“Eppertè” quel sapore autentico di cose buone

“Eppertè” quel sapore autentico di cose buone

Mare, ristorante e gusto. A Chioggia ha aperto Eppertè un locale che porta la tradizione veneta a tavola insieme alle prelibatezze mediterranee. Un luogo dove si entra come clienti e si esce da amici, perché sviluppare inclusione lavorativa significa gustare insieme la bellezza della vita

Basta guardarlo per capire che Eppertè non è il classico ristorante di pesce che si può trovare a Chioggia. Una volta entrati se ne comprende la ragione. “Abbiamo dato vita ad un locale piccolo ma accogliente e curato fin nei dettagli. Una trattoria che produce piatti ricercati proprio per te!” racconta Luigi Liseno. Ma non sono solo i gusti e i profumi e colpire l’attenzione. Eppertè è un ristorante fatto di nomi personali, prima ancora che di ruoli… 

Il ristorante Eppertè

Il locale nasce dopo anni di impegno della cooperativa sociale Impronta alla sagra del pesce. Un’esperienza intensa di lavoro ma anche di relazione. “Anno dopo anno la qualità del nostro servizio è migliorata, ci chiedevano se era il nostro lavoro, se avevamo un ristorante ma noi rispondevamo sempre di no. Fino a quando non si è presentata un’opportunità” ricorda Luigi.

Un’occasione da prendere o lasciare e la cooperativa sociale Impronta, impegnata a creare percorsi di sviluppo per giovani disabili, non ha avuto dubbi: prendere!

E così da gennaio 2022 il locale ha aperto le porte al pubblico. Ci sono Stefano, Andrea, Giacomo e Alessandra, Ambra, Luca, Nicola, Francesco e Isabelle, Francesco, Barbara, Selli, Alice, simone e Maila tutti impegnati in attività differenti. C’è chi ha fatto formazione di cucina con uno chef per preparare i piatti. Chi è diventato esperto di gestione della sala. E chi pensa a mantenere bello, pulito e accogliente il locale. “Crediamo molto nell’accoglienza, quando entri nessuno ti dirà Buongiorno ma Benvenuto” perché Epperte non cerca clienti ma persone con cui condividere la bontà della vita. Per questo presta attenzione a ricercare materie prime di qualità che vengono impastate, cucinate, cotte e servite con professionalità. Qui i profumi della tradizione veneta incontrano gli aromi mediterranei. Pesce e verdure a chilometro zero si sposano con i prodotti caseari lucani perché “abbiamo voluto puntare alla qualità e alla ricerca di materie prime realizzate da cooperative che lavorano per il bene delle persone e della terra”.

11 persone danno vita ad un ristorante e da esso traggono vita per esprimere le proprie potenzialità

Il Gruppo Opera Baldo

Eppertè è l’ultima iniziativa sviluppata all’interno di Opera Baldo, un’associazione caritatevole con più di 80 volontari, nata per rispondere ai molteplici bisogni espressi dal territorio. Una realtà che si è strutturata negli anni in risposta agli incontri perché le domande lasciate senza risposta non sono mai piaciute ad Opera Baldo che per ciascuna ha deciso di trovare soluzioni personalizzate. Si sono così nel tempo strutturati e poi evoluti servizi di aiuto pomeridiano, di assistenza scolastica, supporto alla genitorialità, promozione sportiva e culturale. Ma anche manutenzione, pulizia e ricezione turistica.

“Quando incontri le persone e ascolti i loro bisogni viene automatico dire No, noi questo non lo facciamo. Ma quel bisogno resta lì, espresso, in cerca di te. E’ stato grazie alla mamma di Maria Silvia se abbiamo iniziato ad occuparci di disabilità. Di Giacomo se abbiamo avviato l’esperienza gestione bar. Noi non ci occupavamo di disabilità ma l’abbiamo abbracciata e con la cooperativa sociale Impronta sono nati percorsi educativi all’autonomia ed esperienze professionali”.

Caratteristiche della cooperativa sociale L'Impronta

Attraverso il ristorante, la cooperativa ha scelto di permettere ai ragazzi di sperimentare l’autonomia lavorativa che produce stima e dignità e permette di comprendere il proprio valore. “Un circuito virtuoso che provoca gioia. Perché non c’è sensazione più gratificante di vedere che ciò che prepari, cucini, servi è apprezzato”. Tutto ciò è stato reso possibile per la capacità di stare insieme ai giovani con disabilità. “Li respiriamo, conosciamo e ci muoviamo con loro. Insieme sappiamo cosa possono dare e cosa possiamo costruire. Per questo quando i genitori si preoccupano per il tema del dopo di noi rispondiamo:  E di cosa vi preoccupate? I vostri figli stanno con noi”.

Ti è piaciuto leggere la storia di questa realtà? Puoi proseguire la lettura con Rivela


Voglio credere che la generosità sia l'arma per fermare questa follia

Voglio credere che la generosità sia l'arma per fermare questa follia!

La rete informale #Contagiamoci curata da Fondazione Cattolica nasce per attivare collaborazioni, condividere intenti, azioni e buone pratiche. Ma in questi anni ci siamo accorti che è anche molto di più...

E' aiuto, sostegno reciproco, condivisione di azioni per favorire il benessere delle persone. Oggi più che mai, in questo contesto emergenziale derivato dalla guerra, la rete #Contagiamoci sta dimostrando come insieme si possa dar vita a nuovi processi che danno speranza.

La cooperativa sociale Nuove Accoglienze, da anni impegnata in processi di inclusione dei migranti, si è attivata da subito per dar vita ad un centro capace di accogliere i profughi ucraini. Sono donne, mamme, bambini scappati da un conflitto che ha cambiato per sempre la loro vita. C'è bisogno di tanto. Di beni di prima necessità, di cure e di quell'umanità che sembra essere stata spazzata via. C'è bisogno di collaborare senza pretese. Chiedi e ti sarà dato dicevano. E così è...

Il messaggio

"Grazie!

È la prima parola che mi sgorga dal cuore e che la mia mente riesce a produrre dinnanzi a quella generosità immediata senza se e senza ma, di Andrea, Fabrizio e tutti i ragazzi più o meno giovani che compongono questa strana ma irripetibile famiglia che si chiama Gulliver.
Avevo chiesto pannolini e biscotti per i bambini ucraini e le loro mamme che come Coop N.A.  stiamo accogliendo nei due hotel di Riolo Terme. Due strutture in disuso che con la volontà e la generosità di tutti nostri ragazzi, abbiamo non solo rimesso in piedi, ma reso accoglienti utilizzando tutto ciò che avevamo e tutto ciò che la generosità di molti ci ha donato. Non mi aspettavo che Andrea riuscisse a recuperare una quantità così rilevante di biscotti per l’infanzia, omogeneizzati e pannolini. Io non so come faccia ma è riuscito addirittura a riempire un pulmino nove posti privato dei sedili.
In questo momento  così drammatico e così vicino al baratro dell’autodistruzione, voglio credere che solo la generosità ed il cuore lanciato aldilà dell’ostacolo, siano le vere uniche armi che come uomini e come donne noi possiamo usare per fermare questa insana follia, che ora,  come migliaia d’anni fa uccide per qualche chilometro di terra  per un campicello o per un villaggio.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di ritrovare il vero della Pietas romana, che non era soltanto vissuta nell’accezione della compassione. ma anche come il rispetto per la religione degli dei, per la patria, per la famiglia e per gli amici. Vorrei in questo momento dedicare ad Andrea l’ultima strofa di una poesia che io amo molto:
Uomini poiché all’ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo, per  non aver pietà giammai avuto e non diventi rantolo il  respiro sappiate che la morte vi sorveglia gioir  fra i prati o fra i muri di calce, come crescer il gran guarda il villano finché non sia maturo per la falce.

Vorrei che al più presto si ripetesse l’incontro conviviale che abbiamo già avuto a Forlì. Potremmo parlare finalmente di pace.

Vi abbraccio tutti con il fraterno affetto di sempre. Gianfilippo"


Arianna, 26 anni e la domanda che le ha cambiato la vita

Arianna, 26 anni e la domanda che le ha cambiato la vita

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Arianna, giovane impegnata nella comunicazione della cooperativa Sophia di Roma, da sempre alla ricerca di ciò che può far fare la differenza alle persone.

La casa con il giardino. Io sono una ragazza che sogna la casa con il giardino. Ma attenzione: non intendo quella classica da ultimo urlo per le riviste d’arredo! Me ne piace un altro tipo e per capirlo c’è voluto del tempo…

Sai cosa succede quando a scuola te la cavi bene? Puoi fare tutto. Io ho sempre voluto capire il mondo e le persone. I miei mi hanno detto Fai il meglio che puoi e così mi sono iscritta: Economia e Marketing. Ti stai chiedendo perché? Me lo sono chiesta molte volte anche io.

Io ci stavo stretta. Sentivo che non era il mio ambiente perché mi sembrava tutto improntato al successo, all’efficienza, alla velocità. Così ho deciso di lasciare. Ma poi è arrivato “il senso del dovere”, il “quando inizi le cose le devi portare a termine”, il “non puoi fallire!”.

Ci stavo e non ci stavo, vivevo senza crederci e mi è cresciuta lentamente la sensazione di cadere nel vuoto. Così ho preso un aereo e sono volata in triennale a Dublino. E finita la magistrale in un mese mi sono trasferita a Parigi per lavoro. Mi serviva, certo ma per cosa?

Forse per crescere. E per farmi appassionare ancor di più delle persone. All’estero conosci storie incredibili e io volevo entrare nella profondità di ognuno. Però ho anche capito una cosa: avevo un irrisolto. Lavoravo nel mercato del design per il lusso. Amavo il mio lavoro: studiare le persone e per loro trovare le soluzioni perfette. Eppure…

Quella sensazione di vuoto non spariva. Mi sembrava di perdere il mio tempo. Così quando mi è capitata tra le mani la domanda immagina di essere morto, cosa lasci? mi sono sentita spiazzata. Cosa lascio? Ero diventata una dipendente, come quelle che vedevo in metro al mattino da studentessa e dentro di me dicevo “No, io non voglio diventare così. Io voglio osare!”

Ma osare per diventare chi? Mi sono presa del tempo, sono tornata a Roma, mi hanno detto “Chiama Federica, lei ti aiuterà a capire”. E lo ha fatto. Sono entrata nell’impresa sociale Sophia solo per vedere. Al tema “migrazioni” ero sensibile tanto quanto tutti coloro che dicono sì all’accoglienza e all’aiuto, niente di più. Mica sapevo di Sophia, del lavoro di sensibilizzazione svolto nelle scuole italiane e africane, dei progetti di formazione e integrazione lavoro…

L’aria diversa l’ho percepita subito. Mi sono sentita libera, serena, appagata. Mi sono sentita di poter essere me stessa. Così di guardare e basta non ne sono state capace. Ho iniziato a scrivere progetti con i ragazzi e poi post, articoli, news.

I ragazzi mi hanno insegnato che c’è un modo diverso di vivere il lavoro. Di fare e di essere. Mi ci è voluto tempo per capirlo. Ma adesso so che il giardino della mia casa non è quello delle copertine. È quello affollato e pieno di gente con cui si costruisce il futuro!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica #giovanisperanze a partire da Christian


Dopo di noi

“Dopo di noi” dubbi e domande trovano risposte in un percorso dedicato

Acli Verona propone un nuovo percorso dedicato al “Dopo di noi” per offrire uno spazio di confronto e scambio tra famiglie e operatori della fragilità ed esperti sulla tematica.

Cosa farà quando non ci saremo più? Chi si prenderà cura di lui? Quale futuro lo attende? Sono tante le domande che interrogano genitori, coniugi, tutori e accompagnatori di persone con disabilità. Per aiutarle a trovare uno spazio di confronto ricco di spiegazioni e condivisioni, Acli Verona ha attivato un percorso telematico di 6 incontri in cui esperti del settore offrono una panoramica e forniscono risposte concrete per permettere alle famiglie di affrontare con più serenità il futuro delle persone amate. Claudio Bolcato, presidente di Acli Verona, ha risposto ad alcune domande.

Claudio, può aiutarci a conoscere meglio Acli Verona. Chi siete e di cosa vi occupate?

Le Acli sono un’associazione di promozione sociale che, attraverso un sistema diffuso ed organizzato sul territorio, promuove il lavoro ed i lavoratori, educa ed incoraggia alla cittadinanza attiva, difende, aiuta e sostiene i cittadini, in particolare quanti si trovano in stato di bisogno, a rischio di emarginazione o esclusione sociale.

Le Acli sono attive sui territori con circoli, servizi, progetti ed associazioni specifiche. A Verona siamo presenti dal 1986 con 23 circoli, 19 uffici zonali, 4 associazioni. Le Acli sono una realtà che si occupa di molteplici situazioni. Dal patronato alla povertà, dai problemi previdenziali alla dichiarazione dei redditi. Inoltre la dimensione associativa ci consente di promuovere percorsi di cittadinanza per la creazione di comunità come Rebus un progetto nato per gestire le eccedenze alimentari o Nessuno escluso per prevenire la dispersione scolastica.

Come mai avete scelto di dedicare un percorso formativo al “Dopo di noi”?

L’esigenza ci è stata chiara durante gli ascolti delle persone che incontriamo. Molteplici famiglie attualmente impegnate con un caso di fragilità domiciliare ci hanno espresso la necessità di orientarsi in un mondo fatto di leggi e norme da seguire. Si tratta di famiglie in cui i genitori sono prossimi alla pensione o in età avanzata. Loro, in modo particolare, ci chiedono “Cosa faremo con i nostri figli?”. Abbiamo voluto creare un contenitore che ancora non c’era. Così abbiamo deciso di unire alcune competenze creando un palinsesto formativo e divulgativo che consenta di fronteggiare il futuro. Sono nati dei webinar online il cui scopo è dare risposte alle famiglie. Ogni appuntamento è pratico e lascia spazio al dialogo.

Come si sviluppa il percorso e di cosa si occupa?

Si sviluppa in 6 webinar della durata di un’ora ciascuno per sei mercoledì consecutivi iniziati il 9 marzo e che si concluderanno il 13 aprile. Sono state coinvolte persone con competenze specifiche dal Direttore del nostro patronato a Responsabili servizi Ulss 9. Ma anche avvocati, notai, medici esperti impegnati sull’invalidità e le malattie civili. Ogni incontro ha un tema. Siamo partiti dal progetto di vita affinchè si inizi a pensarci prima che diventi un problema o per lo meno prima che diventi un’emergenza. Per poi arrivare a parlare di:

  • pensione e indennità
  • strumenti giuridici a supporto
  • riconoscimento invalidità civile
  • applicazioni norme
  • reti presenti sul territorio

Tutti i partecipanti possono inviare alla mail della segreteria ulteriori domande per permetterci poi di rispondere alle questioni rimaste in sospese.

Appuntamenti percorso Dopo di noi
Appuntamenti percorso Dopo di noi

A chi si rivolge il percorso e come ci si iscrive?

Possono partecipare famiglie ma anche operatori del settore che vogliono approfondire alcune tematiche, aggiornarsi e mettersi in rete. Gli interventi sono di alto livello con professionisti preparati. Il numero è limitato a 30 utenze collegate contemporaneamente.

Per partecipare è necessario inviare una mail alla segreteria segreteria@acliverona.it delle Acli, si indica a quale seminario si intende partecipare (è possibile partecipare a tutto il percorso o solo ad alcuni appuntamenti) e successivamente viene inviato un link per il collegamento. Ci auguriamo che questo percorso sia il primo passo. Vorremmo lavorare in rete per replicare l’iniziativa con nuove esperienze anche grazie alla collaborazione di realtà che stanno già operando oggi in questo settore


Worldplaces, la rete europea che crea inclusione femminile

Worldplaces, la rete europea che favorisce la vera inclusione femminile

Nasce Worldplaces – Workinkg with migrant women la prima rete europea che unisce le due metà del mondo del lavoro, quella profit e non profit, sotto un unico obiettivo: creare opportunità lavorative per le donne migranti. Una rete che fa leva sulle best practice sperimentate in più Paesi europei per creare continuità alle esperienze professionali e garantire veri processi di integrazione.

Un posto per dare avvio a nuovi inizi. Per le donne immigrate il luogo di lavoro non è solo fonte di un’entrata economica, è soprattutto motore di inclusione. Eppure oggi il 57% delle donne migranti non ha oggi accesso a posizioni occupazionali. Senza lavoro le donne restano escluse da un processo integrativo reale nella nuova società di appartenenza. Ma di cosa hanno bisogno e su cosa lavorare affinchè le donne migranti possano autodeterminare il loro futuro, progettarlo e darsi degli obiettivi che possono raggiungere? “Con Worldplaces vogliamo promuovere le sinergie tra il settore pubblico insieme a quello non profit e il settore privato con l’obiettivo ultimo di ridurre gender e integration gap” spiega Anna Fisale presidente di Quid, Impresa Sociale capofila del progetto.

Obiettivi della rete Worldplaces - Working with migrant women

La rete europea mira a sperimentare nuovi servizi e processi finalizzati a rendere i luoghi di lavoro più accessibili alle donne migranti con basse competenze formali che sono a più alto rischio di segregazione occupazionale. Attraverso questo nuovo programma, Worldplaces incoraggerà le donne straniere e le realtà di cui sono dipendenti, a scoprire, attraverso processi di orientamento, formazione e supporto, come ogni luogo di lavoro possa divenire un laboratorio unico e dinamico di integrazione favorendo da un lato l’integrazione e dall’altro promuovendo processi di Inclusion&Diversity.

La rete Worldplaces

Il progetto europeo nasce dal sostegno della Direzione Generale Migrazioni e Affari Interni della Commissione Europea nel 2021 e si sviluppa in 4 Paesi europei: Italia, Portogallo, Germania e Grecia.

La collaborazione delle realtà aderenti al progetto Quid (Verona, Italia), Speak (Portogallo), Gen2red (Grecia), Interventionsburo (Germania) prevede un lavoro di 3 anni in cui le organizzazioni progetteranno e sperimenteranno best pratice mirate a supportare e a coinvolgere direttamente 300 donne migranti e le loro famiglie in 4 aree chiave della vita lavorativa:

  • Formazione e leadership
  • Vita e comunità
  • Lingua e cultura
  • Identità

Le migliori pratiche verranno poi riadattate per rispondere ai bisogni di datori di lavoro e aziende attive sul territorio, e disseminate raggiungendo oltre 30 datori di lavoro e aziende e 450 ambasciatrici in tutta l’UE.

Presentazione Worldplaces
Presentazione Worldplaces

Presentazione Worldplaces 8 marzo

Protagonisti della rete Worldplaces

Giovani, madri, a volte anche nonne, dipendenti, manager e imprenditrici, in una parola donne. Sono loro le protagoniste indiscusse di questo progetto articolato e concreto che punta a valorizzare talenti e competenze per garantire continuità professionale nel mercato del lavoro. Le donne diventano quindi destinatarie ma anche le ambassador di questo progetto femminile come racconta Valeria Valotto, vicepresidente di Quid: “Invitiamo donne di tutte le professioni a qualsiasi punto del loro percorso di carriera che credono nel concetto di rete, a candidarsi come Ambassador e membri del progetto per coinvolgere poi negli anni le realtà per cui lavorano o coinvolgersi personalmente nelle attività che andremo a proporre. Sono più di 30 le Ambassador a oggi già coinvolte, speriamo di raggiungerne 100 entro il prossimo 8 marzo”.

Il funzionamento della rete Worldplaces

In Italia Quid, Impresa Sociale insieme a D-Hub e al Comune di Verona lavorerà sulla formazione e la leadership inclusiva creando sinergie con le aziende locali in processi di formazione che abilitano conoscenze e competenze per creare continuità lavorativa.

L’impatto atteso dalla rete nei confronti del mondo profit mira a favorire processi di inclusione e sostegno alla diversità tramite maggiori conoscenze delle difficoltà riscontrate dalle donne all’accesso del mercato lavorativo, a principi e pratiche da adottare insieme a politiche maggiormente inclusive. Nel contempo il progetto punta a migliorare la condizione socio economica femminile, aumentando il senso di appartenenza delle donne migranti e migliorando la loro qualità di vita.

Per maggiori informazioni sul progetto scrivi a istituzionale@progettoqui.it

Sei interessato alle reti che si occupano di donne? Leggi anche Un lavoro per ricominciare!


Fundraising: meglio soli o in compagnia?

Fundraising: meglio soli o in compagnia?

Fondazione Cattolica ha sostenuto la campagna “Natale ogni giorno. Il tuo Presente crea futuro” un progetto collaborativo di raccolta fondi che ha unito 130 protagonisti del mondo non profit facenti parte della rete informale #Contagiamoci. L’esperienza ha evidenziato come fare fundraising in rete amplifichi l’impatto positivo generato.

La campagna di fundraising co-partecipata

#Nataleognigiorno è un’iniziativa nata dalla volontà degli enti non profit di favorire occasioni di sviluppo per continuare a creare quel lavoro che offre una migliore prospettiva di vita a tutti, specie a chi oggi è più fragile. Il progetto di raccolta fondi ha messo in rete sul sito Controcorrente, oltre 200 prodotti food e non food oltre che buoni esperienze. L’iniziativa ha evidenziato la potenza generativa della cooperazione, attivando virtuosi processi di crescita e condivisione tra organizzazioni non profit.

Perché favorire una campagna di fundraising partecipata

Fondazione Cattolica ha a cuore lo sviluppo dei piccoli enti del terzo settore. Per questo propone percorsi di crescita condivisi. Nadia, della cooperativa Valgiò, esprime così la scelta di prendere parte alla prima campagna condivisa della rete. “Prestare attenzione ai bisogni sociali delle persone è per noi un pilastro fondante, e ci ha appassionato vedere così tante realtà che lavorano con dedizione nella nostra stessa direzione. Crediamo che fare rete sia un asset fondamentale per supportarci a vicenda e pensiamo che sia un modo per "contagiarci" reciprocamente con idee innovative”.

Da dove partire per generare valore

La rete #Contagiamoci! si caratterizza per fiducia, collaborazione e libertà. Sono questi i pilastri che hanno motivato i 15 enti non profit che per la prima volta hanno deciso di creare una raccolta fondi natalizia.  “Immaginavano che sarebbe stato complesso trovare dei fornitori e dei prodotti che rientrassero nel nostro mondo, con le nostre finalità, la nostra mission. La realizzazione del catalogo condiviso ci ha immediatamente risolto questo problema e ci ha dato la fiducia di poter iniziare. Ne è valsa la pena per toccare con mano quante sinergie, spontanee, possono nascere e consolidarsi per realizzare insieme progetti che sembravano irrealizzabili” testimonia Ombretta di Asperger Veneto.

Il valore del fundrasing partecipato

I dati dell’impatto economico generato grazie alla condivisione dei prodotti sono incoraggianti. Il 53% degli enti ha raggiunto un ricavo entro i 10.000€ e il 42% ha beneficiato di ricavi che raggiungono, e anche superano, i 70.000€. Il valore collaborativo trova sostegno dalla qualità dei prodotti realizzati.

“Abbiamo ricevuto centinaia di richieste. Far parte di un progetto più ampio di raccolta fondi ha consolidato la collaborazione interna nel nostro ente tra personale strutturato e volontari ma anche tra noi e le imprese esterne” racconta Angelo presidente di associazione Libra. Infatti “Condividere buone pratiche di azione aiuta nelle nostre attività. Fare parte di questa campagna ci ha permesso di migliorare le competenze del team, la nostra professionalità e il contatto con le imprese” racconta Teresa di ZeroperCento.

La forza del fundrasing partecipato

Il legame di rete diventa motore di crescita. “La nascita di nuove collaborazioni con imprese sociali provenienti da tutto il territorio nazionale ci ha permesso di condividere tematiche affini, di attivare scambi costruttivi di idee e ci ha permesso di aprire dibattiti condivisi” racconta Michele responsabile della cooperativa sociale Pantarei. Eppure il valore della collaborazione non è attribuibile solo ai prodotti venduti. Diversi enti aderenti all’iniziativa non hanno promosso alla rete produzioni proprie ma nonostante questo la loro esperienza è entusiasmante. Come afferma Irene di Odv Su la Testa “La campagna condivisa ha creato legami nuovi e ha rinsaldato quelli consolidati nella rete che porteremo avanti nel tempo”.

Progetti futuri

L’entusiasmo della campagna di Natale ha portato gli enti della rete ad attivarsi anche per la Pasqua. Ne nasce un piccolo ma dolce catalogo dove troverete alcuni dei prodotti che potrete gustare a Pasqua.

Vuoi saperne di più della campagna? Vedi qui


Donne che fanno la differenza Samantha

“Tutto è inarrivabile fino a quando non ci provi” la storia di Samantha

La rubrica Donne che fanno la differenza, si arricchisce con la storia di Samantha Lentini, Presidente dell’associazione La Rotonda, una donna capace di guardare dentro alle persone per permettere loro di realizzare il meglio che possono.

Samantha è una bambina con un sogno: diventare ballerina. Osserva alla televisione le movenze delle showgirl e si proietta tra pailettes luccicanti. Ma il suo desiderio resto schiacciato dal peso della frase Sei troppo cicciottella per la danza. È uno schiaffo silenzioso quello che la ruota verso lo specchio e la fa sentire come il protagonista della sua storia preferita: un pulcino zoppo.

I giudizi esterni riducono il sogno in polvere ma accendono qualcosa dentro di lei. A Samantha non piacciono le ingiustizie. Quando i bulletti deridono i più deboli, lei interviene. Sviluppa un carattere forte che indossa come una corazza per proteggersi da quei Non sei… che nel profondo la fanno sentire inadeguata. Diversa.

Per questo ha paura della disabilità. Ha paura di riconoscere nelle fragilità altrui le proprie. Ma ha la testa dura Samantha, e quando le cose la spaventano vuole vederle da vicino. Così a 16 anni, apre la porta di un centro disabili e senza saperlo, sono proprio le imperfezioni a cambiarle la vita.

Per la prima volta qualcuno guarda oltre la sua corazza. Tu hai il fuoco dentro le dice Teresa. Ed è lì, in mezzo a quelle persone che Samantha capisce. Lei non sarà mai come suo fratello; non sarà perfetta per la danza, non vivrà mai l’infanzia da sogno che avrebbe voluto ma lei è Samantha. E va bene così come è.

Sperimenta che la vita è una questione di sguardi, fiducia e responsabilità. Anche lei vuole accendere la luce che sta nascosta nelle persone. Per questo sceglie di diventare educatrice e indossa scarpe comode per camminare in salita. Le stesse che porta quando và a Baranzate a conoscere un uomo.

Baranzate è un quartiere periferico di Milano abitato per il 35% da migranti. Ci sono vite appese. Talenti inespressi. Opportunità sprecate. Don Paolo ha fondato La Rotonda per non lasciare indietro nessuno. È un contenitore ricco di sogni che ha bisogno di una persona per realizzarli. Eppure non le chiede nulla. In lei ha già visto tutto ma non ha certezze da offrirle.

È il 2014, Samantha ha due figli e un lavoro sicuro. Ma ha anche un conto in sospeso con i sogni da realizzare. C’è un potenziale nascosto tra le vie di quel quartiere. Così si affida e inizia a progettare la sartoria sociale “Fiori all’Occhiello”. Quando vede che funziona e come cambia la vita di quelle persone, inizia a correre.

Samantha studia economia, legge, amministrazione e anche edilizia. E progetta, tanto. La Rotonda cresce insieme ai progetti che la compongono come il dopo scuola, l’emporio, l’housing sociale… Baranzate diventa la sua seconda casa e rumeni, albanesi, egiziani i suoi fratelli.  4.500 persone, 30 operatori e 100 volontari.

È un mondo libero, rispettoso e autentico quello della Rotonda. Don Paolo non ha dubbi: senza Samantha non sarebbe stato uguale, per questo le affida la presidenza. A Baranzate, lo sguardo che accende il valore della persona prende forma e si traduce in famiglie grate, portatrici di un messaggio dirompente: le fragilità sono solo un punto di partenza.

Lei è Samantha, una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Continua a leggere la Rubrica dedicata alla persone che fanno la differenza, come Antonio!


Storia di due sorelle che hanno scommesso sul futuro

“Ma chi ve l’ha fatto fare?” storia di due sorelle che hanno scommesso sul futuro

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce della storia di Valentina e Federica, due sorelle, che hanno scelto di dedicarsi al futuro di chi vive la disabilità.

Quando doveva nascere ero contenta. Avevo una sorella, sai che bello avere anche un fratello? Mi immaginavo di coccolarlo e rincorrerlo. Di giocare insieme e anche litigare. Ma mio fratello non è nato come lo avrei voluto io. Lui era lui e le mie aspettative sono volate fuori dalla finestra.

Giò ha un ritardo cognitivo grave. Eppure non è stato il suo modo di essere a farmi capire cos’è la disabilità. Sono stati gli altri. Vedere mamma e papà sfiniti. Sentirsi gli occhi addosso se al ristorante arriva una crisi. Preparare i tuoi amici prima di farli entrare in casa…

Giò non è come noi. Eppure…

Lui ci ha portate a vivere fuori dagli schemi. Ha sviluppato la nostra sensibilità. Ci ha fatto capire che la vita bisogna riempirla, impegnandosi per qualcuno, per darle senso. Non la si può vivere stando sul divano!

Per questo ho deciso di laurearmi, di viaggiare, di fare l’insegnante per trasmettere la mia passione agli studenti. Nonostante fossi appagata, avessi un posto sicuro e ben retribuito sentivo un vuoto dentro. Mi mancava qualcosa.

Ho fatto ostetricia perché volevo essere utile. E lo ero, ma ho capito che era solo un lavoro quando ho iniziato a dedicarmi ad una pizzeria che fa inclusione lavorativa. Crescevo e imparavo insieme a ragazzi in difficoltà. Ed era lì che mi sentivo bene. Non in ambulatorio.

Poi c’erano i pranzi della domenica e tra un piatto e l’altro, in casa sognavamo. Mamma è un vulcano di idee e papà da vero imprenditore trasforma parole in fatti. Volevano migliorare la vita dei tanti Giò e delle loro famiglie. E noi abbiamo iniziato ad immaginare con loro. Lo facevamo così intensamente da arrivare al lunedì a scuola e in ambulatorio chiedendoci è davvero questo il nostro posto?

Saremo capaci di farlo? Noi siamo diverse, a tratti opposte, ma nel sangue circola lo spirito imprenditoriale e solidale dei nostri genitori.  E poi abbiamo lo sguardo orientato nella stessa direzione. Così ci siamo prese per mano e ci siamo lanciate verso il futuro.

Il nostro cuore è qui a OpenHouse. È nelle carte da compilare, in mezzo ai campi, nei laboratori. È nella paura di sbagliare e nell’entusiasmo del fare. E’ negli occhi che ci brillano e nelle mani indaffarate di chi sta cambiando affinchè tutti possano godere della pienezza della vita.

A OpenHouse siamo felici. Abbiamo abbracciato la diversità. Abbiamo scelto un futuro bello per Giò, per chi non lo credeva possibile e persino per noi.

Valentina Sorce, 30 anni – Presidente Fondazione Giò

Federica Sorce, 27 anni – Presidente Cooperativa Sociale Giò

Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere la rubrica con la storia di Luca


L'ovile la cooperativa che non si è mai fermata

Il coraggio di crederci! L'Ovile, la cooperativa che non si è mai fermata

La cooperativa sociale L’Ovile affianca da quasi trent’anni uomini e donne che si trovano a vivere situazioni di difficoltà temporanea o permanente perché crede che in ciascuno ci siano abilità che possono esprimersi.

La cooperativa sociale L'Ovile

Lavoro, educazione, accoglienza e inclusione. La piccola comunità fondata nel 1993 da don Daniele Simonazzi è cresciuta, diventando una cooperativa che garantisce occupazione a 360 dipendenti (di cui il 70% con svantaggio sociale riconosciuto) e accoglie in percorsi residenziali e di inclusione più di 860 persone.

“Siamo nati dalle esigenze ma non siamo capaci di stare fermi, innoviamo continuamente” esordisce Massimo Caobelli, coordinatore progetto Semiliberi. Perché la cooperativa è una fucina di progettazioni che mantengono l’essenza delle tre organizzazioni sociali che negli anni sono entrate a far parte dell’Ovile per rafforzarne l’impatto sul territorio. “Siamo capillari, operiamo a Reggio Emilia e in provincia: partiamo dagli Appennini e arriviamo fino alla campagna” racconta Massimo.

Attraverso la casa, la socializzazione e i processi di inclusione la cooperativa affianca bambini, ragazzi, donne e uomini a sviluppare abilità e autonomie individuali. “Disabili fisici e intellettivi, vittime di tratta, persone in uscita dalla dipendenza, richiedenti asilo, detenuti…la cooperativa abbraccia il sociale in tutte le sue forme e per ciascuno propone percorsi di crescita”. Assemblaggio, raccolta differenziata, pulizia. La cooperativa lavora per pubblico e privato creando percorso che abilitano competenze e che offrono spazi di inclusione

Il valore aggiunto dei progetti sociali

“L’Ovile è una cooperativa innovativa e creativa. Non manca il coraggio e nemmeno la paura di fare investimenti. Che poi, sono investimenti positivi perché sani, perché si riesce a stare in equilibrio e ad avere buoni bilanci, dando forma a progetti di valore per le persone e per i clienti” ammette Massimo.

Come ad esempio, Semi liberi, il progetto nato del 2015 all’interno del carcere per creare occupazione lavorativa che, guardando i dati, consente di ridurre la recidiva del 90%. Tirocinio e assunzione. I detenuti che partecipano al percorso formativo e lavorativo passano almeno un anno insieme alla cooperativa nel laboratorio di falegnameria, nell’assemblaggio, nell’agricoltura biologica o nell’apicoltura. “Lavoriamo per aziende e privati. Con il tempo abbiamo capito l’importanza di essere riconoscibili per questo abbiamo scelto di avere alcuni tratti distintivi. Come in agricoltura, non ci basta portare verdura al mercato. Abbiamo iniziato a fare i nostri vasettati con sughi, conserve e spalmabili per lavorare tutto l’anno e raccontare il senso di quello che rappresentiamo” testimonia Massimo.

Con il progetto K-Lab, L’Ovile ha favorito l’incontro della fragilità con il mondo creativo e imprenditoriale.  “L’associazione è nata da una mamma designer che ha trasformato alcune frasi del figlio disabile in oggetti comunicativi. La cooperativa ha creduto in questa idea e ha deciso di portarla avanti”. Si è sviluppato così un percorso di evoluzione e incontro dove design e bellezza si fondono per diventare frasi da indossare, utilizzare, praticare. “L’80% dei prodotti vengono realizzati da noi perché nella boutique facciamo convergere le attività laboratoriali create nelle singole progettualità dell’Ovile. Come i prodotti sartoriali fatti dalle ragazze vittime di tratta o la ceramica o gli oggetti del laboratorio serigrafico che riportano frasi dei nostri ragazzi” riferisce Massimo.

Solo se fatti di luce possiamo spegnere il buiodice un biglietto d’auguri.

Trascrivo sogni recita una matita.

La trasformazione parte dal coraggio di crederci esorta un quadernino. E se il quaderno fosse quello dell’Ovile, questa frase ne sarebbe il titolo.

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Debora Musola - cooperativa Logogenia

"Aiutare è il mestiere più bello del mondo" la storia di Debora

Nella rubrica #Personechefannoladifferenza raccontiamo di Debora Musola, una donna che ha trovato senso nell'accompagnare bambini sordi a comprendere la lingua scritta. Insieme ad altre professioniste ha fondato la cooperativa sociale Logogenia per fare dell'autonomia linguistica un'opportunità

Esiste un potere silenzioso nascosto tra le parole che riempiono la vita. Piccoli elementi funzionali che traducono concetti astratti in azioni concrete… fattori apparentemente semplici e spesso ignorati, capaci però di chiudere le persone in una bolla o di liberarle.

Pronomi, articoli, preposizioni. Forme dei nomi e congiunzioni. Debora non può immaginare che questo è ciò che apprezzerà di più della sua laurea in Lettere perché ancora non sa che la curiosità per la lingua dei segni segnerà il suo futuro.

Cosa ne dici di creare un corso di italiano per bambini sordi? le chiede il suo insegnante di LIS. Debora è entusiasta ma è anche metodica e precisa. Vuole realizzare un corso fatto bene. Inizia a documentarsi: biblioteche, ricerche, manuali… poi incontra “Nicola non vuole le virgole” e quel libro le cambia la vita.

Un metodo nuovo, pensato per accompagnare i bambini sordi a comprendere la lingua scritta. Debora vuole saperne di più della Logogenia. Quando scopre che l’autrice, Bruna Radelli, da città del Messico giunge a Venezia per inaugurare un primo corso, non esita un istante. Prende e va.

Non è solo studio. Debora trova un senso. La professoressa Radelli orienta la sua vita ed insieme ad altre professioniste fondano la cooperativa Logogenia per tradurre l’autonomia linguistica in opportunità di indipendenza, di relazioni sociali, di inclusione lavorativa. Ogni bambino sordo può comprendere come scrivere un messaggio, leggere un libro, un fumetto, le notizie. E così raccontare ciò che sente e vive. Può diventare bilingue conoscendo la lingua LIS e quella italiana. Può diventare un adulto libero.

Giorno dopo giorno, Debora siede a fianco ad un bambino. Alla pari. Solo loro due, il silenzio intorno e un mondo di significati nascosti tra le parole. Penna e quaderno, tranquillità e pazienza. Debora impara a leggere negli occhi dei piccoli e a viaggiare nel loro mondo per sviluppare strategie sempre diverse che rendano il metodo adatto alla storia di ogni bambino.

Logogenia funziona. Gli elementi funzionali nella lingua scritta diventano concreti. Comprensibili. Ci vuole tempo per vedere germogliare i semi piantati ma quando accade Debora riconosce la magia di quella fatica. Il viso dei bambini si illumina, gli occhi brillano come a dire “so farlo” “posso farlo” e un’energia generativa li avvolge accendendo il desiderio di comprendere ancora, ancora e ancora. 

Da oltre 20 anni la cooperativa lavora in tutta Italia insieme ai bambini sordi. Una missione speciale che Debora e le sue collaboratrici amano condividere con i professionisti che si prendono cura dei piccoli perché il metodo di lavoro generi sempre più benefici sul futuro dei bambini.

“Non mi sento una persona che fa qualcosa per qualcuno ma lo faccio con qualcuno. Poter aiutare è il mestiere più bello del mondo…”

Anche se non lo ammetterà mai, Debora è una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? All'interno di questa rubrica puoi leggere anche quella di Mario


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