Approvato il Bilancio 2019 di Fondazione Cattolica
Rispondere ai bisogni territoriali, prendersi cura delle persone che lo abitano e alimentare la vitalità umana ed economica del Paese: il Bilancio 2019 approvato dal Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica, è testimonianza della prossimità alle realtà sociali che lavorano quotidianamente per il Bene Comune.
«Il 2019 di Fondazione Cattolica è stato un anno davvero intenso - ha dichiarato il Segretario generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba -. L’attività si è estesa ulteriormente lungo la penisola, permettendoci di essere presenti su molti territori e incontrare altri enti non profit. Attività che permettono di conoscere persone con le quali il confronto è sempre arricchente, imparando dai successi, ma anche dalle difficoltà di chi ha cercato percorsi nuovi per rispondere ai bisogni sociali, osservandone le ricadute. È anche per questo che dedichiamo tempo alla misurazione dell’impatto sociale di ogni progetto».
In questo anno sono stati sostenuti 495 interventi su tutto il territorio nazionale ed erogati oltre 3 milioni di euro a favore di iniziative che si occupano di solidarietà, educazione, ricerca, cultura. Un importo che ha coinvolto più di 2 mila enti ed ha permesso a oltre 300 mila persone di beneficiarne. Solo in questo anno grazie ai sostegni erogati è stato possibile veder fiorire 68 nuove imprese sociali, creare 348 nuovi posti di lavoro e coinvolgere oltre 18 mila volontari.
La chiusura del mandato 2017-19 del Consiglio di Amministrazione ha fornito anche l’occasione per riflettere sul lavoro svolto nell’intero triennio, periodo nel quale Fondazione ha cambiato prospettiva concentrandosi sul sostegno ai progetti di intrapresa sociale. Nel triennio Fondazione ha sostenuto oltre 1.300 interventi e ha erogato più di 8 milioni di euro raggiungendo più di 5 mila enti e oltre 700mila beneficiari. Più di mille persone hanno trovato occupazione e si è formata una rete di volontari che conta più di 46 mila membri.
«È un bilancio che ci rende orgogliosi – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni – e che stimola ulteriori e profonde riflessioni per affrontare i cambiamenti che l’emergenza Covid-19 determinerà nelle nostre comunità. Sono sfide che la Fondazione è pronta a intraprendere con la consapevolezza della propria storia, dei propri valori e di quel capitale umano che anima la nostra azione. Dietro a ogni numero di questo bilancio vi sono i tanti destinatari che hanno beneficiato dei servizi messi a disposizione attraverso la Fondazione, ma anche quell’esercito di volontari straordinari che quotidianamente si impegna per dare il proprio contributo al Bene comune. Per affrontare il futuro occorrerà maggiore solidarietà da parte di tutti e rinnovato spirito di collaborazione tra istituzioni. Fondazione Cattolica si impegnerà con concretezza in questa direzione per continuare ad accompagnare la crescita dei territori in cui opera». Non resta che scoprire nel dettaglio il Bilancio 2019 e le realtà che sono state accompagnate in questo anno
Abitare la distanza
Per chi come me ha avuto la fortuna di non dover attraversare mai la tragedia di una guerra, ricevere restrizioni severe come quelle imposte dal Governo italiano in questi giorni costituisce una situazione totalmente nuova.
Cresciuti nell’era della mobilità libera (almeno noi che viviamo in questa parte del globo) vediamo chiuderci, letteralmente, tutte le strade.
Le nostre routine quotidiane ne risultano profondamente modificate, quando non sconvolte. Ciò che abbiamo dato per scontato – prendere un treno, andare al supermercato, uscire a cena con amici il sabato sera – è fortemente compromesso. Cambiano le regole della prossemica, che, per noi italiani, significa vicinanza, contiguità, corporeità. Per la nostra cultura la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio sono spontanee manifestazioni di affetto, amicizia, amore. Di cura. Da qualche giorno, invece, è la distanza ad essere diventata una virtù civica. Un segno di responsabilità. Anche tra colleghi, amici e familiari.
Stiamo imparando ad “abitare la distanza”, a vivere questo passaggio della vita in modo contraddittorio “dentro e fuori” la speranza.
Stiamo imparando a maneggiare il senso di questa nuova condizione per la quale ancora “ci mancano le parole”, che tuttavia già rimanda all’instabilità dei nostri riti quotidiani, a uno scarto tra l’essere “a casa” e il non esserci (al lavoro, a scuola, …).
Una rivoluzione.
In attesa che la situazione drammatica possa migliorare e risolversi, cosa che certamente avverrà, siamo costretti rapidamente a trovare nuove forme di socialità. Approfittiamo dunque di queste restrizioni per non indietreggiare, per scoprire che insieme a noi “c’è dell’altro” che non ci è estraneo, che ci fa parlare e riflettere. Perché della socialità, dell’essere “con” altri non possiamo fare a meno.
Non si tratta infatti solo di far funzionare una macchina, un sistema. Non siamo legati tra noi solo “funzionalmente”. Abbiamo bisogno degli altri in maniera più profonda. Ontologica.
Ce ne rendiamo conto quando le cose si mettono bene, quando abbiamo voglia di rendere gli altri partecipi della nostra felicità, ma soprattutto quando ad aumentare è l’incertezza, quando temiamo per la nostra salute, per il nostro futuro. Quando abbiamo bisogno di essere ascoltati da qualcuno, di condividere la preoccupazione, di avere una risposta che consola, che riaccende il sole.
In questa “sospensione del prossimo”, l’altro, silenziosamente, ritorna.
Come dopo una ubriacatura, come dal risveglio intontito da un lungo sonno, ci stiamo accorgendo che l’altro ci manca.
In questa lontananza forzata, incominciamo ad avvertire il vuoto lasciato dall’altro. Del “sentire” l’altro vicino: il lavoro fianco a fianco con un collega, la carezza del genitore anziano, l’abbraccio di un amico, il bacio dell’intimità. Il calore dell’altro, il suo odore. “Più sentiamo e più viviamo”.
Quanto questo “essere sociale” dell’uomo è fatto di carne!
Ci sarà da attendere, ma tutto ritornerà, possiamo esserne certi. Forse, però non sarà come prima. Forse le cose saranno addirittura migliori. Perché cose nuove ne sono già nate, in questi giorni dai perimetri stretti.
Intanto, in questa esperienza liminale in cui ci troviamo, tra un prima e un dopo Corona Virus, ci è venuta in grande aiuto la tecnologia. Da anni già ci accompagna, ma è indubbio che ora ci troviamo obbligati a fare un salto evolutivo. Tutti, anche i non nativi digitali. Anche i più pessimisti.
L’accelerazione all’uso della strumentazione digitale a cui stiamo assistendo in questi giorni – dal telelavoro all’adozione diffusa della formazione a distanza nelle nostre scuole e università, all’utilizzo delle piattaforme – costituisce forse una forzatura, ma anche una opportunità per un ampliamento delle nostre possibilità di relazione, conoscenza, apprendimento, progettazione.
Questa situazione costituirà un punto di non ritorno?
In quanto “appesa alla libertà” la realtà può essere vista nella contingenza dell’evento, e nel suo immaginario restiamo esposti ai molti fatti della vita. Resteremo testimoni scossi di questo isolamento imprevisto; che se è dal “chiuso” che trarremo motivo di raccoglimento operoso, è con il desiderio di riabbracciare “l’aperto” che troveremo la via per rifondare i nostri legami sociali, per cercarci e riconoscersi, per progettare insieme il ritorno.
È possibile. È auspicabile.
Due pensieri, solo abbozzati e tutti da coltivare.
Anzitutto occorre un investimento più convinto e sistemico in questa direzione perché non aumentino ulteriori diseguaglianze. Perché chi è marginale non lo sia ancora di più. E non ci sono solo i senior.
Un’amica con un bimbo alle scuole primarie mi racconta, preoccupata, della grande difficoltà di alcune famiglie straniere ad accedere agli strumenti digitali proposti dalle insegnanti per continuare i programmi. Oltre la mediazione linguistica, chi riuscirà a facilitare la loro mediazione tecnologica?
Lo stesso vale anche per tutti quei bambini e ragazzi che si trovano in condizioni di “povertà educativa”. Come accompagnarli in questa transizione affinché non rimangano sempre più indietro?
In secondo luogo: cerchiamo di mantenere grande attenzione al livello di “relazionalità” degli scambi, così che non prevalga la sola prestazione, da un lato, e neppure la standardizzazione dei flussi, dall’altro. Non si tratta solo di passare informazioni, ma di trasmettere “parole vive” e “personali”.
Cosa ci possiamo inventare perché, se il “toccare” fisico non è dato alla mediazione tecnologica, sia comunque possibile “toccare” l’altro, e, a nostra volta, senza paura, esserne toccati, sentendoci comunque “prossimi”?
E come far accedere a tutto questo chi ha persino bisogno di un “di più” di relazione, come molte delle persone che le nostre associazioni e imprese sociali accompagnano?
La sfida di umanizzare il discorso tecnologico è affascinante ma ancor più il cercare insieme.
Patrizia Cappelletti
Ricercatrice Università Cattolica del Sacro Cuore Milano
La ricchezza del bene
È passato più di un anno da quando Papa Francesco aveva lanciato un appello a economisti, imprenditori, change makers per incontrarsi durante l’Economy of Francesco e cambiare l’economia attuale animando quella del domani. Un invito che era stato accolto da migliaia di giovani provenienti da 115 nazioni diverse. Un evento mondiale, di tre giorni a fine marzo 2020, pensato per stringere un patto e crescere insieme ma che purtroppo è stato rimandato per fronteggiare l’emergenza CoronaVirus.
Dell’Economy of Francesco rimane comunque il desiderio di continuare a riflettere su come porre la persona al centro dell’economia. Un’economia nuova, più giusta, inclusiva e sostenibile. Un’economia che Safiria Leccese, giornalista televisiva, ha conosciuto davvero e che ha voluto raccontare all’interno di un libro perché si è sentita “libera di testimoniare qualcosa di buono: imprese ed imprenditori che salvano, tutelano e rispettano”.
Dopo anni passati a raccontare il dolore della cronaca italiana, il percorso professionale porta Safiria ad occuparsi di politica e di storie che danno spiragli di luce. In quelle notizie la giornalista intravede messaggi di speranza che vanno oltre le parole e si concretizzano in fatti che l’affascinano e che inizia a custodire dentro di sé. Come un fiume che scorre lento ma inesorabile, l’attenzione della giornalista si rivolge verso quegli uomini e quelle donne che quotidianamente si rimboccano le maniche e con il proprio lavoro costruiscono modelli di crescita capaci di rispettare l’ambiente, tutelare la vita, donare equità sociali e garantire dignità alle persone.
Così, quando riceve l’invito a presentare il Premio “Imprenditori per il Bene Comune”, all’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, Safiria accetta volentieri. Lì incontra imprenditori che guidano imprese coniugando sviluppo economico, rispetto dell’ambiente e crescita delle comunità delle quali fanno parte.
Così il profitto diventa strumento e le persone fine. Così la ricchezza assume un altro significato: diventa espressione di una bellezza e di un Bene che esiste in quanto condiviso col “noi” di una comunità di persone.
“Di solito non mi piace ripetermi, ma per il Festival della DSC e per questo Premio ho fatto un’eccezione perché esperienze così sono belle”. E in qualche modo segnano. Al Festival coordinato da mons. Adriano Vincenzi, Safiria partecipa per tre anni: due da conduttrice e uno da spettatrice perché le storie che prendono voce sul palco sono una calamita per il cuore e per la mente. Guardare negli occhi persone che sono state spinte prima al bene e poi a ideare imprese o all’incontrario che hanno deciso di trasformare in bene ciò che la vita aveva loro regalato, è un segno. Dalle loro esperienze prende forma l’idea di questo libro che nasce “dopo una serie di incontri perché poi sono gli incontri che fanno la vita – racconta Safiria - In occasione del decimo anniversario del Premio Imprenditori per il Bene Comune avevo scherzato sulla possibilità di fare una raccolta di storie così significative”. Un frangente di secondo, il tempo di dirlo, e quell’idea prende forma nelle menti di chi l’ascolta. “Lo avevo proposto io, è vero, ma non ero sicura di prendermi la responsabilità di questo scritto” perché il tempo tra la vita personale e professionale è poco e perché il bene non fa notizia. Poi però accade qualcosa. Monsignor Vincenzi prende il treno, scende nella città di Safiria, la invita a bere un caffè e seduti al tavolo di un bar tira fuori il suo pc e le dice che aveva segnato delle storie da cui partire e che se c’era una persona che poteva fare quel libro era lei. “Don Adriano questo libro non ha potuto leggerlo ma ha lasciato in me un germoglio fecondo che ha preso vita” ammette Safiria ricordando il padre fondatore del Festival. E senza accorgersene in sei settimane la giornalista si trova a fare dieci viaggi da Bolzano a Palermo. Incontra persone, visita aziende, raccoglie testimonianze che scrive durante gli spostamenti in treno e nelle ore notturne.
“Ho deciso di scrivere questo libro perché c’è una parte di mondo che opera già un’economia di progresso, sostenibile e di comunione – dice Safiria - e questo messaggio non possiamo tacerlo. Deve arrivare, deve arrivare a tutti, perché fare bene non è qualcosa da perdenti, è un modo di lavorare che cambia prospettiva ma crea valore rispettando”.
Il libro La ricchezza del bene. Storie di imprenditori fra anima e business racconta di multinazionali e imprese che hanno creato un’economia virtuosa vincendo la scommessa che si può fare del bene producendo ricchezza. Racconta modelli equi a cui ispirarsi e guide aziendali che prima di dettare regole hanno stretto patti silenziosi con i dipendenti e con le comunità. Aziende che fatturano, pagano tasse, commercializzano e fanno i conti con la realtà, una realtà come quella attuale da cui non si nascondono ma che, sottovoce, aiutano con donazioni, contratti di garanzia per i dipendenti, tutele per la cittadinanza.
Il libro, che doveva essere presentato proprio durante l’Economy of Francesco, racconta di quel nuovo stile economico che anche il Papa invita a realizzare. Un modello in cui tutti diventano protagonisti facendosi carico di impegni individuali che sommati danno voce a un nuovo umanesimo.
Il Granello che compone mosaici di vita
La storia del Granello è una storia che non si arresta e che corre alla velocità del tempo che vola anche in questo frangente in cui è impossibile vedersi. “Qui tutto è stato chiuso già da fine febbraio – racconta Cristina Dall’Asta educatrice – ma noi abbiamo pensato da subito a come mantenere vivo il contatto con le persone perché chi ha disabilità cognitive corre rischi seri di apatia, abbattimento, agitazione incontrollata. Lavorare con chi ha un disturbo cognitivo significa dedicare tempo, giorni e mesi per raggiungere obiettivi anche semplici ma che per loro sono veri traguardi. E basta un niente per spazzare via tutto”.
Piattaforme web, videochiamate, telefonate singole e poi di gruppo. La cooperativa il Granello continua ad essere la casa, il luogo di incontro-scambio-crescita che in Lombardia è diventata un punto di riferimento per accompagnare nelle fragilità della vita.
“Era partito tutto da una chiacchiera con il prete trent’anni fa ormai e si è trasformato in un’idea condivisa da cinque amici per non lasciare indietro nessuno e integrare i soggetti più deboli nella vita del paese” racconta Vittorio Borghi presidente della cooperativa. Si strutturano a Cislago con il primo spazio lavoro e la tipografia che tutt’oggi, seppur modificata, è operativa. Come ogni organizzazione anche il Granello ha le sue peculiarità. “La prima è che non ci fermiamo mai - testimonia Vittorio – dalla nostra apertura sono cambiate tante cose ma il nostro sguardo al bisogno è sempre rimasto vigile. Per questo quando abbiamo capito che lo spazio lavoro andava bene solo per determinate tipologie di disabilità ci siamo chiesti cosa potevamo fare perché era assurdo rinchiudere le persone nelle strutture ad alta protezione. Abbiamo deciso di integrare la parte lavorativa con quella educativa per creare un percorso dolce che alleni all’autonomia”.
Il Servizio Formazione Autonomia dura cinque anni e si struttura con attività educative e laboratori lavoro. “Questo periodo è prezioso per i ragazzi perché possono sperimentare e crescere ma lo è anche per noi perché riusciamo a comprendere capacità e limiti della persona aiutandola così a costruire un progetto di vita adatto alle proprie potenzialità” esplicita Cristina Dall’Asta coordinatrice di uno dei centri.
“Si sa che avere un lavoro permette di avere anche un ruolo sociale – ricorda Vittorio – ma ci possono essere compromissioni cognitive che rendono complesso questo passaggio per cui abbiamo ideato altre possibilità perché tutti meritano di avere quel ruolo”.
I beneficiari del Granello hanno quindi diverse opportunità: lavorare nello spazio lavoro, allenarsi negli SFA, crescere nel Centro Servizio Educativo o entrare nel mercato del lavoro vero e proprio.
La struttura del Granello è articolata e diversificata perché non esistono attività fisse. I servizi e i laboratori cambiano sempre e sono definiti in base alle competenze del singolo o del gruppo. Persino l’attività lavorativa non è sempre uguale perché assemblano per conto terzi e questo consente alla cooperativa di movimentare le giornate e di non creare routine noiose per il personale. “Dagli astucci agli orsetti Trudi, dai cofanetti ai cesti regalo, ogni lavorazione implica formazione e nuove conoscenze che si trasmettono alle persone” dice Vittorio. Una strategia che si è dimostrata vincente perché negli anni la cooperativa ha attivato spazio lavoro, 4 Servizi Formazione Autonomia, 4 Centri Servizi Educativi dislocandosi oltre a Cislago anche a Fagnano Olona, Branzate, Saronno, Marnate.
“L’altra nostra caratteristica è che non diciamo mai no – confessa Vittorio – e quando qualcosa di bello si può fare lo facciamo. Per questo abbiamo avviato la casa famiglia “Gemma e Vittorio”, ci dedichiamo alla “Palestra di vita indipendente” facendo vivere in appartamenti speciali i ragazzi che si allenano alla vita autonoma che avranno un giorno. Ma abbiamo anche aperto uno “Spazio in Famiglia” per rispondere alle esigenze della famiglia con o senza persone con disabilità attraverso consulenze psicologiche, pedagogiche, nutrizionali, osteopatiche e legali e abbiamo accompagnato la nascita dell’associazione dei genitori del Granello. Abbiamo creato laboratori con le scuole per parlare di disabilità che ci consentono di includere e migliorare le conoscenze, siamo in rete nei territori con le spese solidali e adesso stiamo immaginando una nuova comunità collegata ad una fattoria sociale”.
Un mosaico di servizi che occupa 50 dipendenti e che raggiunge 200 persone intenzionato a fare sempre di più affinchè ognuno possa trasformare in un capolavoro la propria vita.
I nonni porti sicuri e ponti di relazione
Quando nasce un bambino, quando i figli diventano adolescenti o quando muore un genitore succede qualcosa all’interno della famiglia. Sono solo alcuni di quei momenti in cui i ruoli cambiano, le figure di riferimento mutano, i rapporti non sono più quelli di prima. Alcune famiglie affrontano tutto con disinvoltura e si adattano alle trasformazioni. Altre, tante e sempre di più, non ce la fanno. Mogli e mariti, madri e padri, figli e genitori, donne e uomini che entrano in conflitti aperti o silenziosi, strappando ciò che li legava e sostituendo i fili dell’unione con varchi di distanza. Famiglie che si sentono sole e inermi. Ma che sole e inermi in realtà non sono. Per loro infatti è nata una decina di anni fa l’Associazione Colle per la famiglia che nelle fragilità diventa un appiglio sicuro per non cadere ma per rialzarsi e continuare. All’Oasi di San Giacomo a Lavagno i bisogni individuali e di coppia trovano accompagnamento in attività individuali o di gruppo che l’equipe multidisciplinare composta da psicologici, psicoterapeuti, mediatori familiari, medici e avvocati hanno strutturato per occuparsi della famiglia in tutte le sue sfaccettature.
Agire nel bisogno e prevenire situazioni che possono compromettere la serenità, con questo obiettivo ogni anno l’Associazione incontra più di centrotrenta persone che nella sofferenza scelgono di guardarsi dentro e provare a ricostruire sé stessi e le relazioni che nutrono.
Durante gli incontri delle coppie separate e divorziate, gli operatori hanno riscontrato un nuovo bisogno. Una figura, nella famiglia, lasciata sempre ai margini ma che con la separazione deve confrontarsi e prendere le sue misure, quella dei nonni. “I nonni di oggi – ci racconta Maria Grazia Rodella coordinatrice del centro ascolto - compatibilmente al loro stato di salute sono molto attivi e presenti: tengono tanto i nipoti e aiutano i figli come possono. Anche loro subiscono le conseguenze della separazione dei figli. Si sentono frastornati e confusi, non sanno come comportarsi e non hanno punti di riferimento perché stanno affrontando situazioni che nella loro generazione erano rare”. I nonni entrano a far parte di dinamiche familiari complesse in cui non si sentono adatti. “Si chiedono continuamente come sia giusto comportarsi. Come comportarsi con i nipoti? Come con l’ex nuora o genero? Cosa dire, come dirlo e cosa fare? E quando arriva un nuovo compagno la situazione diventa ancora più delicata” testimonia Maria Grazia. I nonni si trovano a gestire una sofferenza a loro sconosciuta e devono fare i conti con la complessità emotiva personale e con quella dei loro cari.
A loro gli operatori hanno dedicato il progetto Sulle ali di Pegaso un’iniziativa suddivisa in due ambiti: “Radici e ali” e “La memoria del cuore”: il primo focalizzato sulla cura e il secondo sulla prevenzione. “Per l’attività di cura abbiamo strutturato gruppi di condivisione che aiutano a confrontare le esperienze, maturare nuove consapevolezze e nuovi stili di comportamento – racconta la professionista – mentre per la prevenzione abbiamo stretto delle collaborazioni con alcuni istituti scolastici ed attivato laboratori nelle scuole, come la lettura delle fiabe, il recupero delle storie ricordate dai nonni stessi, l’uscita nonno-nipote alla fiera cavalli”. I cavalli sono infatti animali importanti nelle terapie perché diventano dei facilitatori nelle relazioni tra i nonni e nipoti.
Durante questi primi anni di attività gli otto professionisti dell’Associazione, affiancati da due docenti universitarie, hanno incontrato circa quattrocento persone e hanno ottenuto risultati molto positivi. “Gli incontri di gruppo portano a diminuire la rabbia e l’aggressività, insieme si trovano nuove soluzioni e si riesce ad affrontare la dinamica familiare con più serenità – afferma Maria Grazia – Nelle scuole i risultati sono stati così apprezzati da immaginare nuovi servizi in cui i nonni siano protagonisti”.
Attraverso questo progetto i nonni possono tornare ad essere figure positive e portatrici di pace nella famiglia. Dei porti sicuri e ponti di relazione, come loro stessi scrivono: “Caro nipote, il cuore dei nonni è molto grande, lo puoi riempire di tutti i tuoi problemi. Devi sapere che quando nella tua vita ci sarà un attimo di buio, io non permetterò che questo ti spaventi e sarò per te torcia, luce e fiamma perché tu per me vali…”
Dolcissime Evasioni: prodotti da forno speciali
Qui, sovraffollati, tra una stretta cella e l’altra i detenuti attendono di avere certezza della propria condanna. E aspettano che la lancetta dell’orologio giri in un tempo che passa lento e inutile, in cui socializzare è complicato perché non ci si fida di nessuno e perché bisogna trovare una lingua comune, in cui le attività rieducative prescritte dalla Costituzione italiana sono rare e portate avanti solo dai volontari che bazzicano nella struttura perché ad oggi, per molti, il carcere è quel posto in cui si mettono le persone e si getta la chiave.
Per molti ma non per tutti. “La cooperativa M25 nasce nel 2013 quando abbiamo capito che era necessario dare una forma giuridica alle attività di volontariato che venivano portate avanti dalla Caritas Diocesana – racconta Michele Resina il presidente – I bisogni a cui rispondeva la solidarietà locale erano tanti per cui ci siamo trovati nella necessità di strutturare dei servizi per persone affette da malattia mentale, creare opportunità di inserimento lavorativo per chi è più vulnerabile e promuovere uno spazio rieducativo nel carcere il tema che stava particolarmente a cuore”. Con la cooperativa prendono quindi vita il Centro diurno Davide e Golia che accoglie psichiatrici, l’attività professionale di due bici park e i laboratori all’interno della casa circondariale.
“Abbiamo scelto la strada del lavoro – dice Michele – perché è lo strumento privilegiato per riattivare la persona, le sue capacità, la sua vita anche in carcere e nonostante le difficoltà perché la produzione spesso collima con la vita detentiva: oggi hai personale e domani magari no, però le consegne restano e devi trovare un modo per soddisfarle”. Vicenza ha una storia tutta sua che la lega al carcere. Una storia di tentativi, di buona volontà e di fallimenti perché impiantare delle attività produttive che diano seconde opportunità e occupino le giornate detentive è assai complesso. “La prima iniziativa che abbiamo testato è stata quella orticola – racconta Michele – C’erano tre serre in disuso, abbiamo presentato un progetto di produzione, lo abbiamo sottoposto all’attenzione del direttore e dopo aver ricevuto il suo benestare siamo partiti con l’attività orticola impiegando quattro detenuti, un maestro esperto d’agricoltura e l’attivazione di una rete solidale d’acquisto”. Una prima esperienza che ha dimostrato come sia ancora possibile proporre misure educative di cui i detenuti possono beneficiare e che in modo indiretto fa del bene anche al carcere. “Uscire qualche ora, prendersi delle responsabilità, lavorare la terra, hanno fatto sentire i detenuti ancora meritevoli, capaci e utili alla comunità. Li ha fatti sentire ancora uomini che con un piccolo stipendio possono vivere senza gravare sulla famiglia d’origine e che anzi, possono aiutare a loro volta la propria famiglia”.
Ma nel carcere non c’erano solo serre in disuso. C’era anche un forno, spento da troppi anni, e un numero crescente di detenuti in attesa di dare un senso alle proprie giornate. “Visti i risultati non potevamo fermarci. Abbiamo guardato il forno, stilato, vagliato, siglato carte su carte e poi siamo partiti con Dolcissime Evasioni, il nostro progetto di dolci da forno sostenibili”. Un progetto che profuma di buono e che non si ferma alla percezione olfattiva. “Il laboratorio è guidato dal sapere di un mastro fornaio che con il suo ricettario speciale e spirito solidale ci ha permesso di coinvolgere una quindicina di detenuti meritevoli – dichiara Michele – Avere qualche conoscenza nell’ambito aiuta a passare la selezione ma non è fondamentale. Qui vogliamo persone che hanno voglia di socializzare, di riscattarsi, di ridare dignità alle proprie giornate”. Così mani di colori e di età differenti si trovano fianco a fianco ad impastare, cucinare, sfornare e confezionare. Nel laboratorio si impara a stare insieme, si acquisiscono nuove competenze e si fa proprio un mestiere. “I detenuti sono responsabili, hanno rispetto del lavoro reciproco, sono attenti all’attività produttiva. Tutto questo ha convinto l’Amministrazione penitenziaria a prolungare la loro giornata lavorativa. Un segnale che fa cogliere l’importanza e il beneficio del laboratorio stesso” dichiara soddisfatto Michele.
Dai panettoni alle colombe, dalla biscotteria tradizionale a quella più variegata, dalle focacce ai salatini, il laboratorio crea prodotti buoni, di qualità e di valore. Si riescono a commercializzare perché sono artigianali e perché inaspettatamente si è creata da subito una rete intorno a Dolcisse Evasioni. “I profumi del forno inondano i corridoi della casa circondariale tanto che le prime grosse commesse le abbiamo ricevute dagli agenti penitenziari che dovevano organizzare feste o buffet – dice Michele – e questo mi fa capire che stiamo proseguendo sulla via giusta perché il carcere non sia più una realtà dimenticata di cui si occupino altri ma una comunità nella comunità”. E con questi prodotti Dolcissime Evasioni diventa un anello di congiunzione tra i detenuti e la comunità civile.
È BUONO: Il gelato dei sorrisi
“Pensa se facessimo un laboratorio, un laboratorio che sa di buono, che unisce e offre percorsi professionali ai nostri ragazzi. Potremmo non lasciarli soli…”
Non sono difficili da immaginare le prime conversazioni tra i rappresentanti dell’associazione Consulta Diocesana di Genova e di Agevolando quando qualche anno fa avvertivano il bisogno di fare qualcosa, di esserci ancora per quei giovani in uscita dai percorsi di comunità o di affido.
Ragazzi comuni ma diversi dai loro coetanei. A loro infatti di arrivare a compiere 18 anni, l’età della patente, della firma legale, del voto e delle piccole responsabilità, non esalta. Anzi fa paura. Perché per loro diventare maggiorenni significa trasformarsi di colpo in adulti, uomini e donne senza più tutele sociali, considerati capaci di essere autonomi e indipendenti. Hanno quindi altri pensieri, altri desideri da esprimere alla fiamma svolazzante della candelina sulla torta: una vita serena, felice, tranquilla. Il coraggio di prenderla in mano e di costruire il futuro. Un futuro che però è già presente.
Cosa fare per non abbandonarli al loro destino? “I giovani d’oggi hanno bisogno di imparare un mestiere, di fare esperienza e avvicinarsi al mondo del lavoro. Questo vale ancora di più per chi ha vissuto all’interno di reti protette e si trova a dover affrontare una realtà nuova, senza più tutele - racconta Federico Zullo presidente di Agevolando e direttore di È buono - Così abbiamo deciso di avviare un laboratorio di gelateria artigianale per affiancare i ragazzi, trasferire competenze e renderli indipendenti”. Partiti con la formazione della Carpigiani Gelato University hanno investito sulla qualità professionale e hanno trasformato le ore di formazione in un sapere trasferibile da dipendente a dipendente.
Il gelato, il dolce più semplice che unisce e aggrega, si è dimostrato una strategia vincente.
“La lavorazione ha varie fasi che si abbinano bene sia alle capacità dei ragazzi sia alle loro fragilità sociali. Ci permette di inserire più persone nell’elaborazione del prodotto e questo alimenta la nostra mission” continua Federico. Infatti nella cooperativa sociale lavorano i 7 ragazzi assunti a tempo indeterminato e 25 i tirocinanti annuali ma grazie alle pratiche di work experience il numero di beneficiari aumenta anno dopo anno conteggiando circa 40 ragazzi che imparano l’arte della produzione del gelato o della sua vendita.
Dall’apertura della prima gelatiera a Genova nell’agosto del 2016 ne sono seguite altre a Nervi, Bologna e Verona perché il progetto è bello, punta in alto e soprattutto perché il gelato è buono. Le materie prime sono selezionate e biologiche, la filiera di fornitori è scelta con accuratezza e testimonia l’impegno sociale e sostenibile di È buono. Sia nei gusti classici che in quelli più ricercati i prodotti raccontano storie a cui è difficile rimanere indifferenti. Dai mandarini provenienti dai terreni confiscati alla mafia, ai biscotti realizzati dai ragazzi in carcere, al primo pistacchio di Bronte biologico. Una bontà riconosciuta anche dagli 86 mila clienti che hanno fatto produrre più di 170 mila kili di gelato.
Per tutti i giovani che accedono dentro ai laboratori e iniziano ad indossare la divisa bianca È buono non è solo una gelateria. “È un’occasione per creare un nuovo equilibrio, accedere a una casa e costruire relazioni su cui contare. Non è solo un lavoro ma è la possibilità di sapere che con le proprie capacità ce la si può fare in questo mondo, senza rimanere invischiati al passato ma rielaborandolo per costruire al meglio il futuro” conclude Federico. Un futuro che sa di buono.
Tecnologia, educazione, futuro: il lavoro del Verona FABLAB
Il Verona Fablab si è sviluppato in una terra, la Valpantena, che raccoglie tutte queste caratteristiche e che le instilla nei suoi abitanti. “Era il 2014 e sul territorio sia le aziende che i cittadini avevano a cuore due temi importanti: i giovani e il lavoro – racconta Riccardo Bertagnoli presidente dell’associazione – Le aziende si chiedevano come possiamo creare opportunità per i giovani? Che futuro possiamo dare ai nostri figli? Su quali nuovi modelli di business dovremmo investire? Un insieme di domande che non restano inascoltate e che vengono accolte da cinque giovani appassionati di innovazione, tecnologia e nuove sfide.
“Volevamo democratizzare l’accesso alle tecnologie permettendo a chiunque di avere un luogo in cui sperimentare le proprie idee, scambiare saperi e conoscenze, usufruire di macchinari digitali” afferma Riccardo. E così, un po’ come è solita fare una biblioteca che acquista libri e li presta, il Fablab acquista macchinari e li mette a disposizione al minor costo possibile per tutti. Però il Fablab non è solo macchine.
È corsi di formazione, eventi, iniziative per la cittadinanza. Intorno al Fablab si è costruita una rete di persone, enti e aziende provenienti da tutta la provincia che crede nell’alfabetizzazione digitale e nella condivisione.
“Eravamo partiti con l’idea di erogare corsi agli associati. Ogni anno organizziamo un Open day dove raccogliamo richieste formative e proponiamo corsi, poi strutturiamo l’intero anno” spiega Riccardo. Un sistema ingaggiante che rende le persone protagoniste attive dell’associazione e permette loro di sentirsi parte di una rete finalizzata a generare esperienze comuni.
“Con il tempo la rete si è allargata, abbiamo creato nuovi forti legami. La Regione e le linee europee puntano a nuovi insegnamenti, ad una scuola orientata al fare oltre che al sapere. Da noi si impara con le mani e si studiano nuovi modelli. Questa visione abbraccia le indicazioni scolastiche quindi lavoriamo in sinergia anche con il mondo Scuola, con l’Università, con musei, enti e aziende su argomenti come il coding, la modellazione 3D, le competenze digitali” precisa Riccardo. Una moltitudine di interessi e necessità che ha spinto il Fablab a definire quattro ambiti di lavoro che accolgono tutti:
- Education, si rivolge a tutti i soggetti coinvolti nei processi di educazione
- Job, per i professionisti che vogliono migliorare l’approccio digitale e tecnologico
- City, per iniziative divulgative rivolte alla comunità cittadina
- Business, dedicata ai soggetti imprenditoriali per consulenze, mentorship e prototipazioni digitali.
“Crediamo nel senso di quello che facciamo, per questo abbiamo deciso di dotarci di un Fabvan per spostarci e portare le nostre attività in giro per la provincia”. Durante il primo periodo sono riusciti ad incontrare oltre 1000 persone e ora, superato il lockdown, riprenderanno gli spostamenti per un totale di 40 territori nella provincia di Verona e Vicenza. “Siamo un’associazione ma non siamo gelosi del nostro lavoro, anzi lo portiamo nei comuni perché speriamo che possano nascere altri Fablab con cui entrare in rete” afferma il presidente.
Un lavoro a servizio della città per cercare di renderla più inclusiva, competitiva, accogliente e smart che registra nell’ultimo anno 306 soci, 5 collaboratori, quasi 40 iniziative avviate, circa 200 partecipanti e più di 1.300 bambini.
“Sono tanti i progetti di cui andare fieri. Ognuno di noi ne ha qualcuno di diverso – spiega Riccardo – per me vedere 18 partite Iva partire durante il progetto Rocket Cube o che più di 800 bambini hanno potuto partecipare alla palestra CoderDoJo programmando e inventando siti internet mi fa capire che siamo un laboratorio locale per la città e connesso alla rete mondiale dei Fablab”.
Bambini, famiglie, giovani, aziende e volontari hanno trovato nel Fablab una rete che crea, genera e guarda al futuro.
SOCIAL WOOD: il potere dell'economia circolare
È difficile prevedere come e quando ci si potrà innamorare. Di certo Andrea Ferrari, presidente di ISES, associazione senza scopo di lucro di progettazione sociale, nata per diffondere la cultura europea in Italia, non si aspettava di innamorarsi di detenuti e di legno. È accaduto per caso, grazie ad un laboratorio avviato all’interno della Casa Circondariale di Alessandria, ma quando ha visto un uomo di cinquant’anni commuoversi mentre firmava un contratto di lavoro, ha capito che Social Wood (link) non era solo un progetto laboratoriale da svolgere in carcere. Era un’occasione, un’opportunità di recupero e di rinascita per educare ad una vita nuova attraverso il lavoro.
“Avevamo già lavorato all’interno del carcere con progetti legati alla sana alimentazione e allo sport – racconta Andrea – e man mano abbiamo intravisto un microcosmo di persone che volevano cambiare. Con alcuni educatori ci siamo chiesti come fare e l’intuizione ci è venuta dalla falegnameria interna alla casa circondariale, usata a scopi formativi solo pochi mesi l’anno. Quella falegnameria poteva generare un progetto di economia circolare: recuperare materiale di scarto, garantire occupazione e creare qualcosa di buono”. Il connubio si è rivelato interessante e con l’approvazione della direzione la progettualità ha preso forma.
“Lavoriamo nella filiera del pallet con un fornitore di Mantova che ci consegna le eccedenze e il materiale di scarto. Abbiamo iniziato a fare mobili con il legno ricevuto, abbiamo arredato locali e biblioteche ma ci siamo accorti presto che dovevamo specializzarci” ammette Andrea. Il mercato del mobile è infatti un mercato che arranca da qualche anno in Italia ma il progetto Social Wood e le persone che vi lavorano all’interno meritavano una chance di crescita. “Abbiamo ragionato, studiato il mercato, creato qualche prototipo e poi ci siamo lanciati sul packaging in legno. Coniugare la capacità sociale con le progettualità delle aziende non è stato facile, ma siamo riusciti a stringere accordi con un birrificio locale e questo ci permette una produzione sicura tutto l’anno” testimonia Andrea.
La risposta del mercato rafforza Social Wood che prende forma in tre diverse anime. Una interna al carcere dove avviene l’80% della produzione, una esterna con una falegnameria pensata per dare continuità a chi scontata la pena sceglie di rimanere legato al lavoro e continuare la professione, ed una terza che ha trasformato un garage in disuso in una bottega solidale aperta al pubblico sulle mura di cinta del carcere.
“Non ci siamo fermati alla produzione interna perché siamo in un circondariale, questo significa pene per reati minori e turnazione di persone. Volevamo valorizzare l’investimento formativo sul loro futuro per questo abbiamo attivato la falegnameria esterna. Volevamo anche creare un legame con il territorio perché a differenza di altri carceri questo è interno alla città – racconta Andrea – La prima volta abbiamo organizzato delle bancarelle con i prodotti della bottega e abbiamo lasciato ai ragazzi la piena gestione. Ammetto che ero in pensieri: come avrebbero reagito le persone? Invece sono stati perfetti. Hanno creato sintonia, dialogo totale, non c’era diffidenza. Era la dimostrazione vivente che il carcere deve e può essere un luogo rieducativo che permette di riprendere le redini della propria vita per trasformarla in meglio rispetto al passato”. Nella bottega di prossimità il mobilio accompagna l’esposizione di prodotti creati da realtà sociali con cui l’associazione Ises ha collaborato negli anni. Biscotti, marmellate, conserve, birre artigianali , liquori acquistabili anche online su Fuga di Sapori (link), piattaforma e-commerce creata durante la quarantena.
Il lavoro di Social Wood sta producendo i suoi frutti. La bellezza di queste progettualità sta in quello che non si vede, nelle frasi dette, negli sguardi soddisfatti, nel senso che riacquisisce la vita. “Ci sono output che non puoi misurare ma che danno più soddisfazione degli indici di rapporto” ammette Andrea. Poi ci sono lavoratori felici, idee che si realizzano, posti di lavoro e stipendi che aiutano i detenuti a contribuire alle spese delle loro famiglie. 15 persone hanno lavorato nella falegnameria, oltre 90 sono state formate al mestiere e misurano un fatturato in crescita di circa 100 mila euro l’anno. “Abbiamo 3 dipendenti fissi ma presto aumenteranno perché quel che abbiamo fatto ha creato reazioni positive. Il sistema carcerario ci ha dato piena fiducia e lo dimostra la decisione dell’amministrazione di ristrutturare un’ala inserendo nuovi impianti, macchine più performanti, più personale. Noi andiamo avanti!” con il desiderio, lo spirito e la voglia di non fermarsi.
QUARTIERE ATTIVO: come educare alla cittadinanza attiva
Quando era un ragazzino girava i quartieri della città alla ricerca di cose che nessun’altro aveva visto. Spinto dalla curiosità che accomuna tutti gli storici, si divertiva a camminare con occhi vispi e naso all’insù per osservare muri, campanili, statue, chiese e scritte sulle pietre. Si faceva tante domande e andava a caccia delle risposte nei libri, dicendosi che sarebbe bello se tutti avessero potuto apprezzare ciò che vedeva.
A guardare l’esperienza di Davide con gli occhi di oggi, viene da credere che la sua vita fosse segnata già dalla sua adolescenza perché era chiaro che avrebbe dovuto occuparsi di bellezza, storia, cittadinanza. Invece per aprire Quartiere Attivo non è bastato diventare adulto. Gli sono servite due lauree, una casella di posta senza proposte di lavoro, un periodo di forte delusione e un viaggio che ha cambia la sua prospettiva: a Berlino scopre come i quartieri possono essere valorizzati attraverso attività didattiche a contatto con le scuole.
Rientrato a Verona nel 2013 sente che è giunto il momento di dare forma ai suoi sogni e studia per capire come valorizzare la bellezza silente che vive intorno a lui. Nasce così l’associazione di promozione sociale, per educare attraverso la storia e la geografia sia gli adulti che i bambini. “Mi ricordo che giravo scuola per scuola presentando il progetto. All’inizio è stato faticoso, ma poi ho ricevuto la prima chiamata da una scuola del Chievo e da allora è stato tutto un crescendo”. I percorsi nelle scuole vengono adattati in base all’età e al piano didattico. I quartieri, con le loro strade, i monumenti, gli alberi e le targhe, parlano di epoche passate dai romani al medioevo, dal rinascimento alle guerre mondiali. “I bambini si divertono a fare storia giocando, ad ascoltare gli aneddoti della città, spesso non sono abituati a fare passeggiate nelle vie perché sono portati a centri commerciali, alle attività sportive o stanno in casa. Durante il percorso chiedono e si interessano, tornati a casa sanno di sapere anche più dei loro genitori!”
Un viaggio nel tempo sviluppato in un percorso didattico di tre giornate. “Utilizziamo il metodo del cooperative learning, dividiamo la classe in piccoli gruppi e ogni giorno abbiamo una tematica da affrontare insieme”. Come l’appuntamento di geografia storica fatto con le foto, l’uscita in città e l’incontro sulla cittadinanza attiva. I percorsi di educazione civica abbracciano tante branchie: storia, diritto, geografia. Conoscere il territorio e trasmettere i valori che lo caratterizzano aiutano a creare nei bambini un senso di appartenenza, di integrazione e inclusione. Quartiere Attivo riesce a trasformare i libri in conoscenza diretta e partecipata. La storia della città e i suoi personaggi permettono di toccare con mano concetti pratici come l’aiutare chi è in difficoltà, rispettare la diversità, collaborare, scambiare competenze. “I bambini capiscono che un tempo le persone avevano poco ma erano unite, i quartieri non sono nati all’improvviso ma grazie a una comunità di persone che ha voluto dare un senso al luogo – racconta Davide – Accompagnando le classi negli anni, mi accorgo che educare alla bellezza produce dei piccoli cambiamenti. Nell’ultimo incontro i bambini raccontano le problematiche del quartiere e propongono delle soluzioni. A 10 anni pensano a come ristrutturare case e donarle ai poveri perché tutti abbiano un posto che dia protezione…”
In sei anni Davide è entrato in oltre 30 scuole elementari, 14 scuole medie, 5 scuole superiori incontrando 200 classi e 6.800 studenti. Eppure Quartiere Attivo con i suoi 3 collaboratori non è solo didattica scolastica. È vita di città grazie alle numerose visite alternative tra cupole, campanili, strade e cacce al tesoro per adulti. “Dal 2016 sono entrato in contatto con diversi iniziative del Comune. Prima per Il Consiglio Comunale dei bambini e delle bambine a cui ho partecipato per diversi anni, poi per organizzare conferenze sulla storia dei quartieri. Ho pubblicato 3 libri inerenti la storia di alcune zone della città e sono stati presentati nelle circoscrizioni con molto interesse – testimonia Davide – In collaborazione con l’Assessorato al turismo e alla cultura abbiamo elaborato le mappe turistiche della funicolare che portano a scoprire le zone di Veronetta, Castel San Pietro e la zona della Fontana del ferro. Insieme all’associazione Agile abbiamo attivato un percorso di digitalizzazione del quotidiano L’Arena per la Biblioteca. Insomma non ci fermiamo mai.”
Certo il CoronaVirus ha posto un freno importante. Ma ha dato l’occasione di creare nuovi racconti sulla pagina fb dell’associazione e nuove dirette su Instagram. Un modo per continuare a imparare dal passato per costruire il domani perché per trasformare i cittadini in cittadini attivi, ci vuole tempo.













