Scoprire come trovare il proprio posto nel mondo: questo è “Intraprendenti. Storie di chi, nel Terzo Settore, genera futuro”.
Come si riesce davvero a capire quale è il proprio posto nel mondo? Ce lo ha raccontato Arianna nel secondo episodio di "Intraprendenti" insieme al prof. Antonio Fici
Trovare una prospettiva di senso. E' questo il tema centrale dedicato al secondo episodio del podcast “INTRAPRENDENTI. Storie di chi, nel Terzo Settore genera futuro” che prende forma grazie all'esperienza vissuta da Arianna, dipendente della cooperativa Sophia di Roma, e dall’avvocato Antonio Fici, membro del Comitato Scientifico sul Terzo Settore di Cattolica (Gruppo Generali). In questo episodio scopriamo la qualità lavorativa del mondo non profit e come esso può offrire soddisfazioni personali.
La storia di Arianna
Quanti giovani nel corso del loro percorso di studi faticano a identificare con chiarezza il posto che vogliono occupare nel mondo? Anche Arianna si è sentita “fuori posto” in un sistema che richiede efficienza, velocità, profitto in cambio di beni materiali che dovrebbero garantire la felicità. Poi però ha trovato il sorriso nella cooperativa Sophia di Roma, dove ha potuto valorizzare il proprio talento e occuparsi dei tanti bisogni che il fenomeno dell’immigrazione porta con sé.
Soddisfazione personale, dunque, ma anche qualità del lavoro perché, come evidenza Antonio Fici, è nel dna stesso delle imprese sociali la sensibilità verso chi presta il proprio impegno: il lavoratore non è mero strumento per ottenere profitto, ma una risorsa da valorizzare e coinvolgere. Ne è esempio la sperimentazione dello smartworking ben prima dell’emergenza Covid, sintomo di un’attenzione e innovazione inaspettata nel mondo del Terzo Settore.
Un modo diverso di intendere il lavoro, che appaga il cuore delle persone e se ne prende cura.
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Il futuro? Per il 71% dei giovani è promettente
Si può davvero parlare di futuro oggi? E di quale futuro? Fondazione Cattolica ha realizzato Escogito l'iniziativa ideata per aiutare i giovani e inviduare nuovi modelli d'azione con cui costruire il futuro professionale
L’OCSE registra il più alto tasso di appiattamento emotivo dei giovani nei confronti della vita. Eppure nonostante la pandemia, la guerra, il tasso di disoccupazione e di disuguaglianza nel Paese i giovani veronesi hanno fiducia nel futuro. Lo ha dichiarato il 71% dei 700 studenti partecipanti a Escogito, l’iniziata ideata da Fondazione Cattolica Verona per immaginare nuovi modelli d’azione con cui affrontare il futuro. All'interno dell'evento, 5 giovani hanno ricevuto il "Premio Giovani di Valore" ideato per testimoniare le scelte di giovani che in Italia hanno dato vita a imprese ad impatto economico sociale.
Un trend che viene confermato dai numeri nazionali. Nonostante L’Oxfam segnali la presenza di giovani Neet al 23,4%, il tasso di abbandono scolastico al 12,7% e il tasso di disoccupazione giovanile al 21,9%, il 70% dei giovani italiani, etichettati come “choosy”, ha invece voglia di cambiare le cose a partire dalla scuola, dalla politica e dell’ambiente.
Un futuro complesso e sfidante, eppure il 43% di loro è consapevole che per cambiare le cose bisogna mettersi in gioco in prima persona anche perché il 78% sogna un futuro soddisfacente in linea con i propri interessi, con le passioni e all’insegna dell’avvio di attività imprenditoriali.
Il Premio Giovani di Valore
Un futuro che prende forma dal desiderio più che dalle aspettative sociali. Dalla voglia di creare ambienti lavorativi stimolati per sé e per la comunità. Lo testimoniano anche i 5 giovani premiati insieme a Jacopo Buffolo, Assessore alle Politiche Giovanili e all'Innovazione del Comune di Verona, alla prima edizione “Premio Giovani di Valore”, il premio ideato da Fondazione Cattolica per riconoscere l’impegno di giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni che, attraverso le loro scelte, hanno:
- Generato benessere in persone, comunità, ambiente
- Innovato sistemi
- Avviato attività imprenditoriali ad alto impatto sociale
- Creato forti comunità territoriali.
Ma chi sono stati i premiati di questa prima edizione?
Giandonato Salvia - fondatore Progetto Tucum
Ci sono due modi per guardare il povero: starne alla larga o prendersene cura. Giandonato sente che la dignità della Persona è qualcosa che va oltre la sua situazione economica. Questo Premio riconosce l’intraprendenza di un giovane che ha scelto di rispondere all’ingiustizia sociale con un uso sapiente di competenze e innovazione. Tucùm è un’invenzione tecnologica che dialoga con le comunità per generare una società più solidale attraverso il modello dell’Economia Sospesa. Giandonato viene premiato perché ha saputo trasformare il suo desiderio di un mondo più equo in realtà.
Teresa Scorza - fondatrice ZeroPerCento
Il lavoro lo si può vivere da dipendenti o da intraprendenti. A Teresa, però, non basta lavorare per lavorare perché sente che ci sono Persone a cui manca l’opportunità di esprimere le proprie capacità. Questo Premio riconosce il coraggio di una giovane che di fronte alle impellenti necessità sociali ha scelto di mettersi in gioco per creare un luogo di formazione, lavoro, comunità. ZeroPerCento è una bottega di quartiere che mette al centro la persona e la sostenibilità attraverso il lavoro di chi è più fragile. Teresa viene premiata perché ha saputo trasformare il suo desiderio di un mondo pieno d’opportunità in un modello d’impresa inclusivo!
Samuele Casartelli e Filippo De Rosa - Casa Legàmi
C’è chi vive una vita intera alla ricerca di sé e chi non ci prova mai. A Samuele e Filippo non bastano le parole, cercano i fatti perché è quando la vita ti fa incontrare l’Altro che riconosci il tuo valore. Questo Premio riconosce lo spirito fraterno con cui un gruppo di giovani ha scelto di fondare una casa per imparare a stare in relazione con tutti e, così facendo, conoscere sé stessi. Casa Legàmi è un luogo vivo che offre amicizia, tempo, sostegno permettendo alle persone di diventare adulti consapevoli e sereni. Samuele e Filippo vengono premiati perché hanno saputo trasformare il desiderio di fraternità in una casa generativa.
Stefano Soardo - fondatore Fucina Machiavelli
Quando dicono che la tua più grande passione non ti permetterà di mantenerti, puoi fare due cose: chiudere i sogni in un cassetto o correre il rischio di provarci. A Stefano però non basta inseguire il suo sogno perché crede che tutti possano vivere facendo ciò che amano di più. Questo Premio riconosce l’intraprendenza di un giovane che ha scelto di scardinare i luoghi comuni e di rendere la cultura un motore aggregativo di crescita per la città. Fucina Machiavelli è un Teatro giovane che attraverso musica e spettacoli fa innamorare dell’arte e di arte fa vivere. Stefano viene premiato perché ha saputo trasformare il suo desiderio di un mondo ricco di cultura in un’impresa coinvolgente.
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Filippo e l’impresa dal cuore dolce che nutre potenzialità
La rubrica Giovani Speranze si arricchisce con la storia di Filippo Mazzocchi, presidente di Sociok, una Srl a vocazione sociale sviluppata dall’esperienza della Cooperativa sociale 180 impegnata nella produzione di cioccolato e nell’inclusione lavorativa di giovani con disabilità.
La pralina al caramello. Tra tutti i cioccolatini, il gusto della pralina al caramello mi conquista. Sai perché? Per il contrasto. Quel mix di dolce e salato che la rende perfetta. Lo stesso mix forte e avvolgente che ho trovato anche nella mia vita…
Arrivo da una famiglia proprietaria di un’azienda agricola. Sono cresciuto innamorandomi della campagna. Per questo per me è stato facile scegliere cosa studiare: Scienze tecnologie agrarie. Ma la verità è che non sempre quel che ami corrisponde a quel che studi, solo che non puoi prevederlo, lo scopri. E io quando l’ho capito sono scappato!
Dentro all’università non usciva la mia creatività. Mi sentivo chiuso all’interno di un percorso già definito, senza alcuna possibilità di spaziare. Faticavo a rimanere concentrato sui libri e mi saliva l’ansia. Un po’ frustrante se l’obiettivo è portare a casa esami, no? Il fatto è che a me non importava collezionare punteggi. Io volevo vivere esperienze!
Sai perché la gente fatica a mollare? Per paura! Del futuro, del fallimento, dell’idea degli altri. Io ho scelto di non spaventarmi, mi sono radicato al mio presente per continuare. Avevo la mia famiglia e i ragazzi che allenavo a pallone. Chi l’avrebbe detto che proprio a bordo di un campo da calcio sarebbe nata la mia occasione!
Pensare che io di cioccolato non ne sapevo nulla, non ne ero ghiotto e non mi ero mai interrogato sulle possibilità di lavoro per chi “diverso”. Ma quando Paolo mi ha parlato di una cooperativa di produzione artigianale di cioccolato con ragazzi autistici, qualcosa in me ha iniziato a scalpitare. C’era tutto da fare… e tutto da imparare!
La verità è che all’inizio l’inserimento lavorativo mi sembrava una difficoltà. Arrivo da un mondo che mastica un linguaggio fatto di limiti e vantaggi. Ma forse il vero limite è non riuscire a guardare con occhi diversi, quello sguardo che invece ci ha salvati. Perché cosa fai quando a Codogno, un mese esatto dopo l’apertura del primo negozio, con affitti e stipendi da pagare, scoppia la pandemia e si chiudono tutte le attività commerciali?
Ti inventi qualcosa con fantasia, creatività e confronto. Il cioccolato è un mondo romantico ma nel mercato non è una novità. Cosa fai per esserci? Come il capitano di una squadra ho iniziato a correre: la palla tra i piedi e un goal da segnare. Perché in quella vittoria per me c’era tutto. Un’impresa dal cuore dolce che nutre le potenzialità.
Ci vuole coraggio, fiducia, determinazione. Non ho mai pensato di vendere cioccolato ma di creare relazioni. Perché il cioccolato è un’esperienza di gusto e di vita. E così da un laboratorio che produceva una barretta siamo diventati Sociok, una Srl a vocazione sociale con 2 negozi, una produzione continuativa, 8 dipendenti e una rete distributiva allargata che insieme a noi trasmette felicità.
L’ho capito a distanza di anni perché l’Università mi stava stretta. Avevo bisogno di reinventarmi ogni giorno, di tessere relazioni, di sognare idee da convertire in progetti insieme a un team. Volevo svegliarmi senza limiti o barriere ed oggi, oggi che faccio l’imprenditore non per portarmi a casa 10mila euro al mese ma per creare valore, sono felice. Sono realizzato!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica Giovani Speranze a partire da Chiara!
L’Impronta: dalle idee ai progetti sostenibili
La storia del Gruppo L’Impronta dimostra che coraggio, intraprendenza e conoscenza della realtà trasformano esperienze volontarie di valorizzazione della Persona, in opportunità di sviluppo di cui beneficiano i singoli, le famiglie e l’intera collettività!
L’impronta nasce come associazione di volontariato negli anni ’90 da un gruppo di giovani amici interessato a creare opportunità per i ragazzi e le persone disabili che vivevano nei quartieri della zona sud di Milano. Alle attività socio-educative ed assistenziali che caratterizzano gli esordi dell’associazione, L’Impronta decide di credere nel lavoro come opportunità di sviluppo di competenze e capacità.
Il Gruppo L'Impronta
Il Gruppo l’Impronta è una Onlus che raggruppa 5 cooperative sociali nate con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo di persone in situazione di svantaggio sociale. Migranti, persone con disabilità cognitiva, adulti over 50 anni in assenza di lavoro e in piccola percentuale anche neet, sono destinatari delle opportunità lavorative ma “si trasformano presto in colleghi del Gruppo su cui fare riferimento per lo svolgimento delle attività” racconta Andrea Foschi responsabile della Comunicazione.
Le cooperative del Gruppo L'Impronta
La prima cooperativa che prende forma è Via Libera che abbina ai servizi di cura e assistenza alle opportunità di lavoro. Si sviluppa così l’esperienza Gustop il ristorante self-service che offre servizi di qualità e catering alle aziende del territorio. “Ci piaceva l’idea di creare una nostra filiera alimentare per questo non ci siamo fermati al ristorante ma abbiamo dato vita anche Gustolab, un laboratorio di panificazione e pasticceria, e ad Agrivis la cooperativa a tutela dell’ambiente e delle persone che coltiva biologico e trasforma i prodotti” continua Andrea.


Produzione, trasformazione e servizio non solo le uniche qualità offerte delle cooperative del Gruppo.
“Ci occupiamo anche di tecnologia e di comunicazione” racconta Andrea. Grazie alla rete sviluppata nel territorio le altre due realtà sono nate per rispondere a esigenze di aziende partner. For-te è un delivery di prodotti elettronici “dallo store al cliente” che vengono consegnati giornalmente da 20 ragazzi con disabilità mentre In-tech forma e avvia al mondo del lavoro giovani con disabilità sui temi del software testing.
Gli elementi caratterizzanti
“Io arrivo da anni di esperienza nel mondo non profit. Però nel Gruppo l’Impronta ho trovato uno spirito che mai avevo visto prima!” ammette Andrea. Innovazione, proattività e accettazione del rischio. “i progetti che vengono avviati mettono in gioco sempre: si cerca di cogliere opportunità creandole, sapendo sempre che devono essere sostenibili” continua Andrea. Un’idea che il presidente Andrea Miotti ha mantenuto sin dai primi passi dell’associazione: mixare competenze, conoscenze e servizi per rafforzare le anime che compongono il gruppo fatto da 250 dipendenti di cui 51 con difficoltà riconosciute.


Agrivis
Di innovazione e complicità è esempio la cooperativa Agrivis, la realtà del Gruppo nata per coltivare prodotti in modo biologico, con qualità e nel rispetto delle persone oltre che del terreno. “Ci abbiamo impiegato 2 anni per poter iniziare a coltivare. Prima bisognava dare tempo al terreno di nutrirsi. Abbiamo assunto un agronomo, giovani migranti e persone con disabilità. All’inizio c’era solo terreno ma questo non ci ha scoraggiati!”. In pochi anni Agrivis si è trasformata: al terreno si è affiancata una cascina che ha permesso di ampliare i servizi con l’housing sociale, il laboratorio di trasformazione dei prodotti e la creazione di servizi formativi per aziende e scuole. “I ragazzi delle cooperative del Gruppo si occupano di progettare e gestire i laboratori. In questo modo non solo offriamo un servizio ma sensibilizziamo: al rispetto delle persone e dell’ambiente!”
I prodotti realizzati sono vendute nelle botteghe di Riabila, una piccola cittadella polifunzionale che offre risposte integrate ai bisogni dei cittadini milanesi: servizi educativi, assistenziali, comunità diurne, botteghe artigianali creano un eco-sistema in cui è bello stare. In cui tutti possono stare!
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Chiara e quella canzone che diceva la verità
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Chiara Bianchi project manager e impiegata nella comunicazione di Cometa, realtà di Como che accoglie più di 1300 tra bambini, ragazzi e adulti e favorisce la formazione per contrastare la dispersione scolastica e accompagna i ragazzi ad entrare nel mondo del lavoro offrendo opportunità concrete.
È andata così: mi hanno affidato un nome comune. Uno di quelli che leggi nei problemi di matematica alle elementari. Se da un lato tutti se lo ricordano, dall’altro tutti rischiano di dimenticarselo. E io ho sempre avuto una gran paura di finire tra i “dimenticati”.
Così ho iniziato ad entrare nel mondo degli altri attraverso l’arte. Raffigurare era per me un modo per conoscere l’altro conoscendo me stessa. Un tratto dopo l’altro e la tela bianca diventava la persona che avevo davanti. Ma poi me ne sono accorta.
C’era un’ombra costante. Io cercavo nel dolore dell’altro di riconoscere il mio. I miei quadri diventavano specchi in cui cercavo un mio riflesso. È il dolore che ci cambierà cantava Lucio Dalla. E io non sapevo che poteva esserci un’altra via.
La sofferenza la porto sotto la pelle, stampata nel mio DNA. È il corredo genetico che ho eredito dalla storia di mio padre, abbandonato, adottato, riconsegnato. Un bambino lasciato solo al suo destino. E forse per questo avevo deciso di non far accedere nessuno dentro di me.
Mi sono detta Studia filosofia, con le domande giuste troverai un modo nuovo per guardarti! E sai come è finita? Tante domande nessuna risposta. Poi un giorno ho incontrato un ragazzo che stava costruendo orfanotrofi ad Aleppo e dentro di me si è aperta una voragine…
Sai quelle emozioni che fanno male perché ti stanno portando a volerti più bene? Ecco io non ero pronta. Ho ricacciato dentro tutto. Ho viaggiato e lavorato ma quella sensazione non mi si toglieva di dosso. Allora gli ho scritto “Come faccio a fare il lavoro che fai tu?”. Il tempo di dirmelo ed ero iscritta al Master Relazioni d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione nazionale e internazionale.
Alla fine non sono volata dall’altra parte del globo. Sono solo migrata di qualche chilometro ma a vedere come funzionano le cose qui in Cometa sembra di stare in un altro mondo! Immagina una casa grande e bella. E curata. E ordinata. E pulita. Immagina un posto che accoglie tutti dai piccoli senza genitori ai ragazzi che lottano contro il mondo. Un posto che con la mia famiglia aveva una storia in comune...
Qui non vince il dolore ma la rinascita. Adozione, affido, educazione sono una vittoria e non una sconfitta: e questo mi ha dato speranza. La Bellezza che pervade tutto e circonda i giardini, le stanze delle case, della scuola, delle botteghe artigianali fa comprendere un messaggio universale: questa meraviglia è anche per te perché chiunque tu sia sei prezioso e vali.
Quanto ci ho impiegato per capirlo? Beh un po’. Perché è facile vedere il Bello ma sentire di meritarsi questa Bellezza è un’altra storia. E sai quando me ne sono accorta? Ero alla fine di una giornata tostissima, una di quelle che corri e corri. Sono entrata in panetteria e uno dei ragazzi disabili mi ha sorriso e mi ha detto “Ciao, Chiara!”. Tra tanti volti lui mi aveva riconosciuta.
Ci ho messo anni per capirlo ma finalmente so come mai Lucio termina la canzone cantando è l’amore che ci salverà!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere la rubrica #Giovanisperanze partendo da Claudio!
L’impresa sociale è cosa per giovani?
Lavoro, crescita, sviluppo e felicità. Il 27 maggio durante il Festival Generativo tenutosi alla Stazione Rulli Frulli di Finale Emilia, 5 imprenditori sociali hanno raccontato agli studenti delle scuole superiori il senso dell’impresa sociale.
Cosa serve per intraprendere nel sociale? Idee, strumenti e modelli. Ma per far rinascere territori e persone servono anche occasioni di incontro per condividere pratiche ed ispirare buone azioni. “Quando ero un ragazzo mai avrei immaginato che un giorno sarei stato qui, in questa Stazione a presentarvi questi imprenditori che hanno scelto di creare occasioni di meraviglia per le persone. Mi auguro che oggi ve ne andiate da qui con uno zaino arricchito!” ha introdotto Federico Alberghini, Presidente della Stazione Rulli Frulli.

Laura Solieri, giornalista ho moderato la tavola rotonda in cui Alessandra Tore, Direttrice Muma Hostel e EcoIstituto mediterraneo (CA), Mauro Fanchini, Direttore coop. Sociale Il Ponte (NO), Alessandro Menegatti, Presidente coop. Sociale Work&Services (FE), Valerio Tomaselli, Presidente coop. Sociale Amici di Gigi e Marco Ottocento, Presidente coop. Sociale Vale un sogno hanno raccontato ai ragazzi cosa significa fare impresa sociale oggi!
1. Quale significato date al “fare impresa sociale”?
“Dare gambe e anime alle idee” racconta Alessandra che riconosce l’importanza di fare business prendendosi cura delle persone e dei territori. Per farlo “è importante riconoscere i dati, avere trasparenza nell’operatività e diventare sostenibili” continua Mauro perché quando ci si trova immersi in una società che produce scarti abbiamo sempre due scelte: chiudere gli occhi o accettare la sfida e “trasformare le comunità, le imprese, le famiglie in luoghi accoglienti che abbracciano le fragilità altrui senza vederle come limite ma come input per farci cambiare la nostra parte di mondo” ammette Marco.
2. Cosa aiuta a far crescere progetti sociali?
Valerio “Io credo che il primo vero passaggio sia imparare a riconoscere i propri desideri. Quando sei ragazzo senti dentro di te un grido. A volte si cresce scordandosi di quel desiderio che voleva essere ascoltato, altre volte lo si ascolta e lì si inizia il vero viaggio!”. Un viaggio fatto di incontri, alleanze e pensieri condivisi. “La fiducia è il primo metodo di conoscenza e di rapporto che intessiamo con la realtà e da questa bisogna partire” continua Alessandro. “Avere fiducia consente di costruire relazioni e di dare forma alle comunità. Chi lavora nel sociale riconosce una forma di Bene che è superiore e che consente di condividere la propria missione con gli altri” riporta Marco. Ed è all’interno di questa relazione che si “impara ad avere un linguaggio comune” continua Mauro, un linguaggio che Alessandra traduce in “un modo di sentire, fare, agire che diventa di rete, comunitario, creato dai più perché raggiunga più destinatari”.
3. Come si trovano compagni di viaggio?
“Uscendo dai propri confini. In cooperativa abbiamo una frase che dice: Se si sogna da soli rimane un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia. All’inizio non sono gli altri a venire in cerca di te o delle tue idee: sei tu che le devi portare loro” racconta Mauro. “Lavorando con i ragazzi mi sono reso conto che il vero bisogno del nostro tempo è essere amati. Ed è un bisogno comune a tutti anche se vogliamo nasconderlo” riflette Valerio. E quando ci si mette in cerca si scopre che spesso i bisogni degli altri sono anche i propri. “Io credo nel ruolo dei maestri: persone che non ti insegnano ma ti fanno vedere come si fa. Come guardare, ascoltare, accompagnare le persone. Sono azioni che parlano alla mente e al cuore e orientano l’agire” ammette Alessandro che invita i ragazzi ad uscire, a ricercare uomini e donne da cui lasciarsi ispirare.

Dalla tavola rotonda emerge il ruolo di un’impresa sociale giovane e frizzante che non si sofferma su ciò che manca ma che fa con quello che c’è a disposizione. Reti comunitarie che si attivano, progetti di agricoltura sociale che riqualificano il territorio e danno valore alle persone, iniziative di inclusione lavorativa che danno opportunità anche a chi mai avrebbe pensato di poter dire “io lavoro!”, attività culturali che recuperano le tradizioni trasformandole in attività commerciali che trasmettono valori creando occasioni.
Ma l’impresa sociale è cosa per i giovani? “Io avevo 16 anni quando ho capito che nella vita avrei fatto questo. Perché questi sono gli anni in cui riconosci cosa bisogna cambiare e ti attivi per farlo davvero!” conclude Valerio Tomaselli.
“Intraprendere nel sociale” al Festival Generativo
Idee, strumenti e modelli per sviluppare l’impresa sociale che promuove opportunità per persone, territori ed economia. Il 27 maggio a Finale Emilia il Festival Generativo ospita una tavola rotonda per condividere buone pratiche ed ispirare nuove azioni.
Un lavoro di restaurazione lungo un anno, un desiderio coltivato da molto di più! L’ex auto-stazione degli autobus di Finale Emilia, dal 2021 diventata La Stazione Rulli Frulli, inaugura il 21 maggio il Polo Multifunzionale per l’inclusione lavorativa di persone con disabilità e per l’aggregazione giovanile di qualità. Un luogo pensato per accogliere ed armonizzare la diversità, privo di barriere fisiche, relazionali e culturali. Un’impresa sociale in grado di radicarsi sul territorio a beneficio di tutta la comunità, catalizzando attenzione, entusiasmo, risorse, energie. Un punto da cui partire per costruire una rete sociale allargata, che coinvolga tutta la comunità nel supportare le persone con disabilità e le loro famiglie. Uno spazio in perenne divenire, pronto ad accogliere nuove spinte creative ed impulsi generativi.
Il Festival Generativo
La Stazione Rulli Frulli è uno spazio che vive in assenza di confini o aggettivi possessivi, uno spazio per tutti e di tutti. Per questo l’inaugurazione della Stazione non poteva durare un solo giorno ma ben una settimana intera. Ospite anticipato alla data di apertura è Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica farà visita alla Stazione Rulli Frulli il 20 maggio. Dal 21 al 28 le porte della Stazione aprono ufficialmente per ospitare eventi, incontri, laboratori, concerti e rappresentazioni.
Adulti e bambini possono prendere parte a tutti gli appuntamenti presenti in programma
Intraprendere nel sociale
Venerdì 27 maggio alle ore 10.00 La Stazione Rulli Frulli ospita un incontro per parlare di imprenditoria sociale: idee, strumenti e modelli per la rinascita di territori e di persone. L'evento è promosso insieme a Fondazione CattolicaVerona. Parteciperanno imprenditori sociali facenti parte della rete informale #Contagiamoci, la rete curata da Fondazione Cattolica che riunisce persone motivate a creare opportunità di benessere e sviluppo per rispondere ai bisogni sociali del nostro tempo.
Dalla Sardegna al Piemonte, dal Veneto all’Emilia Romagna. Daranno testimonianza di buone pratiche:
- Alessandra Tore, Direttore Eco Istituto Mediterraneo e Muma Hostel (CA) realtà impegnata nella promozione di un turismo sostenibile e della tutela ambientale
- Mauro Fanchini, Direttore Cooperativa Sociale Il Ponte (NO) realtà impegnata nell’inserimento lavorativo di persone con disabilità e giovani fragili
- Alessandro Menegatti, Presidente Work & Services (FE) realtà impegnata nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate e nella valorizzazione territoriale
- Marco Ottocento, Presidente Cooperativa Sociale Vale un Sogno (VR) realtà impegnata nello sviluppo di progetti di vita per giovani con disabilità intellettiva
- Valerio Tomaselli, Presidente Cooperativa Amici di Gigi e Direttore Commerciale Belforte (FC) realtà impegnata nell’accompagnamento di minori in difficoltà e nell’inserimento lavorativo di giovani con disabilità
La partecipazione è libera e gratuita.
Vuoi saperne di più su La Stazione Rulli Frulli? Puoi partire leggendo la loro storia!
Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero...
La rubrica “Giovani Speranze” si arricchisce con la storia di Claudio Vitale, 27enne, responsabile organizzativo e del personale di Una casa anche per te, che nella vita ha deciso di prendere alla lettera l’invito di Papa Giovanni Paolo II “Giovani, prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!”
Da bambino mi vedevo in giacca e cravatta. Sognavo di diventare un manager. Chissà poi cosa mi immaginavo facesse un manager. Mi piaceva l’idea di essere elegante, di scendere dalla mia nuova e scintillante macchinona, di avere un ufficio galattico. E invece…
Eccomi qui con carte da visionare, conti da controllare, progetti da creare. Con le scarpe comode e l’agenda stracolma di appuntamenti perché per ogni bambino e ragazzo che vive in casa d’accoglienza si moltiplicano bisogni, impegni e appuntamenti. Quindi corro!
Non è stata una scelta facile. Perché non è facile farsi scivolare addosso le aspettative sociali. Guadagnare bene, essere figo, avere successo, diventare importante…ma importante per chi? Quando giro la sedia della scrivania e vedo il disegno che mi ha fatto Luisa comprendo. “Ti voglio bene, per sempre!” mi ha scritto. Lei che è solo una bambina ma sa già cosa conta davvero!
Il tempo, la presenza, il fare con e per gli altri. Una casa anche per te è un micro-cosmo. Un po’ perché i ragazzi sono italiani ma anche africani e arabi. Un po’ perché ci sono più culture, religioni, usanze. Un po’ perché i più piccoli vanno elementari e i più grandi sono poco più che maggiorenni.
Arrivano dai barconi o dalla tratta dei Balcani. Da soli. Arrivano dai tribunali che li hanno allontanati dalle famiglie d’origine italiane per proteggerli. Hanno fame di riscatto, di dare aiuto, di diventare qualcuno. E io penso alla frase di Papa Giovanni Prendi in mano la tua vita e fanne un capolavoro…
L’ho capito dopo 3 anni di Economia che non mi basta la sterilità dei numeri. Io avevo bisogno di stare con le persone. Di creare per dare futuro. Da volontario ho imparato che quando dai cresci sempre insieme all’altro. Così mi sono lanciato negli studi di cooperazione internazionale. Volevo partire ma poi…
È la vita che ti chiama! A me ha bussato la porta e mi ha fatto conoscere questa realtà. Che è una casa di accoglienza ma anche un luogo di crescita e di lavoro per i ragazzi. Qui ho sentito che c’era tutto il mondo di cui avevo bisogno e che io sarei potuto essere un pezzo di mondo per loro. Così mi sono fermato.
Solo geograficamente però! Perché ogni giorno è una nuova avventura! Imparo, progetto, metto in gioco me stesso perché la vita dei minori che incontro si trasformi in un capolavoro. Sai quando ti chiedono “Che lavoro fai?”. Ecco, bene bene non so cosa dovrei scrivere nel mio cv. Ma sai quale è la verità?
Per ora non mi importa…
Sono nel luogo giusto che mi chiede di essere Claudio prima di tutto!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere le esperienze di Giovani Speranze a partire da Arianna
Arianna, 26 anni e la domanda che le ha cambiato la vita
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Arianna, giovane impegnata nella comunicazione della cooperativa Sophia di Roma, da sempre alla ricerca di ciò che può far fare la differenza alle persone.
La casa con il giardino. Io sono una ragazza che sogna la casa con il giardino. Ma attenzione: non intendo quella classica da ultimo urlo per le riviste d’arredo! Me ne piace un altro tipo e per capirlo c’è voluto del tempo…
Sai cosa succede quando a scuola te la cavi bene? Puoi fare tutto. Io ho sempre voluto capire il mondo e le persone. I miei mi hanno detto Fai il meglio che puoi e così mi sono iscritta: Economia e Marketing. Ti stai chiedendo perché? Me lo sono chiesta molte volte anche io.
Io ci stavo stretta. Sentivo che non era il mio ambiente perché mi sembrava tutto improntato al successo, all’efficienza, alla velocità. Così ho deciso di lasciare. Ma poi è arrivato “il senso del dovere”, il “quando inizi le cose le devi portare a termine”, il “non puoi fallire!”.
Ci stavo e non ci stavo, vivevo senza crederci e mi è cresciuta lentamente la sensazione di cadere nel vuoto. Così ho preso un aereo e sono volata in triennale a Dublino. E finita la magistrale in un mese mi sono trasferita a Parigi per lavoro. Mi serviva, certo ma per cosa?
Forse per crescere. E per farmi appassionare ancor di più delle persone. All’estero conosci storie incredibili e io volevo entrare nella profondità di ognuno. Però ho anche capito una cosa: avevo un irrisolto. Lavoravo nel mercato del design per il lusso. Amavo il mio lavoro: studiare le persone e per loro trovare le soluzioni perfette. Eppure…
Quella sensazione di vuoto non spariva. Mi sembrava di perdere il mio tempo. Così quando mi è capitata tra le mani la domanda immagina di essere morto, cosa lasci? mi sono sentita spiazzata. Cosa lascio? Ero diventata una dipendente, come quelle che vedevo in metro al mattino da studentessa e dentro di me dicevo “No, io non voglio diventare così. Io voglio osare!”
Ma osare per diventare chi? Mi sono presa del tempo, sono tornata a Roma, mi hanno detto “Chiama Federica, lei ti aiuterà a capire”. E lo ha fatto. Sono entrata nell’impresa sociale Sophia solo per vedere. Al tema “migrazioni” ero sensibile tanto quanto tutti coloro che dicono sì all’accoglienza e all’aiuto, niente di più. Mica sapevo di Sophia, del lavoro di sensibilizzazione svolto nelle scuole italiane e africane, dei progetti di formazione e integrazione lavoro…
L’aria diversa l’ho percepita subito. Mi sono sentita libera, serena, appagata. Mi sono sentita di poter essere me stessa. Così di guardare e basta non ne sono state capace. Ho iniziato a scrivere progetti con i ragazzi e poi post, articoli, news.
I ragazzi mi hanno insegnato che c’è un modo diverso di vivere il lavoro. Di fare e di essere. Mi ci è voluto tempo per capirlo. Ma adesso so che il giardino della mia casa non è quello delle copertine. È quello affollato e pieno di gente con cui si costruisce il futuro!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica #giovanisperanze a partire da Christian
Rivela: la cultura che crea comunità educanti
50 mostre itineranti realizzate a tema storico, artistico e sociale. L’associazione veronese Rivela opera in 3 regioni Italiane e 50 Località con una media di 20 mila visitatori a mostra. Grazie alla collaborazione con scuole, enti e cittadini, Rivela valorizza il significato dell’arte: lasciare che la bellezza esposta tocchi l’anima delle persone e le trasformi.
All’inizio degli anni 2000 alcuni amici si dilettavano ad organizzare mostre nella sagra di paese. “Siamo partiti da contesti semplici – racconta Ermanno Benetti presidente dell’associazione – e abbiamo compreso che coinvolgendo altre località avremmo potuto rendere più efficace la diffusione delle mostre. Così abbiamo provato!”. Bastano poche parole e nel 2003 Rivela realizza la sua prima mostra dedicata alla storia dei martiri in Messico in 9 parrocchie veronesi.
“La voce si è sparsa facilmente e alla fine del primo anno avevamo 24 richieste di collaborazioni. A quel punto ci siamo detti: facciamo più di una mostra!” e in pochi anni Rivela è diventata un riferimento culturale in città e fuori regione.
L'associazione Rivela
Rivela viene fondata nel 2002 con la finalità di realizzare mostre itineranti a tema storico, artistico e sociale per valorizzare il significato culturale e religioso delle manifestazioni locali. Quindici persone, tutte volontarie, opera all’interno dell’organizzazione offrendo le proprie competenze professionali utili alla realizzazione di una mostra. Possono essere mostre noleggiate, perlopiù mostre artistiche con un itinerario espositivo stabilito, oppure mostre progettate ed organizzate dall’associazione in base a bisogni e alle richieste dirette.
L’associazione è caratterizzata da una forma di carità. “Siamo tutte persone con ruoli sociali diversi: professori, dipendenti, liberi professionisti e casalinghe. Ma siamo tutti accumunati dal desiderio di trasferire gratuitamente la bellezza che c’è”.


L'obiettivo dell'associazione
Fin dai primi pannelli esposti, Rivela ha manifestato un ruolo educativo nel trasmettere cultura. Non ci sono lezioni accademiche che spiegano dipinti, ritratti e tele, bensì lo stupore dell’esperienza umana che attraverso una rappresentazione si sente toccata nella propria intimità. “Crediamo che l’arte, la bellezza e la cultura riferite all’esperienza cristiana contribuiscano al benessere delle persone e in questi anni abbiamo avuto il piacere di vedere questo nostro pensiero trasformarsi in realtà - testimonia Ermanno -. Persone che magari non avevano attrazione né per l’arte né per la cultura, conoscendoci hanno scoperto quanto sia importante per la propria vita. Scoprono quello che ci sta sotto, guardano con occhi diversi. Abbiamo visto fiorire le persone ed è una prova del nostro messaggio”.
Il coinvolgimento territoriale di Rivela
Per Rivela la mostra è uno strumento per testimoniare il bene, quel bene che favorisce tutti e per farlo la mostra deve essere innanzitutto incontro. Per questo l’associazione collabora con enti, parrocchie, musei, comuni per favorire la crescita delle persone: noleggia o organizza la mostra, offre un supporto pubblicitario e negli anni ha formato oltre 800 volontari e 350 guide. “Crediamo nella formazione esperienziale delle guide. Per prime sperimentano il percorso della mostra, scoprono l’importanza del fare esperienza di quel qualcosa di più che si sente, si vive, di fronte all’arte. Loro diventano i più preziosi testimoni perché trasmettono ciò che hanno vissuto”.
L’associazione lavora a stretto contatto con il territorio organizzando laboratori didatti che coinvolgono 2 mila studenti l’anno, concorsi scolastici e mostre per il sociale.

La rete scolastica di Rivela
Rivela collabora con le scuole del territorio in progetti di PCTO (alternanza scuola lavoro) che coinvolgono gli studenti nelle attività di studio delle mostre e di guida per i visitatori. Un’iniziativa che solo per l’ultima mostra “Il mio inferno. Dante profeta di speranza”, attiva fino al 29 maggio presso I Bastioni delle Maddalene, ha coinvolto 10 istituti scolastici e più di un centinaio di studenti.
“Per il futuro? Vorremmo trovare uno spazio in cui creare una collaborazione stabile con i ragazzi. Con la mostra su Dante è stato quanto mai evidente come i ragazzi, attraverso l’esperienza letteraria, abbiano guardato la loro vita attraverso una lente nuova. Tutto questo ci porta a voler proseguire!”
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