Rebecca e il coraggio di restare
Volevo solo fuggire. Lontano da qua.
Perché a quindici anni sapevo distinguere un fuoco d’artificio da uno sparo e il rischio di non diventare adulti per colpa di un proiettile vagante è un pericolo reale.
Ti sembra normale?
Per proteggermi ho iniziato a mentire. A dire che abitavo in un altro posto perché mi vergognavo del pregiudizio che mi cadeva addosso quando dalla mia bocca usciva “Rione Sanità”. La paura si prendeva le persone e mi teneva a distanza dagli altri. Ma sai cosa succede a forza di mentire?
Ti prosciughi. E la sensazione di essere sbagliata ti logora un giorno per volta.
Ero nata nel posto sbagliato, non avevo il fisico giusto, non potevo permettermi le cose di tutti. In me, insomma, non andava niente. Soffocavo il dolore nella pancia. Fino a quando mi sono chiusa in camera, circondata dal buio di giorni inconsistenti, con la voglia di chiudere gli occhi e non svegliarmi più.
Ma poi la porta si è aperta. Volevo diventare maggiorenne e fuggire lontano, trasferirmi a Firenze per ricominciare. Per crearmi un futuro lontano da una città dove il futuro non è pensabile.
Però i sogni costano e certi sono troppo cari per una famiglia numerosa con una sola entrata. Allora mi sono cercata un lavoro. E così sono rinata.
Ho iniziato il Servizio Civile alla Paranza perché era dietro casa, dico la verità. Andavo a scuola, poi con il mio zaino arrivavo in cooperativa. E sai cosa? Lì si interessavano a me, il mio dolore non lo dovevo nascondere. I miei limiti neppure. Sembrava una magia ma lì andavo bene così come ero.
Mi sentivo al sicuro e protetta. Piano piano ho abbattuto le mie insicurezze e le barriere che mi impedivano di volermi bene. Ho iniziato ad essere me stessa perché mi hanno formata a riconoscere la bellezza e quando impari a vederla, a sentirla, ne diventi portatore a tua volta! E tutto cambia.
Al mio primo tour guidato avevo 18 anni e con la pandemia in corso c’era solo una persona. È stato bellissimo! Ho capito che le mie parole avevano un potere trasformativo, che raccontando potevo ispirare e accendere la speranza negli altri. Mi sono sentita dentro a un cambiamento e di questa storia ho voluto esserne parte.
Così ho scelto di non partire. A volte serve più coraggio per restare che per andare. Ma alla fine, ne vale la pena.
Oggi sono una guida. E sono felice. Accompagno alle catacombe, allo Jago Museum, alla Chiesa Blu e alla Santa Maria della Sanità. Guido i visitatori a percepire la meraviglia, li porto nel mio mondo, nel mio Rione per testimoniare che c’è sempre una via per costruire futuro, che c’è bellezza, che il valore siamo noi.
La sera mi addormento toccando il cuscino. Non ho più paura, anzi ho voglia di generare sempre di più. Per questo insieme a un gruppo di amici stiamo aprendo una nuova cooperativa, La Sorte. E pensare che odiavo questa periferia. Oggi invece non potrei vivere senza.
Ti è piaciuta la storia di Rebecca? Puoi leggere quella di altre Giovani Speranze a partire da Nadia!
L’amore e l’arte: variazioni sul tema
L'amore e l'arte: variazioni sul tema. Questa è la settimana di San Valentino, tradizionalmente vocata a celebrare l’amore. Per questo vogliamo parlare di un’organizzazione non profit nata per valorizzare la storia d’amore più famosa di tutti i tempi e stimolare le emozioni attraverso grandi opere d’arte che raffigurano questo sentimento.
E visto che la nostra rubrica, Sguardi Inclusivi, si basa sull’idea di scoprire nuovi punti di vista sulla realtà, scopriremo come la forza creativa espressa da un singolo artista sia in grado di parlare a tutti. Perché? Perché l’arte ha il potere di indagare le profondità dell’uomo, delle sue emozioni e non c’è nulla di più universale e inclusivo dell’amore.
L’amore e il Terzo Settore
Tre indizi formano una prova:
- Si parla d’amore
- la nostra Fondazione ha sede a Verona
- Verona è la città dov’è ambientata la storia di Romeo e Giulietta
… e anche il Terzo Settore veronese ha i suoi campioni sul tema dell’amore: il Club di Giulietta.
Associazione culturale senza scopo di lucro nata negli anni ’70 dalla mente di Giulio Tamassia e un gruppo di artisti e intellettuali accomunati dalla passione per la leggenda di Romeo e Giulietta, il Club di Giulietta, ora guidato dalla figlia Giovanna, ha ideato negli anni varie iniziative legate all’eroina shakespeariana e al tema dell’amore.
La più nota è la Posta di Giulietta. Una tradizione nata negli anni Trenta, quando il custode della Tomba di Giulietta iniziò a raccogliere e a rispondere agli scritti amorosi che i turisti lasciavano sul monumento in cerca di un consiglio. Oggi moltissime persone da tutto il mondo scrivono alla romantica eroina confidando le proprie gioie ma anche i patimenti amorosi. Un gruppo di volontarie dell’associazione si occupa di tradurre e rispondere nel nome di Giulietta ad ogni lettera ricevuta. Ognuno di queste viene poi conservata nell’archivio del Club, che ad oggi custodisce migliaia di storie d’amore.
Da oltre trent’anni il premio “Cara Giulietta", destinato alle più belle lettere ricevute dall’associazione, celebra questo straordinario fenomeno epistolare, unico e suggestivo. Nei nostri tempi, caratterizzati dalla distanza dei rapporti sociali, dall’assenza nell’onnipresenza dei social, il premio valorizza quel gesto umano che travalica i secoli che è lo scrivere, trasporre i fremiti del cuore in parole.
L’Associazione nel 1996 ha costituito anche al premio letterario internazionale “Scrivere per Amore”. Un premio giunto alla sua 27° edizione, dedicato alle opere di narrativa, pubblicate in lingua italiana, anche straniere, sul tema dell’amore. "Scrivere per Amore" si configura come un vero e proprio festival letterario, articolato in quattro giorni di incontri e dialoghi con gli autori nella città di Verona.
Giulietta è da sempre la madrina degli amori imperfetti, contrastati, a distanza, totalizzanti, ma anche di quelli felici e corrisposti. Per questo ogni anno migliaia di visitatori si recano nei luoghi della città legati alla storia degli amanti di Verona. Il Club di Giulietta ha avuto il merito di dare vita al mito e sostenere il valore simbolico dello scrivere per amore.
L’amore e l’arte: variazioni sul tema. Le opere d’arte consigliate dalla rubrica Sguardi Inclusivi
Il Bacio di Francesco Hayez (1859)

Il Bacio di Francesco Hayez è uno dei manifesti dell’arte romantica italiana ed emblema della passione amorosa. E' un dipinto di epoca risorgimentale. Gli abiti delle figure infatti richiamano simbolicamente i colori della bandiera francese, in quegli anni paese alleato dell’Italia nel contrastare il dominio austriaco,
Ritrae una fanciulla che abbraccia un ragazzo. Lui le prende il viso tra le mani e si scambiano un bacio appassionato che però sancisce un addio. Il giovane infatti sta per andarsene, come suggerisce il piede sinistro già poggiato sullo scalino e pronto a far uscire il personaggio di scena. Sul fondo poi c’è un’ombra, che carica di tensione l’atmosfera di questo romantico addio.
Di questa opera di Hayez esistono più versioni. Da sempre gode di grande popolarità ed è stata spesso utilizzata per rappresentare gli amanti di Verona, Romeo e Giulietta.
L'edera di Tranquillo Cremona (1878)

Il dipinto realizzato da Tranquillo Cremona, appartenente all’ambiente della Scapigliatura, ritrae un giovane che tenta di trattenere a sé una ragazza. Sul viso di lei però non compare il medesimo trasporto. Chissà se ricambierà l’abbraccio, se la sua ritrosia è preludio di un addio o una semplice pausa prima di abbandonarsi tra le braccia dell’amante.
Ciò che affascina di questo quadro, che ingentilisce la raffigurazione della realtà con pennellate vaporose e sfumate, è l’edera che fa capolino sul lato destro in primissimo piano. L’edera è simbolo della passione amorosa, del desiderio che avvinghia gli amanti, proprio come la pianta che fa dell’abbraccio il suo movimento vitale.
Gli Amanti Blu di Marc Chagall (1914)

Gli Amanti Blu è un dipinto di Marc Chagall, pittore russo di origine ebrea, della corrente artistica cosiddetta Scuola di Parigi.
Gran parte della produzione di questo artista è legata al suo mondo interiore. Il tema della famiglia, dell’amore coniugale, la nostalgia per il paese natale e la sua vita contadina, la tradizione ebraica.
In quest’opera il pittore ritrae sé stesso e la moglie Bella, nell’istante che precede un bacio.
L’amore è sempre stato per Chagall una fonte di ispirazione ma soprattutto una forza generatrice. Nella sua biografia, infatti, scriveva: “Nella vita, proprio come nella tavolozza del pittore, non c’è che un solo colore capace di dare significato alla vita e all’arte: il colore dell’amore”.
L’atmosfera del quadro, immerso in un mare di blu, è onirica e contemplativa. Gli occhi dell’artista sono chiusi, come per concentrarsi sull’intensità dell’emozione. Il suo capo è cinto da una corona d’alloro, quella dei poeti, dei condottieri, dei vincitori in epoca classica. E in quel momento probabilmente Chagall si sentiva proprio così. Cantore del sentimento più forte che l’uomo sappia provare, ma soprattutto si sentiva amato e dunque vincitore.
Diego nella mia mente di Frida Kahlo (1943)

Le opere di Frida Kahlo sono sempre fortemente autobiografiche. Spesso erano come specchi in cui l’artista rappresentava simbolicamente il proprio mondo interiore, per fermare un istante emotivo o forse anche come strumento terapeutico di autoanalisi.
Diego Rivera, l’uomo ritratto al centro della sua fronte, era suo marito, un pittore molto famoso e le era tremendamente infedele. Il loro amore, turbolento, costellato anche di ripetute separazioni, durò però per tutta la vita e fu intenso e travolgente per entrambi. Un legame che non si è mai infranto e li ha sempre tenuti uniti. Proprio come la rete di linee intricate che parte dal capo dell’artista, a simboleggiare forse questo attaccamento inestinguibile e pervasivo nei confronti del marito.
E tu, in quale di queste opere di senti più rappresentato?
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Volontariato d’impresa? Ecco perchè e come puntarci!
In Italia, secondo un’indagine condotta da Osservatorio Socialis, dopo il 2020, il 96% delle imprese ha investito in attività filantropiche di Corporate Sociale Responsability (CSR) attraverso iniziative che hanno favorito un miglioramento reputazionale, l’aumento della soddisfazione da parte dei dipendenti e rinvigorito il senso d’appartenenza. Nell’ultimo decennio le iniziative di CSR mantengono un investimento finanziario in costante crescita e il 26% delle aziende dichiara di impegnarsi in attività di volontariato aziendale all’interno del contesto imprenditoriale, con donazioni sul territorio e in casi più limitati anche all’estero.
Le forme di volontariato d'impresa
Il volontariato d’impresa è una forma di supporto incoraggiata dall’azienda per organizzare attività di partecipazione del proprio personale alla vita della comunità locale, supportando organizzazioni non profit durante l’orario di lavoro. Secondo la normativa l’azienda può adottare molteplici le formule:
- Volontariato aziendale: durante l’orario lavorativo i dipendenti si dedicano ad attività di servizio a beneficio di un’organizzazione
- Community Days: iniziative di volontariato della durata di uno o più giorni in cui è coinvolta l’intera azienda
- Team Grant: erogazioni da parte dell’azienda a fronte di un lavoro di volontariato realizzato da un team di dipendenti
- Servizi pro bono: concessione gratuita di servizi o di specifiche competenze professionali al servizio di coloro che non sono in grado di affrontarne il costo
- Programmi di leadership:offerti a manager, dirigenti, membri del CdA, per supportare per un periodo di tempo variabile un’organizzazione non profit
- Volontariato di competenza: si fa riferimento a molteplici forme di impegno solidaristiche attraverso le quali i dipendenti delle aziende (dai dirigenti apicali agli impiegati esecutivi, passando per le figure intermedie nella piramide organizzativa) mettono le proprie capacità professionali al servizio della comunità, principalmente durante l’orario di lavoro, perciò con l’autorizzazione dei propri capi.
I vantaggi del volontariato d’impresa
Il volontariato d’impresa registra un vantaggio tangibile per le aziende in merito alla reputazione dell’immagine aziendale. Le imprese intervistate da un’indagine Bocconi nel 2021, hanno constatato:
- aumento della motivazione del personale;
- miglioramento del clima interno;
- sviluppo di maggiori opportunità sul mercato con una migliore fidelizzazione della clientela.
I vantaggi non si esauriscono però alle aziende perché anche gli enti del Terzo Settore registrano:
- miglioramenti nella promozione della propria mission
- maggiore estensione di destinatari dei servizi
- acquisizione di maggiori competenze
- miglioramento nella ricezione di contributi economici e maggiore visibilità.
Ciononostante, le organizzazioni sociali hanno dichiarato il forte rischio di rendere il volontariato d’impresa un mero strumento di appannaggio. Il fine di queste operazioni spesso si trasforma in una strumentalizzazione volta ad accrescere l’appeal presso i consumatori senza un reale investimento nelle politiche di sostenibilità. E’ possibile allora promuovere azioni realmente sostenibili con un impatto di lungo periodo?
Progettazioni condivise per nuove forme di volontariato
L’esperienza maturata negli anni da Fondazione Cattolica, in contatto con imprese ma al tempo stesso con una rete di enti del Terzo Settore, permette di individuare una strada nella progettazione condivisa. Il volontariato di competenza, tra le formule di volontariato d’impresa in ascensa e fiscalmente deducibile, si dimostra un valido strumento per creare una connessione tra il mondo aziendale e il non profit se agito all’interno di un percorso di reciprocità. A tal punto, la Fondazione agisce per favorire la connessione tra mondi mettendo in relazione organizzazioni con obiettivi affini, valori comuni e intenti condivisi favorendo così i regolamenti varati dall’UE sui bilanci di sostenibilità che impongono alle aziende di introdurre alcuni indicatori chiave di prestazione per dimostrare di aver realmente privilegiato i lavoratori, la comunità e l’ambiente, in un’ottica di contribuzione delle aziende alla sostenibilità economica, ambientale e anche sociale.
Vuoi sapere come creare collaborazioni propositive con aziende o enti del Terzo Settore? Scrivici!
Il PCTO in Fondazione Cattolica
Dopo la positiva esperienza del 2023, Fondazione Cattolica sceglie di riaprire le porte agli studenti delle scuole di Verona e Provincia per offrire agli studenti la possibilità di vivere un'esperienza di PCTO (ex Alternanza Scuola Lavoro) stimolante.
PCTO: Sperimentare per crescere
Altro che fotocopie! “Sperimentare per crescere” è la proposta di PCTO pensata per i ragazzi del triennio che vogliono mettersi in gioco, scoprire la realtà circostante e ideare soluzioni che possono migliorare il contesto scolastico. Obiettivo? Conoscere facendo!
PCTO: il programma
L'esperienza di PCTO si articola su 3 settimane nel mese di giugno per un monte ore complessivo di 60. Gli studenti parteciperanno al mattino dalle 9 alle 14, dal lunedì al giovedì, all'interno della sede della Fondazione e in uscite predefinite.
- Dal 10 al 13 giugno, Fondazione Cattolica accompagna i partecipanti a conoscere Imprese Sociali che operano a Verona nel settore giovanile, culturale, artistico e di riuso creativo. Ogni visita permetterà ai ragazzi di toccare con mano la realtà circostante, conoscere, sviluppare un pensiero critico e li ispirerà. Grazie alla collaborazione con gli enti non profit ospitanti, gestiremo laboratori formativi in loco e attività esperienziali.
- Dal 17 al 20 giugno, l'attività si svolgerà in Fondazione Cattolica dove i ragazzi verranno guidati nella conoscenza dalla progettazione imprenditoriale attraverso laboratori formativo-educativo in piccoli gruppi. Insieme a professionisti del settore, i partecipanti vivranno esperienze progettuali di team con l'obiettivo di realizzare un'idea utile per la scuola. I ragazzi prenderanno confidenza con strumenti di design che li aiuteranno a mettere nero su bianco i passaggi per trasformare un'idea in un progetto.
- Infine, dal 24 al 27 giugno, si passerà alla preparazione della presentazione allenando le capacità tecniche e traversali utili per un pitch efficace!
La Fondazione, a fronte della presentazione delle idee e della condivisione delle più meritorie ai Dirigenti Scolastici degli Istituti d'appartenenza degli studenti, si riserva la possibilità di contribuire alla realizzazione del progetto.
In sintesi
Attraverso questo PCTO i partecipanti verranno accompagnati da Fondazione Cattolica in organizzazioni che operano sul territorio creando possibilità di crescita sostenibili. L’analisi delle esperienze, insieme ad attività legate all’assimilazione di competenze imprenditoriali, permetterà agli studenti di ideare progetti rivolti alle scuole! L’esperienza naturalmente è gratuita. Agli studenti si richiede di partecipare con un proprio pc.
Per saperne di più o chiedere di partecipare all'esperienza, scrivere alla Fondazione!
A Napoli per coltivare lo spirito dell'impresa sociale
Ogni viaggio è segnato da alcune aspettative iniziali e questo, organizzato per premiare i "Giovani di Valore", non era da meno. Conoscere, scoprire cose nuove, crescere erano solo alcune delle attese messe in valigia. Ma cosa portiamo a casa al termine di questa esperienza? La conoscenza di un Meridione che non è quello che solitamente leggiamo sui giornali. Un territorio ricco di micro imprenditorialità, caratterizzato da legami forti, da reti dinamiche, da bisogni chiari e risposte sinergiche che provengono sempre dal basso, da lavoro e possibilità che nascono laddove sembra impensabile. La forza del Terzo Settore a Napoli è proprio questa: esserci. Essere Persone con le persone. Abitanti di quartieri, conoscitori di una terra, coltivatori di talenti.
Un'esperienza di 3 giorni passata tra 12 visite formativo in 7 imprese sociali e 5 siti culturali. Se per ogni sito visitato avremmo almeno un articolo da scrivere, ecco una sintesi di ciò che ci sembra essenziale.
1. Legami
E' la prima strategia da adottare per sviluppare imprese e creare uno spirito di comunità. Mario Cappella, Direttore di Fondazione San Gennaro, racconta "costruire legami è una strategia a cerchio concentrico. Parti dal piccolo, da quello che il territorio ha, dove ci sono persone, beni e talenti. Parti dalla chiesa, dalla via, dal quartiere, poi ci si apre e via… ma ogni iniziativa parte sempre dal basso". Un modus operandi che è stato confermato in tutte le realtà che abbiamo visitato. Come Remade Community lab, ad esempio, che durante la pandemia è stata capace di lavorare sulla produzione artigianale di boccagli in plastica riciclata che sono diventati strumento sanitario per gli ospedali. O come le Comunità Energetiche che a causa dei rincari delle bollette hanno ideato un sistema di produzione di energia a minor impatto ed economicamente più sostenibili. O come la Scuola del Fare nata per contrastare il tasso di abbandono scolastico offrendo agli studenti la possibilità di fare (non solo studiare) meccanica e logistica. Come la Fattoria Fuori di Zucca che ha trasformato una "discarica sociale" in opportunità di lavoro per chi ha più fragilità, mettendo la comunità al centro. Come Villa Fernandes, una rete di enti del Terzo Settore che hanno reso un bene sottratto alla camorra un vero hub sociale. O come La Paranza, la cooperativa che ha unito il patrimonio artistico culturale del Rione Sanità con il talento e il sapere dei giovani.
2. Sapere
"Per fare comunità bisogna occuparsi di creare comunità educanti" continua Mario Cappella che negli anni ha compreso l'importanza dell'ascolto del territorio, la lettura delle energie delle persone, la capacità di non fermarsi al problema ma lo stimolo a reagire. Per cambiare e offrire opportunità c'è bisogno di sapere. Di saper essere e di saper fare. Ne sono una prova tutte le persone incontrate in queste giornate come Melania, Filomena, Antonio, Rebecca, Giuliano, Francesca che non si fermano a un titolo di studi ma si aggiornano costantemente. Professionisti difficilmente sintetizzabili in una sola area di appartenenza professionale perchè per creare progetti di comunità servono competenze trasversali e i ruoli professionali si mescolano mettendo la propria essenza a favore della competenza e viceversa. Hai presente il famoso learning by doing? Ecco: si impara facendo. Dalle attività, dai progetti, dai libri, dalle persone, dallo scambio...
3. Mai accomodarsi
O se vogliamo: mai adagiarsi, mai sedersi, mai sentirsi arrivati! Il mondo non profit ha la grande opportunità di essere in prima linea nella società. Di sentire, vedere, toccare con mano la vita delle persone. Questo permette di anticipare soluzioni, proporre idee, mettere in gioco reti di condivisioni e creare partenariati con l'obiettivo di garantire una vita più dignitosa.
Guarda l'album del viaggio a Napoli!
Vuoi scoprire giorno per giorno il nostro viaggio? Puoi vedere il programma completo e il diario di bordo su Instagram!
Attivare le risorse dei giovani per rigenerare le comunità
Mario da bambino sognava di essere d’aiuto agli altri. Pensava avrebbe fatto l’educatore, per stare accanto ai bambini che vivono in condizioni di marginalità, ma crescendo scopre l’emergenza sociale della tossicodipendenza. Accogliere e sostenere i ragazzi durante il percorso di disintossicazione non è però sufficiente per farli tornare a essere padroni del loro destino. Allora apre un centro diurno e comprende che il loro percorso di rinascita è lungo, faticoso e che hanno bisogno di immaginare un progetto di vita per guardare al futuro.
Obiettivo: rigenerare una comunità
Mario non sfugge, sa stare nel bisogno e per questo decide di aiutare Don Antonio Loffredo al Rione Sanità, un quartiere dove i palazzi e le persone sono dimenticate e “diroccate”. Sotto questa patina degradata Mario scopre che c’è di più: vede la bellezza dei palazzi ottocenteschi, gli occhi curiosi e pieni di vita dei giovani, la voglia di riscatto… un’energia generativa, schiacciata dalla povertà, che può rifiorire!
Nasce così La Paranza, una cooperativa in cui giovani del quartiere promuovono il patrimonio artistico locale, organizzano visite guidate alla Catacombe e utilizzano la cultura come strumento di rigenerazione urbana e umana. Anche Fondazione San Gennaro e Officina dei Talenti perseguono lo stesso obiettivo: contrastare la povertà educativa, sociale, economica e spirituale attraverso progetti di impresa, che valorizzano le persone creando legami di comunità.
Il suo sogno di bambino si è avverato: negli occhi di 200 giovani occupati e oltre 2 mila persone seguite, Mario vede che il bene sta prendendo forma e che il rione sta rinascendo, perchè “davanti all’estrema povertà puoi scegliere: o lasci emergere la bruttezza delle persone o ti impegni per far uscire la loro bellezza”.
Attivare le risorse dei giovani per favorire il cambiamento sociale
La rigenerazione di una comunità passa attraverso la capacità di valorizzare le risorse e l’energia creativa delle nuove generazioni.
Ma quali sono i numeri del lavoro in Italia?
Gli ultimi dati Istat rilevano:
- un tasso di occupazione al 61,8%, in aumento del 2,2% rispetto all’anno scorso (+520mila unità).
- La disoccupazione totale scende al 7,5% (-3,6% a confronto con i dati 2022), ma quella giovanile, seppure in diminuzione, è al 21,0%.
- Il numero degli inattivi è al 33,1%, -3,6% rispetto l’anno precedente.
La disoccupazione giovanile presenta quindi all’incirca i medesimi dati della media europea. Quello che caratterizza la situazione italiana è il numero dei Neet.
Una categoria che rappresenta energia inespressa, potenzialità non realizzate. È qui che si può e si deve intervenire.
Il numero dei giovani che non lavorano e non studiano nel 2022 è stato stimato dall’Istat pari al 19,0% della popolazione d’età tra i 15 e i 29 anni, con maggiore incidenza nel Mezzogiorno (il doppio rispetto al Centro Nord) e tra le femmine (20,5%) rispetto i maschi (17,7%).
Sono valori sicuramente in calo, ma a livello europeo il dato è inferiore soltanto a quello della Romania (19,8%) e decisamente più elevato di quello medio europeo (11,7%), di quello spagnolo (12,7%), francese (12,0%) e tedesco (8,6%).
Davide Bulighin, Direttore di Confcooperative Verona, rileva che la situazione dei Neet ha un riflesso negativo sia sullo scenario sociale che economico. Da un lato infatti la gestione di questi soggetti prevede anche forme assistenziali e dunque fondi che potrebbero essere impiegati in politiche attive del lavoro, dall’altro lo status di Neet produce un processo di segregazione individuale che condiziona i livelli di capitale sociale, civico e relazionale della società, limitandone la sua coesione.
Possibili soluzioni per attivare le risorse dei giovani
Sono tre le possibili soluzioni indicate da Bulighin:
- potenziare gli incentivi all’assunzione e gli sgravi contributivi per i giovani, in modo da incentivare le aziende ad effettuare anche investimenti formativi sulle figure junior interne.
- Colmare lo skills mismatching, ovvero il gap tra la proposta formativa e le prospettive di sviluppo socio economico delle aziende italiane. Un elemento, questo, che impatta sulla competitività del nostro Paese.
- Ridisegnare il sistema di politiche attive del lavoro, in modo che le risorse attualmente fuori dal mercato del lavoro possano avere tutti gli strumenti per riattivarsi.
Al di là delle politiche economiche, è necessario “promuovere azioni di prossimità che adottino un modello d’intervento trasversale alla molteplicità delle problematiche” che accompagnino questi ragazzi “disattivati”, che spesso provengono da contesti sociali complessi e ad alta marginalità sociale. Ma non solo: serve attivare stimoli all’empowerment personale, per concorrere al percorso di emancipazione e inserimento lavorativo, in un vero progetto di vita.
Un contributo fondamentale può essere fornito dal Terzo Settore, per implementare politiche inclusive che promuovano lo sviluppo di percorsi personali orientati a sviluppare progetti di vita, dalla formazione all’inserimento lavorativo, dal potenziamento delle attitudini relazionali alla programmazione di percorsi di sviluppo individuale o collettivo.
Vuoi conoscere le altre storie raccontate dal podcast “Intraprendenti”? Parti da qui!
Vuoi saperne di più sull’attività di Mario Cappella e sulla possibilità di rigenerare le persone? Leggi l’articolo che gli abbiamo dedicato.
Per diventare sostenibili, inseguiamo la felicità!
Il mondo è in ritardo rispetto agli impegni assunti nel 2015 con l’agenda 2030 come diventare sostenibili? Abbiamo fatto il punto con Pierluigi Sassi, scoprendo che per costruire politiche e stili di vita sostenibili dobbiamo partire da un nuovo pensiero sulla felicità.
L’ottavo Rapporto “L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile” realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) mostra chiaramente che il nostro Paese non ha imboccato in modo convinto e concreto la strada dello sviluppo sostenibile e non ha maturato una visione d’insieme delle diverse politiche pubbliche per la sostenibilità (dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030, otto registrano miglioramenti contenuti, tre stabilità e otto un peggioramento). Nonostante manchi un impegno esplicito e corale allo sviluppo sostenibile, il 67% dei cittadini italiani pensa che il cambiamento climatico sia una priorità globale e l’88% delle imprese italiane riconosce che la sostenibilità dovrebbe orientare le scelte aziendali. Eppure solo il 17% ha fissato obiettivi di riduzione delle proprie emissioni di gas climalteranti.

Nella rubrica Sguardi Inclusivi abbiamo scelto di fare un punto sulla situazione e di comprendere quali obiettivi porci per uno sviluppo sostenibile. Ne abbiamo parlato con Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia, Segretario Generale dell’Earth Day European Network, Consulente delle Nazioni Unite e del Dicastero dell’Ambiente italiano nonchè Gentiluomo di Sua Santità e fondatore del quindicinale “Impacta, l’economia per l’uomo”.
Pierluigi, partiamo dall’inizio: cosa significa porsi l'obiettivo di sviluppo sostenibile?
I 17 obiettivi dell’Agenda 2030 (e i 169 punti che li esplicitano) sono nati nel 2015, spinti dall’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, che nel mondo della sostenibilità ha rappresentato un big bang perché ha azzerato la cultura dell’indifferenza e ha posto tutti di fronte all’impegno concreto di agire per creare azioni ad impatto sociale, ambientale, economico con uno sguardo integrale. L’Enciclica è diventata un faro di civiltà per il mondo economico, politico e civile tanto da farci sentire un’unica famiglia umana su un grande pianeta. Questo ha portato un aumento della sensibilità, seppur tardiva, incredibile.
Oggi siamo in una fase paradossale perché nonostante i livelli di consapevolezza i cambiamenti sono troppo limitati. Da un lato la scienza e l’innovazione spingono sulla sostenibilità perché in futuro sarà lì che si guadagnerà, dall’altro i singoli cittadini si sentono impotenti. Diventa difficile creare un vero collegamento tra sostenibilità e stile di vita. Dobbiamo cambiare modello economico, rivoluzionare il modo di pensare. Siamo eredi di un pensiero fallimentare, disumano e distruttivo che ha prodotto più infelicità che ricchezza. Basti pensare che per aumentare del 13% il Pil mondiale abbiamo distrutto il 40% delle risorse naturali: una follia! O che la forbice tra ricchi e poveri, ci dice l’Oxfam, sta crescendo a livelli esorbitanti: 2.660 persone sono miliardari e le tre persone più ricche hanno un patrimonio complessivo di oltre 800miliardi di dollari mentre 5 miliardi di cittadini si trovano in situazioni di povertà. Da una parte condanniamo alla miseria altri esseri umani generando loro sofferenza, dall’altro rendiamo così ricche le persone che viene da chiedersi se i soldi abbiano ancora valore o rappresentino solo uno strumento di potere e vanità. Stiamo rubando ricchezza alle generazioni future perché stiamo consumando l’equivalente di 1,7 pianeti l’anno. Questa mancanza di lungimiranza a favore del futuro è un illecito.
Quali sono gli elementi da considerare quando parliamo di sostenibilità?
I tre grandi vettori sono economico, sociale e ambientale. Papa Francesco è stato illuminante perché parlando di ecologia integrale ha spinto ad avere una visione di intervento olistica: non esiste una crisi separata dall’altra. Il grande salto di qualità che possiamo fare per rispondere in modo efficiente alla crisi globale è non essere più estranei alla natura, sentirci parte di essa perché da lì che nasce la nostra felicità. Invece ci siamo illusi che è nel consumo che sta la felicità e ci siamo resi schiavi di tutto: del lavoro, dell’economia, dell’acquisto. Già San Francesco aveva compreso che il creato andava custodito, difeso e amato perché era un dono e come tale può essere beneficiato da tutti ma tutti, in fratellanza, devono tutelarlo.
A proposito di fratellanza, un mese fa circa si è conclusa la Cop28. Cosa emerge da questa conferenza delle Nazioni Unite?
Dopo 27 conferenze sul clima ammetto di essere arrivato a Dubai con scetticismo. Abbiamo ideato queste conferenze nel 1992 per uscire dai combustibili fossili e da allora l’argomento non è stato mai nemmeno sfiorato. Le tensioni precedenti la Cop28 (ospiti di un Paese tra i principali esportatori di petrolio, per esempio) hanno avuto un grande effetto collaterale: scoprire il gioco. E questo ha favorito la coalizzazione di 130 paesi uniti per avviare i processi di transizione energetica. Cosa emerge quindi? Dopo la Cop28 non possiamo più fare finta perché il documento firmato mette nero su bianco che entro il 2050 i combustibili fossili dovranno essere eliminati e che entro il 2030 dovranno essere triplicate le energie rinnovabili. Insomma non possiamo più nasconderci, è tempo di implementare la transizione ecologica.
Adesso i veri attori sono i governi. Viviamo in una grande crisi globale e la madre di tutte le crisi è quella ecologica. Abbiamo bisogno di soluzioni globali. Le Conferenze delle Nazioni Unite servono per sancire una linea guida, una verità, ma sono i governi a rendere concrete queste riflessioni.


Quanto costa la sostenibilità?
Costosissima in termini economici, finanziari e umani. Pensiamo solo che l’aria inquinata costa 7 milioni di morti l’anno o che i danni dovuti al cambiamento climatico sono quintuplicati negli ultimi anni (carestie, inondazioni, siccità…). E chi ne paga maggiormente le spese sono le economie più povere dei Paesi in via di sviluppo.
I paesi occidentali consumano annualmente tra i 6 e i 10 kw pro-capite mentre le economie emergenti consumano 0.2 kw. Un abisso. Vivere tutti come un americano medio è impensabile, il pianeta imploderebbe. Nel 2023 abbiamo raggiunto l’obiettivo che non dovevamo raggiungere: superare la soglia di riscaldamento di 1,4 gradi. E lo abbiamo fatto con 67 anni d’anticipo. È comprensibile che serve una trasformazione negli stili di vita immediata e che è indispensabile creare un modello innovativo per non diventare bombe ecologiche.
Tutto ciò deve essere finanziato e oggi ci troviamo di fronte ad un’impasse su cui la Cop29 dovrà trovare risposte. Come finanziare lo sviluppo sostenibile? L’Europa ha fatto una cosa semplice: da 18 anni l’Unione europea ha introdotto il prezzo del carbonio con il principio secondo il quale “chi inquina deve pagare”. Le emissioni sono diminuite di quasi il 40% e l’economia ha continuato a crescere. Con la vendita dei crediti di carbonio si sono anche raccolti oltre 175 miliardi di euro che hanno finanziato l'azione per il clima, anche nei Paesi in via di sviluppo.
I cittadini però sono chiamati a fare la loro parte e a riconsiderare il proprio approccio al consumo e cercare il piacere nella bellezza, nella natura, nella gioia delle relazioni in quegli aspetti che non consumano energia ma la creano. È chiaro che non ci si arriva dalla sera alla mattina, passa attraverso le generazioni. Questi cambi generazionali produrranno anche effetti politici perché i giovani sono più sensibili, più chiamati in causa (faranno loro i conti con il mondo) e vogliono cambiare. Io alle persone dico sempre di cominciare da una scelta, anche piccola, ma fatta con convinzione.
Quali obiettivi concreti possono favorire lo sviluppo sostenibile?
Uno: rendere la sostenibilità il centro delle scelte politiche e culturali. La sostenibilità è un valore nella tutela del patrimonio culturale, territoriale, sociale, ambientale italiano. Giocarci bene questa partita è fondamentale perché i primi a farne i conti saranno i cittadini: le case con classe energetica diversa da A varranno la metà tra qualche anno; le imprese senza condotta di certificazione alla sostenibilità non riceveranno più finanziamenti tra qualche anno; le piccole realtà senza relazioni d’impatto non forniranno più le grandi imprese e così via. Il processo è già in atto, bisogna aprire gli occhi e agire con prontezza. Il Green Deal europeo è un faro di civiltà nel mondo. Adottarlo sarebbe già un risultato!
Per diventare sostenibili, inseguiamo la felicità! Lo pensi anche tu? Puoi continuare a leggere la Rubrica Sguardi Inclusivi a partire da: Rigenerare i territori per rigenerare le comunità
Un'avventura a Napoli con Fondazione San Gennaro
Fondazione Cattolica ha scelto di premiare i ragazzi, vincitori delle due edizioni del premio "Giovani di Valore" con un viaggio formativo ed esperienziale. La nostra meta? Alla scoperta di Napoli dal 25 al 27 gennaio 2024. Un'occasione unica per scoprire le imprese sociali, le attività imprenditoriali partecipative, vivere momenti culturali, godere di pranzi conviviali e molto altro ancora.
La Fondazione San Gennaro
Il nostro viaggio è organizzato in collaborazione con la Fondazione San Gennaro, un'organizzazione nata per rispondere alle esigenze del territorio, specie del Rione Sanità. La Fondazione promuove la cultura del dono, la cooperazione tra le persone, lo sviluppo economico e l’impegno per contrastare la povertà educativa, sociale, economica e spirituale attraverso progetti d’impresa. Finora, ha raccolto 3,5 milioni di euro di fondi e ha seguito più di un milione di persone.
Perchè questo viaggio
L'innovazione e lo sviluppo sono concetti interconnessi che svolgono un ruolo chiave nella costruzione di una società sostenibile e prospera. L'innovazione alimenta lo sviluppo e, allo stesso tempo, lo sviluppo crea l'ambiente favorevole all'innovazione. In questo viaggio scopriremo come si può innescare un cambiamento che, partendo dal basso, recuperando talenti e beni del territorio, genera impresa e futuro!
Il nostro itinerario
Durante il nostro viaggio avremo l'opportunità di scoprire diverse realtà locali che stanno lavorando per creare un futuro migliore. Ecco una panoramica delle tappe che ci aspettano:
- Giorno uno. Giovedì 25 gennaio: inizieremo il nostro viaggio con la scoperta della Fondazione San Gennaro e delle sue attività. Successivamente, avremo un incontro formativo con “Comunità energetiche” e con “ReMade Communityalab”. Dopo aver fatto il check-in al “B&B del Monacone” e aver ascoltato la storia dell'esperienza, avremo un incontro con Padre Gigi Calemme e visiteremo il Presepe Favoloso. La giornata si concluderà con una cena alla Locanda del Monacone.
- Giorno due. Venerdì 26 gennaio: il secondo giorno del nostro viaggio inizierà con una visita alla "Fattoria Sociale Fuori di Zucca" a Lusciano. Nel pomeriggio, visiteremo il Museo di Pietrarsa e avremo un incontro a Villa Fernandes.
- Giorno tre. Sabato 27 gennaio: nel nostro ultimo giorno, visiteremo le Catacombe di Napoli, scopriremo il Rione Sanità, visiteremo il Museo Jago e incontreremo la cooperativa “La Sorte”. Dopo un saluto finale, concluderemo il nostro viaggio.
Noi siamo pronti per l'avventura. Non vediamo l'ora di offrire questa splendida opportunità ai prossimi premiati per creare una rete di giovani intraprendenti che miglioreranno il nostro
Giuseppina e la Casa che insegna ad amare
Giuseppina Vellone è la fondatrice di Famiglie per la Famiglia e ideatrice di Casa di Deborah, la Casa per guarire le ferite, trovare un nuovo equilibro, e scoprire (o riscoprire) l'amore per se stessi e per gli altri!
La storia di Giuseppina
Giuseppina sa di terre lontane, di un focolare acceso e di erbe aromatiche. Sa di ricordi e di sogni perché in lei tutto inizia e tutto ritorna. Come la terra che l’ha cresciuta.
Nasce a Serra San Bruno, in un paesino fatto di natura, relazioni e storie.
È una bambina attenta e intraprendente che trova nella nonna Brunina il luogo da chiamare casa. Lei, vestale senza potere ma ricca di potenza, regala a Giuseppina l’intensità dell’affetto, la presenza, il significato della solidarietà, il valore dell’aiuto.
Nei gesti della nonna, Giuseppina accoglie amore, rispetto e tradizioni e inizia a immaginare il suo futuro fuori da quel piccolo mondo. Fino a quando il cuore e la mente del nonno subiscono un cortocircuito e fanno chiedere a Giuseppina come può l’umanità di uomo essere distrutta in un manicomio.
Si iscrive a Medicina. Punta a criminologia ma la vita per lei ha altri piani, quali non sa. Lo capisce vivisezionando cadaveri che non è quello il suo posto. Lascia la scuola di medicina legale, una possibilità futura di lauti compensi e ricomincia con Psichiatria.
Si immerge nello studio. Diventa psichiatra, psicoterapeuta individuale e di coppia. Emigra per amore e inizia a lavorare in carcere, nella Commissione Medico Ospedaliera di Verona, come consulente dei tribunali di Verona, Trento e Venezia. Sono vissuti di sofferenza quelli che ascolta ogni giorno…
Giuseppina entra in intimità con le storie. Ne percepisce il peso, la fatica, l’affanno. Sente però di essere uno strumento per lenire il malessere altrui e spinge per dare alle persone la possibilità di rinarrare la propria vita. Altrimenti cosa accade se gli adulti restano bambini feriti?
Le ferite diventano lacerazioni profonde. Lo sa bene Deborah, psicoterapeuta esperta nel trattamento di bambini vittime di abusi, che diventa collega e amica di Giuseppina. Sono una l’opposto dell’altra. Deborah accoglie minori e ragazzi violati, Giuseppina adulti e genitori a volte violenti loro stessi, spesso, vittima di abusi, in uno studio che trasformano da luogo asettico ad uno spazio accogliente, profumato e dolce.
Vedono sempre più nuclei distrutti. Nello studio le ore scappano finché le loro parole sognano un futuro migliore per queste famiglie lacerate. Giuseppina pensa alla sua infanzia, a quella solitudine sopperita grazie alla nonna e alle donne della sua rete. E se nascesse uno spazio capace di bonificare le relazioni?
Il braciere di nonna Brunina è la soluzione. Giuseppina scrive il progetto di una Casa dove ragazzi e adulti si accompagnano nella crescita. L’idea piace e l’università la definisce di welfare circolare. Ce la stanno facendo, tutto scorre nel verso giusto. Tutto tranne Deborah…
Se ne va per una leucemia fulminante. E fa male. Giuseppina cerca di rammendare le sue ferite mentre i pazienti di Deborah le schiaffano in faccia la verità.
“E ora, dove cazzo vado?” le dice un ragazzo. I bisogni restano. E i sogni hanno bisogno di coraggio… Allora Giuseppina si addentra nella sua energia. Lascia il lavoro di consulente per i Tribunali e ricomincia dai desideri appesi.
Fonda “Famiglie per la famiglia” e nel 2018 apre le porte di “Casa di Deborah”. Un connettore di risorse per rafforzare il tessuto sociale veronese. Un luogo di cura, come era la casa di nonna Brunina, uno posto dove stare bene, una casa che ha a cuore i ragazzi, come voleva Deborah, che possono trovare il proprio equilibrio facendo, imparando e stando in relazioni positive con altri.
Oggi Giuseppina ha capelli striati d’argento e non si sofferma allo specchio. Si guarda invece negli occhi dei volontari e dei 16 ragazzi che ospita. C’è un riflesso di bellezza che attiva il buono delle persone, la riporta alle origini e la proietta al futuro.
Lei è Giuseppina Vellone. Una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia?
Puoi leggere di altri uomini e donne che fanno la differenza. A partire da Vincenzo e dall'esperienza di GOEL.
La saggezza gentile. Per imparare a pensare e sentire con “la giusta misura”
Di fronte al disorientamento del vivere dell’essere umano di oggi, talvolta incapace di gestire e tradurre in parola le proprie pulsioni, che spesso generano violenza, la saggezza gentile è un movimento del pensiero che può educare le nostre menti.

Questa è la via indicata da Beatrice Balsamo, psicanalista, filosofa della persona, studiosa di Etica, Comunicazione, Cinema, Presidente di APUN e non ultimo Cavaliere dell’Ordine Al Merito della Repubblica Italiana. Mercoledì 17 febbraio ha presentato il suo ultimo libro “La saggezza gentile. In una scia di parole”, alla Libreria Feltrinelli di Verona, introdotta dal dottor Adriano Tomba, Segretario generale di Fondazione Cattolica.
Ci conosciamo da alcuni anni: Fondazione Cattolica infatti dal 2019 accompagna MENS-A, un evento ideato dall’associazione APUN e giunto all’ottava edizione. Un festival che propone incontri, conferenze e laboratori nel territorio dell'Emilia Romagna, gratuiti e aperti al pubblico, per approfondire il tema del welfare culturale e sociale. Occasioni che fanno della Cultura uno strumento di comunicazione e dialogo fra gli uomini e la società.
Perchè la saggezza gentile?
Perché la phronesis, come la chiamavano gli antichi, l’educazione delle menti alla saggezza gentile, nelle scuole, nelle famiglie, nella vita di tutti i giorni, può essere il vero antidoto alla violenza dei nostri tempi e ha dunque un fortissimo impatto sociale.
La via indicata da questo libro ci porta infatti a trovare un’origine strutturale e non solo culturale alla violenza cui assistiamo in ogni ambito. Secondo Beatrice Balsamo questa violenza, che fatichiamo a comprendere, è un’’ “incandescenza distruttiva” figlia di un “narcisismo maligno”, prendendo in prestito termini cari alla psicologia di Lacan. Una forza che elimina ciò che non riesce a conformare, ciò che è diverso, fragile. Un narcisismo che distrugge l’alterità, come la figura di Caino. Che ammette solo rapporti fusionali, simbiotici, come il Narciso del mito.
Ed effettivamente come non riconoscerlo ad esempio nelle morti di tante donne che chiedevano separazione, emancipazione, che hanno posto opposizione al volere di uomini che con rigido pensiero non hanno saputo accettare i propri limiti, tollerare la frustrazione, accogliere l’alterità, sopportare l’assenza.
Cos'è la saggezza gentile?
La saggezza gentile è un pensiero multiforme, che si declina, come recita il titolo del libro, "in una scia di parole".
La saggezza gentile è:
- Saggezza pratica, dunque ragionevolezza, perché pensare, agire e sentire sono un tutt’uno
- Ritegno, perchè trattiene il pulsivo e determina un comportamento secondo misura, cosciente dei giusti limiti
- Temperanza, che stempera le pulsioni
- Premura, ovvero azione che con sentimento trova soluzioni nel presente per accudire le lacune, le ferite e far fiorire la vita
- Benevolenza, perché produce una buona disposizione d’animo
- Reciprocità dissomigliante e non specchiante e narcisistica, perché si riconosce nell’alterità
- Gratitudine, come risposta, come moto di riconoscenza che riconosce il Bene
- Riparazione, perché sa vedere l’errore e vi pone rimedio con sollecitudine
- Bellezza, che si distingue dal distruttivo, dal senza forma e lo trasforma
- Un pensiero flessibile e disponibile, ovvero che trova soluzioni apprendendo dalle circostanze
- Un movimento morale, poiché tende naturalmente al Bene
- Una saggezza non astratta, non intellettuale, ma che feconda le possibilità migliori e produce azioni
- … e molto altro ancora
Cosa troverai nel libro "La saggezza gentile. In una scia di parole"
Lo scritto di Beatrice Balsamo è un saggio ma anche un manuale, che intreccia filosofia, psicologia, teatro antico, per allenare un pensiero ospitale e fecondo, che promuove uno stare al mondo più inclusivo e dialogale.
Questo libro ci indica una via possibile da percorrere, per costruire un futuro più inclusivo, pacificato, consapevole, in cui possa regnare quella che Eraclito chiamava un’ “armonia dissomigliante”.
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