Per costruire una società riparativa c'è Libra Onlus
Ha da poco compiuto 10 anni l’associazione mantovana nata per promuovere la giustizia riparativa. In un mondo abituato a distinguere il bene dal male, l’associazione Libra Onlus favorisce una visione olistica della collettività. Autori di reato, vittime e ambienti sociali diventano attori e destinatari dei servizi progettati per costruire giorno dopo giorno una società riparativa.
L’associazione si sviluppa per dare concretezza ai temi di studio dell’Istituto di Criminologia di Mantova. Cosa fare per supportare le vittime di un reato? Come responsabilizzare le persone per evitare la reiterazione di comportamenti illeciti? Come favorire lo sviluppo di una società riparativa? “Abbiamo deciso di lanciarci, di creare un’entità non profit per superare i ragionamenti a senso unico. Non esiste solo l’autore di reato come non esistono solo le vittime. Esistono delle dinamiche relazionali disfunzionali che devono e possono essere modificate” racconta Angelo Puccia presidente dell’associazione.
Lo sportello Supporto Vittime
Uno dei temi più rilevanti nei gruppi di lavoro dell’Istituto di Criminologia, riguardava il supporto alle vittime di reato. Anche l’Europa si stava interrogando su come garantire i minimi standard di supporto alla persona lesa e così nel 2012, definita la direttiva europea, Libra apre lo Sportello Supporto Vittime uno spazio in cui ascoltare, informare, comunicare alle persone quali sono i loro diritti e come interfacciarsi con uffici di competenza.
“Il nostro è un team di facilitazione, supporta emotivamente le vittime di reato, crea un rapporto di fiducia, spiega cosa fare durante le indagini e il processo e fornisce una guida orientativa verso i servizi territoriali” testimonia Angelo. Psicologi e giuristi favoriscono l’empowerment della persona grazie ad un processo di consapevolezza e di risposte legali per offrire l’opportunità viva di un cambiamento che il singolo può poi scegliere di agire.

Dentro il carcere
Vittime e autori di reato sono collegati da un sottile filo invisibile che Libra tiene stretto per promuovere nuovi modelli di comportamento. In collaborazione con il carcere di Mantova l’associazione muove i primi passi all’interno della struttura penitenziaria. “Vogliamo favorire una giustizia che ripari il danno causato dal reato, che sia solidale con le vittime e che possa realmente responsabilizzare l’autore perché il reato non è solo un’infrazione alla norma ma è, prima di tutto, lesione alla persona” commenta Angelo. Da quasi dieci anni l’associazione progetta, crea e propone laboratori all’interno della struttura carceraria. I processi di ristrutturazione e riqualificazione degli spazi diventano occasioni di formazione e crescita per i detenuti. “Per dare avvio al laboratorio di panificazione abbiamo dovuto restaurare un’ala del carcere. Le ditte a cui abbiamo affidato l’incarico hanno formato i detenuti in questo modo favoriamo l’acquisizione di nuove competenze”.


Il laboratorio di panificazione prende il nome di Sapori di libertà. Consente di accompagnare le persone durante il percorso della loro pena, responsabilizzare attraverso azioni concrete e sviluppare capacità professionali utili sia nel presente che in futuro. “Il laboratorio è attivo da un paio di anni, in questo tempo abbiamo formato 20 persone, 5 ragazzi sono occupati e lavorano 6 giorni su 7”.
Fresco e secco, dolce e salato, il laboratorio è una piccola realtà imprenditoriale che sforna pane, schiacciatine, sbrisolone, colombe e molto altro ancora. Una realtà che apre le porte del carcere all’esterno creando un collegamento con: mense aziendali, scuole, imprese e privati che portano in tavola i panificati prodotti. “Lavoriamo con la persona e proprio per questo riusciamo a creare legami. Alcuni, quando escono e non hanno più alcun dovere nei nostri confronti, diventano volontari, partecipano agli incontri fanno rete insieme a noi”.
Per una società riparativa
Perché infatti Libra non si ferma qui. Per arginare le sensazioni di insicurezza, paura, sofferenza che derivano da relazioni conflittuali, lavora insieme a 7 professionisti, 5 tirocinanti, 15 volontari e 18 soci su 11 progetti che aiutano a prendersi cura delle persone. “Vogliamo scardinare quei meccanismi di minimizzazione e di delega verso terzi delle proprie responsabilità” afferma Angelo. Così entrano nelle scuole, informano, sensibilizzano, creano progetti coinvolgendo i giovani, integrano categorie sociali distanti tra loro per tutelare il bene comune perché Libra crede che un modello di vita sociale alternativo sia possibile. E dimostra come farlo.
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Terzo settore? Ecco perchè investire sulla formazione dei giovani
Sono sempre di più le organizzazioni sociali che desiderano lasciare ai giovani l’eredità delle mission avviate. Per farlo il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Le buone pratiche, il pensiero comune, le azioni orientate verso il futuro, insieme alle competenze tecniche dei giovani, possono fare la differenza.
Questa esigenza ha spinto Fondazione Cattolica ad avviare Generiamo il futuro, il percorso formativo rivolto ai giovani degli enti non profit e alle figure senior che ne accompagnano la crescita perchè siamo convinti che il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Un ciclo composto da 12 incontri realizzati tra novembre e febbraio, in cui i 63 partecipanti hanno potuto conoscere e approfondire tematiche con docenti e professionisti del mercato.
Perchè i giovani sentono il bisogno di formazione
“La realtà sociale è in continua evoluzione, il mio ruolo sta cambiando…” racconta Filippo cooperativa sociale Sonda. In un momento storico particolarmente delicato “questa proposta mi è sembrata un segno: stavo mettendo in discussione il mio lavoro, il mio ruolo, il mio permanere all’interno dell’organizzazione” continua Martina ACLI Verona perché “a volte i giovani cooperatori si sentono come mosche bianche nel tessuto economico. Poter condividere esperienze, buone prassi e suggestioni con persone che vedono nel Terzo Settore un’opportunità di crescita personale, di partecipazione ad un’economia che punta ai valori e sviluppo professionale, è fondamentale” ammette Andrea cooperativa sociale Pantarei.
L'esito del percorso formativo
Nonostante gli appuntamenti si siano svolti online “si è creata una rete di relazioni che mi ha trasmesso una bellissima sensazione di fiducia” racconta Giulia associazione Orizzonte, una fiducia che ha aiutato a comprendere il significato e l’importanza dell’aspettativa che gli enti sociali ripongono nei giovani. “Possiamo raccogliere un testimone pesante perché abbiamo il desiderio di dare continuità a un nuovo modo di pensare che contrappone all’idea di eccellenza ed efficienza individuale, il valore della fragilità e del concetto di comunità” rivela Michele cooperativa sociale Vale Un Sogno.
Riflessioni professionali sul settore e sull’economia hanno permesso ai partecipanti di apprendere e sviluppare le tematiche incontrate nel percorso all’interno dell’organizzazione. Consapevolezza, forza di volontà, energia rinnovata ma anche motivazione, significato del fare e voglia di rivitalizzare le relazioni negli enti sono solo alcuni dei benefici pratici che i giovani hanno portato a casa dall’esperienza.
Le conoscenze specifiche e le suggestioni tecniche portate dai docenti si sono unite alla trasmissione di un senso non convenzionale. “Mi sono portata a casa un’energia positiva che non è traducibile in parole. La riscoperta di me e delle mie potenzialità. La consapevolezza che si può essere fragili perché nell’imperfezione a volte c’è il valore aggiunto che rende speciali. La certezza che essere sognatori e pensare di poter cambiare il mondo non è poi un pensiero così folle” riferisce Martina perché quando si condivide si scopre che non si è soli “ci si mette in rete e si crea una cultura da far conoscere e da diffondere anche al di fuori delle nostre organizzazioni” continua Andrea.
Una rete in evoluzione e in crescita perché come racconta Giulia “abbiamo bisogno di trovare persone che veicolano questi messaggi. L’energia che ne nasce è nutriente per il nostro lavoro!”.
La storia di Federico Alberghini direttore della Banda Rulli Frulli
Questa è la storia di Federico, il batterista che ha trasformato la musica in uno strumento di integrazione
Federico è solo un bambino quando viene conquistato dall’uomo che segnerà la sua vita per sempre. La bacchetta volteggia leggera nell’aria e suona un doom doom doom sicuro quando Luciano Bosi la rimbalza sulle pagine gialle. Il cuore di Federico batte più forte. I muscoli vibrano al ritmo della musica e la fantasia vola. Ha otto anni e già vede il suo destino: da grande suonerà e costruirà i suoi strumenti da materiale di recupero. Eppure ancora non immagina quale armonia creerà la sua musica.
Federico studia, ascolta, costruisce e suona. Cresce, fonda un gruppo e parte. Italia, Giappone, Cina, Germania la sua passione rimbomba tra un palco e l’altro e mentre viaggia si lascia contaminare dalle culture, da nuovi stili di vita, da quelle visioni così diverse fino a quando non bastano le casse dei concerti a fermare la voce che gli chiede E’ questo il mondo che vuoi? Il mondo che sogna Federico è fatto di musica e di persone felici. Di opportunità e di legami che migliorano la vita. Ma come può renderlo possibile?
Il tempo scorre veloce tra una lezione di musica e l’altra fino al 2010 quando lascia che la sua idea prenda il largo. Insieme a Sara, Marco e Federico fonda una piccola marching band composta da ragazzi con diverse età ed abilità e strumenti creati con materiali di riciclo. È tutto così bello fino a quando non crolla la realtà.
A Finale Emilia la scossa di terremoto distrugge case, strutture e sale prove. C’è paura. La gente viene portata nelle tendopoli, lo sconforto si propaga in toni gravi trasportati dall’aria. Ma Federico crede nel potere della musica e non si arrende. Avanti e indietro dalle tendopoli, non guarda l’orologio, non sente fatica perché i ragazzi non sono soli finchè c’è la musica. Il loro entusiasmo è contagioso. L’equipaggio della Banda Rulli Frulli cresce: da 7 elementi a 50 e poi 70.
Costruiscono strumenti, scenografie, incidono dischi, viaggiano con pullman carichi di 150 persone in Italia e all’estero portando sul palco un’aria nuova. Federico lavora senza sosta e quando le preoccupazioni gli offuscano la visione pensa ai suoi bambini perché sa che la Banda può rendere migliori le persone. Lo fa per loro, per i ragazzi e per le loro famiglie. Per chi si è sempre sentito dire “che problema hai?” o “non può farlo, non ne è capace”, per chi ha pianto a guardare porte chiudersi e per chi quelle porte le vuole aprire.
Il concerto del Primo Maggio, poi Mika… ed anche il Papa li vuole al suo fianco. Il progetto è umile ma è potente l’energia che la Banda sprigiona. Tanto che quando squilla il telefono Federico non ci crede: il Festival di Sanremo li vuole. Loro con il loro modo diverso di fare musica, di essere, di stare insieme. Loro in mondovisione! L’occasione per dare una svolta alla loro vita. Però il palco è piccolo e non possono starci tutti. Devono fare una scelta…
E a farla sono proprio i ragazzi: la Rulli Frulli è una famiglia e una famiglia non si divide. Punto. Un momento sacro che segna l’evolversi della Banda per riportare Federico alle origini: il loro futuro è dove la musica diventa strumento di integrazione e crescita per vivere in armonia. Dal cesto di una lavatrice a 2.800 musicisti in tutta Italia, 198 concerti, 6 dischi e una cooperativa che recupera legno dal mare e, nelle mani di ragazzi disabili, lo rinnova in oggetti di design.
A 40 anni Federico sa che da soli non si fa nulla e insieme si può tutto. “Sono una persona normale con un lavoro speciale perché nulla è più gratificante di rendere felici le persone”.
Federico è un uomo che fa la differenza.
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I giovani tra paura e speranza
Nella società odierna sono sparite le certezze. Il futuro rimane una grande incognita e le ambivalenze legate alla realizzazione personale e al mondo del lavoro spalancano le porte a sentimenti negativi. In mezzo a queste nebulose un’iniziativa vuole aprire un varco di speranza concreta.
“I giovani e il lavoro tra paura e speranza” è il titolo dell’incontro rivolto ai giovani tra i 16 e i 23 anni che si terrà il 29 aprile a Torino. L’iniziativa prende spunto dalla lettera apostolica Patris Corde nella quale Papa Francesco dedica l’anno 2021 a San Giuseppe, artigiano e lavoratore che umanamente ha affrontato le emozioni dei giorni nostri: la paura per il Male che lo perseguitava e la speranza nel Bene che lo sosteneva.
L’educazione al senso del lavoro e la vocazione al fare impresa per il bene comune sono le sfide a cui anche i giovani oggi sono chiamati per costruire il loro futuro e la società che verrà.
I giovani e il lavoro tra paura e speranza
“Stiamo riscontrando situazioni sempre più al limite. I giovani vivono dentro ad un isolamento profondo e pericoloso. Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Incertezza, depressione, scoraggiamento sono alcuni dei sentimenti che segnano i ragazzi e che spengono l’attivazione personale” riferisce don Danilo Magni organizzatore.
Se da un lato la mancanza di prospettiva e vitalità sta alimentando lo sconforto dei più giovani, dall’altro non mancano testimonianze di giovani che in questo periodo pandemico hanno attivato energie positive prendendosi cura degli altri. Il 29 aprile rappresenta un’opportunità di incontro perché non sarà solo un evento. “Crediamo che sia giunto il momento per suscitare un movimento nei giovani, per stimolarli e costruire il loro orizzonte”.
Dalle ore 10.30 l’appuntamento sarà trasmesso in diretta streaming porterà alla luce la voce simbolica dei giovani italiani e di professionisti che si occupano di economia, giovani e futuro tra cui il direttore nazionale della Pastorale sociale e del lavoro della CEI don Bruno Bignami, il sociologo Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano e la psicologa Enza Famulare della cooperativa sociale Il Nuovo Volo, oltre che esponenti di Confcooperative, Cgil – Cisl – Uil, Giovani Ucid e Fondazione Cattolica Assicurazioni. In un mondo che sta cambiando le opportunità si devono creare.
Il concorso
Per questo nasce Domani è un’altra impresa il concorso che premia la visione dei ragazzi nati tra il 1998 e il 2004 con borse di studio. “Tra paura e speranza, nel tempo del coronavirus, nell’ibridazione tra educazione, formazione, orientamento, lavoro ed imprenditorialità, quali gli orizzonti di futuro possibili?”. Al quesito possono rispondere singoli ragazzi o piccoli gruppi di lavoro, inviando opere in forma scritta o creativa. Gli elaborati devono essere presentati entro le ore 12 di domenica 11 aprile inviando una email all’indirizzo segreteriaotm@murialdopiemonte.it. Una giuria selezionerà gli elaborati vincitori che aranno premiati durante l’incontro del 29 aprile.
Gli organizzatori
L’iniziativa "I giovani e il lavoro tra paura e speranza" è promossa dalla Congregazione degli Oblati di San Giuseppe, dai Giuseppini del Murialdo e dalle Suore di San Giuseppe con l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte e l’Associazione San Giuseppe Imprenditore. Grazie al contributo di Banco Credito Cooperativo, Ideo e Fondazione Cattolica Assicurazioni.
L'emergenza educativa è un tema che riguarda tutti. Approfondisci l'argomento in questo articolo
Out of the Standard: la sfida per innovare il sociale
Prende il via il nuovo percorso formativo del CLab dell’Università di Verona realizzato in partnership con Fondazione Cattolica Assicurazioni
Continuano le iniziative del CLab di Verona che, per il mese di marzo, avranno come focus l’innovazione nel settore no-profit. Il percorso, intitolato “Out of the Standard”, si comporrà di due sfide, lanciate dall’Università in collaborazione con Fondazione Cattolica Assicurazioni: promuovere la vendita di prodotti sociali e recuperare beni pubblici abbandonati per trasformarli in luoghi di valore per la collettività. L’iniziativa è rivolta a ragazze e ragazzi dell’ateneo che, oltre alla possibilità di ricevere un premio in denaro, acquisiranno 6 crediti formativi validi per il proprio percorso universitario.
Il programma prevede la selezione di venti studenti che verranno poi suddivisi in quattro gruppi di lavoro: due team si confronteranno sul tema del business applicato a prodotti realizzati da imprese sociali e due sul recupero dei beni pubblici in stato di degrado. Lo scopo della prima sfida è valorizzare la produzione di realtà inclusive per massimizzarne il ritorno economico tramite strategie di marketing mirate ad intercettare nuovi mercati, aiutandole così a rendersi sostenibili e creare nuove opportunità di lavoro. La seconda sfida si propone invece di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare beni pubblici in stato di abbandono, trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività. L’obiettivo è promuovere una rete di relazioni tra artigiani e imprese locali che possano accogliere ed includere, attraverso il lavoro, persone in situazioni di fragilità. L’iniziativa si concluderà a fine maggio, con la proclamazione dei due gruppi che avranno sviluppato le idee più convincenti: a loro andrà un premio in denaro e 6 crediti formativi.
Out of the Standard rientra nel progetto CLab Verona, iniziativa nata nel 2017 nell’ambito del CLab Veneto che si pone come un punto di riferimento per la comunità universitaria di Verona che intenda partecipare a un percorso interdisciplinare e trasversale che utilizza metodi didattici non tradizionali. Il CLab punta a sviluppare nei partecipanti capacità di problem solving, team building e analisi delle opportunità imprenditoriali e di mercato legate a specifiche esigenze proposte dai partner.
Banda Rulli Frulli: la musica strumento di integrazione
A Finale Emilia la Banda Rulli Frulli esplora una musica nuova, fatta di inclusione e sostenibilità ambientale. Quando suona l’orchestra il mondo musicale, e non solo, resta incantato perché la Banda è composta da oltre 70 strumenti creati con materiali di riciclo da ragazzi con diverse abilità
Il sogno che Federico Alberghini ha conservato per oltre 20 anni è diventato realtà nel 2010, quando insieme ad alcuni allievi della Fondazione Scuola di Musica Carlo & Guglielmo Andreoli recupera 5 secchi da una discarica. Fu il percussionista Luciano Bosi ad ispirarlo. Una sua rullata cambiò il mondo di Federico che a nemmeno 10 anni decise il suo futuro: “Capii che nella vita avrei suonato ma non suonato e basta! Volevo farlo con strumenti fatti da me, fatti da materiali di recupero” racconta il Direttore della Banda.
La storia della Banda
Il cestello di una lavatrice, un tubo, un coperchio, una pentola… quanti suoni esistono all’interno di ogni elemento? Quante melodie possono nascere dalle persone indipendentemente dalle loro capacità? La Banda Rulli Frulli nasce per creare un luogo in cui le diversità diventano fonte di crescita comune. Ragazzi di diverse età e con diverse abilità sono i protagonisti di una famiglia in cui la musica diventa lo strumento per stare insieme, creare e abbattere le barriere della differenza.
Insieme a Federico anche Marco Golinelli, Sara Setti e Federico Bocchi partono per l’avventura: creano una marching band composta da 7 elementi, suonano in piccoli concerti di strada, stupiscono con i loro secchi legati alla cinta e l’agilità delle bacchette. La Banda prende forma e in due anni i ragazzi iscritti raddoppiano. Ma poi succede che la vita cambia. Almeno a Finale Emilia.


La scossa di terremoto di magnitudo 5.5 colpisce la cittadina e rade al suolo case, strutture, sale prove. Lo sconforto si impadronisce degli abitanti, le persone vengono riunite in tendopoli in attesa di tempi migliori. Ma Federico con la sua ciurma non demorde “Insieme ad un’altra insegnante abbiamo iniziato la spola alle tendopoli per continuare a fare musica insieme ai ragazzi in uno spazio che ManiTese ci aveva offerto. Facevamo prove tutti i giorni, non dimenticavamo nessuno”. L’impegno della Banda Rulli Frulli scalda gli animi e in pochi anni il numero degli iscritti e di collaboratori si moltiplica arrivando nel 2016 ad avere 50 musicisti in tour in Italia e all’estero con dischi registrati, scenografie per ogni spettacolo e un’indistinguibile divisa marinaresca perché “la nostra Band è come una barca che salpa e viaggia nei mari” ammette Federico.
Una Banda unica e innovativa
C’è qualcosa di unico nel loro modo di fare che piace e coinvolge. Vengono invitati a suonare all’Expo, al Concerto del Primo Maggio a Roma, al programma televisivo Stasera Casa Mika del cantante. Il loro è un modello innovativo perché il gruppo valorizza tutte le abilità in una rete sociale di accettazione e rispetto reciproco. Per questo l’Archivio Italiano della Generatività ha riconosciuto il valore della Banda Rulli Frulli e ne ha studiato per tre anni il metodo.
Un metodo esportato in 5 città italiane che coinvolge 2800 persone e che appena possibile volerà a New York. “Nella Banda Rulli Frulli si cresce. C’è la preparazione, la trasferta, il concerto. Sai quali autonomie ha permesso di sviluppare ai ragazzi disabili? Loro che creano lo strumento, montano e smontano il palco, imparano ad organizzarsi il viaggio”. Un passo importante anche per i ragazzi senza disabilità “Non diciamo mai la disabilità altrui. Nei laboratori nasce la vera integrazione: vivi, comprendi, stai accanto all’altro. Sei valorizzato per quello che riesci a fare e questo costruisce un intento comune”. Pionieri di un modello unico, esibiti in 198 concerti a cui nemmeno il Papa ha saputo resistere chiamandoli a suonare vicino a sé davanti a 90mila persone. “Ci siamo allenati, abbiamo preparato i ragazzi a gestire le emozioni, ci siamo inventati un modo di vivere”.
Dalla musica nasce lavoro


Con la Banda Rulli Frulli cambia l’approccio alla diversità. Si è creata una comunità con le famiglie che ci seguono, tanto che di fronte al problema occupazionale dei giovani disabili hanno deciso di aprire “Astronave_lab” un laboratorio professionale che offre lavoro ai ragazzi diversamente abili altrimenti disoccupati. I materiali di recupero trovano nuova vita grazie a creatività, tecnica e artigianato che rende inclusivo il lavoro e bello l’oggetto finito. “Siamo partiti realizzando oggetti di design con legno recuperato dal mare. Oggi abbiamo 12 ragazzi, una ditta del territorio che contribuisce e una marea di volontari che sostengono l’iniziativa”.
Il futuro? È tutto da costruire. “Abbiamo scoperto che l’ex stazione delle corriere sarà in nostra gestione per 25 anni. Potremmo ingrandirci: sale prove, web radio, laboratori artigianali, studio di registrazione, laboratori per gli strumenti, ristorante e bar gestiti in collaborazione con le scuole locali…la mia era una passione ed è diventata fonte di inclusione. Questo spazio diventerà un’opportunità per i giovani” promette Federico.
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Ronda della Carità: insieme per i poveri
In Italia sono salite di oltre 1 milione le famiglie che a causa della pandemia si trovano in stato di povertà. A darne testimonianza è l'Istat che registra l'aumento del 40% di richieste di aiuto. Eppure in ogni città c'è un numero di poveri che non compare sulle ricerche nazionali.
Si tratta delle persone senza dimora, uomini e donne la cui casa è diventata per cause di forza maggiore la strada. Italiani, stranieri, migranti regolari e irregolari spesso senza documenti perché rubati nel tragitto che li ha portati in Italia, non residenti nel comune di riferimento e che per questo non possono accedere ai dormitori notturni. Insieme ad Alberto Sperotto, vicepresidente della Ronda della Carità, abbiamo cercato di comprendere meglio la situazione veronese. L'associazione è nata 25 anni fa per assistere persone in stato di indigenza, in particolar modo coloro che erano senza dimora. Negli anni l'operato silenzioso e notturno dell'ente lo ha reso un punto di riferimento per la città, sia per le istituzioni che per i cittadini. Oggi l'associazione lavora insieme per i poveri della città.
Chi sono le persone senza dimora
L'esperienza della Ronda aiuta a delineare in modo più preciso chi sono le persone che vivono in strada. La realtà rovescia il luogo comune di pensare che chi vive la strada lo fa per scelta. "Sono prevalentemente uomini, i migranti sono i più giovani, tra i 17 e i 25 anni, partiti a piedi dai loro Paesi come Pakistan, Siria, Nord Africa. Spesso ci mettono anni per arrivare in Italia attraverso le angherie che subiscono sulla Rotta Balcanica" racconta Alberto. Durante il tragitto spesso vengono derubati di tutto: oggetti personali, documenti, vestiti eppure il loro spirito conserva la voglia di crearsi una vita migliore. Anche se qui purtroppo la strada per loro si dimostra in salita.
I giovani migranti in cerca di futuro condividono le vie della città con immigrati nord africani e dell'est Europa: lavoratori da decenni in Italia impegnati nell'edilizia o in agricoltura che a causa della crisi hanno perso il lavoro e si sono trovati nell'impossibilità di pagare un affitto e di comprarsi da mangiare. "Sono pochi gli italiani che finiscono in strada. Hanno più probabilità di usufruire dell'assistenza sociale mentre non mancano lavoratori stranieri regolari, con busta paga, che non riescono a trovare appartamenti in affitto" aggiunge Alberto.

Viene da chiedersi come è possibile che persone con contratti a tempo indeterminato e stipendi dignitosi vivano per strada? La realtà dimostra che spesso serve un'associazione che faccia da intermediario e garante tra proprietari e futuri inquilini. Sono infatti ancora poche le realtà che si occupano di accoglienza non convenzionata, come la Casa del Migrante del Cestim o la Comunità “Sulle Orme” di don Paolo. "Sono tanti i contenitori vuoti in città che potrebbero essere trasformati in pensionati sociali. Quante volte ci siamo proposti di farlo, a spese vive nostre... ma per riuscirci serve visione, la visione dell'amministrazione".
La vita sulla strada
Vivere in strada significa spostarsi senza meta, trascorrendo notti all'addiaccio, senza agi né docce. "Possiamo distinguere in due categorie le persone senza dimora: chi vuole tornare nella propria patria perché è la loro casa, chi invece vuole stabilirsi qui". La differenza la fa il luogo d'origine, la situazione politica ed economica che hanno lasciato alle spalle. "Ma una cosa è uguale per tutti: sono in cerca di lavoro. I soldi sono un bisogno primario perché permettono loro di sopravvivere e, specie per chi è giovane, avere un'attività consente di dare sfogo alla creatività che caratterizza l'età".
Quanti riescono a trovare lavoro? Quanti senza pulizia e sonno alle spalle riescono a trovare un posto in regola? In un sistema complesso come questo, dove l'amministrazione pubblica cerca di nascondere e dimenticare la marginalità sociale a cui sono costretti, questi uomini diventano facili vittime dell'illegalità. Se prima il caporalato li sfrutta per pochi euro al giorno in lavori massacranti poi apre loro le porte a guadagni più facili fatti di microcriminalità, spaccio, lavoro nero. Quale futuro legale possiamo costruire insieme? si chiede la Ronda decisa a realizzare con le associazioni di categoria un osservatorio per cogliere i bisogni delle aziende. "Da qui potremmo attivare corsi di formazione, tirocini e favorire l'occupazione" testimonia Alberto.


I servizi della Ronda
L'associazione lavora da anni sul territorio per generare un servizio dignitoso. l loro operato trova fiducia nei cittadini che coprono il 56% dei bisogni dell'ente. "Quando facciamo la raccolta alimentare abbiamo la fila di persone che hanno fatto la spesa e ci portano qualcosa. Ed è importante perché non si limitano a farci un bonifico, ma vengono nella nostra mensa dove le persone senza dimora hanno appena terminato la colazione e dove alcuni stanno partecipando ai nostri corsi o in attesa della riparazione della bicicletta, che significa ridurre le barriere, toccare con mano la realtà che esiste tra noi e chi dorme per strada" racconta Alberto.
Negli ultimi anni i servizi si sono evoluti e si sono resi più attenti ai bisogni di coloro che assistono. Il Covid è diventato un'opportunità per ripensare alle attività. "Improvvisamente ci siamo trovati senza i nostri donatori storici, senza cibo ma con il numero di richieste in aumento" ricorda Alberto. Due anni fa la Ronda consegnava circa 80 pasti ogni notte, l'anno scorso 97, quest'anno più di 160 arrivando a 300 in ottobre. I numeri allarmano perché testimoniano un bisogno sempre più crescente ma il bisogno è più che proporzionale al numero di volontari che inventa e modula, oltre all’uscita notturna, i servizi come:

- I Cucinieri di strada: preparano ogni giorno il pasto caldo utilizzando ingredienti che vengono donati all'associazione. Impiattati e sigillati in vaschette di cellulosa che inquinano meno e permettono alle persone senza dimora di prendere il pasto e con dignità consumarlo
- La cicloofficina Kamarà d'aria: è un progetto che permette di prendersi cura del mezzo più diffuso per chi vive in strada: la bici. Grazie alle bici revisionate e donate all'ente è stato possibile cedere in comodato d'uso gratuito 70 mezzi a persone bisognose
- Il Bla Bla Ronda: è un laboratorio linguistico nato per motivare le persone straniere a intraprendere percorsi di lingua italiana, necessaria per l’inserimento lavorativo e sociale
- Il Barbiere di Strada: è un momento prezioso per prendersi cura delle persone senza dimora e raccogliere loro confidenze e bisogni
- Il Guardaroba: raccoglie e smista vestiti e coperte donate e tramite un sistema di raccolta ordini confeziona i materiali per ridurne lo spreco
La risposta della città
Negli ultimi anni l'associazione ha lavorato molto sulla sua comunicazione. Le chiamate dei cittadini non rivendicano più decenza, ma testimoniano un cambiamento culturale: C'è una persona che dorme vicino a casa mia, ho portato coperte e maglioni, cosa possiamo fare?. "Per noi è importante perché è un ulteriore segnale di come stiamo iniziando a prenderci cura assieme ai cittadini della città" ammette Alberto. Dato dimostrato dal numero di volontari in costante crescita. "Ci piace avere con noi pensionati perché danno stabilità. Ma ci piace anche avere giovani, il loro valore e la loro creatività è inestimabile".
E forse è proprio per questo che la Ronda è diventata un patrimonio vitale per la città di Verona.
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Volontariato: come rendere vive cose e persone in 5 passi
Più di 5 milioni di italiani dedicano parte del loro tempo al volontariato. Ma come mantenere e alimentare i servizi sul territorio? Come mettere in rete il dono? Come il volontariato rende vive cose e persone?
Franco Micucci, assistente sociale, ha fondato nel corso degli anni vari associazioni con l'obiettivo di alimentare la partecipazione attiva delle persone. ReteViva insieme all'associazione Ubuntu di Macerata sono una reale manifestazione di come si può creare rete sul territorio a servizio della persone. A lui abbiamo chiesto di raccontarci quali sono stati i 5 passi fondamentali che hanno permesso alla rete di diventare un punto di riferimento per la città.
1. Osservare e ascoltare
Reteviva nasce dal desiderio di rispondere ai bisogni delle persone più ai margini della società, a partire dai più anziani. Abbiamo incontrato la malattia, la solitudine, la perdita delle capacità, l’essere messi da parte, l’improduttività … Le stesse persone che soffrivano di questa “perdite” erano anche depositari di talenti e conoscenze preziosissime per tanti giovani, ma non solo. Volevamo assicurare la trasmissione delle tradizioni e della memoria alle nuove generazioni.
Con il fenomeno dell’allungamento della vita, ci sembrava che il periodo della pensione diventasse una grandiosa opportunità di crescita personale, ma soprattutto collettiva. Ci siamo lasciati ispirare dall’idea della fraternità universale e così abbiamo cercato di “abbattere” quei muri che dividono le persone per età, estrazione sociale, professionalità, censo. Come? Attraverso il dono del proprio tempo per chiunque ne avesse bisogno. Siamo partiti da qui per rendere vive cose e persone
2. Ampliare la rete
E cercare spazi in cui condividere i valori. Non abbiamo preteso di partire da zero. Eravamo coscienti che nei gruppi, informali o più strutturati, questi valori vengono già vissuti e concretizzati. Sono come degli “scrigni” in cui sono conservati dei tesori nascosti!
Così abbiamo incontrato alcuni gruppi per attivare la rete ed iniziare a scoprire nuove possibili relazioni personali, oppure per valorizzare quelle già esistenti.
3. Mettere in rete
In questi gruppi, abbiamo fatto il gioco della “Città Colorata”: distribuendo dei semplici post-it di due colori ai partecipanti, abbiamo invitato ognuno a scriverci su uno la disponibilità a fare qualcosa e su un altro la necessità che qualcuno ci faccia qualcosa.
In queste occasioni, abbiamo sperimentato che disponibilità e necessità si incontravano in modo sorprendente e nuovo, anche in gruppi di lunga data e composti da persone che si conoscevano da tempo si creava la possibilità di crescere grazie alla conoscenza, fiducia, appartenenza.
Abbiamo raccolto disponibilità e necessità in una specie di “banca dati” ed abbiamo iniziato a facilitare degli “scambi di reciprocità” in cui si incontravano: li abbiamo chiamati “scambi” perché alla fine del tempo anche chi aveva donato capacità e/o conoscenza se ne tornava a casa arricchito di umanità, ascolto, valorizzazione, amicizia, fraternità …
4. Creare luoghi di incontro
Pur iniziando a realizzare i primi “scambi di reciprocità” a domicilio delle singole persone, queste relazioni si sono moltiplicate ed amplificate una volta trovata la disponibilità di alcuni locali vuoti da parte di una parrocchia.
Con il pieno appoggio e la collaborazione di un parroco lungimirante, gli “scambi” sono potuti diventare “laboratori” visto l’aggregarsi spontanei di tanti che erano interessati a quella disciplina, quell’arte o quell’argomento.
A domicilio questo progetto si sarebbe limitato moltissimo, mentre l’aver avuto la possibilità di utilizzare un luogo “terzo” ha permesso di far crescere la Rete. Comunque, abbiamo mantenuto una serie di servizi a casa, come la compagnia, le piccole commissioni e la lettura.
Con il tempo, sono cresciuti esponenzialmente disponibilità e necessità: le relazioni umane sono diventate generative di una socialità in cui tutto è sussidiario, fraterno, gratuito, accolto e prezioso.
Da un punto di vista organizzativo, è stato necessario avere una “forma”: così ci siamo costituiti fin da subito in un’Associazione di Promozione Sociale chiamandola UBUNTU che in lingua swahili significa “io sono in quanto noi siamo”.
Un aspetto non ultimo è la coscientizzazione dei partecipanti alle spese: attraverso un sistema chiamato “adozione”, ogni partecipante sostiene l’intero progetto di Reteviva contribuendo alle spese con una quota mensile, a prescindere dal numero di laboratori a cui partecipa o il tempo che trascorre in Reteviva. Ciò ci ha permesso di renderci abbastanza autonomi finanziariamente.
5. Comunicare
Un aspetto non secondario è l’investimento in comunicazione. Comunicazione interna: il rischio di chiudersi è forte in ogni gruppetto o laboratorio che è nato, ma far circolare ogni novità tra tutti permette di garantire l’unità di Reteviva e di creare nuove “sinapsi” tra i partecipanti. È particolarmente importante in questo periodo, dove il semplice dirsi “buongiorno” su una chat garantisce la continuità dei rapporti umani anche senza essere in presenza!
Comunicazione esterna: ogni iniziativa è stata sufficientemente pubblicizzata soprattutto per rendere visibile ciò che abbiamo fatto, per un dialogo con il contesto sociale ed istituzionale con cui, nel tempo, abbiamo progressivamente collaborato in numerose iniziative.
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La storia di Anna presidente cooperativa sociale Quid
Questa è la storia di Anna, fondatrice e presidente di Quid, la cooperativa sociale veronese che trasforma la fragilità in valore.
Il fiume che scorre di fronte alla sua casa le ricorda il movimento della vita. Costante e mai uguale. Calmo o impetuoso. A volte così impaziente che la strada per lui tracciata non basta a contenerlo, ed ha bisogno di uscire, vedere cosa c’è oltre, perdersi un po’ per generare quello che ancora non c’è.
Anna è solo una ragazza quando prende il primo volo. Destinazione mondo, Terzo Mondo. Atterra e sbatte subito la faccia contro la realtà: c’è chi vive per soddisfare i capricci di sconosciuti che vogliono frigoriferi pieni e armadi straripanti a chilometri di distanza. La sua mente assimila veloce. Un progetto internazionale non le basta e in poco tempo il suo passaporto si tinge di timbri. Lei ha bisogno di vedere.
Ogni volta che rientra il suo spirito è più ricco. È consapevole, grata e coltiva il sogno di fare qualcosa per migliorare quel mondo ingiusto. Ama la città in cui è cresciuta ma il suo sguardo allenato inizia a farle sollevare i veli d’apparenza sotto cui è nascosto un dolore taciuto, capace di urtare l’illusione cittadina di vivere nella bella città dell’amore. Di cosa si tratta? si chiede mentre invia candidature.
Anna ha un curriculum invidiabile, è giovane, preparata e con esperienze. È proiettata verso una carriera in relazioni internazionali ma qualcosa la blocca. Lei intrepida e coraggiosa è imprigionata in una relazione che la fa sentire debole e impotente. Dentro una gabbia da cui non sa come uscire, come un buco nero che assorbe la sua potenza e la fa sentire persa. Ma poi accade…
L’incontro che le cambia la vita e le urla in silenzio Amati!
Il principio di amarsi gli uni con gli altri la scuote così forte dalle sue insicurezze da trovarsi ad osservare tutto con uno sguardo capovolto e nuovo. Ed è così che lo capisce: nella sua fragilità riscopre la forza e comprende che il dolore delle donne può diventare occasione di bellezza e di riscatto. Per tutte e per tutti!
Anna è un fiume in piena. Vuole realizzare qualcosa capace di unire ambiente, società e mercato con l’empatia e la fragilità. Pensa, condivide, agisce e nel 2013 fonda la cooperativa sociale Quid. La moda diventa un agente di cambiamento per ciò che la società è abituata a scartare: rimanenze di tessuto e donne in situazioni di fragilità: vittime di tratta, violenza, disoccupate over 50 ma anche giovani vulnerabili, richiedenti asilo e rifugiati.
Anna ha 24 anni, la sua idea piace ma il mercato non scherza. Deve guadagnarsi credibilità, trovare partner, diventare sostenibile. Se perde lei, perdono tutte. Alè, alè avanti tutta! la sua passione sconfigge la fatica e accende gli animi. Anna è cocciuta, non demorde mai perché ha fede, crede in un mondo giusto e come lei anche la sua squadra. Così, in sette anni Quid sviluppa 3 negozi, vende online e in oltre 70 multimarca, fattura più di 3 milioni e riceve premi dalla Repubblica italiana, dall’Europa e dalle Nazioni Unite.
A 33 anni è riuscita a rendere più di 150 persone protagoniste di un finale per loro inaspettato. Oggi Anna è ricca, di quella ricchezza che si matura solo quando si entra nelle vite e nei piccoli traguardi altrui. “Essere speciali non è una questione di eroismo ma di umanità”.
Imprenditrice sociale, moglie e mamma. Lei è una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? La Rubrica "Donne che fanno la differenza" racconta l'esperienza di chi crea valore nel settore sociale. Puoi leggere anche di Lidia
Monterverde, un'impresa di comunità
Nell'est veronese, la cooperativa è diventata un punto di riferimento per il territorio grazie alla sua capacità di coinvolgere la comunità nella creazione dei servizi. Ricerca, ascolto, proattività rendono l'ente noprofit protagonista della cura dei bisogni locali.
La cooperativa sociale Monteverde opera da sempre come Impresa di Comunità. Per questo in tutti i suoi anni di attività ha coinvolto il territorio nella costruzione dei progetti. Monteverde crede nel modello cooperativo che crea sinergia tra vari portatori di interesse: enti pubblici, imprese profit, terzo settore e persone fisiche. Questo modus operandi ha permesso alla cooperativa di trovare soluzioni sostenibili ai bisogni del territorio che possono essere soddisfatti solo quando la comunità se ne fa carico.
La storia
La cooperativa nasce nel 1986 a San Zeno di Colognola ai Colli in un periodo storico complesso per le persone disabili e per le loro famiglie. “C’era bisogno di dare dignità alle persone facendole uscire, dando loro quelle opportunità relazionali e abilitative che erano state loro precluse – racconta Giovanni Soriato, Presidente – Monteverde nasce grazie alla determinazione di Giuseppe Dal Zovo che auspicava di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità che allora, diversamente da oggi, non avevano opportunità di sviluppare le proprie potenzialità”.


Fin dalla sua nascita Monteverde coinvolge la cittadinanza nella sua visione e nelle progettualità: membri della parrocchia, dell’amministrazione comunale e della comunità territoriale vengono resi partecipi negli organismi istituzionali e nelle attività svolte all’interno dei primi laboratori della piccola sede. Nel tempo Monteverde si connota sempre più come luogo di accoglienza per disabilità gravi. Ciò non destabilizza la convinzione che il lavoro sia uno strumento fondamentale nella riabilitazione delle persone che passa attraverso attività strutturate come l’assemblaggio meccanico, l’artigianato, la falegnameria, la marcatura laser e la produzione di carta riciclata. “Abbiamo cercato di soddisfare i bisogni di socializzazione e introdotto percorsi educativi e riabilitativi” testimonia Giovanni.
I servizi
Valorizzare la persona e la sua unicità grazie al lavoro di rete è ciò che ha reso la cooperativa un punto di riferimento per l’est veronese. “Oggi in Monteverde ci occupiamo di tre macro aree: servizi rivolti alla disabilità; alla scuola e ai minori; alle famiglie e all’età evolutiva – descrive Roberta Castagnini, Direzione Servizi Socio Sanitari - Elaboriamo servizi sia per adulti che per minori con disabilità che possono usufruire di un centro pomeridiano o di interventi domiciliari".
I centri diurni sono frequentati da 60 adulti seguiti da un’equipe multidisciplinare. "Creiamo progetti educativi individualizzati e riteniamo rilevante l’attività riabilitativa svolta nei laboratori. Stiamo sperimentando anche esperienze di abitare autonomo in convenzione con l’Ulss locale e abbiamo attivato un servizio chiamato Il Ponte rivolto a persone fragili o con disabilità lievi che possono intraprendere un percorso pre-lavorativo in un ambiente protetto e strutturato in modo specifico a seconda dei percorsi riabilitativi individualizzati”.


Il contatto e la ricerca sul territorio circostante hanno permesso di cogliere nuove necessità sociali sulle quali Monteverde ha scelto di intervenire. “Abbiamo attivato diversi Doposcuola per alcuni Istituti Comprensivi, avviato percorsi sull’affettività e sessualità sia per studenti che per i loro genitori; abbiamo strutturato momenti di accompagnamento al metodo di studio per bambini con disturbi specifici dell’apprendimento e bisogni educativi speciali e proposto percorsi di logopedia e psicomotricità" spiega Roberta. Incontri che hanno permesso alla cooperativa di cogliere il bisogno d'accompagnamento delle famiglie con figli adolescenti. "Abbiamo così ampliato l'offerta dei servizi erogando esperienze formative e percorsi di consulenza psicologica per l’età evolutiva, l’età adulta e la coppia”.
Un punto di riferimento
60 soci, 85 lavoratori a vario titolo, più di 1500 i beneficiari diretti dei servizi offerti. La cooperativa è un riferimento per 10 Comuni. Per la cittadinanza e le imprese locali che hanno scelto di entrare in una rete di economia civile volta allo sviluppo integrale. “In Monteverde ho trovato una realtà che dà un senso al mio percorso di vita famigliare e professionale – testimonia Francesco Tosato, Direttore - Non è scontato scoprire un luogo di lavoro interessato a dare un contributo positivo al tema della realizzazione individuale, secondo un’ottica di equità generazionale interna ed esterna. Mi sento parte di un ecosistema in cui la cooperativa è soggetto attivo volto a conseguire il bene comune per tutte le persone, in particolare le più fragili, facendo sempre più attenzione alla sostenibilità sociale, economica ed ambientale in ogni aspetto organizzativo e del contesto comunitario”.









