Riccardo e l’invenzione che mancava
I miei genitori? Li ho fatti impazzire, ne sono sicuro. Eppure, quando adesso mi guardano li vedo che sono fieri di me. Perché ad essere sincero anche io lo sono di me stesso.
Sognavo di diventare inventore. Le cose conosciute mi annoiavano, io volevo dare forma a quello che ancora non c’era. Immagina cosa abbia significato andare a scuola per me…una tragedia!
Ho cambiato quattro scuole superiori e cinque classi. Ho avuto più di centodieci compagni perché per me andare a scuola semplicemente non aveva senso. Non mi interessava, non mi piaceva, non trovavo il perché…fino a quando ho partecipato ad un open day di Psicologia e lì si è aperto il mio mondo.
Quella era la mia via! Ho iniziato a studiare con un obiettivo e l’ho raggiunto. Mi sono trasferito a Padova, sono arrivato all’ultimo esame, ero prossimo al coronamento del mio sogno; eppure, non mi sembrava abbastanza. Ero alla ricerca…di cosa? Forse della felicità. Allora per la laurea mi sono regalato un volo di sola andata.
Destinazione Sidney. Sarei dovuto stare sei mesi invece ho passato un anno e mezzo a scoprirmi, sperimentarmi, maturare nuove consapevolezze su di me. Ho lavorato come giardiniere, cameriere e anche come comparsa in tv. Avevo amici e una nuova vita. Insomma, andava tutto per il meglio fino a che…
mi sono guardato allo specchio con sincerità. Ancora mi mancava qualcosa. Devo investire su di me mi sono detto. Allora ho fatto la valigia, l’Australia mi aveva dato tanto, ma non poteva darmi di più. E sono tornato a casa.
Mi sono rimesso sui libri e sono diventato uno psicologo clinico. Quando mi hanno proposto di seguire un ragazzo autistico mi sono buttato e lui mi ha travolto! Mi ha spinto a guardare oltre l’apparenza e a chiedermi: quanti ragazzi restano isolati dalla società?
Il pensiero non mi mollava e mi ha mosso alla ricerca di risposte. Sai cosa ho scoperto? Che la diversità è ancora una finestra dietro la quale troppi ragazzi si soffermano a guardare il mondo al posto di viverlo. Allora non ho resistito e mi sono inventato qualcosa!
Il progetto FruttiNuovi, all’interno dell’associazione Daya, nasce nel terreno bellissimo e incolto di mia zia che voleva usarlo per farci qualcosa di buono. E buono lo è diventato davvero perché oggi, dopo pochi anni, cura, nutre e porta frutto…
Arare, piantare, potare, raccogliere, trasformare e cucinare. L’agricoltura e la cucina sono gli strumenti che utilizziamo per abilitare i ragazzi alla vita, coinvolgendoli nei processi, nelle relazioni, nelle responsabilità. Lavoriamo con i ragazzi e le famiglie, lavoriamo con il e per il territorio perché la natura mi ha insegnato che tutto matura a ritmo della propria stagione…tutto matura se viene amato!
Così oggi sono qui, insieme a 30 ragazzi, 30 famiglie e 4 collaboratori tutti impegnati a rendere l’inclusione una reale opportunità, dove le persone insieme rinascono e fioriscono.
Vuoi che ti dica un segreto? Credo di aver superato il mio desiderio di bambino perché quando apro la porta di Daya penso che questa bellezza senza me, la zia e quanti ci hanno creduto, non esisteva. È tutto nuovo. Allora è proprio vero: sono diventato un inventore ma un inventore sociale!
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Un modo nuovo di fare sociale: il non profit che crea economia e genera comunità
Andrea è un ragazzo quando capisce che vuole dare un senso alla propria vita. Non gli sta bene un sistema che punta tutto al “produci e consuma”, sente che c’è di più. Che può fare di più. E inizia a cercare la sua strada.
Si avvicina alla politica, poi al volontariato, infine diventa operatore tecnico del 118. Poi nascono i suoi bambini e per loro vuole costruire un mondo più bello. Ma attorno a sé vede cemento, scuole grigie e tristi. Così coinvolge altri genitori e inizia a pitturare le pareti dell’asilo, a piantare fiori nell’aiuole e rende gli ambienti di quei bambini più accoglienti.
Ma la spinta a fare di più cresce. Vuole prendersi cura della comunità e trova persone con cui condividere questo obiettivo. Nasce l’associazione Gulliver, che da un bisogno di pochi diventa la risposta per molti. Corsi nelle scuole, inclusione delle persone migranti, recupero di vecchi oggetti, mantenimento aree giochi.
Oggi Gulliver sfama 430 famiglie ed è un riferimento per 650 nuclei che non devono preoccuparsi di comprare vestiti. Un riferimento dentro e fuori Pesaro, un’associazione fatta di 250 persone, 50 collaboratori e 300 tirocini attivati all’anno.
Onlus Gulliver: una realtà sociale che crea economia e genera comunità
Gulliver nasce a Pesaro 12 anni fa dall’idea di Andrea Boccanera, il Presidente, e un gruppo di genitori che decisero di impegnarsi per rendere più accoglienti gli spazi educativi dei loro bambini. Il numero di volontari è rapidamente cresciuto e il raggio d’azione si è straordinariamente ampliato.
Oggi Gulliver e i suoi volontari si occupano di attività nelle scuole, collaborano con le carceri per lo sconto di pene alternative attraverso la manutenzione di parchi e giardini pubblici. Hanno attivato 20 free library, servizi di trasporto e accompagnamento per anziani, percorsi di pcto, servizio civile per i giovani e un’importante progettualità è stata ideata sul tema del riuso. Le Botteghe del Riuso nascono su ispirazione del gruppo Emmaus in Francia, dei charity shops inglese e di altre piccole esperienze in Nord Europa. Si tratta di 4 magazzini, per una superficie totale di 7000 mq in cui vengono raccolti beni di ogni genere donati dai cittadini di Pesaro e provincia, acquistabili attraverso un contributo e disponibili gratuitamente per le persone che hanno un ISEE molto ridotto.
Attraverso questa attività Gulliver riesce a finanziare numerose attività del territorio e persino a dare contributi agli enti pubblici, invertendo il sistema di sostegni che solitamente caratterizza le realtà del non profit.
Stimolare la partecipazione attiva dei cittadini per la cura del bene comune, allontanarsi dalla visione egoistica contemporanea e generare cambiamento attraverso l’impegno civico. Questi sono gli obiettivi di Gulliver, una realtà in continuo fermento, che immagina strade nuove per costruire insieme un mondo migliore.
Un modo nuovo di fare sociale
Gulliver dimostra che il volontariato è motore di partecipazione attiva e può generare economia coinvolgendo la comunità.
I tempi sono ormai maturi per un nuovo modo di fare sociale ed esplorare le potenzialità del Terzo Settore.
Padre Natale Brescianini, formatore, coach e monaco della comunità benedettina camaldolese ne è convito. Tutto il sistema del lavoro è a suo parere in una fase di cambiamento. Il mondo profit è investito da una profonda crisi di senso. Le persone occupano gran parte delle loro giornate in attività in cui non si riconoscono, mentre il lavoro, per il pensiero benedettino, dovrebbe essere un elemento fondante della felicità umana.
Il non profit invece deve imparare a reggersi sulle proprie gambe e per farlo deve recuperare l’idea di profitto non come fine ma come strumento per sostenere la propria attività.
Il valore delle relazioni e una nuova idea di lavoro
“È la qualità delle relazioni che determina il successo di un’organizzazione, di un’impresa”. Mondo profit e non profit, suggerisce Brescianini, devono recuperare il valore della relazione, internamente ed esternamente. L’uomo è fatto per la collaborazione, non per la competizione e i luoghi di lavoro possono diventare il luogo in cui sperimentare una nuova visione del mondo. In cui educare, non alla performance ma alla relazione collaborativa e generativa tra le persone. In questo il Terzo Settore può essere di grande supporto al mondo profit e insieme creare valore sociale.
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Etta e il coraggio di cambiare le cose
C’è pace nella casa in campagna di Etta. Ci sono le api, il bosco, il cane che scodinzola e la natura che scandisce un tempo lento. Il tempo libero e ricco di vita che Etta ha costruito anno dopo anno.
È una ragazzina che vuole fare. Conta i minuti che la separano dai libri di latino agli Scout e poggiata la penna, spalanca la porta e scappa a vivere davvero. Sono gli anni del fermento sociale italiano ed Etta lo respira nelle strade, nelle idee, nei giovani: il mondo è tutto da cambiare!
Ma cambiare cosa? Etta trova risposta aprendo la stanza di un istituto femminile stipato in una soffitta di un palazzone genovese. L’odore di minestra penetra le narici e si attacca ai vestiti. Tutto è fatiscente. Le bambine indossano un grembiulino consunto, si muovono in modo sconnesso e parlano male. Vivono costrette in una stanza senza anima né cura, abbandonate dalle loro famiglie e dimenticate dalla civiltà.
E qualcosa dentro Etta parla forte.
È Luisa. È la disabilità manifestata dalla sorella. È il peso dell’esclusione, l’oppressione dell’abbandono, la ricerca di un senso. È la consapevolezza che si può fare diversamente perché Etta lo sa: non si diventa umani rifiutando le fragilità.
Matura in lei il desiderio di lavorare nel sociale. Ma gli anni ’70 sono solo all’inizio, fare sociale è per lo più un sentimento e i suoi genitori la spingono all’università. Etta li accontenta, prende una laurea in Lettere, si abilita all’insegnamento e si chiede cosa fare del suo futuro quando nel negozio di alimentari, tra un etto di prosciutto e di formaggio, una signora parla di una casa nuova, per ospitare bambini… “Mi scusi cosa?” domanda Etta. E da lì corre!
Sono anni faticosi ma stimolanti. La comunità di Don Gallo e il Ceis si uniscono per offrire un rifugio a minori in abbandono. Si lavora sulla relazione e sul ricongiungimento. Etta si attiva per dare a bambini come Carmelo, Angelo, Piero ed Emanuele luoghi confortevoli in cui vivere mentre si impegna a costruire percorsi di integrazione con le famiglie d’origine, per contrastare la povertà economica e culturale.
Etta è appassionata. Studia e si immerge nel travaglio del reale. Si occupa di minori e di giovani, dirige una grande cooperativa e viaggia in tutta Italia per conoscere imprese sociali innovative capaci di sollevare i problemi offrendo nuove vie. E così entra per la prima volta in carcere, in una sezione femminile, e i suoi ricordi fanno un salto indietro negli anni.
Davanti a lei però non ci sono bambine, ci sono donne invisibili, prigioniere di una sentenza e della condanna di non essere più nulla. Persone isolate a sé stesse con speranze naufragate in celle dispnoiche. E ancora una volta Etta pensa a come fare per cambiare.
II tempo del lavoro in cooperativa è superato, i figli sono grandi, Etta intravede la possibilità di licenziarsi per costruire, con l’appoggio di donne appassionate intorno a lei, una nuova realtà e decide: il mondo aspetta sempre chi ha il coraggio di cambiare!
Sc’Art! nasce per dare una seconda vita a donne detenute ed ex detenute, che con il design creativo e l’utilizzo di materiali di scarto, si ripensano libere, nell’autodeterminazione. E nei laboratori artigianali Etta conosce le sfaccettature dell’umanità. Emergono le ferite, i legami, i non detti, i sogni. Tra una creazione e l’altra, Etta favorisce i legami delle donne tra il dentro e il fuori, tra l’oggi e il domani, tra l’ignoto e le nuove consapevolezze.
Da cosa nasce cosa dice Etta tanto da permettere a 150 donne detenute di imparare un mestiere dimostrando loro che sono protagoniste del cambiamento. Che nulla è per sempre. Che tutto, con volontà, si trasforma, si migliora.
Oggi Etta ha 70 anni e li vive con speranza e ottimismo, nonostante tutto. Con il progetto Remida e le Creazioni al Fresco continua a guardare avanti… perché il futuro è sempre un passo più in là!
Lei è Etta Rapallo, una donna che fa la differenza.
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Film Festival della Lessinia: un cammino geografico, umano e spirituale
Il Film Festival della Lessinia (FFDL) nasce nel 1995 dalla volontà di Piero Piazzola e Mario Pigozzi, rispettivamente presidente del Curatorium Cimbricum Veronense e videomaker, per raccontare la Lessinia attraverso il cinema. Da allora il FFDL è in cammino per cercare, attraverso i racconti della vita delle terre alte, di comprendere il presente per affrontare il futuro.
Il FFDL un cammino geografico, umano e spirituale
Dalla prima sala nel Teatro Parrocchiale di Corbiolo, il Festival è cresciuto diventando oggi il secondo Festival in Veneto, dopo il Festival del Cinema di Venezia, per numero di presenze e ricchezza di programma.
«Questo Festival è figlio della Lessinia, una terra che per me è Heimat, patria, storia, radici. Una terra che connota un legame profondo, fisico e spirituale con la montagna e che il Festival racconta attraverso la proiezione di film incentrati sul tema vita, storie e tradizioni delle terre alte», riporta Alessandro Anderloni Direttore Artistico del FFDL. Un’occasione per prendere coscienza dell’agire umano, della relazione tra esseri viventi e natura, degli equilibri o disequilibri portati dalle scelte contemporanee.


Come dalle vette è possibile osservare l’orizzonte geografico, così anche gli oltre 1.400 proiettati dal 1995 ad oggi, offrono la possibilità di guardare il mondo da nuove prospettive. «Non possiamo negare che abbiamo globalizzato tutto, mercificato le nostre unicità in nome della pluralità – ammette Anderloni – Abbiamo dimenticato le nostre radici e oggi viviamo spaesati, inquieti, derubati dalla nostra identità. Il Festival diventa allora una casa, una piazza di incontro e di conoscenza reciproca per riconoscere l’Altro, la sua storia, le sue tradizioni, le sue origini».
Il FFDL un Festival umano
E così uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo si incontrano a Bosco Chiesanuova. Registi e registe. Autori emergenti, come è accaduto per il regista butanese Pawo Choyning Dorji il cui film Lunana, a Yak in the Classroom, dopo essere stato presentato in anteprima italiana in Lessinia, ha poi conquistato la cinquina degli Oscar. Ma il Festival non è solo incontro di mondi lontani, perché la relazione parte tra la gente della Lessinia, arriva alla città e da lì oltrepassa le Alpi per giungere nei luoghi più remoti.
«Siamo un Festival “umano”, intrecciamo relazioni in un’atmosfera accoglienta, viva e calorosa.» Un Festival divenuto negli anni sempre più sociale grazie al coinvolgimento delle scuole primarie, alla creazione di una giuria interna alle mura del Carcere di Montorio, all’attivazione delle esperienze di PCTO con gli studenti e alle proposte di stage universitario. Un’occasione di sviluppo per persone in situazione di svantaggio sociale, per i ragazzi della comunità La Cordata e per persone con fragilità intellettiva che dalla cooperativa sociale Panta Rei gestiscono la trattoria sociale. 20 collaboratori stabili e circa 120 volontari all’anno, che costituiscono una grande famiglia capace di accogliere quasi 3.000 persone al giorno, facendo vivere esperienze di autentica condivisione.


Il programma del FFDL
Quest’anno i visitatori potranno trovare 97 film da 48 paesi e partecipare a oltre 130 eventi. Ognuno potrà scegliere tra proiezioni, laboratori per bambini e culinari, escursioni, camminate esperienziali, mostre ed esposizioni, concerti, spettacoli, proposte enogastronomiche. «Lasciamo che le persone scelgano il proprio cammino perché il cammino è il nostro omaggio a questi trent’anni. Rappresenta l’esplorazione geografica, umana, spirituale. Le migrazioni, le scelte di vita, i viaggi per scoperta, ricerca, fede. Il cammino infine è un invito a guardare il futuro», racconta ancora Anderloni. Guarda il programma!
Un Festival in sviluppo
«Crediamo nel rinnovamento che porta energie e idee nuove. E lo rendiamo possibile con il passo deciso del montanaro che sa che un passo alla volta poi si arriva alla meta», riconosce Anderloni.


E così il FFDL sta già progettando il futuro: con H.A.D.A.MO (Hub Archivio Digitale Audiovisivo della Montagna), un progetto di archivio digitale delle oltre 1400 opere riprodotte in questi trent’anni e con l’inaugurazione della sezione industry “FFDLpro” in collaborazione con le cinque film commission del Triveneto, per aprire la Lessinia al mondo del cinema.
Un Film Festival della Lessinia un cammino geografico umano e spirituale. Non resta che vedere tutto dal vivo a Bosco Chiesanuova, dal 23 agosto al 1’ settembre.
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La ricerca di senso come motore dell’impegno per il bene comune
Federico ha solo otto anni quando scopre cosa vorrà fare da grande: vuole diventare un batterista e costruire i suoi strumenti musicali con materiali di recupero. Ma con il tempo quel sogno diventerà molto più grande.
Cresce, viaggia, suona e inizia ad immaginare un mondo fatto di musica e di persone felici. Di opportunità e di legami che migliorano la vita e promuovono il bene comune.
Nel 2010, insieme a Sara, Marco e Federico, fonda una piccola marching band composta da ragazzi con diverse età ed abilità e strumenti creati con materiali di riciclo. Ma poi la terra trema. A Finale Emilia la scossa di terremoto distrugge case, strutture e sale prove. Federico però non molla, nella tendopoli continua a suonare e l’equipaggio della Banda Rulli Frulli cresce.
Costruiscono strumenti, incidono dischi, realizzano concerti, anche su palchi molto prestigiosi ed esportano il loro modello in giro per l’Italia, facendo della musica uno strumento di integrazione per vivere in armonia.
Federico ha realizzato il suo sogno e fa un lavoro speciale: rende felici le persone.
Rulli Frulli: la musica come strumento di integrazione e di promozione del bene comune
Banda Rulli Frulli nasce nel 2009 dall’idea del suo direttore, Federico Alberghini, di costruire strumenti musicali da oggetti di recupero e di realizzare una banda musicale inclusiva, per tutte le età e tutte le abilità.
All’inizio erano poco più di una quindicina di ragazzi, ma nel 2012 è accaduto qualcosa di inaspettato. La terra ha tremato a Finale Emilia, la gente ha perso case e lavoro, ma sotto i tendoni in cui hanno trovato riparo, il senso di comunità si è fatto più forte. I legami tra le persone si sono fatti più forti. E la banda di Federico ha suonato forte, più del terremoto. In poche settimane sono arrivati a 40 elementi.
Da quel momento hanno iniziato a portare il loro spettacolo in giro per il Paese, anche su palchi molto prestigiosi, come quello del Primo Maggio o accanto a Papa Francesco. Hanno esportato il loro modello, in quartieri difficili, nelle carceri, attivando 11 bande in giro per l’Italia e coinvolgendo oltre 2400 ragazzi.
La loro sede oggi si trova a Finale Emilia e oltre a Rulli Frulli comprende un bar ristorante gestito da ragazzi con disabilità, una sala polivalente, l laboratorio lavorativo per ragazzi con disabilità AstronaveLab, Rulli Frullini la banda dei più piccoli, una radio e un laboratorio di costruzione.
Banda Rulli Frulli è un progetto che Federico ha perseguito con grande tenacia ed è dimostrazione di come la ricerca di senso e la volontà di trovare soluzioni innovative per generare bene comune possa davvero costruire comunità inclusive e felici.
Il Terzo Settore in Italia
Chiara Tommasini, Presidente CSV Net, fornisce una panoramica del Terzo Settore in Italia, le cui organizzazioni possono così suddividersi:
- 85% sono associazioni, di volontariato (odv) o di promozione sociale (aps)
- 4,3% Cooperative e imprese sociali (in cui lavora il 40% degli occupati del settore)
- Enti filantropici
- Fondazioni
- Società di mutuo soccorso
- Centri per i servizi del volontariato (erogano servizi di supporto per promuovere e rafforzare la presenza e il ruolo dei volontari. In Italia sono 49, riuniti in un’associazione nazionale, il CSV Net e operano grazie al sostegno delle fondazioni di origine bancaria)
- Altre organizzazioni
Il Terzo Settore è impegnato in molteplici ambiti, riconducibili alla definizione di “attività di interesse generale”. “Il suo valore” spiega la Presidente Tommasini “non risiede unicamente nella capacità di risposta che è in grado di dare ai bisogni della società, ma anche nella cultura del dono e nella solidarietà che riesce a costruire, anche nelle nuove generazioni”. Il Terzo Settore ha dunque un forte impatto culturale e di rigenerazione sociale.
Il volontariato e la ricerca di senso come motore dell’impegno per il bene comune
Attivare le persone e coinvolgerle nel tempo in attività di volontariato non è semplice. Le problematiche che più spesso riscontrano le organizzazioni e i cittadini che si avvicinano a questo mondo sono:
- poca partecipazione delle nuove generazioni
- volontari più anziani che non lasciano spazio
- attività troppo impegnative e non a portata di chi ha poco tempo
Ma per Chiara Tommasini bisogna guardare oltre. La società contemporanea non favorisce l’inclusione dei giovani, ma esistono molte realtà che possono essere “attrattive per i nuovi volontari in particolare per i più giovani che, oggi come ieri, sono alla ricerca di un senso per arricchire il loro percorso di vita e il volontariato è pieno di senso”.
È necessario però che il mondo del volontariato, anche con il supporto dei Centri di Servizio, migliori la capacità di comunicare con i giovani sia in grado di “costruire con questi una relazione positiva, basata su un’esperienza bella e stimolante. Bisogna creare un clima interno positivo, di fiducia, costruire una buona organizzazione che abbia chiara la propria vision e che persegua la propria mission in modo efficace. Sentirsi parte di una comunità, credere nel suo miglioramento, donarsi ma anche ricevere e arricchirsi di belle relazioni è la chiave per coinvolgere sempre più persone in una bella esperienza di vita che si chiama volontariato”.
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Da Google alla scuola: la bussola ritrovata di Elisabetta
Una parola nuova…ecco di cosa avevo bisogno da ragazzina.
Invece ci sono voluti anni, un lungo soggiorno all’estero, la nascita dei miei bambini per capire che quella parola era da sempre dentro di me. Solo che non riuscivo ad ascoltarla…
Forse ero distratta dall’idea di dover scegliere. Di trovare un lavoro. Di non deludere. Tra i miei amici c’erano quelli appassionati a una disciplina, quelli talentuosi in uno sport e mi sembrava che per loro il futuro fosse una scelta semplice: inseguire la loro qualità. Mentre io?
A me piaceva far star bene gli altri. Ma che lavoro è? Mi dicevo…Già che lavoro è?
Sono arrivata all’università con tante domande e una sola certezza: sapevo ciò che non volevo. Fare il medico, come era tradizione in famiglia. Così ho scelto Economia, la facoltà che lascia le porte aperte.
Le porte e anche gli orizzonti. Perché alla fine del mio percorso dopo aver scoperto che non mi piaceva la consulenza e nemmeno il lavoro universitario, mi hanno chiamata per lavorare a Dublino. Il lavoro in sé non era chiaro ma sarei stata all’estero, che avventura! E soprattutto avrei lavorato in…
Google. Sì, hai letto bene. Ero nel quartier generale europeo! Wow!
All’inizio era tutto così esotico e sorprendente. C’erano giovani da tutta Europa, benefit incredibili, un contesto stimolante che mi pompava di adrenalina e di autostima perché quando lavori in Google la gente ti guarda con la bocca aperta…come fossi su un piedistallo.
Ma la vuoi sapere una cosa? Con gli anni, quando l’effetto wow è diventato il sorriso di mio figlio e le bellezze che scoprivo in relazioni autentiche, mi sono chiesta: a cosa stai dedicando le tue energie? Il mio, in verità, era un lavoro normalissimo: facevo l’account manager, gestivo un portafoglio clienti e sì lo facevo in Google. Però non ero realizzata. Non ero felice.
Per questo, dopo qualche anno, siamo tornati in Italia.
Pensavo che la vicinanza geografica lenisse i miei pensieri. Ma non c’è approdo per chi non vuole collegarsi al proprio cuore. Perché resti se non ti piace quello che fai? mi chiedeva un amico, di quelli che non hanno paura a farti stare “scomoda”, se ti vedono infelice. Che domanda! Ero appesa a tante scuse, stretta in un bozzolo di incertezze, bloccata in un percorso professionale non mio.
Sono passati giorni. Vabbè, mesi! Ma la relazione con la cooperativa Sophia e con altri amici che erano riusciti a fare una scelta davvero libera mi ha fatto capire che è possibile vivere la propria pienezza. Così mi sono messa a scavare, scavare a fondo per comprendere che nella sicurezza economica si nascondeva la mia grande paura: essere libera di fare quello che mi piaceva.
E io, semplicemente non lo stavo facendo! Vieni nelle scuole con noi! mi hanno chiesto i ragazzi di Sophia.
E l’ho fatto. Ho scelto di far stare bene gli altri!
Oggi porto ai ragazzi quella parola che avrei voluto ricevere tanti anni fa: àmati! Ma non gliela dico. Lascio che ognuno trovi la propria all’interno di un programma di orientamento basato sull’ascolto attivo, la consapevolezza di sé, l’essere presenti a sé stessi. Curo le relazioni con i docenti per aiutare i ragazzi a trovare gli strumenti che li aiutino a sapere chi sono, perché alla fine solo loro sono la bussola per il loro futuro.
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Le reti territoriali che generano welfare comunitario
Lidia lascia la Sicilia per seguire il marito a Roma. La città è meravigliosa e piena di opportunità, ma Lidia cerca qualcosa che le ricordi il calore di casa.
Apre la porta di un circolo ACLI e le tornano in mente quei pomeriggi a giocare a tombola con il fratello Angelo, quell’aria fatta di progetti, relazioni e comunità. E proprio da lì parte il suo impegno nel sociale.
Sposa lo spirito delle Acli e lavora per creare reti, con ruoli sempre più impegnativi. Ispirata dalle parole di Papa Francesco, impara ad indossare un nuovo paio di occhiali invisibili per guardare oltre, sviluppa forme di welfare comunitario per contrastare la povertà.
Lidia diventa Presidente delle Acli di Roma, un arcipelago di 320 strutture che ogni anno accoglie oltre 120 mila persone, molte in condizioni di estrema fragilità. “Credo in chi prova ad essere straordinario nell’ordinario. Quando si ascoltano i silenzi e si vede anche chi sta nell’ombra, quando l’energia diventa conforto e il tempo aiuto concreto, allora riconosco l’essenza del donarsi”.
Le ACLI - Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani
Le Acli sono un’associazione di promozione sociale e dunque attive nel “promuovere” l’uscita delle persone da uno stato di vulnerabilità, non attraverso l’assistenzialismo ma in modo proattivo. “Come diceva Confucio” ricorda Lidia “se dai il pesce a una persona mangia un giorno, se gli dai una canna da pesca mangia tutta la vita. E noi cerchiamo di dare canne da pesca per quanto possibile”.
Sono state fondate 80 anni fa, nel periodo post-bellico e hanno avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione e nella nascita della Repubblica. Si reggono su tre pilastri storici, il lavoro, il chiesa, la democrazia e un quarto, indicato dieci anni fa da Papa Francesco, che è l’attenzione ai poveri.
Sono una struttura molto articolata: ci sono circoli, nuclei, strutture di base che raccolgono i bisogni del territorio, servizi come il patronato, i Caf e associazioni che si occupano di particolari soggetti o tematiche sociali. Ciò che caratterizza tutte queste declinazioni è “la capacità di tenere insieme pensiero e opere, in un circolo virtuoso, perché dal pensiero scaturiscono le opere e dalle opere poi si elaborano pensieri”.
Essere Presidente-ssa
Lidia nel suo percorso ha assunto ruoli di grande responsabilità, dalle deleghe a Governance, Famiglia, Progettazione sociale, 5xmille, al Premio Amico della Famiglia istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla Commissione per le Parità e Pari opportunità nel lavoro del Ministero del Lavoro. Fino a diventare Presidente delle Acli di Roma. Nel tempo ha compreso che la cosa più importante quando si assume un ruolo di guida non è essere maestri, ma “testimoni credibili”.
Essere donne in un ruolo apicale rende le cose ancora più complesse. Tetti di cristallo, pari opportunità, divari salariali, possono essere superati solo attraverso un’alleanza con gli uomini. Un modus che ricalca i tratti distintivi dell’operare delle Acli:
- Collaborazione
- Prossimità
- Partecipazione
Per essere una buona guida, ci vuole passione, determinazione, capacità di visione, ma a volte irrompe l’imprevedibile. “A volte c’è quel qualcosa che non sai da dove arriva” racconta Lidia “che ti consente di raggiungere mete nemmeno sognate”. La Provvidenza. Bisogna saper guardare lontano, con generosità, nella “consapevolezza che ciò che stai seminando non sarai tu a raccoglierlo, ma qualcun altro dopo di te”.
I cambiamenti in atto nel Terzo Settore
Italo Sandrini, Assessore al Terzo Settore del Comune di Verona, sottolinea come il mondo di chi opera nel sociale stia inevitabilmente cambiando. Nuove sacche di povertà in aumento, dai bambini e ai nuovi poveri generati dalla pandemia. Una politica spesso impegnata più nell’organizzare summit e convegni che nel “mettere in campo politiche concrete”. Il volontariato che scarseggia di capitale umano a causa del mancato ricambio generazionale e del pensionamento in età sempre più avanzata. In tale contesto Sandrini esorta a un impegno concreto e personale, in forza di un rinnovato senso di comunità e coesione sociale. Immagina che il futuro del Terzo Settore sia soprattutto nella forma dell’impresa sociale e nell’istituzione di forme di coordinamento che favoriscano reti di collaborazione tra organizzazioni sociali.
Vi ricorda nulla questo pensiero? Contagiamoci! Scopri di più sulla rete informale degli enti di Fondazione Cattolica in questo articolo. E se vuoi proseguire con la lettura dei podcast, ti consigliamo di partire da qui.
EZEN: L’OASI DELLE DIVERSITA’

Christian descrive Ezen così: “Un giardino, dove i bambini danno da mangiare ai pesci, che danno da mangiare alle piante”. Un circolo generativo che sembra il racconto di una favola. In realtà è un ecosistema di cura reciproca che genera un luogo straordinario.
"Ezen" è una parola di fantasia, nata dall’unione di Eden e Zen. Una crasi che riunisce spiritualità occidentale e orientale. E infatti Ezen è un giardino in cui è stato ricreato un equilibrio uomo-flora-fauna di memoria ancestrale. Chi vi entra trova uno stato di riconnessione alla natura che dona pace e rilassamento, come indica la filosofia Zen. Un nome che dichiara una missione fondamentale: l’inclusione, perché “è unendo le differenze che si ottengono i risultati più belli”.
La cooperativa sociale agricola Ezen

Ezen è una cooperativa sociale agricola di Lecce, ideata da Christian ed Erika, una coppia che ha scelto di lasciare il lavoro e unire le proprie passioni, i pesci e la natura, per creare un giardino botanico speciale.
A muovere questo desiderio è stata una bambina, Matilda. La sua nascita e la scoperta della sua disabilità ha ispirato i genitori a chiedersi quale fosse il loro posto nel mondo, quale insegnamento portasse in dono quella creatura. E nell’accoglienza delle differenze hanno trovato il paradigma su cui costruire il loro futuro. Hanno così creato un luogo in cui la natura, nella sua diversità, potesse esprimersi in un ciclo di creazione e rigenerazione, permettendo alle persone, con tutte le loro differenze, di venire accolte.
Un luogo, racconta Erika, dove “si produce buon cibo per il corpo, attraverso i frutti e gli ortaggi coltivati, e nutrimento per la mente, con la bellezza della natura e attraverso la possibilità di praticare meditazione e altre arti”.

L’agricoltura in acquaponica
Il giardino si regge su un sistema di agricoltura in acquaponica. Un ambiente in cui piante e animali crescono in simbiosi, in un circolo perfetto, biologico ed ecologico. “È una tecnica antichissima di agricoltura, incontrata da Marco Polo in Cina e Cristoforo Colombo nelle civiltà precolombiane” racconta Christian “Si consuma il 90% di acqua in meno rispetto ai sistemi tradizionali di agricoltura e si ottiene arricchendo l’acqua con le proprietà e l’ammoniaca creata dai pesci che alleviamo. Il passaggio dei nutrimenti avviene attraverso un complesso sistema di filtri biologici e meccanici e consente alla pianta di crescere e fruttificare”.
Le altre attività della cooperativa Ezen
Oltre alla produzione agricola e all’allevamento di carpe Koi, Ezen offre visite e laboratori didattici per ragazzi con o senza disabilità, nella convinzione che non esiste un parametro di normalità tramite il quale valutare le persone, ma semplicemente diverse abilità che caratterizzano ciascuno di noi. “Gli spazi consentono anche ai ragazzi disabili di cimentarsi nella semina, nella preparazione delle piante, in lavori manuali che li riconnettono, attraverso il contatto con la terra, alla natura di cui facciamo parte” spiega Erika.

Nell’area sono presenti anche due chalet, dove le famiglie con ragazzi disabili possono soggiornare e dove in futuro verranno sperimentati percorsi di co-housing.
La frutta e gli ortaggi vengono al momento venduti nei canali del chilometro zero oppure trasformati in marmellate e composte. In futuro verrà potenziata l’attività di trasformazione e verranno create linee di prodotto particolari, come le tisane ispirate dall’antica conoscenza druidica della corrispondenza tra alcune piante e i segni zodiacali.
Ezen: un’armonia ecologica da esportare
Il desiderio di accogliere le differenze e riunirle in armonia è la missione di questo progetto, espressa anche da logo di Ezen. Due carpe koi, una bianca e una nera, intrecciate come lo ying e lo yang dell’antica filosofia cinese.
Il luogo creato da Christian e Erika è una risposta concreta alle sfide di sostenibilità ecologica che il futuro ci pone. Un modello di agricoltura che potrebbe essere esportato in quelle zone del mondo in cui scarseggiano le risorse idriche. Un’idea di riconnessione uomo-natura, che tutela e valorizza la biodiversità naturale e le differenze delle persone.
Erika e Christian, Matilda ed Enea sono una famiglia nelle cui vene scorre la clorofilla e che, accogliendo la diversità, ha creato un’oasi d’amore.
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Impresa sociale: dall'intuizione alla creazione di una comunità
Sono le esperienze concrete che ci trasformano, ci definiscono e ci orientano nella vita. A Manuele è successo così: ha varcato le porte di un centro disabili e si è aperto alla relazione con quei volti sorridenti. Lì ha trovato la sua felicità e ha scoperto cosa voleva fare della sua vita.
Dopo gli studi in Scienze dell’Educazione continua ad approfondire le sfumature della psiche umana e si specializza nell’approccio lacaniano della psicologia clinica. Cerca di capire quali ragioni si nascondono dietro alla sofferenza. Ma accanto al desiderio di conoscenza, sente una richiesta d’aiuto cui non vuole sottrarsi.
Ci sono persone con problematiche troppo importanti, comportamenti troppo aggressivi, troppe difficoltà famigliari, che restano escluse da un sistema incapace di prendersene cura. Manuele vuole dare una risposta al loro bisogno.
Condivide questo progetto con altri compagni d’avventura e dà vita a Il Desiderio di Barbiana. Due strutture residenziali, un progetto di agricoltura sociale e un birrificio artigianale. Un luogo protetto ed inclusivo per bambini e giovani adulti con autismo e complesse sofferenze psicologiche.
Manuele ha seguito un desiderio, ogni giorno la passione aumenta e la sua fatica è ripagata. Come lo sa? Vivere per far vivere bene anche gli altri lo rende felice.
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Il desiderio di Barbiana, cooperativa e imprese sociali
Il Desiderio di Barbiana, aps, cooperativa e impresa sociale, si trova a Fiano Romano, nella provincia nord di Roma. Accoglie minori e giovani adulti con disturbi dello spettro autistico e gravi problematiche psicologiche. In collaborazione con la diocesi di Civita Castellana, ha aperto due strutture residenziali, una per adolescenti e una per adulti e avviato progetti di inclusione socio-lavorativa. Un birrificio artigianale, un agriturismo, un ristornate inclusivo e solidale e un’azienda agricola. Luoghi in cui i 18 ragazzi che vivono nelle strutture residenziali possono sperimentarsi ed emanciparsi, ma cui hanno accesso anche i tanti giovani del territorio che vivono una condizione di marginalità, esclusi dal legame sociale e dalle possibilità di un approdo psicologico.
Dar vita a un sogno
Trasformare un’intuizione in un progetto di vita non è cosa semplice. Ma come ricorda Manuele Cicuti nel podcast “a volte bisogna fare una scommessa di fronte alle cose importanti della propria vita”. Aggrapparsi al proprio sogno con entusiasmo e passione però non è sufficiente. Serve molto di più:
- Responsabilità
- Studio del bisogno
- Analisi del territorio
- Tempo e studio dedicato alla preparazione della progettualità
- Approfondimenti “laterali” (amministrativi, giuridici, sociali)
E poi serve un team. Un gruppo di lavoro competente che crede e investe nel progetto.
Per passare dall’intuizione alla strutturazione del quotidiano serve una struttura organizzativa e amministrativa. È un percorso complesso, ma necessario, perché il solo entusiasmo non crea realtà.
Impresa sociale e impresa commerciale: somiglianze, differenze e sostenibilità
Carmine Stringone, avvocato del mondo non profit, spiega che per trasformare un’idea in un progetto concreto,uno dei temi principali da affrontare è la sostenibilità economica e finanziaria.
L’impresa sociale, come l’impresa commerciale è attività di impresa, ovvero esercizio di un’attività in modo professionale e organizzato. La professionalità indica l’esercizio continuo e stabile dell’attività. L’organizzazione si traduce nel coordinamento prudente e razionale delle risorse umane e materiali.
L’impresa commerciale, che nasce per esercizio di un’attività di scambio di beni e servizi nel libero mercato, è chiamata alla realizzazione di un utile. L’impresa sociale, che si propone il conseguimento di finalità sociali ed altruistiche, può anch’essa svolgere attività economica ma non la deve snaturare. È una differenza teleologica, cioè di finalità.
La sostenibilità economica delle due realtà va dunque intesa in modo differente. L’impresa commerciale è sostenibile se crea ricchezza e attraverso questo persegue la finalità di lucro e autofinanziamento. Un’impresa sociale invece è economicamente sostenibile quando crea valore, cioè quando nasce e rimane, perché riesce ad autorigenerarsi, una fonte di produzione di valore per le persone.
Il finanziamento delle imprese sociali
L’approvvigionamento delle risorse finanziarie delle imprese sociali, il cosiddetto fundraising, è un problema fondamentale per le imprese sociali. Esistono vari soggetti che possono erogare finanziamenti:
- Privati cittadini
- Enti filantropici
- Pubblica amministrazione
- Istituti bancari (ad esempio attraverso forme agevolate di finanziamento)
La Riforma del Terzo Settore prevede inoltre formule che incentivano le erogazioni liberali attraverso forme di deducibilità fiscale, l’emissione di titoli che possono essere sottoscritti da privati a favore di enti non profit e la semplificazione della tassazione diretta o indiretta degli enti non profit.
La fonte principale di approvvigionamento restano però i finanziatori esterni e i donatori. Per coinvolgerli le imprese sociali devono garantire:
- Stabilità della governance
- Gestione efficiente
- Trasparenza
Il primo requisito si ottiene, fin dalla costituzione dell’ente, definendo in modo stringente le regole che presidiano la governance, la precisa distinzione tra direzione e gestione, gli indirizzi gestionali precisi e i processi di controllo sull’attività degli organi statutari.
Per quanto riguarda l’efficienza della gestione lo strumento indicato dalla normativa è il bilancio di missione. A differenza del bilancio d’esercizio che raccoglie in sé le informazioni di tipo economico, quello di missione rendiconta l’attività economica ma soprattutto l’utilità dei risultati della gestione rispetto alle esigenze della comunità territoriale di riferimento.
La trasparenza, o accountability, coinvolge il tema del rischio nelle sue varie articolazioni (reputazionale, operativo, economico) e indica il dovere dell’impresa sociale, non solo giuridico, di dare completa e corretta rappresentazione dell’utilità sociale dell’attività rispetto alle esigenze del territorio.
Quando questi criteri vengono rispettati, sostiene l’avvocato Stringone “l’ente non profit riesce a integrarsi con la comunità di riferimento, cioè la comunità sposa la mission e il progetto dell’ente”. Proprio nel rapporto con il territorio si cela la possibilità di dare piena realizzazione all’intuizione iniziale individuale. “L’impresa sociale” afferma infatti Stringone “si realizza in modo pieno quando si trasforma in un’esperienza condivisa di comunità”.
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Pietro e la comunità per rinascere dalla dipendenza
Dicono che a breve Pietro compirà 78 anni.
Dicono, perché Pietro non pensa a quanti anni ha. Pensa invece al domani e a tutto quello che può fare per migliorare, ancora, la vita dell’uomo. Perché questa è la sua eredità.
Pietro ha occhi grandi e lo sguardo lungo. Impara fin da bambino a guardare oltre e a vedere le persone per quello che sono. Così man mano che cresce sente maturare dentro di sé il bisogno di mettersi a disposizione. Di fare qualcosa. Di esserci per aiutare gli altri. Ma come?
Nell’oratorio di Allumiere, Pietro resta incantato dell’energia di Don Egidio. Per lui tutto è semplice e chiaro: la vita va spesa per prendersi cura della Persona. È un sacerdote carismatico e i giovani diventano protagonisti delle attività di solidarietà proposte dall’oratorio. E Pietro non fa eccezione.
Si mette a servizio perché il suo cuore lo spinge a costruire una società più umana e anche più giusta. Un’idea che lo spinge a scegliere la facoltà di Giurisprudenza. Qui, esame dopo esame, comprende che questa è la sua via. Praticare il diritto è una forma di cura della persona. Il suo titolo diventa così un lavoro di aiuto per chi si trova in difficoltà.
La professione lo affascina e lo coinvolge. Pietro rinuncia alla carica di funzionario statale perché nello studio legale sente di poter fare tanto, di essere un collaboratore dei cittadini sommersi da entità preponderanti. Anche Don Egidio percepisce l’animo che divampa in Pietro, lo osserva e alla fine lo coinvolge.
Negli anni ’70 la droga in Italia è un’evidenza, una piaga che scava lo spirito dei ragazzi e angoscia le famiglie. E i giovani laziali non ne sono immuni. Don Egidio entra negli occhi spenti di giovani pieni di vuoto, in loro il grido di aiuto si zittisce in una dose rimediata. A quel lento suicidio popolare, don Egidio non ci sta.
“Siamo tutti fratelli!” dice don Egidio ai suoi giovani e riconosce in ciascuno un dono da mettere in gioco per generare una comunità dove l’amore responsabile è il centro. Pietro porta le sue competenze come avvocato e insieme agli altri giovani, forma un gruppo di pionieri intenti a creare di risposte concrete per vincere la sfida della vita. Perché nessun ragazzo merita di essere abbandonato.
Con la nascita dell’associazione Il Ponte, Pietro inizia a gestire seminari di diritto penale e familiare: chi cade nella tossicodipendenza si trascina in un vortice di difficoltà. L’associazione è viva e attiva. Si cercano i primi appartamenti per creare una struttura. Si bussa agli amici, ai frati, alla regione. Si corre ma il tempo è lento e resistente: c’è paura, c’è l’AIDS, c’è ostilità.
“Ci portate i drogati in casa!” si lamentano i cittadini dei paesi. Ma ne Il Ponte, i drogati hanno tutti un nome, un’età e una sfida da affrontare. Sono ragazzi, a volte poco più di bambini. Sono giovani donne, a volte incinte, a volte con figli piccoli. Sono minori senza scuola e legami. Sono persone perse nel rifiuto di sé stesse.
L’associazione resiste. Il lavoro è tanto, ogni persona in percorso terapeutico deve tornare ad amarsi per quello che è per poi costruire un rapporto sano con gli altri. Le critiche dall’esterno fanno male ma mai come un ragazzo che alla fine non ce la fa.
Le sconfitte diventano motore di incontri con famiglie, istituzioni, scuole e attori sociali per promuovere la prevenzione, per testimoniare che è possibile un’altra via e che anche nella caduta si può rinascere.
Lo testimoniano le 60 madri con bambino e i 1100 ragazzi che partecipano alla Festa della vita ritrovata, ilbattesimo sociale a termine del percorso terapeutico, che toglie lo stigma della dipendenza portando le persone a vivere rinnovate in società!
Oggi Il Ponte è una comunità per le vittime della dipendenza. Insieme a 40 operatori, ai progetti educativi e lavorativi, Pietro alimenta l’eredità lasciatagli da Don Egidio: liberare la persona e riportala a vivere.
“Sono qui per restituire ciò che mi è stato dato!”
Lui è Pietro Messina, un uomo che fa la differenza.
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