Come si diventa imprenditore sociale
Leggi, Decreti legislativi e Codice Civile regolamentano l’impresa sociale chiarendone i confini, le finalità e gli obiettivi. Ma cosa implica diventare un imprenditore sociale? Quali sono le caratteristiche che definiscono questa figura e che la differenziano?
Lo abbiamo chiesto a Michele Resina, Presidente della cooperativa sociale M25, realtà nata per accogliere e includere socialmente e lavorativamente, persone che vivono situazioni di disagio e difficoltà. Oltre ad un centro diurno focalizzato sulla salute mentale e al bicipark in cui vengono custodite e noleggiate biciclette ai cittadini, la cooperativa ha attivato alcuni laboratori nella casa circondariale di Vicenza. Con il progetto Libere Golosità ha riscattato un forno per creare opportunità formative ed occupazionali per i detenuti. I prodotti da forno dolci e salati sono diventati uno strumento per lavorare sulle proprie responsabilità e disegnare nuovi futuri.
Michele, chi è l’imprenditore sociale?
Bene definisce l’impresa sociale il D. Lgs del 3 luglio 2017 n. 112 ricomprendendo nella categoria “tutti gli enti privati, inclusi quelli costituiti nelle forme di cui al libro V del Codice Civile, che esercitano in via stabile e principale un'attività d'impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività". Già la legge 381/1991 aveva individuato quale scopo principale delle cooperative sociali quello di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale dei suoi cittadini.
Fare impresa sociale, significa promuovere e perseguire con la propria attività interessi di carattere generale, solidaristici, di utilità sociale. Finalità che deve orientare fin dalla sua costituzione qualsiasi esperienza che voglia caratterizzarsi come tale.
Qualsiasi imprenditore sociale presuppone la necessità di assumere modelli di gestione capaci di favorire il coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e degli stakeholder in genere, i cui contributi sono ritenuti essenziali per il raggiungimento dello scopo dell'impresa.
Si tratta in altre parole di definire sistemi organizzativi aziendali in cui, chi vi lavora all’interno, viene assiduamente coinvolto mediante forme di coordinamento costante e dove le regole della subordinazione tecnico-funzionale non sono quasi mai assoggettate a specifiche e vincolanti direttive, né sono caratterizzate dalla estraneità del risultato operativo.
Si diventa imprenditori sociali quando le finalità e i sistemi organizzativi sono coerenti con il modello. Lo scopo di lucro non è perseguibile nell'impresa sociale, ma viene sostituito dalla ricerca di senso e di gratificazione derivanti dal perseguire la promozione umana dei cittadini e la loro integrazione sociale e territoriale.
Alcune abilità richieste a chi vuole intraprendere la strada dell’impresa sociale sono:
1. Saper trovare risposte ai bisogni
Gli imprenditori sociali vengono investiti delle difficoltà e dai bisogni di un territorio. Non ci sono risposte standard adattabili alle situazioni ma ogni situazione ha bisogno di essere ascoltata e affrontata con originalità. L’imprenditore sociale non si rapporta con problemi ma con persone, considera la diversità una risorsa. Sono questi i tratti caratteristici che permettono di sperimentare nuove strade che guardano al di là di quello che è semplicemente convenzionale.
2. Dare valore alle risorse a disposizione
L’imprenditore sociale valorizza in modo creativo le persone e le reti sociali che ha a disposizione. Crea un ambiente di lavoro in cui le persone si possono sentire sicure ad essere quello che sono. Cose straordinarie iniziano ad accadere quando si ha la possibilità di portare al lavoro quello che siamo, eliminando le divise e le maschere professionali. L’imprenditore sociale sa tirare fuori il meglio da ogni collaboratore, definendo ruoli e funzioni appropriate, così da rendere ciascuno soddisfatto della propria missione.
3. Umanizzare i rapporti e favorire l'inclusione
Gli imprenditori sociali sanno che il cambiamento è complesso e difficile da ottenere; umanizzare le relazioni di aiuto e l’inclusione riduce i tempi della cura e aiuta a guarire prima. L’ascolto, l’empatia e la collaborazione generano cambiamento. L’imprenditore sociale sa che il successo dipende dalla capacità di includere gli altri nella progettazione, realizzazione e valutazione delle soluzioni. La domanda che si pone non è come creare regole migliori, ma come supportare i gruppi a trovare la migliore soluzione.
4. Superare i modelli organizzativi piramidali
Nelle strutture piramidali sono necessari incontri a tutti i livelli per raccogliere, filtrare e trasmettere informazioni su e giù per la catena di comando. Nelle imprese sociali le riunioni vanno ridotte al minimo indispensabile e i processi decisionali devono coinvolgere le prime linee. Servono incontri essenziali, che coinvolgano i gruppi di lavoro, per allinearsi e prendere decisioni, quando un argomento necessita di attenzioni, con le persone competenti intorno ad un tavolo, eliminando la proliferazione di funzioni strutturate e superflue.
5. Saper porre come obiettivo il cambiamento
L’imprenditore sociale ricerca soluzioni capaci di generare cambiamento e sa che questo va misurato nel lungo temine; diffida dei cambiamenti facili da ottenere. Il cambiamento vero è quello che sa generare modelli nuovi di gestione, visioni rinnovate delle cose; è quello reale e misurabile non basato solo sulle buone intenzioni

Ti è piaciuto questo articolo? Per la rubrica I 5 passi fondamentali per... puoi leggere anche Non profit: come costruire un modello replicabile
"La naturale percezione della diversità" - storie di Giovani Speranze
Si apre la Rubrica #GiovaniSperanze dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.
Quando ho finito le scuole superiori non ero certo di niente. Ho scelto Lettere perché mi piaceva scrivere. Ma sono bastati pochi mesi per capire che non era la mia strada. Ero stanco. Senza energie. Non trovavo soddisfazione in niente e non avevo stimoli per continuare.
A 20 anni mi sono rassegnato all’idea che avrei vissuto una vita facendo un lavoro perché lo dovevo fare. Mi sarei dovuto accontentare, accontentare di me perché io non riuscivo a trovare il mio posto. Credere che tutto sia finito prima ancora di iniziare è penoso. Per fortuna però è successo…e le cose sono cambiate.
Mi hanno detto “Prova, cos’hai da perdere?” e non avevo nulla da perdere. Così ho iniziato a fare il volontario alla Vale un sogno, una cooperativa di San Giovanni Lupatoto che lavora con la disabilità intellettiva e con la Sindrome di Down per permettere a tutti i giovani di costruirsi un futuro. All’inizio facevo cose piccole, anche marginali, eppure mi veniva voglia di tornare. Ho messo il naso qua e là, in meno di un anno mi hanno offerto un posto. In produzione.
Hai presente la sensazione di essere nel posto giusto? Io la provo stando qui. Mi occupo della produzione e gestisco progetti. Si, sono una figura ibrida ma mi piace esserlo. Mi piace riconoscere la fluidità dei ruoli, mettermi a disposizione, migliorare e migliorarmi.
Lavoro per qualcosa di realmente importante. Lavoro per trovare metodi, prodotti e soluzioni che mettano a sistema il valore umano e professionale delle persone con disabilità. Perché creano cose belle e interessanti. Perché anche con le loro fragilità attivano produzioni e risultati che hanno un effetto sul mondo.
Il mio di mondo, per dire, è rinato. Con la loro spontaneità mi hanno insegnato a scalare di marcia, a fare ragionamenti più semplici ma non per questo meno importanti. A riscoprire le piccole cose e a cogliere il senso autentico delle cose. Loro sono il mio carburante, la motivazione che fa scendere dal letto e superare gli ostacoli anche nei periodi più complessi.
Lavorare in cooperativa rinnova le energie. Chiede tanto ma dà tanto. Facciamo cose che sembrano irrealizzabili e a ben guardarle forse un po’ lo sono. Pochi decenni fa le persone disabili nemmeno le vedevi in giro. Adesso sono protagonisti della loro vita.
Ma io non mi fermo qui. Non mi fermo fino a quando agli occhi della gente la disabilità diverrà parte della normalità, senza quei “ma” senza quei “se” che infrangono il valore della capacità di chi lavora insieme a me. Perché sono persone come me. Sono lavoratori come me.
Michele Spiniella
29 anni – cooperativa sociale Vale Un Sogno VR
Paola, la donna che supera le barriere dell'autismo
Questa è la storia di Paola Carnevali Valentini, la presidente di Angsa Umbria
Nel paese di 24 mila anime dove vive Paola, c’è calma e quiete. Eppure lei a tutta quella tranquillità è estranea. Cresce nell’energia di due donne, l’una il contrario dell’altra: una battagliera e l’altra docile. La guerriera e la santa. Dalle nonne Paola eredita un cuore forte, abbracci dolci e una mente inarrestabile. Ancora non sa che la sua eredità farà la differenza.
Ha 23 anni Paola e ha fretta di realizzare il suo mondo di sogni. È innamorata e vuole sposarsi. Vuole essere madre, prendere per mano i suoi bambini e vederli crescere. Nascono Andrea, poi Marco e più tardi Pietro. Ma c’è qualcosa di strano. Paola lo sente. Vede l’essenza distinta di Marco e vuole capire.
Vostro figlio ha dei bisogni speciali, è autistico dice il medico. Basta una frase per sgretolare il tetto di sogni e far sentire Paola sepolta dalle macerie di una vita che non sarà come la immaginava. Marco è solo un bambino e dell’autismo si sa ancora poco. Quando Paola nomina il disturbo ad alta voce, le persone si allontanano spaventate. Paola è disorienta, isolata dentro ad una bolla da cui non sa come uscire.
Guarda suo figlio muoversi impacciato, disinteressato al contatto fisico proposto dagli altri bambini. Ma lascialo stare non vedi che non è capace di giocare? sente dire da un’altra mamma ai giardini. L’insieme delle parole prendono la forma di una lama che affonda nella carne. Anche suo figlio ha capacità! La ferita fa male. Ma proprio lì Paola percepisce il suo cuore forte e comprende che è giunto il momento di reagire. Deve fare qualcosa per suo figlio. E vuole farlo anche per gli altri.
Nell’associazione ANGSA Umbria i genitori trovano qualcuno con cui camminare insieme, senza vergogna o paura. Incontri, convegni e seminari aiutano a portare l’autismo fuori dalle cliniche e a far conoscere il disturbo. Nell’associazione Paola comprende il peso della diversità quando vede famiglie esplodere per fatica. Osserva rimbalzare le colpe, sbattere le porte di figli arrabbiati e scoraggiati. Ci vuole un amore grande per tenere insieme una famiglia. Un amore grande per stare vicino a centinaia di famiglie che vivono in bilico.
Paola crea nuovi sogni con la sua famiglia e insieme a suo marito. Lei la mente e lui il braccio. Non ha certezza che tutto andrà bene ma che tutto ha un senso. Così inizia a guardare lontano tenendo i piedi per terra. Studia giorno e notte, impara come parlare a medici, politici, genitori, insegnanti. Resta a cercare bandi fino a tarda notte, studia tecniche per reperire fondi e comunicare il valore di chi convive con l’autismo: delle 40 persone che vede ogni giorno impegnate nelle attività del centro diurno, del laboratorio minori, delle attività agricole della cooperativa La Semente.
Le loro abilità hanno pari dignità. Per questo nascono le occasioni di lavoro, la fattoria, l’agriturismo, il servizio catering. A 62 anni Paola si sente viva e quando è stanca ascolta l’amore immenso che prova per Andrea, Marco e Pietro. Poi guarda i suoi ragazzi. La fatica vola via, respira a pieni polmoni ed è felice.
“Marco ha trasformato la nostra vita. Senza la sua esperienza sarei stata una donna molto più povera”.
Paola è una donna che fa la differenza.
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Monscleda, la cooperativa villaggio di un territorio
Lavorare sul territorio per il territorio significa far fronte ai cambiamenti portati dal tempo, modificare i servizi ed evolvere le competenze per riuscire a garantire servizi di qualità che migliorano la vita delle persone.
Il cambiamento è una sfida con cui la cooperativa sociale Monscleda si è sempre confrontata, fin dalla sua nascita, quando un gruppo di volontari impegnati in attività di sostegno a persone disabili scelsero di dar vita ad una struttura attenta allo sviluppo quotidiano delle autonomie residue. Eppure non bastano i buoni propositi a coprire i costi di gestione e a far fronte all’onerosità che si celano dietro all’amministrazione di un ente non profit. “Quando sono arrivato la cooperativa era in difficoltà, ma c’era la voglia di stare in contatto con le persone, di costruire qualcosa che restasse. Abbiamo preso in mano la situazione e abbiamo cercato di trasformare la cooperativa in un punto di riferimento per la Val d’Alpone” racconta Luigino Righetto Direttore di Monscleda.
I servizi della cooperativa
A più di 30 anni di distanza dalla nascita della cooperativa, oggi Monscleda è diventata l’anima della città, un luogo in cui le relazioni e la fiducia attivano le persone e le motivano a diventare promotori di una cultura inclusiva, solidale e partecipata che vede tutti protagonisti. “Ci impegniamo per favorire la prossimità. Vogliamo fare accoglienza con premura basandoci sulle esigenze reali di chi abbiamo di fronte siano persone con fragilità che comuni cittadini. Perché non c’è una ricetta magica per crescere, bisogna capire come trasformare le necessità in opportunità di cui tutti possono godere”.


La cooperativa ha generato servizi diretti per anziani, disabili e pazienti con difficoltà psichiatrica. Ma non si è fermata qui. Ha trasformato le necessità vissute nella gestione dei centri diurni e nell’attività residenziale, in opportunità per il territorio. La lavanderia, inizialmente ideata per uso interno, rivolge il servizio di pulitura, stiratura e riparazione sartoriale anche al pubblico esterno. Così come la cucina, anch’essa predisposta per esigenze interne alla cooperativa, si è trasformata in un servizio attivo anche per la collettività: pasti a domicilio, ristorante, settore di pasta fresca e prodotti da banco sono a disposizione dei clienti. Ma anche la manutenzione dello spazio verde, la palestra, il sistema di housing sociale per chi vive periodi di difficoltà… “Quando apri le porte all’esterno e lo fai entrare, inneschi curiosità, interesse e capacità. Una persona viene per lavare la biancheria e scopre cosa ci sta dietro…poi quando ha bisogno torna!”
Modalità di azione della cooperativa
Costruire legami autentici con le persone e con la rete familiare caratterizza l’operatività di Monscleda. “Vogliamo che qui le persone ricevano un servizio a 360°. Non ci soffermiamo al bisogno che esprime nel presente, guardiamo sempre al futuro, perché cerchiamo di rispondere facendo bene le cose. Quando accogliamo al centro diurno un ragazzo disabile di 20 anni ci chiediamo cosa farà quando ne avrà 50? Cosa succederà quando rimarrà solo? Come aiutiamo i suoi famigliari? Quali altri servizi possiamo dare per creare un servizio più efficace? “. Domande che vengono tradotte in progetti dedicati e personalizzati all’interno dell’ex base militare di Roncà dove opera la cooperativa. Una sede grande, un investimento importante che ha consentito di raddoppiare i servizi e le attività di creare laboratori e trasformare la cooperativa in un piccolo villaggio per dare a tutti le risposte che cercano.


Impegnata a creare sempre nuove opportunità che rendano la cooperativa aperta e sostenibile, Monscleda è attenta a soddisfare i bisogni di oltre 70 utenti e di un centinaio di clienti fissi mensili. Insieme all’equipe di 57 operatori la cooperativa punta a coltivare la passione delle nuove generazioni. “Ci sono ragazzi nel territorio con voglia di fare e competenze. Loro hanno lo spirito giusto per guardare oltre e innovare perché nel sociale bisogna sempre avere antenne ricettive e intuizioni” sostiene Luigino che pensa al lavoro maturato negli anni e a quello avvenire perché il Covid ha ampliato i bisogni sociali e creato situazioni di svantaggio che ancora non sono classificabili. Per loro sono è necessario fare qualcosa in più. Qualcosa che ancora una volta leghi la cooperativa alla sua terra.
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Giovani e Terzo Settore: cosa hanno scoperto gli studenti UNIVR
Valore della diversità e dell’inclusione, ambienti di lavoro stimolanti e creativi, opportunità di crescita e sviluppo di idee. Sono queste le ambizioni che hanno i giovani per il mondo del lavoro e, inaspettatamente, per molti di loro il Terzo Settore diventa un ambito a cui prestare attenzione.
“Un mio grande sogno è quello di aprire un luogo di cultura dove unire le mie passioni: il mondo del sociale, la musica, l'arte e la natura” racconta Diana studentessa magistrale in Editoria e Giornalismo che insieme ad altri 19 studenti dell’Università degli Studi di Verona ha partecipato ad Out of the Standard la sfida lanciata da Fondazione Cattolica in collaborazione con C-Lab Verona per innovare il settore non-profit.
Cambiare opinione
Il desiderio di Diana si sposa con la voglia di mettersi in gioco che il 100% degli studenti ha manifestato in questi mesi di lavoro. Conoscere il mondo non profit è stato per tutti una scoperta nonostante la maggior parte dei giovani avessero maturato esperienze di volontariato. “Ho sempre pensato che fare impresa e fare non-profit fossero due binari paralleli che non si incontrano mai. Mentre ho compreso che forse, l’unico vero modo per fare davvero bene impresa è coniugare i due aspetti” ammette Naomi, studentessa di Lingue e culture per il commercio internazionale. Gli incontri con gli imprenditori sociali hanno aperto un mondo pressoché sconosciuto. “Il non-profit credevo fosse un settore di nicchia, senza possibilità di crescita. Invece durante la sfida ho potuto vedere realtà molto ben strutturate e organizzate che operano anche a livello internazionale e ho capito che un mercato sociale in espansione è possibile ed auspicabile” racconta Mariavittoria, iscritta a Lingue per la Comunicazione turistica commerciale.
Trovare valori veri
Auspicabile perché “ciò che si vive in un’impresa sociale conferma quanto sia geniale e potente una realtà che non esclude nessuno a prescindere da dove viene, chi è e cosa sa fare” testimonia Martina, studentessa di Lingue per il commercio internazionale perché “ognuno di noi può dare il proprio contributo, piccolo o grande che sia e quando lo si somma al valore degli altri porta ad ottimi risultati” commenta Cecilia, iscritta a Marketing e Comunicazione.
Un valore imprescindibile che pone attenzione a chi è più fragile e vulnerabile e che non resta indifferente ai giovani d’oggi. “Abbiamo bisogno di costruire un domani fatto di inclusione, uguaglianza ed etica. Di rispetto per le persone, per l’ambiente e per se stessi continuando a favorire la crescita personale” afferma Ilaria, laureata in Lingue per le relazioni internazionali.


Riconoscere prodotti etici
Un domani che le 12 imprese sociali incontrate dagli studenti durante la sfida “Come creare un mercato inclusivo per i prodotti sociali” stanno già realizzando insieme a giovani con disabilità, immigrati, detenuti, ex detenuti, donne vittime di violenza, NEET e nuovi poveri. Un lavoro che si traduce la speranza in concretezza che prende forma in prodotti confezionati, artigianali ed esperienziali a cui gli studenti si sono sentiti vicini. “Dietro ogni prodotto c’è una storia reale, vera” pensa Mariavittoria, per questo “desidero veicolare una consapevolezza culturale nei consumatori che si approcciano al mercato nella sua interezza” ammette Diana.
Libertà, creatività, sviluppo delle potenzialità delle persone e spirito d’iniziativa pronto a migliorare i servizi, sono alcuni degli aspetti dell’impresa sociale che maggiormente hanno colpito gli studenti prossimi ormai al mondo del lavoro. Loro che di domande sul futuro se ne pongono tante, di una cosa sono certi: il tempo conta. Così Ilaria conclude “Il lavoro? So solo che voglio concludere la giornata orgogliosa di aver contribuito a fare e a lasciare qualcosa di buono per gli altri e per l'ambiente”.
Vuoi saperne di più su questa sfida? Leggi il primo articolo dedicato agli studenti
5 passi per costruire un modello non-profit replicabile
I bisogni sociali sono in aumento. Le situazioni di crisi economica prima, aggravati dell’emergenza sanitaria, portano alla luce difficoltà sociali a cui il Terzo Settore tenta di fornire risposte. Ma come organizzare un modello capace di rispondere in modo adeguato?
Lo abbiamo chiesto a Mauro Fanchini, oggi presidente della cooperativa sociale Il Ponte di Invorio. Mauro arriva al settore non profit dopo una grande riflessione rispetto all’etica del lavoro. La sua esperienza imprenditoriale in contesti commerciali e lavorativi differenziati, diventa una valida alleata nel progetto di rilancio della cooperativa sociale. Nel 2011, anno in cui Mauro entra all’interno dell’ente, la cooperativa stava attraversando una crisi sia economico-finanziaria che di leadership e in poco tempo rischiava la chiusura. Cosa è cambiato da allora e da dove bisogna mettere le fondamenta?
1. Salvaguardare la sostenibilità
Dal 1988 la cooperativa si occupa di persone svantaggiate in particolare con handicap psichico medio. Dopo la scuola dell’obbligo a quei tempi non c’erano iniziative significative per l’inserimento sociale e nel mondo del lavoro. Per questo Il Ponte è diventato un luogo di riscatto. Un luogo in cui far acquisire alle persone con disabilità le competenze e capacità manuali per educare le loro potenzialità, affinchè diventino parte attiva della società con inserimenti nelle aziende e nelle imprese del territorio. La nostra è una logica transitiva. Lavoriamo sull’autostima, l’autonomia e la responsabilità per creare inserimenti consapevoli, attivi e partecipativi nelle aziende territoriali.
La società civile è strutturata per "escludere" tutte le categorie di persone che non stanno al passo...
L’insicurezza che nasce dal sentirsi diversi, viene superata quando ci si sente parte attiva nell’ambiente in cui si vive. Il lavoro crea esternalità positive che favoriscono le comunità locali con l’aumento della coesione sociale, qualità della vita e il risparmio di risorse pubbliche. Per questo la cooperativa deve intendersi come un’esperienza di lavoro e come tale si autofinanzia grazie alla produzione che riesce a realizzare. Bisogna superare l’errata percezione che il lavoratore con disabilità sia un freno, meno produttivo di altri. Diceva infatti Mariella Enoc “Il non profit che non diventa concettualmente azienda è soltanto un’opera di assistenza, di beneficenza che però è destinata ad una vita molto breve”.
2. Avere le idee chiare
Avere le idee chiare per noi significa trovare le risposte che Il Ponte può dare ai bisogni di inclusione sociale del territorio nel quale operiamo. Ciò non vuol dire che ci debba essere una risposta univoca e statica, ma piuttosto uno studio approfondito per risposte dinamiche e calibrate sulle singole necessità delle persone, con un percorso ben definito e condiviso che prevede obiettivi e verifiche costanti. Come nelle imprese profit, anche nella nostra cooperativa vi è una specifica conduzione organizzativa.
L’attuale Gestione ha una sua dinamicità che nasce dallo sviluppo dell’attività e dalle figure professionali che si stanno formando con l’obiettivo di avere un organigramma completo, che risponde ai bisogni di un’azienda moderna ed efficace nella sua azione dirigenziale, in particolare per quanto riguarda la corresponsabilità nella gestione aziendale e la delega delle funzioni.
La direzione, composta dai responsabili dei reparti produttivi, amministrativo e logistica si trova tutti i giorni per condividere, pianificare, organizzare e verificare il funzionamento generale delle attività.
3. Migliorare sempre
Per impostare le azioni che la cooperativa progetta, definire l’approccio, la mentalità e le competenze sulle quali poi tutto il personale si forma, è necessario stabilire le parole che orientano l’azioni. Per noi queste sono:
- Generatività
- Visione di un futuro possibile
- Custodirsi l’uno con l’altro
- Affiancare ai bisogni i desideri
- Creare rete
- Tendere sempre al meglio
4. Favorire alleanze
Il Ponte è promotore di reti sia sul territorio locale e che a livello interprovinciale per favorire partnership di intervento efficaci e condivise sui bisogni. Tra le molteplici reti di cui Il Ponte è parte, ricordo la rete F.A.R.E. acronimo di formazione, appartenenza, responsabilità, esperienza, nata con lo scopo di promuovere una sensibilizzazione culturale tesa a rimettere la dignità della persona al centro delle dinamiche economiche, con particolare attenzione alle categorie più fragili.
5. Costruire il futuro
Il bisogno sociale richiede uno sforzo e una presenza che non si esauriscono al territorio di appartenenza. Abbiamo scelto di aprirci ad altre unità, di progettare l’apertura di laboratori che diventano hub di sperimentazione lavorativa e produttiva. Per farlo occorre però usare:
- Intelligenza: leggere il tempo nella sua intimità
- Responsabilità: parliamo di responsabilità civile ovvero ciò che dobbiamo/possiamo fare nella comunità
- Libertà: non essere schiavi delle cose, di sé, degli altri.
- Speranza: per vivere in pienezza la vita, per desiderare un futuro e per decidere il nostro.

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Giovani, Terzo Settore e futuro: una sfida per trasformare beni in stato di abbandono in beni per la comunità
Fondazione Cattolica entra nelle aule universitarie con “Out of the standard”, la sfida rivolta ai giovani studenti dell’Università scaligera per trovare risposte capaci di innovare il mondo non profit.
In collaborazione con il C-lab e l’Università degli Studi di Verona, Fondazione Cattolica ha promosso un percorso sfidante e stimolante capace di fare luce sulle evoluzioni che attendono il Terzo Settore. Le due sfide proposte, una sulla creazione di un mercato inclusivo per i prodotti non-profit e l’altra sulla trasformazione di beni in disuso in beni di comunità, sono state accolte da 20 studenti. Ma chi sono i ragazzi che hanno scelto di impegnare il loro tempo nella ricerca di risposte innovative per recuperare immobili abbandonati? Cosa pensano del mondo non-profit e come il loro impegno guarda al futuro?
I giovani studenti della sfida
Sono ragazzi e ragazze iscritti ad indirizzi di laurea triennale e magistrale, con esperienze di volontariato maturate in settori diversificati e con una spiccata propensione all’internazionalità.
“Ho deciso di iscrivermi a questa sfida per dimostrare che l’apertura mentale di noi umanisti può dare tanto anche al mondo dell’impresa” racconta Martina, laureata in Lettere Moderne. Un mondo che per i ragazzi sta giungendo verso il capolinea e che chiama ad un approccio diverso e alla ricerca di nuove vie d’azione. “Credo sia arrivato il momento di guardare al mondo nel suo insieme, superando il mero benessere personale e privato. Per troppo tempo l’uomo ha pensato egoisticamente solo a se stesso senza dare importanza alla comunità. È giunta l’ora di cambiare mentalità…” riflette Stefano, studente in Marketing e Comunicazione di Impresa.


La sfida proposta
La sfida “Dai beni privati ai beni comuni” si propone di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare immobili in stato di abbandono trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività.
Gli studenti sono stati chiamati a sviluppare idee che aiutino la cooperativa sociale Work & Services di Comacchio a recuperare e dare nuova vita ad alcuni comparti dell’ex Azienda Valli Comunali sotto il profilo sociale, produttivo, culturale e strutturale. “Ho pensato che questa era l’occasione giusta per mettere in pratica gli anni di studio” riporta Federica, studentessa di Lingue per la Comunicazione Turistica e Commerciale perché, continua Alessia studentessa di Management e Strategia di Impresa, “l'innovazione sociale può essere la chiave per favorire uno sviluppo sostenibile e co-partecipato, rispondendo ai bisogni delle comunità locali”.
Le idee per il futuro
Durante questi mesi di lavoro i team Paladini del No Profit e Raggio Verde, così hanno scelto di chiamarsi i 10 ragazzi operanti sulla sfida, hanno avuto l’opportunità di conoscere le imprese sociali e il loro modo di operare acquisendo nozioni tecniche, giuridiche e pratiche grazie all’incontro con professionisti ed imprenditori sociali. “Questo percorso ha cambiato la mia idea nei confronti del non-profit. Pensavo fossero imprese di serie b…” racconta Martina. “Ho capito l'importanza di affiancare a ideali e buoni propositi anche una sostenibilità economica” continua Alessia, perché in questo modo “le organizzazioni non-profit diventano importanti per le comunità e per le persone, vere realtà imprenditoriali che combinando l’economia all’impegno sociale generano valore a beneficio dell’intera collettività” conclude Stefano.

Persone, inclusione, dignità e pari opportunità per tutti, insieme alla co-progettazione, sono i valori che gli studenti hanno riconosciuto agli enti del Terzo Settore. “La passione che trasmettono gli imprenditori sociali spinge ad impegnarsi ogni giorno di più – racconta Alessia, studentessa di Marketing e Comunicazione d’Impresa – immergermi in questo mondo mi ha entusiasmata, tanto da voler far parte in futuro di una realtà come quelle incontrate”. Perché il futuro per gli studenti è fatto di inclusione e valorizzazione dei talenti e della capacità altrui; di riduzione degli sprechi, di attenzione alla formazione civile dell’uomo. Un mondo senza pregiudizi, dove la fiducia consenta di lavorare con persone diverse per scopi comuni. Un futuro fatto di solidarietà ed inclusione che può svilupparsi grazie anche all’intervento dei giovani.
Nuove Accoglienze per l'Italia di domani
Nuove Accoglienze è una cooperativa che cerca di cambiare i luoghi comuni sull’accoglienza con operazioni concrete. Strutture di ospitalità, assistenza personale e psicologica, inclusione lavorativa, diventano strumenti per rendere dignitosa la vita di chi fugge dal proprio Paese.
Secondo i dati registrati dall’Ismu, in Italia sono presenti 76.305 immigrati in accoglienza. Il numero dei migranti che raggiunge le coste o supera i confini nazionali aumenta di mese in mese. Dall’inizio dell’anno oltre 10.000 (a fronte dei 3 mila del 2020) sono sbarcate sulle nostre coste lasciando il proprio Paese per cercare rifugio altrove. Ma quale stile assume l’accoglienza in Italia?
Le strutture d'accoglienza
“Quando abbiamo avviato la cooperativa ci siamo resi conto di quanta disinformazione ci sia sul fenomeno migratorio” racconta Gianfilippo Dughera vicepresidente di Nuove Accoglienze. “Non abbiamo mai voluto creare un ricovero per le persone anche se la normativa vigente vorrebbe limitare tutto ad un servizio di pura assistenza. Per noi accoglienza significa inserimento nel tessuto sociale e creazione di opportunità di lavoro”.
Da oltre sei anni, la cooperativa opera in Emilia Romagna con 3 strutture d’accoglienza in cui sono ospitati uomini adulti e famiglie con minori a carico. Nello specifico 65 persone a Casola Valsenio, 65 a Glorie di Bagnacavallo e 12 a Forlì.

In questi anni il flusso migratorio è cambiato e con esso la provenienza dei migranti. Se in un primo periodo il 90% dei migranti arrivava dall’Africa oggi le strutture sono abitate da africani, pachistani, bengalesi e afgani. Le persone vengono assegnate dalle Prefetture di competenza. Dopo un colloquio conoscitivo e la condivisione delle regole che permettono una serena convivenza, inizia la vera accoglienza con abiti puliti, un kit per l’igiene, un’abitazione e molto di più come la cucina dei paesi d’origine con qualche contaminazione romagnola
Le attività della cooperativa
La cooperativa si struttura su alcuni pilastri: l’inserimento sociale, la formazione e l’inserimento lavorativo. Diversi assistenti sociali, in collaborazione con le strutture locali e con i servizi sociali di zona, offrono sostegno psicologico ed emotivo ai migranti. “Spesso arrivano persone che hanno subito torture nei campi libici, sfinite dalle persecuzioni, giovani donne vittime di tratta...” testimonia Gianfilippo. In cooperativa si lavora sulla parte educativa della persona, sulla formazione linguistica. Soprattutto si creano esperienze professionali che consentano ai migranti di sviluppare capacità, prendere consapevolezza dei ritmi lavorativi del Paese attraverso l’attività agricola di orticoltura, l’allevamento di maiali autoctoni di razza Mora romagnola, la falegnameria e la pizzeria Casolè. Inoltre “mettiamo in contatto i ragazzi con imprenditori che offrono lavoro regolare e coerente con le norme vigenti. Con i datori di lavoro verifichiamo che le condizioni e i contratti siano conformi alle disposizioni di legge” continua Gianfilippo, perché il problema del caporalato è sempre più diffuso.


L'inserimento comunitario
“In Africa ci sono stato quattro anni fa, perché volevo capire le origini della migrazione: siccità, carestie, desertificazione. Le persone scappano perché sono in cerca di lavoro. Spesso vogliono guadagnare per poi tornare nei luoghi di provenienza. Per farlo affrontano di tutto: prigionia, schiavitù, campi di concentramento. Sono persone in mano ad organizzazioni mafiose che gestiscono a loro modo i flussi migratori” testimonia Gianfilippo. Serve attenzione politica, ma anche lavoro e sensibilizzazione territoriale. Per questo la cooperativa ha scelto di indirizzare i migranti in attività di volotariato, come creare gli stand per le sagre locali, pulire i giardini, verniciare le panchine. Azioni semplici che aiutano però i cittadini a comprendere il valore delle persone, a cambiare la percezione nei loro confronti, a farli sentire membri della comunità. “Abbiamo preferito puntare sulla socializzazione piuttosto che sull’elemosina” dichiara Gianfilippo.


In cooperativa lavorano 11 persone. Insieme a 8 volontari seguono le vite di 150 persone accolte. Il lavoro non manca, si pensano i progetti e si cercano uomini o enti di buona volontà con cui realizzarli. “I migranti restano con noi fino a quando ricevono i documenti per poter rimanere legalmente in Italia. Lavoriamo perché arrivino pronti per affrontare quel momento: il mondo del lavoro, l’autosostentamento” racconta Gianfilippo che ha trovato nella cooperativa un senso di gratificazione mai provato prima. “Abbiamo conosciuto persone, visto nascere bimbi, svilupparsi idee imprenditoriali … sono tanti coloro che restano nel cuore e che ci danno l’energia per continuare”.
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Energie in rete: per creare non bastano buone idee
A Pesaro, Onlus Gulliver apre Generatività una bottega del riuso sviluppata grazie alle energie messe in rete. Uno spazio rivolto alla cittadinanza in cui acquistare prodotti realizzati da persone con talenti diversi.
La realizzazione di questa nuova bottega rappresenta per Fondazione Cattolica un importante riconoscimento del valore della rete #GenerAttivi: una rete nata pochi anni fa che riunisce più di 250 enti sociali provenienti da tutta Italia che la Fondazione ha accompagnato negli anni. Dall’incontro e dal riconoscimento di intenti condivisi, Onlus Gulliver insieme a Mani Tese Finale Emilia hanno portato a frutto Generatività, un progetto che ha qualcosa da raccontare e che proprio le voci di Gaia, rappresentate per ManiTese e Andrea Onlus Gulliver, testimoniano.
Da dove siete partiti? Come avete trasformato un'idea in un vero progetto?
Gaia: “Siamo partiti da esperienze comuni, dalla concretezza dell’agire di due realtà che si assomigliavano, che si sono incontrate perché entrambe finanziate da Fondazione Cattolica. Durante un appuntamento della rete #GenerAttivi, dopo una cena a base di anguille e pesciolini degli amici I Marinati di Comacchio, abbiamo prolungato una lunga chiacchierata fino a notte fonda. Andrea mi chiese Ma voi come fate? Ma gli sgomberi come li gestite? E i vestiti donati? La sartoria come è nata? Da qui siamo partiti. Con Andrea si salta presto al fare: chiama qui, fai così, volantino e prova. Dal porto sicuro delle certezze ci siamo lanciati lasciando che il motto per moltiplicare basta condividere ci guidasse”.

Andrea: “Adriano Tomba dice spesso “L’amore non va parlato, l’amore va agito”. La rete #GenerAttivi non è solo l’incontro di un weekend. È un percorso e se lo intraprendi con verità e sincerità, ti porta in un mare. Ti trovi con poche barche e pochi pesci che vanno controcorrente e vogliono cambiare quella corrente. In #GenerAttivi si ha la prima stretta di mano con l’altro che non conosci ma che è tuo fratello, si ascolta un approfondimento, ti racconti e ascolti. Si possono fare delle scelte, camminare come il vento, o camminare seminando. Con Gaia abbiamo scelto di camminare seminando".
Quali azioni avete messo in campo per arrivare fino a qui?
Gaia: “Credo che l’elemento principale sia stato il fidarsi di una possibilità. Costruire nuove direzioni sebbene ognuno con i propri mezzi, partendo però sempre dal gusto vivo per le persone, le relazioni, la cura, la gioia del dare e ricevere. Tante telefonate e consigli, obiettivi chiari, concreti, precisi e voglia di vedersi presto".
Andrea: “Nel nostro quotidiano possiamo crescere fidandoci dell’altro. Nel percorso #GenerAttivi possiamo trovare chi ascolta e prova a contagiarsi replicando la tua buona pratica. E viceversa tu ascolti e prendi un pò dell’altro per seminare. Come ogni impasto serve un po’ di Lievito. Per noi questo è il ruolo che oggi ha Fondazione Cattolica”.
Quante persone e reti avete coinvolto nella prima iniziativa realizzata insieme "Dono come Lievito"?
Gaia: “A Finale Emilia abbiamo coinvolto le scuole medie, associazioni locali di volontariato, le 2 sedi della Caritas delle Parrocchie di Finale Emilia e Massa Finalese, il Comune che ha aderito con entusiasmo, giovani volontari per impacchettare e pesare. C’erano le persone dei nostri inserimenti lavorativi, due gruppi scout con i lupetti che hanno portato i beni e i ragazzi del Clan che hanno ricevuto le consegne, ma soprattutto tantissimi cittadini che si sono recati nel grande piazzale della nostra sede con sacchetti e un’adesione generosa, entusiasti collaboratori di questa prima iniziativa. Abbiamo raccolto ben 600 kg di cibo, prodotti per l’igiene scelti con attenzione per i bisognosi. La Caritas di Finale aveva preparato solo un angolino della sede, quando lo sportello del camion si è aperto ha dovuto felicemente cercare altro posto, era davvero stupita di tanta generosità raggiunta in pochissime ore. Questa raccolta si è fortemente legata al nostro impegno di lotta per cambiare le cause che determinano le povertà, qui come nel sud del mondo, per le diseguaglianze sociali e le ingiustizie economiche che sappiamo richiedono un nuovo modello di sviluppo e accoglienza”.

Andrea: “Mi sono mosso come referente regionale della Dsc Marche, abbiamo coinvolto sette amministrazioni comunali, oltre 50 associazioni con ben 700 volontari messi in campo su 16 punti raccolta. Abbiamo chiamato la comunità con la quale operiamo ogni giorno: quelli che non parlano di amore, ma amano. Abbiamo raccolto una enormità di beni per le famiglie bisognose e costruito ponti. A questo serve la Fondazione e #GenerAttivi: a costruire ponti, ad unire mani, a credere".
Cosa si cela nel progetto Generatività?
Gaia: “Il progetto cela uno scambio, un incontro legato alle vite e alle azioni di volontari che hanno scelto di impegnarsi con le vite degli altri, aprendo nuove finestre e lasciando aperte porte nella comunità in cui vivono. Abbiamo capito che potevamo “contaminarci” con le nostre storie, con la gratuità e la gioia che ci caratterizza. Siamo partiti da quello per reinventarci insieme. Questo ha alleggerito il peso del “non posso farlo, non so farlo” perché insieme si scoprono nuove strade. Dietro Generatività ci stanno dei sognatori un po’ folli, ricchi di nuove speranze, di bellezza dell’umanità che prende forme inaspettate”.

Andrea: “Generare, mettere al mondo per far nuove le cose, far crescere un progetto che si chiamava Contagiamoci, autenticare la fiducia verso l’altro ed il proprio impegno. Generatività è una follia visionaria perché vogliamo cambiare il paradigma dell’economia estrattiva che ormai riteniamo morta. Non parla di prodotti né economia né di finanza. Generatività parla d’amore. Il perché? Ho colto le parole che una volta mi disse Don Adriano Vincenzi: non dobbiamo domandarci il perché, se siamo qui è implicito nella nostra presenza. In questo negozio raccontiamo storie, invitiamo le persone a sostenerle. Vendiamo prodotti, come quelli di Gaia e delle sue Manigolde, di Calafata, e mi auguro di poter vendere altri prodotti di enti attivi nella rete #GenerAttivi. Mi piacerebbe che fosse una sorta di shop fisico della rete in cui stiamo crescendo. E poi sta nascendo un secondo punto “Generatività” anche a Finale Emilia, ma la Gaia ancora non lo sa. Ma lo farà".
Per saperne di più puoi leggere la storia di Onlus Gulliver e di ManiTese.








