Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale

Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale

Fondazione Progetto Mirasole nasce nel 2016 da un gruppo di soci fondatori impegnati da tempo nel Terzo Settore nell’ambito dell’accoglienza abitativa e della somministrazione di pasti caldi ai senza fissa dimora.

“L’esperienza maturata sul campo aveva permesso di comprendere che in questa catena di bene mancava un pezzo: l’inserimento lavorativo” racconta Sara Dongiovanni, referente della Comunicazione e fundraising dell’ente. Il territorio reclamava l’importanza e l’urgenza di sviluppare opportunità di inserimento lavorativo per persone in situazione di vulnerabilità sociale, ma come farlo?

 

L’Abbazia di Mirasole

Nel piccolo paese di Opera, in provincia di Milano, esisteva un’Abbazia dimenticata dal tempo, “un fantasma alla fine di una pista ciclabile” ricorda Sara. Progetto Mirasole partecipa così ad un bando per la gestione giornaliera e notturna del bene architettonico e passa dal sogno alla creazione di veri obiettivi.

 

La Fondazione ha avviato un progetto di recupero dell’Abbazia, trasformando un luogo decadente in un centro accogliente con spazi aperti e ricchi di vita. Ha avviato un processo che non si è più fermato, dando una seconda possibilità all’Abbazia e offrendo un’opportunità per chi più fragile”.

 

I protagonisti di Progetto Mirasole

“Per destino si può nascere in un’area di mondo felice e fortunata o in una più complessa e articolata. Con Progetto Mirasole volevamo creare un luogo dove tutti potessero trovare gli strumenti utili per cambiare, per avere diritto di vivere la vita con la dignità che spetta ad ogni essere umano” riferisce Sara.

Per questo l’impresa sociale opera sul territorio innescando sinergie e reti: servizi sociali, comuni limitrofi, organizzazioni del Terzo Settore e 30 imprese. L’attenzione rivolta alla comunità permette in poco tempo di raggiungere cittadini italiani in fragilità economica a causa dell’uscita dal mondo del lavoro e difficilmente ricollocabili; persone in reinserimento sociale dopo la detenzione e migranti. “Abbiamo un ventaglio ampio di beneficiari, dai giovanissimi alle persone mature, siamo tanti e tutti diversi e questa è la nostra bellezza perché non si finisce mai di imparare l’uno dell’altro, di riscoprirsi senza pregiudizi con lo spirito della vera accoglienza”.

Oggi l’impresa sociale occupa 71 dipendenti, di cui 19 provenienti da situazioni di svantaggio sociale.

 

 

I servizi occupazionali di Progetto Mirasole

Per rispondere agli obiettivi di partenza, Progetto Mirasole fonda il primo laboratorio di cottura con una cucina industriale che oggi fornisce 6 mila pasti giornalieri ad enti operanti nel Terzo Settore. Ha poi avviato un ramo di manutenzione e sanificazione di aree interne ed esterne, occupa personale nell’Abbazia per l’attività di ristorazione, organizzazione d’eventi, accoglienza, laboratori didattici.

Il nostro obiettivo? Creare una comunità alla pari senza discriminazioni. E infatti il nostro è un ambiente composito, ricco di culture, esperienze e provenienze dove si inizia un percorso che apre possibilità per inserimenti in altre aziende!” afferma Sara.

 

Caratteristiche di Progetto Mirasole

Dinamismo, resilienza, flessibilità e adattamento sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono questa organizzazione. La risposta del territorio racconta il primo successo di Progetto Mirasole. “Viviamo in una cittadina in cui la chiusura politica aveva radicato un pensiero. All’inizio la gente veniva per curiosità, perché l’Abbazia aveva aperto le porte. Ma quando hanno visto che oltre alla bellezza c’è un cuore sociale, la curiosità si è trasformata in fiducia e oggi costruiamo risposte grazie anche alla collaborazione comunitaria che abbiamo generato!”

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Fabrizia rondelli autismo

Nel vuoto impari a volare: Fabrizia e il suo impegno per l'autismo

Fabrizia lo sa che un figlio le cambierà la vita…glielo ripetono tutti! Però lei è una donna ed è pronta a fare questo salto nel vuoto. E nel vuoto Fabrizia impara a volare.

Da bambina Fabrizia sogna cosa farà da grande: la veterinaria che gira le fattorie per curare animali feriti. C’è qualcosa nella cura della fragilità che la incuriosisce ma Fabrizia vive a Milano e la vita di città non è quella poetica dei libri… con i sogni non si trova lavoro.

“Studia lingue!” le consiglia sua madre. E lei lo fa chiedendosi però il perché. La sua vocazione è un’altra e se ne accorge quando tocca legno, sassi, creta e telai… Nel contatto con la materia Fabrizia riscopre sé stessa e comunica con i materiali pensando che non sono poi così diversi dalle persone.

C’è chi è più flessibile e chi più scontroso. Chi è morbido e chi marmoreo. Chi avvicina e chi è resistente… Fabrizia vende le sue creazioni come ogni artigiano. Ma lei non è un’artigiana qualsiasi, Fabrizia è un’artigiana della relazione. Solo che le ci vogliono anni per comprenderlo!

Ci vuole un figlio e una diagnosi. “Il piccolo è autisticole dicono.

Autistico si ripete Fabrizia. E quindi? Si trova sola in una società che la lascia alla sua buona fortuna. È difficile capire dall’esterno: nel 2000 di autismo si parla ancora poco e non ci sono risposte per le famiglie. Solo vuoto.

Eppure Fabrizia osserva suo figlio e continua a pensare È solo un bambino e lei, come ogni altro genitore, desidera dargli un’unica cosa: futuro! Ha solo due scelte e lo sa, adeguarsi e accettare una vita di emarginazione oppure inventarsi qualcosa per lui.

Molla il lavoro, si iscrive all’Università e cambia vita. La sua e poi quella degli altri!

Diventa una pellegrina alla ricerca di spazi per proseguire nell’unica attività che suo figlio ama fare: tessere con la sua insegnante. Passa il tempo e una stanza non basta più: “Ho un bambino che ha dei disturbi…” “Siamo in difficoltà, non sappiamo come approcciarci” le dicono. Fabrizia affitta altre stanze, incontra le persone giuste e prende una decisione.

Fonda L’Ortica, un’associazione che a Milano e Pavia vuole essere la risposta alla solitudine di persone non comprese, spesso bullizzate o derise, senza amici, figlie di genitori che non sorridono al futuro pensando “Un giorno sarà grande e io diventerò nonno!” bensì di chi si chiede “Adesso cosa faccio?”. Fabrizia lo sa, la disabilità conta sulla creatività di chi non si arrende mai.

Il limite diventa una risorsa, cambia il pensiero e trasforma Fabrizia. Anima le sue abilità imprenditoriali che insieme a quelle educative e artigiane sviluppano opportunità. All’interno dell’associazione Fabrizia trova un nuovo equilibrio fatto di silenzi e parole, di presenza e tentativi.

Dei 20 ragazzi accompagnati nessuno è uguale all’altro e tutti le chiedono di dare il meglio di sé. Stancante? A volte. Ma Fabrizia adesso non è sola. Ha la sua famiglia, i suoi collaboratori e quei ragazzi che quando lei ha una “giornata no” la guardano e sorridono. In quei visi luminosi Fabrizia si rincuora perché ce l’ha fatta. Nel buio del vuoto ha acceso una lampada per illuminare il cammino di altri!

Lei è Fabrizia. Una donna che fa la differenza.

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ZeroPerCento: la bottega etica che fa bene a tutti

ZeroPerCento: la bottega etica che fa bene a tutti

ZeroPerCento è la bottega di quartiere che vorresti sotto casa. Prodotti freschi, a chilometro zero e ad alto impatto sociale trovano spazio negli scaffali gestiti da persone con disabilità intellettiva. A Milano si acquista sostenibile e si promuove il valore del lavoro dignitoso per tutti.

È il 2015 quando a Teresa Scorza nasce un’idea: creare un progetto concreto per favorire l’occupazione. Con la sua Laurea in Economia e l’esperienza maturata nel lavoro aziendale e nel Terzo Settore, Teresa sa che da sole le idee non bastano. “Volevo creare un negozio di vicinato ma io di punti vendita non sapevo niente e dovevo capire come rendere sostenibile il mio pensiero!” racconta. Così Teresa muove i primi passi. Racconta la sua idea, trova le prime compagne d’avventura e partecipa ad un programma di accelleration arrivando a costituire la cooperativa Namastè e il progetto ZeroPerCento. In pochi anni la bottega capisce come diventare una presenza territoriale aprendo 2 negozi e contando su 150 produttori. Ma affronta anche le sfide pandemiche aprendo 1 canale online e differenziando il lavoro attraverso la realizzazione di catering e coffee break aziendali.

ZeroPerCento prima dell’essere bottega

Una bottega di quartiere che vende prodotti solidali, ad alto impatto sociale, creando percorsi di inclusione professionale per persone con disabilità intellettiva. Sulla carta ZeroPerCento ha tutte le qualità per diventare un punto di riferimento locale. Ma la realtà è più complessa di una presentazione e il primo spazio a canone calmierato dove alzare la saracinesca, ZeroPerCento lo trova nel 2016 vincendo un bando del comune di Milano. Peccato che il negozio è a Milano Nord, in un quartiere di case popolari, dove regna il degrado, lo spaccio e la diffidenza.

 “La nostra prima sfida è stata aprire un negozio in un quartiere in cui nessuno apriva attività da 14 anni e dove i redditi delle persone non avrebbero permesso loro di acquistare i nostri prodotti. Abbiamo capito fin da subito il segreto per fare impresa sociale: mai arrendersi!”.

Lo spirito di Teresa è condiviso tra i soci della cooperativa che, senza soldi, scelgono di promuoversi partendo da un semplice principio: portare il bello tra quelle vie della città. Colorano le saracinesche, danno vita a biblioteche a cielo aperto, portano rastrelliere per bici, piantano fiori, fanno rete con le realtà locali e con il loro banchetto partecipano a tutte le iniziative dei quartieri limitrofi.

ZeroPerCento la bottega inclusiva

La bottega rappresenta una palestra lavorativa a cui i servizi sociali, i centri per l’impiego e le associazioni di zona segnalano persone con disabilità intellettiva per lavorare sullo sviluppo di competenze che arricchiscano la persona e le consentano di trovare occupazione. “Attiviamo percorsi professionali per 10-12 persone l’anno che durano almeno 6 mesi” racconta Teresa. Si costruisce un percorso adatto alle persone: chi alla vendita, chi nella gestione del locale, chi in back office. “Insieme scriviamo il cv, monitoriamo quanti ne inviano alla settimana, forniamo metodi e strumenti per capire come cercare un lavoro e prepariamo ai colloqui” racconta Teresa. Ma il supporto prosegue anche quando la persona trova collazione in azienda attraverso follow up e accompagnamento a distanza. “Per sensibilizzare al tema lavoro-disabilità abbiamo scelto di lavorare in sinergia con le aziende: loro ci chiedono di formare le persone per alcune mansioni e noi le prepariamo!”.

ZeroperCento la bottega etica e sostenibile

All’interno dei punti vendita e sul canale e-commerce è possibile acquistare prodotti stagionali ad alto impatto sociale perché per scelta più del 50% dei prodotti proviene da realtà del Terzo Settore che promuovono l’inclusione lavorativa e valorizzano il lavoro delle persone. “Il prezzo è un prezzo equo perché riconosce la manodopera che ci sta dietro” afferma Teresa.  Prodotti etici e sostenibili perché la bottega favorisce lo sfuso e la riduzione del packaging sensibilizzando i consumatori ad acquistare ciò di cui hanno bisogno senza produrre sprechi. 

E il futuro?

“Ricordo quando all’inizio arrivavano i clienti nel nostro primo negozio e dicevano Chi è il pazzo che ha deciso di aprire qui? Ma poi accadeva una cosa strana. I clienti iniziavano a sentirsi responsabili del progetto e delle loro persone” racconta Teresa. Come se ZeroperCento fosse un seme di sostenibilità, bellezza e bontà di cui tutti vogliono prendersi cura e che la cooperativa condivide per costruire un futuro sostenibile per tutti!

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Accessibility days: la tecnologia come strumento di inclusione

Accessibility days: la tecnologia come strumento di inclusione

Torna a Milano l’Accessibility Days l’evento organizzato il 20-21 maggio per sensibilizzare, formare e scambiare esperienze di accessibilità e inclusione attraverso l’uso della tecnologia.

Viviamo in un mondo che è pervaso dalla tecnologia. Prenotare il biglietto per un concerto, partecipare a corsi formativi, svolgere attività lavorative. Tutto è digitalizzato. Ma la tecnologia raggiunge davvero tutti gli utenti? “Era il 2004 quando partecipai ad Amsterdam ad un evento per sviluppatori – racconta Andrea Saltarello, sviluppatore software membro di Accessibility Days - Ricordo che l’organizzatore fece salire sul palco un non vedente. Non fece altro che usare uno screen reader navigando sui siti web per condividere la sua esperienza quotidiana di navigare online. Fu un pugno nello stomaco. Mi resi conto di quanto io come sviluppatore non avessi tenuto in considerazione questo tipo di bisogno…”.

L'Accessibility Days

Era il 2016 quando Andrea incontrò Stefano Ottaviani e Sauro Cesaretti. Volevano organizzare un evento per sviluppatori con l’obiettivo di parlare di tecnologie e accessibilità. L’Accessibility Days nasce così: da un bisogno, un incontro, una community di programmatori affezionati alle iniziative proposte fin dal 2001 da UGIdotNET, la prima associazione fondata da Andrea. Da allora l’Accessibility Days è diventato un appuntamento annuale dedicato a sviluppatori, designer, maker, editori di contenuti ma anche a docenti, imprenditori e privati.

La tecnologia come strumento di inclusione

Quando si parla di disabilità sembra entrare in un codice binario classificatorio: ce l’hai o non ce l’hai. Eppure la disabilità riguarda tutti perché ne esistono molteplici forme. Quella temporanea e quella permanente. Quella intellettiva, visiva, uditiva, motoria, fisica e ciascuna tipologia include singole specificità. “Come sviluppatore di software credo che sia un nostro dovere includere la disabilità nella programmazione tecnologica. Considerare le esigenze di un utente diversamente abile permette di dare forma a tecnologie che abilitano le persone contrastando le problematiche quotidiane” ammette Andrea.

Così dagli Accessibility Days è nata un’associazione che porta lo stesso nome e che vuole informare, formare, progettare perché “se riusciamo a dimostrare la possibilità di essere inclusivi in quello che si produce e si fa, possiamo creare i presupposti per cui ci saranno le stesse opportunità scolastiche e le singole persone potranno sviluppare competenze professionali da spendere in un contesto lavorativo preparato”.

L'obiettivo dell'Accessibility Days

“Mio padre è diventato sordo improvvisamente a causa di un’otite fulminante. Il giorno prima sentiva, poi non ci ha sentito più. Erano gli anni’70 e ancora non si dava attenzione al tema. A lui sono state precluse una moltitudine di attività mentre oggi la tecnologia rappresenta un piccolo miracolo perché attraverso di essa possiamo raggiungere scopi più alti: possiamo contrastare le problematiche che rendono inaccessibile la quotidianità” afferma Andrea.

L’Accessibility Days diventa quindi un luogo di incontro, confronto e interazione per parlare di accessibilità e inclusione per la scuola, il lavoro, il tempo libero e il divertimento affinchè la tecnologia diventi uno strumento utile a favorire pari opportunità tra le persone indipendentemente dalle condizioni di partenza e dell’ambito di applicazione.

Il programma dell'Accessibility Days

Il 20-21 maggio l’Istituto dei Ciechi di Milano ospita la sesta edizione dell’evento. La partecipazione è gratuita previa iscrizione online. Nei due giorni sono attive 6 track simultanee, 50 sessioni tecniche e 10 workshop pratici. Dopo due anni di pandemia, quest’anno l’evento torna in presenza consentendo ai partecipanti di vivere appieno il tema grazie a momenti esperienziali che da un lato danno concretezza alle parole e dall’altro fanno sperimentare sulla propria pelle la difficoltà che vivono quotidianamente le persone con disabilità.

Ti interessano iniziative come questa? Resta collegato con noi in attesa di sapere cosa accadrà il 27 maggio!


Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero

Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero...

La rubrica “Giovani Speranze” si arricchisce con la storia di Claudio Vitale, 27enne, responsabile organizzativo e del personale di Una casa anche per te, che nella vita ha deciso di prendere alla lettera l’invito di Papa Giovanni Paolo II “Giovani, prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!”

Da bambino mi vedevo in giacca e cravatta. Sognavo di diventare un manager. Chissà poi cosa mi immaginavo facesse un manager. Mi piaceva l’idea di essere elegante, di scendere dalla mia nuova e scintillante macchinona, di avere un ufficio galattico. E invece…

Eccomi qui con carte da visionare, conti da controllare, progetti da creare. Con le scarpe comode e l’agenda stracolma di appuntamenti perché per ogni bambino e ragazzo che vive in casa d’accoglienza si moltiplicano bisogni, impegni e appuntamenti. Quindi corro!

Non è stata una scelta facile. Perché non è facile farsi scivolare addosso le aspettative sociali. Guadagnare bene, essere figo, avere successo, diventare importante…ma importante per chi? Quando giro la sedia della scrivania e vedo il disegno che mi ha fatto Luisa comprendo. “Ti voglio bene, per sempre!” mi ha scritto. Lei che è solo una bambina ma sa già cosa conta davvero!

Il tempo, la presenza, il fare con e per gli altri. Una casa anche per te è un micro-cosmo. Un po’ perché i ragazzi sono italiani ma anche africani e arabi. Un po’ perché ci sono più culture, religioni, usanze. Un po’ perché i più piccoli vanno elementari e i più grandi sono poco più che maggiorenni. 

Arrivano dai barconi o dalla tratta dei Balcani. Da soli. Arrivano dai tribunali che li hanno allontanati dalle famiglie d’origine italiane per proteggerli. Hanno fame di riscatto, di dare aiuto, di diventare qualcuno. E io penso alla frase di Papa Giovanni Prendi in mano la tua vita e fanne un capolavoro…

L’ho capito dopo 3 anni di Economia che non mi basta la sterilità dei numeri. Io avevo bisogno di stare con le persone. Di creare per dare futuro. Da volontario ho imparato che quando dai cresci sempre insieme all’altro. Così mi sono lanciato negli studi di cooperazione internazionale. Volevo partire ma poi…

È la vita che ti chiama! A me ha bussato la porta e mi ha fatto conoscere questa realtà. Che è una casa di accoglienza ma anche un luogo di crescita e di lavoro per i ragazzi. Qui ho sentito che c’era tutto il mondo di cui avevo bisogno e che io sarei potuto essere un pezzo di mondo per loro. Così mi sono fermato.

Solo geograficamente però! Perché ogni giorno è una nuova avventura! Imparo, progetto, metto in gioco me stesso perché la vita dei minori che incontro si trasformi in un capolavoro. Sai quando ti chiedono “Che lavoro fai?”. Ecco, bene bene non so cosa dovrei scrivere nel mio cv. Ma sai quale è la verità?

Per ora non mi importa…

Sono nel luogo giusto che mi chiede di essere Claudio prima di tutto!

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Genera Onlus

Generatori di comunità: insieme per non lasciare soli anziani e famiglie

In Italia sono oltre 7 milioni le persone che si prendono cura di familiari, anziani e malati. Di fronte alle evoluzioni sociali, le reti familiari sono sempre più in difficoltà a gestire l’impegno dell’assistenza ai propri cari. Come cambiano le risposte di fronte ai bisogni educativi, sanitari, assistenziali e residenziali delle persone?

“Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino e tanti bambini cresciuti per prendersi cura di un intero villaggio” è questa la visione che caratterizza Genera Onlus a Milano, l’impresa sociale nata dall’unione di due storiche cooperative operanti nel mondo minori e anziani. Fortemente orientata al senso di comunità, la cooperativa si sviluppa per prendersi cura insieme l’uno dell’altro, aiutando chi è più fragile, chi affronta una malattia, chi necessita di accompagnamento.

Per questo Genera Onlus risponde e tre grandi categorie di bisogno:

  • Infanzia e minori, per creare opportunità di crescita e sostegno alla genitorialità. Ha attivato servizi rivolti alla prima infanzia con la gestione di nidi e scuole materne; servizi educativi scolastici e domiciliari; servizi di supporto alla famiglia. Delle oltre 280 persone occupate, il 65% dei lavoratori è afferente a questo ramo della cooperativa.
  • Anziani, per salvaguardarne l’autonomia e prendersi cura del decadimento cognitivo. La cooperativa ha sviluppato assistenza domiciliare, comunità alloggio per anziani autosufficienti, il primo Villaggio Alzheimer di Milano, il primo servizio di assistenza integrato da remoto.
  • Residenzialità, per abitare luoghi che generano futuro. Genera Onlus ha aperto le porte a persone e famiglie che vivono il problema dell’emergenza abitativa creando luoghi di accoglienza e intergenerazionalità.

Generare Comunità

“Viviamo in un contesto storico in cui le persone tendono ad isolarsi di più e risentono delle conseguenze della solitudine, percepita o reale. Diverse ricerche hanno dimostrato come la solitudine acceleri il deterioramento cognitivo. Vivere in un contesto fatto di relazioni ma non istituzionalizzato permette agli anziani di sentirsi protetti ma ancora capaci” racconta Andrea Coden, responsabile area anziani della cooperativa. Per questo la cooperativa ha studiato, sperimentato e operato nuovi modelli di residenzialità che creano una soluzione abitativa protetta per anziani, nuclei familiari e persone in difficoltà abitativa.

A livello demografico i dati dicono che entro il 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 65 anni. “Ripensare ai servizi è una necessità! Il modello attuale è insostenibile per le famiglie sia a livello economico che sociale. Abbiamo bisogno di creare ambienti in grado di far sentire le persone vive, lavorando sulle autonomie, sulle competenze, sull’utilità sociale che ancora possono avere nel mondo” afferma Andrea.

Generare spazi di cura

Pioniera di servizi generativi, la cooperativa lavora in rete per offrire un servizio completo alla comunità. Ne è un esempio il primo Villaggio Alzheimer di Milano, Piazza Grace, nato da una visione relazionale e non assistenziale in cui la persona con Alzheimer trae beneficio dal vivere in un contesto che accoglie diverse generazioni. “È un progetto sperimentale creato insieme alla regione Lombardia. Può ospitare 10 anziani affetti da demenza lieve o moderata in appartamenti che affacciano su grandi spazi comuni, in ambienti concepiti come habitat terapeutici continui, in un contesto ricco di attività commerciali e relazionali” spiega Andrea. Una visione extra-ordinaria per prendersi cura delle persone valorizzando al contempo luoghi, spazi e comunità.

Insieme al Villaggio anche i due centri integrati puntano a recuperare il valore della persona, la sua memoria, le sue abilità affinchè gli anziani possano continuare a manifestare le loro capacità. Negli anni l’approccio sperimentato ha prodotto effetti stupefacenti. “Quest’estate abbiamo inaugurato Cascina Grace, una Foresteria per anziani in campagna, luogo ideale in cui trascorrere un po’ di vacanza in tutta sicurezza e con l’assistenza adeguata. C’era un signore che mesi prima aveva avuto un’ischemia. Dopo soli tre giorni ha abbandonato il girello, parlava, giocava a carte…era tornato l’uomo che era prima dell’attacco celebrale!” ricorda Andrea.

Generare innovazione

Genera Onlus è un’impresa sociale che non si ferma mai. Durante il primo lockdown la cooperativa ha attivato anche Smart4Alzheimer un sistema di presa in carico sia da remoto che a domicilio della persona anziana. Un modello integrato di innovazione tecnologica, gestione del bisogno e cura. “In un periodo in cui tutto sembrava fermarsi fuorchè le difficoltà personali e familiari, questa iniziativa ci ha permesso di valutare a distanza la situazione neurologica del paziente attivando servizi di riabilitazione da remoto e a domicilio” spiega Andrea. A distanza di tempo, il servizio, consente all’hinterland milanese di non lasciare un malato (e la sua famiglia) da solo ma di avere assistenza personalizzata e presa in carico delle cure necessarie entro 48h dal primo contatto.

Praticità, innovazione e lungimiranza. Con questo approccio la cooperativa accompagna oltre 420 famiglie, 400 anziani, quasi 800 persone in difficoltà e guarda al futuro!

Puoi scoprire altre esperienze. Come Oltre quella sedia, impegnata per favorire l'inclusione sociale


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