Aloud: quando la musica dà senso alla vita
Una scuola, 400 corsisti l’anno, circa 30 insegnanti e un animo innovativo che ricerca nelle note musicali i cambiamenti sociali. Aloud è il college che offre una formazione musicale completa per gli amanti della musica e per chi vuole fare della musica la sua professione.
La musica è la chiave di un processo avviato decenni fa. Aloud nasce infatti da una scelta coraggiosa: racchiudere due importanti e storiche realtà nel mondo musicale veronese (CSM College e CIM) in un'unica entità per creare un polo culturale che condivide vocazioni, saperi e competenze al fine di sviluppare percorsi formativi di qualità.
Lo sviluppo di Aloud
Le persone che animano Aloud sono orientate dalla ricerca costante per innovare la didattica e colmare un vuoto formativo che esiste da sempre nell’ambito musicale italiano. “Si trovano i corsi amatoriali oppure i conservatori – racconta Pepe Gasparini, presidente della realtà – Io stesso negli anni ’90 ho sentito una mancanza: sono andato a studiare all’estero perché cercavo qualcosa di più”. E nel Regno Unito Pepe comprende che esiste una formazione musicale completa che prepara a diventare ottimi strumentisti ma anche professionisti del settore. Musica, funzionamento del mercato, organizzazione del lavoro… “Quando sono tornato in Italia avevo voglia di condividere questo modello. Ho trovato professionisti che, come me, volevano dare vita a qualcosa di nuovo e innovativo e ci siamo subito impegnati per realizzare quell’obiettivo” racconta Pepe.


Il college Aloud
Aloud diventa un luogo di incontro in cui lo studio e la conoscenza si abbinano alla musica, alla tecnologia e alla recitazione per permettere ai giovani di appassionarsi, diffondere l’arte e abbracciare nuove professioni. “La centralità non è affidata alla musica, ma alla società. In Aloud la musica è un elemento essenziale perché dà senso alla vita, aggrega, riflette le comunità e parla alle persone” afferma Pepe.
I percorsi musicali proposti da Aloud
La proposta formativa amatoriale o professionalizzante si rivolge a bambini dai 4 anni fino agli over 70: corsi di musica contemporanea, produzione musicale, dizione e recitazione sono adatti a tutte le età e per diversi livelli. I diplomi, invece, sono frequentati prevalentemente da giovani tra i 17 e i 25 anni e sono certificati e riconosciuti in Europa e nel mondo, “perché è nel mondo che si generano opportunità. Sviluppiamo diplomi accademici e universitari, creiamo rete con professionisti del settore, promuoviamo eventi e iniziative in cui i ragazzi possono sperimentare, fare la loro gavetta, far conoscere il loro valore”, racconta Pepe. Perché alla fine l’anima di Aloud è fatta di ragazzi con grandi sogni, ma anche tante paure.


I protagonisti di Aloud
“Quando faccio le audizioni chiedo sempre: qual è il tuo sogno? Ci siamo accorti che i ragazzi soffrono sempre più di ansia e insicurezza. È come se la lente fosse posta al loro interno, i cantanti non chiedono più mondo cosa vuoi me? e riflettono tutta una generazione che si sta chiedendo cosa voglio da me? La scuola permette di uscire e creare un collegamento con l’esterno”, testimonia Pepe.
Guardare all’esterno significa innovare sempre i percorsi formativi, studiare il mercato, accompagnare singolarmente gli studenti, offrire loro reali opportunità in cui cimentarsi. C’è chi esce e fa il musicista, chi insegna, chi si specializza nell’ambito tecnologico e chi si cimenta con le nuove frontiere offerte dalla realtà virtuale e dai videogame. “Nel DNA di Aloud c’è l’innovazione creativa. Noi non ci fermiamo, perché ai giovani vogliamo offrire le migliori opportunità di crescita” conclude Pepe.
Aloud, quando la musica che dà senso alla vita... ti è piaciuta la realtà? Scopri le altre he Fondazione Cattolica ha accompagnato, come Orto!
“Prendi la tua vita e fanne un capolavoro”, il Terzo Settore e la sua protezione
Il nono episodio del podcast “Intraprendenti” parla della scelta di prendere la vita e farne un capolavoro e spiega l’importanza di una copertura assicurativa specifica per il Terzo settore
Ci sono delle frasi che ti accompagnano per una vita intera e sembrano parlare proprio a te: “Prendi la tua vita e fanne un capolavoro” è stato il motto di Claudio e l’ispirazione di una scelta di vita.
Dai sogni di una carriera tradizionale alla decisione di impiegare la propria vita nell’aiutare gli altri, un cambio di rotta che non prevedeva auto fiammanti per il futuro e neppure uffici da mega capo galattico, ma disegni incerti di bambini riconoscenti, sorrisi faticosamente ritrovati e abbracci inaspettati.
Claudio lavora per Una casa anche per te, una comunità di accoglienza nella provincia di Pavia che si occupa di giovani madri e minori che provengono da famiglie difficili o percorsi di immigrazione. L’associazione fornisce alloggi, accompagnamento educativo, ma anche possibili inserimenti lavorativi dopo la maggiore età attraverso la cooperativa agricola Madre Terra; recupera beni confiscati alle mafie e ne fa luoghi di rinascita per vite difficili che trovano una strada per il futuro.
Un ragazzo tra i ragazzi, Claudio, che ha trovato nei volti di questi coetanei, cui la vita ha dato qualche peso in più, la motivazione per affrontare la fatica quotidiana di organizzare tempi e bisogni di una nuova grande famiglia. E il motto resta sempre lo stesso, “Prendi la tua vita e fanne un capolavoro”, ma declinato al plurale, per far sì che siano le vite degli altri a diventare capolavori.
L’importanza di una polizza “su misura”
Per prendersi cura davvero delle persone è necessario valutare correttamente anche i possibili rischi che tutti i soggetti coinvolti possono correre e attivarsi per proteggerli. Serve dunque grande professionalità, esperienza e conoscenza di un settore che presenta specifiche particolarità: Paolo Pesce, liquidatore esperto di Cattolica Assicurazioni gruppo Generali, ci racconta nel podcast quanto sia fondamentale una corretta formazione per chi si occupa di Terzo Settore in ambito assicurativo. È importante conoscere le norme legislative, saper consultare i registri, distinguere le varie forme associative e le loro peculiarità, per offrire un servizio finalizzato non solo alla copertura di un rischio ma alla prevenzione da esso.
Un liquidatore interviene quando purtroppo il sinistro si è verificato, ma ha un ruolo chiave, proprio per la sua esperienza, nel comprendere quali interventi potrebbero prevenire o per lo meno mitigare il rischio occorso. Proprio grazie alla conoscenza acquisita, Cattolica sta ad esempio proponendo alle numerose realtà che organizzano grest estivi e che ricercano una copertura assicurativa, uno specifico percorso di formazione sulla sicurezza, perché prevenire è meglio che liquidare! 😊
E se la scelta di Claudio ti incuriosisce, leggi la sua storia!
Martina e quella fortuna costruita col tempo
La rubrica "Giovani Speranze" si arrichisce con la storia di Martina Tommasi, Responsabile Area Progetti e Sviluppo delle Acli di Verona
Da bambina volevo fare la capa, di cosa non lo sapevo e come nemmeno!
Mia mamma dice che sono nata con una certa repellenza alle regole e con la convinzione che nella vita decido da me! perché essere autonoma e indipendente sono sempre stati i miei obiettivi. D’altronde cos’altro potevo fare?
Ero piccola per capire la scelta dei miei genitori e quel vivere separati mi ha segnata. Mi sentivo sola e diversa da tutti; ero insicura e anche abbastanza arrabbiata. Pensavo che “io” potevo essere l’unica persona su cui contare davvero. Così ho iniziato.
A 13 anni ho scelto una scuola che mi avrebbe fatta lavorare subito. Non avevo fatto i conti, però, con l’imprevedibilità della vita: mi sono innamorata del diritto. Mi piaceva l’idea di poter creare opportunità, di tutelare le persone, di prendermene cura. “Continua – mi dissero i professori – hai un futuro davanti!”.
La mia piccola ambizione mi ha portato ed Economia e management ma l’Università l’ho vista poco. Mi sentivo soffocare: ero solo un numero nel sistema. Mi mancava la relazione, stringere legami con adulti che aprono gli occhi e orientano la vita. Per questo studiavo lavorando a tempo pieno!
Commessa, hostess, impiegata, ho fatto di tutto fino a quando mi sono imbattuta nel Servizio Civile. Vedevo persone felici e sfide da vincere. E li ho iniziato a capire. Non volevo un lavoro per coprire le spese. Volevo qualificare il Terzo Settore e valorizzarlo. Ho scelto di uscire dal binario tradizionale: lavorare per generare profitto e ho continuato l’Università per presentarmi al non profit con qualità!
Si lo ammetto, quando sono entrata nelle Acli ero scettica. Cosa c’entro io con i valori cristiani? mi chiedevo. Poi mi sono accorta che qui le persone lavorano per le persone e che i valori sono quelli umani: favorire l’equità, crea opportunità, agire per la pace... Era quel che volevo da ragazzina. E la verità è che ho trovato anche molto di più!
Ho sostituito la sete individuale con l’interrelazione. Ho sperimentato cosa significa stare accanto. Ascoltare bisogni e trovare le risposte. Ho compreso il significato della collaborazione e che solo quando si fa insieme si possono cambiare le cose.
Beh, certo alle volte non è stato semplice far convivere il mio carattere prorompete con un’organizzazione storica. Ma c’è disponibilità e incontro e forse nelle Acli hanno visto che il Bene lo voglio fare bene. Sta di fatto che oggi sono Responsabile dell’Area Progetti e Sviluppo e mi sento fortunata ma non perché faccio il capo!
Quello non mi interessa più. Mi interessa sapere che anche grazie al mio impegno Verona può essere una città migliore. Mi interessa creare un equilibrio sociale per favorire la felicità. Mi interessa fare per lasciare un segno, perché i ragazzi abbiano opportunità e un giorno possano dire “anche io sono fortunato!”.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica a partire da Anna!
Far rinascere terre dimenticate e recuperare persone abbandonate.
L’ottavo episodio del podcast “Intraprendenti” racconta la storia di Luca, che attraverso il Servizio Civile è approdato a Calafata, una cooperativa sociale agricola in cui la terra torna a produrre frutti e gli uomini ritrovano il sorriso.
I mastri calafati sono coloro che recuperano i vecchi scafi delle imbarcazioni e le rendono nuovamente adatte al mare. Un mestiere antico, che dà nuova vita a qualcosa che ha una storia di fatica e che sembra perduta. Il nome della cooperativa sociale agricola in cui lavora Luca, Calafata, proviene proprio da questa tradizione, che si tramanda di generazione in generazione. Anche Luca ha saputo far tesoro degli insegnamenti del passato per dare a chi ne ha bisogno un futuro concreto, legato alla terra, alla fatica e alle relazioni autentiche.
Calafata recupera persone che hanno una storia di dipendenze, con problematiche di salute mentale e richiedenti asilo. Allo stesso modo fa rinascere anche terreni abbandonati e li rende nuovamente produttivi tramite orticultura, viticultura, frutticultura. E quando il calendario agricolo prevede periodi di riposo, si occupa di giardinaggio e opere conto terzi in altre aziende.
Il Servizio Civile Universale: una strada verso il futuro
Luca ha scoperto il suo futuro tramite il Servizio Civile Universale: un'opportunità nata dall’obiezione di coscienza che i cittadini maschi italiani potevano esercitare in sostituzione della leva militare. Oggi tutti i giovani tra i 18 e i 28 anni, terminati gli studi, possono servire il Paese e i suoi valori in campo di pace, non violenza e altre attività di interesse generale, soprattutto negli enti del Terzo Settore e del non profit. Vengono messi a bando decine di migliaia di posti ogni anno, ecco alcune informazioni:
- i progetti sono finanziati dallo Stato
- durano 8-12 mesi
- è previsto un impegno di 25 ore settimanali o di un monte ore stabilito
- possono eventualmente comprendere anche 3 mesi di tirocinio all’estero
- è previsto un assegno mensile di circa 450 euro
- per legge vengono erogate almeno 80 ore di formazione specifica
Il Servizio Civile, disciplinato dalla Riforma del Terzo Settore, è molto rilevante sotto il profilo occupazionale, è un’occasione di crescita personale ma anche professionale. Molto spesso infatti, i ragazzi, terminato il periodo volontario, continuano a lavorare negli enti in cui hanno prestato servizio.
L’occupazione nel mondo del Terzo Settore ad oggi conta dati estremamente rilevanti: gli ultimi rilievi Istat parlano di 5 milioni di volontari impiegati e circa 850.000 lavoratori dipendenti, un numero che non ha subìto contrazioni nonostante la crisi pandemica ed economica degli ultimi anni! Gran parte sono impegnati in imprese e cooperative sociali, con contratti a tempo indeterminato. Le figure professionali più ricercate e impiegate sono “high skills”, quindi persone con elevata specializzazione tecnica ed intellettuale. Dunque il Terzo Settore si rivela un ambito di occupazione stabile, di qualità e con elevata professionalità.
Ti è piaciuto questo episodio? Puoi continuare a conoscere i protagonisti dei nostri podcast, parti dalla storia di Mauro Franchini!
E tu hai mai pensato di partecipare al Servizio Civile Universale? Dai un’occhiata al sito istituzionale per scoprire opportunità e scadenze!
Davide: "Nessun limite ha l'ultima parola sulla vita delle persone!"
La rubrica “Uomini che fanno la differenza” si arricchisce con la storia di Davide Benini, ideatore e Presidente, di Solidarietà Intrapresa una realtà pensata per valorizzare la vita in qualsiasi forma essa si presenti!
Davide nasce in campagna ed è energico, come la natura intorno a lui! Non si ferma per mettere nel cassetto desideri. E nemmeno per chiedersi cosa farà da grande.
Lui ha voglia di sentire la vita scorrergli nelle vene, di essere autonomo. Per questo a 14 anni molla la scuola…Diventa apprendista tornitore. Lavorare lo fa sentire grande.
A distanza di un giorno, una settimana, un mese, Davide capisce però che il lavoro non è come lo aveva immaginato. Quella ripetitività gli toglie le energie. Le giornate diventano uno spazio da sopportare, tranne il sabato e la domenica. È solo un ragazzo ma già si chiede Dove è finita la mia vita?
Davide cerca un lavoro che gli riempia il cuore oltre che il tempo. Così si cimenta in mestieri diversi e cresce insieme alla voglia di creare qualcosa di suo. Apre un bar-gelateria lungo una strada che porta al mare. I progetti da sviluppare sono tanti, come tanti sono i soldi che può ricavarne… ma poi accade.
La salute lo abbandona. Davide ha l’artrite reumatoide e nei mesi che passa in ospedale vede quali effetti provoca la malattia nel lungo periodo. Il dolore trasforma le persone e l’infiammazione deforma gli arti. È quello il suo destino? Potrebbe prendersela con tutti, anche con Dio, e invece lascia che sia proprio Lui a guidarlo.
È il 1987 quando Davide sale in auto e insieme ad un amico visita una comunità a lui sconosciuta. Di disabili non sa nulla, eppure nonostante notti tremende tra chi schiocca la lingua e chi digrigna i denti, sono proprio loro a farlo tornare a casa con una verità in più.
Quelle persone gli corrispondono. In quella casa le sue giornate avevano preso gusto e la vita era piena e ricca. Così chiama alcuni cari amici e fonda “Solidarietà e Intrapresa”. La cooperativa sociale è un’impresa! I disabili che Davide incontra non sanno stare a tavola, allacciarsi le scarpe, andare in bagno, eppure…
Nessun limite ha l’ultima parola sulla vita delle persone. Non lo avrà la sua malattia e nemmeno la disabilità di quei ragazzi. Davide lo sa, per questo si circonda di persone che credono e si affidano a un Mistero benevolo. Insieme possono fare la differenza.
Il lavoro diventa uno strumento di cura e la cooperativa decolla! Aumentano le commesse ma anche i bisogni, come quelli d’amore, calore e famiglia. Davide allora allarga le braccia: ci stanno sua moglie e i suoi figli ma c’è posto per molti di più. Da un abbraccio nascono 5 case residenziali con 80 posti letto.
130 persone vengono accompagnate in attività riabilitative e 150 in quelle occupazionali. La cooperativa investe in ricerca e sviluppo e, con il marchio D’Opera, diventa il secondo produttore italiano di scale da interni. Sembrava una follia e invece era vero: Il limite non avrà l’ultima parola.
A 60 anni Davide la vita non la rincorre più. La vive e ne è semplicemente felice!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della rubrica a partire da "Mara: dallo sport a Fattibillimo"
Nutrire le persone coltivando relazioni: l’esperienza di ORTO
Dalla terra alle persone. O.R.T.O è una cooperativa agricola sociale impegnata nella creazione di produzioni etiche ad alto impatto alimentare e sociale.
All’inizio non c’era un progetto d’impresa ma solo la volontà di creare una connessione tra uomo e natura. “Quando mi sono trasferito a Viterbo i miei figli erano adolescenti. C’era un alto tasso di abbandono scolastico e gli amici dei miei ragazzi stavano a bighellonare in strada. È per loro che mi sono presentato in Comune…” racconta Marco Di Fulvio, oggi presidente di O.R.T.O, allora outsider del mondo nonprofit. L’esperienza maturata come professionista nell’industria farmaceutica e nella medicina naturale danno a Marco un punto di partenza: prendersi cura della terra fa bene all’uomo. “Era il 2014 quando mi sono proposto in Comune con un progetto di avvicinamento all’agricoltura per sviluppare l’autoimprenditorialità delle persone. Ho chiesto la messa a disposizione di terreni ed è così che siamo partiti!”.
Lo sviluppo di ORTO
L’associazione nasce con l’intenzione di recuperare la tradizione rurale per tutelare la biodiversità e promuovere una produzione alimentare sana ed equilibrata. A Viterbo la voce circola e il nucleo associativo prende forma in fretta. O.R.T.O inizia a muovere i primi passi insieme a coloro che stavano ancora subendo la crisi del 2008: disoccupati e giovani. Seminare, coltivare, potare e lavorare per la comunità: “Abbiamo bonificato delle aree per farle diventare terra per le scuole, ci siamo presi cura dell’uliveto comunale, abbiamo fatto rifiorire le aiuole…” Marco crede nella forza della rete per questo non perde occasione per far incontrare mondi. Come quando la farina macinata a pietra diventa un progetto di educazione alimentare a cui collaborano anche l’Università della Tuscia, genetisti esperti sui grani antichi e ricercatori del CNR.
Poi una chiamata dal carcere cambia le cose!


La cooperativa sociale ORTO
All’interno del carcere di Viterbo c’era una tenuta di ulivi, due serre, del terreno seminativo… come rendere produttivo tutto questo? Marco pensa a un progetto collaborativo e nel 2017 nasce Semi Liberi, un’esperienza formativa ed esperienziale realizzata insieme a 20 detenuti impegnati nella produzione di germogli freschi ad uso alimentare. “Abbiamo scelto di creare prodotti salutari, di nicchia, da vendere nel mercato” testimonia Marco. Dai germogli ad alto valore nutrizionale ai piccoli frutti, melagrane, micro-ortaggi, olio e piante officinali e aromatiche. Prodotti freschi, essiccati, vivaismo e trasformati: O.R.T.O cresce insieme alle sue attività e diventa una cooperativa sociale agricola che impiega 11 soci di cui 3 detenuti. “Il beneficio che portiamo ai detenuti non è solo l’estensione dell’ora d’aria. Imparano un mestiere, vivono in gruppo, coltivano la socialità e il rispetto tra le persone. Fanno esperienza di team building sempre!” ammette Marco.


Un'impresa collettiva
Contaminare e sorprendere, questi sono da sempre gli obiettivi della cooperativa. “Essere un outsider per me è stato un vantaggio perché ha mosso la voglia di arrivare alla fascia delle persone più inconsapevoli” racconta Marco. Ecco perchè la cooperativa va Oltre l’O.R.T.O e si impegna a realizzare un impatto sociale frutto di un’azione imprenditoriale collettiva. Lo fa attraverso il lavoro dentro e fuori dal carcere che genera opportunità di inclusione a chi vive situazioni di fragilità ma anche creando un sistema produttivo sostenibile in cui la cooperativa si mette in rete con istituzioni, imprese e cittadini. Uscire, sensibilizzare e stimolare l’attenzione verso filiere di consumo etiche e consapevoli fanno parte della missione di O.R.T.O!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere di altre realtà accompagnate dalla Fondazione come La bella sfilza
Ecologia e sostenibilità: l’impatto dell'imprenditore responsabile
Sostenibilità e trasformazione sociale. Nel podcast di Fondazione Cattolica ti raccontiamo la storia di una donna che ha trasformato il turismo in un’esperienza educativa sostenibile e di come superare le difficoltà per diventare degli imprenditori sociali
In questo episodio di “Intraprendenti Storie di chi, nel Terzo Settore, genera futuro” ti raccontiamo la storia di Alessandra è una donna forte e tenace come il mare che tanto ama e come la sua terra, la Sardegna.
L'esperienza di Alessandra come imprenditrice sociale
Una donna che ha compreso quanto condividere un obiettivo possa essere la chiave per raggiungerlo.
Insieme ad un gruppo di professionisti Alessandra ha sviluppato il Med- Ecoistituto Mediterraneo un progetto innovativo di sensibilizzazione e valorizzazione del territorio che offre percorsi di educazione ambientale, attività didattiche e formative per le scuole, esperienze di turismo sostenibile tramite il Muma Hostel per restituire alla collettività il patrimonio culturale della comunità.
Un’impresa sociale nata dall’incontro di due realtà che stavano elaborando progetti simili e hanno deciso di unire le proprie forze, perché fare rete è funzionale a raggiungere gli obiettivi ed estremamente efficace. I primi ostacoli sono stati come sempre la credibilità, il reperimento del capitale finanziario, la remunerazione dei partecipanti: Alessandra e il suo team hanno risposto a queste difficoltà con impegno, resilienza, serietà, investendo risorse economiche personali e mettendo a frutto i propri talenti.
Il risultato è un progetto diffuso, che coniuga sostenibilità, turismo, ambiente e cultura, nel pieno rispetto di un territorio e di chi desidera conoscerlo.
Le difficoltà per un imprenditore sociale
Ma quali sono le difficoltà che si incontrano nell’avvio di un’impresa sociale? L’Avvocato Felice Scalvini del Comitato Scientifico Terzo Settore di Cattolica Assicurazioni individua 3 aspetti:
- trasformare progetti personali in collettivi
- diffondere i modelli innovativi senza ricercarne nuovi
- sostenere attraverso la filantropie esperienze positiv
L'avvocato evidenzia come nel panorama attuale “le iniziative hanno carattere soprattutto personale, la sfida è diffondere le esperienze generando collettività".
L’obiettivo principale “non dovrebbe essere inseguire a tutti i costi l’innovazione in sé, ma fare in modo che l’innovazione raggiunta diventi sistemica, trasformando un ambiente più ampio di quello di partenza” riporta Scalvini. Per questo chi sostiene tali processi, sia pubblico che privato, dovrebbe superare il limite culturale e anziché ricercare “nuova innovazione” preoccuparsi di consolidare e diffondere l’esistente.
Un imprenditore sociale è un visionario. Sa vedere qualcosa che altri non vedono, riconosce il percorso e i fattori necessari per ottenere il risultato immaginato. Fattori che deve pazientemente e abilmente connettere e organizzare per realizzare il disegno imprenditoriale.
Questo approccio, se riconosciuto e individuato con chiarezza, può essere riprodotto e adattato ad altri contesti. Ma per esportare dei modelli efficaci sarebbe necessaria anche una reportistica precisa e continuativa, che ad oggi è legata solamente all’iniziativa di singoli centri studi.
Cosa serve a chi si approccia a questo modo di fare mercato? La necessità di essere sostenuto! Un ruolo decisivo potrebbe essere svolto dai soggetti della filantropia istituzionale e dalle fondazioni, che, abbandonando la categoria del bando, potrebbero valorizzare una selezione di esperienze determinando così una “potente trasformazione sociale generalizzata”.
Puoi continuare a seguire gli episodi. Parti da Valerio e dai rischi legati all'impresa sociale!
Anna: insieme ai bambini sordi per renderli adulti autonomi!
La rubrica Giovani Speranze si arricchisce con la storia di Anna Chelini, logogenista che all'interno della cooperativa Logogenia si impegna per accompagnare bambini, ragazzi e giovani adulti sordi all'apprendimento della lingua perchè "comunicare significa integrare!"
Da bambina sognavo di fare la ballerina.
Chi l’avrebbe detto che avrei fatto il mestiere che faccio ora!
Quando ho iniziato a studiare lingue mi è sembrato di avere il mondo nelle mani. Il linguaggio era il mio strumento per conoscere il pensiero altrui senza confini spaziali. Italiano, inglese, islandese… la diversità delle parole mi emozionava!
Ma c’era una diversità che non riuscivo a collocare. Mi sentivo sulla soglia di una porta. Qui c’ero io e lì iniziava la comunità dei sordi. Però io volevo entrare. Volevo abbattere quella barriera invisibile che mi divideva da persone che avrei potuto conoscere. E così ho fatto il primo passo!
Sono andata a studiare a Venezia Linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio, un percorso appassionante, capace di farmi perdere la cognizione temporale. Amavo quel che studiavo e così quando mi sono laureata mi sono accorta che ancora non mi ero posta la fatidica domanda: Anna, cosa vuoi fare nella vita?
Io la risposta non l’avevo. Non sapevo come trasportare il mio titolo alla realtà e ci è voluto un soffio per farmi entrare in crisi! Sentivo di dover dimostrare qualcosa. Così ho accettato il primo lavoro d’ufficio che mi è capitato…ma era chiaro che quello non era il mio posto.
Lì non c’ero io. Io volevo mettere una parte di me nell’attività, stare con le persone, contribuire alla loro crescita. E adesso che lo so? - mi chiedevo - Cosa faccio? La risposta mi è arrivata tra le mani con un biglietto, un numero e un nome: Logogenia.
Hai presente la soglia di quella porta? Ecco Logogenia mi ha portato dentro a un nuovo mondo. Un mondo visuale, empatico, relazionale. E qui ho sentito che potevo essere io: potevo dare, trasmettere, stimolare per permettere a bambini, ragazzi e giovani adulti di diventare persone autonome. Perché comprendere e comunicare ti dà questo: integrazione.
La verità, lo ammetto, è che la prima ad aver imparato sono stata io! “Guarda la bambina” mi diceva la mia tutor. Tensione, smarrimento, frustrazione. Apprendere è un processo lento e faticoso, fatto di parole, tempi e gesti. Ma sono una logogenista, sto. Attendo. E quando il bambino si illumina, mi guarda felice e dice “Ho capito!” non vorrei essere in nessun altro luogo al mondo se non lì, accanto a quella gioia!
La mia agenda è un puzzle colorato di appuntamenti e incontri. Percorsi di crescita che arricchiscono la vita degli altri e la mia. Adesso so che non devo dimostrare nulla perché questo lavoro è la mia missione. Così dico Grazie e penso a come includere una persona in più!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica. Parti da Filippo e dall'impresa dolce che nutre le potenzialità!
Il profumo del Bene: storia di accoglienza e di rischi!
Nel sesto episodio del podcast Intraprendenti scopriamo la storia di Valerio, che ha acquistato un’azienda di profumi per dare un futuro con un nuovo sapore a persone fragili e approfondiamo con il dottor Carlo Peretti il tema della copertura dei rischi per le imprese sociali.
Valerio è un giovane uomo che identifica presto il suo obiettivo: aiutare gli altri. Da questo grande sogno nasce la cooperativa Amici di Gigi, un luogo che offre servizi per accompagnare chi ha gravi disabilità e dove bambini provenienti da case in cui la serenità è perduta, possono trovare cura, educazione, istruzione e amore. Ma Valerio vuole fare di più: acquista la Belforte Fragranze Italiane che realizza fragranze per ambienti affinché i ragazzi della cooperativa abbiano un futuro dignitoso grazie al lavoro.
Ostacoli, reticenza, mancanza di fiducia da parte delle istituzioni e delle comunità. Far partire un’impresa in Italia per un giovane non è facile bisogna:
- Lavorare in squadra
- Tanta buona volontà
- Tenacia
- Molta speranza
Come prevenire i rischi di un'attività imprenditoriale?
Carlo Peretti, responsabile Formazione della Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore di Cattolica Assicurazioni, chiarisce che in primis è necessario cambiare la nostra visione del mondo assicurativo e considerare le coperture dai rischi non come una tassa ma come una tutela: in questa direzione infatti si è mosso anche il legislatore nella riforma del Terzo Settore, imponendo l’obbligo di stipulare polizze a garanzia dei volontari.
I rischi delle imprese sociali sono molto simili a quelli delle attività profit, la responsabilità patrimoniale, i danni a beni e persone che lavorano in azienda, ma c’è anche un rischio non mitigabile dalle assicurazioni e particolarmente temuto, quello reputazionale, perché può compromettere seriamente la credibilità e il futuro di una realtà.
Sono molteplici le coperture che un imprenditore sociale può attivare per dedicarsi con più serenità alla propria attività, ma è importante, ricorda il dottor Peretti, formarsi sul tema e affidarsi a professionisti specializzati nel Terzo Settore per ottenere coperture efficaci.
Vuoi scoprire gli altri episodi? Parti dal quinto parliamo di welfare di comunità!
Benvenuti al ristorante sociale La Bella Sfilza!
La Bella Sfilza è un ristorante sociale che include giovani con disabilità per creare opportunità di crescita e di inclusione attraverso il lavoro!
Quando entri a La Bella Sfilza percepisci un’aria diversa. Un’aria che sa di persone!
C’è Alice che accoglie tutti con un abbraccio e un sorriso caloroso. Marcello che cucina con impegno e adora far saltare la pasta in padella. C’è Sara che impiatta alla perfezione e cucina un salame al cioccolato buono come pochi altri. E Katia, che prepara una sbrisolona squisita da servire insieme al caffè preparato rigorosamente da Gabriele.
La Bella Sfilza è un ristorante, sì. Ma non è un ristorante come tanti.
La storia
La Bella Sfilza nasce nella mente di un gruppo di genitori qualche anno fa. Si forma casualmente quando, in attesa di rivedere i figli con disabilità al termine delle prove della Banda Rulli Frulli, iniziano a confrontarsi sulle difficoltà che vivono: esclusione, preoccupazione, domande su un futuro incerto.
I ragazzi stanno crescendo e una volta finita la scuola le occasioni di coinvolgimento sociale si riducono notevolmente. “Alcune dinamiche le percepisci solo quando le vivi. Tra genitori ci è sembrato chiaro che se volevamo delle opportunità per i nostri figli dovevamo costruircele – racconta Cristiano Govoni, tra i fondatori – perché non puoi affidare il domani di questi ragazzi a chi non percepisce il loro potenziale”.


La cooperativa sociale
La cooperativa prende forma a febbraio 2022 grazie all’intuizione di Paolo Pozzetti “facciamo un ristorante!”. Si trova a Concordia, in provincia di Modena, in una cascina ristrutturata che ospita 36 coperti e dispone di un terreno per avviare attività agricola e realizzare la propria filiera produttiva. “Siamo partiti insieme a Dario, chef e formatore dei ragazzi e ad Anna che cura la gestione della sala” racconta Cristiano. Un progetto che educa, forma ed apre le porte al pubblico ad aprile 2022 offrendo un servizio di ristorazione, bar e consegna di pasti a domicilio a pranzo e a cena.
I protagonisti
“All’interno della cooperativa lavorano 8 persone, di cui 6 assunte a tempo indeterminato perché crediamo nel lavoro vero e nell’assunzione di responsabilità”. Sono ventenni, per lo più con disabilità, desiderosi di mettersi in gioco e di imparare un mestiere. Ragazzi che nel corso di un anno hanno intrapreso una strada professionale. “Il lavoro ha creato cambiamenti fantastici. I ragazzi sono autonomi, competenti e soddisfatti. Sono stati capaci di sviluppare la sintonia che non è mai un fatto scontato!” testimonia Cristiano.

La cooperativa sta sviluppando collaborazioni con le reti scolastiche territoriali e con i servizi sociali per favorire l’inclusione di nuovi ragazzi che possano vivere esperienze professionalizzanti abbattendo i limiti della diversità.
Gli sviluppi futuri
La Bella Sfilza è nata da un sogno: creare un luogo inclusivo che permetta di esprimere le capacità dei giovani. “La malattia che ha portato via Paolo, ideatore e presidente, non ha spento il nostro intento iniziale. Vogliamo andare avanti per creare più opportunità” ammette Cristiano. Per questo la cooperativa è in cammino e desidera sviluppare un’oasi di ristoro a Concordia. E così punta alla creazione di un laboratorio agricolo di coltivazione e produzione di ortaggi bio da gustare nel ristorante o da acquistare a km0. Ma anche alla creazione di eventi tematici e culturali che apriranno le porte ad altre persone e genereranno nuove occasioni di lavoro!









