Dolcissime Evasioni: prodotti da forno speciali
Qui, sovraffollati, tra una stretta cella e l’altra i detenuti attendono di avere certezza della propria condanna. E aspettano che la lancetta dell’orologio giri in un tempo che passa lento e inutile, in cui socializzare è complicato perché non ci si fida di nessuno e perché bisogna trovare una lingua comune, in cui le attività rieducative prescritte dalla Costituzione italiana sono rare e portate avanti solo dai volontari che bazzicano nella struttura perché ad oggi, per molti, il carcere è quel posto in cui si mettono le persone e si getta la chiave.
Per molti ma non per tutti. “La cooperativa M25 nasce nel 2013 quando abbiamo capito che era necessario dare una forma giuridica alle attività di volontariato che venivano portate avanti dalla Caritas Diocesana – racconta Michele Resina il presidente – I bisogni a cui rispondeva la solidarietà locale erano tanti per cui ci siamo trovati nella necessità di strutturare dei servizi per persone affette da malattia mentale, creare opportunità di inserimento lavorativo per chi è più vulnerabile e promuovere uno spazio rieducativo nel carcere il tema che stava particolarmente a cuore”. Con la cooperativa prendono quindi vita il Centro diurno Davide e Golia che accoglie psichiatrici, l’attività professionale di due bici park e i laboratori all’interno della casa circondariale.
“Abbiamo scelto la strada del lavoro – dice Michele – perché è lo strumento privilegiato per riattivare la persona, le sue capacità, la sua vita anche in carcere e nonostante le difficoltà perché la produzione spesso collima con la vita detentiva: oggi hai personale e domani magari no, però le consegne restano e devi trovare un modo per soddisfarle”. Vicenza ha una storia tutta sua che la lega al carcere. Una storia di tentativi, di buona volontà e di fallimenti perché impiantare delle attività produttive che diano seconde opportunità e occupino le giornate detentive è assai complesso. “La prima iniziativa che abbiamo testato è stata quella orticola – racconta Michele – C’erano tre serre in disuso, abbiamo presentato un progetto di produzione, lo abbiamo sottoposto all’attenzione del direttore e dopo aver ricevuto il suo benestare siamo partiti con l’attività orticola impiegando quattro detenuti, un maestro esperto d’agricoltura e l’attivazione di una rete solidale d’acquisto”. Una prima esperienza che ha dimostrato come sia ancora possibile proporre misure educative di cui i detenuti possono beneficiare e che in modo indiretto fa del bene anche al carcere. “Uscire qualche ora, prendersi delle responsabilità, lavorare la terra, hanno fatto sentire i detenuti ancora meritevoli, capaci e utili alla comunità. Li ha fatti sentire ancora uomini che con un piccolo stipendio possono vivere senza gravare sulla famiglia d’origine e che anzi, possono aiutare a loro volta la propria famiglia”.
Ma nel carcere non c’erano solo serre in disuso. C’era anche un forno, spento da troppi anni, e un numero crescente di detenuti in attesa di dare un senso alle proprie giornate. “Visti i risultati non potevamo fermarci. Abbiamo guardato il forno, stilato, vagliato, siglato carte su carte e poi siamo partiti con Dolcissime Evasioni, il nostro progetto di dolci da forno sostenibili”. Un progetto che profuma di buono e che non si ferma alla percezione olfattiva. “Il laboratorio è guidato dal sapere di un mastro fornaio che con il suo ricettario speciale e spirito solidale ci ha permesso di coinvolgere una quindicina di detenuti meritevoli – dichiara Michele – Avere qualche conoscenza nell’ambito aiuta a passare la selezione ma non è fondamentale. Qui vogliamo persone che hanno voglia di socializzare, di riscattarsi, di ridare dignità alle proprie giornate”. Così mani di colori e di età differenti si trovano fianco a fianco ad impastare, cucinare, sfornare e confezionare. Nel laboratorio si impara a stare insieme, si acquisiscono nuove competenze e si fa proprio un mestiere. “I detenuti sono responsabili, hanno rispetto del lavoro reciproco, sono attenti all’attività produttiva. Tutto questo ha convinto l’Amministrazione penitenziaria a prolungare la loro giornata lavorativa. Un segnale che fa cogliere l’importanza e il beneficio del laboratorio stesso” dichiara soddisfatto Michele.
Dai panettoni alle colombe, dalla biscotteria tradizionale a quella più variegata, dalle focacce ai salatini, il laboratorio crea prodotti buoni, di qualità e di valore. Si riescono a commercializzare perché sono artigianali e perché inaspettatamente si è creata da subito una rete intorno a Dolcisse Evasioni. “I profumi del forno inondano i corridoi della casa circondariale tanto che le prime grosse commesse le abbiamo ricevute dagli agenti penitenziari che dovevano organizzare feste o buffet – dice Michele – e questo mi fa capire che stiamo proseguendo sulla via giusta perché il carcere non sia più una realtà dimenticata di cui si occupino altri ma una comunità nella comunità”. E con questi prodotti Dolcissime Evasioni diventa un anello di congiunzione tra i detenuti e la comunità civile.
È BUONO: Il gelato dei sorrisi
“Pensa se facessimo un laboratorio, un laboratorio che sa di buono, che unisce e offre percorsi professionali ai nostri ragazzi. Potremmo non lasciarli soli…”
Non sono difficili da immaginare le prime conversazioni tra i rappresentanti dell’associazione Consulta Diocesana di Genova e di Agevolando quando qualche anno fa avvertivano il bisogno di fare qualcosa, di esserci ancora per quei giovani in uscita dai percorsi di comunità o di affido.
Ragazzi comuni ma diversi dai loro coetanei. A loro infatti di arrivare a compiere 18 anni, l’età della patente, della firma legale, del voto e delle piccole responsabilità, non esalta. Anzi fa paura. Perché per loro diventare maggiorenni significa trasformarsi di colpo in adulti, uomini e donne senza più tutele sociali, considerati capaci di essere autonomi e indipendenti. Hanno quindi altri pensieri, altri desideri da esprimere alla fiamma svolazzante della candelina sulla torta: una vita serena, felice, tranquilla. Il coraggio di prenderla in mano e di costruire il futuro. Un futuro che però è già presente.
Cosa fare per non abbandonarli al loro destino? “I giovani d’oggi hanno bisogno di imparare un mestiere, di fare esperienza e avvicinarsi al mondo del lavoro. Questo vale ancora di più per chi ha vissuto all’interno di reti protette e si trova a dover affrontare una realtà nuova, senza più tutele - racconta Federico Zullo presidente di Agevolando e direttore di È buono - Così abbiamo deciso di avviare un laboratorio di gelateria artigianale per affiancare i ragazzi, trasferire competenze e renderli indipendenti”. Partiti con la formazione della Carpigiani Gelato University hanno investito sulla qualità professionale e hanno trasformato le ore di formazione in un sapere trasferibile da dipendente a dipendente.
Il gelato, il dolce più semplice che unisce e aggrega, si è dimostrato una strategia vincente.
“La lavorazione ha varie fasi che si abbinano bene sia alle capacità dei ragazzi sia alle loro fragilità sociali. Ci permette di inserire più persone nell’elaborazione del prodotto e questo alimenta la nostra mission” continua Federico. Infatti nella cooperativa sociale lavorano i 7 ragazzi assunti a tempo indeterminato e 25 i tirocinanti annuali ma grazie alle pratiche di work experience il numero di beneficiari aumenta anno dopo anno conteggiando circa 40 ragazzi che imparano l’arte della produzione del gelato o della sua vendita.
Dall’apertura della prima gelatiera a Genova nell’agosto del 2016 ne sono seguite altre a Nervi, Bologna e Verona perché il progetto è bello, punta in alto e soprattutto perché il gelato è buono. Le materie prime sono selezionate e biologiche, la filiera di fornitori è scelta con accuratezza e testimonia l’impegno sociale e sostenibile di È buono. Sia nei gusti classici che in quelli più ricercati i prodotti raccontano storie a cui è difficile rimanere indifferenti. Dai mandarini provenienti dai terreni confiscati alla mafia, ai biscotti realizzati dai ragazzi in carcere, al primo pistacchio di Bronte biologico. Una bontà riconosciuta anche dagli 86 mila clienti che hanno fatto produrre più di 170 mila kili di gelato.
Per tutti i giovani che accedono dentro ai laboratori e iniziano ad indossare la divisa bianca È buono non è solo una gelateria. “È un’occasione per creare un nuovo equilibrio, accedere a una casa e costruire relazioni su cui contare. Non è solo un lavoro ma è la possibilità di sapere che con le proprie capacità ce la si può fare in questo mondo, senza rimanere invischiati al passato ma rielaborandolo per costruire al meglio il futuro” conclude Federico. Un futuro che sa di buono.
Tecnologia, educazione, futuro: il lavoro del Verona FABLAB
Il Verona Fablab si è sviluppato in una terra, la Valpantena, che raccoglie tutte queste caratteristiche e che le instilla nei suoi abitanti. “Era il 2014 e sul territorio sia le aziende che i cittadini avevano a cuore due temi importanti: i giovani e il lavoro – racconta Riccardo Bertagnoli presidente dell’associazione – Le aziende si chiedevano come possiamo creare opportunità per i giovani? Che futuro possiamo dare ai nostri figli? Su quali nuovi modelli di business dovremmo investire? Un insieme di domande che non restano inascoltate e che vengono accolte da cinque giovani appassionati di innovazione, tecnologia e nuove sfide.
“Volevamo democratizzare l’accesso alle tecnologie permettendo a chiunque di avere un luogo in cui sperimentare le proprie idee, scambiare saperi e conoscenze, usufruire di macchinari digitali” afferma Riccardo. E così, un po’ come è solita fare una biblioteca che acquista libri e li presta, il Fablab acquista macchinari e li mette a disposizione al minor costo possibile per tutti. Però il Fablab non è solo macchine.
È corsi di formazione, eventi, iniziative per la cittadinanza. Intorno al Fablab si è costruita una rete di persone, enti e aziende provenienti da tutta la provincia che crede nell’alfabetizzazione digitale e nella condivisione.
“Eravamo partiti con l’idea di erogare corsi agli associati. Ogni anno organizziamo un Open day dove raccogliamo richieste formative e proponiamo corsi, poi strutturiamo l’intero anno” spiega Riccardo. Un sistema ingaggiante che rende le persone protagoniste attive dell’associazione e permette loro di sentirsi parte di una rete finalizzata a generare esperienze comuni.
“Con il tempo la rete si è allargata, abbiamo creato nuovi forti legami. La Regione e le linee europee puntano a nuovi insegnamenti, ad una scuola orientata al fare oltre che al sapere. Da noi si impara con le mani e si studiano nuovi modelli. Questa visione abbraccia le indicazioni scolastiche quindi lavoriamo in sinergia anche con il mondo Scuola, con l’Università, con musei, enti e aziende su argomenti come il coding, la modellazione 3D, le competenze digitali” precisa Riccardo. Una moltitudine di interessi e necessità che ha spinto il Fablab a definire quattro ambiti di lavoro che accolgono tutti:
- Education, si rivolge a tutti i soggetti coinvolti nei processi di educazione
- Job, per i professionisti che vogliono migliorare l’approccio digitale e tecnologico
- City, per iniziative divulgative rivolte alla comunità cittadina
- Business, dedicata ai soggetti imprenditoriali per consulenze, mentorship e prototipazioni digitali.
“Crediamo nel senso di quello che facciamo, per questo abbiamo deciso di dotarci di un Fabvan per spostarci e portare le nostre attività in giro per la provincia”. Durante il primo periodo sono riusciti ad incontrare oltre 1000 persone e ora, superato il lockdown, riprenderanno gli spostamenti per un totale di 40 territori nella provincia di Verona e Vicenza. “Siamo un’associazione ma non siamo gelosi del nostro lavoro, anzi lo portiamo nei comuni perché speriamo che possano nascere altri Fablab con cui entrare in rete” afferma il presidente.
Un lavoro a servizio della città per cercare di renderla più inclusiva, competitiva, accogliente e smart che registra nell’ultimo anno 306 soci, 5 collaboratori, quasi 40 iniziative avviate, circa 200 partecipanti e più di 1.300 bambini.
“Sono tanti i progetti di cui andare fieri. Ognuno di noi ne ha qualcuno di diverso – spiega Riccardo – per me vedere 18 partite Iva partire durante il progetto Rocket Cube o che più di 800 bambini hanno potuto partecipare alla palestra CoderDoJo programmando e inventando siti internet mi fa capire che siamo un laboratorio locale per la città e connesso alla rete mondiale dei Fablab”.
Bambini, famiglie, giovani, aziende e volontari hanno trovato nel Fablab una rete che crea, genera e guarda al futuro.
SOCIAL WOOD: il potere dell'economia circolare
È difficile prevedere come e quando ci si potrà innamorare. Di certo Andrea Ferrari, presidente di ISES, associazione senza scopo di lucro di progettazione sociale, nata per diffondere la cultura europea in Italia, non si aspettava di innamorarsi di detenuti e di legno. È accaduto per caso, grazie ad un laboratorio avviato all’interno della Casa Circondariale di Alessandria, ma quando ha visto un uomo di cinquant’anni commuoversi mentre firmava un contratto di lavoro, ha capito che Social Wood (link) non era solo un progetto laboratoriale da svolgere in carcere. Era un’occasione, un’opportunità di recupero e di rinascita per educare ad una vita nuova attraverso il lavoro.
“Avevamo già lavorato all’interno del carcere con progetti legati alla sana alimentazione e allo sport – racconta Andrea – e man mano abbiamo intravisto un microcosmo di persone che volevano cambiare. Con alcuni educatori ci siamo chiesti come fare e l’intuizione ci è venuta dalla falegnameria interna alla casa circondariale, usata a scopi formativi solo pochi mesi l’anno. Quella falegnameria poteva generare un progetto di economia circolare: recuperare materiale di scarto, garantire occupazione e creare qualcosa di buono”. Il connubio si è rivelato interessante e con l’approvazione della direzione la progettualità ha preso forma.
“Lavoriamo nella filiera del pallet con un fornitore di Mantova che ci consegna le eccedenze e il materiale di scarto. Abbiamo iniziato a fare mobili con il legno ricevuto, abbiamo arredato locali e biblioteche ma ci siamo accorti presto che dovevamo specializzarci” ammette Andrea. Il mercato del mobile è infatti un mercato che arranca da qualche anno in Italia ma il progetto Social Wood e le persone che vi lavorano all’interno meritavano una chance di crescita. “Abbiamo ragionato, studiato il mercato, creato qualche prototipo e poi ci siamo lanciati sul packaging in legno. Coniugare la capacità sociale con le progettualità delle aziende non è stato facile, ma siamo riusciti a stringere accordi con un birrificio locale e questo ci permette una produzione sicura tutto l’anno” testimonia Andrea.
La risposta del mercato rafforza Social Wood che prende forma in tre diverse anime. Una interna al carcere dove avviene l’80% della produzione, una esterna con una falegnameria pensata per dare continuità a chi scontata la pena sceglie di rimanere legato al lavoro e continuare la professione, ed una terza che ha trasformato un garage in disuso in una bottega solidale aperta al pubblico sulle mura di cinta del carcere.
“Non ci siamo fermati alla produzione interna perché siamo in un circondariale, questo significa pene per reati minori e turnazione di persone. Volevamo valorizzare l’investimento formativo sul loro futuro per questo abbiamo attivato la falegnameria esterna. Volevamo anche creare un legame con il territorio perché a differenza di altri carceri questo è interno alla città – racconta Andrea – La prima volta abbiamo organizzato delle bancarelle con i prodotti della bottega e abbiamo lasciato ai ragazzi la piena gestione. Ammetto che ero in pensieri: come avrebbero reagito le persone? Invece sono stati perfetti. Hanno creato sintonia, dialogo totale, non c’era diffidenza. Era la dimostrazione vivente che il carcere deve e può essere un luogo rieducativo che permette di riprendere le redini della propria vita per trasformarla in meglio rispetto al passato”. Nella bottega di prossimità il mobilio accompagna l’esposizione di prodotti creati da realtà sociali con cui l’associazione Ises ha collaborato negli anni. Biscotti, marmellate, conserve, birre artigianali , liquori acquistabili anche online su Fuga di Sapori (link), piattaforma e-commerce creata durante la quarantena.
Il lavoro di Social Wood sta producendo i suoi frutti. La bellezza di queste progettualità sta in quello che non si vede, nelle frasi dette, negli sguardi soddisfatti, nel senso che riacquisisce la vita. “Ci sono output che non puoi misurare ma che danno più soddisfazione degli indici di rapporto” ammette Andrea. Poi ci sono lavoratori felici, idee che si realizzano, posti di lavoro e stipendi che aiutano i detenuti a contribuire alle spese delle loro famiglie. 15 persone hanno lavorato nella falegnameria, oltre 90 sono state formate al mestiere e misurano un fatturato in crescita di circa 100 mila euro l’anno. “Abbiamo 3 dipendenti fissi ma presto aumenteranno perché quel che abbiamo fatto ha creato reazioni positive. Il sistema carcerario ci ha dato piena fiducia e lo dimostra la decisione dell’amministrazione di ristrutturare un’ala inserendo nuovi impianti, macchine più performanti, più personale. Noi andiamo avanti!” con il desiderio, lo spirito e la voglia di non fermarsi.
QUARTIERE ATTIVO: come educare alla cittadinanza attiva
Quando era un ragazzino girava i quartieri della città alla ricerca di cose che nessun’altro aveva visto. Spinto dalla curiosità che accomuna tutti gli storici, si divertiva a camminare con occhi vispi e naso all’insù per osservare muri, campanili, statue, chiese e scritte sulle pietre. Si faceva tante domande e andava a caccia delle risposte nei libri, dicendosi che sarebbe bello se tutti avessero potuto apprezzare ciò che vedeva.
A guardare l’esperienza di Davide con gli occhi di oggi, viene da credere che la sua vita fosse segnata già dalla sua adolescenza perché era chiaro che avrebbe dovuto occuparsi di bellezza, storia, cittadinanza. Invece per aprire Quartiere Attivo non è bastato diventare adulto. Gli sono servite due lauree, una casella di posta senza proposte di lavoro, un periodo di forte delusione e un viaggio che ha cambia la sua prospettiva: a Berlino scopre come i quartieri possono essere valorizzati attraverso attività didattiche a contatto con le scuole.
Rientrato a Verona nel 2013 sente che è giunto il momento di dare forma ai suoi sogni e studia per capire come valorizzare la bellezza silente che vive intorno a lui. Nasce così l’associazione di promozione sociale, per educare attraverso la storia e la geografia sia gli adulti che i bambini. “Mi ricordo che giravo scuola per scuola presentando il progetto. All’inizio è stato faticoso, ma poi ho ricevuto la prima chiamata da una scuola del Chievo e da allora è stato tutto un crescendo”. I percorsi nelle scuole vengono adattati in base all’età e al piano didattico. I quartieri, con le loro strade, i monumenti, gli alberi e le targhe, parlano di epoche passate dai romani al medioevo, dal rinascimento alle guerre mondiali. “I bambini si divertono a fare storia giocando, ad ascoltare gli aneddoti della città, spesso non sono abituati a fare passeggiate nelle vie perché sono portati a centri commerciali, alle attività sportive o stanno in casa. Durante il percorso chiedono e si interessano, tornati a casa sanno di sapere anche più dei loro genitori!”
Un viaggio nel tempo sviluppato in un percorso didattico di tre giornate. “Utilizziamo il metodo del cooperative learning, dividiamo la classe in piccoli gruppi e ogni giorno abbiamo una tematica da affrontare insieme”. Come l’appuntamento di geografia storica fatto con le foto, l’uscita in città e l’incontro sulla cittadinanza attiva. I percorsi di educazione civica abbracciano tante branchie: storia, diritto, geografia. Conoscere il territorio e trasmettere i valori che lo caratterizzano aiutano a creare nei bambini un senso di appartenenza, di integrazione e inclusione. Quartiere Attivo riesce a trasformare i libri in conoscenza diretta e partecipata. La storia della città e i suoi personaggi permettono di toccare con mano concetti pratici come l’aiutare chi è in difficoltà, rispettare la diversità, collaborare, scambiare competenze. “I bambini capiscono che un tempo le persone avevano poco ma erano unite, i quartieri non sono nati all’improvviso ma grazie a una comunità di persone che ha voluto dare un senso al luogo – racconta Davide – Accompagnando le classi negli anni, mi accorgo che educare alla bellezza produce dei piccoli cambiamenti. Nell’ultimo incontro i bambini raccontano le problematiche del quartiere e propongono delle soluzioni. A 10 anni pensano a come ristrutturare case e donarle ai poveri perché tutti abbiano un posto che dia protezione…”
In sei anni Davide è entrato in oltre 30 scuole elementari, 14 scuole medie, 5 scuole superiori incontrando 200 classi e 6.800 studenti. Eppure Quartiere Attivo con i suoi 3 collaboratori non è solo didattica scolastica. È vita di città grazie alle numerose visite alternative tra cupole, campanili, strade e cacce al tesoro per adulti. “Dal 2016 sono entrato in contatto con diversi iniziative del Comune. Prima per Il Consiglio Comunale dei bambini e delle bambine a cui ho partecipato per diversi anni, poi per organizzare conferenze sulla storia dei quartieri. Ho pubblicato 3 libri inerenti la storia di alcune zone della città e sono stati presentati nelle circoscrizioni con molto interesse – testimonia Davide – In collaborazione con l’Assessorato al turismo e alla cultura abbiamo elaborato le mappe turistiche della funicolare che portano a scoprire le zone di Veronetta, Castel San Pietro e la zona della Fontana del ferro. Insieme all’associazione Agile abbiamo attivato un percorso di digitalizzazione del quotidiano L’Arena per la Biblioteca. Insomma non ci fermiamo mai.”
Certo il CoronaVirus ha posto un freno importante. Ma ha dato l’occasione di creare nuovi racconti sulla pagina fb dell’associazione e nuove dirette su Instagram. Un modo per continuare a imparare dal passato per costruire il domani perché per trasformare i cittadini in cittadini attivi, ci vuole tempo.
ManiTese: quando la comunità risponde a nuove sfide
“Siamo parte di un movimento popolare globale nato per cambiare il mondo, a cominciare da noi stessi. Continuiamo a farlo dal 1996 e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci” esordisce Gaia Barbieri, volontaria storica dell’associazione istituita più di venti anni fa per agire gli ideali di giustizia sociale, economica e ambientale promossi dalla ONG capofila. “Volevamo che i valori della giustizia, i diritti umani e la solidarietà nei confronti del mondo fossero presenti anche sul nostro territorio così ci siamo attivati e tramite un movimento fatto perlopiù da volontari abbiamo favorito un virtuoso processo di economia circolare”.
ManiTese infatti confida in uno sviluppo capace di coniugare la valorizzazione delle persone, delle risorse e dell’ambiente. A Finale Emilia il riuso è divenuto nel tempo il fulcro dell’attività del gruppo che crede nella sostenibilità e nelle seconde opportunità per le persone e per le cose. “Siamo oltre 40 volontari offriamo diversi servizi dallo smistamento al mercatino, dall’orto sociale agli eventi culturali. Lavoriamo in sinergia con i servizi territoriali, il Comune, la rete carceraria e i GAS per favorire l’occupazione di persone fragili o con passati di difficoltà e siamo in sintonia con la comunità e le richieste che da essa sorgono” racconta Gaia. Quella stessa comunità che dal 2012 in qualche modo non è più la stessa.
“Siamo da sempre un paese di confine in periferia che spesso ci rende smarriti. Ce ne eravamo accorti soprattutto per i giovani e proprio per loro, per dare un riferimento, costruire un’identità forte del gruppo, avevamo deciso di fondare una nostra sede. Ma poi il terremoto ci ha scosso tutti. Ci ha segnato nel profondo”. Dopo l’emergenza bisognava ripartire, ricostruire, dare nuova forma a quei servizi di aggregazione come teatri, centri sociali, locali che nei territori tengono unite le persone. “Dovevamo fare qualcosa per ricominciare per non lasciare che la sensazione di smarrimento prendesse il sopravvento” ammette Gaia. E così l’associazione riparte con tutte le sue attività aggiungendone di nuove. Apre le porte a nuovi volontari, accoglie i giovani con le loro idee, la loro voglia di innovazione e il loro desiderio di costruire nuovi legami. “Abbiamo rischiato, ci siamo fidati e abbiamo capito, ancora una volta, che insieme si può costruire – testimonia Gaia – La comunità sembrava rispondere bene ai nostri servizi. Raccoglievamo una mole di abiti usati che ci ha fatto chiedere come possiamo trasformarli in vita nuova?” inizia a prendere forma un’idea che resta tale fino a quando ManiTese non si fa contagiare dall’esperienza positiva dell’associazione La Rotonda di Baranzate, che aveva attivato una sartoria sociale.
“Quando si dice tutto nasce da un incontro è proprio vero” testimonia Gaia perché quando l’idea si tramuta in una chiamata alla comunità, 12 donne con manualità sartoriale accorrono per trasformarla in realtà. “Abbiamo voglia di fare questa cosa, abbiamo bisogno di farlo! sembravano dirci e così abbiamo liberato parte del magazzino, insieme ad un’imprenditrice locale abbiamo acquistato le macchine e abbiamo dato forma a ManiGolde, una sartoria ecologica e solidale con un team di volontarie che si stanno avvicinando ai temi dell’inclusione, dell’accoglienza, della vicinanza”.
Come se i capi parlassero allo sguardo e al tatto delle volontarie, i tessuti lavorati dalle ManiGolde sono abiti che possono rimanere puri o assumere nuove sembianze. La linea di abbigliamento si realizza grazie alla creatività delle sarte. Ogni prodotto ha una sua storia che le ManiGolde tengono a raccontare. Ma ha anche la storia di una comunità che non si ferma, che crede in un’atelier come spazio di incontro e di contatto, dove la gentilezza e la lentezza superano i canoni dalla fast fashion. Ha la storia di donne diverse giovani e mature, madri e nubili, che si sono avvicinate, appassionate ed hanno scoperto che si riesce a stare bene insieme indipendentemente dalle diversità.
“Questo lavoro ci ha permesso di assumere nuove persone e di creare un luogo in cui è bello stare, dove si può sostare” racconta infine Gaia perché la bellezza di ManiTese è anche questo: agire nel locale per sostenere progetti che non si fermano qui ma vanno oltre, oltre i confini, e fanno della giustizia e della sostenibilità un valore concreto.
DOLCI SPERANZE: la Cooperativa L'Albero del Pane
“La cooperativa Albero del Pane rappresenta un’opportunità di rinascita per le ragazze che hanno subito violenza o escono da percorsi di abusi e dipendenze – racconta il presidente Augusto Rocchi – Lavoriamo perché possano innamorarsi di nuovo della vita, innescando in loro il desiderio di crearsi un domani”.
In sinergia con la Congregazione religiosa e l’Associazione Gruppo di Betania Onlus, la cooperativa sorge quattro anni fa per rilevare due importanti pasticcerie milanesi ed avviare una nuova progettualità sociale. “Il tasso di abbandono scolastico per le ragazze che nella vita si sono trovate a vivere situazioni dolorose è elevatissimo. Vivono il presente, hanno paura, si sentono indifese, sono sospettose. Alcune si nascondono, altre affrontano la vita di petto. Tutte loro seguono un percorso di tutoraggio di natura psicologica ma anche sociale perché la pasticceria rappresenta un luogo sicuro in cui possono ri-appropriarsi della loro età, imparare un mestiere e confrontarsi con la normalità nella speranza che maturino la voglia di tornare sui banchi di scuola per certificare la loro professionalità”.
All’interno della pasticceria lavorano ragazze che vengono segnalate alla cooperativa da Villa Luce (casa d’accoglienza della congregazione), dal tribunale o dai servizi sociali. “Solo a Milano ci sono circa 3000 ragazze l’anno che affrontano situazioni di difficoltà. Per questo abbiamo voluto che la cooperativa fosse una nave-scuola che ispira le ragazze, consente di acquisire competenze tecniche e relazionali e le riporta alla vita”. Infatti in pasticceria le ragazze lavorano solo per tre mesi e sulla base delle loro competenze vengono collocate alla vendita o alla produzione.
“La pasticceria è un luogo di lavoro pulito, elegante, cortese. Lavorare all’interno di un ambiente simile significa educare la persona ad avere un approccio personale oltre che professionale di questa natura” racconta il presidente. La pasticceria diventa quindi un banco di prova sia nel rapporto tra colleghi e superiori sia nel rapporto con la clientela. “È una grande scuola di socializzazione. Qui i rapporti diventano un’occasione per prendersi cura dell’altro, del prodotto che vendi e di te stesso”.
Con il supporto di due pasticceri professionisti e la collaborazione con una delle scuole di ristorazione più importante della città, più di 120 ragazze hanno provato le gioie e le fatiche derivanti dall’attività professionale. Impastare, sfornare, pulire. Ordinare, controllare, monitorare. Riceve e salutare. Ma anche gustarsi le espressioni estasiate di chi mangia pasticcini, biscotti, marron glacés, praline, cioccolatini o di chi torna a ordinare torte, panettoni e zuccotti. E più della metà ha proseguito con attività professionali o iscrivendosi a scuole di specializzazione.
“Siamo convinti che studio e lavoro siano i due ingredienti fondamentali per la crescita di qualsiasi persona – conclude Augusto – e ci auguriamo di tornare presto ad aprire la pasticceria per tornare a portare un po’ di dolcezza in città”.
GUSTAMUNDO: le culture si incontrano a tavola
Gustamundo è il primo ristorante in Italia che offre un menù pensato e realizzato da migrati: rifugiati e richiedenti asilo. Un progetto di inclusione e integrazione che valorizza professionalità e competenze di chi vive situazioni di fragilità personali e sociali. “Volevo avviare un progetto di lavoro vero, non di autosostentamento, perché ritengo che il lavoro sia la prima vera occasione di integrazione” esordisce Pasquale Compagnone ideatore dell’iniziativa, da sempre attento alle tematiche sociali e gestore di un ristorante messicano attivo da quasi trent’anni.
Il ristorante è un luogo in cui il cibo diventa fonte di incontro culturale, scambio di esperienze e piacere per il palato. Qui le lingue del mondo trovano casa perché i dipendenti arrivano da Senegal, Mauritania, Mali, Costa d’Avorio, Guinea, ma anche Siria, Afghanistan, Iran, Iraq. Nel ristorante batte un cuore multietnico ed è facile interagire in italiano ma anche in inglese, francese e spagnolo sia per ordinare che per entrare in mondi sconosciuti, guardare il passato vissuto da persone in terre lontane e condividere i sogni da costruire.
“Circa 20 collaboratori lavorano in Gustamundo e ciascuno trova occupazione in base alle esperienze passate e alle proprie capacità: c’è chi organizza il ristorante, chi cucina, chi si occupa della sala e chi di delivery” afferma Pasquale, impegnato a trasformare le abilità dei dipendenti in qualità professionali da spendere in futuro. Negli anni si è attivata una rete di enti e organizzazioni sociali come CAS e SPRAR, Humiltas Onlus, Comunità di S. Egidio, Caritas Italiana e Congregazioni delle Suore della SS.ma Madre Addolorata con cui Pasquale collabora per offrire opportunità di inserimento lavorativo. Ma la solidarietà in Gustamundo si trasforma, diventa professionalità, attenzione al cliente e al gusto. “Fin da subito ho voluto che questo locale fosse un ristorante vero, in cui la gente mangi bene, conosca e ritorni – testimonia Pasquale – Non volevo che i clienti si trovassero ad accettare un servizio approssimativo, perché “sono migranti”. Per questo ho iniziato un percorso formativo con tutti i dipendenti affinchè imparassero a lavorare in una cucina italiana e in una sala che rispetti gli schemi culturali che si attendono i clienti, come l’ordine di portata, il tempo tra un piatto e l’altro, l’accoglienza in ingresso…”
Un sistema che prima dell’emergenza Covid godeva dell’apprezzamento di oltre 300 clienti al mese interessati a gustare i piatti proposti dai cuochi del ristorante come l’immancabile hummus, i falafel e il vero babaganoush di melanzane e pomodori fritti… un menù capace di abbinare sapori forti e delicati, spezie insolite e ricette spesso sconosciute. Ma Gustamundo non è solo un locale, è anche consegna a domicilio e servizio catering con “In Cammino – Catering migrante” per il quale ha ottenuto il certificato di eccellenza nel 2019 da Tripadvisor.
“Tutto in Gustamundo è multietnico. Bisogna imparare a lavorare con mentalità diverse e con approcci al lavoro e alla vita distanti. Le tempistiche, i pregiudizi, la scarsa considerazione di sé…questo posto insegna a recuperare fiducia, a guardare l’altro prima di giudicarlo, a rispettare la diversità. Anche tra loro perché non sono accomunati solo per la loro condizione di migranti. In futuro? Mi piacerebbe vederli autonomi e realizzati” racconta Pasquale pensando al domani. Un futuro fatto dalle loro mani e delle loro abilità perché la cucina è un’arte che si pensa, si sperimenta e si condivide.
D-HUB: comunità che nasce
“A guardarci oggi possiamo dire che siamo diventate una comunità co-educante - racconta Maria Antonietta Bergamasco presidente dell’Associazione di Promozione Sociale D-Hub – Quando siamo partite volevamo mettere al centro le donne più fragili perché sognavamo di dare vita ad un luogo che le rendesse capaci e le valorizzasse. Per noi era importante aiutarle a scoprire che, indipendentemente dal loro passato, sono persone potenti. Ma D-Hub non era solo questo, perché, da sempre, abbiamo sentito molto forte il bisogno di provare a muovere un cambiamento rispetto alla comunità nella quale abitiamo” e così è stato.
Passo dopo passo, l’atelier di riuso creativo nato nel 2013, è diventato un connettore di intrecci e relazioni tra istituzioni pubbliche e private, con l’obiettivo di creare una comunità capace di prendersi cura dei suoi abitanti. “D-Hub è un laboratorio in cui le donne possono sperimentarsi, trovare il coraggio e la forza per ripartire – testimonia Maria Antonietta – Nella sartoria sociale o nella produzione di bigiotteria le persone provano, imparano un mestiere, validano le loro competenze”. Nel corso degli anni più di 30 donne con vissuti di fragilità alle spalle, hanno passato un periodo formativo all’interno del laboratorio, attraverso tirocini o con l’attivazione del reddito di inclusione attiva, uno strumento ideato dal Comune di Verona che eroga un contributo alle donne a fronte di attività di volontariato in associazioni territoriali.
“Il nostro è un processo di accompagnamento alla persona. Ogni donna arriva con aspettative e sogni, con ciascuna costruiamo un percorso pedagogico, cercando di attivare la loro partecipazione. Studiamo i loro tempi, i loro modi di essere, le disposizioni al cambiamento perché a volte, uscire da un sistema di dipendenza sociale, non è scontato. Ma noi siamo così, mettiamo loro al centro e tutta la relazione che serve per agire il cambiamento della persona”. Il risultato non è immediato, matura con il tempo. “Sviluppano una percezione di sé, si riconoscono con potenzialità rinnovate ed è come se sentissero, finalmente, di avere una propria voce che può metterle in dialogo con l’ambiente circostante”.
Un’ambiente che i fondatori di D-Hub cercano di rendere prossimo creandolo insieme agli altri. “In accordo con la Prima Circoscrizione abbiamo preso in gestione il giardino dell’ex Nani, nel cuore della città, per farlo diventare un luogo di incontro e scambio. Desideriamo che questo spazio diventi il luogo del fare, dove sia possibile realizzare iniziative culturali ma anche manuali, dove gli artigiani possano vendere le loro creazioni e permettere quindi anche alle persone che sono cresciute insieme a D-Hub di coltivare il proprio futuro. Ci piace l’idea di poter promuovere la cultura della lentezza, del riuso, del fare con le mani”.
Un’idea che piace agli abitanti di Verona ma che trova ammiratori anche all’estero tanto è che due collaboratrici dell’associazione arrivano dalla Polonia e dalla Spagna. “Ci hanno conosciuto dai racconti dei nostri volontari. Ola, mediatrice linguista, attiva nel suo Paese nei corridoi umanitari, oggi è una delle educatrici che costruisce percorsi individualizzati con le donne in collaborazione con il Centro Aiuto Vita mentre Candela, artigiana spagnola di macramè, si è innamorata di questa modalità di costruzione di comunità e oggi coordina i volontari del giardino e supporta le attività di sartoria”.
Un team variegato composto da 6 persone e 15 volontari che consente di seguire 40 nuclei familiari, accompagnare le donne impegnate nei laboratori, condurre gli appartamenti di inclusione, progettare con le realtà partner (come Progetto Quid, Centro Aiuto Vita, la Mag) e prodigarsi nella costruzione di collaborazioni che permettono alla comunità di generare e ri-generare costantemente.
“La nostra attività ci fa capire che il vero guadagno è sociale perché quando migliori la vita delle persone tutta la comunità ne beneficia – ammette Maria Antonietta – e chi ha ricevuto si sente parte di un sistema, diventa proattivo e si muove a favore degli altri.” Nemmeno il CoronaVirus ha fermato l’inarrestabile movimento di D-Hub. “Anzi, ci ha permesso di riflettere, di dare un nome alla nostra expertise. Per questo se penso al futuro, immagino a come trasferire la formazione della leadership inclusiva anche nelle imprese perché oltre al prodotto, ci sono le persone, i loro processi e le loro fragilità. L’approccio pedagogico all’impresa ci ha fatto diventare mediatori delle differenze interculturali e dei vissuti dei singoli. Mi piacerebbe che se ne parlasse anche in azienda, perché in fondo anche le imprese sono comunità!”
Articolo 10: la bellezza che rinasce nelle donne
E pensare che Barbara un tempo era un’informatica. Bisogna forzare la fantasia per immaginarla dietro lo schermo di un pc immersa in un lavoro puramente tecnologico. Lei che è un miscuglio di determinazione, coraggio e umanità. Lei che quando la vita l’ha privata del suo più grande sogno non si è piegata ma ha guardato avanti ed ha intrapreso un cammino nuovo seguendo gli incontri che le hanno cambiato il futuro.
“La prima volta che ho aiutato una donna migrante a scappare da un marito violento ho capito che quella era la mia strada. Una strada di sofferenze ma anche di incontri in cui sto ricevendo tantissimo - racconta Barbara Spezini direttrice dell’Associazione Articolo 10 di Torino - Non ho mai potuto accettare che solo per essere nati da una parte del mondo bisogna vivere una vita di fatiche. Non ho confini nella mia mente e non voglio che l’umanità ne abbia per questo ho deciso che dovevo provarci, dovevo trovare un’occasione di rinascita, integrazione e bellezza per le donne che incontravo”. A quel tempo Barbara era un’educatrice impegnata nel Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e rifugiati. Le donne somale che arrivavano erano vulnerabili e portavano in superficie, e sotto la pelle, il dolore di ferite di una guerra che si protrae da oltre trent’anni. Una guerra in cui la donna, se non è protetta da un uomo, è sottoposta a stupri e violenze di oggi genere. Analfabete, con una cultura diversa da quella italiana e con traumi psicologici e fisici che non si guariscono nei sei mesi di accoglienza del progetto rischiavano di trovarsi su una strada, senza una dimora e un lavoro con cui mantenersi.
“Ci vuole tempo, se vogliamo parlare di integrazione ogni persona ha bisogno di tempo. Bisogna recuperare autonomia piscologica, lavorare sull’aspetto educativo, avviare percorsi di autonomia e consapevolezza che aiutino la persona a prendersi cura di sé – ammette Barbara – Articolo 10 nasce nel 2013, da una scelta coraggiosa di un gruppo di amici, per restituire dignità alle donne”. Un team di 7 collaboratori e oltre 20 volontari che si prende cura di donne e famiglie perché trovino indipendenza economica e libertà attraverso tre aree di intervento: lavoro, casa e cultura. L’associazione offre un processo di accompagnamento socio educativo incentrato sul concetto dell’abitare per attivare le risorse personali e relazionali che aiutano a prendersi cura di sé. Ha sviluppato un percorso formativo volto a potenziare le competenze e le capacità di autonomia delle donne rendendole capaci di costruire rapporti con i servizi, le istituzioni locali e sanitarie attraverso uno sportello informativo che offre orientamento nelle pratiche burocratiche e legali. Coinvolge le donne in attività di confronto e conoscenze culturali per renderle nuove cittadine consapevoli del territorio. Inoltre ha avviato la Sartoria Colori Vivi un laboratorio di creazione per sviluppare una professione concreta e qualificata che consenta alle donne di diventare autonome e capaci di scegliere il proprio futuro.
“La sartoria è un luogo in cui si crea bellezza. Tutte le donne che ho incontrato nutrivano una ricerca del bello per consolarsi, per stare bene, per prendersi cura di sé. E’ un lavoro in cui c’è tanto da fare ma diventa un fare curativo. Loro hanno subito traumi senza confini ma qui possono sperimentarsi, entrare in una relazione sana che le appropria di capacità e abilità, le aiuta ad avere stima di sé stesse e le porta in dialogo con il mondo circostante sensibilizzando la clientela - riferisce Barbara - Dal 2017 abbiamo impiegato 4 donne e siamo stati supportati da stilisti, sarte e modelliste esperte che ci hanno avvicinato alla filiera e a diventare una sartoria di qualità, perché per essere un’azienda vera bisogna conoscere e rendersi sostenibili.”
Un progetto premiato da Kering Foundation, realtà parigina da anni impegnata a sostenere progettualità che combattono la violenza contro le donne, che ha affiancato Colori Vivi con un programma di mentorship ed ha inserito la sartoria in una rete di brand, tra cui brand di lusso, con cui tessere relazioni. Il loro segreto? “Se c’è una cosa su cui sono sempre stata sicura è che nessuna donna avrebbe dovuto finire per strada – racconta Barbara – per questo abbiamo costruito una rete forte. Nel comune di Torino siamo un punto di riferimento, collaboriamo con 60 enti e abbiamo costruito relazioni con cooperative, studi di avvocati e medici. La nostra rete è la nostra forza, la ragione per cui nessuna donna è mai stata abbandonata”. Una sartoria multietnica e di qualità, da poco diventata Impresa Sociale perché Colori Vivi cresca e cammini con le proprie gambe verso il futuro che l’aspetta.





















