L’atelier dell’impresa ibrida

a crisi innescata dalla pandemia e le settimane di lock down hanno inciso profondamente sulle attività del Terzo Settore. Le difficoltà tecniche della ripresa rendono necessaria una nuova visione ed emerge l’esigenza di dotare gli operatori di nuovi strumenti finanziari ma anche di risorse progettuali e competenze volte a dare forma a strategie per il futuro.

L’Atelier dell’impresa ibrida ha elaborato una proposta di sperimentazione formativa e disseminazione culturale, realizzata attraverso una ACADEMY e il ciclo di dibattiti FUTURO PROSSIMO.

Di cosa si tratta?

L’impresa ibrida è un processo in atto, e sempre più visibile, di convergenza culturale, tra imprese for profit e mondo non profit. Da un lato vediamo affermarsi un Terzo Settore dove si moltiplicano storie di successo che nulla hanno da invidiare al talento imprenditoriale; dall’altro le aziende tradizionali cercano un nuovo baricentro, guardando sempre più spesso all’impatto ecologico, al rispetto dei clienti e delle condizioni del lavoro, al rapporto fra innovazione tecnologica e persona, agli investimenti culturali come leva d sviluppo. L’ibridazione è un modo di intendere lo sviluppo e il ruolo stesso dell’impresa, che coinvolge ancora una parte piccola degli operatori, anche se il modello di apprendimento reciproco descritto ha tutte le caratteristiche per divenire una tendenza centrale nel ragionamento sul futuro. Siamo a pieno titolo nel campo dell’innovazione sociale che – attraverso l’impresa – risponde ai bisogni delle fasce più deboli, ma soprattutto produce ricchezza facendo leva su principi e valori diversi.

LA PROPOSTA FORMATIVA

L’Academy, è un percorso formativo composto da 6 stanze tematiche che si svolgeranno tre settembre e novembre 2020, e si concluderà con un laboratorio residenziali a Torino il 10-11-12 dicembre 2020.

LE STANZE FORMATIVE

Le stanze affrontano 6 argomenti, che si possono considerare base di una competenza manageriale coerente con la visione, i caratteri, la filosofia delle organizzazioni che operano nel privato sociale – le risorse umane, i processi, il mercato, la finanza, l’innovazione organizzativa e l’innovazione tecnologica. L’obiettivo è riflettere sullo sviluppo della propria organizzazione, prodotti e processi, modelli gestionali, governance, impiego strategico delle risorse. 

Ogni stanza rimarrà aperta 7 giorni  durante i quali sono programmati momenti formativi live (confronto dal vivo con docenti, tutor e colleghi di corso) e lezioni in self-education (video, project work, approfondimenti). Il programma tiene conto degli impegni dei corsisti, fissando le lezioni live a inizio o fine giornata, mentre lascia liberi di seguire le lezioni in self-education, in modo che ciascuno possa calibrare l’impegno secondo le proprie necessità. Il calendario formativo viene consegnato dopo l’iscrizione.

IL LABORATORIO RESIDENZIALE

Il laboratorio è l’ultima tappa del percorso formativo, il suo scopo è mettere in atto gli apprendimenti. Il laboratorio è una palestra di sperimentazione con l’obiettivo di costruire un project work, individuale o di gruppo, e partecipare a un contest interno con un riconoscimento economico di 10.000 € assegnato al progetto migliore. Il programma del laboratorio prevede momenti di confronto con esperti, un workshop condotto in squadre con la metodologiaLego Serious Play, sessioni di lavoro intensive per predisporre il project work e un Elevator Pitch di presentazione del proprio lavoro, infine incontri con istituzioni e sponsor del progetto.

IL METODO DI LAVORO

L’Academy si svolge in modalità e-learning su una didattica piattaforma dedicata. Si svolge in parte a distanza e in parte in presenza; in parte live e in parte con materiali didattici e video-lezioni originali in self-education.

La didattica a distanza è agevolata da tutor digitali e tutor tematici, che seguono i corsiti sull’uso della piattaforma, il rapporto con i docenti, gli approfondimenti tematici.

Ogni stanza è aperta da un test di attivazione per verificare la base di conoscenza dei corsisti; all’inizio del percorso formativo i corsisti sono inoltre invitati a compilare una survey che consentirà a docenti e tutor di proporre contenuti vicini alle caratteristiche delle singole realtà organizzative e agli interessi del corsista.

La metodologia didattica assegna grande spazio alle esercitazioni – riflessioni organizzate ed esercizi per verificare l’applicazione delle metodiche e degli strumenti appresi nel coro delle lezioni, alle realtà organizzativa dei corsisti, con feedback da parte di tutor e docenti.

CHI PUÒ ISCRIVERSI?

L’Academy è rivolta a imprenditori, manager e figure organizzative del Terzo Settore, interessati a rafforzare le proprie competenze manageriali, organizzative e relazionali – tale appartenenza costituisce il solo requisito di ammissione. Il percorso è aperto a corsiti e organizzazioni operanti in tutti i settori merceologici, ambiti e comparti, senza alcuna preclusione. Non sono però ammesse iscrizioni a titolo personale, ma esclusivamente  attraverso l’organizzazione di appartenenza o comunque disposte a regolarizzare l’iscrizione. Anche il premio finale non viene assegnato al corsista, ma all’organizzazione che ne formalizza l’iscrizione.

L’obiettivo è riflettere sullo sviluppo della propria organizzazione, prodotti e processi, modelli gestionali, governance, impiego strategico delle risorse.

STANZA O PERCORSO COMPLETO?

L’Academy si può frequentare come un percorso completo oppure per singole stanze tematiche.

Benefit di accesso alla singola stanza

  • Lezioni live e question time.
  • Confronto diretto con docenti di alto livello.
  • Esercitazioni basate sulla propria realtà aziendale.
  • Materiali didattici multimediali.
  • Library per approfondimenti anche oltre il tempo formativo.

Benefit dall’iscrizione al percorso completo

  • L’accesso a 6 stanze tematiche con decine di ore di formazione.
  • Il laboratorio residenziale conclusivo a Torino.
  • La partecipazione al contest, presentando il proprio project work e vincendo 10.000 €.
  • Rapporti qualificati con compagni di corso nel gruppo Linkedin dedicato.
  • Confronti organizzati con docenti, partner e sponsor del progetto.
  • Il supporto di tutor digitali e tematici per l’intero percorso formativo.
  • L’iscrizione automatica a tutte le attività convegnistiche del calendario Futuro Prossimo.

Per regolare l’iscrizione occorre compilare la domanda scaricabile dal sito e inviarla alla segreteria didattica che provvederà al rilascio delle credenziali per l’accesso alla piattaforma e-learning. 

Il progetto Atelier dell’Impresa Ibrida è sostenuto da numerosi partner. Per questo la quota di partecipazione è limitata a 150,00 € + iva per la frequenza ad una singola stanza e 500,00 € + iva per il percorso completo.

Questo percorso fornisce un importante apporto sia all’aspetto professionale sia a quello più umano e valoriale del nostro agire, in un contesto che muta velocemente e talvolta rischia di destabilizzare. 

In sintesi riteniamo potrebbe esservi utile per:

  • rafforzare le competenze gestionali, in un periodo di forte cambiamento per il terzo settore.
  • affrontare il ricambio generazionale nella propria organizzazione.
  • entrare in contatto con modelli imprenditoriali differenti.
  • confrontarsi con i colleghi e le loro esperienze.
  • sperimentare tecniche e strumenti di miglioramento organizzativo.
  • lavorare in squadra su progetti concreti e filiere nuove.

Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria.


Fundraising: attivare raccolte fondi significative in 5 passi

Le organizzazioni sociali operanti nel Terzo Settore sono sempre più attente a trovare meccanismi di finanziamento che permettono di rendere sostenibili le progettualità interne. Diverse sono le pratiche e le modalità attivate dalle realtà nonprofit per reperire fondi. Oggi più che mai, è fondamentale iniziare a conoscere meglio il fundraising, che non è una semplice richiesta di denaro ma un’attività strutturata basata sul principio di reciprocità e di partecipazione. Come è possibile agire in modo significativo? Si sono chiesti diversi enti vicini alla Fondazione. Per trovare risposta abbiamo chiesto supporto a chi il fundraising lo pratica tutti i giorni con efficienza. Eleonora Spalloni, fundraiser di Angsa Umbria, ha raccolto la sua esperienza in 5 pillole introduttive che regala a coloro che vogliono iniziare a costruire una professionalità e a tradurre la teoria nella pratica. 

Mi piace iniziare portando a ciascun lettore la mia personale riflessione sulla cultura del dono. Riporto a proposito un estratto di un intervento tenuto dal grande Stefano Zamagni – novembre 2016:

“Perché voi sapete che una confusione di pensiero che stenta a scomparire è quella che tenda a identificare il “dono” con la “donazione”, questo è gravissimo, perché la donazione è un oggetto, il dono è una relazione interpersonale. Cioè, quando io faccio una donazione vuol dire che mi privo di questo orologio e lo regalo a te, questo è il dono come vulus, che il latino vuol dire “regalo”. Quindi la donazione è un qualcosa che può essere denaro, oppure una cosa di cui uno si priva per darlo ad altri. Il dono invece è molto di più, è una relazione intersoggettiva, quando io mi dono a te, quando tra me e te si stabilisce una relazione.”

E allora chi è il fundraiser e come si costruisce questa professione?

  1. E’ un professionista. Quindi non ci si può improvvisare! Personalmente, come tanti altri miei colleghi, ho seguito un percorso di preparazione strutturato e finalizzato alla formazione teorico – pratica della professione che svolgo. Io ho frequentato il Master in Fundraising di Forlì, il primo e più importante corso universitario dedicato al mondo del fundraising italiano; continuo costantemente ad aggiornarmi (quella del fundraiser è una professione composita e in continua evoluzione) e sono socia Assif (Associazione Italiana Fundraiser) in quanto è fondamentale, oltreché la preparazione, condividere le proprie esperienze ed essere in rete ed in contatto con altri colleghi e professionisti del settore per rafforzare e diffondere la “cultura del dono”.


  1. E’ una persona che chiede a un’altra persona (il donatore) di aiutare una terza persona (il beneficiario). Nella pratica, il fundraiser crea relazioni, crea connessioni profonde con le persone per predisporle al dono. Non si tratta “solo” di chiedere soldi. Ma di costruire, coltivare e curare le relazioni con i donatori, per portarli a fare qualcosa che li rende felici: donare. Per fare questo serve metodo, principi, regole ben definite, pianificazione e strategia.  Nonché predisposizione personale, coraggio di mettersi in gioco ogni volta, empatia, e una passione smisurata. Questa passione si chiama: CAUSA, la causa dell’organizzazione nonprofit. Quella che spinge un fundraiser a fare un passo oltre. A credere nei valori che comunica, a far innamorare le persone della propria Causa.


  1. Quindi, come ben capite, il fundraising è anche un “modo di essere”, è una filosofia di vita. Qualcosa che fai tuo, porti con te e che ti accompagna ogni giorno, per l’intera giornata. Non ha limiti spazio – temporali, qualsiasi occasione può essere interessante per creare relazioni, generare connessioni positive che potranno essere valorizzate e finalizzate a far innamorare le persone della propria Causa. Perché il segreto è proprio questo: fare emozionare ed “innamorare le persone” della Causa. Le persone si avvicinano e si coinvolgono con le emozioni, più che con i numeri e, aspetto fondamentale, le persone, una volta coinvolte, si sentiranno parte della nostra storia. Le persone vogliono essere protagoniste di questa storia e non semplici spettatori. Queste persone, donatori e/o volontari che siano, saranno con noi per sempre … ringraziamole e ricordiamoci sempre di coltivare con cura, costanza e attenzione la relazione con loro, come fossero la “nostra famiglia”.


Come si traduce nella pratica?

  1. Il fundraiser è una figura dalle mille facce, identità e funzioni.  Il suo lavoro è un lavoro che prevede imprevisti, che non ha confini ben definiti, ma estremamente sfidante. Le organizzazioni nonprofit hanno un unico obiettivo: fare qualcosa di straordinario per il nostro piccolo-grande mondo, pur operando nei loro diversi ambiti di interesse. Per fare questo hanno uno strumento: i soldi. Ne servono sempre di più per rendere le Cause sostenibili nel tempo, indipendenti e sempre più libere da finanziamenti pubblici. Il fundraiser è il cuore di questa sfida


  1. Il fundraising non è un evento ma è ciclo, un processo che nasce dalla definizione di bisogni, dalla condivisione degli obiettivi, dalla chiara consapevolezza del proprio capitale relazionale; è una responsabilità di tutti (tutto lo staff dirigenziale – operativo dell’ente deve essere e sentirsi coinvolto) non è una responsabilità del singolo fundraiser. Questo slancio di convinta e consapevole partecipazione dell’intero board  richiede “coraggio e volontà di innovazione” e questo a sua volta richiede visione. Ciò significa che, nella pratica, il fundraising deve essere visto come un investimento, che interessa e coinvolge tutti, al quale deve essere dato tempo e ossigeno per maturare negli anni e dare frutto, chi opera non fa magie. E’ da questa consapevolezza che si può iniziare a pensare a come pianificare ed attivare raccolte fondi significative che siano generative nel tempo, creino impatto e cambiamento.


Per concludere “L’unica certezza che ho è la felicità e il grande sentimento di benessere che si prova nel trovare piena realizzazione di sé nel "darsi agli altri". Credo che il nostro sia solo un passaggio spazio - tempo, che trova significato nell'incontro, nella dedizione e nella cura del prossimo che ci troviamo ad incontrare nel nostro cammino. È sicuramente ciò che lasciamo, ciò che doniamo, in termini di relazione intersoggettiva e non certo ciò che ci portiamo via da questa Terra, a renderci degni della vita che ci viene donata”... questa convinzione è ciò che ispira, ogni giorno, la mia vita e anche la mia professione di fundraiser: è dal “dono di sé” che tutto ha origine.



Come agire il ricambio generazionale in 5 punti

Il ricambio generazionale è un tema delicato che sta a cuore delle persone impegnate da anni all’interno delle organizzazioni sociali. Fondazione Cattolica, insieme a Luca Tagliapietra commerciale presso la cooperativa Sociale Il Ponte di Vicenza, libero professionista e Ceo di PoloBio, ha avviato un ciclo di appuntamenti intitolati “Dopo di me”, per capire come affrontare il cambiamento. A Luca abbiamo chiesto di riassumerci la sua visione del ricambio generazionale. Di seguito vi lasciamo il suo estratto.

Cari amici e colleghi impegnati in tante realtà a servizio delle persone più fragili. Il ricambio generazionale mi coinvolge e ci coinvolgeperché il “lasciar andare” quanto creato nelle nostre fatiche non è difficile né complicato: si tratta di decidere di “lasciar andare”. Mi spiego in 5 punti, facendo tesoro della mia piccola esperienza che, tengo a sottolineare, mi è stata trasmessa da chi ha fatto con me la stessa cosa:


Condivisione

In questi anni ho affinato una scoperta: la scoperta del condividere. La traduco con il continuo “mettere a conoscenza” i colleghi di quanto so, penso, vorrei decidere, vorrei fare. La bellezza è sapere di farlo senza aspettarsi che l’altro accetti e condivida appieno quanto ho in testa, ma lasciando che il mio proposito possa essere messo in discussione e al limite uscire dalla riunione con la scelta anche contraria a quanto avevo in mente. La conoscenza che ho cercato di portare è comunque servita a mettere in discussione, a far ragionare e non dare per scontato. La scelta finale è una scelta di “gruppo”, non personale. Spesso i giovani non hanno la visione di insieme che possiamo avere noi più avanti con gli anni, ma le loro intuizioni rimangono valide: serve il lavoro comune per mettere insieme intuizione e continuità di opera.


Lungimiranza

La capacità di leggere cosa il futuro ci porta e dove possiamo orientare il futuro delle realtà che seguiamo, non è mai facile. E, diciamocelo, non è da tutti. Ma chi inizia una start up a 20-30 anni, scommette su un sogno. Ecco, questo è un piccolo segreto: non smettiamo mai di sognare, di prendere il sogno che abbiamo nel cuore, condividerlo, armarci di coraggio e insieme provare a realizzarlo. E’ un guardare avanti non con la spregiudicatezza di un bambino che forse non conosce tutti i pericoli: è la capacità di sintesi tra la realtà attuale e dove sogniamo di andare, con i piedi per terra di chi ha già vissuto tanto, ma che riesce a dare spazio al nuovo che entra. Questo nuovo, questa innovazione, spesso sono i giovani che la portano. Sono loro che sono staccati da piccoli/grandi scheletri che fanno il vissuto e cercano nuove vie.
Certamente i giovani non possono essere lasciati soli: occorre una continua formazione, perché Valori e aspetti Tecnici siano assimilati piano piano, ma serve sempre qualcuno che li proponga.


Coraggio

Far spazio ai giovani. Riesco a gestire diverse realtà (oltre alla mia azienda, sono commerciale estero per diverse attività) perché mi è stata trasmessa la capacità di delegare. Delegare non significa far fare una cosa e poi andarla a controllare, nemmeno stare col fiato sul collo alla persona cui deleghiamo. Significa fidarsi: essere disponibili sì e sempre al confronto, ma lasciar fare. Senz’altro non sarà mai fatto come noi ci aspettiamo … ma non è detto che sia peggiore: è solo diverso da come noi siamo soliti fare. I giovani hanno bisogno di questo nostro coraggio, e noi abbiamo bisogno del coraggio dei giovani: se mettiamo assieme queste due anime, ne esce il Bingo!


Inclusione

Trasmettere conoscenze ed innovare è un processo che dura tutta la vita. Nessuno nasce imparato, si dice. Ed è vero. Quando mi trovo in una situazione dove percepisco che non riesco più ad imparare, a crescere nelle mie conoscenze, non passa molto tempo che comincio a “rompere gli schemi”, perché ho sete di conoscere, di sapere, di imparare. Certamente rimango sempre preso dal tram tram quotidiano, per carità. Ma l’anelito porta sempre a scoprire cose nuove. La bellezza di saper includere passa proprio dal non sentirsi mai soddisfatti di ciò che ho e so, ma nello stesso tempo esser grati alla Vita per quanto finora imparato.


Relazione

Nonostante sia molto più impegnato nel sociale, ho una società di business. Sapete il mantra della società? “Meglio perdere un business che perdere una relazione con un cliente o un fornitore”. Perché il business ritorna, la relazione una volta persa è persa. Più difficile che ritorni, perché il vortice della vita tante volte allontana, non avvicina.
Relazione è, per esempio, saper coniugare le conoscenze che ho con la capacità di trasmetterle. Relazione è la capacità di far spazio a chi ne sa più di me, con umiltà, e crescere con lui. Relazione è non smettere mai di portare avanti il mio sogno ma condividendolo con gli altri. Relazione è capacità di amare, e capacità di lasciarsi amare, e ancor più amare come ciascuno di noi ama se stesso. La relazione parte dall’accettarsi, dal condividersi, dal riconoscersi, dal volersi bene. Per come siamo, per ciò che siamo. Questo permette di amare l’altro. Accettarlo, accoglierlo, abbracciarlo.



Come costruire una comunicazione efficace

  1. APPARTENENZA
    Le persone cercano gruppi valoriali in cui sentirsi rappresentati, la comunicazione diventa il mezzo di trasmissione per attivare legami di valore.
  2. EMPATIA
    Conoscere gli stakeholder e i loro bisogni permette di capire come raggiungerli ed essere loro vicini.
  3. CONTENUTO
    Dialogare sempre con contenuti veri, profondi che tocchino l’interesse delle persone legate alla propria causa.
  4. CALL TO ACTION
    Invitare lo spettatore a compiere un’azione per mantenere vivo il dialogo.
  5. PIANO EDITORIALE
    Elaborare una strategia con contenuti diversificati e di approfodimento.

Perché investire nella comunicazione ci aiuta a ottenere risultati migliori?

Una delle difficoltà che le aziende e le cooperative del terzo settore affrontano è quella di stabilire una comunicazione efficace per coinvolgere le parti interessate.

Nella nostra quotidianità, il focus deve essere diviso tra così tanti compiti che la comunicazione viene spesso lasciata fuori. Il punto è che investire nella comunicazione è essenziale e strategico per le attività sociali.

Di seguito, presenterò 5 suggerimenti su perché e come investire risorse nella comunicazione digitale per far si che i social media diventino una risorsa in più per la percezione di valore delle attività da parte della società civile, i partner, i consumatori, gli enti…


1) Gli esseri umani hanno bisogno di appartenere al branco. Usa questo a tuo vantaggio per comunicare valore

La nostra condizione umana rende noi necessario appartenere al branco. Per appartenere e sentirci accolti, abbiamo bisogno di un proposito, di qualcosa più grande di noi, di qualcosa a cui guardare e che dia a noi un riferimento di valore.

La grande bellezza e novità che il Terzo Settore porta al mondo sono proposte di valore reale. Lavoriamo con scopi chiari, abbiamo una ragione di essere chiara. Ciò ci differenzia e questo aspetto deve essere esplorato nella comunicazione.

I nostri clienti, investitori, fornitori, partner e amici potrebbero sentirsi più coinvolti se sentono di appartenere alla nostra causa. Cosa fa si che le persone abbraccino una causa? Vincoli affettivi. Come possiamo creare legami affettivi con più persone, al di fuori dei nostri rapporti quotidiani? Attraverso la comunicazione di valore, usando i canali giusti.

Il primo passo nella costruzione di un piano di comunicazione efficace è quello di "guardare dentro" e mappare tutto il valore che offri in ciò che fai. Ci sono alcune domande da rispondere per rendere la pianificazione della comunicazione più mirata ai valori.

Quali problemi nella società posso aiutare a risolvere?
Che differenza faccio nel mondo?
Qual è il mio scopo più nobile?
Perché le persone dovrebbero far parte della costruzione del mio sogno?

Rispondere a queste domande significa costruire l'intera base della comunicazione, il punto di partenza che porta la tua attività a un nuovo livello. Dopo aver mappato i valori che offri al mondo, è tempo di passare al passaggio successivo.


2) Usa l'empatia per costruire ponti

Ora, non si tratta più di "guardare dentro", ma di "guardare verso l'esterno".

La domanda a cui rispondere è:
Come posso comunicare i miei valori in modo che le persone capiscano il mio messaggio e si rendano conto che posso soddisfare i loro bisogni?

In questa domanda, c'è una grande rottura di paradigma. Usi la tua empatia, cioè la comprensione che l'altro non pensa come te, non si sente come te, non percepisce il mondo come fai tu, per stabilire ponti attraverso la comunicazione che raggiunge il cuore delle persone.

Mappa tutti i profili delle persone che potrebbero essere interessate alla tua causa e separali in gruppi, usando i seguenti criteri:

  • Problemi principali da risolvere,
  • Canali di comunicazione più utilizzati,
  • Hobby,
  • Abitudini ed interessi,
  • Dove vive,
  • Dove lavora,
  • Comportamento nell'ambiente digitale.

Quando provi a mappare questi gruppi di persone interessate alla tua causa, fai anche l'esercizio di cercare di capire quali sono i bisogni di questi gruppi e inizi a creare ponti e relazioni preziose attraverso la comunicazione.

Faccio un esempio banale, ma che rende più concreta la spiegazione: se sei un produttore agricolo, fa sicuramente parte dei tuoi gruppi di interesse persone che amano il giardinaggio e che forse hanno un piccolo giardino o orto a casa. Per raggiungere questo pubblico interessato, potrebbe essere utile pianificare eventi, scrivere newsletter o post che portano contenuti relativi agli interessi di queste persone, per avvicinarli alla tua attività e farli sentire come se appartenessero al progetto.

Questo approccio è molto diverso della “raccolta fondi”, perché si tratta di offrire idee, soluzioni e esperienze alle persone. Questo tipo di approccio costruisce ponti e le donazioni diventano una conseguenza, non un obiettivo.


3) Nella comunicazione, ciò che conta è il contenuto, ma i social media sono solo canali giusti nei tempi attuali

La comunicazione è dialogo. È come sedersi al tavolo a cena. Per coinvolgere le persone a tavola parli di argomenti che li interessano e non solo di te. Questo genera automaticamente un interesse da parte loro in te.

Il social media network è un vero banchetto per la comunicazione, è disponibile, intuitivo e gratuito. Vale la pena investire tempo nella comunicazione digitale, perché è al di fuori delle nostre reti di contatto quotidiane è nei social media che ci sono le persone.

Crea una pagina Facebook, Instagram o anche LinkedIn, scrivi una buona descrizione comunicando i tuoi valori e pianifica i tuoi post settimanali o giornalieri pensando agli interessi dei gruppi di persone che vuoi coinvolgere. Ogni media ha il suo pubblico e tono di voce specifico, ma questo argomento specifico potrà essere approfondito ulteriormente.

La comunicazione è dialogo. È come sedersi al tavolo a cena. Per coinvolgere le persone a tavola parli di argomenti che li interessano e non solo di te. Questo genera automaticamente un interesse da parte loro in te.

Il social media network è un vero banchetto per la comunicazione, è disponibile, intuitivo e gratuito. Vale la pena investire tempo nella comunicazione digitale, perché è al di fuori delle nostre reti di contatto quotidiane è nei social media che ci sono le persone.

Crea una pagina Facebook, Instagram o anche LinkedIn, scrivi una buona descrizione comunicando i tuoi valori e pianifica i tuoi post settimanali o giornalieri pensando agli interessi dei gruppi di persone che vuoi coinvolgere. Ogni media ha il suo pubblico e tono di voce specifico, ma questo argomento specifico potrà essere approfondito ulteriormente.

Non hai bisogno di foto professionali per forza, ma fare pubblicazioni con foto aggiunte è importante. Scrivi circa 3 paragrafi di 3 righe ciascuno. Pensa al testo come una narrazione dell'immagine, racconta una storia accattivante, con un inizio, una metà e una fine.


4) Se la comunicazione è dialogo, crea una "call to action" e rispondi sempre

Intendo per “Call to action” l’invito all'azione che induce lo spettatore a scrivere un commento, fare clic su un link, fare una donazione, condividere un post, ecc.

Termina sempre le tue pubblicazioni con una "call to action" e sii sempre attento ai commenti dei tuoi follower. Rispondi sempre, con l'obiettivo di promuovere il dialogo e comunicare valore. Spesso osservo pagine social istituzionali oppure gruppi Facebook con commenti senza risposte e questa non è assolutamente una pratica da consigliare.


5) Creare un piano editoriale ti aiuta a mantenere costante la tua comunicazione

Per creare un piano editoriale, devi fare l’uso dell'empatia. Rivedi il punto 2 e pianifica circa 5 rubriche in base alla tua identità e agli interessi del tuo pubblico di destinazione. Le rubriche sono temi generali che possono essere approfonditi nei post. Esempio:

  • Vita quotidiana dell'associazione,
  • Gli attributi dei prodotti e servizi offerti,
  • Storie di valore: chi sono le persone che fanno la differenza nella tua attività e perché,
  • Festività ed eventi relativi all'attività,
  • Partnership di valore.

Questi sono alcuni esempi generici che si adattano a qualsiasi tipo di attività e possono fungere da punto di partenza per coloro che hanno appena iniziato ad investire in comunicazione digitale. Se fai l’uso di rubriche o temi simili, sarà più facile per te pianificare un numero regolare di post e programmarli nel corso di un mese.

Essere costanti è molto importante per generare "share of mind" o "brand awareness", in modo che le persone possano ricordarsi della tua attività più facilmente, durante le loro giornate o in altri momenti specifici.

Concludo, rispondendo alla domanda iniziale. Investire nella comunicazione ci aiuta a ottenere risultati migliori perché è attraverso la comunicazione che facciamo conoscere alle persone la novità che portiamo al mondo. Se facciamo la differenza in qualche modo, perché non comunicarlo? Perché non dare alle persone l’opportunità di conoscere un nuovo modo di pensare l’impresa, la società e l’inclusione, attraverso una comunicazione semplice ed accessibile?

La modernità e la tecnologia ci offrono delle opportunità che non avevamo prima, ci offrono i canali digitali attraverso i quali possiamo condividere contenuti di valore con proposito, trasparenza ed etica, per ingaggiare le persone nelle nostre cause.

Abbiamo i nostri cellulari a portata di mano con l’accesso a tutte le informazioni che vogliamo. Il Terzo Settore dell’economia deve essere presente e tocca a noi, imprenditori sociali, comunicare al mondo cosa costruiamo di bello!

La mancanza di tempo e la paura di non saper fare ormai possono essere superate. Il primo passo è cominciare.

Rosalì Pandolfi è consulente per progetti di gestione strategica del marketing e del branding. Assiste PMI del profit e non profit che vogliono creare connessioni di valore tra il loro brand e le persone, attraverso lo sviluppo e la gestione strategica del brand equity.



Lettera al domani

La città a marzo sembrava una città di guerra: file immense fuori dai supermercati, ambulanza ogni minuto, polizia ovunque, niente traffico. Noi onestamente non eravamo pronte.

Quali sono le nuove strade da percorrere? Su quali nuove produzioni investire per andare oltre al tradizionale?

Man mano che il cantiere si faceva più complesso, ci è stato chiaro che il nostro modello che, fin qui aveva funzionato, sarebbe entrato in crisi. Si rendevano necessarie tutte una serie di accortezze nuove. Ci si chiedeva di essere capaci di pensare a strade nuove partendo dall’esistente. Ci siamo trovati a rallentare ma mai a fermarci, almeno con il pensiero, per scoprire spiragli verso direzioni inaspettate.

Lo confesso, abbiamo difficoltà nella liquidità per pagare gli stipendi, non riuscendo a tenere i ritmi di vendita dei nostri prodotti adeguati a coprire i costi. Ma non è solo questo. Non vogliamo essere lasciati soli ad affrontare un evento e difficoltà più grandi di noi. In questo particolare momento abbiamo bisogno di sentire qualcuno vicino. Vorremmo poter condividere la nostra fragilità, di uomini e di enti, con quante più persone possibile, in modo che dal confronto con ciascuna di esse possano nascere idee, proposte e progetti.  Ci siamo mossi alla ricerca di aiuti e soprattutto abbiamo sempre cercato di farcela, convinti profondamente che ciò che facciamo non è solo un lavoro ma una vocazione.

È vero il virus e la pandemia hanno cambiato la nostra vita, le nostre abitudini. Ho dovuto rivedere le comode certezze e ho deciso di dare un nuovo senso alla vita. Cambia la forma, ma noi cerchiamo di mantenere la sostanza, di confrontarci sulle opportunità che può offrire la nuova normalità che pian piano andremo a costruire. Quali sono le occasioni che si possono cogliere anche in un tempo di ripartenza come quello che stiamo vivendo?

Ma davvero dobbiamo sentirci minacciati della "fine del mondo" perchè crollano i mercati finanziari, le borse, le banche? Questi crolli cosa minacciano veramente e quale rovina vera possono causare? 

Forniamoci aiuto reciproco tenendoci insieme noi che del contagio abbiamo fatto e vogliamo continuare a fare humus. Ciò che ora più ci preoccupa è la possibilità di superare il momento virtuale per passare all'incontro concreto e, per così dire, reale, disponendo al più presto di permessi e protocolli chiari e sanitariamente sicuri. Sto imparando poco alla volta, che per far fronte alle sfide quotidiane che questa situazione mi impone mi serve una grande disponibilità di cuore. Anzi, semplicità di cuore verso i miei colleghi, mia moglie, le mie figli ed i miei amici. Un cuore spogliato del superfluo. Come un bambino.

D’altronde la pandemia ci ha fatto capire che spesso ci dimentichiamo che viviamo tutti nello stesso pianeta nel quale dobbiamo condividere gioie e dolori. Io ero certa che questo sarebbe stato un periodo di "grazia" ma, come sempre, la realtà ha superato ogni mia aspettativa.

Perché ci siamo ritrovati a operare con uno sguardo più di prospettiva, a ragionare più sul futuro slegati dalle urgenze quotidiane. Non ci siamo mai fermati ma al contrario abbiamo cercato di reinventare nuove modalità per non lasciar sole persone in difficoltà. Abbiamo continuato a sperare, a coltivare relazioni perché l'essere umano ne ha bisogno quasi come l'aria che respira.

La relazione, il contatto umano, l'apertura mentale servono per creare alternative e riuscire a riadattarsi. Questa sta diventando un’opportunità per sviluppare relazioni e ritrovarle. Un ‘occasione per ripensare alla nostra associazione. Un’ occasione che richiama alla responsabilità, all’essere presente. Forse solo il pensiero, la fiducia reciproca, il dirci uno con l’altro “ci siamo e vogliamo essere bene per l’altro” genera speranza e voglia di continuare il nostro impegno.

Come possiamo rendere dignitosi e pieni di vita questi tempi così lunghi, fatti di isolamento e distanziamento? Come sarà il dopo? Ripariamoci e ricostruiamo il nostro modo di stare insieme con laboratori creativi, di ceramica, musica, sartoria… Con l’affiancamento di un supporto psicologico, la bellezza e l’arte come strumenti di ricrescita e riavvicinamento per offrire a giovani, fasce fragili, disabili che stanno vivendo isolati, momenti di forte rinascita. Parliamo di economia, confrontiamoci con giuristi e costruiamo il dopo di noi.

La pandemia ci ha costretto a guardare in faccia la realtà: siamo tutti connessi, interdipendenti, non posso stare bene io se non stanno bene gli altri, anche se stanno dall’altra parte del mondo. Da domani sarà determinante muoversi secondo prospettive larghe, dinamiche con la capacità di lavorare assieme ai vicini di casa, senza gelosie e protezionismi, sapendo che diventerà necessario il rinnovamento continuo, giornaliero. Cambiare marcia non sarà facile e non sarà facile vincere le resistenze molto umane di chi ha speso una vita nel particolarismo. Ma noi come sempre non ci arrenderemo e stiamo già cercando il filo rosso che ci permetta di affiancare le famiglie con presenza, continuità e sostegno.

Forse è arrivato il momento in cui anche l'economia deve cambiare rotta e dobbiamo essere noi i promotori e i testimoni del cambiamento promuovendo scelte coraggiose, etiche e che davvero possono essere lievito per cambiare le cose.

Vogliamo finalmente costruire quel "noi" che porta fuori dall'isolamento degli "io".


Approvato il Bilancio 2019 di Fondazione Cattolica

Rispondere ai bisogni territoriali, prendersi cura delle persone che lo abitano e alimentare la vitalità umana ed economica del Paese: il Bilancio 2019 approvato dal Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica, è testimonianza della prossimità alle realtà sociali che lavorano quotidianamente per il Bene Comune.

«Il 2019 di Fondazione Cattolica è stato un anno davvero intenso - ha dichiarato il Segretario generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba -. L’attività si è estesa ulteriormente lungo la penisola, permettendoci di essere presenti su molti territori e incontrare altri enti non profit. Attività che permettono di conoscere persone con le quali il confronto è sempre arricchente, imparando dai successi, ma anche dalle difficoltà di chi ha cercato percorsi nuovi per rispondere ai bisogni sociali, osservandone le ricadute. È anche per questo che dedichiamo tempo alla misurazione dell’impatto sociale di ogni progetto».

In questo anno sono stati sostenuti 495 interventi su tutto il territorio nazionale ed erogati oltre 3 milioni di euro a favore di iniziative che si occupano di solidarietà, educazione, ricerca, cultura. Un importo che ha coinvolto più di 2 mila enti ed ha permesso a oltre 300 mila persone di beneficiarne. Solo in questo anno grazie ai sostegni erogati è stato possibile veder fiorire 68 nuove imprese sociali, creare 348 nuovi posti di lavoro e coinvolgere oltre 18 mila volontari.

La chiusura del mandato 2017-19 del Consiglio di Amministrazione ha fornito anche l’occasione per riflettere sul lavoro svolto nell’intero triennio, periodo nel quale Fondazione ha cambiato prospettiva concentrandosi sul sostegno ai progetti di intrapresa sociale. Nel triennio Fondazione ha sostenuto oltre 1.300 interventi e ha erogato più di 8 milioni di euro raggiungendo più di 5 mila enti e oltre 700mila beneficiari. Più di mille persone hanno trovato occupazione e si è formata una rete di volontari che conta più di 46 mila membri.

«È un bilancio che ci rende orgogliosi – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni – e che stimola ulteriori e profonde riflessioni per affrontare i cambiamenti che l’emergenza Covid-19 determinerà nelle nostre comunità. Sono sfide che la Fondazione è pronta a intraprendere con la consapevolezza della propria storia, dei propri valori e di quel capitale umano che anima la nostra azione. Dietro a ogni numero di questo bilancio vi sono i tanti destinatari che hanno beneficiato dei servizi messi a disposizione attraverso la Fondazione, ma anche quell’esercito di volontari straordinari che quotidianamente si impegna per dare il proprio contributo al Bene comune. Per affrontare il futuro occorrerà maggiore solidarietà da parte di tutti e rinnovato spirito di collaborazione tra istituzioni. Fondazione Cattolica si impegnerà con concretezza in questa direzione per continuare ad accompagnare la crescita dei territori in cui opera». Non resta che scoprire nel dettaglio il Bilancio 2019 e le realtà che sono state accompagnate in questo anno


Abitare la distanza

Per chi come me ha avuto la fortuna di non dover attraversare mai la tragedia di una guerra, ricevere restrizioni severe come quelle imposte dal Governo italiano in questi giorni costituisce una situazione totalmente nuova.

Cresciuti nell’era della mobilità libera (almeno noi che viviamo in questa parte del globo) vediamo chiuderci, letteralmente, tutte le strade.

Le nostre routine quotidiane ne risultano profondamente modificate, quando non sconvolte. Ciò che abbiamo dato per scontato – prendere un treno, andare al supermercato, uscire a cena con amici il sabato sera – è fortemente compromesso. Cambiano le regole della prossemica, che, per noi italiani, significa vicinanza, contiguità, corporeità. Per la nostra cultura la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio sono spontanee manifestazioni di affetto, amicizia, amore. Di cura. Da qualche giorno, invece, è la distanza ad essere diventata una virtù civica. Un segno di responsabilità. Anche tra colleghi, amici e familiari.

Stiamo imparando ad “abitare la distanza”, a vivere questo passaggio della vita in modo contraddittorio “dentro e fuori” la speranza.

Stiamo imparando a maneggiare il senso di questa nuova condizione per la quale ancora “ci mancano le parole”, che tuttavia già rimanda all’instabilità dei nostri riti quotidiani, a uno scarto tra l’essere “a casa” e il non esserci (al lavoro, a scuola, …).

Una rivoluzione.

In attesa che la situazione drammatica possa migliorare e risolversi, cosa che certamente avverrà, siamo costretti rapidamente a trovare nuove forme di socialità. Approfittiamo dunque di queste restrizioni per non indietreggiare, per scoprire che insieme a noi “c’è dell’altro” che non ci è estraneo, che ci fa parlare e riflettere. Perché della socialità, dell’essere “con” altri non possiamo fare a meno.

Non si tratta infatti solo di far funzionare una macchina, un sistema. Non siamo legati tra noi solo “funzionalmente”. Abbiamo bisogno degli altri in maniera più profonda. Ontologica.

Ce ne rendiamo conto quando le cose si mettono bene, quando abbiamo voglia di rendere gli altri partecipi della nostra felicità, ma soprattutto quando ad aumentare è l’incertezza, quando temiamo per la nostra salute, per il nostro futuro. Quando abbiamo bisogno di essere ascoltati da qualcuno, di condividere la preoccupazione, di avere una risposta che consola, che riaccende il sole.

In questa “sospensione del prossimo”, l’altro, silenziosamente, ritorna.

Come dopo una ubriacatura, come dal risveglio intontito da un lungo sonno, ci stiamo accorgendo che l’altro ci manca.

In questa lontananza forzata, incominciamo ad avvertire il vuoto lasciato dall’altro. Del “sentire” l’altro vicino: il lavoro fianco a fianco con un collega, la carezza del genitore anziano, l’abbraccio di un amico, il bacio dell’intimità. Il calore dell’altro, il suo odore. “Più sentiamo e più viviamo”.

Quanto questo “essere sociale” dell’uomo è fatto di carne!

Ci sarà da attendere, ma tutto ritornerà, possiamo esserne certi. Forse, però non sarà come prima. Forse le cose saranno addirittura migliori. Perché cose nuove ne sono già nate, in questi giorni dai perimetri stretti.

Intanto, in questa esperienza liminale in cui ci troviamo, tra un prima e un dopo Corona Virus, ci è venuta in grande aiuto la tecnologia. Da anni già ci accompagna, ma è indubbio che ora ci troviamo obbligati a fare un salto evolutivo. Tutti, anche i non nativi digitali. Anche i più pessimisti.

L’accelerazione all’uso della strumentazione digitale a cui stiamo assistendo in questi giorni – dal telelavoro all’adozione diffusa della formazione a distanza nelle nostre scuole e università, all’utilizzo delle piattaforme – costituisce forse una forzatura, ma anche una opportunità per un ampliamento delle nostre possibilità di relazione, conoscenza, apprendimento, progettazione.

Questa situazione costituirà un punto di non ritorno?

In quanto “appesa alla libertà” la realtà può essere vista nella contingenza dell’evento, e nel suo immaginario restiamo esposti ai molti fatti della vita. Resteremo testimoni scossi di questo isolamento imprevisto; che se è dal “chiuso” che trarremo motivo di raccoglimento operoso, è con il desiderio di riabbracciare “l’aperto” che troveremo la via per rifondare i nostri legami sociali, per cercarci e riconoscersi, per progettare insieme il ritorno.

È possibile. È auspicabile.

Due pensieri, solo abbozzati e tutti da coltivare.

Anzitutto occorre un investimento più convinto e sistemico in questa direzione perché non aumentino ulteriori diseguaglianze. Perché chi è marginale non lo sia ancora di più. E non ci sono solo i senior.

Un’amica con un bimbo alle scuole primarie mi racconta, preoccupata, della grande difficoltà di alcune famiglie straniere ad accedere agli strumenti digitali proposti dalle insegnanti per continuare i programmi. Oltre la mediazione linguistica, chi riuscirà a facilitare la loro mediazione tecnologica?

Lo stesso vale anche per tutti quei bambini e ragazzi che si trovano in condizioni di “povertà educativa”. Come accompagnarli in questa transizione affinché non rimangano sempre più indietro?

In secondo luogo: cerchiamo di mantenere grande attenzione al livello di “relazionalità” degli scambi, così che non prevalga la sola prestazione, da un lato, e neppure la standardizzazione dei flussi, dall’altro.  Non si tratta solo di passare informazioni, ma di trasmettere “parole vive” e “personali”.

Cosa ci possiamo inventare perché, se il “toccare” fisico non è dato alla mediazione tecnologica, sia comunque possibile “toccare” l’altro, e, a nostra volta, senza paura, esserne toccati, sentendoci comunque “prossimi”?

E come far accedere a tutto questo chi ha persino bisogno di un “di più” di relazione, come molte delle persone che le nostre associazioni e imprese sociali accompagnano?

La sfida di umanizzare il discorso tecnologico è affascinante ma ancor più il cercare insieme.

Patrizia Cappelletti
Ricercatrice Università Cattolica del Sacro Cuore Milano


La ricchezza del bene

È passato più di un anno da quando Papa Francesco aveva lanciato un appello a economisti, imprenditori, change makers per incontrarsi durante l’Economy of Francesco e cambiare l’economia attuale animando quella del domani.  Un invito che era stato accolto da migliaia di giovani provenienti da 115 nazioni diverse. Un evento mondiale, di tre giorni a fine marzo 2020, pensato per stringere un patto e crescere insieme ma che purtroppo è stato rimandato per fronteggiare l’emergenza CoronaVirus.

Dell’Economy of Francesco rimane comunque il desiderio di continuare a riflettere su come porre la persona al centro dell’economia. Un’economia nuova, più giusta, inclusiva e sostenibile. Un’economia che Safiria Leccese, giornalista televisiva, ha conosciuto davvero e che ha voluto raccontare all’interno di un libro perché si è sentita “libera di testimoniare qualcosa di buono: imprese ed imprenditori che salvano, tutelano e rispettano”.

Dopo anni passati a raccontare il dolore della cronaca italiana, il percorso professionale porta Safiria ad occuparsi di politica e di storie che danno spiragli di luce. In quelle notizie la giornalista intravede messaggi di speranza che vanno oltre le parole e si concretizzano in fatti che l’affascinano e che inizia a custodire dentro di sé. Come un fiume che scorre lento ma inesorabile, l’attenzione della giornalista si rivolge verso quegli uomini e quelle donne che quotidianamente si rimboccano le maniche e con il proprio lavoro costruiscono modelli di crescita capaci di rispettare l’ambiente, tutelare la vita, donare equità sociali e garantire dignità alle persone.

Così, quando riceve l’invito a presentare il Premio “Imprenditori per il Bene Comune”, all’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, Safiria accetta volentieri. Lì incontra imprenditori che guidano imprese coniugando sviluppo economico, rispetto dell’ambiente e crescita delle comunità delle quali fanno parte.

Così il profitto diventa strumento e le persone fine. Così la ricchezza assume un altro significato: diventa espressione di una bellezza e di un Bene che esiste in quanto condiviso col “noi” di una comunità di persone.

“Di solito non mi piace ripetermi, ma per il Festival della DSC e per questo Premio ho fatto un’eccezione perché esperienze così sono belle”. E in qualche modo segnano. Al Festival coordinato da mons. Adriano Vincenzi, Safiria partecipa per tre anni: due da conduttrice e uno da spettatrice perché le storie che prendono voce sul palco sono una calamita per il cuore e per la mente. Guardare negli occhi persone che sono state spinte prima al bene e poi a ideare imprese o all’incontrario che hanno deciso di trasformare in bene ciò che la vita aveva loro regalato, è un segno. Dalle loro esperienze prende forma l’idea di questo libro che nasce “dopo una serie di incontri perché poi sono gli incontri che fanno la vita – racconta Safiria - In occasione del decimo anniversario del Premio Imprenditori per il Bene Comune avevo scherzato sulla possibilità di fare una raccolta di storie così significative”. Un frangente di secondo, il tempo di dirlo, e quell’idea prende forma nelle menti di chi l’ascolta. “Lo avevo proposto io, è vero, ma non ero sicura di prendermi la responsabilità di questo scritto” perché il tempo tra la vita personale e professionale è poco e perché il bene non fa notizia. Poi però accade qualcosa. Monsignor Vincenzi prende il treno, scende nella città di Safiria, la invita a bere un caffè e seduti al tavolo di un bar tira fuori il suo pc e le dice che aveva segnato delle storie da cui partire e che se c’era una persona che poteva fare quel libro era lei. “Don Adriano questo libro non ha potuto leggerlo ma ha lasciato in me un germoglio fecondo che ha preso vita” ammette Safiria ricordando il padre fondatore del Festival. E senza accorgersene in sei settimane la giornalista si trova a fare dieci viaggi da Bolzano a Palermo. Incontra persone, visita aziende, raccoglie testimonianze che scrive durante gli spostamenti in treno e nelle ore notturne.

“Ho deciso di scrivere questo libro perché c’è una parte di mondo che opera già un’economia di progresso, sostenibile e di comunione – dice Safiria - e questo messaggio non possiamo tacerlo. Deve arrivare, deve arrivare a tutti, perché fare bene non è qualcosa da perdenti, è un modo di lavorare che cambia prospettiva ma crea valore rispettando”.

Il libro La ricchezza del bene. Storie di imprenditori fra anima e business racconta di multinazionali e imprese che hanno creato un’economia virtuosa vincendo la scommessa che si può fare del bene producendo ricchezza. Racconta modelli equi a cui ispirarsi e guide aziendali che prima di dettare regole hanno stretto patti silenziosi con i dipendenti e con le comunità. Aziende che fatturano, pagano tasse, commercializzano e fanno i conti con la realtà, una realtà come quella attuale da cui non si nascondono ma che, sottovoce, aiutano con donazioni, contratti di garanzia per i dipendenti, tutele per la cittadinanza.

Il libro, che doveva essere presentato proprio durante l’Economy of Francesco, racconta di quel nuovo stile economico che anche il Papa invita a realizzare. Un modello in cui tutti diventano protagonisti facendosi carico di impegni individuali che sommati danno voce a un nuovo umanesimo.


Il Granello che compone mosaici di vita

La storia del Granello è una storia che non si arresta e che corre alla velocità del tempo che vola anche in questo frangente in cui è impossibile vedersi. “Qui tutto è stato chiuso già da fine febbraio – racconta Cristina Dall’Asta educatrice – ma noi abbiamo pensato da subito a come mantenere vivo il contatto con le persone perché chi ha disabilità cognitive corre rischi seri di apatia, abbattimento, agitazione incontrollata. Lavorare con chi ha un disturbo cognitivo significa dedicare tempo, giorni e mesi per raggiungere obiettivi anche semplici ma che per loro sono veri traguardi. E basta un niente per spazzare via tutto”.

Piattaforme web, videochiamate, telefonate singole e poi di gruppo. La cooperativa il Granello continua ad essere la casa, il luogo di incontro-scambio-crescita che in Lombardia è diventata un punto di riferimento per accompagnare nelle fragilità della vita.

Era partito tutto da una chiacchiera con il prete trent’anni fa ormai e si è trasformato in un’idea condivisa da cinque amici per non lasciare indietro nessuno e integrare i soggetti più deboli nella vita del paese” racconta Vittorio Borghi presidente della cooperativa. Si strutturano a Cislago con il primo spazio lavoro e la tipografia che tutt’oggi, seppur modificata, è operativa. Come ogni organizzazione anche il Granello ha le sue peculiarità. “La prima è che non ci fermiamo mai - testimonia Vittorio – dalla nostra apertura sono cambiate tante cose ma il nostro sguardo al bisogno è sempre rimasto vigile. Per questo quando abbiamo capito che lo spazio lavoro andava bene solo per determinate tipologie di disabilità ci siamo chiesti cosa potevamo fare perché era assurdo rinchiudere le persone nelle strutture ad alta protezione. Abbiamo deciso di integrare la parte lavorativa con quella educativa per creare un percorso dolce che alleni all’autonomia”.

Il Servizio Formazione Autonomia dura cinque anni e si struttura con attività educative e laboratori lavoro. “Questo periodo è prezioso per i ragazzi perché possono sperimentare e crescere ma lo è anche per noi perché riusciamo a comprendere capacità e limiti della persona aiutandola così a costruire un progetto di vita adatto alle proprie potenzialità” esplicita Cristina Dall’Asta coordinatrice di uno dei centri.

“Si sa che avere un lavoro permette di avere anche un ruolo sociale – ricorda Vittorio – ma ci possono essere compromissioni cognitive che rendono complesso questo passaggio per cui abbiamo ideato altre possibilità perché tutti meritano di avere quel ruolo”.

I beneficiari del Granello hanno quindi diverse opportunità: lavorare nello spazio lavoro, allenarsi negli SFA, crescere nel Centro Servizio Educativo o entrare nel mercato del lavoro vero e proprio.

La struttura del Granello è articolata e diversificata perché non esistono attività fisse. I servizi e i laboratori cambiano sempre e sono definiti in base alle competenze del singolo o del gruppo. Persino l’attività lavorativa non è sempre uguale perché assemblano per conto terzi e questo consente alla cooperativa di movimentare le giornate e di non creare routine noiose per il personale. “Dagli astucci agli orsetti Trudi, dai cofanetti ai cesti regalo, ogni lavorazione implica formazione e nuove conoscenze che si trasmettono alle persone” dice Vittorio. Una strategia che si è dimostrata vincente perché negli anni la cooperativa ha attivato spazio lavoro, 4 Servizi Formazione Autonomia, 4 Centri Servizi Educativi dislocandosi oltre a Cislago anche a Fagnano Olona, Branzate, Saronno, Marnate.

“L’altra nostra caratteristica è che non diciamo mai no – confessa Vittorio – e quando qualcosa di bello si può fare lo facciamo. Per questo abbiamo avviato la casa famiglia “Gemma e Vittorio”, ci dedichiamo alla “Palestra di vita indipendente” facendo vivere in appartamenti speciali i ragazzi che si allenano alla vita autonoma che avranno un giorno. Ma abbiamo anche aperto uno “Spazio in Famiglia” per rispondere alle esigenze della famiglia con o senza persone con disabilità attraverso consulenze psicologiche, pedagogiche, nutrizionali, osteopatiche e legali e abbiamo accompagnato la nascita dell’associazione dei genitori del Granello. Abbiamo creato laboratori con le scuole per parlare di disabilità che ci consentono di includere e migliorare le conoscenze, siamo in rete nei territori con le spese solidali e adesso stiamo immaginando una nuova comunità collegata ad una fattoria sociale”.

Un mosaico di servizi che occupa 50 dipendenti e che raggiunge 200 persone intenzionato a fare sempre di più affinchè ognuno possa trasformare in un capolavoro la propria vita.


I nonni porti sicuri e ponti di relazione

Quando nasce un bambino, quando i figli diventano adolescenti o quando muore un genitore succede qualcosa all’interno della famiglia. Sono solo alcuni di quei momenti in cui i ruoli cambiano, le figure di riferimento mutano, i rapporti non sono più quelli di prima. Alcune famiglie affrontano tutto con disinvoltura e si adattano alle trasformazioni. Altre, tante e sempre di più, non ce la fanno. Mogli e mariti, madri e padri, figli e genitori, donne e uomini che entrano in conflitti aperti o silenziosi, strappando ciò che li legava e sostituendo i fili dell’unione con varchi di distanza. Famiglie che si sentono sole e inermi. Ma che sole e inermi in realtà non sono. Per loro infatti è nata una decina di anni fa l’Associazione Colle per la famiglia che nelle fragilità diventa un appiglio sicuro per non cadere ma per rialzarsi e continuare. All’Oasi di San Giacomo a Lavagno i bisogni individuali e di coppia trovano accompagnamento in attività individuali o di gruppo che l’equipe multidisciplinare composta da psicologici, psicoterapeuti, mediatori familiari, medici e avvocati hanno strutturato per occuparsi della famiglia in tutte le sue sfaccettature.

Agire nel bisogno e prevenire situazioni che possono compromettere la serenità, con questo obiettivo ogni anno l’Associazione incontra più di centrotrenta persone che nella sofferenza scelgono di guardarsi dentro e provare a ricostruire sé stessi e le relazioni che nutrono.

Durante gli incontri delle coppie separate e divorziate, gli operatori hanno riscontrato un nuovo bisogno. Una figura, nella famiglia, lasciata sempre ai margini ma che con la separazione deve confrontarsi e prendere le sue misure, quella dei nonni. “I nonni di oggi – ci racconta Maria Grazia Rodella coordinatrice del centro ascolto - compatibilmente al loro stato di salute sono molto attivi e presenti: tengono tanto i nipoti e aiutano i figli come possono. Anche loro subiscono le conseguenze della separazione dei figli. Si sentono frastornati e confusi, non sanno come comportarsi e non hanno punti di riferimento perché stanno affrontando situazioni che nella loro generazione erano rare”. I nonni entrano a far parte di dinamiche familiari complesse in cui non si sentono adatti. “Si chiedono continuamente come sia giusto comportarsi. Come comportarsi con i nipoti? Come con l’ex nuora o genero? Cosa dire, come dirlo e cosa fare? E quando arriva un nuovo compagno la situazione diventa ancora più delicata” testimonia Maria Grazia. I nonni si trovano a gestire una sofferenza a loro sconosciuta e devono fare i conti con la complessità emotiva personale e con quella dei loro cari.

A loro gli operatori hanno dedicato il progetto Sulle ali di Pegaso un’iniziativa suddivisa in due ambiti: “Radici e ali” e “La memoria del cuore”: il primo focalizzato sulla cura e il secondo sulla prevenzione. “Per l’attività di cura abbiamo strutturato gruppi di condivisione che aiutano a confrontare le esperienze, maturare nuove consapevolezze e nuovi stili di comportamento – racconta la professionista – mentre per la prevenzione abbiamo stretto delle collaborazioni con alcuni istituti scolastici ed attivato laboratori nelle scuole, come la lettura delle fiabe, il recupero delle storie ricordate dai nonni stessi, l’uscita nonno-nipote alla fiera cavalli”. I cavalli sono infatti animali importanti nelle terapie perché diventano dei facilitatori nelle relazioni tra i nonni e nipoti.

Durante questi primi anni di attività gli otto professionisti dell’Associazione, affiancati da due docenti universitarie, hanno incontrato circa quattrocento persone e hanno ottenuto risultati molto positivi. “Gli incontri di gruppo portano a diminuire la rabbia e l’aggressività, insieme si trovano nuove soluzioni e si riesce ad affrontare la dinamica familiare con più serenità – afferma Maria Grazia – Nelle scuole i risultati sono stati così apprezzati da immaginare nuovi servizi in cui i nonni siano protagonisti”.

Attraverso questo progetto i nonni possono tornare ad essere figure positive e portatrici di pace nella famiglia. Dei porti sicuri e ponti di relazione, come loro stessi scrivono: “Caro nipote, il cuore dei nonni è molto grande, lo puoi riempire di tutti i tuoi problemi. Devi sapere che quando nella tua vita ci sarà un attimo di buio, io non permetterò che questo ti spaventi e sarò per te torcia, luce e fiamma perché tu per me vali…”


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