L'ovile la cooperativa che non si è mai fermata

Il coraggio di crederci! L'Ovile, la cooperativa che non si è mai fermata

La cooperativa sociale L’Ovile affianca da quasi trent’anni uomini e donne che si trovano a vivere situazioni di difficoltà temporanea o permanente perché crede che in ciascuno ci siano abilità che possono esprimersi.

La cooperativa sociale L'Ovile

Lavoro, educazione, accoglienza e inclusione. La piccola comunità fondata nel 1993 da don Daniele Simonazzi è cresciuta, diventando una cooperativa che garantisce occupazione a 360 dipendenti (di cui il 70% con svantaggio sociale riconosciuto) e accoglie in percorsi residenziali e di inclusione più di 860 persone.

“Siamo nati dalle esigenze ma non siamo capaci di stare fermi, innoviamo continuamente” esordisce Massimo Caobelli, coordinatore progetto Semiliberi. Perché la cooperativa è una fucina di progettazioni che mantengono l’essenza delle tre organizzazioni sociali che negli anni sono entrate a far parte dell’Ovile per rafforzarne l’impatto sul territorio. “Siamo capillari, operiamo a Reggio Emilia e in provincia: partiamo dagli Appennini e arriviamo fino alla campagna” racconta Massimo.

Attraverso la casa, la socializzazione e i processi di inclusione la cooperativa affianca bambini, ragazzi, donne e uomini a sviluppare abilità e autonomie individuali. “Disabili fisici e intellettivi, vittime di tratta, persone in uscita dalla dipendenza, richiedenti asilo, detenuti…la cooperativa abbraccia il sociale in tutte le sue forme e per ciascuno propone percorsi di crescita”. Assemblaggio, raccolta differenziata, pulizia. La cooperativa lavora per pubblico e privato creando percorso che abilitano competenze e che offrono spazi di inclusione

Il valore aggiunto dei progetti sociali

“L’Ovile è una cooperativa innovativa e creativa. Non manca il coraggio e nemmeno la paura di fare investimenti. Che poi, sono investimenti positivi perché sani, perché si riesce a stare in equilibrio e ad avere buoni bilanci, dando forma a progetti di valore per le persone e per i clienti” ammette Massimo.

Come ad esempio, Semi liberi, il progetto nato del 2015 all’interno del carcere per creare occupazione lavorativa che, guardando i dati, consente di ridurre la recidiva del 90%. Tirocinio e assunzione. I detenuti che partecipano al percorso formativo e lavorativo passano almeno un anno insieme alla cooperativa nel laboratorio di falegnameria, nell’assemblaggio, nell’agricoltura biologica o nell’apicoltura. “Lavoriamo per aziende e privati. Con il tempo abbiamo capito l’importanza di essere riconoscibili per questo abbiamo scelto di avere alcuni tratti distintivi. Come in agricoltura, non ci basta portare verdura al mercato. Abbiamo iniziato a fare i nostri vasettati con sughi, conserve e spalmabili per lavorare tutto l’anno e raccontare il senso di quello che rappresentiamo” testimonia Massimo.

Con il progetto K-Lab, L’Ovile ha favorito l’incontro della fragilità con il mondo creativo e imprenditoriale.  “L’associazione è nata da una mamma designer che ha trasformato alcune frasi del figlio disabile in oggetti comunicativi. La cooperativa ha creduto in questa idea e ha deciso di portarla avanti”. Si è sviluppato così un percorso di evoluzione e incontro dove design e bellezza si fondono per diventare frasi da indossare, utilizzare, praticare. “L’80% dei prodotti vengono realizzati da noi perché nella boutique facciamo convergere le attività laboratoriali create nelle singole progettualità dell’Ovile. Come i prodotti sartoriali fatti dalle ragazze vittime di tratta o la ceramica o gli oggetti del laboratorio serigrafico che riportano frasi dei nostri ragazzi” riferisce Massimo.

Solo se fatti di luce possiamo spegnere il buiodice un biglietto d’auguri.

Trascrivo sogni recita una matita.

La trasformazione parte dal coraggio di crederci esorta un quadernino. E se il quaderno fosse quello dell’Ovile, questa frase ne sarebbe il titolo.

Puoi continuare a leggere storie di organizzazioni non profit. A partire da Valgiò


Luca, 33 anni e una certezza: se c'è ricchezza c'è per tutti

Luca, 33 anni e una certezza: se c’è ricchezza deve esserci per tutti

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Luca Angeli, giovane trentatreenne lucchese, che nella vita ha dovuto camminare per scoprire che la sua strada era a un passo da casa.

Mio padre mi ha trasmesso tutto. Se salto indietro con i ricordi potrei dire che la mia strada era già segnata, fin da bambino. Ma sarebbe stato facile così. Io invece per trovarla ci ho messo anni. C’è chi direbbe “anni persi”, invece, a guardarli ora, sano anni guadagnati.

Hai presente quando dicono che per capire le cose ci devi sbattere la testa? Eccomi qua! Sono geometra ma il lavoro d’ufficio non fa per me. Non che l’abbia capito subito, figuriamoci! Mi è servito anche un periodo ad ingegneria per dirmi “la tua vita è fatta di altro”.

Allora sono volato in Inghilterra perché non sapevo che forma avesse questo altro. Volevo studiare la lingua e un po’ di economia. Poi sono tornato e mi sono chiesto se volevo entrare nell’azienda di famiglia. Stai pensando “perché sbatterti tanto se i tuoi hanno un’impresa!”?

Perché era il loro sogno, ma non il mio! Fortuna vuole che per la mia famiglia le scelte libere sono sempre state più importanti. E così l’ho fatto. Mi sono preso un anno sabbatico.

Non ero triste. Ma ero spaesato. Cercavo qualcosa che mi facesse stare bene. Non lo trovavo. Mi sono lanciato sul servizio civile perché avevo bisogno di fare. Ed è stato lì che ho incontrato Calafata!

Altro che anno sabbatico! Ho sgobbato. Era appena partita l’orticultura e mi hanno messo alla raccolta sotto il sole cocente estivo a tirare su ortaggi. Ero un ragazzo italiano alla pari con tutte le persone che avevano vite più complesse della mia.

Sai cosa? Stavo bene. Stare nella natura, fare fatica, costruire relazioni schiette, autentiche, vere…questo era il mio mondo. Ho iniziato a guardare l’umanità in tutte le sue forme. Nel viso dei richiedenti asilo, negli occhi dei pazienti psichiatrici, nei pensieri di chi usciva dal carcere o dalla dipendenza.

Io potevo essere qualcuno e dare. L’ho capito quando ho sentito che la mia voce per loro aveva peso. Allora ho avuto paura e mi sono domandato “cosa accade se qualcuno si approfitta delle loro fragilità?”. Mi sono fatto coraggio e ho chiesto di restare.

Fatalità serviva qualcuno che si occupasse delle vendite. Si doveva parlare in lingua con i ragazzi. E bisognava ampliare la rete commerciale, anche online. Qui ho capito la frase che dice sempre mio padre: “Se c’è ricchezza, deve esserci per tutti”. Ecco perchè ho messo un punto al mio peregrinare.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare e leggere le storie di #Giovanisperanze partendo da Ellena


L'amore non muore, si trasforma. Valgiò

L’amore non muore, si trasforma: l’esperienza di Valgiò

Un’azienda agricola a scopo sociale. Il marchio Valgiò viene creato per realizzare prodotti agricoli di eccellenza attraverso tecniche di coltivazione all’avanguardia che armonizzano lo sviluppo della terra in equilibro con la crescita delle persone.

L'amore non muore, si trasforma

È il 2006 quando la famiglia Valsania vive un lutto in famiglia. Perdere un figlio, un fratello, un giovane uomo apre ferite difficili da rimarginare. Ma Giorgio, senza saperlo, nelle parole che scriveva sul suo diario regala alla famiglia una nuova missione. L’amore non muore, si trasforma amava ribadire ed è grazie al suo messaggio che tutto prende inizio.

“Volevamo che l’amore di Giorgio non sparisse. Abbiamo deciso di farlo risorgere in azioni che potessero essere d’aiuto per gli altri” racconta Nadia, sorella e fondatrice delle due associazioni nate dal drammatico evento.

Con l’associazione Madre Maria della Provvidenza Onlus e il Banco delle Opere di Carità, la famiglia Valsania diventa prossima a persone che si trovano a vivere situazioni di difficoltà. La struttura snella e il numero di volontari che aumentano anno dopo anno, consente alle realtà sociali di muoversi velocemente per offrire aiuto tempestivo anche in caso di calamità.

In ricordo di Giorgio

serra idroponica valgiò
Serra idroponica

“Siamo stati in Nepal, abbiamo favorito missioni in Burkina Faso e Madagascar. Siamo accorsi dopo i terremoti italiani, ci siamo stati quando la Sardegna è stata colpita, quando la pandemia ci ha spinti ad avere mascherine e quando il popolo afghano si è trovato nell’oscurità. Nel tempo abbiamo costruito una rete di collaborazioni con associazioni locali che ci consentono di rispondere con beni di prima necessità per tamponare le situazioni emergenziali”.

Reperimento di cibo, stoccaggio alimentare e distribuzione, permettono alle associazioni di aiutare centinaia di famiglie ogni mese e di portare migliaia di pasti favorendo una vita dignitosa anche agli indigenti. “Per diversi anni con gli orti sociali abbiamo favorito l’inclusione lavorativa di persone straniere e di persone segnalate dai servizi territoriali. Nel 2016 abbiamo colto l’opportunità di investire in una serra completamente innovativa. Da qui è nato Valgiò” testimonia Nadia.

L'azienda agricola Valgiò

L’azienda agricola si fonda su due principi: aiutare le persone più fragili a rialzarsi e coltivare attraverso il metodo idroponico. Assistenti sociali, Comuni, Prefettura e i servizi territoriali informano Valgiò di possibili inserimenti lavorativi che avvengono per 6 mesi durante i periodi di raccolta e trasformazione. Qualsiasi sia il loro passato, all’interno di Valgiò non esistono utenti o beneficiari di un servizio: solo persone. “Lavorare a Valgiò significa trarre giovamento da un ambiente lavorativo che trasmette regole, esige attenzione e pulizia perché l’idroponica è una tecnica di coltivazione che richiede cura” riferisce Nadia.

Lavoratori Valgiò
Raccolta prodotti della serra Valgiò

Storie Buone
Storie Buone

La coltivazione fuori suolo avviene tramite un sistema di irrigazione computerizzato che apporta acqua da un lago limitrofo e tutti gli elementi indispensabili per la nutrizione minerale. Le produzioni di frutta e verdura sono controllate, di qualità e nichel friendly. Ma Valgiò non è solo prodotti vegetali. È anche vasettati bio che contengono l’amore per la terra e la natura: sughi, marmellate, conserve, olio, miele, riso e pasta profumano la tavola con gli aromi della tradizione contadina e un gusto ricco di bontà.

Storie buone

I prodotti etichettati come “Storie Buone” viaggiano da Torino grazie al sistema e-commerce. “Vivo in un mondo in cui i soldi fanno parlare e fare le scelte. Abbiamo voluto che i prodotti Valgiò si chiamassero Storie Buone perché dietro ad ogni passo che facciamo c’è l’impegno di creare un mondo nuovo”.

Natale con i prodotti Valgiò

Dei 13 inserimenti lavorativi nessun dipendente fa parte della famiglia Valsania “siamo volontari – racconta Nadia - Quando esci dal buio impari a vivere le pesantezze della vita con leggerezza, sai che hai un compito: portare amore”.

Vuoi conoscere altre storie delle organizzazioni accompagnate da Fondazione Cattolica? Inizia dalla cooperativa L'arcobaleno!


Debora Musola - cooperativa Logogenia

"Aiutare è il mestiere più bello del mondo" la storia di Debora

Nella rubrica #Personechefannoladifferenza raccontiamo di Debora Musola, una donna che ha trovato senso nell'accompagnare bambini sordi a comprendere la lingua scritta. Insieme ad altre professioniste ha fondato la cooperativa sociale Logogenia per fare dell'autonomia linguistica un'opportunità

Esiste un potere silenzioso nascosto tra le parole che riempiono la vita. Piccoli elementi funzionali che traducono concetti astratti in azioni concrete… fattori apparentemente semplici e spesso ignorati, capaci però di chiudere le persone in una bolla o di liberarle.

Pronomi, articoli, preposizioni. Forme dei nomi e congiunzioni. Debora non può immaginare che questo è ciò che apprezzerà di più della sua laurea in Lettere perché ancora non sa che la curiosità per la lingua dei segni segnerà il suo futuro.

Cosa ne dici di creare un corso di italiano per bambini sordi? le chiede il suo insegnante di LIS. Debora è entusiasta ma è anche metodica e precisa. Vuole realizzare un corso fatto bene. Inizia a documentarsi: biblioteche, ricerche, manuali… poi incontra “Nicola non vuole le virgole” e quel libro le cambia la vita.

Un metodo nuovo, pensato per accompagnare i bambini sordi a comprendere la lingua scritta. Debora vuole saperne di più della Logogenia. Quando scopre che l’autrice, Bruna Radelli, da città del Messico giunge a Venezia per inaugurare un primo corso, non esita un istante. Prende e va.

Non è solo studio. Debora trova un senso. La professoressa Radelli orienta la sua vita ed insieme ad altre professioniste fondano la cooperativa Logogenia per tradurre l’autonomia linguistica in opportunità di indipendenza, di relazioni sociali, di inclusione lavorativa. Ogni bambino sordo può comprendere come scrivere un messaggio, leggere un libro, un fumetto, le notizie. E così raccontare ciò che sente e vive. Può diventare bilingue conoscendo la lingua LIS e quella italiana. Può diventare un adulto libero.

Giorno dopo giorno, Debora siede a fianco ad un bambino. Alla pari. Solo loro due, il silenzio intorno e un mondo di significati nascosti tra le parole. Penna e quaderno, tranquillità e pazienza. Debora impara a leggere negli occhi dei piccoli e a viaggiare nel loro mondo per sviluppare strategie sempre diverse che rendano il metodo adatto alla storia di ogni bambino.

Logogenia funziona. Gli elementi funzionali nella lingua scritta diventano concreti. Comprensibili. Ci vuole tempo per vedere germogliare i semi piantati ma quando accade Debora riconosce la magia di quella fatica. Il viso dei bambini si illumina, gli occhi brillano come a dire “so farlo” “posso farlo” e un’energia generativa li avvolge accendendo il desiderio di comprendere ancora, ancora e ancora. 

Da oltre 20 anni la cooperativa lavora in tutta Italia insieme ai bambini sordi. Una missione speciale che Debora e le sue collaboratrici amano condividere con i professionisti che si prendono cura dei piccoli perché il metodo di lavoro generi sempre più benefici sul futuro dei bambini.

“Non mi sento una persona che fa qualcosa per qualcuno ma lo faccio con qualcuno. Poter aiutare è il mestiere più bello del mondo…”

Anche se non lo ammetterà mai, Debora è una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? All'interno di questa rubrica puoi leggere anche quella di Mario


Ellena Bontorin giovanisperanze

Ellena, 27 anni e la vocazione che sconfigge l’indifferenza.

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Ellena Bontorin, 27enne vicentina che crede nell’impegno sociale e civile delle giovani generazioni!

Ero una bambina timida con un nome raro. Ellena deriva dal greco: protettrice dell’uomo, luce splendente. Capirai bene che rimanere nel comfort dell’anonimato per me era impossibile. Così ho imparato a tirare fuori la grinta.

Dico sempre “Contano più i fatti delle parole” se vuoi qualcosa non puoi aspettare che accada… devi agire! Dopo 5 anni di scuola potevo già lavorare. Però ho scoperto che mi annoiavo a stare in ufficio, a me serviva stare con la gente. Ma cosa potevo fare? Ed è stata una famiglia ad aprire la porta del mio futuro.

Io e il disturbo autistico all’inizio non ci siamo capiti. Guardavo quel bambino e mi sentivo messa all’angolo. Io sono una persona socievole e parlo, tanto! Ma con quel bimbo ero come trasparente. Dovevo cercare un nuovo linguaggio.

Ho imparato ad ascoltare i silenzi e a leggere dentro gli sguardi. Non ci sono modi unici per entrare in sintonia con l’altro. L’autismo ti sfida, perché non è facile ricominciare sempre in modo nuovo. Ma quando riconosci l’essenza dei bambini, non puoi farne a meno!

Ho studiato psicologia ma sono diventata educatrice. Ed è la mia vocazione! Lo dico a voce alta è E’ LA MIA VOCAZIONE perché non è solo lavoro. Il carico emotivo me lo porto a casa, continuo a formarmi, sono interessata a scoprire novità, studio e cerco ciò che può migliorare il loro futuro.

E sai cosa? Non mi pesa. Nemmeno lavorare il weekend perché condivido i progetti, vedo i risultati dei ragazzi che seguo a Càleido e capisco che il mio esserci ha un senso. Per loro, per me, per le famiglie.

Questo non significa che sia semplice. Quando un bambino vive un periodo no, a me fa male perché posso solo stargli vicino. Non ho il potere di attenuare la sua crisi, i pianti o le urla. Posso solo accogliere la sofferenza e attendere con pazienza.

Mi affeziono ai bambini e alle loro famiglie. Entro in un’intimità fatta di gioie, condivisioni, debolezze e difficoltà. Io mi sento responsabile nei loro confronti perché non si possono abbandonare le persone al loro destino.

Forse è per questo che ho iniziato a fare politica. Io credo nella comunità che si prende cura e mi impegno perché l’educazione giovanile, l’impegno sociale e civile dei ragazzi, il futuro delle persone con disabilità non resti un problema di pochi ma diventi una risposta di molti.

Vivo giornate di 24 ore con un’intensità totale. Perché quando sei educatore lo sei sempre. Ma la sai una cosa? Magari a qualcuno potrebbe pesare. Invece io penso proprio di avere trovato la mia felicità.

Ellena Bontorin, 27 anni, Vicenza.

Ti piace questa storia? Puoi scoprire altri racconti della rubrica #GiovaniSperanze partendo da Nicholas


Cooperativa sociale L'Arcobaleno

"In questi anni è cambiato il mondo ma il desiderio iniziale di stare con chi è più emarginato non si è mai spento"ecco la cooperativa L'Arcobaleno

Di fronte alla disabilità più grave, un gruppo di dieci persone scelse di creare servizi educativi per  sviluppare le potenzialità e favorire il benessere della persona. Da allora, la cooperativa sociale L’Arcobaleno promuove l’inclusione sociale.

La cooperativa L'Arcobaleno

La cooperativa è nata a Torino nel 1987 con l’intento di affiancare le persone che stavano soffrendo e le loro famiglie. L’Arcobaleno si struttura con un servizio rivolto a persone aventi gravi disabilità e diventa presto un rifugio per coloro che non potevano essere collocati in un contesto lavorativo né, tanto meno, in un contesto formativo.

“La cooperativa si propone di costruire percorsi educativi, terapeutici, didattici e ludici per far sì che bambini, ragazzi e adulti possano vivere una vita dignitosa” racconta Massimiliano Remorini responsabile Area Progetti “Crediamo infatti che la gratitudine influisca sia sull’autostima che sul sentimento di appartenenza ad una comunità.

cooperativa l'arcobaleno

Dagli anni ’80 la cooperativa sociale è cresciuta e oggi occupa 80 soci lavoratori, raggiunge 200 destinatari con 8 servizi attivi. “In questi anni è cambiato il mondo ma il desiderio iniziale di stare con chi è più emarginato non si è mai spento. Abbiamo costruito un rapporto sinergico e valorizzante con l’ente pubblico locale che ha colto la nostra serietà e la prontezza di risposta in merito a diverse tipologie di disabilità” afferma Massimiliano. All’interno dell’Arcobaleno i servizi non si occupano solo di accompagnamento ma anche di lavoro, formazione, socializzazione.

Servizi e attività dalla cooperativa L'Arcobaleno

Il 90% dei beneficiari dei servizi della cooperativa è formato da persone disabili. In particolare, L’Arcobaleno si rivolge a:

  • Minori

per favorire un’esperienza educativa, riabilitativa e socializzante che mira al potenziamento delle capacità individuali sia all’interno dei contesti scolastici che all’esterno

  • Adulti

per evidenziare le differenze e le risorse personali che consentono di diventare attori protagonisti della propria vita e non spettatori impotenti. All’interno del Centro Diurno le attività giornaliere favoriscono l’integrazione mentre la Comunità Alloggio si prende cura di coloro che manifestano maggiori difficoltà di inserimento sociale

  • Persone con disturbi psichiatrici

per facilitare il riconoscimento dei propri limiti e avviare la costruzione di progetti di vita inclusivi

All’interno della cooperativa è nata anche L’Officina 413, un laboratorio lavorativo che si affianca alle attività educative. Ceramica e legno diventano alleati nei progetti di crescita e sviluppo dei pazienti psichiatrici. “L’Officina è un ambiente di lavoro particolare. Rispetta le capacità e le possibilità degli utenti che attraverso il lavoro manuale trovano giovamento e soddisfazione” testimonia Massimiliano. Le sequenze di lavorazione della ceramica così come le fasi di taglio, levigatura, verniciatura, del legno, permettono a chiunque di trovare una mansione in base alle attitudini personali. “I miglioramenti che abbiamo notato nelle persone impiegate all’interno del laboratorio ci hanno fatto maturare la scelta di ampliare lo spazio dando la possibilità a più persone di accedere a tirocini formativi che consentono di assume pre-requisiti lavorativi utili per poi presentarsi e lavorare presso aziende terze” afferma Massimiliano.

Con questo progetto la cooperativa guarda al futuro con una nuova visione: rendere la cooperativa uno strumento di crescita personale e sociale affinchè il lavoro diventi strumento di dignità riconosciuta.

Vuoi scoprire quali altri realtà sociali ha accompagnato Fondazione Cattolica? Puoi partire da Sc'art Genova


Mario cappella uomini che fanno la differenza

Mario e quella voglia di riscatto che fa rivivere un Rione

Nella rubrica "Uomini e donne che fanno la differenza", vi raccontiamo la storia di Mario Cappella un uomo che ha imparato a valutare il successo nella meraviglia delle cose che cambiano

Mario prepara la cena, aspetta che rientri sua moglie e intanto ripensa alla sua giornata. Ascolta i suoi figli, i racconti delle soddisfazioni ottenute e delle giornate storte. Si siede a tavola con loro e non può fare a meno di chiederlo ancora una volta. Ma secondo voi quale è il criterio del successo? Cosa fa dire se la tua vita ne vale davvero la pena?

A 9 anni Mario ha le idee chiare: a lui piacciono i bambini e quando sarà grande farà l’educatore. Cresce smussando i lati spigolosi del suo carattere che non lo aiuteranno con i più piccoli. Allena la pazienza, la sicurezza in sè stesso e la calma. Poi termina il liceo, conosce padre Antonio Loffredo, decide di vivere in comunità e comprende che a Napoli non ci sono solo bambini ad avere bisogno.

Bussa alla porta una persona, poi due, poi tre. La tossicodipendenza diventa un problema presente, violento e aggressivo. Scoppia l’allarme sociale: i tossici danno fastidio a Napoli come in tutta Italia. Mario li accoglie, segue le crisi e al momento giusto li indirizza in comunità esistenti. Ma c’è un problema.

La percentuale di ricaduta una volta tornati dalle comunità è alta. Troppo alta. Mario capisce che serve qualcosa di più, qualcosa che riempia il vuoto, la sensazione di non valere nulla, la fragilità che corrode l’anima. Ci vuole delicatezza e fermezza. Apre un centro diurno per lavorare con i tossicodipendenti insieme alla comunità e alla famiglia d’origine. Impara che per ridare valore alla persona ci vuole tempo. Ma poi i risultati arrivano.

Vede nascere figli che non dovevano nascere e sbocciare autentiche relazioni d’amore. Vede persone imbruttite dalla sofferenza splendere di una nuova luce e accompagna i loro sogni a diventare un futuro reale. Mario sta nel bisogno, anche quando Don Antonio viene trasferito al Rione Sanità. Lui continua a coordinare il centro famiglia per minori, il doposcuola, le attività d’animazioni, le piccole cooperative.

Ma a Rione Sanità c’è lavoro da fare. Un restauro di cose e di spirito perché nelle viuzze del borgo dimenticato dall’evoluzione architettonica della città, si respira bellezza, unicità e dolore. Disoccupazione, degrado, violenza: questo è il Rione raccontato dalle cronache. Eppure Mario si accorge che c’è qualcosa di più. C’è arte. Gioventù. Voglia di riscatto. Un tessuto umano aperto e creativo schiacciato dal peso della povertà.  

Con la cooperativa La Paranza il Rione Sanità diventa un polo culturale che abbina professionalità giovanili con la riscoperta del patrimonio artistico locale. Ci sono 34 giovani occupati, più di 12 mila mq di patrimonio recuperato e quasi 130 mila visite guidate alla Catacombe. Ma non basta. Non tutti i ragazzi sono laureati. Alcuni sono cresciuti a calci, sapendo di valere meno di uno straccio e hanno passati turbolenti. Mario si impegna. Lotta contro l’eccesso della burocrazia e contro chi rivendica il proprio potere al posto di facilitare benessere. Ci vuole tenacia per raggiungere l’obiettivo ma Officina dei talenti insieme a Fondazione San Gennaro nascono per curare con la bellezza e responsabilizzare con il dono. Senza saperlo le persone diventano comunità.

Negli occhi di 200 giovani occupati e di oltre 2 mila persone seguite, Mario vede il bene che prende forma, la vita che avanza, la meraviglia di scoprire di valere qualcosa. Pensa ai suoi migliori compagni di classe che a distanza di anni non hanno avuto il futuro che speravano e davanti ai suoi figli trova risposta alle sue domande perché “davanti all’estrema povertà puoi scegliere: o lasci emergere la bruttezza delle persone o ti impegni per far uscire la loro bellezza”.

Mario è un uomo che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica. Come quella di Donatella la donna che crede nelle vite aggiustate, non in quelle perfette!


Seconde opportunità: aps sc'art

Seconde opportunità: i legami che fanno rivivere donne e oggetti dimenticati

Esiste una piccola associazione nel cuore della Liguria che si occupa di donne vulnerabili e di riciclo. Un legame cucito dalle seconde opportunità che si generano quando persone e cose tornano a vivere assumendo forme nuove.

Sc’Art! nasce nel 2013 a Genova da un gruppo di donne impegnate a favore dell’ambiente e della sensibilità civica. “Studentesse, casalinghe, pensionate e lavoratrici tutte noi volevamo esserci per ridurre gli sprechi e favorire occasioni di inserimento lavorativo per donne più fragili” racconta Etta Rapallo presidente dell’associazione.

Per questo l’ente inizia a muoversi in campo formativo ed educativo. Ma anche in quello didattico ed artistico, proponendo due progetti che riescono a trasformare il territorio prendendosi cura degli oggetti e delle persone che lo abitano

Il progetto Remida

Remida Genova è un progetto culturale ed ecologico, ispirato a quello internazionale nato a Reggio Emilia più di 20 anni fa, che raccoglie e rimette in circolo prodotti imperfetti, scarti industriali e artigianali. 150 organizzazioni beneficiano della distribuzione gratuita di materiale come legno, carta, stoffe, cuoio, lana che con un po’ di creatività assume inedite forme.

Aps Scart

Remida Genova

Remida è un progetto di incontro e di scambio. Di formazione e riuso. Più di 800 bambini vengono incontrati ogni anno negli oltre 50 laboratori che l’associazione organizza nelle piazze, nelle scuole, nella loro stessa sede.

Il progetto Creazioni al fresco

Se Sc’art con “Remida Genova” trasmette l’idea che ogni oggetto prima di diventare scarto ha un’alternativa, con Creazioni al fresco contribuisce a creare nuove opportunità per le donne detenute nella Casa Circondariale di Genova.

“Abbiamo iniziato creando dei biglietti natalizi e quell’esperienza ci ha fatto aprire gli occhi su questa parte di mondo invisibile alla società civile. C’era bastato poco per capire che, anche se hanno sbagliato, stavano pagando una doppia condanna: scontavano la pena e non facevano nulla dalla mattina alla sera. Eppure in alcune delle donne che abbiamo incontrato c’era passione, voglia di riscattarsi e di prendere in mano il loro futuro. Così abbiamo deciso di creare un laboratorio” ricorda Etta.

Borse creazioni al fresco

L’associazione ha incontrato più di 100 donne con cui ha realizzato borse, complementi d’arredo, accessori moda recuperando striscioni pubblicitari dismessi e teli di ombrelli rotti. Il lavoro restituisce loro una dignità perduta. “C’è stata una donna che dopo soli due giorni di libertà ha bussato alle porte della casa circondariale chiedendo di riprenderla perché non sapeva dove andare. La vita fuori dal carcere è tosta. Così abbiamo sviluppato anche dei laboratori esterni che danno continuità lavorativa con contratti veri. Qui le donne trovano impiego nell’attività di sartoria, aiutano nella promozione e nella vendita” testimonia Etta.

Scoprirsi brave in qualcosa è liberatorio. Trasmette una nuova fiducia in sé stesse grazie alla quale si può provare a trovare un nuovo equilibrio tra gli affetti, il lavoro e il quotidiano.

La rete

Nonostante Aps Sc’art sia una piccola associazione composta da 14 persone, in questi anni ha contribuito a creare un modello circolare e la sensibilità rispetto alla raccolta differenziata, al riuso e al riciclo è in aumento. Lo si nota dalla richiesta di raccolta materiali che non si è mai fermata nemmeno durante il lockdown. Ma anche dalla rete di musei, centri commerciali, teatri, cooperative che hanno preso a cuore il progetto; un esempio concreto è il negozio “Lo Spaventapasseri”, che non si accontenta di vendere le “Creazioni al fresco” ma crea percorsi di formazione al lavoro per quelle donne che possono fare della sartoria una professione.

Puoi scoprire altre storie di organizzazioni sociali appartenenti alla rete #Contagiamoci! Come quella di GeneraOnlus


Nicholas, 27 anni e la voglia di cambiare il mondo un passo alla volta

Nicholas, 27 anni e la voglia di cambiare il mondo. Un passo alla volta.

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Nicholas Moser, 27enne trentino che ha raccolto la sfida lanciata da un amico: cambiare in meglio il mondo!

Ho scelto di fare un liceo linguistico. Mi piaceva l’idea di poter esplorare mondi e conoscere lingue straniere. Credevo che così avrei pensato in modo differente. Ma piano piano mi sono accorto che non erano le lingue ad affascinarmi. Sono le persone.

Si, sono curioso. Ma sono anche uno che ha bisogno di mettere insieme sapere e fare. Quando mi sono laureato in Scienze Economiche e Sociali a Bolzano, mi sono chiesto “E adesso? Cosa me ne faccio di quello che so?”. Ho preso un aereo e sono volato via per fare esperienze.

Ho lavorato in Apple. Mi sono spinto fuori dalla mia zona di comfort e proprio in Irlanda ho aperto gli occhi.  Volevo che le mie otto, dieci ore lavorative valessero qualcosa per gli altri. Si, l’ho pensato. Ci ho creduto. Poi sono tornato al lavoro.

Pensa che quando studiavo, mi è capitato di leggere un articolo che raccontava come il calcio fosse uno strumento di sviluppo nei paesi poveri. Lì per lì ho pensato: è questo che voglio fare nella vita! No, non il calciatore. L’ho chiamato sviluppatore di imprese sociali. Ma come farlo? Non esiste un mestiere con questo nome!

Mentre sistemavo computer e account mi sono lanciato in un’esperienza di Sport e global education. Un po’ come in quell’articolo. Ho sempre creduto nello sport, in quel campo neutrale che permette a persone di generi, vissuti e nazionalità diverse di incontrarsi. Un mezzo per creare uguaglianza.

Dentro di me la fiamma di fare qualcosa di più si è accesa. Io volevo usare le mie competenze per scopi sociali. Così sono tornato in Italia, mi sono iscritto ad un Master e da lì ho conosciuto Progetto 92.

Mi hanno chiesto di sviluppare la parte commerciale di Beelieve un progetto di startup nata per favorire la formazione e l’occupazione di NEET, creando prodotti ad alto impatto ambientale. Mi hanno detto “Pensa al business plan sostenibile, alla programmazione delle attività, a stringere partnership con negozi, fornitori, a creare un giro di clienti…”. Una sfida. Ma io sono uno sportivo e non mi tiro indietro.

Lo ammetto, ci sono stati attimi in cui avevo paura di non farcela. Ma qui, quel sentimento di giustizia sociale che sento forte dentro di me, prende forma e mi spinge a far funzionare tutto. Quando vedo che i ragazzi comprendono il loro valore grazie ai prodotti che hanno creato, capisco che il tempo ha sostanza.

Questo è un posto dove non mi sento solo. Siamo insieme.

Insieme crediamo ai progetti. Insieme sviluppiamo opportunità e insieme vediamo persone rinascere. Qui il tempo vale.

Ti è piaciuta la storia di Nicholas? Puoi leggere anche quella di Michela


Genera Onlus

Generatori di comunità: insieme per non lasciare soli anziani e famiglie

In Italia sono oltre 7 milioni le persone che si prendono cura di familiari, anziani e malati. Di fronte alle evoluzioni sociali, le reti familiari sono sempre più in difficoltà a gestire l’impegno dell’assistenza ai propri cari. Come cambiano le risposte di fronte ai bisogni educativi, sanitari, assistenziali e residenziali delle persone?

“Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino e tanti bambini cresciuti per prendersi cura di un intero villaggio” è questa la visione che caratterizza Genera Onlus a Milano, l’impresa sociale nata dall’unione di due storiche cooperative operanti nel mondo minori e anziani. Fortemente orientata al senso di comunità, la cooperativa si sviluppa per prendersi cura insieme l’uno dell’altro, aiutando chi è più fragile, chi affronta una malattia, chi necessita di accompagnamento.

Per questo Genera Onlus risponde e tre grandi categorie di bisogno:

  • Infanzia e minori, per creare opportunità di crescita e sostegno alla genitorialità. Ha attivato servizi rivolti alla prima infanzia con la gestione di nidi e scuole materne; servizi educativi scolastici e domiciliari; servizi di supporto alla famiglia. Delle oltre 280 persone occupate, il 65% dei lavoratori è afferente a questo ramo della cooperativa.
  • Anziani, per salvaguardarne l’autonomia e prendersi cura del decadimento cognitivo. La cooperativa ha sviluppato assistenza domiciliare, comunità alloggio per anziani autosufficienti, il primo Villaggio Alzheimer di Milano, il primo servizio di assistenza integrato da remoto.
  • Residenzialità, per abitare luoghi che generano futuro. Genera Onlus ha aperto le porte a persone e famiglie che vivono il problema dell’emergenza abitativa creando luoghi di accoglienza e intergenerazionalità.

Generare Comunità

“Viviamo in un contesto storico in cui le persone tendono ad isolarsi di più e risentono delle conseguenze della solitudine, percepita o reale. Diverse ricerche hanno dimostrato come la solitudine acceleri il deterioramento cognitivo. Vivere in un contesto fatto di relazioni ma non istituzionalizzato permette agli anziani di sentirsi protetti ma ancora capaci” racconta Andrea Coden, responsabile area anziani della cooperativa. Per questo la cooperativa ha studiato, sperimentato e operato nuovi modelli di residenzialità che creano una soluzione abitativa protetta per anziani, nuclei familiari e persone in difficoltà abitativa.

A livello demografico i dati dicono che entro il 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 65 anni. “Ripensare ai servizi è una necessità! Il modello attuale è insostenibile per le famiglie sia a livello economico che sociale. Abbiamo bisogno di creare ambienti in grado di far sentire le persone vive, lavorando sulle autonomie, sulle competenze, sull’utilità sociale che ancora possono avere nel mondo” afferma Andrea.

Generare spazi di cura

Pioniera di servizi generativi, la cooperativa lavora in rete per offrire un servizio completo alla comunità. Ne è un esempio il primo Villaggio Alzheimer di Milano, Piazza Grace, nato da una visione relazionale e non assistenziale in cui la persona con Alzheimer trae beneficio dal vivere in un contesto che accoglie diverse generazioni. “È un progetto sperimentale creato insieme alla regione Lombardia. Può ospitare 10 anziani affetti da demenza lieve o moderata in appartamenti che affacciano su grandi spazi comuni, in ambienti concepiti come habitat terapeutici continui, in un contesto ricco di attività commerciali e relazionali” spiega Andrea. Una visione extra-ordinaria per prendersi cura delle persone valorizzando al contempo luoghi, spazi e comunità.

Insieme al Villaggio anche i due centri integrati puntano a recuperare il valore della persona, la sua memoria, le sue abilità affinchè gli anziani possano continuare a manifestare le loro capacità. Negli anni l’approccio sperimentato ha prodotto effetti stupefacenti. “Quest’estate abbiamo inaugurato Cascina Grace, una Foresteria per anziani in campagna, luogo ideale in cui trascorrere un po’ di vacanza in tutta sicurezza e con l’assistenza adeguata. C’era un signore che mesi prima aveva avuto un’ischemia. Dopo soli tre giorni ha abbandonato il girello, parlava, giocava a carte…era tornato l’uomo che era prima dell’attacco celebrale!” ricorda Andrea.

Generare innovazione

Genera Onlus è un’impresa sociale che non si ferma mai. Durante il primo lockdown la cooperativa ha attivato anche Smart4Alzheimer un sistema di presa in carico sia da remoto che a domicilio della persona anziana. Un modello integrato di innovazione tecnologica, gestione del bisogno e cura. “In un periodo in cui tutto sembrava fermarsi fuorchè le difficoltà personali e familiari, questa iniziativa ci ha permesso di valutare a distanza la situazione neurologica del paziente attivando servizi di riabilitazione da remoto e a domicilio” spiega Andrea. A distanza di tempo, il servizio, consente all’hinterland milanese di non lasciare un malato (e la sua famiglia) da solo ma di avere assistenza personalizzata e presa in carico delle cure necessarie entro 48h dal primo contatto.

Praticità, innovazione e lungimiranza. Con questo approccio la cooperativa accompagna oltre 420 famiglie, 400 anziani, quasi 800 persone in difficoltà e guarda al futuro!

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