La storia di Elena Brigo, una donna che guarda le persone e non le loro etichette

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Questa è la storia di Elena presidente della cooperativa sociale Panta Rei

Tutto scorre. In silenzio o nel frastuono. Mutano le leggi, il tempo, le abitudini eppure tra la gente qualcosa resta immobile e sedimenta: dalla malattia mentale meglio starne alla larga. Un pensiero comune a tanti che ad Elena però non è mai piaciuto.

Elena che ama ciò che profuma di cartoleria e sogna di fare l’attrice. La sua voce calda e ferma non ha bisogno di microfoni per essere sentita anche nelle ultime file dei teatri. Cresce, ascolta storie, legge i volti e resta incantata sempre più dai labirinti che crea la mente. Per questo sceglie di studiarla.

Psicologia e psicoterapia. Elena impara e pensa al futuro. Il suo studio, il paziente che entra, un comodo lettino e la porta che si chiude. No! No, non fa per lei. Niente porte chiuse, niente stanze in cui riflettere. Elena ha bisogno della comunità, di percepire le persone, di vedere che insieme lavorano per superare le differenze e lasciare un segno.

A 27 anni entra in Panta Rei e comprende che da quella neonata cooperativa non se ne sarebbe andata. Sente che ogni giorno può rispondere alla domanda che le frulla in testa: cosa hai fatto oggi per gli altri? Elena prende il suo entusiasmo e lo trasforma in lavoro. Dalle idee ai progetti, dalla teoria ai gesti quotidiani. Non si ferma un attimo, si arrabatta come meglio può per imparare aspetti amministrativi, burocratici, economici e finanziari perché sa che non deve commettere errori. Sa che ogni pretesto alimenta quella paura.

Siamo sicuri? Non è che è troppo? le chiedono quando vuole fare qualcosa di nuovo. Ricordiamoci che sono pazienti! le intimano gli psichiatri. Non sta andando oltre? le domandano quando vuole inserire in Cda soci lavoratori svantaggiati. Elena tiene duro. Gonfia il suo idealismo in un palloncino ad elio che fa volare via. Perché lei vede a cosa porta il suo impegno: uomini e donne, spesso intrattenuti più che valorizzati, scoprono che non sono malati da assistere ma persone con qualcosa da dire e da dare. Lavoratori e cittadini con cui si può condividere.

Elena corre contro il tempo: deve garantire il lavoro per prendersi cura delle persone. Persone, non più pazienti. Persone con sentimenti, emozioni e vite vere. Persone come lei. Ma per cambiare la corrente bisogna lavorare insieme. Serve un gruppo con una visione condivisa. Così Elena cerca, cerca e trova. Non si sente più sola e insieme ai suoi colleghi inizia a crescere.

Lei e la cooperativa. Lei e i suoi soci. Strutture residenziali, lavanderia, manutenzione, ristorante e albergo. I 50 dipendenti di cui il 70% con disagio mentale, le 30 mila ore lavorate e il costante aumento dei ricavi grazie alle fonti private, danno forza al suo credo: la malattia mentale non è uno stigma.

A 44 anni Elena è in pace. Tutto scorre nei suoi pensieri con la certezza che non esistono ostacoli troppo grandi ma solo motivazioni troppo piccole. “Credo alle persone che non si limitano ma che invece prendono un pezzo di sé e lo mettono dentro quello che fanno”.

Imprenditrice sociale, mamma e compagna. Elena è una donna che fa la differenza.

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