ManiTese: quando la comunità risponde a nuove sfide

Siamo parte di un movimento popolare globale nato per cambiare il mondo, a cominciare da noi stessi. Continuiamo a farlo dal 1996 e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci” esordisce Gaia Barbieri, volontaria storica dell’associazione istituita più di venti anni fa per agire gli ideali di giustizia sociale, economica e ambientale promossi dalla ONG capofila. “Volevamo che i valori della giustizia, i diritti umani e la solidarietà nei confronti del mondo fossero presenti anche sul nostro territorio così ci siamo attivati e tramite un movimento fatto perlopiù da volontari abbiamo favorito un virtuoso processo di economia circolare”.

ManiTese infatti confida in uno sviluppo capace di coniugare la valorizzazione delle persone, delle risorse e dell’ambiente. A Finale Emilia il riuso è divenuto nel tempo il fulcro dell’attività del gruppo che crede nella sostenibilità e nelle seconde opportunità per le persone e per le cose. “Siamo oltre 40 volontari offriamo diversi servizi dallo smistamento al mercatino, dall’orto sociale agli eventi culturali. Lavoriamo in sinergia con i servizi territoriali, il Comune, la rete carceraria e i GAS per favorire l’occupazione di persone fragili o con passati di difficoltà e siamo in sintonia con la comunità e le richieste che da essa sorgono” racconta Gaia. Quella stessa comunità che dal 2012 in qualche modo non è più la stessa.

Siamo da sempre un paese di confine in periferia che spesso ci rende smarriti. Ce ne eravamo accorti soprattutto per i giovani e proprio per loro, per dare un riferimento, costruire un’identità forte del gruppo, avevamo deciso di fondare una nostra sede. Ma poi il terremoto ci ha scosso tutti. Ci ha segnato nel profondo”. Dopo l’emergenza bisognava ripartire, ricostruire, dare nuova forma a quei servizi di aggregazione come teatri, centri sociali, locali che nei territori tengono unite le persone. “Dovevamo fare qualcosa per ricominciare per non lasciare che la sensazione di smarrimento prendesse il sopravvento” ammette Gaia. E così l’associazione riparte con tutte le sue attività aggiungendone di nuove. Apre le porte a nuovi volontari, accoglie i giovani con le loro idee, la loro voglia di innovazione e il loro desiderio di costruire nuovi legami. “Abbiamo rischiato, ci siamo fidati e abbiamo capito, ancora una volta, che insieme si può costruire – testimonia Gaia – La comunità sembrava rispondere bene ai nostri servizi. Raccoglievamo una mole di abiti usati che ci ha fatto chiedere come possiamo trasformarli in vita nuova?” inizia a prendere forma un’idea che resta tale fino a quando ManiTese non si fa contagiare dall’esperienza positiva dell’associazione La Rotonda di Baranzate, che aveva attivato una sartoria sociale.

“Quando si dice tutto nasce da un incontro è proprio vero” testimonia Gaia perché quando l’idea si tramuta in una chiamata alla comunità, 12 donne con manualità sartoriale accorrono per trasformarla in realtà. “Abbiamo voglia di fare questa cosa, abbiamo bisogno di farlo! sembravano dirci e così abbiamo liberato parte del magazzino, insieme ad un’imprenditrice locale abbiamo acquistato le macchine e abbiamo dato forma a ManiGolde, una sartoria ecologica e solidale con un team di volontarie che si stanno avvicinando ai temi dell’inclusione, dell’accoglienza, della vicinanza”.

Come se i capi parlassero allo sguardo e al tatto delle volontarie, i tessuti lavorati dalle ManiGolde sono abiti che possono rimanere puri o assumere nuove sembianze. La linea di abbigliamento si realizza grazie alla creatività delle sarte. Ogni prodotto ha una sua storia che le ManiGolde tengono a raccontare. Ma ha anche la storia di una comunità che non si ferma, che crede in un’atelier come spazio di incontro e di contatto, dove la gentilezza e la lentezza superano i canoni dalla fast fashion. Ha la storia di donne diverse giovani e mature, madri e nubili, che si sono avvicinate, appassionate ed hanno scoperto che si riesce a stare bene insieme indipendentemente dalle diversità.

Questo lavoro ci ha permesso di assumere nuove persone e di creare un luogo in cui è bello stare, dove si può sostare” racconta infine Gaia perché la bellezza di ManiTese è anche questo: agire nel locale per sostenere progetti che non si fermano qui ma vanno oltre, oltre i confini, e fanno della giustizia e della sostenibilità un valore concreto.

 

 


DOLCI SPERANZE: la Cooperativa L'Albero del Pane

“La cooperativa Albero del Pane rappresenta un’opportunità di rinascita per le ragazze che hanno subito violenza o escono da percorsi di abusi e dipendenze – racconta il presidente Augusto Rocchi – Lavoriamo perché possano innamorarsi di nuovo della vita, innescando in loro il desiderio di crearsi un domani”.

In sinergia con la Congregazione religiosa e l’Associazione Gruppo di Betania Onlus, la cooperativa sorge quattro anni fa per rilevare due importanti pasticcerie milanesi ed avviare una nuova progettualità sociale. “Il tasso di abbandono scolastico per le ragazze che nella vita si sono trovate a vivere situazioni dolorose è elevatissimo. Vivono il presente, hanno paura, si sentono indifese, sono sospettose. Alcune si nascondono, altre affrontano la vita di petto. Tutte loro seguono un percorso di tutoraggio di natura psicologica ma anche sociale perché la pasticceria rappresenta un luogo sicuro in cui possono ri-appropriarsi della loro età, imparare un mestiere e confrontarsi con la normalità nella speranza che maturino la voglia di tornare sui banchi di scuola per certificare la loro professionalità”.

All’interno della pasticceria lavorano ragazze che vengono segnalate alla cooperativa da Villa Luce (casa d’accoglienza della congregazione), dal tribunale o dai servizi sociali. “Solo a Milano ci sono circa 3000 ragazze l’anno che affrontano situazioni di difficoltà. Per questo abbiamo voluto che la cooperativa fosse una nave-scuola che ispira le ragazze, consente di acquisire competenze tecniche e relazionali e le riporta alla vita”. Infatti in pasticceria le ragazze lavorano solo per tre mesi e sulla base delle loro competenze vengono collocate alla vendita o alla produzione.

“La pasticceria è un luogo di lavoro pulito, elegante, cortese. Lavorare all’interno di un ambiente simile significa educare la persona ad avere un approccio personale oltre che professionale di questa natura” racconta il presidente. La pasticceria diventa quindi un banco di prova sia nel rapporto tra colleghi e superiori sia nel rapporto con la clientela. “È una grande scuola di socializzazione. Qui i rapporti diventano un’occasione per prendersi cura dell’altro, del prodotto che vendi e di te stesso”.

Con il supporto di due pasticceri professionisti e la collaborazione con una delle scuole di ristorazione più importante della città, più di 120 ragazze hanno provato le gioie e le fatiche derivanti dall’attività professionale. Impastare, sfornare, pulire. Ordinare, controllare, monitorare. Riceve e salutare. Ma anche gustarsi le espressioni estasiate di chi mangia pasticcini, biscotti, marron glacés, praline, cioccolatini o di chi torna a ordinare torte, panettoni e zuccotti. E più della metà ha proseguito con attività professionali o iscrivendosi a scuole di specializzazione.

“Siamo convinti che studio e lavoro siano i due ingredienti fondamentali per la crescita di qualsiasi persona – conclude Augusto – e ci auguriamo di tornare presto ad aprire la pasticceria per tornare a portare un po’ di dolcezza in città”.

 


GUSTAMUNDO: le culture si incontrano a tavola

Gustamundo è il primo ristorante in Italia che offre un menù pensato e realizzato da migrati: rifugiati e richiedenti asilo. Un progetto di inclusione e integrazione che valorizza professionalità e competenze di chi vive situazioni di fragilità personali e sociali. “Volevo avviare un progetto di lavoro vero, non di autosostentamento, perché ritengo che il lavoro sia la prima vera occasione di integrazione” esordisce Pasquale Compagnone ideatore dell’iniziativa, da sempre attento alle tematiche sociali e gestore di un ristorante messicano attivo da quasi trent’anni.

Il ristorante è un luogo in cui il cibo diventa fonte di incontro culturale, scambio di esperienze e piacere per il palato. Qui le lingue del mondo trovano casa perché i dipendenti arrivano da Senegal, Mauritania, Mali, Costa d’Avorio, Guinea, ma anche Siria, Afghanistan, Iran, Iraq. Nel ristorante batte un cuore multietnico ed è facile interagire in italiano ma anche in inglese, francese e spagnolo sia per ordinare che per entrare in mondi sconosciuti, guardare il passato vissuto da persone in terre lontane e condividere i sogni da costruire.

“Circa 20 collaboratori lavorano in Gustamundo e ciascuno trova occupazione in base alle esperienze passate e alle proprie capacità: c’è chi organizza il ristorante, chi cucina, chi si occupa della sala e chi di delivery” afferma Pasquale, impegnato a trasformare le abilità dei dipendenti in qualità professionali da spendere in futuro. Negli anni si è attivata una rete di enti e organizzazioni sociali come CAS e SPRAR, Humiltas Onlus, Comunità di S. Egidio, Caritas Italiana e Congregazioni delle Suore della SS.ma Madre Addolorata con cui Pasquale collabora per offrire opportunità di inserimento lavorativo. Ma la solidarietà in Gustamundo si trasforma, diventa professionalità, attenzione al cliente e al gusto. “Fin da subito ho voluto che questo locale fosse un ristorante vero, in cui la gente mangi bene, conosca e ritorni – testimonia Pasquale – Non volevo che i clienti si trovassero ad accettare un servizio approssimativo, perché “sono migranti”. Per questo ho iniziato un percorso formativo con tutti i dipendenti affinchè imparassero a lavorare in una cucina italiana e in una sala che rispetti gli schemi culturali che si attendono i clienti, come l’ordine di portata, il tempo tra un piatto e l’altro, l’accoglienza in ingresso…”

Un sistema che prima dell’emergenza Covid godeva dell’apprezzamento di oltre 300 clienti al mese interessati a gustare i piatti proposti dai cuochi del ristorante come l’immancabile hummus, i falafel e il vero babaganoush di melanzane e pomodori fritti… un menù capace di abbinare sapori forti e delicati, spezie insolite e ricette spesso sconosciute. Ma Gustamundo non è solo un locale, è anche consegna a domicilio e servizio catering con “In Cammino – Catering migrante” per il quale ha ottenuto il certificato di eccellenza nel 2019 da Tripadvisor.

“Tutto in Gustamundo è multietnico. Bisogna imparare a lavorare con mentalità diverse e con approcci al lavoro e alla vita distanti. Le tempistiche, i pregiudizi, la scarsa considerazione di sé…questo posto insegna a recuperare fiducia, a guardare l’altro prima di giudicarlo, a rispettare la diversità. Anche tra loro perché non sono accomunati solo per la loro condizione di migranti. In futuro? Mi piacerebbe vederli autonomi e realizzati” racconta Pasquale pensando al domani. Un futuro fatto dalle loro mani e delle loro abilità perché la cucina è un’arte che si pensa, si sperimenta e si condivide.

 

 


D-HUB: comunità che nasce

A guardarci oggi possiamo dire che siamo diventate una comunità co-educante - racconta Maria Antonietta Bergamasco presidente dell’Associazione di Promozione Sociale D-Hub – Quando siamo partite volevamo mettere al centro le donne più fragili perché sognavamo di dare vita ad un luogo che le rendesse capaci e le valorizzasse. Per noi era importante aiutarle a scoprire che, indipendentemente dal loro passato, sono persone potenti. Ma D-Hub non era solo questo, perché, da sempre, abbiamo sentito molto forte il bisogno di provare a muovere un cambiamento rispetto alla comunità nella quale abitiamo” e così è stato.

Passo dopo passo, l’atelier di riuso creativo nato nel 2013, è diventato un connettore di intrecci e relazioni tra istituzioni pubbliche e private, con l’obiettivo di creare una comunità capace di prendersi cura dei suoi abitanti. “D-Hub è un laboratorio in cui le donne possono sperimentarsi, trovare il coraggio e la forza per ripartire – testimonia Maria Antonietta – Nella sartoria sociale o nella produzione di bigiotteria le persone provano, imparano un mestiere, validano le loro competenze”. Nel corso degli anni più di 30 donne con vissuti di fragilità alle spalle, hanno passato un periodo formativo all’interno del laboratorio, attraverso tirocini o con l’attivazione del reddito di inclusione attiva, uno strumento ideato dal Comune di Verona che eroga un contributo alle donne a fronte di attività di volontariato in associazioni territoriali.

“Il nostro è un processo di accompagnamento alla persona. Ogni donna arriva con aspettative e sogni, con ciascuna costruiamo un percorso pedagogico, cercando di attivare la loro partecipazione. Studiamo i loro tempi, i loro modi di essere, le disposizioni al cambiamento perché a volte, uscire da un sistema di dipendenza sociale, non è scontato. Ma noi siamo così, mettiamo loro al centro e tutta la relazione che serve per agire il cambiamento della persona”. Il risultato non è immediato, matura con il tempo. “Sviluppano una percezione di sé, si riconoscono con potenzialità rinnovate ed è come se sentissero, finalmente, di avere una propria voce che può metterle in dialogo con l’ambiente circostante”.

Un’ambiente che i fondatori di D-Hub cercano di rendere prossimo creandolo insieme agli altri. “In accordo con la Prima Circoscrizione abbiamo preso in gestione il giardino dell’ex Nani, nel cuore della città, per farlo diventare un luogo di incontro e scambio. Desideriamo che questo spazio diventi il luogo del fare, dove sia possibile realizzare iniziative culturali ma anche manuali, dove gli artigiani possano vendere le loro creazioni e permettere quindi anche alle persone che sono cresciute insieme a D-Hub di coltivare il proprio futuro. Ci piace l’idea di poter promuovere la cultura della lentezza, del riuso, del fare con le mani”.

Un’idea che piace agli abitanti di Verona ma che trova ammiratori anche all’estero tanto è che due collaboratrici dell’associazione arrivano dalla Polonia e dalla Spagna. “Ci hanno conosciuto dai racconti dei nostri volontari. Ola, mediatrice linguista, attiva nel suo Paese nei corridoi umanitari, oggi è una delle educatrici che costruisce percorsi individualizzati con le donne in collaborazione con il Centro Aiuto Vita mentre Candela, artigiana spagnola di macramè, si è innamorata di questa modalità di costruzione di comunità e oggi coordina i volontari del giardino e supporta le attività di sartoria”.

Un team variegato composto da 6 persone e 15 volontari che consente di seguire 40 nuclei familiari, accompagnare le donne impegnate nei laboratori, condurre gli appartamenti di inclusione, progettare con le realtà partner (come Progetto Quid, Centro Aiuto Vita, la Mag) e prodigarsi nella costruzione di collaborazioni che permettono alla comunità di generare e ri-generare costantemente.

La nostra attività ci fa capire che il vero guadagno è sociale perché quando migliori la vita delle persone tutta la comunità ne beneficia – ammette Maria Antonietta – e chi ha ricevuto si sente parte di un sistema, diventa proattivo e si muove a favore degli altri.” Nemmeno il CoronaVirus ha fermato l’inarrestabile movimento di D-Hub.  “Anzi, ci ha permesso di riflettere, di dare un nome alla nostra expertise. Per questo se penso al futuro, immagino a come trasferire la formazione della leadership inclusiva anche nelle imprese perché oltre al prodotto, ci sono le persone, i loro processi e le loro fragilità. L’approccio pedagogico all’impresa ci ha fatto diventare mediatori delle differenze interculturali e dei vissuti dei singoli. Mi piacerebbe che se ne parlasse anche in azienda, perché in fondo anche le imprese sono comunità!”

 


Articolo 10: la bellezza che rinasce nelle donne

E pensare che Barbara un tempo era un’informatica. Bisogna forzare la fantasia per immaginarla dietro lo schermo di un pc immersa in un lavoro puramente tecnologico. Lei che è un miscuglio di determinazione, coraggio e umanità. Lei che quando la vita l’ha privata del suo più grande sogno non si è piegata ma ha guardato avanti ed ha intrapreso un cammino nuovo seguendo gli incontri che le hanno cambiato il futuro.

La prima volta che ho aiutato una donna migrante a scappare da un marito violento ho capito che quella era la mia strada. Una strada di sofferenze ma anche di incontri in cui sto ricevendo tantissimo - racconta Barbara Spezini direttrice dell’Associazione Articolo 10 di Torino - Non ho mai potuto accettare che solo per essere nati da una parte del mondo bisogna vivere una vita di fatiche. Non ho confini nella mia mente e non voglio che l’umanità ne abbia per questo ho deciso che dovevo provarci, dovevo trovare un’occasione di rinascita, integrazione e bellezza per le donne che incontravo”.  A quel tempo Barbara era un’educatrice impegnata nel Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e rifugiati. Le donne somale che arrivavano erano vulnerabili e portavano in superficie, e sotto la pelle, il dolore di ferite di una guerra che si protrae da oltre trent’anni. Una guerra in cui la donna, se non è protetta da un uomo, è sottoposta a stupri e violenze di oggi genere. Analfabete, con una cultura diversa da quella italiana e con traumi psicologici e fisici che non si guariscono nei sei mesi di accoglienza del progetto rischiavano di trovarsi su una strada, senza una dimora e un lavoro con cui mantenersi.

“Ci vuole tempo, se vogliamo parlare di integrazione ogni persona ha bisogno di tempo. Bisogna recuperare autonomia piscologica, lavorare sull’aspetto educativo, avviare percorsi di autonomia e consapevolezza che aiutino la persona a prendersi cura di sé – ammette Barbara – Articolo 10 nasce nel 2013, da una scelta coraggiosa di un gruppo di amici, per restituire dignità alle donne”.  Un team di 7 collaboratori e oltre 20 volontari che si prende cura di donne e famiglie perché trovino indipendenza economica e libertà attraverso tre aree di intervento: lavoro, casa e cultura. L’associazione offre un processo di accompagnamento socio educativo incentrato sul concetto dell’abitare per attivare le risorse personali e relazionali che aiutano a prendersi cura di sé. Ha sviluppato un percorso formativo volto a potenziare le competenze e le capacità di autonomia delle donne rendendole capaci di costruire rapporti con i servizi, le istituzioni locali e sanitarie attraverso uno sportello informativo che offre orientamento nelle pratiche burocratiche e legali. Coinvolge le donne in attività di confronto e conoscenze culturali per renderle nuove cittadine consapevoli del territorio. Inoltre ha avviato la Sartoria Colori Vivi un laboratorio di creazione per sviluppare una professione concreta e qualificata che consenta alle donne di diventare autonome e capaci di scegliere il proprio futuro. 

La sartoria è un luogo in cui si crea bellezza. Tutte le donne che ho incontrato nutrivano una ricerca del bello per consolarsi, per stare bene, per prendersi cura di sé. E’ un lavoro in cui c’è tanto da fare ma diventa un fare curativo. Loro hanno subito traumi senza confini ma qui possono sperimentarsi, entrare in una relazione sana che le appropria di capacità e abilità, le aiuta ad avere stima di sé stesse e le porta in dialogo con il mondo circostante sensibilizzando la clientela - riferisce Barbara - Dal 2017 abbiamo impiegato 4 donne e siamo stati supportati da stilisti, sarte e modelliste esperte che ci hanno avvicinato alla filiera e a diventare una sartoria di qualità, perché per essere un’azienda vera bisogna conoscere e rendersi sostenibili.”

Un progetto premiato da Kering Foundation, realtà parigina da anni impegnata a sostenere progettualità che combattono la violenza contro le donne, che ha affiancato Colori Vivi con un programma di mentorship ed ha inserito la sartoria in una rete di brand, tra cui brand di lusso, con cui tessere relazioni. Il loro segreto? “Se c’è una cosa su cui sono sempre stata sicura è che nessuna donna avrebbe dovuto finire per strada – racconta Barbara – per questo abbiamo costruito una rete forte. Nel comune di Torino siamo un punto di riferimento, collaboriamo con 60 enti e abbiamo costruito relazioni con cooperative, studi di avvocati e medici. La nostra rete è la nostra forza, la ragione per cui nessuna donna è mai stata abbandonata”. Una sartoria multietnica e di qualità, da poco diventata Impresa Sociale perché Colori Vivi cresca e cammini con le proprie gambe verso il futuro che l’aspetta.


CALAFATA: dalla terra per tornare a vivere

A Lucca quel tempo non ha cessato di esistere perché le navi si sono trasformate in persone e quei mastri sono diventati uomini e donne che hanno fatto una scommessa, hanno provato a dare forma ad una realtà capace di restituire vita, dignità e sicurezza a chi le aveva perdute.

“Io nei campi ci sono cresciuto, poi il lavoro mi ha portato altrove, ma c’è stato un momento in cui l’agricoltura mi ha chiamato e quella chiamata l’ho sentita maturare dentro di me” racconta Marco Bechini, direttore della cooperativa sociale agricola Calafata. Perché la terra ha qualcosa di magico e primordiale. Un richiamo che cela nuove possibilità e germogli da far sbocciare. Un modo di vivere che abbraccia i ritmi delle stagioni e porta con sé nuove sensazioni di pace, serenità e completezza. Un senso dell’esistenza ritrovato nel lavoro delle proprie mani che seminano, piantano, curano e raccolgono frutti. “Per nascere questa cooperativa ha avuto una gestazione lunga un anno tra cene, incontri e sopraluoghi per capire come fare” testimonia Marco perché alla fine Calafata ha rappresentato una rinascita per tutti, fondatori e lavoratori, ed ha segnato un prima e un dopo apertura.

Un prima fatto di vite che avevano le loro certezze e buoni stipendi. Come Marco che faceva il progettista di impianti farmaceutici ma che ha levato le ancore verso l’Africa, stando in missione un paio di anni, perché nella pancia sentiva che desiderava qualcosa di più.  E come lui anche gli altri fondatori della cooperativa. Così il vigneto messo a disposizione per progetti sociali e la telefonata che dice “C’è un terreno, un po’ d’attrezzatura e una cantina. Cosa ne dici di farci un progetto con persone che hanno un passato fragile?” diventa un invito per dare luce a nuovi orizzonti.

E c’è il dopo apertura Calafata, quando l’incontro con la sostenibilità, il biologico, le seconde opportunità motivano a salpare verso nuovi mari grazie ad una cooperativa che nasce per dare vita nuova ai suoi dipendenti: persone che arrivano da percorsi difficili legati alle dipendenze, alla malattia mentale, al carcere o all’immigrazione. “Insieme ai servizi sociali abbiamo scelto di garantire un supporto a distanza senza avere personale sanitario interno perché vogliamo che le persone sentano di ricominciare da loro stesse, come a dire il peggio lo hai attraversato adesso si riparte” riferisce Marco. Un ricominciare insieme che all’inizio è valso per tutti perché tutto era da apprendere. Poi quando si sono sentiti pronti hanno sperimentano e dato avvio nuovi approcci.

“Abbiamo iniziato con la manutenzione del verde e con il vino. Abbiamo scelto di produrre vino biologico e biodinamico perché vogliamo lavorare in armonia con l’ambiente, con prodotti naturali, migliorando la fertilità del terreno e seguendo i ritmi della natura” testimonia Marco.

Così Calafata diventa possibilità anche per la terra di prendere nuove forme. I terreni delle loro produzioni sono appezzamenti ritenuti improduttivi, campi che l’agricoltura tradizionale abbandona perché poco redditizi ma che nelle loro mani viene recuperata e ritorna fertile. “Dopo il vino abbiamo iniziato con l’olio, poi il miele e gli ortaggi. Ci siamo lanciati in produzioni stabili e dinamiche cosicchè le capacità di tutti siano valorizzate – dice Marco – Oggi nella cooperativa lavorano 26 dipendenti, arriviamo anche a 70 nelle stagioni più produttive”. Negli anni sono riusciti a generare una rete di vendita in Italia e all’estero mentre gli ortaggi li consegnano a domicilio alimentando un legame di fiducia con l’acquirente perché dietro i loro prodotti non c’è solo qualità ma anche voglia di futuro, impegno contro il caporalato e contro l’agricoltura industriale.

“Le persone sono come la terra che rifiorisce. Con questo lavoro li abbiamo visti stabilizzarsi e costruirsi anche una famiglia. Possono vivere una vita comune. Alcuni dei nostri dipendenti sono entrati a far parte del coordinamento. E poi – confessa Marco – non ci si ferma mai perché la rete informale e volontaria di Calafata c’è anche per le piccole cose: consulenze, traslochi, ricerche di case, erogazioni di piccoli prestiti. Vogliamo aiutarli a costruire una vita autonoma”.

Un dopo Calafata dove gli uomini tornano ad essere navi che spiegano le vele verso il mare aperto.

 


B.plano: energia che crea sviluppo sociale

Come la cooperativa sociale B.plano la cui forza è impressa nel Dna statutario perché nasce a Vedano Olona in un periodo storico delicato, quando la crisi economica del 2008 si abbatte sul territorio e trascina nell’incertezza imprese e lavoratori. In un tempo in cui le aziende in Italia faticavano e alle volte chiudevano, nel piccolo comune in provincia di Varese si crea una nuova rete professionale per non lasciare che le persone più fragili restassero ai margini dello sviluppo.

Era il 2013 e in quegli anni ero presidente di una cooperativa di servizi educativi – racconta Massimo Erbetta presidente della B.plano – ricordo che insieme agli educatori osservavamo i tanti, troppi ragazzi tra i 16 e i 20 anni che gironzolavano tutto il giorno senza una meta. Ci domandavamo Non dovrebbero essere a scuola? Se non vanno a scuola perché non cercano un impiego? Cosa possiamo fare per aiutarli?” stavano incontrando quella categoria di giovani che oggi sono conosciuti come Neet e che erano in cerca di dare un senso alle proprie giornate. Insieme ad un gruppo associativo di imprenditori locali si attivano per creare i primi inserimenti di alcuni giovani. “Erano piccole cose ma ci hanno fatto capire che i ragazzi cambiavano prospettiva, facevano, si muovevano. E così abbiamo iniziato a dialogare tra mondi, quello profit e il non profit. Dovevamo mettere a sistema una serie di opportunità lavorative, abbiamo fatto nascere la cooperativa, una cooperativa sostenuta dalle aziende limitrofe non per i loro soldi ma per il conferimento di lavoro” spiega Massimo.

B.Plano è diventata un luogo di incontro, scambio e confronto tra mondi diversi. Un laboratorio di relazioni in cui si intrecciano storie di dipendenti con fragilità e non (ben il 46% della cooperativa è costituito da lavoratori con diverse abilità psichiche, sensoriali e fisiche), dove si costruisce una visione comunitaria tra due mondi vicini quanto lontani come il profit e il non profit.

“L’operatività della Cooperativa si è costruita per intorno all’attività di assemblaggio e confezionamento svolto per conto terzi – testimonia Massimo – lavorare a contatto con il mondo imprenditoriale locale ci ha consentito di uscire dal recinto autoreferenziale nel quale vive la cooperazione. Abbiamo intessuto un dialogo aperto con le imprese, abbiamo cercato nei nostri linguaggi, nelle visioni di mondo e nelle rappresentazioni così diverse, dei tratti comuni per sviluppare il territorio insieme”. E così B.plano è diventata una cooperativa giovane che impiega 15 persone la maggior parte under 40 e ha attivato oltre 52 tirocini in sei anni. “Abbiamo costruito una bella rete con i servizi sociali, il collocamento mirato, le scuole professionali, il tribunale. Il nostro è uno staff ricco di competenze e capacità perché crediamo che dialogare con chi ha maturato esperienze diverse ci possa arricchire”. Questi dati che testimoniano la volontà dell’organizzazione di essere uno strumenti di integrazione sociale attraverso il lavoro.

Assemblaggio e servizi per conto terzi ma anche falegnameria e manutenzioni, saponi a tema, sartoria sociale, consulenze e progettazioni. “B.plano è un ambiente lavorativo in cui nascono le progettualità dai talenti delle persone. Qui le competenze tecniche e quelle soft si sviluppano. Si impara ad essere puntuali, a come stare in un reparto, si apprendono regolare basilari. Uno scenario vero di lavoro e di umanità che ci fa comprendere di avere fatto la scelta giusta quando vediamo i ragazzi arrivare con l’auto nuova, o quando ci raccontano le prime maternità o che inizieranno a vivere fuori casa con un compagno – dice Massimo – le cose della vita normale di cui tutti possono beneficiare”.

Una cooperativa dagli orizzonti aperti, capace di affrontare le sfide portate dai tempi. “A seguito del Coronavirus il 65% della nostra produzione è calato, perché le aziende con cui lavoriamo hanno ridotto le attività. Viviamo le problematiche che in molti stanno attraversando perchè dopo l’emergenza sanitaria arriva quella economica e sociale. Ma la nostra è una cooperativa fatta di persone, reti e incontri: “i servizi nascono per rispondere ai bisogni e per dare espressione ai talenti” ricorda il presidente. Così con la crisi parte un nuovo servizio di sartoria sociale rivolta a donne richiedenti asilo che si specializzerà in mascherine protettive e fasce alla moda per capelli. D’altronde, non poteva essere diversamente, perché l’energia propulsiva di B.plano è insita nelle sue radici.

 

 


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