Claudio Scarmagnani

La storia di Claudio Scarmagnani, l'uomo che nutre la speranza dei bambini malati

La storia di Claudio presidente dell'associazione Progetto Sorriso di Nogara

Il telefono squilla. Ci sono email in attesa di risposta, schede da esaminare e file excel da compilare. L’orologio ticchetta sui minuti ma Claudio non ci fa caso, fino a quando una voce famigliare lo richiama alla realtà. “Puoi finire anche domani” si sente dire. Allora spegne il pc e lascia che i bei ricordi lo guidino nella vita.

Claudio con la sua valigia sempre pronta e il porto sicuro in cui ritornare. Una casa in cui tutto è cambiato e dove tutto prende forma in cucina, tra amici, quando scopre che il dolore della propria ferita può asciugare le lacrime altrui con un sorriso.

“Se non lo facciamo noi chi lo può fare?” gli chiedono. L’idea è bella ma come può affrontare la perdita di un figlio tornando nei reparti dell’ospedale? “Se non lo facciamo noi che sappiamo cosa affronta un bambino e cosa vivono i genitori, chi lo può fare?” si domanda.

Uno scambio di sguardi, l’intesa di un amore pronto a prendersi cura di altri bambini, di altri genitori e l’idea prende forma. Fragilità e forza, solidarietà e partecipazione si intrecciano nelle storie dei 12 fondatori e dei 40 volontari che fondano l’Associazione Progetto Sorriso per aiutare a rendere efficienti i reparti pediatrici di Borgo Roma prima, di Borgo Trento poi, e le cure efficaci.

Attrezzature mediche, giocattoli per bambini, materiali per i reparti pediatrici…tutto è utile ma non basta. In una corsia di oncoematologia pediatrica si respira il dolore e la sofferenza. Manca un cielo azzurro in cui genitori e bambini possono riflettere le loro emozioni. Serve gioia per nutrire la speranza. 

E Claudio lo sa. L’Associazione ha preso la sua timidezza e l’ha impacchettata. Ci sono obiettivi da raggiungere e Claudio non ha più paura. È determinato e caparbio, cerca soluzioni, progetta, insieme al direttivo pensa a proposte che riempiano di vita anche le corsie d’ospedale.

Un naso rosso, tanto colore, la freschezza di volontari preparati ad entrare in mondi privati rinchiusi dentro stanze sterili. È La comicoterapia. Claudio si impegna. Serve trovare la giusta chiave della serratura per far entrare i volontari in relazione con il bambino, con l’adolescente, con la famiglia, per portare un po’ di primavera nel loro ciclo di cura. Serve sfruttare la parte rimasta sana del bambino, la fantasia, per trainare quella che deve ancora guarire.

Pensa alla preparazione tecnica ma soprattutto a quella psicologica dei clown-dottori. Crea i rapporti con l’azienda ospedaliera e coordina l’attività. L’Associazione cresce e arriva a 280 volontari. Ma tutta questa bellezza bisogna difenderla. C’è chi la vuole strumentalizzare e chi dietro a faldoni burocratici rallenta tutto. Ma Claudio crede nel Bene e non demorde. Come lui tutti i volontari. In attesa oggi di ripartire dopo un anno di lontananza.

A distanza di 25 anni, posso dire che è stata la scelta giusta. Unire le persone, vederle fare qualcosa per gli altri e vederne il risultato negli occhi di un bambino e della sua mamma è la più grande soddisfazione”.

Claudio è un uomo che fa la differenza.

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Bando Grest Verona 2021

Bando GREST Verona 2021

Per l’estate 2021 Fondazione Cattolica attiva il Bando GREST. Il bando rivolto alle Parrocchie della Diocesi e/o della Provincia di Verona interessate a realizzare un’esperienza estiva ad alto impatto educativo per bambini e ragazzi.

Estate: tempo di vacanze, di giochi, di divertimento e… di GREST. Per molte famiglie le attività proposte dagli oratori e dalle parrocchie rappresentano un luogo sicuro in cui lasciare i propri figli durante il periodo estivo. Bambini e animatori crescono insieme in un clima valoriale caratterizzato da condivisione, collaborazione ed inclusione. Il GREST ha una funzione sociale, ludica e comunitaria. Alla dimensione educativa, realizzata tramite progetti formativi specifici, definiti per età del ragazzo, si associa una dimensione spirituale che orienta e dà senso al tutto.

Fondazione Cattolica, crede nella formazione dei ragazzi e ritiene il GREST uno strumento insostituibile di crescita educativa. Per questo ha stanziato un Bando dal valore complessivo di 100mila euro. Il contributo assegnato sarà compreso tra i 500 e i 2.000 euro per ciascuna Parrocchia che risulterà assegnataria del bando. La valutazione assegnata è a insindacabile giudizio della Fondazione.

Come partecipare? Possono partecipare le Parrocchie della Diocesi o della provincia veronese previa lettura del regolamento , della compilazione e dell'invio del modulo allegato. I documenti devono essere inviati a: fondazione.cattolica@cattolicaassicurazioni.it. Solo le richieste inviate entro le ore 12 del 15 giugno, complete, firmate dal Parroco o dal legale rappresentate, saranno prese in considerazione.


giovani, terzo settore e futuro

Giovani, Terzo Settore e futuro: una sfida per trasformare beni in stato di abbandono in beni per la comunità

Fondazione Cattolica entra nelle aule universitarie con “Out of the standard”, la sfida rivolta ai giovani studenti dell’Università scaligera per trovare risposte capaci di innovare il mondo non profit.

In collaborazione con il C-lab e l’Università degli Studi di Verona, Fondazione Cattolica ha promosso un percorso sfidante e stimolante capace di fare luce sulle evoluzioni che attendono il Terzo Settore. Le due sfide proposte, una sulla creazione di un mercato inclusivo per i prodotti non-profit e l’altra sulla trasformazione di beni in disuso in beni di comunità, sono state accolte da 20 studenti. Ma chi sono i ragazzi che hanno scelto di impegnare il loro tempo nella ricerca di risposte innovative per recuperare immobili abbandonati? Cosa pensano del mondo non-profit e come il loro impegno guarda al futuro?

I giovani studenti della sfida

Sono ragazzi e ragazze iscritti ad indirizzi di laurea triennale e magistrale, con esperienze di volontariato maturate in settori diversificati e con una spiccata propensione all’internazionalità.

“Ho deciso di iscrivermi a questa sfida per dimostrare che l’apertura mentale di noi umanisti può dare tanto anche al mondo dell’impresa” racconta Martina, laureata in Lettere Moderne. Un mondo che per i ragazzi sta giungendo verso il capolinea e che chiama ad un approccio diverso e alla ricerca di nuove vie d’azione. “Credo sia arrivato il momento di guardare al mondo nel suo insieme, superando il mero benessere personale e privato. Per troppo tempo l’uomo ha pensato egoisticamente solo a se stesso senza dare importanza alla comunità. È giunta l’ora di cambiare mentalità…” riflette Stefano, studente in Marketing e Comunicazione di Impresa.

La sfida proposta

La sfida “Dai beni privati ai beni comuni” si propone di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare immobili in stato di abbandono trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività.

Gli studenti sono stati chiamati a sviluppare idee che aiutino la cooperativa sociale Work & Services di Comacchio a recuperare e dare nuova vita ad alcuni comparti dell’ex Azienda Valli Comunali sotto il profilo sociale, produttivo, culturale e strutturale. “Ho pensato che questa era l’occasione giusta per mettere in pratica gli anni di studio” riporta Federica, studentessa di Lingue per la Comunicazione Turistica e Commerciale perché, continua Alessia studentessa di Management e Strategia di Impresa, “l'innovazione sociale può essere la chiave per favorire uno sviluppo sostenibile e co-partecipato, rispondendo ai bisogni delle comunità locali”.

Le idee per il futuro

Durante questi mesi di lavoro i team Paladini del No Profit e Raggio Verde, così hanno scelto di chiamarsi i 10 ragazzi operanti sulla sfida, hanno avuto l’opportunità di conoscere le imprese sociali e il loro modo di operare acquisendo nozioni tecniche, giuridiche e pratiche grazie all’incontro con professionisti ed imprenditori sociali. “Questo percorso ha cambiato la mia idea nei confronti del non-profit. Pensavo fossero imprese di serie b…” racconta Martina. “Ho capito l'importanza di affiancare a ideali e buoni propositi anche una sostenibilità economica” continua Alessia, perché in questo modo “le organizzazioni non-profit diventano importanti per le comunità e per le persone, vere realtà imprenditoriali che combinando l’economia all’impegno sociale generano valore a beneficio dell’intera collettività” conclude Stefano.

Persone, inclusione, dignità e pari opportunità per tutti, insieme alla co-progettazione, sono i valori che gli studenti hanno riconosciuto agli enti del Terzo Settore. “La passione che trasmettono gli imprenditori sociali spinge ad impegnarsi ogni giorno di più – racconta Alessia, studentessa di Marketing e Comunicazione d’Impresa – immergermi in questo mondo mi ha entusiasmata, tanto da voler far parte in futuro di una realtà come quelle incontrate”. Perché il futuro per gli studenti è fatto di inclusione e valorizzazione dei talenti e della capacità altrui; di riduzione degli sprechi, di attenzione alla formazione civile dell’uomo. Un mondo senza pregiudizi, dove la fiducia consenta di lavorare con persone diverse per scopi comuni. Un futuro fatto di solidarietà ed inclusione che può svilupparsi grazie anche all’intervento dei giovani. 


Nuove accoglienze

Nuove Accoglienze per l'Italia di domani

Nuove Accoglienze è una cooperativa che cerca di cambiare i luoghi comuni sull’accoglienza con operazioni concrete. Strutture di ospitalità, assistenza personale e psicologica, inclusione lavorativa, diventano strumenti per rendere dignitosa la vita di chi fugge dal proprio Paese.

Secondo i dati registrati dall’Ismu, in Italia sono presenti 76.305 immigrati in accoglienza. Il numero dei migranti che raggiunge le coste o supera i confini nazionali aumenta di mese in mese. Dall’inizio dell’anno oltre 10.000 (a fronte dei 3 mila del 2020) sono sbarcate sulle nostre coste lasciando il proprio Paese per cercare rifugio altrove. Ma quale stile assume l’accoglienza in Italia?

Le strutture d'accoglienza

“Quando abbiamo avviato la cooperativa ci siamo resi conto di quanta disinformazione ci sia sul fenomeno migratorio” racconta Gianfilippo Dughera vicepresidente di Nuove Accoglienze. “Non abbiamo mai voluto creare un ricovero per le persone anche se la normativa vigente vorrebbe limitare tutto ad un servizio di pura assistenza. Per noi accoglienza significa inserimento nel tessuto sociale e creazione di opportunità di lavoro”.

Da oltre sei anni, la cooperativa opera in Emilia Romagna con 3 strutture d’accoglienza in cui sono ospitati uomini adulti e famiglie con minori a carico. Nello specifico 65 persone a Casola Valsenio, 65 a Glorie di Bagnacavallo e 12 a Forlì.

In questi anni il flusso migratorio è cambiato e con esso la provenienza dei migranti. Se in un primo periodo il 90% dei migranti arrivava dall’Africa oggi le strutture sono abitate da africani, pachistani, bengalesi e afgani. Le persone vengono assegnate dalle Prefetture di competenza. Dopo un colloquio conoscitivo e la condivisione delle regole che permettono una serena convivenza, inizia la vera accoglienza con abiti puliti, un kit per l’igiene, un’abitazione e molto di più come la cucina dei paesi d’origine con qualche contaminazione romagnola

Le attività della cooperativa

La cooperativa si struttura su alcuni pilastri: l’inserimento sociale, la formazione e l’inserimento lavorativoDiversi assistenti sociali, in collaborazione con le strutture locali e con i servizi sociali di zona, offrono sostegno psicologico ed emotivo ai migranti. “Spesso arrivano persone che hanno subito torture nei campi libici, sfinite dalle persecuzioni, giovani donne vittime di tratta...” testimonia Gianfilippo. In cooperativa si lavora sulla parte educativa della persona, sulla formazione linguistica. Soprattutto si creano esperienze professionali che consentano ai migranti di sviluppare capacità, prendere consapevolezza dei ritmi lavorativi del Paese attraverso l’attività agricola di orticoltura, l’allevamento di maiali autoctoni di razza Mora romagnola, la falegnameria e la pizzeria Casolè. Inoltre “mettiamo in contatto i ragazzi con imprenditori che offrono lavoro regolare e coerente con le norme vigenti.  Con i datori di lavoro verifichiamo che le condizioni e i contratti siano conformi alle disposizioni di legge” continua Gianfilippo, perché il problema del caporalato è sempre più diffuso.

L'inserimento comunitario

“In Africa ci sono stato quattro anni fa, perché volevo capire le origini della migrazione: siccità, carestie, desertificazione. Le persone scappano perché sono in cerca di lavoro. Spesso vogliono guadagnare per poi tornare nei luoghi di provenienza. Per farlo affrontano di tutto: prigionia, schiavitù, campi di concentramento. Sono persone in mano ad organizzazioni mafiose che gestiscono a loro modo i flussi migratori” testimonia Gianfilippo. Serve attenzione politica, ma anche lavoro e sensibilizzazione territoriale. Per questo la cooperativa ha scelto di indirizzare i migranti in attività di volotariato, come creare gli stand per le sagre locali, pulire i giardini, verniciare le panchine. Azioni semplici che aiutano però i cittadini a comprendere il valore delle persone, a cambiare la percezione nei loro confronti, a farli sentire membri della comunità. “Abbiamo preferito puntare sulla socializzazione piuttosto che sull’elemosina” dichiara Gianfilippo.

In cooperativa lavorano 11 persone. Insieme a 8 volontari seguono le vite di 150 persone accolte. Il lavoro non manca, si pensano i progetti e si cercano uomini o enti di buona volontà con cui realizzarli. “I migranti restano con noi fino a quando ricevono i documenti per poter rimanere legalmente in Italia. Lavoriamo perché arrivino pronti per affrontare quel momento: il mondo del lavoro, l’autosostentamento” racconta Gianfilippo che ha trovato nella cooperativa un senso di gratificazione mai provato prima. “Abbiamo conosciuto persone, visto nascere bimbi, svilupparsi idee imprenditoriali … sono tanti coloro che restano nel cuore e che ci danno l’energia per continuare”.

Altre esperienze di accoglienza, inclusione e sviluppo sono raccontate da LVIA


apertura generatività

Energie in rete: per creare non bastano buone idee

A Pesaro, Onlus Gulliver apre Generatività una bottega del riuso sviluppata grazie alle energie messe in rete. Uno spazio rivolto alla cittadinanza in cui acquistare prodotti realizzati da persone con talenti diversi.

La realizzazione di questa nuova bottega rappresenta per Fondazione Cattolica un importante riconoscimento del valore della rete #GenerAttivi: una rete nata pochi anni fa che riunisce più di 250 enti sociali provenienti da tutta Italia che la Fondazione ha accompagnato negli anni. Dall’incontro e dal riconoscimento di intenti condivisi, Onlus Gulliver insieme a Mani Tese Finale Emilia hanno portato a frutto Generatività, un progetto che ha qualcosa da raccontare e che proprio le voci di Gaia, rappresentate per ManiTese e Andrea Onlus Gulliver,  testimoniano.

Da dove siete partiti? Come avete trasformato un'idea in un vero progetto?

Gaia: “Siamo partiti da esperienze comuni, dalla concretezza dell’agire di due realtà che si assomigliavano, che si sono incontrate perché entrambe finanziate da Fondazione Cattolica.  Durante un appuntamento della rete #GenerAttivi, dopo una cena a base di anguille e pesciolini degli amici I Marinati di Comacchio, abbiamo prolungato una lunga chiacchierata fino a notte fonda. Andrea mi chiese Ma voi come fate? Ma gli sgomberi come li gestite? E i vestiti donati?  La sartoria come è nata? Da qui siamo partiti. Con Andrea si salta presto al fare: chiama qui, fai così, volantino e prova.  Dal porto sicuro delle certezze ci siamo lanciati lasciando che il motto per moltiplicare basta condividere ci guidasse”.

Andrea: “Adriano Tomba dice spesso “L’amore non va parlato, l’amore va agito”. La rete #GenerAttivi non è solo l’incontro di un weekend. È un percorso e se lo intraprendi con verità e sincerità, ti porta in un mare. Ti trovi con poche barche e pochi pesci che vanno controcorrente e vogliono cambiare quella corrente. In #GenerAttivi si ha la prima stretta di mano con l’altro che non conosci ma che è tuo fratello, si ascolta un approfondimento, ti racconti e ascolti. Si possono fare delle scelte, camminare come il vento, o camminare seminando. Con Gaia abbiamo scelto di camminare seminando".

Quali azioni avete messo in campo per arrivare fino a qui?

 Gaia: “Credo che l’elemento principale sia stato il fidarsi di una possibilità. Costruire nuove direzioni sebbene ognuno con i propri mezzi, partendo però sempre dal gusto vivo per le persone, le relazioni, la cura, la gioia del dare e ricevere. Tante telefonate e consigli, obiettivi chiari, concreti, precisi e voglia di vedersi presto".

Andrea: “Nel nostro quotidiano possiamo crescere fidandoci dell’altro. Nel percorso #GenerAttivi possiamo trovare chi ascolta e prova a contagiarsi replicando la tua buona pratica. E viceversa tu ascolti e prendi un pò dell’altro per seminare. Come ogni impasto serve un po’ di Lievito. Per noi questo è il ruolo che oggi ha Fondazione Cattolica”.

Quante persone e reti avete coinvolto nella prima iniziativa realizzata insieme "Dono come Lievito"?

Gaia: “A Finale Emilia abbiamo coinvolto le scuole medie, associazioni locali di volontariato, le 2 sedi della Caritas delle Parrocchie di Finale Emilia e Massa Finalese, il Comune che ha aderito con entusiasmo, giovani volontari per impacchettare e pesare. C’erano le persone dei nostri inserimenti lavorativi, due gruppi scout con i lupetti che hanno portato i beni e i ragazzi del Clan che hanno ricevuto le consegne, ma soprattutto tantissimi cittadini che si sono recati nel grande piazzale della nostra sede con sacchetti e un’adesione generosa, entusiasti collaboratori di questa prima iniziativa. Abbiamo raccolto ben 600 kg di cibo, prodotti per l’igiene scelti con attenzione per i bisognosi. La Caritas di Finale aveva preparato  solo un angolino della sede, quando lo sportello del camion si è aperto ha dovuto felicemente cercare altro posto, era davvero stupita di tanta generosità raggiunta in pochissime ore.  Questa raccolta si è fortemente legata al nostro impegno di lotta per cambiare le cause che determinano le povertà, qui come nel sud del mondo, per le diseguaglianze sociali e le ingiustizie economiche che sappiamo richiedono un nuovo modello di sviluppo e accoglienza”.

Andrea: “Mi sono mosso come referente regionale della Dsc Marche, abbiamo coinvolto sette amministrazioni comunali, oltre 50 associazioni con ben 700 volontari messi in campo su 16 punti raccolta. Abbiamo chiamato la comunità con la quale operiamo ogni giorno: quelli che non parlano di amore, ma amano. Abbiamo raccolto una enormità di beni per le famiglie bisognose e costruito ponti. A questo serve la Fondazione e #GenerAttivi: a costruire ponti, ad unire mani, a credere".

Cosa si cela nel progetto Generatività?

Gaia: “Il progetto cela uno scambio, un incontro legato alle vite e alle azioni di volontari che hanno scelto di impegnarsi con le vite degli altri, aprendo nuove finestre e lasciando aperte porte nella comunità in cui vivono.  Abbiamo capito che potevamo “contaminarci” con le nostre storie, con la gratuità e la gioia che ci caratterizza. Siamo partiti da quello per reinventarci insieme. Questo ha alleggerito il peso del “non posso farlo, non so farlo”  perché insieme si scoprono nuove strade. Dietro Generatività ci stanno dei sognatori un po’ folli, ricchi di nuove speranze, di bellezza dell’umanità che prende forme inaspettate”.

Andrea: “Generare, mettere al mondo per far nuove le cose, far crescere un progetto che si chiamava Contagiamoci, autenticare la fiducia verso l’altro ed il proprio impegno. Generatività è una follia visionaria perché vogliamo cambiare il paradigma dell’economia estrattiva che ormai riteniamo morta. Non parla di prodotti né economia né di finanza. Generatività parla d’amore. Il perché? Ho colto le parole che una volta mi disse Don Adriano Vincenzi:  non dobbiamo domandarci il perché, se siamo qui è implicito nella nostra presenza. In questo negozio raccontiamo storie, invitiamo le persone a sostenerle. Vendiamo prodotti, come quelli di Gaia e delle sue Manigolde, di Calafata, e mi auguro di poter vendere altri prodotti di enti attivi nella rete #GenerAttivi. Mi piacerebbe che fosse una sorta di shop fisico della rete in cui stiamo crescendo. E poi sta nascendo un secondo punto “Generatività” anche a Finale Emilia, ma la Gaia ancora non lo sa. Ma lo farà".

Per saperne di più puoi leggere la storia di Onlus Gulliver e di ManiTese.


Fondazione Amici di Sissi

Fondazione Amici di Sissi: competenze a sostegno del Terzo Settore

Fondazione Amici di Sissi nasce da un gruppo di imprenditori e professionisti per dare supporto concreto a chi vive delicate situazioni sociali, creando nuove opportunità. Conoscenze e competenze maturate vengono messe a disposizione per sostenere realtà del Terzo Settore presenti nel lodigiano attraverso progetti di inclusione sociale e lavorativa.

Lo sviluppo

La Fondazione porta il nome di Sissi una giovane ragazza con disabilità intellettiva che fece maturare nei suoi genitori una decisione importante: realizzare iniziative di carattere sociale per aiutare coloro che vivono situazioni di fragilità. Questo desiderio spinse la famiglia di Sissi a concedere in comodato d’uso gratuito un immobile di loro proprietà con l’intento di realizzare una struttura nella quale la Fondazione avrebbe creato appartamenti da destinare a soggetti svantaggiati. I costi di ristrutturazione modificano l’idea di partenza ma non la sostanza. A San Fiorano Lo, un immobile comunale viene trasformato in una struttura di Residenzialità Leggera. Quattro appartamenti diventano residenze confortevoli prima per gli anziani, poi, in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale di Lodi, per pazienti psichiatrici che superata la fase acuta della malattia si prestavano a percorsi di vita autonomi. Ed oggi sono a disposizione per chi deve affrontare crescenti difficoltà finanziarie.

I progetti

“Durante questi anni di attività il mondo è cambiato. Le risorse economiche sono sempre più in calo, abbiamo compreso che c’è sempre più necessità di creare reti forti e avviare progetti capaci di reggersi sulle proprie gambe” racconta Paolo presidente della Fondazione. Una ragione che ha spinto Fondazione Amici di Sissi ad avviare collaborazioni con il DSM di Lodi e di Piacenza realizzando diversi progetti di inserimento lavorativo, che tutt’ora garantiscono occupazione a numerosi giovani, svantaggiati e non. Sono diverse le cooperative sociali di tipo B nate dalla volontà di creare un futuro. Come la cooperativa I Perinelli, un progetto vitivinicolo che dal 2012 lavora insieme a persone con disabilità psichica per produrre e commercializzare vino. E come il marchio “180: a noi il cioccolato fa impazzire”.

La cooperativa sociale 180

“Non so dire cosa mi abbia ispirato ma sentivo che produrre cioccolato con un laboratorio artigianale fosse un’opportunità per i giovani in difficoltà…” e così è stato. Nel 2019 nasce il Laboratorio di produzione e commercializzazione del cioccolato che in poco tempo si trasforma in Cooperativa Sociale 180 ed inaugura il primo negozio a gennaio 2020. A Codogno. Nessuno poteva immaginare che da lì a un mese la vita di tutti sarebbe cambiata. Eppure, nonostante le difficoltà, il laboratorio non ha mai smesso di funzionare perché “siamo una squadra che si integra; il lavoro di uno porta beneficio anche all’altro e non possiamo fermare questo legame”. In fin dei conti se non ci fosse l’amore, un dolce sarebbe solo un dolce. Invece la cooperativa vive dell’animo di Filippo, responsabile amministrativo e commerciale e di Federica maestra cioccolatiere. Ma anche di una ragazza vittima di tratta e di Stefano, giovane con disabilità intellettiva. Loro sono il cuore artigianale della cooperativa.

“La cooperativa è diventata un’occasione di realizzazione personale. Quando guardo i ragazzi che prima di lavorare qui non avevano occupazione e noto il loro entusiasmo, la loro felicità che traspare anche nelle fatiche, sento che stiamo creando qualcosa di buono” ammette Paolo. Qualcosa che guarda oltre e ricerca nuove soluzioni per sviluppare i sogni dei suoi dipendenti. Dall’amore per l’altro alla poesia del gusto. Il cioccolato puro al 70-80%, al latte e fondente, si trasforma in barrette, cioccolatini, pralinerie e speciali prodotti affini.

Nella Cooperativa 180 il cioccolato diventa opportunità di riscatto, di speranza e di benessere. Quando si creano attività di impresa sociale “si aiuta a costruire nuovi percorsi, a far sentire le persone parte di qualcosa, a donare senso alla vita”.

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storia di elena brigo

La storia di Elena Brigo, una donna che guarda le persone e non le loro etichette

Questa è la storia di Elena presidente della cooperativa sociale Panta Rei

Tutto scorre. In silenzio o nel frastuono. Mutano le leggi, il tempo, le abitudini eppure tra la gente qualcosa resta immobile e sedimenta: dalla malattia mentale meglio starne alla larga. Un pensiero comune a tanti che ad Elena però non è mai piaciuto.

Elena che ama ciò che profuma di cartoleria e sogna di fare l’attrice. La sua voce calda e ferma non ha bisogno di microfoni per essere sentita anche nelle ultime file dei teatri. Cresce, ascolta storie, legge i volti e resta incantata sempre più dai labirinti che crea la mente. Per questo sceglie di studiarla.

Psicologia e psicoterapia. Elena impara e pensa al futuro. Il suo studio, il paziente che entra, un comodo lettino e la porta che si chiude. No! No, non fa per lei. Niente porte chiuse, niente stanze in cui riflettere. Elena ha bisogno della comunità, di percepire le persone, di vedere che insieme lavorano per superare le differenze e lasciare un segno.

A 27 anni entra in Panta Rei e comprende che da quella neonata cooperativa non se ne sarebbe andata. Sente che ogni giorno può rispondere alla domanda che le frulla in testa: cosa hai fatto oggi per gli altri? Elena prende il suo entusiasmo e lo trasforma in lavoro. Dalle idee ai progetti, dalla teoria ai gesti quotidiani. Non si ferma un attimo, si arrabatta come meglio può per imparare aspetti amministrativi, burocratici, economici e finanziari perché sa che non deve commettere errori. Sa che ogni pretesto alimenta quella paura.

Siamo sicuri? Non è che è troppo? le chiedono quando vuole fare qualcosa di nuovo. Ricordiamoci che sono pazienti! le intimano gli psichiatri. Non sta andando oltre? le domandano quando vuole inserire in Cda soci lavoratori svantaggiati. Elena tiene duro. Gonfia il suo idealismo in un palloncino ad elio che fa volare via. Perché lei vede a cosa porta il suo impegno: uomini e donne, spesso intrattenuti più che valorizzati, scoprono che non sono malati da assistere ma persone con qualcosa da dire e da dare. Lavoratori e cittadini con cui si può condividere.

Elena corre contro il tempo: deve garantire il lavoro per prendersi cura delle persone. Persone, non più pazienti. Persone con sentimenti, emozioni e vite vere. Persone come lei. Ma per cambiare la corrente bisogna lavorare insieme. Serve un gruppo con una visione condivisa. Così Elena cerca, cerca e trova. Non si sente più sola e insieme ai suoi colleghi inizia a crescere.

Lei e la cooperativa. Lei e i suoi soci. Strutture residenziali, lavanderia, manutenzione, ristorante e albergo. I 50 dipendenti di cui il 70% con disagio mentale, le 30 mila ore lavorate e il costante aumento dei ricavi grazie alle fonti private, danno forza al suo credo: la malattia mentale non è uno stigma.

A 44 anni Elena è in pace. Tutto scorre nei suoi pensieri con la certezza che non esistono ostacoli troppo grandi ma solo motivazioni troppo piccole. “Credo alle persone che non si limitano ma che invece prendono un pezzo di sé e lo mettono dentro quello che fanno”.

Imprenditrice sociale, mamma e compagna. Elena è una donna che fa la differenza.

Ami le storie vere?

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Volontariato e nuove povertà

Come il volontariato italiano risponde alle nuove povertà? Un incontro illustra il tema portando alla luce esempi, pratiche e normative

In occasione degli eventi di chiusura dell’anno di Padova Capitale Europea del Volontariato 2020, la Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore di Cattolica Assicurazioni organizza un webinar che porta ad affrontare l’argomento e a leggerne gli sviluppi.

Mercoledì 28 aprile dalle ore 17.30 alle 18.30 si terrà in diretta facebook e youtube l’incontro “Il volontariato italiano risponde alle nuove povertà. Tra cooperazione internazionale e fragilità territoriali”. Un incontro volto a conoscere le politiche europee a sostegno delle nuove povertà e gli interventi della società civile italiana messi in azione per contrastare la crisi.

Il programma prevede gli interventi di:

La cooperazione internazionale
prof. Vincenzo Buonomo – Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense

Fondi sociali europei a favore degli Enti del Terzo Settore
prof.ssa Jessica Romeo – Docente Pontificia Università Lateranense

Strutturazione internazionale del Banco Alimentare e la capacità di fare rete nel gestire le nuove povertà in Italia, anche alla luce della pandemia
dott.ssa Angela Frigo – Segretaria generale FEBA Banco Alimentare

Sistemi di supporto alle iniziative sociali nei territori nazionali ed internazionali
Emanuele Alecci – Presidente Padova capitale europea del volontariato 2020

Modera Carlo Peretti – Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore Cattolica Assicurazioni


economia ibrida alleanza profit e nonprofit

Un'economia più ibrida in 5 passi

L’attuale situazione chiama sempre di più a volgere uno sguardo verso forme di economia ibrida. Profit e non profit, quali alleanze possono stringere per favorire lo sviluppo del territorio?

Per rispondere a questa domanda abbiamo chiesto a Massimo Erbetta, presidente della Cooperativa Sociale B.Plano di Vedano Olona, di raccontarci i 5 passi fondamentali della loro positiva esperienza.

Massimo, da dove siete partiti e come siete riusciti a costruire sinergie propositive tra mondo profit e non profit? B.Plano è una cooperativa sociale di tipo B nata nel 2013, a seguito dell'incontro tra una realtà della cooperazione sociale di tipo A molto attiva nel territorio e un’associazione locale di imprenditori, nata per promuovere in ambito cittadino il tema del lavoro e dell'occupazione. Il mio è il punto di vista di un cooperatore sociale che, pur avendo in mente la necessità per il mondo della cooperazione di rinnovarsi e di esplorare orizzonti nuovi facendosi impresa, continua a ritenere che questa definizione sia quella che meglio lo rappresenti. Cosa abbiamo fatto...

1. Partire da problemi concreti

Quando siamo partiti il mondo sociale e imprenditoriale muoveva i propri passi verso obiettivi diversi. Noi operatori sociali siamo partiti da un problema: il Centro di Aggregazione Giovanile era pieno, tutti i giorni e tutto il giorno, di giovani che oggi potremmo definire NEET: ragazze e ragazzi fermi, incerti se procedere nel percorso di studi, o nella ricerca di un lavoro, con un orizzonte temporaneamente (così la pensavamo e la pensiamo) bloccato.

Piccoli imprenditori hanno dato una disponibilità ad ospitare, per brevi periodi di stage, alcuni di loro; abbiamo notato dei cambiamenti o, meglio, abbiamo visto che l'esperienza lavorativa metteva in luce capacità già presenti ma non espresse: la puntualità, la responsabilità, la buona educazione... B.Plano è il dispositivo che abbiamo creato per dare continuità a queste esperienze, estendendo il concetto di inserimento lavorativo a tutte le persone che stanno attraversando momenti di difficoltà personale e promuovendo la nascita di un luogo di lavoro attento alla valorizzazione dei talenti di ciascuno.

L'Associazione di imprenditori partiva aveva invece la necessità di rendersi visibile nella comunità, e di realizzare qualcosa di concreto che qualificasse il proprio operato in termini realmente sociali, cioè orientati ai bisogni degli altri.

2. Vincere lo stereotipo

La prima volta che abbiamo incontrato un imprenditore abbiamo incontrato il nostro stereotipo. Accade anche a te? Di vedere una persona affabile e cordiale, ma tesa a perseguire il proprio interesse individuale attraverso il raggiungimento di obiettivi aziendali volti a massimizzare il profitto e ridurre i costi? Ovvio, non ti dice proprio così, ma tu lo senti e lo respiri nelle sue parole e atteggiamenti; lo vedi da come si rivolge ai propri collaboratori, ma soprattutto da come loro si rivolgono a lui. La seconda volta che incontriamo un imprenditore, lo stereotipo si conferma. La terza volta diventa un giudizio netto senza possibilità di revisione alcuna. Ma pochi arrivano al terzo incontro; lo stereotipo vince in fretta, e spesso il primo incontro è anche l'ultimo. Avere la forza e la volontà di proseguire, di incontrarsi per conoscersi, è il passo fondamentale. All'inizio sono i ruoli ad incontrarsi, ma dopo un po' di tempo (molto tempo) ci si incontra tra persone. I ruoli parlano di organizzazioni, le persone parlano, soprattutto, di altro. Arrivati qui, potrebbe capitare di scoprire che lo stereotipo era reciproco, e che il tuo imprenditore interlocutore ha passato molto tempo a chiedersi che lavoro facesse un operatore sociale, considerandolo spesso un perditempo o, nella migliore delle ipotesi, un sognatore velleitario.

3. Rispondere ai bisogni con professionalità

I ruoli organizzativi parlano di bisogni dell'organizzazione. Quindi, il primo livello di collaborazione per noi - ma forse un po' per tutti - è quello fornitore-cliente. Il nostro primo cliente, e attualmente il più importante, ha fin da subito dato del lavoro in cooperativa; come membro dell'Associazione fondatrice, la loro intenzione era di sostenere la nascita e l'avvio della nostra impresa attraverso il conferimento di commesse, e questo era utile anche per noi, in qualità di cooperativa di inserimento lavorativo. Ma non lo abbiamo mai considerato un mero atto di profonda e disinteressata generosità; questa, infatti, tende ad esaurirsi se non è sostenuta da una utilità che permane. Nel tempo è diventato evidente come il conferimento di lavoro alla cooperativa fosse un vantaggio anche per l'impresa; non tanto dal punto di vista economico, perchè la cooperativa non fa sconti e non abbassa i prezzi per facilitare la "conquista" di un cliente, quanto da quello della qualità del lavoro svolto, dell'efficienza e della capacità di risolvere i problemi che inevitabilmente sorgono in un rapporto di lavoro. Questa graduale consapevolezza ha dato grande spinta alla cooperativa e ai suoi soci e lavoratori ed è, insieme ad altri fattori, un elemento di forza che ci ha aiutati a fare scelte impegnative di sviluppo; oggi noi diciamo ai Servizi Sociali che il nostro lavoro principale è l'inserimento lavorativo, ma alle aziende ci presentiamo come professionisti del confezionamento che è, a tutti gli effetti, un lavoro e un codice Ateco. Interessa questo alle imprese, all'inizio.

4. Avere pazienza per costruire

Con calma, di confezione in confezione, dopo migliaia di consegne e ritiri, rinnovati i contratti con l'azienda di anno in anno per 6 anni, abbiamo realizzato che in questo tempo, lunghissimo, stava accadendo qualcosa d'altro rispetto al lavoro esplicito e manifesto. Si stava sviluppando un legame, che ha generato il contesto giusto perchè si incontrassero le persone, non più i ruoli. E le persone portano altro. Portano, all'inizio, alcuni problemi di gestione del loro tempo libero e chiedono maggiori informazioni su quelle attività che la cooperativa ha nel frattempo attivato, ancora in fase di avvio ma interessanti e forse utili; la nostra sartoria sociale potrebbe fornire riparazioni ai dipendenti? Il laboratorio di falegnameria potrebbe fare piccoli lavori di riparazione domestica? A un certo punto, forse per magia ma noi pensiamo di no, ricompare un aggettivo, fino ad ora confinato all'interno della cooperativa: Sociale. Ed è a partire da qui che le richieste cambiano: l'imprenditore, o chi per lui, pensa ai suoi dipendenti che sono anche genitori con figli che seguono la DAD, e alle difficoltà che possono avere in questo tempo strano; pensa ai dipendenti figli di genitori anziani bisognosi di cure e assistenza. Cambiano le richieste, cambia il rapporto: non più quello cliente-fornitore regolato da un contratto, ma quello di soggetti co-progettanti tenuti insieme da una convenzione.

5. Lavorare insieme per costruire

La zona industriale nella quale la cooperativa ha sede è frequentata quotidianamente da circa 2.000 persone impiegate nelle aziende. Una bella porzione di territorio sta lì per otto ore al giorno; perchè non provare a entrare in relazione, a conoscere, a proporre? Ci vuole tempo e, soprattutto all'inizio, tanta fatica. A volte sembra che ci sia un muro tra aziende e cooperative sociali, e questo muro è costruito da entrambe le parti. Spaventano le tante differenze, probabilmente, ma spesso c'è il timore di "sporcarsi", di dover rivedere stili e consapevolezze costruiti in anni di lavoro spesso vissuto come antagonista... Allo stesso tempo stiamo assistendo alla profonda crisi nel rapporto con l'Ente Pubblico, che nel nostro territorio rappresenta praticamente la totalità delle committenze di molte cooperative sociali. crisi che lascia chiaramente intendere come pure questo modello di sviluppo, costruito negli anni, basato sulla funzione pubblica delle cooperative sociali, non sia più sostenibile. E il mondo profit rappresenta una vastissima area di mercato, praticamente ancora non esplorata, che potrebbe garantire lavoro, molto lavoro, per i prossimi anni. Perchè no?

A proposito di Massimo Erbetta

Massimo è piemontese di nascita e lombardo per professione, inizia a frequentare il mondo delle cooperative sociali da adolescente, negli anni di grande fermento dopo l'approvazione della Legge 381. Da allora ha partecipato alle attività di diverse cooperative di tipo A, per poi inspiegabilmente trovarsi a lavorare in una di tipo B. Si è sempre occupato di gestione e sviluppo delle organizzazioni di cui ha fatto parte, ricoprendo i ruoli più disparati, secondo necessità. Ha sempre guardato con interesse all'innovazione, non necessariamente quella tecnologica. Tende a stare dalla parte dei giovani, qualsiasi cosa abbiano combinato, e dei fragili, qualsiasi sia la causa.

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Approvato il Bilancio Sociale 2020

Il Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica ha approvato il Bilancio 2020 che testimonia il sostegno della Fondazione alle persone più fragili in questo periodo di emergenza sanitaria.

Il Covid-19 ha sconvolto la vita di molti. Famiglie, aziende, scuole e comunità hanno dovuto affrontare la realtà cercando nuove soluzioni a problematiche sconosciute ed aggravate dall’evolversi della pandemia.

“Fondazione, fin dal primo manifestarsi della crisi all’inizio dello scorso anno, ha risposto seguendo due direttrici di marcia ben precise – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni - uno stanziamento straordinario di fondi volti a supportare ospedali e sanità di territorio, in modo da supplire alla carenza di dispositivi di prima necessità e di cura; e ha poi deciso di accompagnare, con appositi interventi, diverse imprese sociali create nel recente passato e chiamate a riorganizzarsi per dare continuità agli inserimenti lavorativi di persone fragili”.

Nel 2020 la Fondazione ha sostenuto 150 interventi in Italia, di cui 24 straordinari per rispondere in modo efficace all’emergenza pandemica. Sono stati erogati 2.121.250 euro a favore di iniziative negli ambiti della solidarietà, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Di questo importo, il 44 % è stato destinato all’avvio di nuove imprese sociali. Grazie alle attività sostenute, nel corso dell’ultimo anno, è stato possibile inserire in un contesto professionale 244 persone - per un totale di 351.702 ore lavorate - e coinvolgere 3.120 volontari per un valore di 155.128 ore donate.

Fondazione ha cercato di essere generativa – continua il Presidente – per creare nuove opportunità di conoscenza e sviluppo, senza mai fermarsi, perché le “crisi non vanno sprecate” e possono, anzi devono, diventare occasioni di crescita per la comunità”.

Il senso di smarrimento, l’insicurezza e l’angoscia segnalata dagli esponenti di molti enti non profit ha indotto la Fondazione a cercare nuove strade per essere prossimi alle realtà sociali e favorire la creazione di nuove soluzioni in un contesto fortemente mutato. Per questo la Fondazione ha scelto di incrementare il proprio contributo alla formazione delle coscienze favorendo così la costruzione un welfare comunitario e generativo. Dalla primavera del 2020 si sono realizzati 3 cicli formativi che hanno coinvolto 145 partecipanti e 63 giovani provenienti da 14 regioni e facenti parte di 89 organizzazioni nonprofit.

“Uno sguardo nuovo è quello che ha permesso di affrontare un anno difficile - dichiara il Segretario Generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba - Fare con ciò che c’è anziché lamentarsi di ciò che manca, è la chiave per riscoprire la forza delle proprie origini e sprigionare nuove energie per Persone e Comunità”.


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