Protagonisti dell'inclusione
L’associazione “Oltre quella sedia” lavora a Trieste per scardinare le etichette e creare una società capace di cogliere le abilità altrui, qualsiasi sia il corpo che le rappresenta.
Era il 2003 quando nella mente di Marco Tortul prese forma l’idea di fare qualcosa di più per le persone disabili. Durante i turni nei servizi assistenziali tradizionali, Marco percepì che all’interno delle strutture gli utenti non crescevano e non sviluppavano nuove abilità. “Avevo fatto corsi di teatro e di regia, mi piace mescolare le capacità e vedere cosa ne nasce, così ho pensato di aprire un laboratorio di teatro sperimentale aperto a tutti”.
Il laboratorio di teatro per rendere protagonisti dell'inclusione
Il corso Teatro abilità parte con poche pretese ma con una grande convinzione: nessuna etichetta può contenere la libera espressione delle persone. Nonostante il laboratorio fosse indirizzato a tutti (giovani, anziani, studenti, lavoratori, pensionati, persone disabili e non), le prime iscrizioni confermano una sofferta realtà: ciò che non si conosce, spaventa.
Al laboratorio si iscrivono solo tre persone, tutte con disabilità intellettiva. Marco desidera arginare gli stereotipi che guardano la disabilità come un limite, così propone il percorso ad amici e conoscenti. La sua parola pesa e il gruppo di attori si infoltisce riuscendo a realizzare il primo spettacolo intitolato Oltre quella sedia. “Volevamo portare a riflettere sull’ambiguità della sedia a rotelle che fissa un limite senza far andare oltre. Non porta a chiedersi quali desideri, sogni, emozioni e difficoltà viva l’altro” racconta Marco.


Sul palco la differenza viene offuscata dalle capacità espressive. Tutti diventano protagonisti delle proprie abilità, della scena, dello spettacolo. La neonata compagnia teatrale non si pone limiti: da Trieste all’Italia. “La prima volta che abbiamo esportato il nostro modello, siamo andati ad Ostuni al Festival dei bambini del Mediterraneo…quell’esperienza ha cambiato il nostro futuro” ricorda Marco. Prendere il treno, vivere una nuova città, imbastire spettacoli, affrontare la quotidianità senza aiuti speciali, ha permesso ai protagonisti disabili di comprendere che potevano farcela. E Marco ha capito che poteva nascere qualcosa di più!
I percorsi di autonomia abitativa per rendere protagonisti dell'inclusione
Viene fondata l’associazione “Oltre quella sedia” che oltre al teatro sviluppa percorsi di autonomia abitativa attraverso il sostegno dei Fap regionali (Fondo autonomia possibile). “All’inizio ci siamo rivolti alle persone che frequentavano la compagnia, abbiamo lavorato sulla loro consapevolezza, sulla responsabilità e la bellezza delle scelte. Dovevano imparare a scegliere perché da sempre qualcuno lo faceva per loro” testimonia Marco. “È incredibile vedere quanta soddisfazione produce riuscire a fare compiti che spesso diamo per scontati come pulire, cucinare, prendersi cura di sé” ammette. Indipendenza, autostima, fiducia in stessi e nell’altro, sono solo alcuni dei benefici maturati nei ragazzi. Il percorso diventa un progetto sperimentale appoggiato dal Comune che vede nell’associazione una terza via per rispondere i bisogni di socialità del territorio.


Teatro, percorsi di autonomia ma anche formazione. Il modello sperimentato nel laboratorio espressivo viene portato nelle scuole per bypassare la disabilità ed aiutare bambini, genitori ed insegnanti a percepire la persona e non il suo limite. “I laboratori formativi li gestiamo in due: io insieme ad un protagonista con disabilità. È stupefacente vedere come l’espressione artistica riduca il divario a permetta ai piccoli di scorgere la capacità dell’altro!”. Dal 2004 ad oggi molto è cambiato. L’associazione conta 13 dipendenti, 4 ragazzi del servizio civile, 32 protagonisti, 4 appartamenti, 1 sede con spazio laboratorio, 4 spettacoli annuali e performance di strada. “Mi dicevano: Non illuderti, non è possibile. E invece eccoci qua. Ma non siamo ancora arrivati”. Esiste infatti un vuoto che “Oltre quella sedia” vuole riempire: il lavoro.
L'avviamento professionale per rendere protagonisti dell'inclusione
“Abbiamo iniziato a creare esperienze di avviamento professionale perché ci siamo accorti che i curriculum dei ragazzi disabili sono scarni. Non c’è niente da scrivere se non attestati e, alle volte, diplomi. Nessuno ha mai fatto volontariato perché nessuno ha mai creduto che anche loro potessero aiutare gli altri!” racconta Marco. In rete con organizzazioni locali, l’associazione promuove servizi di utilità sociale: per i senza tetto, per pulire la città, per salvaguardare parchi pubblici. “Siamo entrati nelle case di riposo, abbiamo iniziato percorsi di lettura, facciamo la spesa per gli anziani. Coloriamo la città, piantiamo alberi, ripuliamo muri imbrattati e ogni anno spingiamo affinchè almeno un ragazzo faccia il servizio civile”.

Piccole ma utili azioni che hanno attirato l’attenzione di cittadini, amministratori e istituzioni locali tanto da spingere l’associazione all’idea di fondare una cooperativa sociale di inserimento lavorativo.
Storie così esistono! Vuoi leggerne ancora? Ti consigliamo la lettura di City Jump
Michela, 31 anni e un desiderio: "Magari il mio lavoro non servisse più!"
#Giovanisperanze la rubrica dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.
La verità è che quando vedo qualcosa che non va mi chiedo “Cosa posso fare io?”
Perchè mi piace fare qualcosa di utile, cambiare gli spazi, vedere che le persone stanno bene.
Sono nata con la passione per la creatività. Mi piace avere la testa in movimento, comprendere e inventare soluzioni. Ho scelto architettura per questo: volevo lavorare a progetti, favorire l’inclusione e la partecipazione di comunità. Ma non è andata come mi aspettavo.
“Questo è un corso di architettura, non di sociologia” mi hanno detto. Ci sono rimasta. Ma non ho mollato. Quando hai un padre che subisce un incidente e dall’oggi al domani la sua vita si muove su una sedia a rotelle, diventi più attento alla funzionalità che all’estetica.
Maturi una sensibilità per le cose piccole che però creano grandi cambiamenti.
Così ho cambiato Stato e poi città, ho preso la seconda laurea e sono finita a fare un tirocinio nell’Ufficio Urbanistica vicino a casa. Mentre immaginavo soluzioni per le vicissitudini di un quartiere, è un uscito il progetto che mi ha cambiato la vita. “Candidati!” mi ha detto l’assessore per cui lavoravo.
L’ho fatto e mi hanno presa! Ho iniziato a lavorare in Bplano come coordinatrice junior di un progetto territoriale comprendente 46 comuni, 17 partner tra imprese, cooperative e associazionismo. Il mio obiettivo? Avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Sono stati 3 anni intensi: ho iniziato a comprendere che il lavoro è fatto di linguaggi, di valori, di persone e di mondi separati. Tu sei profit, tu non profit.
Ma siamo sicuri che questa narrazione sia utile? Oggi sono una progettista sociale e mi occupo di innovazione. Trasformo idee in rami produttivi, eppure, i miei nonni credono che faccia l’assistente sociale! Come chi pensa che “educatore” significhi “giocare con i bambini”! Siamo sicuri che la dicotomia profit-non profit funzioni?
Per me è diventata una sfida e quando mi hanno proposto di fermarmi ho detto di si. Sì, perché penso che si possa cambiare registro e voglio farlo! Sì, perché qui le persone si fidano, ti rendono parte delle loro insicurezze e delle loro gioie. Qui il lavoro è vita e io posso dare il mio contributo per cambiare le cose.
Progetto, metto a terra, colmo mancanze, cerco risorse e gestisco gli imprevisti. Lo ammetto a volte è faticoso ma vedere persone disabili, giovani, migranti lavorare in questi 200mq nei laboratori di saponette, sartoria, riparazioni e sapere che vivono in autonomia, prendono la patente, trovano un compagno, ripaga sempre.
Sai alla fine cosa spero? Che il mio lavoro non serva più! Immagina che bello se la società assorbisse davvero i valori di inclusione, accettazione del limite altrui e il rispetto. Se tutti facessimo parte di un unico Settore che dà vita e crea lavoro…si dovrei inventarmi un nuovo mestiere, ma ne sarei felice!
Michela Estrafallaces
31 anni – Bplano Varese
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Il potere educativo della lettura per aiutare i bambini a diventare adulti consapevoli
Una piccola associazione di Grottammare ha deciso di intervenire per fronteggiare il virus dell’analfabetismo funzionale che, secondo i dati delle ricerche Ocse-Piaac, colpisce il 70% della popolazione italiana di cui il 24% compreso tra i 16 e i 34 anni.
È iniziato tutto durante il doposcuola che l’associazione City Jump gestisce dal 2014. È Domenico Piergallini, presidente della realtà, ad accorgersi che il metodo scolastico della lettura ad alta voce aiuta i bambini ad apprendere la lingua ma non sempre permette loro di avere consapevolezza.
Succede con un bambino, due bambini, tre bambini…la lettura è perfetta ma il suono è vuoto e alla domanda Cosa hai capito di quello che hai letto? il silenzio diventa la risposta.
Già nel 1986 l’Unesco poneva attenzione alle conseguenze di una società che perde la capacità di comprensione e valutazione delle informazioni. Un po’ come perdere la bussola che orienta nella vita e che aumenta la vulnerabilità sociale. Di fronte ad una realtà sempre più complessa, sono in costante aumento le persone che risultano avere fragili strumenti di interazione utili a decifrare con consapevolezza il contesto. Una forma sottile di barriera all’inclusione, che mette ai margini gli adulti incapaci di entrare in relazione con un mondo che esclude chi non ha gli strumenti alfabetici adatti.
“Nel 2017 abbiamo condotto una ricerca con i bambini del doposcuola. È emerso che per quasi la totalità di loro la lettura è noiosa e pesante” afferma Domenico. “Un dato che preoccupa se consideriamo che oggi la tecnologia e il digitale consentono di fruire in modo giocoso ma passivo delle informazioni” continua Giuditta Soave pedagogista impegnata nel progetto. “Per questo ci siamo chiesti: come è possibile aiutare i bambini a leggere affinchè la lettura diventi uno strumento educativo di crescita?”. Se è vero che l’uomo non è nato per leggere, è vero però che l’uomo è nato per comunicare. “Dal racconto, dalla relazione, dallo stare con l’altro abbiamo deciso di avviare un nuovo processo metodologico di lettura” afferma Domenico.

“Abbiamo scelto di entrare nel mondo quotidiano dei bambini che è fatto di libri scolastici, di problemi, diari scritti, verifiche, aspettative dei genitori e degli insegnanti che creano in loro piccoli e grandi ansie. All’interno di questa foresta abbiamo messo in atto un processo educativo fatto di attenzione, accoglienza, condivisione attraverso la lettura che parte dalle loro cose: dal leggere i compiti per il giorno dopo al problema di matematica” racconta Giuditta.
Un metodo in fase di sperimentazione che l’associazione sta provando con i 20 bambini che ogni anno si iscrivono al doposcuola e che hanno iniziato ad avviare prima del Covid-19 anche con alcune scuole primarie della zona. “Lavorare all’alba dell’alfabetizzazione permette ai bambini di fare esperienza di suoni, colori, immagini che evocano le parole” dichiara Domenico. Le neuroscienze hanno riconosciuto il potere della lettura: leggere attiva e nutre il sistema sottocorticale e attiva le cellule grid che aiutano l’uomo a modificare comportamenti e a capire quale posto occupa nell’ambiente. Si … Ma quale lettura?

“Lasciare in mano ad un bambino questo dono aspettandosi che da solo impari a riconoscere il potere della lettura è impensabile soprattutto quando, per i bambini, leggere diventa un compito privo di piacere” ammette Domenico, per questo l’associazione ha ideato la figura dell’ Educatore alla Lettura ed ha organizzato un primo corso formativo per 5 persone volto a fornire competenze utili affinchè gli adulti riescano a far esperienza dell’ascolto aiutando i bambini ad ascoltarsi nella lettura per stare così sul senso di ciò che stanno leggendo.
“In questi anni abbiamo registrato cambiamenti incredibili grazie al nostro metodo "Leggere5vava" racconta Giuditta. I primi dati raccolti dalle ricerche condotte dimostrano che i principali cambiamenti avvenuti nei bambini sono:
- migliore consapevolezza di sè
- maggiore responsabilità
- aumento dell'autostima e delle autonomie.
I genitori, anche quelli inizialmente meno fiduciosi, hanno riscontrato cambiamenti non solo nella lettura stessa, bensì nei comportamenti e nelle relazioni con i figli”. La Mission di CityJump è: recuperare il potere educante della lettura, riposizionandola al centro del processo educativo, e non solo didattico.
City Jump sta promuovendo un cambiamento culturale che coinvolge bambini, genitori, sistema scolastico e società e che necessita di un periodo di ricerca adeguato per verificare l’efficacia e la migliorabilità del processo. Nemmeno le chiusure della pandemia, con le fatiche ed i rallentamenti ad esse connesse, hanno frenato l’animo innovativo dei 6 collaboratori e delle 6 figure impegnate nell’attività didattica e di progetto perchè “Quando i ragazzi ci dicono adesso che so leggere so che ce la posso fare abbiamo la certezza che stiamo seminando, con una vision, in cui tutti partecipiamo attivamente al progresso di una società equa e democratica” conclude Domenico.
Vuoi saperne di più di apprendimento scolastico? Anche la cooperativa Tice ha un metodo innovativo!
Manuele e il coraggio di cambiare le cose
Cosa accade quando la realtà non risponde ai bisogni veri delle persone? Cosa fare quando si guardano porte chiudersi e persone rimanere sull'uscio? Questa è la storia di Manuele Cicuti.
Quando nasce Manuele nascono anche nuovi desideri nei suoi genitori. Il bambino può fare cose grandi. Può diventare qualcuno! Magari un pilota d’auto. O un ingegnere. Oppure un medico. E mentre sognano sul suo futuro, Manuele compie 17 anni e oltrepassa una porta che gli cambia la vita.
Sono i movimenti maldestri, le frasi mangiucchiate, i sorrisi autentici che illuminano un viso intero ad incantarlo. Manuele torna a casa dal centro disabili pieno di gioia e non capisce il perché. Allora ritorna e la sensazione non cambia, anzi aumenta. Vuole dare e invece riceve. Riceve una felicità che non riesce a contenere, che non può esaurirsi in qualche ora di servizio.
Si iscrive a Scienze dell’Educazione perché vuole fare qualcosa di più. Ma un titolo di studio non gli basta. Vuole capire quali ragioni si nascondono dietro alla sofferenza. Così continua a studiare, si addentra nella menta umana e si specializza nell’approccio lacaniano della psicologia clinica. C’è un desiderio in ogni persona che nel qui ed ora orienta verso un domani sempre da scoprire. Manuele incontra bambini e adolescenti nelle strutture in cui lavora. Comprende che il desiderio muove il linguaggio delle azioni ed educa a nuovi comportamenti. Ma qualcosa lo turba.
Sente sempre più spesso bussare alla porta ma non vede entrare nessuno. Problematiche troppo importanti, comportamenti troppo aggressivi, troppe difficoltà famigliari, gli dicono. E così chi ha più bisogno resta escluso da un sistema incapace di prendersi cura. Chi risponde alla loro chiamata d’aiuto? Inizia a chiedersi sempre più spesso Manuele. Che fine fanno bambini, ragazzi e adulti incompresi dal sistema?
Manuele studia, cerca e comprende da grandi psicoanalisti che non esistono casi disperati e impossibili ma processi di accompagnamento modulari e diversificati. Sperimenta e intuisce le potenzialità della pratique a plusieurs mentre la sua domanda diventa un chiodo fisso: Chi risponde alla loro chiamata d’aiuto? Prende coraggio e decide che a Roma sarà lui a farlo.
Master, ricerche applicate e incontri con realtà già esistenti. Manuele si impegna ma le insinuazioni sul suo insuccesso sono all’ordine del giorno. È troppo difficile, gli dicono. Sei troppo giovane e concludono sempre con Come fai con i soldi? Le problematiche sono vere, sta mettendo su famiglia, la garanzia di riuscita è scarsa mentre sono alte le probabilità di fallimento. Ma poi una voce intima gli dice E’ questo il tuo desiderio? Prenditi le tue responsabilità e vai avanti. Trova compagni d’avventura e parte.
Il Desiderio di Barbiana prende forma e diventa un luogo protetto ed inclusivo adatto a bambini, adolescenti e ragazzi con autismo e complesse sofferenze psicologiche. Le due strutture residenziali, il progetto di agricoltura sociale e il birrificio artigianale creati consentono a 16 ragazzi e 40 operatori di sviluppare le migliori condizioni di vita e favorire l’emancipazione.
A 32 anni Manuele si innamora ogni giorno di più della sua scelta. Lascia che i ragazzi lo tocchino nel profondo e si addormenta pensando ai suoi tre bambini, alla loro felicità, alle incredibili opportunità che si creano quando le persone vivono per far vivere bene anche gli altri.
“Quando si tratta di persone, ne vale sempre la pena. Se andassi in pensione domani, verrei qui al centro ogni giorno e continuerei a fare quello che faccio”.
Manuele è un uomo che fa la differenza.
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Come si diventa imprenditore sociale
Leggi, Decreti legislativi e Codice Civile regolamentano l’impresa sociale chiarendone i confini, le finalità e gli obiettivi. Ma cosa implica diventare un imprenditore sociale? Quali sono le caratteristiche che definiscono questa figura e che la differenziano?
Lo abbiamo chiesto a Michele Resina, Presidente della cooperativa sociale M25, realtà nata per accogliere e includere socialmente e lavorativamente, persone che vivono situazioni di disagio e difficoltà. Oltre ad un centro diurno focalizzato sulla salute mentale e al bicipark in cui vengono custodite e noleggiate biciclette ai cittadini, la cooperativa ha attivato alcuni laboratori nella casa circondariale di Vicenza. Con il progetto Libere Golosità ha riscattato un forno per creare opportunità formative ed occupazionali per i detenuti. I prodotti da forno dolci e salati sono diventati uno strumento per lavorare sulle proprie responsabilità e disegnare nuovi futuri.
Michele, chi è l’imprenditore sociale?
Bene definisce l’impresa sociale il D. Lgs del 3 luglio 2017 n. 112 ricomprendendo nella categoria “tutti gli enti privati, inclusi quelli costituiti nelle forme di cui al libro V del Codice Civile, che esercitano in via stabile e principale un'attività d'impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività". Già la legge 381/1991 aveva individuato quale scopo principale delle cooperative sociali quello di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale dei suoi cittadini.
Fare impresa sociale, significa promuovere e perseguire con la propria attività interessi di carattere generale, solidaristici, di utilità sociale. Finalità che deve orientare fin dalla sua costituzione qualsiasi esperienza che voglia caratterizzarsi come tale.
Qualsiasi imprenditore sociale presuppone la necessità di assumere modelli di gestione capaci di favorire il coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e degli stakeholder in genere, i cui contributi sono ritenuti essenziali per il raggiungimento dello scopo dell'impresa.
Si tratta in altre parole di definire sistemi organizzativi aziendali in cui, chi vi lavora all’interno, viene assiduamente coinvolto mediante forme di coordinamento costante e dove le regole della subordinazione tecnico-funzionale non sono quasi mai assoggettate a specifiche e vincolanti direttive, né sono caratterizzate dalla estraneità del risultato operativo.
Si diventa imprenditori sociali quando le finalità e i sistemi organizzativi sono coerenti con il modello. Lo scopo di lucro non è perseguibile nell'impresa sociale, ma viene sostituito dalla ricerca di senso e di gratificazione derivanti dal perseguire la promozione umana dei cittadini e la loro integrazione sociale e territoriale.
Alcune abilità richieste a chi vuole intraprendere la strada dell’impresa sociale sono:
1. Saper trovare risposte ai bisogni
Gli imprenditori sociali vengono investiti delle difficoltà e dai bisogni di un territorio. Non ci sono risposte standard adattabili alle situazioni ma ogni situazione ha bisogno di essere ascoltata e affrontata con originalità. L’imprenditore sociale non si rapporta con problemi ma con persone, considera la diversità una risorsa. Sono questi i tratti caratteristici che permettono di sperimentare nuove strade che guardano al di là di quello che è semplicemente convenzionale.
2. Dare valore alle risorse a disposizione
L’imprenditore sociale valorizza in modo creativo le persone e le reti sociali che ha a disposizione. Crea un ambiente di lavoro in cui le persone si possono sentire sicure ad essere quello che sono. Cose straordinarie iniziano ad accadere quando si ha la possibilità di portare al lavoro quello che siamo, eliminando le divise e le maschere professionali. L’imprenditore sociale sa tirare fuori il meglio da ogni collaboratore, definendo ruoli e funzioni appropriate, così da rendere ciascuno soddisfatto della propria missione.
3. Umanizzare i rapporti e favorire l'inclusione
Gli imprenditori sociali sanno che il cambiamento è complesso e difficile da ottenere; umanizzare le relazioni di aiuto e l’inclusione riduce i tempi della cura e aiuta a guarire prima. L’ascolto, l’empatia e la collaborazione generano cambiamento. L’imprenditore sociale sa che il successo dipende dalla capacità di includere gli altri nella progettazione, realizzazione e valutazione delle soluzioni. La domanda che si pone non è come creare regole migliori, ma come supportare i gruppi a trovare la migliore soluzione.
4. Superare i modelli organizzativi piramidali
Nelle strutture piramidali sono necessari incontri a tutti i livelli per raccogliere, filtrare e trasmettere informazioni su e giù per la catena di comando. Nelle imprese sociali le riunioni vanno ridotte al minimo indispensabile e i processi decisionali devono coinvolgere le prime linee. Servono incontri essenziali, che coinvolgano i gruppi di lavoro, per allinearsi e prendere decisioni, quando un argomento necessita di attenzioni, con le persone competenti intorno ad un tavolo, eliminando la proliferazione di funzioni strutturate e superflue.
5. Saper porre come obiettivo il cambiamento
L’imprenditore sociale ricerca soluzioni capaci di generare cambiamento e sa che questo va misurato nel lungo temine; diffida dei cambiamenti facili da ottenere. Il cambiamento vero è quello che sa generare modelli nuovi di gestione, visioni rinnovate delle cose; è quello reale e misurabile non basato solo sulle buone intenzioni

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"La naturale percezione della diversità" - storie di Giovani Speranze
Si apre la Rubrica #GiovaniSperanze dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.
Quando ho finito le scuole superiori non ero certo di niente. Ho scelto Lettere perché mi piaceva scrivere. Ma sono bastati pochi mesi per capire che non era la mia strada. Ero stanco. Senza energie. Non trovavo soddisfazione in niente e non avevo stimoli per continuare.
A 20 anni mi sono rassegnato all’idea che avrei vissuto una vita facendo un lavoro perché lo dovevo fare. Mi sarei dovuto accontentare, accontentare di me perché io non riuscivo a trovare il mio posto. Credere che tutto sia finito prima ancora di iniziare è penoso. Per fortuna però è successo…e le cose sono cambiate.
Mi hanno detto “Prova, cos’hai da perdere?” e non avevo nulla da perdere. Così ho iniziato a fare il volontario alla Vale un sogno, una cooperativa di San Giovanni Lupatoto che lavora con la disabilità intellettiva e con la Sindrome di Down per permettere a tutti i giovani di costruirsi un futuro. All’inizio facevo cose piccole, anche marginali, eppure mi veniva voglia di tornare. Ho messo il naso qua e là, in meno di un anno mi hanno offerto un posto. In produzione.
Hai presente la sensazione di essere nel posto giusto? Io la provo stando qui. Mi occupo della produzione e gestisco progetti. Si, sono una figura ibrida ma mi piace esserlo. Mi piace riconoscere la fluidità dei ruoli, mettermi a disposizione, migliorare e migliorarmi.
Lavoro per qualcosa di realmente importante. Lavoro per trovare metodi, prodotti e soluzioni che mettano a sistema il valore umano e professionale delle persone con disabilità. Perché creano cose belle e interessanti. Perché anche con le loro fragilità attivano produzioni e risultati che hanno un effetto sul mondo.
Il mio di mondo, per dire, è rinato. Con la loro spontaneità mi hanno insegnato a scalare di marcia, a fare ragionamenti più semplici ma non per questo meno importanti. A riscoprire le piccole cose e a cogliere il senso autentico delle cose. Loro sono il mio carburante, la motivazione che fa scendere dal letto e superare gli ostacoli anche nei periodi più complessi.
Lavorare in cooperativa rinnova le energie. Chiede tanto ma dà tanto. Facciamo cose che sembrano irrealizzabili e a ben guardarle forse un po’ lo sono. Pochi decenni fa le persone disabili nemmeno le vedevi in giro. Adesso sono protagonisti della loro vita.
Ma io non mi fermo qui. Non mi fermo fino a quando agli occhi della gente la disabilità diverrà parte della normalità, senza quei “ma” senza quei “se” che infrangono il valore della capacità di chi lavora insieme a me. Perché sono persone come me. Sono lavoratori come me.
Michele Spiniella
29 anni – cooperativa sociale Vale Un Sogno VR
Paola, la donna che supera le barriere dell'autismo
Questa è la storia di Paola Carnevali Valentini, la presidente di Angsa Umbria
Nel paese di 24 mila anime dove vive Paola, c’è calma e quiete. Eppure lei a tutta quella tranquillità è estranea. Cresce nell’energia di due donne, l’una il contrario dell’altra: una battagliera e l’altra docile. La guerriera e la santa. Dalle nonne Paola eredita un cuore forte, abbracci dolci e una mente inarrestabile. Ancora non sa che la sua eredità farà la differenza.
Ha 23 anni Paola e ha fretta di realizzare il suo mondo di sogni. È innamorata e vuole sposarsi. Vuole essere madre, prendere per mano i suoi bambini e vederli crescere. Nascono Andrea, poi Marco e più tardi Pietro. Ma c’è qualcosa di strano. Paola lo sente. Vede l’essenza distinta di Marco e vuole capire.
Vostro figlio ha dei bisogni speciali, è autistico dice il medico. Basta una frase per sgretolare il tetto di sogni e far sentire Paola sepolta dalle macerie di una vita che non sarà come la immaginava. Marco è solo un bambino e dell’autismo si sa ancora poco. Quando Paola nomina il disturbo ad alta voce, le persone si allontanano spaventate. Paola è disorienta, isolata dentro ad una bolla da cui non sa come uscire.
Guarda suo figlio muoversi impacciato, disinteressato al contatto fisico proposto dagli altri bambini. Ma lascialo stare non vedi che non è capace di giocare? sente dire da un’altra mamma ai giardini. L’insieme delle parole prendono la forma di una lama che affonda nella carne. Anche suo figlio ha capacità! La ferita fa male. Ma proprio lì Paola percepisce il suo cuore forte e comprende che è giunto il momento di reagire. Deve fare qualcosa per suo figlio. E vuole farlo anche per gli altri.
Nell’associazione ANGSA Umbria i genitori trovano qualcuno con cui camminare insieme, senza vergogna o paura. Incontri, convegni e seminari aiutano a portare l’autismo fuori dalle cliniche e a far conoscere il disturbo. Nell’associazione Paola comprende il peso della diversità quando vede famiglie esplodere per fatica. Osserva rimbalzare le colpe, sbattere le porte di figli arrabbiati e scoraggiati. Ci vuole un amore grande per tenere insieme una famiglia. Un amore grande per stare vicino a centinaia di famiglie che vivono in bilico.
Paola crea nuovi sogni con la sua famiglia e insieme a suo marito. Lei la mente e lui il braccio. Non ha certezza che tutto andrà bene ma che tutto ha un senso. Così inizia a guardare lontano tenendo i piedi per terra. Studia giorno e notte, impara come parlare a medici, politici, genitori, insegnanti. Resta a cercare bandi fino a tarda notte, studia tecniche per reperire fondi e comunicare il valore di chi convive con l’autismo: delle 40 persone che vede ogni giorno impegnate nelle attività del centro diurno, del laboratorio minori, delle attività agricole della cooperativa La Semente.
Le loro abilità hanno pari dignità. Per questo nascono le occasioni di lavoro, la fattoria, l’agriturismo, il servizio catering. A 62 anni Paola si sente viva e quando è stanca ascolta l’amore immenso che prova per Andrea, Marco e Pietro. Poi guarda i suoi ragazzi. La fatica vola via, respira a pieni polmoni ed è felice.
“Marco ha trasformato la nostra vita. Senza la sua esperienza sarei stata una donna molto più povera”.
Paola è una donna che fa la differenza.
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Monscleda, la cooperativa villaggio di un territorio
Lavorare sul territorio per il territorio significa far fronte ai cambiamenti portati dal tempo, modificare i servizi ed evolvere le competenze per riuscire a garantire servizi di qualità che migliorano la vita delle persone.
Il cambiamento è una sfida con cui la cooperativa sociale Monscleda si è sempre confrontata, fin dalla sua nascita, quando un gruppo di volontari impegnati in attività di sostegno a persone disabili scelsero di dar vita ad una struttura attenta allo sviluppo quotidiano delle autonomie residue. Eppure non bastano i buoni propositi a coprire i costi di gestione e a far fronte all’onerosità che si celano dietro all’amministrazione di un ente non profit. “Quando sono arrivato la cooperativa era in difficoltà, ma c’era la voglia di stare in contatto con le persone, di costruire qualcosa che restasse. Abbiamo preso in mano la situazione e abbiamo cercato di trasformare la cooperativa in un punto di riferimento per la Val d’Alpone” racconta Luigino Righetto Direttore di Monscleda.
I servizi della cooperativa
A più di 30 anni di distanza dalla nascita della cooperativa, oggi Monscleda è diventata l’anima della città, un luogo in cui le relazioni e la fiducia attivano le persone e le motivano a diventare promotori di una cultura inclusiva, solidale e partecipata che vede tutti protagonisti. “Ci impegniamo per favorire la prossimità. Vogliamo fare accoglienza con premura basandoci sulle esigenze reali di chi abbiamo di fronte siano persone con fragilità che comuni cittadini. Perché non c’è una ricetta magica per crescere, bisogna capire come trasformare le necessità in opportunità di cui tutti possono godere”.


La cooperativa ha generato servizi diretti per anziani, disabili e pazienti con difficoltà psichiatrica. Ma non si è fermata qui. Ha trasformato le necessità vissute nella gestione dei centri diurni e nell’attività residenziale, in opportunità per il territorio. La lavanderia, inizialmente ideata per uso interno, rivolge il servizio di pulitura, stiratura e riparazione sartoriale anche al pubblico esterno. Così come la cucina, anch’essa predisposta per esigenze interne alla cooperativa, si è trasformata in un servizio attivo anche per la collettività: pasti a domicilio, ristorante, settore di pasta fresca e prodotti da banco sono a disposizione dei clienti. Ma anche la manutenzione dello spazio verde, la palestra, il sistema di housing sociale per chi vive periodi di difficoltà… “Quando apri le porte all’esterno e lo fai entrare, inneschi curiosità, interesse e capacità. Una persona viene per lavare la biancheria e scopre cosa ci sta dietro…poi quando ha bisogno torna!”
Modalità di azione della cooperativa
Costruire legami autentici con le persone e con la rete familiare caratterizza l’operatività di Monscleda. “Vogliamo che qui le persone ricevano un servizio a 360°. Non ci soffermiamo al bisogno che esprime nel presente, guardiamo sempre al futuro, perché cerchiamo di rispondere facendo bene le cose. Quando accogliamo al centro diurno un ragazzo disabile di 20 anni ci chiediamo cosa farà quando ne avrà 50? Cosa succederà quando rimarrà solo? Come aiutiamo i suoi famigliari? Quali altri servizi possiamo dare per creare un servizio più efficace? “. Domande che vengono tradotte in progetti dedicati e personalizzati all’interno dell’ex base militare di Roncà dove opera la cooperativa. Una sede grande, un investimento importante che ha consentito di raddoppiare i servizi e le attività di creare laboratori e trasformare la cooperativa in un piccolo villaggio per dare a tutti le risposte che cercano.


Impegnata a creare sempre nuove opportunità che rendano la cooperativa aperta e sostenibile, Monscleda è attenta a soddisfare i bisogni di oltre 70 utenti e di un centinaio di clienti fissi mensili. Insieme all’equipe di 57 operatori la cooperativa punta a coltivare la passione delle nuove generazioni. “Ci sono ragazzi nel territorio con voglia di fare e competenze. Loro hanno lo spirito giusto per guardare oltre e innovare perché nel sociale bisogna sempre avere antenne ricettive e intuizioni” sostiene Luigino che pensa al lavoro maturato negli anni e a quello avvenire perché il Covid ha ampliato i bisogni sociali e creato situazioni di svantaggio che ancora non sono classificabili. Per loro sono è necessario fare qualcosa in più. Qualcosa che ancora una volta leghi la cooperativa alla sua terra.
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Giovani e Terzo Settore: cosa hanno scoperto gli studenti UNIVR
Valore della diversità e dell’inclusione, ambienti di lavoro stimolanti e creativi, opportunità di crescita e sviluppo di idee. Sono queste le ambizioni che hanno i giovani per il mondo del lavoro e, inaspettatamente, per molti di loro il Terzo Settore diventa un ambito a cui prestare attenzione.
“Un mio grande sogno è quello di aprire un luogo di cultura dove unire le mie passioni: il mondo del sociale, la musica, l'arte e la natura” racconta Diana studentessa magistrale in Editoria e Giornalismo che insieme ad altri 19 studenti dell’Università degli Studi di Verona ha partecipato ad Out of the Standard la sfida lanciata da Fondazione Cattolica in collaborazione con C-Lab Verona per innovare il settore non-profit.
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Il desiderio di Diana si sposa con la voglia di mettersi in gioco che il 100% degli studenti ha manifestato in questi mesi di lavoro. Conoscere il mondo non profit è stato per tutti una scoperta nonostante la maggior parte dei giovani avessero maturato esperienze di volontariato. “Ho sempre pensato che fare impresa e fare non-profit fossero due binari paralleli che non si incontrano mai. Mentre ho compreso che forse, l’unico vero modo per fare davvero bene impresa è coniugare i due aspetti” ammette Naomi, studentessa di Lingue e culture per il commercio internazionale. Gli incontri con gli imprenditori sociali hanno aperto un mondo pressoché sconosciuto. “Il non-profit credevo fosse un settore di nicchia, senza possibilità di crescita. Invece durante la sfida ho potuto vedere realtà molto ben strutturate e organizzate che operano anche a livello internazionale e ho capito che un mercato sociale in espansione è possibile ed auspicabile” racconta Mariavittoria, iscritta a Lingue per la Comunicazione turistica commerciale.
Trovare valori veri
Auspicabile perché “ciò che si vive in un’impresa sociale conferma quanto sia geniale e potente una realtà che non esclude nessuno a prescindere da dove viene, chi è e cosa sa fare” testimonia Martina, studentessa di Lingue per il commercio internazionale perché “ognuno di noi può dare il proprio contributo, piccolo o grande che sia e quando lo si somma al valore degli altri porta ad ottimi risultati” commenta Cecilia, iscritta a Marketing e Comunicazione.
Un valore imprescindibile che pone attenzione a chi è più fragile e vulnerabile e che non resta indifferente ai giovani d’oggi. “Abbiamo bisogno di costruire un domani fatto di inclusione, uguaglianza ed etica. Di rispetto per le persone, per l’ambiente e per se stessi continuando a favorire la crescita personale” afferma Ilaria, laureata in Lingue per le relazioni internazionali.


Riconoscere prodotti etici
Un domani che le 12 imprese sociali incontrate dagli studenti durante la sfida “Come creare un mercato inclusivo per i prodotti sociali” stanno già realizzando insieme a giovani con disabilità, immigrati, detenuti, ex detenuti, donne vittime di violenza, NEET e nuovi poveri. Un lavoro che si traduce la speranza in concretezza che prende forma in prodotti confezionati, artigianali ed esperienziali a cui gli studenti si sono sentiti vicini. “Dietro ogni prodotto c’è una storia reale, vera” pensa Mariavittoria, per questo “desidero veicolare una consapevolezza culturale nei consumatori che si approcciano al mercato nella sua interezza” ammette Diana.
Libertà, creatività, sviluppo delle potenzialità delle persone e spirito d’iniziativa pronto a migliorare i servizi, sono alcuni degli aspetti dell’impresa sociale che maggiormente hanno colpito gli studenti prossimi ormai al mondo del lavoro. Loro che di domande sul futuro se ne pongono tante, di una cosa sono certi: il tempo conta. Così Ilaria conclude “Il lavoro? So solo che voglio concludere la giornata orgogliosa di aver contribuito a fare e a lasciare qualcosa di buono per gli altri e per l'ambiente”.
Vuoi saperne di più su questa sfida? Leggi il primo articolo dedicato agli studenti
5 passi per costruire un modello non-profit replicabile
I bisogni sociali sono in aumento. Le situazioni di crisi economica prima, aggravati dell’emergenza sanitaria, portano alla luce difficoltà sociali a cui il Terzo Settore tenta di fornire risposte. Ma come organizzare un modello capace di rispondere in modo adeguato?
Lo abbiamo chiesto a Mauro Fanchini, oggi presidente della cooperativa sociale Il Ponte di Invorio. Mauro arriva al settore non profit dopo una grande riflessione rispetto all’etica del lavoro. La sua esperienza imprenditoriale in contesti commerciali e lavorativi differenziati, diventa una valida alleata nel progetto di rilancio della cooperativa sociale. Nel 2011, anno in cui Mauro entra all’interno dell’ente, la cooperativa stava attraversando una crisi sia economico-finanziaria che di leadership e in poco tempo rischiava la chiusura. Cosa è cambiato da allora e da dove bisogna mettere le fondamenta?
1. Salvaguardare la sostenibilità
Dal 1988 la cooperativa si occupa di persone svantaggiate in particolare con handicap psichico medio. Dopo la scuola dell’obbligo a quei tempi non c’erano iniziative significative per l’inserimento sociale e nel mondo del lavoro. Per questo Il Ponte è diventato un luogo di riscatto. Un luogo in cui far acquisire alle persone con disabilità le competenze e capacità manuali per educare le loro potenzialità, affinchè diventino parte attiva della società con inserimenti nelle aziende e nelle imprese del territorio. La nostra è una logica transitiva. Lavoriamo sull’autostima, l’autonomia e la responsabilità per creare inserimenti consapevoli, attivi e partecipativi nelle aziende territoriali.
La società civile è strutturata per "escludere" tutte le categorie di persone che non stanno al passo...
L’insicurezza che nasce dal sentirsi diversi, viene superata quando ci si sente parte attiva nell’ambiente in cui si vive. Il lavoro crea esternalità positive che favoriscono le comunità locali con l’aumento della coesione sociale, qualità della vita e il risparmio di risorse pubbliche. Per questo la cooperativa deve intendersi come un’esperienza di lavoro e come tale si autofinanzia grazie alla produzione che riesce a realizzare. Bisogna superare l’errata percezione che il lavoratore con disabilità sia un freno, meno produttivo di altri. Diceva infatti Mariella Enoc “Il non profit che non diventa concettualmente azienda è soltanto un’opera di assistenza, di beneficenza che però è destinata ad una vita molto breve”.
2. Avere le idee chiare
Avere le idee chiare per noi significa trovare le risposte che Il Ponte può dare ai bisogni di inclusione sociale del territorio nel quale operiamo. Ciò non vuol dire che ci debba essere una risposta univoca e statica, ma piuttosto uno studio approfondito per risposte dinamiche e calibrate sulle singole necessità delle persone, con un percorso ben definito e condiviso che prevede obiettivi e verifiche costanti. Come nelle imprese profit, anche nella nostra cooperativa vi è una specifica conduzione organizzativa.
L’attuale Gestione ha una sua dinamicità che nasce dallo sviluppo dell’attività e dalle figure professionali che si stanno formando con l’obiettivo di avere un organigramma completo, che risponde ai bisogni di un’azienda moderna ed efficace nella sua azione dirigenziale, in particolare per quanto riguarda la corresponsabilità nella gestione aziendale e la delega delle funzioni.
La direzione, composta dai responsabili dei reparti produttivi, amministrativo e logistica si trova tutti i giorni per condividere, pianificare, organizzare e verificare il funzionamento generale delle attività.
3. Migliorare sempre
Per impostare le azioni che la cooperativa progetta, definire l’approccio, la mentalità e le competenze sulle quali poi tutto il personale si forma, è necessario stabilire le parole che orientano l’azioni. Per noi queste sono:
- Generatività
- Visione di un futuro possibile
- Custodirsi l’uno con l’altro
- Affiancare ai bisogni i desideri
- Creare rete
- Tendere sempre al meglio
4. Favorire alleanze
Il Ponte è promotore di reti sia sul territorio locale e che a livello interprovinciale per favorire partnership di intervento efficaci e condivise sui bisogni. Tra le molteplici reti di cui Il Ponte è parte, ricordo la rete F.A.R.E. acronimo di formazione, appartenenza, responsabilità, esperienza, nata con lo scopo di promuovere una sensibilizzazione culturale tesa a rimettere la dignità della persona al centro delle dinamiche economiche, con particolare attenzione alle categorie più fragili.
5. Costruire il futuro
Il bisogno sociale richiede uno sforzo e una presenza che non si esauriscono al territorio di appartenenza. Abbiamo scelto di aprirci ad altre unità, di progettare l’apertura di laboratori che diventano hub di sperimentazione lavorativa e produttiva. Per farlo occorre però usare:
- Intelligenza: leggere il tempo nella sua intimità
- Responsabilità: parliamo di responsabilità civile ovvero ciò che dobbiamo/possiamo fare nella comunità
- Libertà: non essere schiavi delle cose, di sé, degli altri.
- Speranza: per vivere in pienezza la vita, per desiderare un futuro e per decidere il nostro.

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