WE ARE PUZZLE: scopri le life skills per comporre il tuo futuro
Il 25 e 26 maggio, a Bologna, nel Complesso di Santa Cristina del Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater, Fondazione In Oratione Instantes propone due giorni di bootcamp alla scoperta delle life skills. Un viaggio formativo ed esperienziale guidato da un team di esperti e rivolto ai ragazzi delle superiori e delle università.
Fondazione In Oratione Instantes
We are puzzle è un’iniziativa di Fondazione In Oratione Instantes, una realtà giovane che ha per obiettivo i giovani. “Noi amiamo lavorare sulle fragilità e sui talenti” racconta Paola Carotenuto, presidente della Fondazione “Non lavoriamo in sede. Andiamo dove i ragazzi sono. Nelle scuole, nei centri aggregativi, negli oratori. E lì incontriamo questi poveri invisibili, come li chiamo io. Ragazzi che manifestano una povertà di senso inascoltata e bisognosa di risposte da parte del mondo degli adulti”.
Per dare ai ragazzi strumenti di consapevolezza e di orientamento nella vita, la Fondazione ha messo in campo varie progettualità, l’ultima delle quali in ordine di tempo è” We Are Puzzle”.
We Are Puzzle

We Are Puzzle nasce dall’evidenza delle difficoltà relazionali dei giovani di oggi e dalla volontà di lavorare con loro sulle competenze trasversali, le cosiddette life skills.
Un’iniziativa che, già nel titolo, “vuole spostare il focus dall’io al noi” spiega Paola, “e proporre un cambio culturale. La nostra è una società che esclude e si concentra soltanto sull’io. Ma le meraviglie avvengono quando c’è un noi. Siamo tutti diversi, ma tutti preziosi e questo vale anche per la disabilità”.
“La metafora del puzzle” aggiunge Mattia, coordinatore dei progetti della Fondazione “spiega che siamo tutti parte di un disegno più grande. Ma anche che dentro di noi ci sono tanti tasselli che ci compongono. Il talento, punti di forza e punti di debolezza. Dobbiamo imparare ad ascoltarci, per riconoscerli e valorizzarli”.
Oltre a giovani e alle famiglie, l’iniziativa si rivolge anche ai docenti. Insegnanti che hanno un ruolo educativo e formativo fondamentale e talvolta faticano ad entrare in contatto con i loro ragazzi.
Sulla base delle esperienze maturate dalla prof.ssa Giusy Toto dell’Università di Foggia e insieme alla prof.ssa Elisa Farinacci ricercatrice del Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna, componenti del Comitato Scientifico e Organizzativo del progetto , We Are Puzzle è stato ideato come un bootcamp. Un addestramento delle capacità cognitive, sociali ed emotive che servono per trovare il proprio posto nel mondo e affrontare la complessità della vita.
Il format prevede nella prima giornata tre sessioni parallele di 3 laboratori dinamici, 2 per gli studenti e 1 dedicato ai docenti. Ogni gruppo sarà composto da 15-20 ragazzi, per favorire un’esperienza più coinvolgente possibile.
I laboratori saranno incentrati ciascuno su una delle 3 life skills chiave dell’iniziativa:

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- Empatia
- Autocoscienza
- Gestione delle emozioni
La proposta comprenderà anche sezioni in plenaria, aperte anche alla cittadinanza, gestite dai relatori sul tema delle relazioni. E tavoli di lavoro e discussione per coloro che non avranno potuto partecipare ai laboratori.
Il secondo giorno proseguiranno le proposte formative e ci sarà la possibilità di partecipare ad una challenge. I ragazzi dovranno realizzare un piccolo trailer video con l’obiettivo di raccontare l’importanza delle life skills ai giovani. I vincitori potranno registrare un vero e proprio cortometraggio che, sulla scorta del progetto Giovani Ciak di Fondazione In Oratione Instantes, parteciperà a vari Festival di corti cinematografici.
“Per offrire contenuti di alto livello, abbiamo invitato relatori da ogni parte d’Italia” prosegue Mattia. “Ciascuno rappresenta un’eccellenza nel proprio campo”. Tra questi anche il Segretario di Fondazione Cattolica e, per la plenaria conclusiva, il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente CEI e arcivescovo di Bologna, che condividerà il suo pensiero sull’importanza delle relazioni nella vita quotidiana.

Giovani di oggi: il pezzetto mancante
Fondazione In Oratione Instantes, attraverso le proprie attività entra ogni giorno in contatto con i giovani e ha la possibilità di guardare da vicino questa nuova generazione, ricca di potenzialità ma anche di fragilità.
“Quello che vediamo spesso nei nostri laboratori è la rincorsa alla performance. Perché la nostra non è la società del merito e non c’è ascolto” spiega Mattia.

La Presidente evidenzia inoltre la difficoltà, acuita dalle restrizioni della pandemia, di socializzare, di relazionarsi nella realtà e non attraverso il digitale. La paura di uscire da una zona di comfort per sfidare i propri i limiti e correre anche il rischio della sconfitta. “La responsabilità di queste fragilità”, racconta Paola “è degli adulti, spesso eterni adolescenti, che mancano di autorevolezza e soprattutto non sanno essere d’esempio per i propri figli. I ragazzi camminano in un deserto senza strade, non trovano i binari entro cui impostare il loro cammino e in un mondo in cui tutto è possibile, paradossalmente è più difficile scoprire chi sei. Un disagio che tanti giovani manifestano anche con disturbi del comportamento, talvolta molto gravi”.
“La Fondazione” prosegue Paola” è nata perché sentiva la sofferenza dei giovani. Tutti corrono sulle criticità, ma io sentivo nel cuore i giovani normali, perché oggi le grandi cose si fanno nella normalità”. “Quello che cerchiamo di trasmettere” prosegue Mattia “é imparare ad essere e non a fare. Siamo in una società che vuole che facciamo tutto e lo facciamo benissimo. Ma è importante l’ascolto di sé. Non è ascoltando ciò che dice la massa o che richiede la società che si può trovare a felicità. Si può essere felici se si ha la capacità di ascoltare il proprio talento e capire qual è il nostro pezzetto nel mondo”.
Per saperne di più visita la pagina del sito dedicata all'iniziativa!
Anche Fondazione Cattolica ha ideato un evento rivolto ai giovani delle scuole secondarie, per fornire strumenti di orientamento alla vita e aiutare i ragazzi a scoprire il loro posto nel mondo: Escogito! Leggi l'articolo che parla dell'ultima edizione di questa iniziativa.
Fondazione Verona Minor Hierusalem e il volontariato culturale che crea legami
Nell’Alto Medioevo, quando la Terra Santa era difficilmente raggiungibile, Verona iniziò ad essere nominata “Minor Hierusalem”, “piccola Gerusalemme”, un appellativo nato dal desiderio di ritrovare nella città italiana corrispondenze con i luoghi più importanti della capitale giudaica.
Un’analogia fatta di richiami e somiglianze urbanistiche e topografiche, che tracciano un percorso inedito di Verona. Un pellegrinaggio artistico, culturale e spirituale che oggi Fondazione Verona Minor Hierusalem valorizza e rende fruibile attraverso il volontariato culturale.
La Fondazione Verona Minor Hierusalem e le sue attività
Verona Minor Hierusalem propone un turismo culturale ed esperienziale, che valorizza la città di Verona. Proprio per questo la governance comprende rappresentanti delle principali istituzioni e organizzazioni cittadine, al fine di coinvolgere e attivare gli attori della città nella custodia e nella promozione della storia di Verona.

Attività prevalente della Fondazione è l’accoglienza in alcune chiese della città, attraverso un volontariato culturale formato ad oggi da 430 cittadini e oltre 100 studenti in alternanza scuola lavoro.
Tra i volontari e la Fondazione, si crea un circolo virtuoso, tipico dell’economia del dono, nel quale si dona tempo per ricevere formazione, crescita personale e di competenze. La proposta formativa può anche essere personalizzata, secondo gli interessi personali e può approfondire temi diversi: storia dell’arte, spiritualità, lingue straniere, canto e persino teatro.
La Fondazione propone un pellegrinaggio urbano, culturale e non ultimo spirituale, per conoscere Verona quale Minor Hierusalem. Delle attività promosse ne beneficiano i visitatori che possono accedere a chiese cittadine difficilmente visitabili, gli abitanti di Verona che possono conoscere aneddoti e particolari spesso sconosciuti e i turisti che esplorano luoghi esclusi dai percorsi tradizionali.
Gli itinerari culturali proposti, articolati nella visita di alcune chiese poste lungo l’antica via Postumia, sono:
- Rinascere dalla Terra - Verona crocevia di civiltà, storia e cultura
- Rinascere dall’Acqua - Verona aldilà del fiume
- Rinascere dal Cielo - Verona tra le note di Mozart e una nave di santi
Il modello di volontariato culturale
Fin dalla sua nascita, l’obiettivo della Fondazione era creare legami. Prima di rivolgersi al turismo, il progetto era infatti pensato come scambio culturale tra volontari. Rapidamente lo sguardo si è aperto all’esterno, in un’ottica di restituzione.
“Il volontario della Fondazione è un cittadino innamorato della sua città- spiega Paola Tessitore, Direttrice della Fondazione - che non è più solo spettatore della bellezza ricevuta, ma che secondo le logiche dell’economia del dono, diventa promotore di questo patrimonio e si attiva per tramandarlo nel futuro”. Un obiettivo che la Fondazione persegue creando e promuovendo relazioni con il territorio, tra i volontari e con i visitatori con cui gli stessi entrano in contatto.
“Tessere relazioni per il Bene Comune” è divenuto il modello valoriale e organizzativo adottato dalla Fondazione che si basa su sei pilastri: economia del dono; formazione interdisciplinare; creazione di valore nelle relazioni; passaggio intergenerazionale della cultura; sinergia con il territorio e l’ambiente imprenditoriale e innovAtibilità (ovvero l’innovazione culturale attivata per favorire un’accoglienza inclusiva e sostenibile).
La cultura come strumento di inclusione
Nel 2022 Fondazione Verona Minor Hierusalem è stata tra i vincitori del Bando Una Mano A Chi Sostiene con il progetto “Cultura e innovazione per l’inclusione sociale intergenerazionale”, avente l'obiettivo di rendere le chiese del quartiere multietnico di Veronetta un luogo di inclusione. La cultura dunque è diventata strumento per favorire l’accoglienza, aumentare la coscienza civica, sviluppare una cittadinanza attiva e creare nuove appartenenze.

Sono stati coinvolti nel progetto gruppi con caratteristiche differenti: due classi di scuola secondaria di primo grado, due classi di scuola primaria, due classi di studenti stranieri che frequentano un corso di italiano, un gruppo misto composto da abitanti del quartiere e volontari in formazione della Fondazione Verona Minor Hierusalem.
Attraverso visite e laboratori esperienziali, gli spazi e le opere d’arte presenti nelle chiese sono diventati strumenti per stabilire relazioni con il contesto e con gli altri partecipanti.
Questi nuovi legami hanno trasformato un luogo di identità, la chiesa, in un luogo di accoglienza.
Il progetto è ancora in corso, ma il modello strutturato e i risultati fin qui raggiunti consentono di immaginare una sua replicabilità nel tempo e in contesti diversi, a dimostrazione che “la cultura può diventare strumento di inclusione e trasformazione”.
Se questo argomento ti appassiona, leggi l’articolo che abbiamo dedicato al potere della bellezza e l’esperienza di Mario Cappella al rione Sanità di Napoli.
Alberto, il giovane prete che evangelizza l’amore
Io non lo sapevo cosa volevo diventare da grande. Mi piaceva l’idea di poter aiutare ma non avevo un progetto. Poi un giorno la mia vita è cambiata. E ora eccomi qui: prete, influencer ma soprattutto Alberto.
Hai presente quando gli adulti, parlando tra loro, si gonfiano dicendo: “E’ proprio un bravo bambino!”.
Ecco quel bambino ero io. Educato, a modo, generoso, rispettoso, intelligente e pure diligente.
Loro dicevano quello che vedevano. Anche se non sapevano che dietro tutto, c’era altro…
La verità è che ero ipersensibile e ho scelto di diventare bravo per emanciparmi dalle grandi litigate a cui assistevo. I contrasti in famiglia mi facevano male. Le urla di papà mi entravano dentro. Allora mi sono difeso come ho potuto: ho attivato la parte migliore di me per diventare indipendente il prima possibile!
Per questo durante l’estate stavo in oratorio. Facevo l’animatore ai bambini. Io ero lì per loro, però quell’attività ha aperto il mio mondo: ho scoperto i miei talenti e rafforzato le mie debolezze…insomma ho compreso chi ero.
Penserai “Wow a sedici anni sapeva già tutto!”, mica tanto. Da fuori ero sempre il bravo ragazzo, il leader, quello pieno di amici. Ma dentro qualcosa era inceppato, come se fossi bloccato. Fino a quando, durante una vacanza parrocchiale, ho trovato un Amico vero, Andrea, che aprì i miei orizzonti. Nell’ascolto trovai l’origine del mio blocco: io non mi sentivo voluto bene.
La mia ferita si aprì. Non sgorgava sangue ma sofferenza, tutto il dolore represso dalla fiducia che mi mancava. Allora sono andato a confessarmi ed è stato incredibile. Più manifestavo la mia tristezza, più mi sentivo felice, più raccontavo le mie mancanze, più percepivo amore.
Mi scoprii libero di vivere. Vivere la mia felicità!
Da lì, tutto è cambiato, il mio cuore si era spalancato. A settembre mi innamorai per la prima volta. Un amore tra i banchi di scuola inarrivabile, che sublimavo infilandomi le cuffie e perdendomi nei pensieri. Nel silenzio riflettevo sulle cose eterne: qual è il mio posto nel mondo? Ho una missione? Chi è Dio? E sentii crearsi un conflitto dentro di me.
Io pensavo e ripensavo. Poi una notte ecco arrivarmi l’illuminazione: “Ma se da grande facessi il prete?” mi chiesi. Vorrei dire che è stato facile, ma mentirei. Ho custodito gelosamente il mio segreto, ho superato la distanza creatasi con i miei genitori che avevano paura di vedermi triste e desolato con la tonaca addosso e ho visto gli anni dell’adolescenza volare.
Ma quelle erano le mie prove perché avevo compreso quale era la mia chiamata. L’amore di Dio mi aveva permesso di scoprire qual è il mio ruolo nel mondo, liberando le mie energie, il mio affetto incondizionato alla vita. E io volevo mettermi a servizio per far conoscere questa fonte di amore inesauribile a tutti.
Quindi eccomi qui! Mi occupo di giovani e della loro crescita. Riattivo le fede nei loro cuori perché questo significa renderli protagonisti della loro storia, che poi diventa la storia di una Comunità. Una sfida? Certo! Aprire i confini della Chiesa e diventare influencer porta invidie, gelosie e timori. Ma non sarà la rigidità a fare miracoli.
E io li vedo, i ragazzi che scoprendosi fioriscono. Li vedo in chiesa, nell’associazione LabOratorium dove trasformano talenti in competenze e in Fraternità, la community di migliaia di giovani che organizza eventi e promuove un’appartenenza di fede senza confini perchè quello che lega è l’esperienza, il messaggio, la libertà di essere e di divenire insieme.
Oggi mi sento fortunatissimo: posso comunicare alle genti e assistere a tanti risvegli perché quando le persone attraversano l’amore divino, trovano il senso e danno un senso alla loro vita.
Posso dirlo? Il fuoco che si accende in ognuno di loro è il mio carburante. Il frutto della mia missione!
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Il volontariato e i sorrisi che curano l’anima
È possibile dare un senso al dolore? Claudio non lo sa, ma con il tempo scopre che le sue ferite possono asciugare le lacrime altrui con un sorriso. E così il dolore si trasforma e diventa speranza.
Insieme ad altre famiglie, che come lui hanno vissuto la perdita un figlio per malattia, decide di dar vita all’Associazione Progetto Sorriso. L’obiettivo è aiutare a rendere efficienti i reparti pediatrici veronesi di Borgo Roma e Borgo Trento e le cure efficaci. Per farlo bisogna tornare in un luogo pieno di ricordi difficili da affrontare. Gli ospedali. Ma lì ci sono i bambini, le loro famiglie, il loro dolore. E Claudio sa che serve gioia per nutrire la speranza.
E così, oltre ad attrezzature mediche, giocattoli per bambini, materiali per i reparti pediatrici… tra le corsie si muove una squadra di volontari con il naso rosso e la bocca che ride. Sono i clown dottori. La comicoterapia diviene il mezzo per entrare in contatto con il dolore facendo spuntare un sorriso. Aiutare la guarigione nutrendo la fantasia di quei pazienti. Che prima di essere malati sono innanzitutto bambini.
L’associazione di volontariato Progetto Sorriso
Progetto Sorriso è un’organizzazione di volontariato nata nel 1996 su iniziativa di un gruppo di genitori che hanno vissuto l’esperienza di un figlio affetto da grave malattia. Nel nome è già inscritto il suo obiettivo: ridare il sorriso ai bambini affetti da patologie gravi e alle loro famiglie.
“La prima cosa è stata rendere più agevole l’assistenza delle mamme durante le giornate di ricovero - racconta Claudio Scarmagnani, presidente dell’Associazione - poi ci siamo occupati di ciò che ruota attorno alla degenza: giocattoli, comfort, attrezzature mediche, anche aiuti economici”. Interventi che hanno migliorato la qualità di vita dei bambini e delle loro famiglie. Ma le persone quando soffrono hanno bisogno di avere accanto altre persone. Di non sentirsi sole. Così è iniziato il percorso di comicoterapia, che alleggerisce lo spirito e combatte la solitudine.
I volontari vengono formati ad entrare in contatto con situazioni molto delicate, a comprendere l’emotività dei bambini e delle loro famiglie, ma anche a proteggere il loro equilibrio emotivo. Partecipano professionisti e persone comuni, spinte da ragioni di fede, dalla voglia di fare qualcosa di bello per gli altri ma soprattutto per migliorare loro stessi e mettere a disposizione questo arricchimento.
Il volontariato in Italia
Marco Lucchini, Segretario Generale della Fondazione Banco Alimentare ONLUS, spiega che il volontariato in Italia è storicamente solido e sviluppato, ma solo da poco tempo ha imparato a rappresentarsi con dei numeri.
Gli ultimi dati Istat disponibili, aggiornati al 31.12.2024, rilevano nelle istituzioni non profit la presenza di:
- 4.616.915 volontari totali
- Maggioranza maschile (2.690.756 maschi, 1.926.159 femmine)
- Prevalenza in nord Italia (2.602.010 al Nord, 1.078.707 al Centro, 631.553 al Sud e 304.646 nelle Isole)
I censimenti permettono inoltre di distinguere tra un volontariato formale e quello informale. Il primo individua l’appartenenza a un’organizzazione, cui si sceglie di dedicare il proprio tempo e solitamente coinvolge le persone più mature (65-74 anni). La categoria informale invece è tipica dei giovani.
Mentre il volontariato formale coinvolge soprattutto uomini, in realtà sono le donne che dedicano più tempo al volontariato ma in una dimensione informale, che va dall’aiuto alla propria comunità, a parenti, amici, parrocchie, senza che ci sia un legame stabilito con un’istituzione specifica.
Il volontariato registra una maggiore presenza in Nord Italia rispetto al Sud, anche perché il volontariato viene solitamente praticato da persone che hanno uno status economico solido, più comune nel settentrione. Di contro le imprese sociali si stanno sviluppando soprattutto al Sud, perché considerate anche una possibile fonte di reddito.
Il Covid poi, spiega Lucchini, ha determinato un profondo cambiamento dal punto di vista geografico: prima il volontariato era molto legato al territorio di residenza e lì vi si svolgeva, anche appartenendo a organizzazioni che operano a livello nazionale o internazionale. Con la pandemia invece si è concretizzata la possibilità del volontariato digitale.
Il volontariato in Europa
Paese che vai volontariato che trovi. La storia di ogni singolo Paese si riflette sulla nascita e le caratteristiche del volontariato praticato in quella nazione. Nei Paesi dell’Est ad esempio, che vengono da storie di dittatura, difficilmente si riesce a offrire gratuitamente la propria disponibilità e le organizzazioni fanno affidamento su dipendenti più che volontari. In Germania invece pubblico e privato hanno finanziato il mondo ecclesiastico perché si facesse carico dell’aspetto sociale.
Un dato interessante è l’apertura delle nuove generazioni al volontariato internazionale. Un’opportunità resa possibile anche dalla migliore conoscenza dei giovani d’oggi delle lingue straniere.
Opportunità e criticità del volontariato
L’informalità potrebbe essere considerata una criticità, perché potrebbe ridurre la capacità di incidere sulla realtà. Ma allo stesso tempo può diventare opportunità se questa è la forma in cui le persone di oggi riescono a impegnarsi.
Il Bene accade. Anche fuori dalle organizzazioni. “Il volontariato è un’espressione della persona” come dice Lucchini e pertanto si declina in varie forme, anche fuori dalle strutture convenzionali. Esistono molti gesti di cura, privati, non registrati nei dati delle tabelle, che però hanno un impatto sociale altissimo.
Ti è piaciuto questo articolo? Prosegui la scoperta dei nostri Intraprendenti con la storia di Debora.
Cosa racconta il Bilancio 2023 di Fondazione Cattolica
Il bilancio di missione di Fondazione Cattolica mette in evidenza l’intensità dell’anno trascorso, ricco di rapporti con il mondo del Terzo Settore, le istituzioni pubbliche e private, il mondo profit, sviluppati per potenziare il welfare comunitario fatto di prossimità, cura e presenza. Il bilancio evidenzia il patrimonio esperienziale e reputazionale costruito in diciotto anni di sostegno e accompagnamento agli enti non profit su tutto il territorio italiano.
L’approvazione del bilancio porta a compimento l’intervento triennale del Consiglio d’Amministrazione. All’interno del Gruppo Generali, la Fondazione proseguirà la propria missione sotto la guida di Paolo Bedoni, confermato alla presidenza, e al nuovo Consiglio d’Amministrazione che si insedierà il 16 aprile 2024.
L'impegno di Fondazione Cattolica
“Il patrimonio esperienziale della Fondazione è stato costruito attraverso un ampliamento coerente e progressivo della rete delle relazioni a livello nazionale – commenta il Presidente Paolo Bedoni – Il bilancio delle attività svolte nel 2023 è espressione di un programma triennale che, pur se inizialmente condizionato dagli interventi straordinari per la crisi pandemica, va letto come propedeutico alla nuova fase che si apre con l’ingresso nel Gruppo Generali”.
I dati del bilancio testimoniano l’impegno della Fondazione. Nel 2023 sono stati sostenuti i 275 progetti realizzati negli ambiti della solidarietà, della formazione, della cultura, della ricerca volti a favorire il Bene Comune. Sono stati erogati 1.761.492€ a favore di iniziative nell’ambito della solidarietà, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Grazie alle attività sostenute 294 persone hanno trovato occupazione, si è attivata una rete di 14.260 volontari per favorire il benessere della comunità dedicando più di 220 mila ore che hanno permesso ad oltre 1 milione di persone di goderne i benefici.
“Accompagnando chi ha il coraggio di intraprendere nuove progettualità per rispondere a nuovi ed antichi bisogni sociali, Fondazione Cattolica ha continuato a creare legami e sinergie per dare radici ed ali ai desideri del “prendersi cura” – racconta il Segretario Generale Adriano Tomba - Ed è questa, in fondo, la modalità con cui Fondazione contribuisce allo sviluppo di persone, comunità e territori”.
Novità interventi 2023
Il 2023 è stato un anno di apertura alla condivisione. Il bando “Una Mano a Chi Sostiene”, realizzato con la Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore della divisione Cattolica di Generali Italia, ha consentito di raccogliere 537 proposte da tutta l’Italia e coinvolto 152.000 cittadini nella selezione dei 26 migliori progetti finanziati. All’attività erogativa si sono affiancate nuove attività e proposte che traggono origine dal percorso della Fondazione: il podcast “Intraprendenti. Storie di chi nel Terzo settore genera futuro”, l’attività formativa rivolta agli enti del terzo settore, l’accompagnamento alle loro campagne di raccolta fondi, la creazione di un catalogo dedicato al Turismo controcorrente, le iniziative rivolte ai giovani, in particolare “Escogito” ed il premio giovani di valore.
Puoi scoprire tutte le attività e i progetti accompagnati nell'anno all'interno del Bilancio digitale!
Rubrica Sguardi Inclusivi: il quinto film che ti consigliamo è...
È il più grande colui la cui grandezza trascina il maggior numero di cuori grazie all’attrazione del proprio.
Wonder è un film di Stephen Chbosky del 2017, con Julia Roberts e Owen Wilson, tratto dal romanzo omonimo scritto da R. J. Palacio nel 2012.
Un film che parla di gentilezza, di empatia e di condivisione. Un racconto di formazione che insegna ad accettare le imperfezioni, a imparare dai propri errori e a non avere paura della diversità.
Il contenuto del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

August, detto Augie, è un ragazzino di dieci anni che sta per iniziare la scuola media. In una scuola vera non c’è mai stato. Studiava a casa con sua madre, perché affetto da una malformazione craniofacciale.
Augie ama la scienza, lo spazio e Star Wars. Adora Halloween, perché tutti sono mascherati e così per un giorno anche lui può camminare a testa alta senza doversi nascondere. Porta sempre un casco da astronauta per celare il suo volto, ma sogna una vita normale e magari degli amici.
La sua famiglia è solida e affettuosa e lo aiuta ad affrontare con coraggio ed ironia gli ostacoli del vivere quotidiano.
Nel corso del film August uscirà dalla solitudine per frequentare la scuola e così “lanciarsi nello spazio”, luogo dove paura e meraviglia si incontrano. Vivrà la difficoltà di farsi accettare, la gioia di scoprire dei veri amici e di veder riconosciuti i propri talenti. Emblematica è la scena in cui Augie e il suo amico Jack presentano il loro progetto per la gara di scienze: una camera oscura. Una scatola di cartone in cui chi vi entra vede il mondo al contrario. Una metafora di come la realtà abbia diverse sfaccettature, dipende solo dal nostro sguardo scegliere come guardarla.
Perché vi consigliamo questo film?
Vi consigliamo questo film perché parla di inclusività e indica la via per praticarla: empatia, gentilezza e condivisione. Una narrazione polifonica che considera tutti gli attori in gioco. Mostra il punto di vista di chi è considerato “diverso”, la difficoltà di integrarsi e la gioia di essere accettati per quello che si è. Le speranze dei genitori che sanno infondere coraggio e dare strumenti per superare la discriminazione. Il senso di responsabilità dei fratelli di chi ha una disabilità, i siblings, e il desiderio di essere visti dai propri genitori. E poi il film mostra il punto di vista di chi entra in contatto con la diversità, come un qualunque compagno di scuola: la diversità può spaventare, ma è solo condividendo, facendo esperienze insieme che passa la paura e si scopre l’occasione di incontrare l’Altro. E ciò che è straordinario è che anche il singolo gesto di ognuno di noi può essere rivoluzionario.
A questo proposito nel film viene citata una frase di Henry Ward Beecher. “Un’opera di bene può arrivare in forme diverse. La grandezza non risiede nell’essere forti ma nel giusto uso della forza. È il più grande colui la cui grandezza trascina il maggior numero di cuori grazie all’attrazione del proprio”. Si parla dunque di generatività del Bene.
È un film che tratta anche il tema del bullismo. E c’è una frase nel film molto significativa, pronunciata dal preside della scuola. “Augie non può cambiare il proprio aspetto. Ma forse noi possiamo cambiare il nostro sguardo”. Questo invito non è un’utopia, è un’opportunità, per tutti.
L’inclusione scolastica in Italia
L’inclusione scolastica è sancita dalla Costituzione italiana (art. 38.) Il percorso sotto il profilo normativo e pedagogico è stato segnato nel tempo da alcune tappe fondamentali. In primis il superamento delle scuole speciali e delle classi differenziali (L. 181/71 e L.517/77). Poi la famosa legge 104 del 1992 che prevede l’obbligo da parte dello Stato di rimuovere qualsiasi tipo di impedimento che possa limitare il potenziale di sviluppo delle persone con disabilità. Infine, nel 2009 la pubblicazione da parte del Miur delle Linee Guida per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità.
Gli ultimi dati Istat, riferiti all’anno scolastico 2022/2023, rilevano un aumento dei ragazzi con disabilità che frequentano la scuola:
- 338 mila studenti
- 4,1% del totale
- + 7% rispetto al precedente anno scolastico
Ma persistono criticità che possono compromettere un’efficace inclusione: accessibilità degli spazi, adeguata formazione degli insegnanti di sostegno, continuità della didattica e difficoltà di partecipare alle gite extrascolastiche.
Il ruolo del Terzo Settore: gli amici di Fondazione Cattolica
Questo film insegna che la differenza non va negata, ma abbracciata con gentilezza. Di questa forza dirompente e rivoluzionaria, vero strumento per accogliere l’Altro, parla Beatrice Balsamo, Presidente di Apun, nel suo libro “La saggezza gentile”, di cui abbiamo scritto in questo articolo.
La gentilezza promuove uno stare al mondo più inclusivo. E dunque più bello.
Sono molte le realtà incontrate in questi anni da Fondazione Cattolica che hanno saputo aprire il loro sguardo e promuovere l’inclusione della diversità. Come la cooperativa Panta Rei, che ha sviluppato progetti di inclusione lavorativa che danno dignità e indipendenza a persone con problemi di salute mentale. Oppure Eppertè, il ristorante di Chioggia di Opera Baldo, dove tra prelibati piatti di pesce preparati e serviti da ragazzi con disabilità, si entra da clienti e si esce da amici.
Tutti possiamo essere costruttori di inclusione e gentilezza, verso noi stessi, verso gli altri e il mondo che ci circonda. “Se vuoi davvero vedere come sono le persone” dice Augie nel film “non devi fare altro che guardare!”.
E allora non temere, alza il volto e apri il tuo sguardo!
Sei pronto a fare la tua parte? Immischiati!
Immischiati è un format che nasce oltre 10 anni fa grazie alla riflessione all’interno della “Fondazione per la Natalità”, attiva nella sensibilizzazione sui temi del calo demografico e le riflessioni che ne conseguono e dell’Associazione “OL3 né indignati né rassegnati”, che mira a spiegare in modo innovativo e non convenzionale la Dottrina Sociale della Chiesa.
“È un percorso per risvegliare il senso civico, che per noi cattolici è impegnarsi nel Bene Comune” ci racconta Oscar di Stefano, coordinatore delle attività e factotum di Immischiati, “e uno strumento per rendere fruibile la Dottrina Sociale della Chiesa”.
Immischiati.com

Dagli incontri in presenza iniziali, Immischiati si è trasferita sul web, dove oggi è possibile partecipare a webinar, consultare dispense di approfondimento e ascoltare podcast sulla comunicazione e sull’impegno civico per il Bene Comune. La piattaforma propone un percorso in 5 tappe, che sono i 5 pilastri della DSC:
- Persona
- Bene Comune
- Solidarietà
- Sussidiarietà
- Partecipazione
Ogni pilastro è suddiviso in tre parti e introdotto da contenuti pop, come spezzoni di film, per agevolarne la comprensione. La prima sezione illustra i principi dottrinali, poi esplora una visione più laica e civica dei contenuti espressi e infine propone una messa in pratica della Dottrina Sociale nella concretezza di tutti i giorni. “È una sorta di grande enciclopedia della DSC”, ci racconta Oscar, “che attraverso il sito riesce ad essere più facilmente fruibile, ad avere una diffusione capillare e rivolgersi ad un pubblico diversificato”. Attualmente sono circa 7000 gli iscritti a Immischiati, provenienti da tutto il territorio nazionale.
La legge di attrazione che innesca il cambiamento
Immischiati promuove un’idea di cittadinanza attiva e consapevole. Non è un partito e non ha velleità politiche. Mira a risvegliare il desiderio di Bene Comune nelle persone, a rimettere in moto quei “fermenti attivi” che in tutta Italia fanno la propria parte. L’obiettivo è che ognuno, nel proprio network e nel proprio raggio d’azione, possa incidere sulla realtà a favore del Bene Comune.
Come innescare questo nuovo sguardo sulla realtà? Attraverso l’esempio. “È per una legge di attrazione” ci spiega Oscar “che le persone sono portate ad operare un cambiamento. La gioia che io per primo emano nelle cose che faccio contagia gli altri”. Una forza, un magnetismo intrinseco al Bene Comune, dunque, capace di motivare e riattivare le persone.
I giovani: tra strumenti di riattivazione e felicità
Per generare cambiamento il contributo dei giovani è imprescindibile. Dopo una generazione che ha faticato a trovare la propria strada, i ragazzi di oggi, secondo Oscar, sono smarriti e non sentono l’urgenza di realizzarsi. Il pericolo è l’assopimento e l’egoismo, che distrugge la solidarietà.

La responsabilità è del mondo adulto, molto spesso infelice e non realizzato, che ha trasmesso questo stato esistenziale alle nuove generazioni. Qualche filosofo contemporaneo direbbe che è mancata la noia e la carenza, perché i giovani di oggi hanno avuto un’infanzia troppo ricca. E in questa società della performance manca la cultura dell’insuccesso, che ti fa accettare le cadute ed elaborare una via per rialzarti.
Un punto di partenza allora è riabilitare la parola “ambizione”, un termine oggi interpretato negativamente, ma che in realtà esprime desiderio. È il motore che ci spinge ad agire.
Servono esempi positivi, “persone con gli occhi che brillano” le chiama Oscar. Perché i giovani ambiscano a raggiungere non il loro ruolo sociale ma la loro gioia.
Bisogna sviluppare un pensiero critico e imparare a decriptare la realtà dalla virtualità, per capire dove sta la vera felicità.
E poi ognuno deve fare la propria parte, “il nostro pezzetto di Bene Comune”, per abitare la propria quotidianità e trovare la felicità, così da emanare una gioia contagiosa, che rigenera e riattiva gli altri.
Progetti per il futuro
Immischiati non si ferma. In questi giorni si sta registrando un nuovo ciclo di video corsi ed è in programma un tour nazionale di eventi. Cinque tappe in cinque città italiane in cui approfondire i 5 pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa attraverso speaker del territorio.
E allora cosa aspetti… Immischiati! Sei pronto a fare la tua parte?
Ti è piaciuto leggere di questa storia? Se vuoi conoscere altre esperienze nel mondo non profit leggi l’articolo dedicato a Progetto Mirasole.
Impresa sociale: il sapore dell’inclusione che dà gusto alla vita
Filippo si iscrive all’università di scienze e tecnologie agrarie, perché la sua famiglia ha un’azienda agricola e quella sembra la scelta più naturale. Ma la passione non decolla. Non trova stimoli, mollare tutto però fa paura. Poi è arrivato il famoso “treno”, quello inaspettato, che ha qualcosa di magnetico che ti attrae a sé. Cosa fai: sali a bordo o lo guardi passare? Filippo ha colto l’occasione e si è avvicinato a una cooperativa sociale di produzione artigianale di cioccolato con ragazzi autistici. Un’impresa dal cuore dolce che nutre le potenzialità. Da quella esperienza è nata So.ciok srl, una piccola media impresa a vocazione sociale che ha come mission l’inserimento lavorativo di persone con disabilità. Una realtà che ad oggi gestisce 2 negozi, un laboratorio di produzione continuativa di cioccolato in tutte le sue sfaccettature, 8 dipendenti e una rete distributiva allargata che crea valore. Era questo che Filippo andava cercando: la possibilità di reinventarsi ogni giorno, di tessere relazioni e sognare idee da convertire in progetti insieme a un team.
Avviare un’impresa sociale: tra ostacoli e competitività
L’impresa sociale è un’impresa a tutti gli effetti e va costruita considerando tutti gli aspetti previsti anche nel mondo profit. Un’idea imprenditoriale valida, una produzione di qualità, un progetto di marketing, un’adeguata struttura commerciale. L’inserimento lavorativo è “la ciliegina sulla torta” ci racconta Filippo Mazzocchi, presidente di So.ciok, “è una responsabilità in più che l’impresa decide si assumersi”. E perché sia efficace, è importante capire quale tipo di persone può collaborare, in base al tipo di produzione che si intende realizzare.
Gli ostacoli possono provenire dall’esterno, come è stato per Filippo che ha avviato l’attività a Codogno nel 2019, pochi mesi prima dello scoppio della pandemia. Ci sono poi le sfide interne, come nel mercato del lavoro classico, ovvero riconoscere le attitudini delle persone, individuare le loro qualità e capire in quale ambito lavorativo collocarle. E poi c’è l’aspetto commerciale, che per il mondo dell’impresa sociale significa abbattere i pregiudizi con la qualità del prodotto.
Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra produzione e impatto sociale, per creare qualità e valore.
Le forme di sostegno all’imprenditoria sociale
“Il quadro delle imprenditoria sociale non si presenta ad oggi omogeneo” ci spiega l’avvocato Felice Scalvini, membro del Comitato Scientifico di Cattolica Assicurazioni. Le cooperative, che rappresentano circa il 90% dell’imprenditoria sociale nel nostro Paese, hanno un quadro di riferimento fiscale e normativo definito. Le altre forme invece, introdotte dalla legge del 2007 e poi nel codice del Terzo Settore, “sono ancora in attesa di una piena legittimazione per quanto riguarda i provvedimenti fiscali da parte dell’Unione Europea”.
Sul fronte privato invece, stanno nascendo nuove e originali iniziative nella relazione con le fondazioni e gli enti filantropici, che possono intervenire a sostegno delle imprese sociali.
Un’ulteriore opportunità è il fondo gestito da Invitalia. L’agenzia governativa per lo sviluppo d’impresa ha un fondo dedicato all’economia sociale, che ha una dotazione di oltre 200 milioni di euro al quale varie imprese sociali hanno iniziato ad aderire.
Sinergie e coprogettazione
Esistono vari strumenti che possono generare opportunità e creare sinergie efficaci. La coprogettazione, con la pubblica amministrazione e con soggetti privati. I partenariati con le pubbliche amministrazioni. Forme di integrazione operativa tra imprenditoria sociale, pubblica amministrazione ed enti filantropici. Una triangolazione virtuosa che permette di realizzare ampie progettualità e attrarre risorse da soggetti diversi.
Ti interessa approfondire il tema dell’imprenditoria sociale? Leggi questo articolo!
San Giuseppe: patrono dei papà e dei lavoratori
Il 19 marzo è il giorno dedicato a San Giuseppe, sposo di Maria e padre di Gesù. Dal culto di questo santo nasce la Festa del Papà, che ancora oggi celebriamo.
Ma San Giuseppe è anche patrono dei lavoratori e per questo festeggiato il 1° maggio.
In questo articolo scopriamo come si è diffusa la venerazione e rappresentazione di questo santo, che ancora oggi ispira opere di Bene.
Il culto di San Giuseppe
La venerazione di San Giuseppe è molto antica ed ha probabilmente origine in Oriente nell’Alto Medio Evo. Nel Trecento si è diffusa anche in Occidente, grazie all’opera degli ordini mendicanti, in particolare dei francescani e in seguito, nel Cinquecento, dei Gesuiti.
La festività di san Giuseppe fu inserita nel calendario romano già nel 1479 da papa Sisto IV. Nel 1871 poi la Chiesa cattolica proclamò San Giuseppe “protettore dei padri di famiglia e patrono della Chiesa Universale”. Con l’inizio del XIX secolo, l’usanza di celebrare la Festa del Papà cominciò a diffondersi in tutto il mondo, anche fuori dai paesi cattolici, ma in date differenti.
Iconografia e iconologia
Le rappresentazioni di San Giuseppe sono spesso legate a temi del racconto biblico. Viene ritratto in episodi dell’Infanzia di Gesù (Fuga in Egitto, Natività, Presentazione di Gesù al Tempo) e della vita della Vergine (Sposalizio della Vergine, Visitazione), quale componente della Sacra Famiglia.

Viene raffigurato come un uomo anziano, per sottolineare la sua estraneità al concepimento di Cristo, opera dello Spirito Santo. I suoi attributi più tipici sono il giglio, che rappresenta la castità, gli attrezzi da falegname, in riferimento alla sua occupazione e la verga fiorita, che richiama l’episodio dello sposalizio della Vergine narrato anche nella Leggenda Aurea[1].

Una delle rare rappresentazioni autonome del Santo è il sogno di Giuseppe, che si riferisce a due distinti episodi. Uno è narrato nel Libro apocrifo di Giacomo e racconta che l’arcangelo Gabriele in sogno gli spiegò la situazione in merito la concezione di Maria. In un’altra apparizione, descritta nel Vangelo di Matteo (2,13), l’angelo gli ordina di fuggire in Egitto, perché Erode vuole uccidere Gesù.
Dal Rinascimento in poi San Giuseppe viene rappresentato anche nell’atteggiamento del filosofo, con un libro in mano, in quanto uomo giusto che attinge la sua saggezza dalla volontà di Dio, espressa nelle Sacre Scritture.
L’iconografia del Santo subisce alcune importanti trasformazioni nel Cinquecento, all’epoca della Controriforma. A quel tempo il ruolo del padre fu profondamente rivalutato. San Giuseppe acquistò molto popolarità, incarnando gli ideali e il ruolo del padre cristiano: umile, giusto e lavoratore. Divenne centrale il tema famigliare. Le Sacre Famiglie del tempo liberarono la scena dai personaggi secondari per concentrarsi unicamente sugli attori principali, Maria, Giuseppe e il Bambino. A quest’epoca inoltre risalgono le prime rappresentazioni di San Giuseppe, con una fisionomia più giovanile, ritratto in scene di vita familiare non strettamente legate al racconto biblico.
Rare sono le raffigurazioni della morte di Giuseppe, che secondo una biografica apocrifa morì all’età di 111 anni, o la sua incoronazione, soggetto diffusosi nella seconda metà del XVI secolo nelle chiese dei gesuiti.
San Giuseppe patrono dei lavoratori
Meno conosciuto è il ruolo di San Giuseppe come patrono di falegnami, ebanisti, carpentieri, senzatetto e persino dei Monti di Pietà. Nel 1955 Pio XII volle ricordarlo come patrono di artigiani e operai e festeggiarlo nel giorno del 1° maggio, Festa dei Lavoratori.
Ricordare San Giuseppe in questa occasione significò per la Chiesa riconoscere “la dignità del lavoro umano come dovere dell’uomo e prolungamento dell’opera del Creatore”[2].
Terzo Settore: l'associazione San Giuseppe Imprenditore
Proprio al San Giuseppe patrono dei lavoratori si richiama l’associazione “San Giuseppe Imprenditore”.
Ad Asti un gruppo di ex imprenditori e professionisti ha dato vita ad un’associazione che aiuta industriali, artigiani, commercianti e lavoratori autonomi in grave difficoltà. Nel proprio nome richiama San Giuseppe, come modello virtuoso di riferimento. Il falegname che nel suo piccolo fu imprenditore e coinvolse anche il figlio nella sua attività. Una figura che diede dignità al lavoro, che ne richiama il valore cristiano di servizio alla comunità e contributo al Bene comune.
L’Associazione fornisce supporto tecnico-legale e consigli a persone che stanno attraversando una situazione di crisi economica e aziendale. Aiuta a trovare soluzioni e opportunità di ripresa. Sostiene buone pratiche nel lavoro, guidate dall’insegnamento evangelico, che promuovano un’economia sostenibile e a misura d’uomo.
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[1] Si narra infatti che il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, ispirato da Dio, disse ai pretendenti di portare un ramo secco e deporlo sull’altare. Lo sposo prescelto sarebbe stato quello la cui verga fosse fiorita. Il miracolo avvenne e indicò in Giuseppe il promesso sposo della Vergine. La verga fiorita del Santo è in alcuni dipinti sormontata da una colomba, secondo quanto narrato nel Libro di Giacomo, uno scritto apocrifo. Così, ad esempio, nella cappella degli Scrovegni a Padova, affrescata da Giotto. Qui Giuseppe, come da tradizione del Medioevo, sta per ricevere un colpo sulla schiena dal padrino della sposa, per saggiare la sua virilità (Chiara Frugoni, La voce delle Immagini, Einaudi, 2010, p. 132).
[2]https://www.famigliacristiana.it/articolo/san-giuseppe-il-falegname-simbolo-della-dignita-del-lavoro.aspx#:~:text=01%2F05%2F2023%20%C3%88%20il,giorno%20della%20festa%20dei%20lavoratori
Ascolta: stiamo risvegliando armonia
Esistono particolari momenti storici, in cui profonde sensibilità, elaborate per lungo tempo dalla società, giungono a maturazione. Sul fronte del tema delle donne, ora ci siamo. Ci troviamo in un’epoca di risveglio e una nuova idea di donna sta prendendo forma. Dopo millenni in cui il pensiero maschile ha modellato la storia, le donne di oggi sono in trasformazione e su più fronti stanno recuperando il potenziale inespresso.
In questo viaggio, dall’antico femminino alle donne di oggi, abbiamo scelto di farci guidare da due “esploratrici”. Donne che nel loro percorso di vita hanno saputo aprirsi all’incontro con altre culture e ne hanno ricavato bellezza.
Luciana Riggio, già docente di lettere antiche e studiosa di antropologia, ha avviato l’associazione Africagoo, che sostiene progetti solidali in Africa. Lì promuove la formazione e l’inserimento lavorativo delle giovani donne africane, per liberarle da un futuro già scritto e, attraverso l’indipendenza economica, consentirgli di generare un destino diverso.
Barbara Spezini, educatrice, direttrice dell’associazione Articolo 10 di Torino, ha dato vita alla Sartoria Colori Vivi, un laboratorio artigianale multietnico, in cui donne migranti possono sviluppare una professione, rendersi autonome e scegliere il proprio futuro.
Luciana, partiamo da te: cos’è il femminino? Quali qualità lo contraddistinguono?

Si dice che viviamo immersi in una società patriarcale, maschilista. Una concezione che individua il problema nel potere maschile. In realtà la nostra società si basa da millenni su un intero sistema di pensiero maschile. E qui sta l’ostacolo vero: non concepiamo un’organizzazione di pensiero femminile.
Per la cultura animista delle popolazioni africane subsahariane, prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’universo era suddiviso in quattro elementi, gli stessi della filosofia presocratica greca. Acqua, terra, fuoco e aria. I primi due sono elementi femminili, gli altri due maschili. I primi sono preposti alla conservazione e riproduzione della vita e gli altri due alla distruzione della vita. Quando la forza maschile e femminile è bilanciata, la vita è armonica.
Ad un certo punto però il principio distruttivo ha superato quello creativo. La creatività è stata sopraffatta dall’esercizio del potere, che ha improntato l’organizzazione della vita in ogni suo ambito.
Distruttività sia dal punto di vista dei rapporti umani che della natura. Il femminile invece, creatore, è armonico nei confronti della natura. Con la prima mestruazione, ad esempio, entriamo in relazione con la luna e tutte noi donne siamo connesse con la natura. L’interferenza energetica è continua. L’energia è movimento e si manifesta sotto forma di danza, come l’orbita dei pianeti. L’universo intero è un’armonia che si esprime attraverso il suono e il movimento. Se questa armonia universale entrasse nel nostro modo di vivere, ci trasformerebbe dall’interno. Infatti se ti senti parte di un flusso di vita che continua, allora anche la paura della solitudine e della morte si annienta, perché tutto si trasforma insieme a te.
Il femminile è la capacità di lasciarsi andare al flusso della vita. Come le doglie del parto: non puoi opporti, ti lasci andare e vivi quel momento. E questo “lasciarsi andare”, fa vivere meglio.
Oggi il problema delle lotte delle donne è che stiamo partendo dall’ultimo anello: impadronirci di un potere che è però sempre inteso sul modello maschile. Se le donne per esercitare un potere devono trasformarsi in uomini, non è una vittoria per la società. È vero che in questa fase non possiamo fare una rivoluzione totalizzante, ma quello deve essere l’obiettivo.
Cosa è accaduto al femminino nell’evoluzione storica? Dall’antichità ai giorni nostri, cosa è cambiato?
Nell’epoca primigenia c’era la credenza di un femminino che intesseva il mondo. Una delle ipotesi è che sia stata la rivoluzione agricola che ha determinato la supremazia del maschile, perché sono nati i concetti di accumulo, progettazione e controllo, che sono tipici dell’energia maschile.
Oggi siamo immersi in questa sete di controllo. La scienza cerca di controllare ogni fase della vita. Un esercizio di potere che non è controbilanciato da una potenza femminile e genera una cultura artificiale, che non sa più confrontarsi con le proprie origini.
Due miti descrivono in chiave simbolica il momento in cui si è verificato questo squilibrio tra maschile e femminile. Il racconto di Adamo ed Eva, nella cultura semitica e il mito di Prometeo, in quella greca.
La coppia edenica viveva in uno stato di natura, dove la natura dava tutto. Essi avevano con Dio un rapporto di confidenza, cioè il divino era in loro. Questo perfetto stato di natura era un’assoluta beatitudine. La tentazione - mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male- posta dal serpente fu il potere. Quando Adamo ed Eva decisero di conoscere il potere, Dio uscì dalla relazione, divenne una voce esterna. Furono cacciati dallo stato di natura. La donna fu destinata a partorire con dolore, perché staccata dalla dimensione naturale e l’uomo a lavorare con fatica, perché era venuto meno il rapporto armonico con la natura.
Prometeo invece, donò agli uomini il fuoco, che rappresenta la tècne e con essa il tempo lineare, della progettazione ma anche della morte e dell’angoscia che ne deriva poiché non la si può dominare. E per questo venne punito da Zeus.
L’umanità ha quindi mantenuto a livello mitico il ricordo di una traumatica rottura con l’armonia primigenia, che ha spezzato un equilibrio e provocato disarmonia.
Chi gioverà della riscoperta del femminino?
La strada da intraprendere passa anche dal coinvolgimento degli uomini, cui finora è stato negato un vivere armonioso. I maschi sono le prime vittime di questo sistema. Basti pensare ai padri, che fino a poco tempo fa erano privati della dimensione educativa dei figli e dell’espressione della tenerezza.
Serve un cambiamento profondo e consapevole.
Ogni donna dovrebbe sentire per sé e per le sue figlie una missione: ricreare un mondo al femminile, dove non combattiamo tra noi per raggiungere il potere maschile, ma portiamo la sete di armonia al potere.
È necessario tornare in armonia con la natura e fare come il colibrì di una famosa storia africana. Il racconto narra che nella foresta scoppiò un incendio, tutti gli animali fuggirono e il colibrì, un essere minuscolo, tornò indietro e decise di fare la propria parte. Portò gocce d’acqua nel suo becco per spegnere le fiamme e con il suo esempio attivò anche gli altri animali.
Si parte da piccoli gesti, è così che si realizzano grandi trasformazioni.
E poi dobbiamo favorire rapporti interpersonali di gentilezza. Il rispetto per gli altri e per le unicità altrui. Iniziare la giornata con un sorriso. Vivere con consapevolezza. Aggiungere alla parola “progresso”, che ha guidato l’evoluzione umana, l’aggettivo “armonico”. Favorire un’economia nuova, non più basata solo sul consumo. Interrompere l’accumulo dei capitali nelle mani di pochi e ridistribuire la ricchezza.
Quello che ci attende è una rivoluzione, ma fatta di strumenti nuovi: di semina di armonia e cura del Bene comune.
Barbara, come imprenditrice sociale, da diversi anni stai incontrando donne provenienti da contesti geografici e culturali diversi. Quali caratteristiche accomunano le donne che incontri?

Le donne con cui lavoro sono migranti e rifugiate, scappate per motivi di guerra o politici. Fuggite da una violenza che le colpisce solo per il fatto di essere donne. Hanno un’identità personale e intima molto privata, che condividono raramente, ma se riesci ad entrare in questo canale puoi scoprire una bellezza incredibile.
Se dovessi elencare dei punti comuni direi: intelligenza pratica, lealtà e fede.
Intelligenza pratica perché sanno leggere le situazioni, sanno avvertire il pericolo, sanno salvarsi. Sono sopravvissute a esperienze terribili. Hanno enormi traumi alle spalle, eppure, un po’come le nostre nonne che hanno vissuto la guerra, hanno un meccanismo interiore per cui il passato è passato. Non ne parlano. Guardano avanti.
Sono leali. Tra me e queste donne, lontanissime dalla mia esperienza di vita, si è creato un rapporto paritario e specchiante. È un incontro tra donne, dove non esiste la dinamica di potere. Io mi occupo di loro ma con un senso di gratitudine reciproco. Hanno cambiato il mio sguardo e attraverso di loro ho trovato il mio posto nel mondo. Sono nata qui per fare qualcosa per loro. Ed è uno scambio reciproco. Il senso della mia vita e la qualità di quello che offro ha senso se posso fare la differenza per qualcuno. Questo mi rende protagonista della mia vita.
E poi hanno fede. Un affidarsi fiducioso, dai tratti a volte magici, rafforzato dalle difficoltà che incontrano nella vita. La traversata in mare, ad esempio, che molte hanno compiuto, è un’esperienza terrificante e quando toccano terra il loro pensiero è “Dio mi ha salvata”. Spesso questo canale, della fede, è stata la porticina che mi ha permesso di entrare in relazione con loro.
Quale fatiche percepisci nelle donne contemporanee? Cosa credi che stiano ricercando le donne di oggi?
Ascolto. Le donne soffrono di condizionamenti derivanti da migliaia di anni di storia. Io dico che abbiamo bevuto il latte di nostra madre, della nonna e della bisnonna. Di generazione in generazione abbiamo ereditato un complesso di inferiorità che oggi si è trasformato in rabbia e ha rotto gli equilibri di un mondo ancora fortemente maschile. Non credo al femminismo violento. Penso che gli equilibri si raggiungano tra compensazioni di reazioni. Le donne oggi sono arrabbiate. Ma non sanno per cosa. Ci vorrà tempo e ascolto, per far uscire il dolore. Ma il cambiamento ci sarà e a farlo saranno le donne, insieme agli uomini, nelle loro reciproche diversità.
Bisogna lasciare che le ragazze di oggi sperimentino, perché hanno imparato il valore della libertà, che significa gestire da sole il limite del rispetto dell’altro. Servono i saggi e serve educazione. Il cambiamento deve passare per una scuola che fin dall’asilo nido educhi al femminile, anche nell’uomo, a un’educazione affettiva, emotiva, spirituale ampia, che accolga.
Chi è una donna per te, oggi?
È il domani. Ha una gerla addosso gigante, indossa un vestito che ormai è un cencio e vuole cambiare abito. Diventa protagonista dei processi e deve essere una paladina di pace. Deve essere forte, per aprire una breccia nelle mura che l’hanno rinchiusa. E in questo cammino deve accompagnarsi con l’uomo e insieme abbattere i confini che limitano entrambi.
Attraverso le parole di queste donne, con gli stessi magnetici occhi chiari, abbiamo compreso che per costruire un orizzonte di pensiero femminile è necessario riscoprire le caratteristiche intrinseche dell’essere donna e tracciare un cammino condiviso con gli uomini. È fondamentale il loro coinvolgimento e per loro la strada sarà forse ancora più misteriosa. Li porterà a scoprire sfaccettature del loro stare nel mondo completamente inesplorate.
Possiamo ristabilire un nuovo equilibrio tra i due principi indissolubili del maschile e del femminile. Prima però abbiamo bisogno di ascolto, di noi stesse e da parte degli uomini, per prendere fiato, lasciar andare e risvegliare un’armonia di cui tutti potranno partecipare.
"Ascoltaci: stiamo risvegliando armonia!"









