Rubrica Sguardi Inclusivi: il quarto film che ti consigliamo è...
“Vivere il momento. È tutto quello che posso fare".
Still Alice è un film di Richard Glatzer e Wash Wstmoreland del 2014, tratto dall’omonimo romanzo di Lisa Genova, scrittrice e neuroscienziata specializzata nello studio del cervello e delle sue patologie.
Un racconto privo di patetismo o esibizionismo, che propone allo spettatore il percorso emozionale di un malato di Alzheimer e della sua famiglia.
In questo film non ci sono sconti, il dolore muto e ingrato dell'Alzheimer si sente sulla pelle. Ma c’è anche un messaggio di speranza: esistono percorsi irriducibili, resilienti circuiti invisibili delle emozioni che, anche quando tutto è svanito, ci tengono uniti alle persone che amiamo.
Il contenuto del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Alice è un’affermata professoressa universitaria di linguistica, moglie e madre di tre figli. La sua è una vita serena, fino a quando alcuni episodi stranianti le segnalano che qualcosa non va. Una parola dimenticata, la sensazione di perdersi e non sapere più dove si è…. Poi la diagnosi. Alzheimer precoce. Alice, il pilastro della famiglia, si scopre fragile, ma decide di non arrendersi alla crudeltà della patologia. Trova piccoli escamotage per beffare la sua memoria non più affidabile: post it per ricordare, evidenziare le frasi già lette durante un discorso pubblico per non ripeterle, programmare allert con il telefonino.... La rapida evoluzione della malattia trascina nell’oblio tracce di questa donna straordinaria. Un decorso a cui il marito non riesce ad assistere. Ad accompagnarla saranno i figli, in particolare una, Lydia, che rientra dalla California per stare con la madre e vivere fino alla fine il loro legame.
Perché vi consigliamo questo film?
Perché parla di resilienza, di cura, di accettazione del limite e di quei circuiti emozionali che ci legano tra esseri umani anche nella malattia, quando non ci sono più riferimenti e ruoli, ma resta solo l’amore.
L’Alzheimer: caratteristiche e dati
L’Alzheimer è una malattia che determina un progressivo declino delle facoltà cognitive. Le cause di questa malattia non sono ancora note e non è guaribile. Solitamente si presenta dopo i 65 anni, ma può avere anche esordi precoci.
Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità:
- 55 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza
- Entro il 2030 si prevede saranno 78 milioni
In Italia:
- 1.100.000 persone soffrono di demenza
- Di queste circa 650.00 sono malati di Alzheimer
- I nuovi malati di demenza sono circa 150 mila l’anno, di cui 70 mila presentano il morbo di Alzheimer
- 3 milioni sono le persone coinvolte nell’assistenza, soprattutto donne
Un paziente con demenza, in Italia costa circa 70.587,00 euro, considerando la spesa a carico del Servizio Sanitario Nazionale e i costi indiretti (in particolare gli oneri di assistenza che pesano sui caregiver). Il costo è complessivamente di oltre 15 miliardi di euro, di cui il 70-80% è a carico delle famiglie.
La risposta delle Istituzioni
Nel 2022 in Italia sono state avviate le attività previste dal Fondo per l’Alzheimer e Demenze: uno stanziamento di oltre 14 milioni per le Regioni e circa 1 milione per l’Istituto Superiore di Sanità, per la realizzazione di piani triennali (2021-2023) orientati al perseguimento degli obiettivi del Piano Nazionale delle Demenze (PND). Interventi di prevenzione, diagnosi e trattamento per il miglioramento della presa in carico delle persone con demenza.
Anche nell’ultimo G7, tenutosi in Giappone a maggio 2023, è stato organizzato un evento specifico sulle demenze, al termine del quale è stato redatto dai Ministri della Salute dei Paesi partecipanti un documento nel quale si afferma l’urgenza di accelerare la ricerca e sviluppare piani di prevenzione, diagnosi, trattamento della demenza e promozione di un invecchiamento sano.
Il ruolo del Terzo Settore: gli amici di Fondazione Cattolica
Cosa serve allora per affrontare questa malattia, così diffusa e che ha un pesante impatto sociale? È fondamentale la rete dei servizi territoriali (medico di famiglia, centri diurni, assistenza domiciliare integrata), ma anche delle associazioni di familiari. Queste, infatti, realizzano attività di informazione, laboratori terapeutici, occasioni di svago, aiuto nella gestione quotidiana dei malati e sono un punto di riferimento importantissimo per le famiglie.
Da anni Fondazione Cattolica collabora con l’Associazione Alzheimer di Verona, un’organizzazione di volontariato che offre sostegno per favorire la domiciliarità degli anziani, promuove attività formative ma anche ricreative per i malati e le loro famiglie. Anche Associazione Familiari Malati di Alzheimer Verona ODV supporta le famiglie e offre loro ascolto e conforto per affrontare le difficoltà della malattia.
E poi c’è Genera Onlus, un’impresa sociale di Milano, che ha ideato il primo Villaggio Alzheimer, “Piazza Grace”, un progetto sperimentale ed innovativo che nasce da una visione relazionale e non assistenziale, dove i pazienti traggono beneficio dal vivere in un contesto che accoglie diverse generazioni. Vuoi saperne di più? Leggi l’articolo che gli abbiamo dedicato!
Fonti
https://www.alzheimer.it/epidem.htm
https://demenze.regione.veneto.it/PDTA/dati
Rubrica Sguardi Inclusivi: ti consigliamo una poesia..
Per iniziare il nuovo anno con gratitudine e pace, per la rubrica Sguardi Inclusivi ti suggeriamo una poesia di Mariangela Gualtieri, Bello mondo, tratta dalla raccolta “Le giovani parole” pubblicata da Einaudi nel 2015.
Una poesia fatta di parole semplici ma che racchiudono il significato del nostro stare al mondo.
Parole che evocano la bellezza della nostra esistenza e fanno nascere un moto spontaneo dal cuore: grazie.
"Bello Mondo": la poesia consigliata dalla rubrica Sguardi Inclusivi
In quest’ora della sera
da questo punto del mondo
Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini
e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico
e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo
per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre
per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova
io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
e per quello stare bene fra altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi
per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.
Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.
Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.
E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi.
Parole.. e voce
Leggi queste parole ma ascoltale anche dalla voce della poetessa che le ha scritte, perché il loro suono ne rinforza il contenuto.
Mariangela Gualtieri, poetessa, drammaturga e fondatrice del Teatro Valdoca di Cesena, a conclusione della raccolta enumera le sue preziose fonti. Scrive infatti che questa poesia prende spunto dalla Poesia dei Doni di Borges, da cui sono liberamente tratte le parti in corsivo. Ma i prestiti e i riferimenti sono ancora più ampi: da Pessoa a dante Alighieri, da Sant’Agostino a Rimbaud e molti altri.
Una proposta della rubrica Sguardi Inclusivi: "tu per cosa vuoi dire grazie?"
Ti facciamo una proposta: perché non scrivere anche tu le tue parole di ringraziamento? Prova a prendere carta e penna, e ricordare quanto di buono questo anno ti ha donato.
Salviamo il bello, salviamo il buono, perché da quello possiamo partire per cambiare anche quanto di negativo può averci accompagnato quest’anno. È scegliendo di dare luce che si rischiarano le tenebre.
Noi di Fondazione Cattolica ringraziamo voi, che ci leggete e ci siete stati accanto nel nostro cammino e vi auguriamo ogni bene per questo nuovo anno che verrà!
La rubrica Sguardi Inclusivi ti incuriosisce? Leggi le altre proposte partendo da questo articolo.
BINARIO ZERO, UNO SPAZIO DI LIBERTA’ E PARTECIPAZIONE
Un luogo in cui immaginare iniziative e sperimentare connessioni. Binario Zero è il progetto di Rulli Frulli LAB che offre uno spazio rigenerativo per la comunità.
Che cos’è Binario Zero? È una nuova area della Stazione Rulli Frulli, una ex autostazione di Finale Emilia, in cui l’associazione di promozione sociale Rulli Frulli Lab ha sede. “È uno spazio, è persone, azioni che si propongono”, ci racconta Agnese, responsabile progettazione ed educatrice. Un luogo in ascolto della comunità, dove tutti possono trovare spazio.
Binario Zero: da progetto a.. azioni!

Binario Zero nasce nell’ottobre 2022 dalla volontà di far interagire i progetti di Rulli Frulli fra di loro e offrire uno spazio di libertà e partecipazione aperto alla comunità.
“Nella Stazione coesistono vari progetti: la banda Rulli Frulli che fa musica di integrazione, Astronavelab, una falegnameria sociale pensata per dare un’occupazione a ragazzi con disabilità oltre che offrire un’attività per il tempo libero, la radioweb, il ristorante… mancava però un vero e proprio collante. Dovevamo trovare il modo di essere in tanti, essere diversi, sentirci tutti partecipi e accogliere anche chi ancora non ci conosceva - dice Agnese - Così nasce Binario Zero. La nostra è un’associazione che vuole fare rumore, vogliamo fare interazione e creare scompiglio”.
L’associazione prende forma dai ragazzi. Attraverso i percorsi di Alternanza Scuola Lavoro attivati con le scuole superiori, un gruppo di 15 giovanissimi ha elaborato un progetto iniziale, individuando i bisogni del territorio e pensando come il nostro spazio poteva rispondere a quelle esigenze. “Ci siamo presi cura anche dell’aspetto esteriore dell’ambiente, progettando spazi divisi da pannelli mobili ideati e realizzati insieme ad una falegnameria professionale. Abbiamo aperto lo spazio di accoglienza per organizzare feste, supportato le attività del bar ristorante, organizzato laboratori e iniziative rivolte a bambini e ragazzini e abbiamo anche avviato un centro estivo alternativo per l’estate”.
Un salto nel vuoto. Per la prima volta chi entrava in Binario Zero non conosce il metodo di Rulli Frulli, un modello sperimentato e consolidato con l’esperienza della banda. Ma, inevitabilmente, ne viene contagiato. “Adesso siamo una trentina di ragazzi volontari. Ci troviamo una volta ogni due mesi e programmiamo le attività. Siamo diventati un gruppo organizzativo che pensa, coordina e progetta le attività di tutta la stazione”.
Uno spazio di libertà e partecipazione per la comunità

Luoghi con un così alto potenziale creativo talvolta rischiano di diventare circoli chiusi, rivolti ad una cerchia ristretta di persone. Ma non è proprio questo il caso! Per coinvolgere la comunità, i ragazzi di Binario Zero hanno puntato su due elementi: la presenza concreta sul posto e l’offerta di proposte accattivanti.
“Fin dall’inizio ci siamo posti come un luogo da abitare, un obiettivo impegnativo e che richiede di essere presenti. Il punto di forza è che noi in questo posto ci siamo, lo presidiamo ma con apertura verso gli altri”, conferma Agnese. “Per favorire la partecipazione siamo partiti dalla promozione di eventi interessanti, coinvolgenti ma anche conviviali, che rispondessero ai bisogni del territorio. Abbiamo ospitato approfondimenti sul tema degli hikikomori, serate di prevenzione con il Comune e i Servizi Sociali, occasioni cui partecipare non solo per ascoltare ma anche per incontrare le persone. Alcune aziende hanno organizzato da noi cene aziendali, meeting, giornate di team building. Abbiamo avviato corsi di cucina e serate di gaming”.
In un anno sono entrate quasi 20mila persone, ma lo slancio di ascolto continua e si evolve. “Ai ragazzi è venuto in mente di creare sulle tovagliette del ristorante un modulo scansionabile dove chi viene può dire cosa vorrebbe fare. Uno strumento per metterci in ascolto della comunità... Perché per essere casa bisogna diventare un valore per gli altri”.
Un percorso che si autorigenera

L’associazione Rulli Frulli è ormai attiva da oltre 10 anni ed è arrivato il momento di immaginare il proprio futuro: “In prospettiva vogliamo diventare grandi ma farlo con il nostro vivaio! Fare in modo che i ragazzi ne siamo sempre più i protagonisti”. Questa è la prova del nove: un luogo rigenerante, in grado di autorigenerarsi.
Le novità in arrivo sono il progetto di produzione alimentare Rulli Food e un piano di formazione e inclusione intergenerazionale. “Abbiamo vinto un bando finanziato dai fondi del PNRR sulla conciliazione vita lavoro” ci racconta Agnese, “con il quale 6 ragazzi con disabilità andranno a vivere in appartamenti vicino alla Stazione. Verranno formati da noi nell’ambito della ristorazione e lavoreranno qui per 3 anni. Pensiamo ad un’attività aperta a tutte le fasce della popolazione, in cui persone con fragilità, studenti e anziani possono formarsi insieme, scambiandosi competenze, cura e sensibilità”.
Il destino di Binario Zero è continuare ad essere un luogo che risponda alle esigenze di tutti. Un posto in cui respirare serenità, libertà, accoglienza ma anche una grande energia creativa. Uno spazio con una magia particolare, rigenerativa!
Per questo Fondazione Cattolica ha deciso di stare accanto all’Associazione Rulli Frulli Lab anche in questo ultimo progetto: perché crediamo in chi desidera rigenerare le persone, con progetti concreti e che fanno la differenza.
Ti è piaciuto questo articolo? Leggi altre esperienze di storie sociali! Come Modus, il salotto fuori casa.
La rete Contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale
All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.
All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.
L’obiettivo più specifico, all’interno di un percorso iniziato oramai 5 anni fa, è stato guardare avanti, delineare il futuro, individuare delle linee guida condivise che possano accompagnare, caratterizzare, custodire tutti i componenti di questa rete informale.
“Laddove non ci tiene insieme l’interesse, l’economia, il legame giuridico – ha affermato Adriano Tomba - ci tiene insieme la relazione. Non ci siamo mai contati, non abbiamo mai guardato il tasso di fede, né il logo dell’associazione: siamo in relazione come persone, non simboli o appartenenze. La nostra forza è riuscire a entrare in relazione con altri e la chiave è la presenza.”
Due giorni immersivi passati tra convegni, conferenze, tavoli di lavoro e workshop tematici come quello proposto dalla cooperativa sociale Logogenia sulle Strategie di lavoro per veicolare una stimolazione linguistica efficace.


“Siamo in una fase di frantumazione dove le cose stanno insieme per brevi momenti” ammette Johnny Dotti “per costruire pensiero e affrontare le sfide future delle comunità servono tre cose: lavorare sulle persone per costruire relazioni che promuovono reti; creare conoscenza attraverso la ricerca degli elementi raccolti durante l’esperienza fatta sul campo e infine darsi una forma giuridica flessibile ma che proponga un contratto di intenti che garantisca anche la partecipazione delle giovani generazioni”.
Ci sono sfide molto forti che non è possibile affrontare da soli. Per irrobustirci abbiamo tutti bisogno di poter attingere ad una solidità di esperienze condivise, di cominciare a pensare le cose insieme e a camminare lungo percorsi che consolidano.
“Contagiamoci” è un modello. Un modello che permette di costruire, di trovare soluzioni quando incontriamo problemi, stimoli quando siamo stanchi, compagni di viaggio quando ci sembra di essere soli.
Questo modello l’abbiamo sperimentato, cioè ne abbiamo fatto esperienza. Ci riguarda. Ci tocca.
Custodire l’intenzione originaria è il fondamento. E di questo si è parlato con Patrizia Cappelletti – Centro di ricerche ARC dell’Università Cattolica - nell’incontro del giugno scorso a Carpi. Delineare le parole chiave perché questa esperienza possa continuare è invece il tema sviluppato con Johnny Dotti nell’incontro al Pala Expo.
E le parole individuate sono tre. Semplici quanto significative: libertà, fiducia e generatività.
Sono la fiamma che va custodita affinchè la fatiche non ci schiaccino, i risultati non ci esaltino ed i progetti che ci stanno a cuore si realizzino.
I tavoli di lavoro al Contagiamoci!
Quest’anno i partecipanti hanno potuto scegliere di condividere le proprie esperienze ed apprendere nuove competenze e stimoli all’interno di sei tavoli di lavoro.
Le comunità educanti
Come generare comunità educanti, come esserne parte, come custodirle.
L’incontro condotto da Francesca Carli e Emanuele Borghetti di Villa Angaran, ha permesso di lavorare sulla relazione e sull’apprendimento delle reti territoriali. Il gruppo ha constatato l’importanza di questa rete per formulare pensiero condiviso con il quale incontrare poi persone e comunità.
Giovani e lavoro nel sociale
Punti di forza, criticità, ambiti di miglioramento.
Insieme a Luca Tagliapietra (Il Ponte Schio) e ad Arianna Cocchi (Sophia Impresa Sociale), i partecipanti hanno sviluppato un dialogo costruttivo partendo dalle 3 P: preoccupazione, precarietà, povertà. I giovani d’oggi hanno sogni tradizionali e bisogni reali: mettere in piedi una famiglia, comprare casa, pagare l’affitto… Come creare un futuro? La proposta è di sviluppare una leadership orizzontale e di provare a cambiare lo status quo delle organizzazioni migliorando la comunicazione tra il vertice e la base dell’organigramma aziendale. Attraverso compartecipazione, fiducia e ascolto è possibile superare le logiche di controllo e favorire un miglioramento della qualità di vita sia lavorativa che personale.


Conciliare anima ed organizzazione
Come organizzare al meglio il lavoro destreggiandosi tra rete/delega
Il gruppo, guidato da Andrea Coden (coop. Sociale Equa), si è inizialmente interrogato sul significato e sul peso dell’anima. Esiste una spiritualità che crea riti proposti anche nei contesti organizzativi. Attraverso azioni concrete è possibile motivare l’organizzazione. Come? Il gruppo ha proposto alcune modalità:
prendendosi tempo per staccare dall’ordinario e dare linea ai pensieri; prendendosi cura e favorendo il team building; valorizzando le esperienze individuali; donando le proprie competenze; creando flessibilità organizzativa; educando con leggerezza; curando le parole e utilizzando un linguaggio accorto; favorendo lo scambio tra realtà della rete e migliorando la propria professionalità.
Co-progettazione e rapporti con la Pubblica Amministrazione
Linee guida ed esempi per una efficace co-progettazione con pubblica amministrazione ed imprese.
Questo tavolo, guidato da Mauro Fanchini (Il ponte – Invorio), ha smosso il desiderio di entrare dentro alla Riforma. Gli enti sociali manifestano una stanchezza importante ma questa fase di transito viene vista anche come una grande opportunità. Lasciarsi trasportare o diventare propositori di programmi? È questa la chiamata che sente il gruppo: prepararsi e offrire le proprie competenze per creare un sistema che non imbrigli ma che valorizzi. Cosa fare allora per creare città dove i cittadini stiano bene? Serve formarsi e informarsi per poi creare un dialogo propositivo.
Volontariato e vocazione
Dal donare il tempo libero alla presenza che dà senso alla vita
Insieme a Gaia Barbieri (ManiTese) e Andrea Boccanera (Onlus Gulliver) si è affrontato un tema importante: ingaggiare la presenza mettendo a fuoco il valore che ogni persona porta con sé e può trasferire alla comunità
Parole e immagini per comunicare il sociale
Come comunicare in modo efficace utilizzando nuovi strumenti e modalità.
Con Carmine Falanga e Andrea Ferrari (ISES) i partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, conosciuto strumenti che consentono di raccontarsi sia online che offline!
Vuoi saperne di più di Contagiamoci? Guarda i fondamenti della rete!
Escogito lancia l’appello dei giovani: “Non lasciateci soli!”
Un evento con e per i giovani. All’iniziativa Escogito Fondazione Cattolica ha incontrato gli studenti della città per rispondere alla domanda “Qual è il mio posto nel mondo?”
Il 70% dei giovani intervistati nella ricerca “La parola ai giovani” condotta da Fondazione Cattolica su un campione di 600 studenti veronesi tra i 14 e i 22 anni, racconta di credere nel futuro. Ma solo il 40% lo vede nella propria città. Di cosa hanno bisogno i ragazzi? “Ci servono guide. Sappiamo che il futuro lo dobbiamo costruire ma abbiamo bisogno di alleati per farlo” a questo appello da Fondazione Cattolica abbiamo risposto con un evento che cerca di trasmettere nuovi modelli d’azione con cui costruire il domani.
Escogito
Dopo la prima edizione, Fondazione Cattolica ha rinnovato l’appuntamento con Escogito, evento rivolto a 600 studenti di Verona e Provincia che si è tenuto l’1 dicembre in Gran Guardia. L’incontro, patrocinato dal Comune di Verona, ha avuto l’obiettivo di aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda “Qual è il mio posto nel mondo?” attraverso una mattina di cultura, ricerca ed esperienza.
Sul palco di Escogito, condotto da Marta Dal Corso si sono alternati Andrea Castelletti, regista teatrale Spazio Modus Verona, Matilde Gozzi, studentessa Liceo Alle Stimate, Davide Peccantini, Docente di Diritto ed economia aziendale Istituto Seghetti, Emanuele Bortolazzi, Docente di Religione Istituto Tusini e Thomas Ambrosi CEO Ambrosi S.r.l., Jacopo Buffolo, Assessore alle Politiche Giovanili.
La mattina si è suddivisa in tre parti con una rappresentazione teatrale, “7 giorni”, che ha coinvolto alcuni studenti di Labcreativo45; è proseguita con la presentazione dei risultati di un’indagine realizzata da Fondazione Cattolica intervistando ragazzi veronesi sulle loro aspettative verso il futuro e si è conclusa con la consegna del Premio “Giovani di Valore”, riconoscimento a 5 giovani che si sono distinti a livello nazionale per il loro talento, capacità imprenditoriale o impegno nel sociale.
Escogito - lo spettacolo "7 giorni"

Fa riferimento ad un fatto realmente accaduto durante la Prima Guerra Mondiale quando nei campi di trincea arriva l’ordine di cessare il fuoco per una settimana a Natale. Lo spettacolo scritto e messo in opera da 16 studenti di Labcreativo45 guidati dalla regia di Teatro Impiria, fa riflettere sull’importanza di superare le diversità per agire a favore del benessere delle comunità. Questo spettacolo ha lanciato un messaggio: nessun cambiamento può avvenire se lasceremo comandare ad altri la nostra intelligenza emotiva.
Escogito - la ricerca "La parola ai giovani"
“La parola ai giovani” è il progetto di PCTO 2023 (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, ex Alternanza Scuola Lavoro) realizzato in Fondazione Cattolica con alcuni studenti iscritti ai licei di Verona su un campione di 600 persone di cui 50 intervistati qualitativamente. La ricerca ha scattato una fotografia dei giovani della città. Chi sono, cosa sentono e cosa vogliono i ragazzi tra i 14 e i 22 anni di Verona? Emerge una generazione consapevole seppur indecisa. Il futuro è percepito come una sfida, la scuola offre buone basi di partenza ma non sufficienti per affrontare la complessità; le famiglie sono ancore di legami spesso inermi rispetto alle problematicità su larga scala.

I ragazzi si sentono distanti da una città che non riconoscono come propria e nella quale non vedono opportunità di sviluppo. Sanno che per cambiare il mondo e renderlo più accogliente, come si augurano, servono alleanze generazionali. I dati evidenziano il bisogno dei giovanissimi di trovare: guide capaci di identificare il valore personale per accompagnarli ed esperienze in cui cimentare le proprie competenze.
Per questo Fondazione Cattolica ha lanciato il progetto PCTO 2024, Sperimentare per Crescere, volto a far incontrare la realtà agli studenti ed aiutarli a formulare progetti di impresa da sviluppare nei contesti scolastici.
Escogito - il Premio "Giovani di Valore"
Il “Premio Giovani di Valore” testimonia il coraggio di 5 giovani che a discapito dei pronostici hanno avviato imprese per costruire un futuro più inclusivo, equo, sostenibile. Attraverso la loro conoscenza i partecipanti hanno compreso che per trovare un posto nel mondo è necessario: appassionarsi, formarsi costantemente, creare relazioni sempre nuove e cimentarsi senza temere di sbagliare!
Valentina e Federica Sorce
Nella vita si può scegliere di fuggire al proprio destino oppure di abbracciarlo. Federica e Valentina Sorce hanno provato sulla loro pelle la fatica della diversità. Eppure ciò che in apparenza sembrava un limite è diventato il loro più grande motore di crescita. OpenHouse è un luogo di inclusione e opportunità che dà valore alla vita delle Persone rendendole parte di un sistema capace di accogliere la fragilità umana. Federica e Valentina vengono premiate perché hanno saputo trasformare il loro desiderio di un mondo fatto a misura di una persona, in una casa per tanti.
Oscar Di Stefano
L’amore è astrazione ma è anche un propulsore di energia che attiva le persone a diventare Qualcuno per gli altri. È l’amore per la cosa pubblica, per “il fare” che genera Bene Comune, ad aver attivato Oscar Di Stefano. Il progetto Immischiati è un cammino di conoscenza e consapevolezza che Oscar ha rivolto ai giovani per renderli protagonisti del futuro del nostro Paese. Oscar viene premiato perché ha scelto di investire le sue competenze in un agire collettivo che crea impatto per la comunità intera.
Aurora Caporossi
Ci vuole tempo per rimarginare le ferite ma ci vuole carattere per evolvere la sofferenza vissuta in una possibilità di trasformazione positiva per altri. Di fronte alla solitudine provata da chi vive disturbi alimentari, Aurora Caporossi ha deciso di alzare la voce, di metterci cuore e testa per creare un’altra via. Animenta è un progetto che accompagna ragazze e ragazzi in tutta Italia a scoprire sé stessi imparando ad amarsi per come si è. Aurora viene premiata perché ha dimostrato che esiste una possibilità di uscita dalla vulnerabilità e quando accade il valore personale risplende a beneficio di sé e della comunità circostante.
Giacomo Alberini
Si può giocare a fare gli imprenditori o esserlo davvero. Giacomo Alberini ha colto la sfida e ha deciso di cambiare il mondo mettendosi in gioco. Sostenibilità e comunità sono gli elementi che caratterizzano il suo pensiero fatto di concretezza e possibilità. Treebu è un’occasione per le imprese e per i territori perchè attraverso progetti di piantumazione mira a migliorare il contesto ambientale per la vita di tutti. Giacomo viene premiato perché ha trasformato il suo desiderio di “creare”, in un modello imprenditoriale di innovazione sociale e comunitaria.
Vuoi scoprire i premiati della prima edizione?
Cosa serve per arginare la violenza di genere?
In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.
I dati del Report del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2023 evidenziano che:

- nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2023 sono stati registrati 295 omicidi, con 106 vittime donne, di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo.
- Di queste, 55 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.
Una epidemia sociale, come l’ha definita l’OMS.
E mentre piangiamo l’ennesima vittima, ancora ci chiediamo come è possibile arginare questa violenza?
Ne abbiamo parlato insieme alla dott.ssa Maria Fanzo, presidente della cooperativa sociale Nuovi Incontri, che offre rifugio e sostegno alle donne vittime di violenza . E ci siamo confrontate con chi si occupa della componente maschile e cerca di contrastare la recidiva dei soggetti violenti, il Dott. Giuseppe Ferro e il prof. Claudio Fabbrici, rispettivamente Direttore e Responsabile clinico di Casa Don Girelli a Ronco all’Adige di Verona, una struttura che accoglie e offre percorsi terapeutici ad autori di reato.
Partiamo da Maria. In questi giorni la comunicazione mediatica sta portando alla luce un tema lasciato spesso sottotraccia. Il femminicidio di Giulia, come quello di Oriana, Teresa, Alina e tutte le donne che per mano di un uomo hanno perso la vita in questo anno ci fa domandare “come è possibile”?
“Perché ci sono dei preconcetti. Uno di quelli molto forti è ritenere che quello che succede dentro le mura domestiche è un fatto privato. Succede in famiglia e quindi la comunità non se ne deve occupare. L’altro è “tra moglie e marito non mettere il dito”. Un altro preconcetto è che il matrimonio sia eterno, ma una volta che viene meno il rispetto che matrimonio può esistere! Questi preconcetti non sono facili da smontare perché spesso anche le vittime la pensano così: devono salvare i figli, non possono togliere loro un padre, giustificano i comportamenti maschili, pensano di aver provocato le loro reazioni violente… questo non aiuta. Credo non sia facile cambiare, sia per le vittime che per i maltrattanti. Di sicuro non è un percorso che si può fare da soli”.
Cos’è la violenza di genere?
“La violenza di genere è quella violenza agita contro una donna per il semplice fatto che è una donna. Quella che noi trattiamo perché è quella più diffusa, è la violenza all’interno di una relazione intima. Ciò che caratterizza la violenza è l’esercizio di un potere da parte di un partner rispetto all’altro. Le statistiche dicono che nella maggioranza dei casi è una prevaricazione degli uomini sulle donne, ma è vero che in casi sporadici accade anche il contrario.
Un esercizio di potere che è ammesso dalla comunità: perché l’idea sociale è che l’uomo sia il partner forte, il macho, quello che porta i soldi a casa. Perché accade? Per frustrazione, per violenza assistita, per forme patologiche più subdole, legate all’anaffettività, che provocano assenza di rimorso, mancanza di empatia e lucidità”.
Perché hai scelto di occuparti di donne vittime di violenza e cos’è Nuovi Incontri?
La nostra cooperativa, Nuovi Incontri, da più di 30 anni opera nel territorio di Benevento e provincia. Abbiamo sempre avuto un carattere innovativo: le prime comunità per minori, i primi servizi trasversali di crescita e nel tempo abbiamo ricercato soluzioni nuove. Per 20 anni ho lavorato nelle comunità per minori e negli ultimi anni mi era capitato di seguire molti bambini vittime di violenza assistita, questa cosa mi colpì.. perché un’altra conseguenza che le donne vittime di violenza devono gestire è il ruolo genitoriale, che spesso viene compromesso.
Dall’esperienza sul campo nasce l’idea di creare servizi di inclusione per le donne. Nel 2015 è nata Casa Viola, la prima comunità per donne vittime di violenza in tutta la provincia di Benevento. In seguito abbiamo avuto l’omologazione anche per l’accoglienza dei minori. Dal 2018 abbiamo accolto 46 donne e 55 bambini. È una vera palestra. Con l’accoglienza residenziale si ha la possibilità di aiutare davvero le donne. Ma non basta. Abbiamo così implementato il servizio aprendo i centri antiviolenza, dove si offre assistenza psicologica, sociale e legale, supporto per i minori, consulenze e gestione delle pratiche per l’accesso alle previdenze economiche. Qui abbiamo già seguito 95 donne”.
Cosa fa scattare la richiesta di entrare in comunità?
“La paura. La paura di morire, è allora che chiamano il 1522 o si rivolgono ai carabinieri e vengono indicate a noi. Prima capita che non se ne parli per vergogna o per mancanza di accoglienza. Molte donne raccontano che hanno tentato di condividere il loro vissuto, ma spesso si sono sentite rispondere “ma tu che cosa hai fatto?”. C’è un ambiente che ancora non è favorevole ad ascoltare ciò che le donne vivono nel privato nemmeno dalle forze dell’ordine, che dovrebbero essere formate maggiormente. Spesso vengono colpevolizzate, a volte persino non credute.
Le donne invece devono imparare ad allarmarsi ai primi segnali.
Il conflitto di coppia e la violenza sono due cose diverse. I soggetti violenti iniziano con manifestazioni “più soft”: spintoni, tirate di capelli, schiaffi. Poi si scusano e rivolgono molte attenzioni alla partner. Ma dopo si verifica una nuova escalation di violenza, c’è una ciclicità che arriva poi a picchi con mani al collo, utilizzo di coltelli o altre armi”.
Dunque cosa possiamo fare per arginare la violenza?
“La soluzione è nell’educazione. Lavorare con i bambini, fin dalla prima infanzia, per contrastare gli stereotipi e rafforzare la consapevolezza.
La violenza è anche un fatto culturale. Per questo le donne devono essere incluse nelle comunità in modo attivo. Le politiche e le strategie di contrasto, devono includere il pensiero femminile, mentre per secoli le leggi sono state ideate solo da uomini. Servono servizi che sostengano le donne quando decidono di denunciare, servono contrasti alla violenza economica, come il reddito di libertà.
La chiave di volta però è la comunità, lo scandalo della comunità: la violenza non può essere normalizzata, non dobbiamo risvegliarci solo in occasione dei casi più gravi.
È necessario che chi lavora in trincea, come noi, nel privato sociale, possa collaborare concretamente con le istituzioni, con la comunità sociale e con quella scientifica. Bisogna condividere e diffondere le conoscenze per studiare nuove risposte. Sta proprio nelle connessioni la strategia per combattere la violenza”.

Dott. Giuseppe Ferro e prof. Fabbrici, cosa vi ha spinti ad iniziare un percorso educativo con gli autori di reato?
“Pensiamo sia fondamentale lavorare con gli autori di questo tipo di violenze, perché quando aiutiamo un carnefice aiutiamo più vittime.
Casa Don Girelli è una struttura che da anni lavora con gli autori di reati gravi, anche con diagnosi psichiatriche, che hanno alle spalle violenze gravissime nei confronti delle madri, delle compagne e delle figlie. Oggi stiamo lavorando con i maltrattanti e sex offender, che vengono inibiti alla recidiva. Soggetti per cui non c’era cultura terapeutica e che prima finivano in comunità e ospedali psichiatrici. Siamo tra i fondatori dell’organismo nazionale Contras.ti (Coordinamento Nazionale Trattamento e Ricerca sull’Aggressione Sessuale Testimonianze Italiane) e consulenti anche per la Chiesa.
In questi anni abbiamo lavorato con circa 80 assistiti. La procedura viene attivata dal tribunale, riguarda sia chi viene raggiunto da provvedimenti di ammonimento sia gli autori di reato, per i quali è possibile richiedere la cosiddetta “pena sospesa” se fanno un percorso terapeutico educativo. Seguiamo i detenuti del carcere di Montorio di Verona, di Trento e Bolzano perché è statisticamente provato che soggetti che seguono un trattamento terapeutico recidivano molto meno. I percorsi durano mesi, a volte anni. Dobbiamo dire che ad oggi abbiamo avuto solo 4 abbandoni, da parte di persone molto paranoicizzate e 1 sola recidiva”.
Come si diventa autore di violenza di genere? Esistono dei tratti che accomunano gli autori di reato?
“Confermiamo che c’è un tratto culturale molto forte. In alcuni dei Paesi di provenienza di questi soggetti la condizione asimmetrica dei rapporti è stabilita dalla cultura. Ma anche in Italia le cose non vanno meglio.
Gli uomini che commettono violenza sulle donne hanno un apparato psichico spesso rudimentale, basico, che ostacola la presa di coscienza dell’agito. Nel conflitto tendono a degradare in una reazione impulsiva o a precipitarlo in atti persecutori e scatti d’ira. La minaccia della separazione accende la propensione violenta.
La propria biografia, l’educazione e la relazione di attaccamento iniziale determina la mancanza di controllo delle pulsioni. Spesso questi soggetti hanno alle spalle relazioni di attaccamento gravemente disturbate da privazioni, separazioni e violenza assistita.
Quelli che hanno una possibilità ampia di recupero sono coloro che vivono drammaticamente il finire della relazione e il rapporto con i figli. Spesso infatti viene mantenuto un forte investimento genitoriale e proprio la perdita della possibilità di incontro con i figli e della casa è ciò che più colpisce questi soggetti”.
Cosa serve per arginare la violenza? E in particolare quella di genere?
“Il fenomeno della violenza è molto più ampio e stiamo riscontrando che inizia a superare la questione di genere. Riguarda la sociologia e l’impianto stesso della nostra società, che è molto violenta. Non si è più in grado di tollerare la frustrazione, la distinzione tra giusto e sbagliato è labile. Ma possiamo fare qualcosa! Noi stiamo lavorando con le scuole, per sensibilizzare i giovani su questi temi e gli studenti hanno dimostrato di essere molto ricettivi. La prevenzione non è mai tempo sprecato. Dobbiamo trasmettere la giusta rilevanza delle azioni”.
Sei arrivata/o alla fine dell’intervista, ora puoi fare un respiro profondo. C’è ancora molto da fare, ma il primo passo è sempre la consapevolezza. Se vuoi approfondire questo tema ti consigliamo un film della nostra Rubrica Sguardi Inclusivi, “Fortunata” di Sergio Castellitto (link), per scoprire il potere della forza interiore.
Fonti:
Nadia e il desiderio di dare futuro alle persone
Quando in prima ginnasio ci hanno chiesto “Che lavoro farete da grandi?”, io ascoltavo le idee precise degli altri pensando che una risposta non l’avevo. Sapevo però una cosa: volevo capire l’essere umano!
Sono un’ape furibonda, diceva Alda Merini. Eccomi: un’ape inquieta che ronza, cerca, disfa e ricerca perché alla fine ci tengo a mettere una goccia di miele in più nel vasetto. E come le api io non vivo sola.
L’ho capito seduta a una tavola ma non quella di casa mia. In quella eravamo pochi mentre alla tavola della comunità eravamo tanti. E c’era casino, c’erano conflitti, c’era umanità vera ed era bello. Io lì stavo bene.
Avevo scelto di studiare Psicologia perché sono rimasta fedele a me stessa e volevo capire la sostanza. Studiavo e lavoravo: commessa, cameriera, il tempo volava ma sai cosa? Mi sembrava di rimanere sempre uguale. E a fine giornata il tempo mi sembrava di averlo perso.
Quando invece sono entrata come Educatrice in comunità tossicodipendenti tutto è cambiato. C’ero io con venti uomini che avevano anche il doppio dei miei anni. Dovevo tirare fuori le mie risorse per non essere sopraffatta perché lì non mi risparmiavano niente. Era difficile ma vero. Era sfrontato e tosto perché nel mio lavoro ti dicono che devi essere empatica, che devi ascoltare attivamente, entrare nella relazione ma devi anche mantenere un distacco. E io avevo 20 anni.
Sentivo di vivere. Non era solo che imparavo ma che il mio esserci, combaciava con il miglioramento degli altri. Nella relazione trovavo la mia forza, il mio punto di riferimento. Per questo ho iniziato a lavorare nel sociale, a contatto con detenuti, persone disabili, famiglie in difficoltà. E ho anche capito che l’essere umano è contraddizione pura, che non puoi funzionare bene solo finchè sei negli occhi di qualcuno. Devi farlo da persona libera.
Ecco perché non potevo stare solo nella relazione. Volevo dedicarmi alla costruzione di futuro. Così ho ricominciato studiare e mi sono diplomata in progettazione sociale. Volevo creare impatto perché per generare cambiamento serve uno sguardo lungo che supera l’urgenza. E poi sono entrata in Mirasole.
Immagina un’abbazia del 1200 dove i mattoni sono intrisi di uno spirito di pace e intrapresa. Si respira un’atmosfera bella di serenità e di lavoro. Perché il lavoro è l’aspetto fondante di progetto Mirasole: quando una persona fa migliora la sua autostima, l’immagina che ha di sè stessa, si creano relazioni e la vita prende forma.
Oggi penso di fare il lavoro più bello del mondo. Anche se a volte è dura. Il fatto è che ciò che fai torna indietro. E io apro le braccia perché quando lo guardo vedo arrivare un mondo giusto.
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Escogito - quale è il mio posto nel mondo?
Escogito è un’iniziativa ideata da Fondazione Cattolica per invitare i giovani di Verona e Provincia a ripensare il futuro. Siamo ormai consapevoli che di fronte a pandemia, guerre, disuguaglianze e disoccupazione la speranza in un avvenire migliore sembra un’utopia. Nonostante ciò ogni giorno Fondazione Cattolica incontra persone che riescono a scardinare questi modelli mettendosi in gioco per costruire con il proprio pensiero ed operato un futuro che riguarda tutti.
Ci vuole tempo per generare cambiamenti. Ma ci vuole un attimo per evidenziare un nuovo modo di guardare il mondo! Partendo da questo principio Fondazione Cattolica ha ideato Escogito un evento rivolto alle scuole superiori di Verona che mette al centro i giovani e il futuro.
Escogito: i contenuti
Cosa si può fare quando gli schemi con cui sono cresciute intere generazioni non rispondono più ai bisogni attuali? Come si può creare lavoro, sviluppare opportunità, crescere e diventare uomini e donne realizzati?
Escogito quest'anno vuole aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda "Come trovare il mio posto nel mondo?".
La mattinata prevede la rappresentazione teatrale di 7 giorni messo in atto da sedici giovani attori, provenienti da Labcreativo45 che portano in scena un toccante spettacolo dal tema molto attuale: la guerra. Guidati dal regista Andrea Castelletti di Modus Teatro Impiria, i ragazzi porteranno a riflettere sulla consapevolezza di sè e delle proprie azioni. Al termine dello spettacolo segue la presentazione di "La parola ai giovani" progetto di ricerca elaborato dagli studenti in PCTO presso Fondazione Cattolica. I ragazzi racconteranno cosa è emerso. Infine il Premio “Giovani di Valore” si tratta di un riconoscimento rivolto ai giovani che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni che con le loro azioni hanno permesso di:
- Generare benessere in persone, comunità, ambiente
- Innovare sistemi
- Avviare attività imprenditoriali ad alto impatto sociale
- Creare forti comunità territoriali.

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Modus, il salotto fuori casa
Uno spazio culturale a Verona che porta sul palcoscenico rappresentazioni adatte a tutta la famiglia! Modus è uno spazio, creativo e innovativo, nato per dare alla città una nuova componente culturale.
Definire il Modus un teatro suona riduttivo perché il Modus è uno spazio per teatro, concerti, spettacoli, cinema, conferenze, letture ma anche laboratori, incontri ed eventi privati.
Un luogo in disuso che Andrea Castelletti inizia ad abitare nel 2017 immaginando tutto ciò che dentro quello spazio modulabile sarebbe accaduto.
La nascita di Modus
“Dico sempre che sto vivendo la mia seconda vita – racconta Andrea, fondatore e presidente della realtà – Prima ero un ingegnere, un libero professionista senza tempo libero e poi un funzionario in banca con il tempo giusto per dedicarmi al teatro in modo disinteressato”. La passione per il teatro Andrea inizia a coltivarla durante l’università. Ma c’è voluto tempo prima che questo amore per l’arte diventasse forma. “In banca mi sentivo una tigre in gabbia e quella che all’inizio era solo una compagnia amatoriale si è trasformata in una compagnia professionistica con cui abbiamo iniziato a fare spettacoli andando in tutta Italia”. Teatro Impiria nasce nel 2006 e porta al pubblico drammaturgie originali e di contenuto attraverso forme teatrali innovative e curando molteplici rassegne. Italia, Brasile, Stati Uniti ed Europa, la compagnia viaggia fino a quando non sedimenta il desiderio di trovare un luogo, uno spazio stabile per dare alla città un’opportunità di crescita.


“Tutto ciò che avevamo fatto ci ha dato credito. Ho scoperto che eravamo credibili e le persone e le istituzioni ci hanno dato fiducia. Quando ho trovato il luogo dove aprire Modus abbiamo aperto un crowdfunding chiedendo alla città di aiutarci ad aprire il teatro che non c’era. E la città, ha risposto!”
Modus, il tuo salotto fuori casa
Modus rappresenta un’alternativa. “Volevo che Verona potesse vivere spettacoli diversi, che qui non si sarebbero visti. Volevo dare alla città una chance creando anche un pubblico variegato con spettacoli rivolti a tutte le persone!” testimonia Andrea. Modus avvia così più percorsi abbinando proposte sviluppate dalla compagnia Teatro Impiria a quelle di Orti erranti (compagnia più giovane e che utilizza un linguaggio di sperimentazione), da spettacoli con grandi nomi nazionali a compagnie ed artisti di valore ma meno conosciuti. Il cartellone è un ricco intreccio di proposte: dagli spettacoli comici e quelli drammatici; dall’attualità alle letture; dalla musica alla danza; dal cinema per bambini alle serate senza sedia in platea dove il pubblico balla seguendo lo spettacolo! “Teatro, musica, cinema…abbiamo circa 5 eventi alla settimana ed ora che è passato il Covid la platea è quasi sempre sold out!”.


Il ruolo del teatro
Il teatro è opportunità. “Il teatro è immediatezza e verità. Metti in scena un mondo fatto di storie, sentimenti, rappresentazioni che parlano insieme al pubblico. Non c’è finzione in teatro perché tutto avviene nel qui e ora” racconta Andrea che crede nell’arte teatrale come mezzo per aiutare i giovani a recuperare la realtà.
Così nel 2022 Modus ha sviluppato 40 laboratori di teatro con le scuole di primo e secondo grado. Due mesi di attività che hanno coinvolto l’intera classe. “Alla fine gli insegnanti ma anche gli alunni erano stupiti degli effetti prodotti. Perché il teatro è così, ti abitua a relazionarti senza interferenze di device, ti obbliga a vivere le emozioni!”.
Per questo Fondazione Cattolica ha scelto di condividere con Modus il palco della Gran Guardia, l’1 dicembre durante Escogito, l’evento rivolto agli studenti della città dove partecipano 700 giovani. Quest’anno saranno proprio i ragazzi a mettere in scena lo spettacolo “I 7 giorni” che anticipa il premio “Giovani di Valore”.
La cultura di Modus in città
“Siamo granelli su cui poi si nuclea la perla” ammette Andrea perché fare cultura in questo tempo non è semplice. “Bisogna essere bravissimi, bravi non basta, e tenaci perché non possiamo sfuggire al nostro destino ma dobbiamo renderlo, e continuare a renderlo, realtà”.
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Rubrica Sguardi Inclusivi: il terzo film che ti consigliamo è…
Fortunata è un film del 2017 di Sergio Castellitto, con un cast di attori italiani di primordine, come Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi ed Edoardo Pesce.
Cosa significa essere fortunati? Un biglietto vinto alla lotteria? Ottenere tutto ciò che dalla vita desideri? Il destino non ha riservato alla nostra protagonista una vita semplice ma il suo nome, Fortunata, come dicevano i latini, ce ne consegna l’essenza. È fortunata perché ha la fortuna di avere una forza interiore straordinaria, nonostante un’esistenza complessa e faticosa.
La trama del film consigliato dalla rubrica Sguardi Inclusivi
Fortunata è una giovane madre della provincia romana, si mantiene lavorando in nero come parrucchiera a domicilio e sogna di avere un salone tutto suo. Alle spalle ha un matrimonio finito con un marito violento, Franco, un vigilante gretto e maschilista, che nonostante la relazione sia terminata rivendica il proprio “potere” sulla donna e la tormenta con insulti e aggressioni. La bambina, Barbara, ha 8 anni e sputa, spesso. È così che manifesta il suo disagio per la separazione dei genitori ed è per questo che i servizi sociali le affiancano uno psicoterapeuta infantile, Patrizio. Dall’incontro con questo specialista, nasce una passione travolgente, ma per Fortunata la ruota continua a girare nel verso sbagliato.
Alla “corte dei miracoli” di questa eroina popolare, partecipa anche Chicano, un ragazzo dall’animo buono ma bipolare e tossicodipendente, che si prende cura della madre malata di Alzheimer, Lotte, un tempo attrice teatrale, che ora vive imprigionata nel ruolo di Antigone.
È una vita difficile quella di Fortunata, ma una fiamma dentro di lei non si spegne mai. La sua forza interiore le consente di guardare sempre oltre gli ostacoli e la sua presenza luminosa illumina chi le sta accanto.
Perché vi consigliamo il film Fortunata?
Vi consigliamo questo film perché affronta il tema della violenza di genere, una piaga sociale che anche nel nostro Paese è lontana dall’essere sconfitta e necessita di una presa di coscienza da parte di tutti.
Ve lo consigliamo perché in mezzo a un clima mortifero che si respira fin dalle prime scene del film, con una sposa che indossa una corona di crisantemi, la vitalità selvatica e ferina di Fortunata è salvifica. “Impara a respirare, a godere del fatto che siamo vivi” dice la protagonista, perché la vita è piena di difficoltà ma, come lo psicologo suggerisce alla bambina, si può coltivare la forza interiore, imparare a superare gli ostacoli e vedere cosa c’è oltre la barriera.
La violenza di genere
“E' violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà”. Così recita l'art 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della violenza contro le donne del 1993.
I dati però sono ancora allarmanti:
- Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3
- In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
- Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici.
- Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.
I dati del Report del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2022 evidenziano che:
- nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2022 sono stati registrati 273 omicidi (+2% rispetto allo stesso periodo del 2021), con 104 vittime donne (- 5% rispetto allo stesso periodo del 2021 in cui le donne uccise sono state 109)
- le donne uccise in ambito familiare/affettivo sono state 88 (- 6% rispetto dello stesso periodo del 2021 in cui le vittime sono state 94). Di queste, 52 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner (-16% rispetto alle 62 vittime dello stesso periodo del 2021).
La violenza sulle donne è anche un problema di salute pubblica: i dati Inail evidenziano che nel dal 2017 al 2021 tra gli infortuni femminili sul lavoro, la causa «violenza, aggressione e minaccia», da parte di colleghi o esterni , rappresenta oltre il 5% dei casi codificati. Circa 20.500 infortuni nell’intero quinquennio (poco più di 4.000 l’anno).
Il ruolo del Terzo Settore nella lotta alla violenza sulle donne
Le donne vittime di violenza possono oggi trovare sostegno nei Centri antiviolenza e nelle Case rifugio, che in Italia però sono ancora pochi e la loro distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea. In questo scenario, il Terzo Settore svolge un ruolo cruciale. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nelle case rifugio prestano servizio 2.421 operatrici e nel 30% dei casi si tratta di volontarie. Nei Cav il dato è ancora più alto: le volontarie sono il 49,3% di tutte le 4.393 operatrici.
Fondazione Cattolica in questi anni ha conosciuto realtà che si occupano di dare sostegno alle donne vittime di violenza, che cercano protezione e occasioni di reinserimento sociale e lavorativo. Alcuni esempi sono Famiglia Materna di Rovereto, che contrasta la violenza di genere attraverso il sostegno delle vittime e la rieducazione degli uomini maltrattanti e la cooperativa sociale Nuovi Incontri di Benevento, che si occupa di accoglienza e supporto per donne vittime di violenza.
Ti incuriosisce questo film? Ecco alcune chiavi interpretative con cui guardarlo
Pericolo spoiler!
I film spesso presentano diversi piani di lettura e celano narrazioni simboliche che viaggiano parallele la trama del film. Uno di questi è il tema dell’acqua o meglio del mare. Lo ritroviamo nella morte del padre di Fortunata, nel suicidio di Lotte, nella seduta di sandplay therapy cui viene sottoposta Barbara, nella visita all’acquario di Genova e al termine del film, quando Fortunata e Patrizio si lasciano in riva al mare.
Nel passato l’iconografia della dea Fortuna contemplava diverse varianti. Una versione, che deriva dalla Venere Marina, la vedeva come una fanciulla nuda che si muove sulle acque con un timone in mano, per il suo ruolo di guida. La nostra Fortunata è forse una guida? Lei che di errori ne ha commessi tanti, che si è sempre lasciata guidare dalle emozioni, volubile e cieca come la dea? Probabilmente si ed è così che si presenta al termine del film, con le sue ali da farfalla tatuate sulla schiena, che avanza nuda verso il mare.
Un altro tema ricorrente è il mito di Antigone, l’eroina classica che per antonomasia si ribella al patriarcato e che viene sacrificata dagli uomini (il re di Tebe Creonte) per gli uomini (il fratello Polinice cui non viene concessa degna sepoltura). Anche Fortunata è invischiata in legami tossici con il mondo maschile: il padre, l’inaffidabile Chicano, il violento Franco, il vile Patrizio. Tutte figure che piano piano si dileguano e rivelano la loro fragilità. Chi sopravvive è Fortunata, che alla fine del film ci saluta con la sciarpa rossa di Lotte-Antigone, che smaschera la meschinità degli uomini e ritrova la figlia Barbara, un’altra piccola ribelle.
Ti incuriosisce questo cambio di rotta della cultura femminile? Leggi il nostro articolo sul libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, potrebbe piacerti 😉
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