Riccardo e l’invenzione che mancava
I miei genitori? Li ho fatti impazzire, ne sono sicuro. Eppure, quando adesso mi guardano li vedo che sono fieri di me. Perché ad essere sincero anche io lo sono di me stesso.
Sognavo di diventare inventore. Le cose conosciute mi annoiavano, io volevo dare forma a quello che ancora non c’era. Immagina cosa abbia significato andare a scuola per me…una tragedia!
Ho cambiato quattro scuole superiori e cinque classi. Ho avuto più di centodieci compagni perché per me andare a scuola semplicemente non aveva senso. Non mi interessava, non mi piaceva, non trovavo il perché…fino a quando ho partecipato ad un open day di Psicologia e lì si è aperto il mio mondo.
Quella era la mia via! Ho iniziato a studiare con un obiettivo e l’ho raggiunto. Mi sono trasferito a Padova, sono arrivato all’ultimo esame, ero prossimo al coronamento del mio sogno; eppure, non mi sembrava abbastanza. Ero alla ricerca…di cosa? Forse della felicità. Allora per la laurea mi sono regalato un volo di sola andata.
Destinazione Sidney. Sarei dovuto stare sei mesi invece ho passato un anno e mezzo a scoprirmi, sperimentarmi, maturare nuove consapevolezze su di me. Ho lavorato come giardiniere, cameriere e anche come comparsa in tv. Avevo amici e una nuova vita. Insomma, andava tutto per il meglio fino a che…
mi sono guardato allo specchio con sincerità. Ancora mi mancava qualcosa. Devo investire su di me mi sono detto. Allora ho fatto la valigia, l’Australia mi aveva dato tanto, ma non poteva darmi di più. E sono tornato a casa.
Mi sono rimesso sui libri e sono diventato uno psicologo clinico. Quando mi hanno proposto di seguire un ragazzo autistico mi sono buttato e lui mi ha travolto! Mi ha spinto a guardare oltre l’apparenza e a chiedermi: quanti ragazzi restano isolati dalla società?
Il pensiero non mi mollava e mi ha mosso alla ricerca di risposte. Sai cosa ho scoperto? Che la diversità è ancora una finestra dietro la quale troppi ragazzi si soffermano a guardare il mondo al posto di viverlo. Allora non ho resistito e mi sono inventato qualcosa!
Il progetto FruttiNuovi, all’interno dell’associazione Daya, nasce nel terreno bellissimo e incolto di mia zia che voleva usarlo per farci qualcosa di buono. E buono lo è diventato davvero perché oggi, dopo pochi anni, cura, nutre e porta frutto…
Arare, piantare, potare, raccogliere, trasformare e cucinare. L’agricoltura e la cucina sono gli strumenti che utilizziamo per abilitare i ragazzi alla vita, coinvolgendoli nei processi, nelle relazioni, nelle responsabilità. Lavoriamo con i ragazzi e le famiglie, lavoriamo con il e per il territorio perché la natura mi ha insegnato che tutto matura a ritmo della propria stagione…tutto matura se viene amato!
Così oggi sono qui, insieme a 30 ragazzi, 30 famiglie e 4 collaboratori tutti impegnati a rendere l’inclusione una reale opportunità, dove le persone insieme rinascono e fioriscono.
Vuoi che ti dica un segreto? Credo di aver superato il mio desiderio di bambino perché quando apro la porta di Daya penso che questa bellezza senza me, la zia e quanti ci hanno creduto, non esisteva. È tutto nuovo. Allora è proprio vero: sono diventato un inventore ma un inventore sociale!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della rubrica Giovani Speranze a partire da Elisabetta
Etta e il coraggio di cambiare le cose
C’è pace nella casa in campagna di Etta. Ci sono le api, il bosco, il cane che scodinzola e la natura che scandisce un tempo lento. Il tempo libero e ricco di vita che Etta ha costruito anno dopo anno.
È una ragazzina che vuole fare. Conta i minuti che la separano dai libri di latino agli Scout e poggiata la penna, spalanca la porta e scappa a vivere davvero. Sono gli anni del fermento sociale italiano ed Etta lo respira nelle strade, nelle idee, nei giovani: il mondo è tutto da cambiare!
Ma cambiare cosa? Etta trova risposta aprendo la stanza di un istituto femminile stipato in una soffitta di un palazzone genovese. L’odore di minestra penetra le narici e si attacca ai vestiti. Tutto è fatiscente. Le bambine indossano un grembiulino consunto, si muovono in modo sconnesso e parlano male. Vivono costrette in una stanza senza anima né cura, abbandonate dalle loro famiglie e dimenticate dalla civiltà.
E qualcosa dentro Etta parla forte.
È Luisa. È la disabilità manifestata dalla sorella. È il peso dell’esclusione, l’oppressione dell’abbandono, la ricerca di un senso. È la consapevolezza che si può fare diversamente perché Etta lo sa: non si diventa umani rifiutando le fragilità.
Matura in lei il desiderio di lavorare nel sociale. Ma gli anni ’70 sono solo all’inizio, fare sociale è per lo più un sentimento e i suoi genitori la spingono all’università. Etta li accontenta, prende una laurea in Lettere, si abilita all’insegnamento e si chiede cosa fare del suo futuro quando nel negozio di alimentari, tra un etto di prosciutto e di formaggio, una signora parla di una casa nuova, per ospitare bambini… “Mi scusi cosa?” domanda Etta. E da lì corre!
Sono anni faticosi ma stimolanti. La comunità di Don Gallo e il Ceis si uniscono per offrire un rifugio a minori in abbandono. Si lavora sulla relazione e sul ricongiungimento. Etta si attiva per dare a bambini come Carmelo, Angelo, Piero ed Emanuele luoghi confortevoli in cui vivere mentre si impegna a costruire percorsi di integrazione con le famiglie d’origine, per contrastare la povertà economica e culturale.
Etta è appassionata. Studia e si immerge nel travaglio del reale. Si occupa di minori e di giovani, dirige una grande cooperativa e viaggia in tutta Italia per conoscere imprese sociali innovative capaci di sollevare i problemi offrendo nuove vie. E così entra per la prima volta in carcere, in una sezione femminile, e i suoi ricordi fanno un salto indietro negli anni.
Davanti a lei però non ci sono bambine, ci sono donne invisibili, prigioniere di una sentenza e della condanna di non essere più nulla. Persone isolate a sé stesse con speranze naufragate in celle dispnoiche. E ancora una volta Etta pensa a come fare per cambiare.
II tempo del lavoro in cooperativa è superato, i figli sono grandi, Etta intravede la possibilità di licenziarsi per costruire, con l’appoggio di donne appassionate intorno a lei, una nuova realtà e decide: il mondo aspetta sempre chi ha il coraggio di cambiare!
Sc’Art! nasce per dare una seconda vita a donne detenute ed ex detenute, che con il design creativo e l’utilizzo di materiali di scarto, si ripensano libere, nell’autodeterminazione. E nei laboratori artigianali Etta conosce le sfaccettature dell’umanità. Emergono le ferite, i legami, i non detti, i sogni. Tra una creazione e l’altra, Etta favorisce i legami delle donne tra il dentro e il fuori, tra l’oggi e il domani, tra l’ignoto e le nuove consapevolezze.
Da cosa nasce cosa dice Etta tanto da permettere a 150 donne detenute di imparare un mestiere dimostrando loro che sono protagoniste del cambiamento. Che nulla è per sempre. Che tutto, con volontà, si trasforma, si migliora.
Oggi Etta ha 70 anni e li vive con speranza e ottimismo, nonostante tutto. Con il progetto Remida e le Creazioni al Fresco continua a guardare avanti… perché il futuro è sempre un passo più in là!
Lei è Etta Rapallo, una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della Rubrica Persone che fanno la differenza a partire da Pietro e la comunità per rinascere dalla dipendenza
Film Festival della Lessinia: un cammino geografico, umano e spirituale
Il Film Festival della Lessinia (FFDL) nasce nel 1995 dalla volontà di Piero Piazzola e Mario Pigozzi, rispettivamente presidente del Curatorium Cimbricum Veronense e videomaker, per raccontare la Lessinia attraverso il cinema. Da allora il FFDL è in cammino per cercare, attraverso i racconti della vita delle terre alte, di comprendere il presente per affrontare il futuro.
Il FFDL un cammino geografico, umano e spirituale
Dalla prima sala nel Teatro Parrocchiale di Corbiolo, il Festival è cresciuto diventando oggi il secondo Festival in Veneto, dopo il Festival del Cinema di Venezia, per numero di presenze e ricchezza di programma.
«Questo Festival è figlio della Lessinia, una terra che per me è Heimat, patria, storia, radici. Una terra che connota un legame profondo, fisico e spirituale con la montagna e che il Festival racconta attraverso la proiezione di film incentrati sul tema vita, storie e tradizioni delle terre alte», riporta Alessandro Anderloni Direttore Artistico del FFDL. Un’occasione per prendere coscienza dell’agire umano, della relazione tra esseri viventi e natura, degli equilibri o disequilibri portati dalle scelte contemporanee.


Come dalle vette è possibile osservare l’orizzonte geografico, così anche gli oltre 1.400 proiettati dal 1995 ad oggi, offrono la possibilità di guardare il mondo da nuove prospettive. «Non possiamo negare che abbiamo globalizzato tutto, mercificato le nostre unicità in nome della pluralità – ammette Anderloni – Abbiamo dimenticato le nostre radici e oggi viviamo spaesati, inquieti, derubati dalla nostra identità. Il Festival diventa allora una casa, una piazza di incontro e di conoscenza reciproca per riconoscere l’Altro, la sua storia, le sue tradizioni, le sue origini».
Il FFDL un Festival umano
E così uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo si incontrano a Bosco Chiesanuova. Registi e registe. Autori emergenti, come è accaduto per il regista butanese Pawo Choyning Dorji il cui film Lunana, a Yak in the Classroom, dopo essere stato presentato in anteprima italiana in Lessinia, ha poi conquistato la cinquina degli Oscar. Ma il Festival non è solo incontro di mondi lontani, perché la relazione parte tra la gente della Lessinia, arriva alla città e da lì oltrepassa le Alpi per giungere nei luoghi più remoti.
«Siamo un Festival “umano”, intrecciamo relazioni in un’atmosfera accoglienta, viva e calorosa.» Un Festival divenuto negli anni sempre più sociale grazie al coinvolgimento delle scuole primarie, alla creazione di una giuria interna alle mura del Carcere di Montorio, all’attivazione delle esperienze di PCTO con gli studenti e alle proposte di stage universitario. Un’occasione di sviluppo per persone in situazione di svantaggio sociale, per i ragazzi della comunità La Cordata e per persone con fragilità intellettiva che dalla cooperativa sociale Panta Rei gestiscono la trattoria sociale. 20 collaboratori stabili e circa 120 volontari all’anno, che costituiscono una grande famiglia capace di accogliere quasi 3.000 persone al giorno, facendo vivere esperienze di autentica condivisione.


Il programma del FFDL
Quest’anno i visitatori potranno trovare 97 film da 48 paesi e partecipare a oltre 130 eventi. Ognuno potrà scegliere tra proiezioni, laboratori per bambini e culinari, escursioni, camminate esperienziali, mostre ed esposizioni, concerti, spettacoli, proposte enogastronomiche. «Lasciamo che le persone scelgano il proprio cammino perché il cammino è il nostro omaggio a questi trent’anni. Rappresenta l’esplorazione geografica, umana, spirituale. Le migrazioni, le scelte di vita, i viaggi per scoperta, ricerca, fede. Il cammino infine è un invito a guardare il futuro», racconta ancora Anderloni. Guarda il programma!
Un Festival in sviluppo
«Crediamo nel rinnovamento che porta energie e idee nuove. E lo rendiamo possibile con il passo deciso del montanaro che sa che un passo alla volta poi si arriva alla meta», riconosce Anderloni.


E così il FFDL sta già progettando il futuro: con H.A.D.A.MO (Hub Archivio Digitale Audiovisivo della Montagna), un progetto di archivio digitale delle oltre 1400 opere riprodotte in questi trent’anni e con l’inaugurazione della sezione industry “FFDLpro” in collaborazione con le cinque film commission del Triveneto, per aprire la Lessinia al mondo del cinema.
Un Film Festival della Lessinia un cammino geografico umano e spirituale. Non resta che vedere tutto dal vivo a Bosco Chiesanuova, dal 23 agosto al 1’ settembre.
Ti è piaciuto questo articolo? Puoi leggere le altre esperienze di Storie Sociali a partire da: Ezen
Ecco le idee degli studenti veronesi per il territorio
3 settimane, 60 ore formative, 17 professionisti incontrati. "Sperimentare per crescere" è il programma di PCTO (percorsi per le competenze trasversali e l'orientamento) che ha permesso a 14 ragazzi provenienti da 7 diverse scuole superiori di Verona di sviluppare la competenza imprenditoriale.

Analisi, progettazione, teambuilding e teamworking, leadership, comunicazione assertiva sono solo alcune delle competenze che i ragazzi hanno implementato durante la formazione laboratoriale pensata per aiutare i partecipanti a ideare progettualità volte a migliorare la condizione giovanile veronese.
Durante il percorso i ragazzi hanno visitato 4 imprese sociali veronesi (Cooperativa Sociale Pantarei, Fucina Culturale Machiavelli, D-Hub, Acli Verona) per comprendere quali figure professionali operano nelle organizzazioni e come si gestisce un'organizzazione a vocazione sociale.
Insieme al team di Fondazione Cattolica e a professionisti esperti nel settore di riferimento, i ragazzi si sono addentrati nell'analisi di mercato, nella relazione con gli stakeholder, nella definizione dei canali di comunicazione e strategie di marketing, nella gestione dei flussi economici, nell'attività giuridica e nella modalità di raccolta fondi.
Ma quali progetti sono nati dall'incontro di studenti sconosciuti, uniti dalla missione di rendere i giovani protagonisti? Ecco le idee degli studenti veronesi per il territorio!

A.W.I.P - i ragazzi per i ragazzi
Un'associazione di promozione sociale nata per aiutare i ragazzi in situazione di vulnerabilità sociale, difficoltà economica o psicologica a ricredere nella vita. Attraverso questo progetto Anna, Wissal, Imane, Pietro si propongo di realizzare una casa accogliente e inclusiva per i ragazzi vittime di bullismo, per coloro che hanno subito la separazione genitoriale, per quelli che si sentono impotenti rispetto alla condizione economica familiare di partenza. Awip apre le porte di un nido sicuro, una casa aperta contro l'emarginazione. All'interno di Awip i partecipanti possono trovare attività ricreative a prezzi accessibili come: aiuto scolastico, ascolto attivo, corsi di musica, book club letterario, spazio gaming e tornei sportivi. Tutti i servizi sono promossi da giovani volontari. Ma non solo. I ragazzi troveranno anche uno spazio ristoro e la possibilità di consulenza psicologica grazie alla collaborazione con gli istituti alberghieri che potranno indirizzare le esperienze di tirocinio dei propri studenti e dell'Università di Psicologia.

Polmone Verde - trasforma i rifiuti, coltiva il futuro!
Un'associazione che mira a trasformare i gli spazi verdi abbandonati e in stato di degrado in centri di agricoltura urbana sostenibile attraverso il compostaggio di rifiuti organici. Polmone Verde nasce da un'idea di Annabel,

Alessandro, Karim e Giulia, che desiderano abbattere la devianza e il degrado attraverso attività seminative che portano a un miglioramento comunitario grazie alla riduzione della malavita, alla riqualificazione urbana, al miglioramento dell'impatto ambientale. Un progetto rivolto ai giovani della città che include volontari provenienti dal tessuto cittadino e ragazzi inviati dal tribunale all'interno di u
n percorso formativo in cui coltivatori senior tramandano il proprio sapere alle giovani generazioni. Polmone Verde è un progetto comunitario che funziona grazie al coinvolgimento dei cittadini che possono portare il materiale organico prodotto nelle loro case all'interno delle compostiere di Polmone Verde accedendo così a tessere sconto per l'acquisto di ortaggi freschi e biologici nati dalla coltivazione delle aree riqualificate. Insieme al territorio e con progetti di sensibilizzazione attiva nelle scuole, Polmone Verde punta a coltivare il futuro, un semino alla volta!
Alziamoci Insieme - i veri limiti sono mentali, non fisici!

Un’associazione di promozione sociale ideata da Simona, Silvia, Maddalena, Alessio, Giacomo e Riccardo con un sogno in comune: rendere lo sport libero ed inclusivo per tutti. Attraverso questo progetto i ragazzi vogliono raggiungere due destinatari: i 3500 giovani veronesi che hanno una disabilità fisica e il 17% dei coetanei che non praticano sport. Con "Alziamoci insieme" lo sport diventa motore di crescita del potenziale personale, fattore di relazione e di nuove amicizie, un impegno che migliora la gestione del tempo e allontana i giovani da cattive abitudini. La forza del progetto sono proprio i giovani volontari che scelgono di promuovere l'autonomia, la fiducia in se stessi e il valore della relazione diventano allenatori di squadre di pallavolo e di calcio per bambini e ragazzi con disabilità. Alziamoci insieme è una chiamata a non
lasciarsi abbattere ma ad agire in squadra per trovare nuove opportunità di sano divertimento.
Vuoi saperne di più sul programma PCTO? Leggi il programma!
Pietro e la comunità per rinascere dalla dipendenza
Dicono che a breve Pietro compirà 78 anni.
Dicono, perché Pietro non pensa a quanti anni ha. Pensa invece al domani e a tutto quello che può fare per migliorare, ancora, la vita dell’uomo. Perché questa è la sua eredità.
Pietro ha occhi grandi e lo sguardo lungo. Impara fin da bambino a guardare oltre e a vedere le persone per quello che sono. Così man mano che cresce sente maturare dentro di sé il bisogno di mettersi a disposizione. Di fare qualcosa. Di esserci per aiutare gli altri. Ma come?
Nell’oratorio di Allumiere, Pietro resta incantato dell’energia di Don Egidio. Per lui tutto è semplice e chiaro: la vita va spesa per prendersi cura della Persona. È un sacerdote carismatico e i giovani diventano protagonisti delle attività di solidarietà proposte dall’oratorio. E Pietro non fa eccezione.
Si mette a servizio perché il suo cuore lo spinge a costruire una società più umana e anche più giusta. Un’idea che lo spinge a scegliere la facoltà di Giurisprudenza. Qui, esame dopo esame, comprende che questa è la sua via. Praticare il diritto è una forma di cura della persona. Il suo titolo diventa così un lavoro di aiuto per chi si trova in difficoltà.
La professione lo affascina e lo coinvolge. Pietro rinuncia alla carica di funzionario statale perché nello studio legale sente di poter fare tanto, di essere un collaboratore dei cittadini sommersi da entità preponderanti. Anche Don Egidio percepisce l’animo che divampa in Pietro, lo osserva e alla fine lo coinvolge.
Negli anni ’70 la droga in Italia è un’evidenza, una piaga che scava lo spirito dei ragazzi e angoscia le famiglie. E i giovani laziali non ne sono immuni. Don Egidio entra negli occhi spenti di giovani pieni di vuoto, in loro il grido di aiuto si zittisce in una dose rimediata. A quel lento suicidio popolare, don Egidio non ci sta.
“Siamo tutti fratelli!” dice don Egidio ai suoi giovani e riconosce in ciascuno un dono da mettere in gioco per generare una comunità dove l’amore responsabile è il centro. Pietro porta le sue competenze come avvocato e insieme agli altri giovani, forma un gruppo di pionieri intenti a creare di risposte concrete per vincere la sfida della vita. Perché nessun ragazzo merita di essere abbandonato.
Con la nascita dell’associazione Il Ponte, Pietro inizia a gestire seminari di diritto penale e familiare: chi cade nella tossicodipendenza si trascina in un vortice di difficoltà. L’associazione è viva e attiva. Si cercano i primi appartamenti per creare una struttura. Si bussa agli amici, ai frati, alla regione. Si corre ma il tempo è lento e resistente: c’è paura, c’è l’AIDS, c’è ostilità.
“Ci portate i drogati in casa!” si lamentano i cittadini dei paesi. Ma ne Il Ponte, i drogati hanno tutti un nome, un’età e una sfida da affrontare. Sono ragazzi, a volte poco più di bambini. Sono giovani donne, a volte incinte, a volte con figli piccoli. Sono minori senza scuola e legami. Sono persone perse nel rifiuto di sé stesse.
L’associazione resiste. Il lavoro è tanto, ogni persona in percorso terapeutico deve tornare ad amarsi per quello che è per poi costruire un rapporto sano con gli altri. Le critiche dall’esterno fanno male ma mai come un ragazzo che alla fine non ce la fa.
Le sconfitte diventano motore di incontri con famiglie, istituzioni, scuole e attori sociali per promuovere la prevenzione, per testimoniare che è possibile un’altra via e che anche nella caduta si può rinascere.
Lo testimoniano le 60 madri con bambino e i 1100 ragazzi che partecipano alla Festa della vita ritrovata, ilbattesimo sociale a termine del percorso terapeutico, che toglie lo stigma della dipendenza portando le persone a vivere rinnovate in società!
Oggi Il Ponte è una comunità per le vittime della dipendenza. Insieme a 40 operatori, ai progetti educativi e lavorativi, Pietro alimenta l’eredità lasciatagli da Don Egidio: liberare la persona e riportala a vivere.
“Sono qui per restituire ciò che mi è stato dato!”
Lui è Pietro Messina, un uomo che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Scopri le altre raccontate nella rubrica Persone che fanno la differenza a partire da Massimiliano
Fondazione Verona Minor Hierusalem e il volontariato culturale che crea legami
Nell’Alto Medioevo, quando la Terra Santa era difficilmente raggiungibile, Verona iniziò ad essere nominata “Minor Hierusalem”, “piccola Gerusalemme”, un appellativo nato dal desiderio di ritrovare nella città italiana corrispondenze con i luoghi più importanti della capitale giudaica.
Un’analogia fatta di richiami e somiglianze urbanistiche e topografiche, che tracciano un percorso inedito di Verona. Un pellegrinaggio artistico, culturale e spirituale che oggi Fondazione Verona Minor Hierusalem valorizza e rende fruibile attraverso il volontariato culturale.
La Fondazione Verona Minor Hierusalem e le sue attività
Verona Minor Hierusalem propone un turismo culturale ed esperienziale, che valorizza la città di Verona. Proprio per questo la governance comprende rappresentanti delle principali istituzioni e organizzazioni cittadine, al fine di coinvolgere e attivare gli attori della città nella custodia e nella promozione della storia di Verona.

Attività prevalente della Fondazione è l’accoglienza in alcune chiese della città, attraverso un volontariato culturale formato ad oggi da 430 cittadini e oltre 100 studenti in alternanza scuola lavoro.
Tra i volontari e la Fondazione, si crea un circolo virtuoso, tipico dell’economia del dono, nel quale si dona tempo per ricevere formazione, crescita personale e di competenze. La proposta formativa può anche essere personalizzata, secondo gli interessi personali e può approfondire temi diversi: storia dell’arte, spiritualità, lingue straniere, canto e persino teatro.
La Fondazione propone un pellegrinaggio urbano, culturale e non ultimo spirituale, per conoscere Verona quale Minor Hierusalem. Delle attività promosse ne beneficiano i visitatori che possono accedere a chiese cittadine difficilmente visitabili, gli abitanti di Verona che possono conoscere aneddoti e particolari spesso sconosciuti e i turisti che esplorano luoghi esclusi dai percorsi tradizionali.
Gli itinerari culturali proposti, articolati nella visita di alcune chiese poste lungo l’antica via Postumia, sono:
- Rinascere dalla Terra - Verona crocevia di civiltà, storia e cultura
- Rinascere dall’Acqua - Verona aldilà del fiume
- Rinascere dal Cielo - Verona tra le note di Mozart e una nave di santi
Il modello di volontariato culturale
Fin dalla sua nascita, l’obiettivo della Fondazione era creare legami. Prima di rivolgersi al turismo, il progetto era infatti pensato come scambio culturale tra volontari. Rapidamente lo sguardo si è aperto all’esterno, in un’ottica di restituzione.
“Il volontario della Fondazione è un cittadino innamorato della sua città- spiega Paola Tessitore, Direttrice della Fondazione - che non è più solo spettatore della bellezza ricevuta, ma che secondo le logiche dell’economia del dono, diventa promotore di questo patrimonio e si attiva per tramandarlo nel futuro”. Un obiettivo che la Fondazione persegue creando e promuovendo relazioni con il territorio, tra i volontari e con i visitatori con cui gli stessi entrano in contatto.
“Tessere relazioni per il Bene Comune” è divenuto il modello valoriale e organizzativo adottato dalla Fondazione che si basa su sei pilastri: economia del dono; formazione interdisciplinare; creazione di valore nelle relazioni; passaggio intergenerazionale della cultura; sinergia con il territorio e l’ambiente imprenditoriale e innovAtibilità (ovvero l’innovazione culturale attivata per favorire un’accoglienza inclusiva e sostenibile).
La cultura come strumento di inclusione
Nel 2022 Fondazione Verona Minor Hierusalem è stata tra i vincitori del Bando Una Mano A Chi Sostiene con il progetto “Cultura e innovazione per l’inclusione sociale intergenerazionale”, avente l'obiettivo di rendere le chiese del quartiere multietnico di Veronetta un luogo di inclusione. La cultura dunque è diventata strumento per favorire l’accoglienza, aumentare la coscienza civica, sviluppare una cittadinanza attiva e creare nuove appartenenze.

Sono stati coinvolti nel progetto gruppi con caratteristiche differenti: due classi di scuola secondaria di primo grado, due classi di scuola primaria, due classi di studenti stranieri che frequentano un corso di italiano, un gruppo misto composto da abitanti del quartiere e volontari in formazione della Fondazione Verona Minor Hierusalem.
Attraverso visite e laboratori esperienziali, gli spazi e le opere d’arte presenti nelle chiese sono diventati strumenti per stabilire relazioni con il contesto e con gli altri partecipanti.
Questi nuovi legami hanno trasformato un luogo di identità, la chiesa, in un luogo di accoglienza.
Il progetto è ancora in corso, ma il modello strutturato e i risultati fin qui raggiunti consentono di immaginare una sua replicabilità nel tempo e in contesti diversi, a dimostrazione che “la cultura può diventare strumento di inclusione e trasformazione”.
Se questo argomento ti appassiona, leggi l’articolo che abbiamo dedicato al potere della bellezza e l’esperienza di Mario Cappella al rione Sanità di Napoli.
Alberto, il giovane prete che evangelizza l’amore
Io non lo sapevo cosa volevo diventare da grande. Mi piaceva l’idea di poter aiutare ma non avevo un progetto. Poi un giorno la mia vita è cambiata. E ora eccomi qui: prete, influencer ma soprattutto Alberto.
Hai presente quando gli adulti, parlando tra loro, si gonfiano dicendo: “E’ proprio un bravo bambino!”.
Ecco quel bambino ero io. Educato, a modo, generoso, rispettoso, intelligente e pure diligente.
Loro dicevano quello che vedevano. Anche se non sapevano che dietro tutto, c’era altro…
La verità è che ero ipersensibile e ho scelto di diventare bravo per emanciparmi dalle grandi litigate a cui assistevo. I contrasti in famiglia mi facevano male. Le urla di papà mi entravano dentro. Allora mi sono difeso come ho potuto: ho attivato la parte migliore di me per diventare indipendente il prima possibile!
Per questo durante l’estate stavo in oratorio. Facevo l’animatore ai bambini. Io ero lì per loro, però quell’attività ha aperto il mio mondo: ho scoperto i miei talenti e rafforzato le mie debolezze…insomma ho compreso chi ero.
Penserai “Wow a sedici anni sapeva già tutto!”, mica tanto. Da fuori ero sempre il bravo ragazzo, il leader, quello pieno di amici. Ma dentro qualcosa era inceppato, come se fossi bloccato. Fino a quando, durante una vacanza parrocchiale, ho trovato un Amico vero, Andrea, che aprì i miei orizzonti. Nell’ascolto trovai l’origine del mio blocco: io non mi sentivo voluto bene.
La mia ferita si aprì. Non sgorgava sangue ma sofferenza, tutto il dolore represso dalla fiducia che mi mancava. Allora sono andato a confessarmi ed è stato incredibile. Più manifestavo la mia tristezza, più mi sentivo felice, più raccontavo le mie mancanze, più percepivo amore.
Mi scoprii libero di vivere. Vivere la mia felicità!
Da lì, tutto è cambiato, il mio cuore si era spalancato. A settembre mi innamorai per la prima volta. Un amore tra i banchi di scuola inarrivabile, che sublimavo infilandomi le cuffie e perdendomi nei pensieri. Nel silenzio riflettevo sulle cose eterne: qual è il mio posto nel mondo? Ho una missione? Chi è Dio? E sentii crearsi un conflitto dentro di me.
Io pensavo e ripensavo. Poi una notte ecco arrivarmi l’illuminazione: “Ma se da grande facessi il prete?” mi chiesi. Vorrei dire che è stato facile, ma mentirei. Ho custodito gelosamente il mio segreto, ho superato la distanza creatasi con i miei genitori che avevano paura di vedermi triste e desolato con la tonaca addosso e ho visto gli anni dell’adolescenza volare.
Ma quelle erano le mie prove perché avevo compreso quale era la mia chiamata. L’amore di Dio mi aveva permesso di scoprire qual è il mio ruolo nel mondo, liberando le mie energie, il mio affetto incondizionato alla vita. E io volevo mettermi a servizio per far conoscere questa fonte di amore inesauribile a tutti.
Quindi eccomi qui! Mi occupo di giovani e della loro crescita. Riattivo le fede nei loro cuori perché questo significa renderli protagonisti della loro storia, che poi diventa la storia di una Comunità. Una sfida? Certo! Aprire i confini della Chiesa e diventare influencer porta invidie, gelosie e timori. Ma non sarà la rigidità a fare miracoli.
E io li vedo, i ragazzi che scoprendosi fioriscono. Li vedo in chiesa, nell’associazione LabOratorium dove trasformano talenti in competenze e in Fraternità, la community di migliaia di giovani che organizza eventi e promuove un’appartenenza di fede senza confini perchè quello che lega è l’esperienza, il messaggio, la libertà di essere e di divenire insieme.
Oggi mi sento fortunatissimo: posso comunicare alle genti e assistere a tanti risvegli perché quando le persone attraversano l’amore divino, trovano il senso e danno un senso alla loro vita.
Posso dirlo? Il fuoco che si accende in ognuno di loro è il mio carburante. Il frutto della mia missione!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della rubrica Giovani Speranze a partire da Rebecca
Massimiliano e la fame di giustizia
Quando nasce Massimiliano è il 1968. È solo un neonato in un piccolo paese lontano dai movimenti di massa, eppure il suo piccolo corpo registra il bisogno vivo di giustizia sociale. E non lo lascia più.
Massimiliano diventa un bambino che ha fretta, fretta di vivere! Gioca, va’ in bici, esce con gli amici…ha così fame di vita che bisogna abbreviargli il nome a un veloce “Massi” per farsi ascoltare.
Calcio, nuoto, pallamano, lo sport diventa un sedativo per arginare quell’energia che è incontenibile. Nemmeno quando dorme si placa perché sfide grandi lo attendono: sogna di essere un eroe, un eroe che salva dalle situazioni di pericolo e sopruso anche a costo della sua vita.
L’ingiustizia non la tollera. Gli fremono le mani e le gambe scalpitano quando vede ragazzini indifesi subire angherie. Per difendere prende a botte e non importa il suo perchè, per tutti diventa il ribelle scapestrato. Si sente incompreso, diverso dalla sua famiglia e anche dagli altri bambini. Così inizia a girare con gli strani, perché tra strani le differenze scompaiono.
Cresce attratto dalle storie di chi distrugge il pensiero comune che sputa sentenze. Lui, incapace di essere parte di un gregge, esce di casa a diciassette anni in cerca di quella libertà che l’autorità mette a tacere. Occupa una casa, trova un lavoretto e poi… si perde.
Massi esplora la vita, come anche le droghe, e quando si trova davanti una siringa prova, tanto cos’ha da perdere? Di eroina si fanno in tanti. Ancora non sa, che solo pochi tornano indietro.
Fino a quando non incontra Luigi, un pacifista antiviolento e coraggioso. Uno che scende in piazza, tra i tossici, per tendere una mano e avvertirli del pericolo: l’HIV incombe. Ma quelle sono cose per culattoni ribattono tutti. Tutti tranne Massi.
Con Luigi, Massi stringe un patto: non partirà militare, lavorerà al Gabbiano come obiettore di coscienza.
È tosta e il tempo sembra non passare mai. Invece i mesi scorrono e quando Massi cade, di nuovo, umilmente torna alla porta e nel bisogno comprende che il suo senso di colpa non lo salverà. A salvarlo sono le persone.
Fratel Attilio lo butta in mare, senza salvagente. Serve un responsabile per una casa, una casa piena di debiti, in un paese dove tutti li odiano. Sono senza soldi e senza cibo. Massi però non vuole la carità. Esce, incontra, ascolta e chiede. Servono vanghe, carriole, decespugliatori perché per cambiare la percezione c’è bisogno di dimostrare: non sono tossici, sono persone con capacità e voglia di fare.
Lavorare funziona e piano piano la casa si guadagna l’affetto del territorio. Massi diventa un uomo e la sua vita scoppia di senso. Si alza la mattina con la voglia di migliorare il mondo perché il mondo lo cambia dalle piccole cose, da nemici che diventano amici, dall’indifferenza che diventa fratellanza.
Il Gabbiano cresce: 8 strutture d’accoglienza, 60 appartamenti, housing sociale, comunità riabilitative e terapeutiche. Tossicodipendenti, ex carcerati, malati di AIDS, migranti, minori in fragilità sociale sono Persone accompagnate dai 110 dipendenti dell’associazione. Il Gabbiano diventa un riferimento nell’ambito della giustizia riparativa e della devianza, sostituisce l’abbandono con il prendersi cura.
Anche in montagna, dove l’agricoltura è eroica perché costa fatica di sudore e tempra. Ma Massi alle sfide non si tira indietro. E quando la terra diventa ettari da coltivare e il Nebbiolo vino di prima qualità, fondano la cooperativa il Gabbiano, un’impresa sociale con 23 dipendenti e un grande obiettivo: fare giustizia attraverso l’inclusione.
A 56 anni Massimiliano è soddisfatto. L’energia che gli ribolliva dentro è diventa crescita. Per sé e per gli altri.
“Credo nelle persone e negli sguardi che vedono ciò che ancora non hai compreso di te stesso. Non siamo gli sbagli che facciamo, siamo le seconde possibilità che riceviamo!”
Lui è Massi Pirovano, marito di Arianna e padre di Ottavia, un uomo che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Continua a leggere di Persone che fanno la differenza a partire da Giuseppina
Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale
Fondazione Progetto Mirasole nasce nel 2016 da un gruppo di soci fondatori impegnati da tempo nel Terzo Settore nell’ambito dell’accoglienza abitativa e della somministrazione di pasti caldi ai senza fissa dimora.
“L’esperienza maturata sul campo aveva permesso di comprendere che in questa catena di bene mancava un pezzo: l’inserimento lavorativo” racconta Sara Dongiovanni, referente della Comunicazione e fundraising dell’ente. Il territorio reclamava l’importanza e l’urgenza di sviluppare opportunità di inserimento lavorativo per persone in situazione di vulnerabilità sociale, ma come farlo?
L’Abbazia di Mirasole
Nel piccolo paese di Opera, in provincia di Milano, esisteva un’Abbazia dimenticata dal tempo, “un fantasma alla fine di una pista ciclabile” ricorda Sara. Progetto Mirasole partecipa così ad un bando per la gestione giornaliera e notturna del bene architettonico e passa dal sogno alla creazione di veri obiettivi.


“La Fondazione ha avviato un progetto di recupero dell’Abbazia, trasformando un luogo decadente in un centro accogliente con spazi aperti e ricchi di vita. Ha avviato un processo che non si è più fermato, dando una seconda possibilità all’Abbazia e offrendo un’opportunità per chi più fragile”.
I protagonisti di Progetto Mirasole
“Per destino si può nascere in un’area di mondo felice e fortunata o in una più complessa e articolata. Con Progetto Mirasole volevamo creare un luogo dove tutti potessero trovare gli strumenti utili per cambiare, per avere diritto di vivere la vita con la dignità che spetta ad ogni essere umano” riferisce Sara.
Per questo l’impresa sociale opera sul territorio innescando sinergie e reti: servizi sociali, comuni limitrofi, organizzazioni del Terzo Settore e 30 imprese. L’attenzione rivolta alla comunità permette in poco tempo di raggiungere cittadini italiani in fragilità economica a causa dell’uscita dal mondo del lavoro e difficilmente ricollocabili; persone in reinserimento sociale dopo la detenzione e migranti. “Abbiamo un ventaglio ampio di beneficiari, dai giovanissimi alle persone mature, siamo tanti e tutti diversi e questa è la nostra bellezza perché non si finisce mai di imparare l’uno dell’altro, di riscoprirsi senza pregiudizi con lo spirito della vera accoglienza”.
Oggi l’impresa sociale occupa 71 dipendenti, di cui 19 provenienti da situazioni di svantaggio sociale.


I servizi occupazionali di Progetto Mirasole
Per rispondere agli obiettivi di partenza, Progetto Mirasole fonda il primo laboratorio di cottura con una cucina industriale che oggi fornisce 6 mila pasti giornalieri ad enti operanti nel Terzo Settore. Ha poi avviato un ramo di manutenzione e sanificazione di aree interne ed esterne, occupa personale nell’Abbazia per l’attività di ristorazione, organizzazione d’eventi, accoglienza, laboratori didattici.
“Il nostro obiettivo? Creare una comunità alla pari senza discriminazioni. E infatti il nostro è un ambiente composito, ricco di culture, esperienze e provenienze dove si inizia un percorso che apre possibilità per inserimenti in altre aziende!” afferma Sara.
Caratteristiche di Progetto Mirasole
Dinamismo, resilienza, flessibilità e adattamento sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono questa organizzazione. La risposta del territorio racconta il primo successo di Progetto Mirasole. “Viviamo in una cittadina in cui la chiusura politica aveva radicato un pensiero. All’inizio la gente veniva per curiosità, perché l’Abbazia aveva aperto le porte. Ma quando hanno visto che oltre alla bellezza c’è un cuore sociale, la curiosità si è trasformata in fiducia e oggi costruiamo risposte grazie anche alla collaborazione comunitaria che abbiamo generato!”
Ti è piaciuto leggere di questa storia? Puoi continuare a conoscere le esperienze nel mondo non profit a partire da La Botteghe della Loggetta
Rebecca e il coraggio di restare
Volevo solo fuggire. Lontano da qua.
Perché a quindici anni sapevo distinguere un fuoco d’artificio da uno sparo e il rischio di non diventare adulti per colpa di un proiettile vagante è un pericolo reale.
Ti sembra normale?
Per proteggermi ho iniziato a mentire. A dire che abitavo in un altro posto perché mi vergognavo del pregiudizio che mi cadeva addosso quando dalla mia bocca usciva “Rione Sanità”. La paura si prendeva le persone e mi teneva a distanza dagli altri. Ma sai cosa succede a forza di mentire?
Ti prosciughi. E la sensazione di essere sbagliata ti logora un giorno per volta.
Ero nata nel posto sbagliato, non avevo il fisico giusto, non potevo permettermi le cose di tutti. In me, insomma, non andava niente. Soffocavo il dolore nella pancia. Fino a quando mi sono chiusa in camera, circondata dal buio di giorni inconsistenti, con la voglia di chiudere gli occhi e non svegliarmi più.
Ma poi la porta si è aperta. Volevo diventare maggiorenne e fuggire lontano, trasferirmi a Firenze per ricominciare. Per crearmi un futuro lontano da una città dove il futuro non è pensabile.
Però i sogni costano e certi sono troppo cari per una famiglia numerosa con una sola entrata. Allora mi sono cercata un lavoro. E così sono rinata.
Ho iniziato il Servizio Civile alla Paranza perché era dietro casa, dico la verità. Andavo a scuola, poi con il mio zaino arrivavo in cooperativa. E sai cosa? Lì si interessavano a me, il mio dolore non lo dovevo nascondere. I miei limiti neppure. Sembrava una magia ma lì andavo bene così come ero.
Mi sentivo al sicuro e protetta. Piano piano ho abbattuto le mie insicurezze e le barriere che mi impedivano di volermi bene. Ho iniziato ad essere me stessa perché mi hanno formata a riconoscere la bellezza e quando impari a vederla, a sentirla, ne diventi portatore a tua volta! E tutto cambia.
Al mio primo tour guidato avevo 18 anni e con la pandemia in corso c’era solo una persona. È stato bellissimo! Ho capito che le mie parole avevano un potere trasformativo, che raccontando potevo ispirare e accendere la speranza negli altri. Mi sono sentita dentro a un cambiamento e di questa storia ho voluto esserne parte.
Così ho scelto di non partire. A volte serve più coraggio per restare che per andare. Ma alla fine, ne vale la pena.
Oggi sono una guida. E sono felice. Accompagno alle catacombe, allo Jago Museum, alla Chiesa Blu e alla Santa Maria della Sanità. Guido i visitatori a percepire la meraviglia, li porto nel mio mondo, nel mio Rione per testimoniare che c’è sempre una via per costruire futuro, che c’è bellezza, che il valore siamo noi.
La sera mi addormento toccando il cuscino. Non ho più paura, anzi ho voglia di generare sempre di più. Per questo insieme a un gruppo di amici stiamo aprendo una nuova cooperativa, La Sorte. E pensare che odiavo questa periferia. Oggi invece non potrei vivere senza.
Ti è piaciuta la storia di Rebecca? Puoi leggere quella di altre Giovani Speranze a partire da Nadia!









