Riccardo e l’invenzione che mancava
I miei genitori? Li ho fatti impazzire, ne sono sicuro. Eppure, quando adesso mi guardano li vedo che sono fieri di me. Perché ad essere sincero anche io lo sono di me stesso.
Sognavo di diventare inventore. Le cose conosciute mi annoiavano, io volevo dare forma a quello che ancora non c’era. Immagina cosa abbia significato andare a scuola per me…una tragedia!
Ho cambiato quattro scuole superiori e cinque classi. Ho avuto più di centodieci compagni perché per me andare a scuola semplicemente non aveva senso. Non mi interessava, non mi piaceva, non trovavo il perché…fino a quando ho partecipato ad un open day di Psicologia e lì si è aperto il mio mondo.
Quella era la mia via! Ho iniziato a studiare con un obiettivo e l’ho raggiunto. Mi sono trasferito a Padova, sono arrivato all’ultimo esame, ero prossimo al coronamento del mio sogno; eppure, non mi sembrava abbastanza. Ero alla ricerca…di cosa? Forse della felicità. Allora per la laurea mi sono regalato un volo di sola andata.
Destinazione Sidney. Sarei dovuto stare sei mesi invece ho passato un anno e mezzo a scoprirmi, sperimentarmi, maturare nuove consapevolezze su di me. Ho lavorato come giardiniere, cameriere e anche come comparsa in tv. Avevo amici e una nuova vita. Insomma, andava tutto per il meglio fino a che…
mi sono guardato allo specchio con sincerità. Ancora mi mancava qualcosa. Devo investire su di me mi sono detto. Allora ho fatto la valigia, l’Australia mi aveva dato tanto, ma non poteva darmi di più. E sono tornato a casa.
Mi sono rimesso sui libri e sono diventato uno psicologo clinico. Quando mi hanno proposto di seguire un ragazzo autistico mi sono buttato e lui mi ha travolto! Mi ha spinto a guardare oltre l’apparenza e a chiedermi: quanti ragazzi restano isolati dalla società?
Il pensiero non mi mollava e mi ha mosso alla ricerca di risposte. Sai cosa ho scoperto? Che la diversità è ancora una finestra dietro la quale troppi ragazzi si soffermano a guardare il mondo al posto di viverlo. Allora non ho resistito e mi sono inventato qualcosa!
Il progetto FruttiNuovi, all’interno dell’associazione Daya, nasce nel terreno bellissimo e incolto di mia zia che voleva usarlo per farci qualcosa di buono. E buono lo è diventato davvero perché oggi, dopo pochi anni, cura, nutre e porta frutto…
Arare, piantare, potare, raccogliere, trasformare e cucinare. L’agricoltura e la cucina sono gli strumenti che utilizziamo per abilitare i ragazzi alla vita, coinvolgendoli nei processi, nelle relazioni, nelle responsabilità. Lavoriamo con i ragazzi e le famiglie, lavoriamo con il e per il territorio perché la natura mi ha insegnato che tutto matura a ritmo della propria stagione…tutto matura se viene amato!
Così oggi sono qui, insieme a 30 ragazzi, 30 famiglie e 4 collaboratori tutti impegnati a rendere l’inclusione una reale opportunità, dove le persone insieme rinascono e fioriscono.
Vuoi che ti dica un segreto? Credo di aver superato il mio desiderio di bambino perché quando apro la porta di Daya penso che questa bellezza senza me, la zia e quanti ci hanno creduto, non esisteva. È tutto nuovo. Allora è proprio vero: sono diventato un inventore ma un inventore sociale!
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La ricerca di senso come motore dell’impegno per il bene comune
Federico ha solo otto anni quando scopre cosa vorrà fare da grande: vuole diventare un batterista e costruire i suoi strumenti musicali con materiali di recupero. Ma con il tempo quel sogno diventerà molto più grande.
Cresce, viaggia, suona e inizia ad immaginare un mondo fatto di musica e di persone felici. Di opportunità e di legami che migliorano la vita e promuovono il bene comune.
Nel 2010, insieme a Sara, Marco e Federico, fonda una piccola marching band composta da ragazzi con diverse età ed abilità e strumenti creati con materiali di riciclo. Ma poi la terra trema. A Finale Emilia la scossa di terremoto distrugge case, strutture e sale prove. Federico però non molla, nella tendopoli continua a suonare e l’equipaggio della Banda Rulli Frulli cresce.
Costruiscono strumenti, incidono dischi, realizzano concerti, anche su palchi molto prestigiosi ed esportano il loro modello in giro per l’Italia, facendo della musica uno strumento di integrazione per vivere in armonia.
Federico ha realizzato il suo sogno e fa un lavoro speciale: rende felici le persone.
Rulli Frulli: la musica come strumento di integrazione e di promozione del bene comune
Banda Rulli Frulli nasce nel 2009 dall’idea del suo direttore, Federico Alberghini, di costruire strumenti musicali da oggetti di recupero e di realizzare una banda musicale inclusiva, per tutte le età e tutte le abilità.
All’inizio erano poco più di una quindicina di ragazzi, ma nel 2012 è accaduto qualcosa di inaspettato. La terra ha tremato a Finale Emilia, la gente ha perso case e lavoro, ma sotto i tendoni in cui hanno trovato riparo, il senso di comunità si è fatto più forte. I legami tra le persone si sono fatti più forti. E la banda di Federico ha suonato forte, più del terremoto. In poche settimane sono arrivati a 40 elementi.
Da quel momento hanno iniziato a portare il loro spettacolo in giro per il Paese, anche su palchi molto prestigiosi, come quello del Primo Maggio o accanto a Papa Francesco. Hanno esportato il loro modello, in quartieri difficili, nelle carceri, attivando 11 bande in giro per l’Italia e coinvolgendo oltre 2400 ragazzi.
La loro sede oggi si trova a Finale Emilia e oltre a Rulli Frulli comprende un bar ristorante gestito da ragazzi con disabilità, una sala polivalente, l laboratorio lavorativo per ragazzi con disabilità AstronaveLab, Rulli Frullini la banda dei più piccoli, una radio e un laboratorio di costruzione.
Banda Rulli Frulli è un progetto che Federico ha perseguito con grande tenacia ed è dimostrazione di come la ricerca di senso e la volontà di trovare soluzioni innovative per generare bene comune possa davvero costruire comunità inclusive e felici.
Il Terzo Settore in Italia
Chiara Tommasini, Presidente CSV Net, fornisce una panoramica del Terzo Settore in Italia, le cui organizzazioni possono così suddividersi:
- 85% sono associazioni, di volontariato (odv) o di promozione sociale (aps)
- 4,3% Cooperative e imprese sociali (in cui lavora il 40% degli occupati del settore)
- Enti filantropici
- Fondazioni
- Società di mutuo soccorso
- Centri per i servizi del volontariato (erogano servizi di supporto per promuovere e rafforzare la presenza e il ruolo dei volontari. In Italia sono 49, riuniti in un’associazione nazionale, il CSV Net e operano grazie al sostegno delle fondazioni di origine bancaria)
- Altre organizzazioni
Il Terzo Settore è impegnato in molteplici ambiti, riconducibili alla definizione di “attività di interesse generale”. “Il suo valore” spiega la Presidente Tommasini “non risiede unicamente nella capacità di risposta che è in grado di dare ai bisogni della società, ma anche nella cultura del dono e nella solidarietà che riesce a costruire, anche nelle nuove generazioni”. Il Terzo Settore ha dunque un forte impatto culturale e di rigenerazione sociale.
Il volontariato e la ricerca di senso come motore dell’impegno per il bene comune
Attivare le persone e coinvolgerle nel tempo in attività di volontariato non è semplice. Le problematiche che più spesso riscontrano le organizzazioni e i cittadini che si avvicinano a questo mondo sono:
- poca partecipazione delle nuove generazioni
- volontari più anziani che non lasciano spazio
- attività troppo impegnative e non a portata di chi ha poco tempo
Ma per Chiara Tommasini bisogna guardare oltre. La società contemporanea non favorisce l’inclusione dei giovani, ma esistono molte realtà che possono essere “attrattive per i nuovi volontari in particolare per i più giovani che, oggi come ieri, sono alla ricerca di un senso per arricchire il loro percorso di vita e il volontariato è pieno di senso”.
È necessario però che il mondo del volontariato, anche con il supporto dei Centri di Servizio, migliori la capacità di comunicare con i giovani sia in grado di “costruire con questi una relazione positiva, basata su un’esperienza bella e stimolante. Bisogna creare un clima interno positivo, di fiducia, costruire una buona organizzazione che abbia chiara la propria vision e che persegua la propria mission in modo efficace. Sentirsi parte di una comunità, credere nel suo miglioramento, donarsi ma anche ricevere e arricchirsi di belle relazioni è la chiave per coinvolgere sempre più persone in una bella esperienza di vita che si chiama volontariato”.
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EZEN: L’OASI DELLE DIVERSITA’

Christian descrive Ezen così: “Un giardino, dove i bambini danno da mangiare ai pesci, che danno da mangiare alle piante”. Un circolo generativo che sembra il racconto di una favola. In realtà è un ecosistema di cura reciproca che genera un luogo straordinario.
"Ezen" è una parola di fantasia, nata dall’unione di Eden e Zen. Una crasi che riunisce spiritualità occidentale e orientale. E infatti Ezen è un giardino in cui è stato ricreato un equilibrio uomo-flora-fauna di memoria ancestrale. Chi vi entra trova uno stato di riconnessione alla natura che dona pace e rilassamento, come indica la filosofia Zen. Un nome che dichiara una missione fondamentale: l’inclusione, perché “è unendo le differenze che si ottengono i risultati più belli”.
La cooperativa sociale agricola Ezen

Ezen è una cooperativa sociale agricola di Lecce, ideata da Christian ed Erika, una coppia che ha scelto di lasciare il lavoro e unire le proprie passioni, i pesci e la natura, per creare un giardino botanico speciale.
A muovere questo desiderio è stata una bambina, Matilda. La sua nascita e la scoperta della sua disabilità ha ispirato i genitori a chiedersi quale fosse il loro posto nel mondo, quale insegnamento portasse in dono quella creatura. E nell’accoglienza delle differenze hanno trovato il paradigma su cui costruire il loro futuro. Hanno così creato un luogo in cui la natura, nella sua diversità, potesse esprimersi in un ciclo di creazione e rigenerazione, permettendo alle persone, con tutte le loro differenze, di venire accolte.
Un luogo, racconta Erika, dove “si produce buon cibo per il corpo, attraverso i frutti e gli ortaggi coltivati, e nutrimento per la mente, con la bellezza della natura e attraverso la possibilità di praticare meditazione e altre arti”.

L’agricoltura in acquaponica
Il giardino si regge su un sistema di agricoltura in acquaponica. Un ambiente in cui piante e animali crescono in simbiosi, in un circolo perfetto, biologico ed ecologico. “È una tecnica antichissima di agricoltura, incontrata da Marco Polo in Cina e Cristoforo Colombo nelle civiltà precolombiane” racconta Christian “Si consuma il 90% di acqua in meno rispetto ai sistemi tradizionali di agricoltura e si ottiene arricchendo l’acqua con le proprietà e l’ammoniaca creata dai pesci che alleviamo. Il passaggio dei nutrimenti avviene attraverso un complesso sistema di filtri biologici e meccanici e consente alla pianta di crescere e fruttificare”.
Le altre attività della cooperativa Ezen
Oltre alla produzione agricola e all’allevamento di carpe Koi, Ezen offre visite e laboratori didattici per ragazzi con o senza disabilità, nella convinzione che non esiste un parametro di normalità tramite il quale valutare le persone, ma semplicemente diverse abilità che caratterizzano ciascuno di noi. “Gli spazi consentono anche ai ragazzi disabili di cimentarsi nella semina, nella preparazione delle piante, in lavori manuali che li riconnettono, attraverso il contatto con la terra, alla natura di cui facciamo parte” spiega Erika.

Nell’area sono presenti anche due chalet, dove le famiglie con ragazzi disabili possono soggiornare e dove in futuro verranno sperimentati percorsi di co-housing.
La frutta e gli ortaggi vengono al momento venduti nei canali del chilometro zero oppure trasformati in marmellate e composte. In futuro verrà potenziata l’attività di trasformazione e verranno create linee di prodotto particolari, come le tisane ispirate dall’antica conoscenza druidica della corrispondenza tra alcune piante e i segni zodiacali.
Ezen: un’armonia ecologica da esportare
Il desiderio di accogliere le differenze e riunirle in armonia è la missione di questo progetto, espressa anche da logo di Ezen. Due carpe koi, una bianca e una nera, intrecciate come lo ying e lo yang dell’antica filosofia cinese.
Il luogo creato da Christian e Erika è una risposta concreta alle sfide di sostenibilità ecologica che il futuro ci pone. Un modello di agricoltura che potrebbe essere esportato in quelle zone del mondo in cui scarseggiano le risorse idriche. Un’idea di riconnessione uomo-natura, che tutela e valorizza la biodiversità naturale e le differenze delle persone.
Erika e Christian, Matilda ed Enea sono una famiglia nelle cui vene scorre la clorofilla e che, accogliendo la diversità, ha creato un’oasi d’amore.
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Impresa sociale: il sapore dell’inclusione che dà gusto alla vita
Filippo si iscrive all’università di scienze e tecnologie agrarie, perché la sua famiglia ha un’azienda agricola e quella sembra la scelta più naturale. Ma la passione non decolla. Non trova stimoli, mollare tutto però fa paura. Poi è arrivato il famoso “treno”, quello inaspettato, che ha qualcosa di magnetico che ti attrae a sé. Cosa fai: sali a bordo o lo guardi passare? Filippo ha colto l’occasione e si è avvicinato a una cooperativa sociale di produzione artigianale di cioccolato con ragazzi autistici. Un’impresa dal cuore dolce che nutre le potenzialità. Da quella esperienza è nata So.ciok srl, una piccola media impresa a vocazione sociale che ha come mission l’inserimento lavorativo di persone con disabilità. Una realtà che ad oggi gestisce 2 negozi, un laboratorio di produzione continuativa di cioccolato in tutte le sue sfaccettature, 8 dipendenti e una rete distributiva allargata che crea valore. Era questo che Filippo andava cercando: la possibilità di reinventarsi ogni giorno, di tessere relazioni e sognare idee da convertire in progetti insieme a un team.
Avviare un’impresa sociale: tra ostacoli e competitività
L’impresa sociale è un’impresa a tutti gli effetti e va costruita considerando tutti gli aspetti previsti anche nel mondo profit. Un’idea imprenditoriale valida, una produzione di qualità, un progetto di marketing, un’adeguata struttura commerciale. L’inserimento lavorativo è “la ciliegina sulla torta” ci racconta Filippo Mazzocchi, presidente di So.ciok, “è una responsabilità in più che l’impresa decide si assumersi”. E perché sia efficace, è importante capire quale tipo di persone può collaborare, in base al tipo di produzione che si intende realizzare.
Gli ostacoli possono provenire dall’esterno, come è stato per Filippo che ha avviato l’attività a Codogno nel 2019, pochi mesi prima dello scoppio della pandemia. Ci sono poi le sfide interne, come nel mercato del lavoro classico, ovvero riconoscere le attitudini delle persone, individuare le loro qualità e capire in quale ambito lavorativo collocarle. E poi c’è l’aspetto commerciale, che per il mondo dell’impresa sociale significa abbattere i pregiudizi con la qualità del prodotto.
Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra produzione e impatto sociale, per creare qualità e valore.
Le forme di sostegno all’imprenditoria sociale
“Il quadro delle imprenditoria sociale non si presenta ad oggi omogeneo” ci spiega l’avvocato Felice Scalvini, membro del Comitato Scientifico di Cattolica Assicurazioni. Le cooperative, che rappresentano circa il 90% dell’imprenditoria sociale nel nostro Paese, hanno un quadro di riferimento fiscale e normativo definito. Le altre forme invece, introdotte dalla legge del 2007 e poi nel codice del Terzo Settore, “sono ancora in attesa di una piena legittimazione per quanto riguarda i provvedimenti fiscali da parte dell’Unione Europea”.
Sul fronte privato invece, stanno nascendo nuove e originali iniziative nella relazione con le fondazioni e gli enti filantropici, che possono intervenire a sostegno delle imprese sociali.
Un’ulteriore opportunità è il fondo gestito da Invitalia. L’agenzia governativa per lo sviluppo d’impresa ha un fondo dedicato all’economia sociale, che ha una dotazione di oltre 200 milioni di euro al quale varie imprese sociali hanno iniziato ad aderire.
Sinergie e coprogettazione
Esistono vari strumenti che possono generare opportunità e creare sinergie efficaci. La coprogettazione, con la pubblica amministrazione e con soggetti privati. I partenariati con le pubbliche amministrazioni. Forme di integrazione operativa tra imprenditoria sociale, pubblica amministrazione ed enti filantropici. Una triangolazione virtuosa che permette di realizzare ampie progettualità e attrarre risorse da soggetti diversi.
Ti interessa approfondire il tema dell’imprenditoria sociale? Leggi questo articolo!
La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia

Attraverso il bando Una Mano A Chi Sostiene, Fondazione Cattolica ha conosciuto il progetto Bottega della Loggetta, dell’associazione di volontariato G.R.D. (Genitori ragazzi con disabilità) di Faenza. Una piccola organizzazione non profit entrata nel cuore della propria città e che dai suoi sostenitori è stata premiata raggiungendo la quarta posizione come progetto meritorio del bando. Ecco chi sono!
G.R.D. nasce nel 2004 a Faenza da un gruppo di genitori di ragazzi con disabilità che desiderava un futuro diverso per i propri figli e voleva offrire loro nuove opportunità di inclusione sociale e lavorativa. “Volevano pensarli come persone attive per la comunità, per il territorio, come risorse. Dargli una responsabilità nella società” ci racconta Maria Sole Chiari, educatrice professionale socio-sanitaria dell’associazione. Le attività di G.R.D. nel tempo si sono articolate su più fronti. Accompagnamento delle famiglie fin dalla nascita dei loro bambini, con programmi di formazione e sostegno psicologico; progetti di inserimento lavorativo e di autonomia residenziale; attività ricreative.
La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia dei ragazzi con disabilità
La Bottega della Loggetta si ispira al sapore antico e al senso di solidarietà che si trovava nelle botteghe di una volta, quelle dove si era accolti sempre da un sorriso. È un negozio-laboratorio di alimenti locali, eco-sostenibili e biologici gestito da ragazzi con disabilità. Nasce nel 2013 e oggi vi lavorano 11 ragazzi accompagnati da un educatore. Ognuno di loro persegue gli obiettivi del proprio progetto di vita, ma le abilità che possono apprendere ed allenare in questo contesto sono molteplici e multidisciplinari, dalla sfera professionale a quella personale. Ad esempio, arrivare puntuali al lavoro, utilizzare un pc, relazionarsi con i clienti, gestire la contabilità, il magazzino e i rapporti con i fornitori.
La Bottega della Loggetta è una palestra per l’autonomia, un luogo in cui crescere e imparare un mestiere per poi proporsi nel mercato del lavoro.

Non solo vendita ma anche produzione e servizio: oltre all’attività commerciale, la Bottega organizza buffet producendo semplici stuzzichini o utilizzando alcuni dei prodotti in vendita.
Quelle della Bottega sono mura vocate all’incontro, alla relazione e allo scambio creativo. Proprio in quegli spazi, infatti, nel ‘900 aveva luogo il cenacolo artistico e culturale animato dall’artista Muky, scultrice e ceramista recentemente scomparsa. Nulla è casuale. “Questo negozio è un punto di riferimento per molti. Abbiamo tante richieste di inserimento – racconta Maria Sole – e abbiamo attivato anche collaborazioni con gli esercenti della zona, che aprono le porte delle loro attività e offrono ai ragazzi esperienze di tirocinio”.
È questo il quid in più che rende il progetto davvero efficace: uscire dall’isolamento e attivare il territorio alla partecipazione. La vera inclusione, infatti, è possibile quando la collettività decide di farsi carico del futuro dei più fragili trasformandosi così in comunità educante.
Work in progress
La Bottega della Loggetta si appresta a cambiare volto. Dalla vendita di prodotti alimentari e punto di riferimento per i gruppi di acquisto solidale, da marzo il negozio venderà abiti di seconda mano per bambini e materiali legati al mondo dell’infanzia. Un settore caratterizzato da grandi sprechi e che per questo permetterà di mantenere alta l’attenzione sui temi della sostenibilità e del riciclo. L’ambito merceologico originario sarà trasferito in un altro punto vendita, più centrale alla città di Faenza e implementerà una strategia più commerciale.
Strategie profit a servizio del non-profit
“Le scelte di vendita – spiega Maria Sole – non saranno più affidate agli educatori, che continueranno ad occuparsi della parte terapeutica, ma ad una persona dedicata assunta a tale scopo, che consentirà al negozio di confrontarsi ad armi pari con le altre attività della zona. L’obiettivo è che i clienti vengano da noi perché apprezzano il negozio e i nostri prodotti, non solo perché desiderano aiutare i ragazzi che vi lavorano. Questo fa parte di un cambio di mentalità della società che da anni cerchiamo di promuovere: la disabilità non deve essere intesa come un peso ma come una risorsa per la comunità”.
Gli altri progetti di G.R.D.

Se il primo sogno della GRD era quello di dare ai suoi ragazzi la possibilità di imparare un mestiere, il secondo è quello di aiutarli a vivere da soli in autonomia. Per questo due anni fa è nato il percorso “Provo a vivere da solo”. Due appartamenti semi-residenziali in cui 9 ragazzi con diversi gradi di disabilità vivono e allenano le loro autonomie quotidiane. Un progetto che sta già dando i suoi frutti: per due di questi ragazzi, infatti, si sta pensando l’inserimento in un contesto abitativo autonomo.
Infine, c’è il progetto “Crescere insieme”, che coinvolge adolescenti e famiglie in un percorso di confronto, condivisione e allenamento alle autonomie quotidiane. Cucinare, apparecchiare e lavare i piatti, orientamento stradale, utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici, della bicicletta, cura del sé, utilizzo dello smartphone, svolgimento dei compiti in autonomia, gestione delle dinamiche relazionali.
La Bottega della Loggetta ha realizzato un modello efficace e innovativo che può essere replicato anche in altri contesti per favorire l’autonomia e l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Un altro progetto straordinario sulla stessa lunghezza d’onda è Zero Per Cento a Milano: lo conosci? Leggi questo articolo se vuoi saperne di più.
La capacità trasformativa delle relazioni
Christian è un ragazzo che non ha paura di farsi domande. La prima volta che si è chiesto cosa volesse fare nella vita ha pensato alla sua passione più grande, il mare e ha salpato l’ancora. Ma dopo due anni di sole, sale e solitudine ha capito che non era quello il posto in cui voleva stare. Così ha iniziato ad interrogarsi e a fare un percorso di psicanalisi per capire quale direzione prendere: la sua freccia interiore ha indicato Psicologia!
La relazione d’aiuto l’ha conquistato e ha capito che era in quello scambio che voleva stare, voleva restituire il Bene che aveva ricevuto lui stesso ad altre persone. E così è arrivato al Centro Nuovo Volo della cooperativa Lindbergh, un centro socio-educativo riabilitativo per le persone con disabilità. Qui Christian ha incontrato l’Altro, quelle persone che la gente tende ad etichettare secondo le abilità di cui sono manchevoli, ma che in realtà sono in grado di trovare forme e modalità sorprendenti per vivere e comunicare. Christian ha così compreso che quando aiuti le persone a stare meglio, il benessere si diffonde. Ed è a questa onda infinita di Bene che Christian ha capito di voler contribuire.
Lavorare con la “diversità”: una relazione che ti trasforma!
La storia di Christian racconta di come le relazioni siano capaci di dare risposte a quella ricerca di senso che ognuno affronta nel proprio percorso di vita e di come siano in grado di generare una potenza trasformativa grandiosa nell’esistenza di chi si apre ad essa.
Questa consapevolezza Christian la sta sperimentando lavorando con il mondo della disabilità, una realtà che ad un primo approccio può essere faticosa e talvolta può spaventare: è necessario ricercare nuovi linguaggi, rendersi disponibili all’ascolto, accogliere la diversità come una possibilità di scoperta, anziché come un limite. Attraverso l’esperienza si può comprendere come la disabilità sia un concetto che non riguarda l’essenza delle persone, ma una condizione che si determina nel contatto tra l’individuo e una richiesta di prestazione del contesto, è dunque una dinamica di relazione che chiama in causa tutti.
Lavorare con la diversità è quindi prima di tutto un’azione di consapevolezza e di responsabilità, che si declina nella ricerca del benessere dell’Altro.
L’impatto del lavoro nel sociale nell’economia italiana
Il lavoro nel sociale, normato dal Codice del Terzo Settore, genera un enorme impatto sul benessere delle persone che accedono ai servizi, sulle loro famiglie e di riflesso sulla società intera: una persona che ha la possibilità di realizzare il suo progetto di vita, secondo le proprie possibilità, genera valore, necessita di minore assistenza e dunque, in parole povere, “costa meno”.
Ma come quantificare questo valore? Il dottor Umberto Mezzana, commercialista e Amministratore Delegato di Vannini Editoria Scientifica segnala che le stime attuali sul Terzo Settore rilevano che:
- genera un giro d’affare di circa 80 miliardi
- rappresenta il 5% del PIL
- è la quarta economia del Paese
ma i dati sono sicuramente sottostimati e tengono conto solamente degli indici economici, quando in realtà il Terzo Settore, attraverso ad esempio l’attività dei volontari, si fa carico di una serie di servizi che generano un impatto trasversale e strutturale sulla società.
Una corretta lettura dei benefici sociali, personali ed economici generati dal Terzo Settore è una sfida ancora aperta e auspicabile, che potrebbe originare nuove consapevolezze personali e un cambio di prospettiva nella gestione delle risorse pubbliche e private.
Ti è piaciuto questo articolo? Qui puoi leggere l’approfondimento che abbiamo dedicato alla Cooperativa Lindbergh.
Superare le barriere della disabilità e costruire progetti di vita personalizzati!
Questo episodio racconta di Paola, una mamma che riconosce la diversità di Marco rispetto agli altri figli. La diagnosi lascia Paola in balia dell'incertezza: Marco ha un disturbo dello spettro autistico. Cosa fare? Paola si affida al suo spirito coraggioso e si avvicina ad Angsa Umbria, la realtà regionale dell’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici, che dal 2001 si occupa di tutela del diritto delle persone con autismo, promuove la conoscenza di questo disturbo attraverso seminari e convegni e sostiene le famiglie con corsi di parent-training.
All'interno dell'associazione Paola comprende che le opportunità per i giovani autistici nascono se qualcuno le crea e così da forma a il Centro Diurno La Semente, una cooperativa sociale che favorisce le abilità lavorativa e i trattamenti psico-educativi, collabora con le università per sviluppare ricerche scientifiche volte a superare le barriere della disabilità in vari ambiti (architettonico, clinico, relazionale).
Come le famiglie possono superare le barriere della disabilità e costruire progetti di vita personalizzati?
Emilio Rota, Vice Presidente di ANFFAS, associazione nazionale di famiglie e persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, individua tre ambiti sui quali c’è ancora molto lavoro da fare, ma che risultano decisivi per le persone con disabilità e le loro famiglie:
- Trasformazione culturale
- Progetto di vita
- Dopo di noi
È necessaria una trasformazione culturale che riconosca la disabilità come un fatto sociale e non privato. Questo cambiamento può essere attuato attraverso la partecipazione attiva e il coinvolgimento delle comunità, che devono essere educate e a loro volta educanti.
Il progetto di vita delle persone con disabilità è uno degli obiettivi principali delle famiglie e anche la normativa ha compreso la centralità di questa tematica, tant’è che nella Legge 112 viene indicato come un obiettivo da perseguire attraverso una valutazione multidimensionale e multiprofessionale. Anche la Legge Delega 227/2021 ha il suo fulcro nel progetto di vita personalizzato e partecipato, “diretto a consentire alle persone con disabilità di essere protagoniste della propria vita e di realizzare una effettiva inclusione nella società”.
Come si costruisce il progetto di vita di una persona con disabilità? Attraverso l’ascolto dei suoi desideri e il riconoscimento dei suoi bisogni che vengono proiettati sul futuro. Ma nell'ideare questo percorso, non è sufficiente adeguarsi ad uno standard, solitamente quello biomedico, ma è necessario un approccio integrale, bio-psico-fisico e costruire progetti di vita personalizzati.
Il terzo punto si connette al secondo: le famiglie devono potersi prendere cura del progetto dei propri figli, per garantire loro un futuro sereno anche quando i genitori non ci saranno più e le persone con disabilità potranno affidarsi a quella preziosa rete di educatori, volontari e specialisti che in questi anni si è formata con passione e sensibilità.
La rete di Fondazione Cattolica
Negli anni Fondazione Cattolica ha potuto conoscere alcune delle realtà che si occupano di persone con disturbo dello spettro autistico, come Progetto Imoletta di Ferrara, Fondazione Oltre il Labirinto Onlus, Fondazione Diversity Life di Padova, che ha attivato un percorso di residenzialità per acquisire le abilità necessarie per raggiungere la maggiore indipendenza possibile in un contesto abitativo diverso da quello famigliare, o Ca’Leido della cooperativa sociale Sonda di Treviso, un centro per l’autismo dove lavora una delle “Giovani Speranze” che abbiamo intervistato in questo articolo!
Rubrica Sguardi Inclusivi: il terzo libro che ti consigliamo è…
“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi uno stupido”. Albert Einstein
Questo libro parla di disabilità, un argomento sicuramente delicato, ma non c’è retorica o pietismo tra le pagine del racconto perché a scriverlo è stato un ragazzo di 19 anni, che con la schiettezza e la semplicità della sua età, racconta come la diversità sia entrata nella sua famiglia quando è nato Giovanni, il fratello che ama i dinosauri, la musica, la Nutella, gli abbracci ..e si, ha anche un cromosoma in più.
La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Giacomo aveva due sorelle e desiderava tantissimo un fratellino con cui fare giochi da maschio. I genitori un giorno annunciano il suo arrivo: si chiamerà Giovanni e sarà speciale. Nella mente di Giacomo, un bambino di cinque anni, speciale significa supereroe, ma man mano che passa il tempo Giacomo scopre che suo fratello ha la sindrome di Down e teme che questa diversità possa allontanare anche lui dal branco dei “normali”. Così c’è il rifiuto, pieno di sensi di colpa, di quel fratello che gioca sempre con i dinosauri ma non sa stare al suo passo. Piano piano però Giacomo capisce che Giovanni i superpoteri li ha davvero: sa creare mondi, stabilisce un rapporto speciale con chiunque entri in contatto con lui e la sua vita è fatta di istantanee, di momenti presenti vissuti con inestinguibile entusiasmo.

Tutti siamo fatti diversi e nessuno di noi è “abile” in ogni campo, è solo una questione di sguardo, che può aprirsi davvero quando eliminiamo le distinzioni e scegliamo semplicemente di amare.
Da questo libro nel 2019 è stato anche tratto un omonimo film di Stefano Cipani, che potete vedere su Rai Play.
Perché ti consigliamo di leggere questo libro?
Consigliamo questo libro perché parla di disabilità con leggerezza, ironia e affetto, in una parola, con normalità. Propone un punto di vista ancora poco esplorato, quello dei siblings, i fratelli di persone con disabilità ed è un’occasione per riflettere su come la nostra società affronta il tema della diversità e come potremmo invece aprire nuovi orizzonti.
Lo stigma sociale nei confronti della disabilità è ancora un grave problema: spaventa, viene ignorata e talvolta schernita. Eppure la diversità fa parte della vita, gli esseri viventi su questo pianeta sono multiforme: per quale motivo allora è necessario stabilire una gerarchia?
La disabilità ha tempi, codici, abilità diverse da quelle cui siamo abituati, ma chi dice che siano migliori delle “nostre”, quelle più comuni? Chi ha scelto che un mondo è giusto e l’altro è diverso? Abbiamo costruito una società dove solo i tempi, i codici e le abilità dei cosiddetti normali trovano posto, ma forse è possibile innescare un cambiamento, aprendo lo sguardo con amore e meraviglia, educando le comunità ad accogliere la diversità, progettando spazi accessibili a tutti e costruire così una società più inclusiva.
Le persone affette da sindrome di Down in Italia
La sindrome di Down è causata da un’anomalia cromosomica e provoca vari effetti su salute, stili di apprendimento e caratteristiche fisiche.
Non esistono statistiche esatte, ma secondo le stime in Italia vivono circa 40.000 persone con la sindrome di Down, ogni anno ne nasce affetto circa 1 bambino ogni 1.200.
Negli ultimi anni l’aspettativa di vita è significativamente aumentata, passando dai 10 anni negli anni '60, ai 25 anni del 1983, fino agli oltre 60 attuali. Attraverso un approccio integrato impostato fin dai primi mesi di vita le persone con la sindrome di Down possono condurre una vita serena e produttiva. Per il benessere delle persone e l’acquisizione di un ruolo sociale, una componente essenziale è però il lavoro e sul fronte dell’inserimento lavorativo c’è ancora molto da fare: secondo l’associazione italiana delle persone Down, ad oggi in Italia solo il 13% di loro ha un lavoro e un contratto regolare. Proprio di questo si occupano alcune realtà che Fondazione Cattolica ha incontrato in questi anni, come Fondazione Più di Un Sogno di cui potete leggere in questo articolo o la cooperativa sociale Lindbergh.
Fonte dati
Più di un sogno.. un’opportunità per persone con disabilità!
Michele era un giovane ragazzo insoddisfatto che faticava a trovare il proprio posto nel mondo. Stava per arrendersi al fatto che nella sua vita professionale non avrebbe mai ottenuto grandi soddisfazioni, quando un’esperienza di volontariato alla cooperativa Vale un Sogno ha cambiato tutto.
Il lavoro nel sociale si è rivelato sfidante, con mansioni che sono variate nel tempo e che gli hanno consentito di sviluppare capacità di adattamento e abilità eterogenee.
La spontaneità dei ragazzi riaccende le energie di Michele e gli dà nuovi obiettivi: vuole contribuire ad un cambio di prospettiva e rinnovare lo sguardo della società sulla disabilità.
Obiettivi sicuramente ambiziosi, ma Michele è nel posto giusto: Marco Ottocento, fondatore di Più di un sogno, è un imprenditore sociale che non si accontenta e vuole valorizzare le persone indipendentemente dai loro limiti.
Quali sono i dati relativi all’occupazione lavorativa dei disabili intellettivi in Italia?
I disabili intellettivi nel nostro Paese sono circa 550.000 e sono considerati inabili al lavoro, pertanto non rientrano nelle statistiche che rappresentano i cittadini disabili lavoratori o in cerca di un’occupazione.
Ma il lavoro è una componente essenziale per il benessere delle persone e l’acquisizione di un ruolo sociale.
La Legge offre delle possibilità per agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro, attraverso la n. 68 del 1999 o la n. 276 del 2003, tuttavia queste norme risentono ancora di una visione che vede l’integrazione come un obbligo e non un’opportunità.
L'esperienza di Vale un Sogno
Vale un Sogno propone una strada diversa. L’inserimento lavorativo è parte di un ampio percorso di presa in carico della persona. Prevede lo studio preliminare del “territorio aziendale”, l’identificazione dei ruoli che il ragazzo potrà assumere e una formazione specializzata per quella specifica mansione che gli sarà affidata. La formazione avviene in parte all’interno dell’impresa, dando così la possibilità anche ai colleghi di prepararsi all’accoglienza del nuovo collega. E nel caso l’inserimento non andasse a buon fine, il ragazzo resta all’interno della cooperativa e viene formato per una nuova impresa, eliminando il carico emotivo del fallimento che potrebbe provare e alleviando per l'azienda la responsabilità della sconfitta.
Inoltre la fondazione Più di un Sogno ha costituito delle piccole imprese sociali per inserire anche i ragazzi con disabilità più complesse, offrendo a tutti la possibilità di sperimentare la vera inclusione attraverso le proprie possibilità.
Quali vantaggi ha questo modello?
- ridurre i costi sociali
- uscire dalla dimensione assistenzialista del welfare state
- entrare in una nuova prospettiva, caratterizzata dai principi di sussidiarietà e sostenibilità, quella del welfare generativo
…Ecco perché Michele si trova tanto bene alla Vale un Sogno, perché per lui non si tratta soltanto di un lavoro, ma della condivisione di un progetto: creare comunità accoglienti verso le fragilità.
La storia di Michele ti ha incuriosito? Qui trovi un articolo che abbiamo scritto su di lui, una giovane speranza per il nostro futuro!
Davide: "Nessun limite ha l'ultima parola sulla vita delle persone!"
La rubrica “Uomini che fanno la differenza” si arricchisce con la storia di Davide Benini, ideatore e Presidente, di Solidarietà Intrapresa una realtà pensata per valorizzare la vita in qualsiasi forma essa si presenti!
Davide nasce in campagna ed è energico, come la natura intorno a lui! Non si ferma per mettere nel cassetto desideri. E nemmeno per chiedersi cosa farà da grande.
Lui ha voglia di sentire la vita scorrergli nelle vene, di essere autonomo. Per questo a 14 anni molla la scuola…Diventa apprendista tornitore. Lavorare lo fa sentire grande.
A distanza di un giorno, una settimana, un mese, Davide capisce però che il lavoro non è come lo aveva immaginato. Quella ripetitività gli toglie le energie. Le giornate diventano uno spazio da sopportare, tranne il sabato e la domenica. È solo un ragazzo ma già si chiede Dove è finita la mia vita?
Davide cerca un lavoro che gli riempia il cuore oltre che il tempo. Così si cimenta in mestieri diversi e cresce insieme alla voglia di creare qualcosa di suo. Apre un bar-gelateria lungo una strada che porta al mare. I progetti da sviluppare sono tanti, come tanti sono i soldi che può ricavarne… ma poi accade.
La salute lo abbandona. Davide ha l’artrite reumatoide e nei mesi che passa in ospedale vede quali effetti provoca la malattia nel lungo periodo. Il dolore trasforma le persone e l’infiammazione deforma gli arti. È quello il suo destino? Potrebbe prendersela con tutti, anche con Dio, e invece lascia che sia proprio Lui a guidarlo.
È il 1987 quando Davide sale in auto e insieme ad un amico visita una comunità a lui sconosciuta. Di disabili non sa nulla, eppure nonostante notti tremende tra chi schiocca la lingua e chi digrigna i denti, sono proprio loro a farlo tornare a casa con una verità in più.
Quelle persone gli corrispondono. In quella casa le sue giornate avevano preso gusto e la vita era piena e ricca. Così chiama alcuni cari amici e fonda “Solidarietà e Intrapresa”. La cooperativa sociale è un’impresa! I disabili che Davide incontra non sanno stare a tavola, allacciarsi le scarpe, andare in bagno, eppure…
Nessun limite ha l’ultima parola sulla vita delle persone. Non lo avrà la sua malattia e nemmeno la disabilità di quei ragazzi. Davide lo sa, per questo si circonda di persone che credono e si affidano a un Mistero benevolo. Insieme possono fare la differenza.
Il lavoro diventa uno strumento di cura e la cooperativa decolla! Aumentano le commesse ma anche i bisogni, come quelli d’amore, calore e famiglia. Davide allora allarga le braccia: ci stanno sua moglie e i suoi figli ma c’è posto per molti di più. Da un abbraccio nascono 5 case residenziali con 80 posti letto.
130 persone vengono accompagnate in attività riabilitative e 150 in quelle occupazionali. La cooperativa investe in ricerca e sviluppo e, con il marchio D’Opera, diventa il secondo produttore italiano di scale da interni. Sembrava una follia e invece era vero: Il limite non avrà l’ultima parola.
A 60 anni Davide la vita non la rincorre più. La vive e ne è semplicemente felice!
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