Social Wood: il potere dell’economia circolare

È difficile prevedere come e quando ci si potrà innamorare. Di certo Andrea Ferrari, presidente di ISES, associazione senza scopo di lucro di progettazione sociale, nata per diffondere la cultura europea in Italia, non si aspettava di innamorarsi di detenuti e di legno. È accaduto per caso, grazie ad un laboratorio avviato all’interno della Casa Circondariale di Alessandria, ma quando ha visto un uomo di cinquant’anni commuoversi mentre firmava un contratto di lavoro, ha capito che Social Wood  non era solo un progetto laboratoriale da svolgere in carcere. Era un’occasione, un’opportunità di recupero e di rinascita per educare ad una vita nuova attraverso il lavoro. 

“Avevamo già lavorato all’interno del carcere con progetti legati alla sana alimentazione e allo sport – racconta Andrea – e man mano abbiamo intravisto un microcosmo di persone che volevano cambiare. Con alcuni educatori ci siamo chiesti come fare e l’intuizione ci è venuta dalla falegnameria interna alla casa circondariale, usata a scopi formativi solo pochi mesi l’anno. Quella falegnameria poteva generare un progetto di economia circolare: recuperare materiale di scarto, garantire occupazione e creare qualcosa di buono”. Il connubio si è rivelato interessante e con l’approvazione della direzione la progettualità ha preso forma.

Lavoriamo nella filiera del pallet con un fornitore di Mantova che ci consegna le eccedenze e il materiale di scarto. Abbiamo iniziato a fare mobili con il legno ricevuto, abbiamo arredato locali e biblioteche ma ci siamo accorti presto che dovevamo specializzarci” ammette Andrea. Il mercato del mobile è infatti un mercato che arranca da qualche anno in Italia ma il progetto Social Wood e le persone che vi lavorano all’interno meritavano una chance di crescita. “Abbiamo ragionato, studiato il mercato, creato qualche prototipo e poi ci siamo lanciati sul packaging in legno. Coniugare la capacità sociale con le progettualità delle aziende non è stato facile, ma siamo riusciti a stringere accordi con un birrificio locale e questo ci permette una produzione sicura tutto l’anno” testimonia Andrea.

La risposta del mercato rafforza Social Wood che prende forma in tre diverse anime. Una interna al carcere dove avviene l’80% della produzione, una esterna con una falegnameria pensata per dare continuità a chi scontata la pena sceglie di rimanere legato al lavoro e continuare la professione, ed una terza che ha trasformato un garage in disuso in una bottega solidale aperta al pubblico sulle mura di cinta del carcere.

Non ci siamo fermati alla produzione interna perché siamo in un circondariale, questo significa pene per reati minori e turnazione di persone. Volevamo valorizzare l’investimento formativo sul loro futuro per questo abbiamo attivato la falegnameria esterna. Volevamo anche creare un legame con il territorio perché a differenza di altri carceri questo è interno alla città – racconta Andrea – La prima volta abbiamo organizzato delle bancarelle con i prodotti della bottega e abbiamo lasciato ai ragazzi la piena gestione. Ammetto che ero in pensieri: come avrebbero reagito le persone? Invece sono stati perfetti. Hanno creato sintonia, dialogo totale, non c’era diffidenza. Era la dimostrazione vivente che il carcere deve e può essere un luogo rieducativo che permette di riprendere le redini della propria vita per trasformarla in meglio rispetto al passato”. Nella bottega di prossimità il mobilio accompagna l’esposizione di prodotti creati da realtà sociali con cui l’associazione Ises ha collaborato negli anni. Biscotti, marmellate, conserve, birre artigianali , liquori acquistabili anche online su Fuga di Sapori, piattaforma e-commerce creata durante la quarantena.

Il lavoro di Social Wood sta producendo i suoi frutti. La bellezza di queste progettualità sta in quello che non si vede, nelle frasi dette, negli sguardi soddisfatti, nel senso che riacquisisce la vita. “Ci sono output che non puoi misurare ma che danno più soddisfazione degli indici di rapporto” ammette Andrea. Poi ci sono lavoratori felici, idee che si realizzano, posti di lavoro e stipendi che aiutano i detenuti a contribuire alle spese delle loro famiglie. 15 persone hanno lavorato nella falegnameria, oltre 90 sono state formate al mestiere e misurano un fatturato in crescita di circa 100 mila euro l’anno. “Abbiamo 3 dipendenti fissi ma presto aumenteranno perché quel che abbiamo fatto ha creato reazioni positive. Il sistema carcerario ci ha dato piena fiducia e lo dimostra la decisione dell’amministrazione di ristrutturare un’ala inserendo nuovi impianti, macchine più performanti, più personale. Noi andiamo avanti!” con il desiderio, lo spirito e la voglia di non fermarsi.