la questione fosse tecnica. È invece un vivo cambiamento. Servono consapevolezze ma anche energie per investire nell’attivazione di nuovi processi che partono da qui, dal nostro piccolo, per approdare a percorsi internazionali. Abbiamo scelto di muoverci dal locale perché attraverso la conoscenza poi tutti possono fare qualcosa”.
Un’associazione multistakeholder che si sta radicando sempre più nelle comunità. La rete Verso si rivolge infatti a:
- il mondo della scuola, attraverso percorsi dedicati all’educazione del futuro per i docenti e con laboratori formativi ed esperienziali che coinvolgono gli studenti. Il progetto Clim-Act, durato circa due anni, ha permesso ai ragazzi di comprendere quali variabili determinano il cambiamento climatico ma ha anche promosso lo sviluppo di un pensiero critico e costruttivo. Nelle attività di impresa simulata, sono nate idee di piantumazione nei parchi, ricettari antispreco, ecodiscoteche…
- la collettività, con convegni, mostre, seminari e proposte culturali che aiutano a riflettere in ottica sistemica sull’impatto dei comportamenti
- il mondo imprenditoriale e le categorie di professionisti, attraverso consulenze volte a innovare le produzioni, migliorando l’impatto e proponendo soluzioni più armoniose. Ad esempio con il progetto “Avvocato agente di cambiamento” più di una trentina di avvocati hanno lavorato sul conscius contract per arrivare a stilare contatti consapevoli tra le parti in un’ottica di durabilità e benessere.


L'impatto della rete Verso
La rete è composta da 50 soci e in questi anni ha incontrato oltre 2.500 ragazzi, 400 docenti, 150 imprese e professionisti partecipanti ai convegni, 2.000 cittadini interessati alle proposte educative e divulgative. “Puntiamo agli sguardi lungimiranti e allo scambio inter e infra-generazionale. Crediamo che sia questa la via per entrare in una logica di sostenibilità!” conclude Lucia.
Enea e quel rullo di tamburo che dà la vita
Sai quando tutti ti chiedono: “Cosa farai da grande?” e i bambini se ne escono con mille idee diverse? Ecco io all’inizio non lo sapevo. Mi piacevano le cose che piacevano a tutti, mi sentivo uno tra i tanti, fino a quando non è arrivata la batteria.
Penserai questo qui deve essere un genio musicale! e invece no. La musica, come tutto per me, è nata da un amore lento. Avevo 11 anni quando ho scoperto che per me era speciale. Me ne sono accorto perché tra tutte le attività che facevo, la batteria era l’unica cosa che mi rimaneva dentro. E lì ho iniziato a sognare.
Sarei diventato un batterista della madonna. Uno di quelli che suonano nei concerti con strumenti bellissimi da migliaia di euro. Per questo quando ho messo piede in Banda ero scettico. Questi qui erano strani: gli strumenti li facevano pescando boiler delle caldaie, tubi, cestelli delle lavatrici. Boh! Ho pensato io.
Però lì, solo lì, c’era un’energia unica.
Eravamo in 12 e nessuno comandava. Lì giocavamo con regole diverse da quelle a cui mi ero abituato. Nessun fai così, fermo lì, aspetta che… Ascoltavamo e ci sentivamo. Ci sintonizzavamo sulle stesse frequenze e insieme creavamo musica. Ma anche bellezza. E comunità.
La Banda Rulli Frulli era il nostro branco. Il mio e il nostro posto. Non era solo la mia scuola di musica. Era il mio contatto con il mondo, la fonte della mia espressione e delle mie esperienze. Ci pensi che a 14 anni andavo in tour?
Sì, ho suonato anche io al Concerto del Primo Maggio, al Circo Massimo, da Mika… wow! Ma sai quando è che mi sono sentito un figo pazzesco? La prima volta che ci siamo esibiti a Mirandola in una sagra vicino casa. Da fuori ero inguardabile: un imbianchino con un bidone appeso addosso. Ma dentro scoppiavo di vita.
Sai che roba lavorare in Banda! mi dicevo. Guardavo Fede, Matteo, Marco, Sara e gli altri e li ammiravo. Hanno dato vita a un gruppo che guarda avanti, spinto a migliorare e a prendersi cura. Ma dopo il diploma dovevo avere un pezzo di carta in mano. Chi sei se non hai qualcosa che lo attesta per te? Allora mi sono iscritto al conservatorio, ho passato la selezione e per la prima volta ho capito cos’era davvero la Banda per me.
In Accademia si suona a spartito. Non sai neanche come è fatto il tuo vicino, i tuoi occhi sono sulle note scritte. Tutto è ristretto alla partitura. E mi mancava l’aria. Mi mancava la libertà generativa della Banda. Mi mancava vivere di ciò che la musica produce: amicizia e armonia. Ho chiuso la porta del conservatorio e mi sono sentito un fallito. Avevo deluso tutti: le nonne, i miei e pure io…
Quando l’ho detto a Fede, che per me non è il Direttore, è il timoniere della ciurma, lui ha capito subito. Io no, stavo imbambolato come un carciofo. Mi ha dato il la con i laboratori di costruzione degli strumenti e la manutenzione. Il resto è venuto da sè.
Adesso seguo anche i laboratori di musica e di teatro musicale nelle scuole. Lo faccio per spalancare gli occhi dei ragazzi e renderli parte della bellezza della vita. Non dico mai che il fine è l’integrazione perché quando i ragazzi fanno, l’integrazione viene da sé. Svaniscono le differenze e diventiamo tutti parte di un’umanità bellissima.
Oggi in banda siamo 70. I ragazzi hanno fame di cose autentiche. E sai a me cosa piace fare? Attendere. Aspetto il momento in cui anche a loro succede. Si impianta il seme che cambia lo sguardo, il modo di fare, di prendere la vita. E allora si accendono. Ecco quello per me è il top. Il segno che, sì un giorno ognuno farà un lavoro, ma prima della professione, noi possiamo essere Persone vere che vibrano e creano risonanze. Come la nostra musica.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre esperienze dei ragazzi di Giovani Speranze a partire da Martina
Più di un sogno.. un’opportunità per persone con disabilità!
Michele era un giovane ragazzo insoddisfatto che faticava a trovare il proprio posto nel mondo. Stava per arrendersi al fatto che nella sua vita professionale non avrebbe mai ottenuto grandi soddisfazioni, quando un’esperienza di volontariato alla cooperativa Vale un Sogno ha cambiato tutto.
Il lavoro nel sociale si è rivelato sfidante, con mansioni che sono variate nel tempo e che gli hanno consentito di sviluppare capacità di adattamento e abilità eterogenee.
La spontaneità dei ragazzi riaccende le energie di Michele e gli dà nuovi obiettivi: vuole contribuire ad un cambio di prospettiva e rinnovare lo sguardo della società sulla disabilità.
Obiettivi sicuramente ambiziosi, ma Michele è nel posto giusto: Marco Ottocento, fondatore di Più di un sogno, è un imprenditore sociale che non si accontenta e vuole valorizzare le persone indipendentemente dai loro limiti.
Quali sono i dati relativi all’occupazione lavorativa dei disabili intellettivi in Italia?
I disabili intellettivi nel nostro Paese sono circa 550.000 e sono considerati inabili al lavoro, pertanto non rientrano nelle statistiche che rappresentano i cittadini disabili lavoratori o in cerca di un’occupazione.
Ma il lavoro è una componente essenziale per il benessere delle persone e l’acquisizione di un ruolo sociale.
La Legge offre delle possibilità per agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro, attraverso la n. 68 del 1999 o la n. 276 del 2003, tuttavia queste norme risentono ancora di una visione che vede l’integrazione come un obbligo e non un’opportunità.
L'esperienza di Vale un Sogno
Vale un Sogno propone una strada diversa. L’inserimento lavorativo è parte di un ampio percorso di presa in carico della persona. Prevede lo studio preliminare del “territorio aziendale”, l’identificazione dei ruoli che il ragazzo potrà assumere e una formazione specializzata per quella specifica mansione che gli sarà affidata. La formazione avviene in parte all’interno dell’impresa, dando così la possibilità anche ai colleghi di prepararsi all’accoglienza del nuovo collega. E nel caso l’inserimento non andasse a buon fine, il ragazzo resta all’interno della cooperativa e viene formato per una nuova impresa, eliminando il carico emotivo del fallimento che potrebbe provare e alleviando per l'azienda la responsabilità della sconfitta.
Inoltre la fondazione Più di un Sogno ha costituito delle piccole imprese sociali per inserire anche i ragazzi con disabilità più complesse, offrendo a tutti la possibilità di sperimentare la vera inclusione attraverso le proprie possibilità.
Quali vantaggi ha questo modello?
- ridurre i costi sociali
- uscire dalla dimensione assistenzialista del welfare state
- entrare in una nuova prospettiva, caratterizzata dai principi di sussidiarietà e sostenibilità, quella del welfare generativo
…Ecco perché Michele si trova tanto bene alla Vale un Sogno, perché per lui non si tratta soltanto di un lavoro, ma della condivisione di un progetto: creare comunità accoglienti verso le fragilità.
La storia di Michele ti ha incuriosito? Qui trovi un articolo che abbiamo scritto su di lui, una giovane speranza per il nostro futuro!
Nel vuoto impari a volare: Fabrizia e il suo impegno per l'autismo
Fabrizia lo sa che un figlio le cambierà la vita…glielo ripetono tutti! Però lei è una donna ed è pronta a fare questo salto nel vuoto. E nel vuoto Fabrizia impara a volare.
Da bambina Fabrizia sogna cosa farà da grande: la veterinaria che gira le fattorie per curare animali feriti. C’è qualcosa nella cura della fragilità che la incuriosisce ma Fabrizia vive a Milano e la vita di città non è quella poetica dei libri… con i sogni non si trova lavoro.
“Studia lingue!” le consiglia sua madre. E lei lo fa chiedendosi però il perché. La sua vocazione è un’altra e se ne accorge quando tocca legno, sassi, creta e telai… Nel contatto con la materia Fabrizia riscopre sé stessa e comunica con i materiali pensando che non sono poi così diversi dalle persone.
C’è chi è più flessibile e chi più scontroso. Chi è morbido e chi marmoreo. Chi avvicina e chi è resistente… Fabrizia vende le sue creazioni come ogni artigiano. Ma lei non è un’artigiana qualsiasi, Fabrizia è un’artigiana della relazione. Solo che le ci vogliono anni per comprenderlo!
Ci vuole un figlio e una diagnosi. “Il piccolo è autistico” le dicono.
Autistico si ripete Fabrizia. E quindi? Si trova sola in una società che la lascia alla sua buona fortuna. È difficile capire dall’esterno: nel 2000 di autismo si parla ancora poco e non ci sono risposte per le famiglie. Solo vuoto.
Eppure Fabrizia osserva suo figlio e continua a pensare È solo un bambino e lei, come ogni altro genitore, desidera dargli un’unica cosa: futuro! Ha solo due scelte e lo sa, adeguarsi e accettare una vita di emarginazione oppure inventarsi qualcosa per lui.
Molla il lavoro, si iscrive all’Università e cambia vita. La sua e poi quella degli altri!
Diventa una pellegrina alla ricerca di spazi per proseguire nell’unica attività che suo figlio ama fare: tessere con la sua insegnante. Passa il tempo e una stanza non basta più: “Ho un bambino che ha dei disturbi…” “Siamo in difficoltà, non sappiamo come approcciarci” le dicono. Fabrizia affitta altre stanze, incontra le persone giuste e prende una decisione.
Fonda L’Ortica, un’associazione che a Milano e Pavia vuole essere la risposta alla solitudine di persone non comprese, spesso bullizzate o derise, senza amici, figlie di genitori che non sorridono al futuro pensando “Un giorno sarà grande e io diventerò nonno!” bensì di chi si chiede “Adesso cosa faccio?”. Fabrizia lo sa, la disabilità conta sulla creatività di chi non si arrende mai.
Il limite diventa una risorsa, cambia il pensiero e trasforma Fabrizia. Anima le sue abilità imprenditoriali che insieme a quelle educative e artigiane sviluppano opportunità. All’interno dell’associazione Fabrizia trova un nuovo equilibrio fatto di silenzi e parole, di presenza e tentativi.
Dei 20 ragazzi accompagnati nessuno è uguale all’altro e tutti le chiedono di dare il meglio di sé. Stancante? A volte. Ma Fabrizia adesso non è sola. Ha la sua famiglia, i suoi collaboratori e quei ragazzi che quando lei ha una “giornata no” la guardano e sorridono. In quei visi luminosi Fabrizia si rincuora perché ce l’ha fatta. Nel buio del vuoto ha acceso una lampada per illuminare il cammino di altri!
Lei è Fabrizia. Una donna che fa la differenza.
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