MagazziniOz, il luogo che allontana il pregiudizio e avvicina le persone.
Ristorante, bar, emporio. I MagazziniOz sono una realtà nata nel cuore di Torino sette anni fa, per formare e favorire l’integrazione di persone con disabilità e svantaggio sociale. Bellezza, cura e qualità nutrono i sensi e promuovono una cultura rinnovata, quella che dimostra come si può fare bene impresa, facendo bene alle persone.
La storia di MagazziniOz
La storia di MagazziniOz nasce dall’esperienza maturata all’interno di CasaOz, una Onlus nata oltre 15 anni fa, per accompagnare le famiglie che incontravano la malattia di un figlio. L’associazione è divenuta un punto di riferimento per vivere e svolgere quelle azioni quotidiane che la malattia spesso interrompe: mangiare, studiare, giocare. Ma cosa accade quando dall’infanzia i bambini si avvicinano alla maggiore età? “L’idea di ricercare un lavoro diventa un problema per la persona con disabilità e per tutta la sua famiglia” racconta Luca Marin presidente della cooperativa Magazzini. “Con questo progetto volevamo dimostrare che si può avere un’anima sociale forte facendo impresa. Non abbiamo mai pensato a MagazziniOz come ad un parcheggio, ma come un luogo in cui esistere, metterci del proprio, fare squadra. Un posto che crea identità”. E così è stato.
Gli elementi distintivi di MagazziniOz
Dal 2014 ad oggi, i MagazziniOz si trasformano senza mai perdere di vista il proprio obiettivo: fare integrazione perseguendo l’eccellenza. “Abbiamo dovuto lottare contro il pregiudizio di chi crede solo nella bontà dell’ideale. Noi volevamo essere scelti per ciò che si vive e respira all’interno di Magazzini”. Comprare un oggetto, prenotare una cena, riservare lo spazio per un evento è una decisione che il cliente effettua per la qualità del servizio proposto. Per questo MagazziniOz promuove la bellezza che coccola; la qualità che si prende cura dei dettagli e la solidità economica senza la quale di tutto il progetto rimarrebbero solo belle parole.


I protagonisti di MagazziniOz
Sono 20 le persone che lavorano all’interno di MagazziniOz di cui il 35% con riconosciuto svantaggio sociale. “All’intero del vasto mondo della disabilità, abbiamo iniziato a lavorare con coloro che hanno una disabilità invalidante ma non così grave da impedir di lavorare. Invalidità mentale o fisica. Ma lavoriamo anche con i migranti, abbiamo stretto una collaborazione con UNHCR e da poco anche con donne vittime di violenza” racconta Luca. Il tirocinio permette alle persone di riconoscere attitudini e propensioni. I Magazzini sono diventati un punto formativo che abilita conoscenze e competenze, aiutando i ragazzi a comprendere quale strada professionale è più adatta a loro. Lavorare, sentirsi parte di un luogo e sapere che in esso si è utili, consente alle persone di uscire dalle zone d’ombra e di emanciparsi. “C’è gratitudine per il lavoro. Chi è entrato a vivere qui un’esperienza professionale lo ha fatto svolgendo al meglio il proprio compito, senza secondi fini, senza farsi influenzare da elementi esterni e dando priorità al proprio impegno. Da imprenditore, in questi anni mi sono accorto che su queste persone ci puoi contare” ammette Luca che prima di diventare presidente aveva un’impresa propria.

Il servizio offerto
MagazziniOz opera attraverso due anime: una commerciale e l’altra sociale. Il ristorante, la caffetteria e l’emporio che vende prodotti di alta qualità sia in store che online, permettono di creare un dialogo con la cittadinanza. Grazie all’esperienza maturata, nel 2021 MagazziniOz ha scelto di dedicarsi anche alla formazione per le aziende perché la disabilità fa paura fino a quando non la si conosce. Così MagazziniOz è divenuta un’impresa di transizione, luogo di crescita e formazione sia per giovani e adulti che si affacciano al mondo del lavoro che per le aziende. Un luogo che abilita competenze lavorative da un lato e dall’altro consente alle organizzazioni di scoprire il valore della differenza…
Per cambiare la cultura ci vuole tempo. Ma quando si fa impresa bene prendendosi cura delle persone i risultati incoraggiano a proseguire.
Ti è piaciuto questo racconto? Puoi continuare a leggere storie di realtà non profit accompagnate da Fondazione Cattolica con la cooperativa L'Ovile.
“Ma chi ve l’ha fatto fare?” storia di due sorelle che hanno scommesso sul futuro
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce della storia di Valentina e Federica, due sorelle, che hanno scelto di dedicarsi al futuro di chi vive la disabilità.
Quando doveva nascere ero contenta. Avevo una sorella, sai che bello avere anche un fratello? Mi immaginavo di coccolarlo e rincorrerlo. Di giocare insieme e anche litigare. Ma mio fratello non è nato come lo avrei voluto io. Lui era lui e le mie aspettative sono volate fuori dalla finestra.
Giò ha un ritardo cognitivo grave. Eppure non è stato il suo modo di essere a farmi capire cos’è la disabilità. Sono stati gli altri. Vedere mamma e papà sfiniti. Sentirsi gli occhi addosso se al ristorante arriva una crisi. Preparare i tuoi amici prima di farli entrare in casa…
Giò non è come noi. Eppure…
Lui ci ha portate a vivere fuori dagli schemi. Ha sviluppato la nostra sensibilità. Ci ha fatto capire che la vita bisogna riempirla, impegnandosi per qualcuno, per darle senso. Non la si può vivere stando sul divano!
Per questo ho deciso di laurearmi, di viaggiare, di fare l’insegnante per trasmettere la mia passione agli studenti. Nonostante fossi appagata, avessi un posto sicuro e ben retribuito sentivo un vuoto dentro. Mi mancava qualcosa.
Ho fatto ostetricia perché volevo essere utile. E lo ero, ma ho capito che era solo un lavoro quando ho iniziato a dedicarmi ad una pizzeria che fa inclusione lavorativa. Crescevo e imparavo insieme a ragazzi in difficoltà. Ed era lì che mi sentivo bene. Non in ambulatorio.
Poi c’erano i pranzi della domenica e tra un piatto e l’altro, in casa sognavamo. Mamma è un vulcano di idee e papà da vero imprenditore trasforma parole in fatti. Volevano migliorare la vita dei tanti Giò e delle loro famiglie. E noi abbiamo iniziato ad immaginare con loro. Lo facevamo così intensamente da arrivare al lunedì a scuola e in ambulatorio chiedendoci è davvero questo il nostro posto?
Saremo capaci di farlo? Noi siamo diverse, a tratti opposte, ma nel sangue circola lo spirito imprenditoriale e solidale dei nostri genitori. E poi abbiamo lo sguardo orientato nella stessa direzione. Così ci siamo prese per mano e ci siamo lanciate verso il futuro.
Il nostro cuore è qui a OpenHouse. È nelle carte da compilare, in mezzo ai campi, nei laboratori. È nella paura di sbagliare e nell’entusiasmo del fare. E’ negli occhi che ci brillano e nelle mani indaffarate di chi sta cambiando affinchè tutti possano godere della pienezza della vita.
A OpenHouse siamo felici. Abbiamo abbracciato la diversità. Abbiamo scelto un futuro bello per Giò, per chi non lo credeva possibile e persino per noi.
Valentina Sorce, 30 anni – Presidente Fondazione Giò
Federica Sorce, 27 anni – Presidente Cooperativa Sociale Giò
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Un lavoro per ricominciare: esperienze di progettazione partecipata
"Un lavoro per ricominciare" è un progetto co-partecipato, nato dallo scambio virtuoso di buone prassi tra cinque organizzazioni non profit operanti sul territorio nazionale. Insieme per creare un progetto capace di migliorare la qualità di vita delle donne.
I dati relativi all’occupazione femminile italiana sono sconfortanti. Nelle classifiche europee, l’Italia rimane tra i Paesi che maggiormente penalizzano l’inclusione lavorativa delle donne. Nonostante esistano fattori strutturali e circostanziali che abbracciano tutto il mondo femminile, per alcune donne in particolare, il lavoro diventa un miraggio. Si tratta di straniere, richiedenti asilo, vittime di tratta. Ma anche donne over 55 e le giovanissime. Per non parlare di donne con disabilità o delle detenute.
“Un lavoro per ricominciare” è un progetto sviluppato tramite un partenariato nazionale, nato dalla rete Contagiamoci, per favorire lo scambio di buone prassi e creare opportunità di finanziamento che sostengano donne disoccupate o inoccupate, in condizioni di fragilità e vulnerabilità, favorendo il loro inserimento lavorativo. Abbiamo parlato insieme ad Elisa Belli, coordinatrice del progetto, per scoprire le peculiarità della progettazione partecipata.
Elisa, quando avete capito che era possibile sviluppare insieme questo progetto?
Due anni fa, durante un incontro della rete Contagiamoci, c’era un tavolo di lavoro dedicato alle donne che ricominciano. Durante quell’occasione hanno partecipato realtà che si occupavano di donne, orientamento e inserimento lavorativo. L’incontro era andato bene così ci siamo detti “Perché non approfondiamo le metodologie usate da ciascuno a livello locale in una condivisione nazionale?”. Volevamo entrare nel concreto. Da lì abbiamo organizzato in autonomia due incontri a Reggio Emilia. Ognuno portava le esperienze maturate, ognuno naturalmente aveva il suo metodo, il suo percorso. Ma tutti volevamo favorire l’inclusione lavorativa rispettando i tempi di conciliazione vita-lavoro delle donne, affiancandole nei percorsi riabilitativi e sostenendole nell’inclusione sociale e abitativa. Abbiamo compreso che potevamo dedicarci ad un progetto comune. Lo abbiamo fatto e “Un lavoro per ricominciare” ha vinto un finanziamento importante.
Quante realtà hanno partecipazione alla progettazione?
L’esperienza è stata condivisa da cinque enti non profit provenienti da cinque regioni italiane. Ci siamo noi capofila come cooperativa sociale Madre Teresa di Reggio Emilia, Fondazione Famiglia Materna di Rovereto, Progetto Quid di Verona, l’Aps Sc’art di Genova e l’associazione Il Ponte di Civitavecchia.
Cosa prevede il progetto?
“Un lavoro per ricominciare” punta a favorire l’inclusione attiva nel mondo del lavoro di donne in situazione di fragilità personale e sociale sviluppando processi di connessioni generative tra le beneficiarie di progetto e la rete territoriale degli stakeholder (enti formativi, aziende, volontari..).
Essendo attivi su territori diversi, abbiamo strutturato il progetto in modo che tutti gli enti possano svolgere le attività in 18 mesi, che prevedono:
- Formazione, per attivare processi di capacitazione di donne, mettendo in rete esperienze, competenze e sviluppo professionale.
- Orientamento, per migliorare l’occupabilità
- Inserimento lavorativo, costruendo alleanze territoriali e nazionali per l’inclusione attiva.
Credi che la collaborazione abbia portato dei benefici?
Io dico che quando si semina i frutti vengono sempre moltiplicati. Credo che questo mio pensiero sia condiviso in molte organizzazioni della rete Contagiamoci. Lavorare insieme significa non sentirsi soli. Inoltre quando si condivide si cresce. Abbiamo imparato a vicenda grazie ai processi già messi in campo da ciascuno. Conoscersi, visitare le realtà, cercare una connessione è parte del progetto. Lavorare insieme ci ha permesso di affrontare anche periodi bui come la pandemia, perché siamo riusciti a garantire la continuità.
Cosa avete in mente per il futuro? Vista l’esperienza positiva che abbiamo condotto in questi anni, puntiamo a coinvolgere altre organizzazioni sociali in questa progettazione condivisa. Il requisito è essere focalizzati su questi temi: donne e lavoro. Se qualche organizzazione volesse saperne di più, può scrivermi all’indirizzo: elisa.belli@coopmadreteresa.it
Dalla rete sono nati più progetti co-partecipati. Vuoi saperne di più? Leggi anche Energie in Rete!
Responsabilità Civile Generale: il corso per gli operatori del Terzo Settore
Fondazione Cattolica avvia il primo corso formativo dedicato alla Responsabilità Civile Generale per abilitare le conoscenze degli operatori del Terzo Settore.
Accogliere, accompagnare, assistere. Educare, formare, cooperare. Condividere, lavorare, desiderare.
Dedicare la propria vita personale e professionale al mondo non profit significa impegnare mente e cuore per sviluppare il benessere delle persone e dei territori. Ma quali molteplici rischi possono minare la bontà delle azioni?
Fondazione Cattolica ha scelto di avviare il primo corso formativo dedicato alla Responsabilità Civile Generale, per aiutare i responsabili delle organizzazioni sociali a familiarizzare con un sistema normativo complesso e articolato, permettendo così di affrontare con maggiori consapevolezze le avversità.
Agostino Ferrari, Esperto Sottoscrittore Rischi Responsabilità Civile Generale, introdurrà i partecipanti al sistema normativo che disciplina la materia per facilitarne la comprensione, aiutare a prevenire fatti dolosi o colposi che possono cagionare un danno da risarcire; nonché per agevolare la conoscenza delle coperture assicurative dei rischi.
I 4 appuntamenti ideati consentiranno di:
- Avere una panoramica sulla Responsabilità Civile Generale
- Conoscere il sistema della Responsabilità Civile Generale
- Identificare il ruolo dell’assicurazione nella Responsabilità Civile.
Il primo appuntamento del corso formativo Responsabilità Civile Generale per gli operatori del Terzo Settore è online alle ore 18 il 18 gennaio.
Ti interessano i nostri percorsi formativi? Guarda #Facciamolo il percorso ideato per giovani alla ricerca di senso!
Il tuo presente crea futuro?
Durante il Festival della Dottrina Sociale, Johnny Dotti e Padre Francesco Occhetta, sono intervenuti sul concetto di speranza e futuro. Da dove partire?
La pandemia ha spinto a guardare la realtà con occhi rinnovati. La nostalgia delle relazioni assenti ha permesso di maturare la consapevolezza che l’esistenza non si basa sul Super Uomo ma sulla fragilità. È nella debolezza, nel limite che si instaurano legami veri e profondi.
Ne hanno parlato Johnny Dotti, Pedagogista e Presidente Welfare Italia Impresa Sociale, insieme a Padre Francesco Occhetta, Gesuita autore di Umano nella società, durante l’XI edizione del Festival della Dottrina Sociale. Cosa significa vivere un presente che crea futuro?
“Oggi ci troviamo a scommettere sul futuro perché chi lavora a contatto con la fragilità è allenato a cercare soluzione rinnovate – racconta Padre Occhetta - Noi che operiamo con energia in questo settore possiamo guardare con speranza al domani”. Ma quale speranza?
“La speranza – dice Johnny Dotti – sta nell’invisibile dell’oggi. Per vederla ci vuole autonomia di pensiero, contemplazione e visione”. Per riuscire a cogliere l’essenzialità è indispensabile uscire dagli schemi tradizionali a cui siamo abituati. Non basta vivere in una società di servizi per sentirsi più dediti agli altri. Non basta comprare beni per sentirsi realizzati. Serve trasformare il pensiero per creare azioni nuove. Azioni fatte con gli altri e non per gli altri perché la comunità vive di senso e di valore. Mettere la conoscenza a servizio è un invito per rinnovare pensieri e parole e trasformarli dal codice binario contemporaneo a quello trinitario che include e genera.
Per farlo, secondo Padre Occhetta, è necessario operare:
- Il discernimento per distinguere ciò che è bene dal male, per saper scegliere tutti i giorni, attraverso esperienze che liberano e consentono di costruire insieme;
- Fare sacrificio formando un nuovo processo fatto di comunione e comunità.
- Essere fraterni avviando un processo politico che trasmetta fiducia nell’operatività condivisa.
Questo è il tempo delle scommesse. Su cosa scommettere? Sulle alleanze! Bellezza, formazione generosa, trasparente e inclusiva, dialogo con l’altro anche con chi ha idee distanti delle nostre.
Guarda il messaggio integrale dell’incontro “Il tuo presente genera futuro”.
Il coraggio di crederci! L'Ovile, la cooperativa che non si è mai fermata
La cooperativa sociale L’Ovile affianca da quasi trent’anni uomini e donne che si trovano a vivere situazioni di difficoltà temporanea o permanente perché crede che in ciascuno ci siano abilità che possono esprimersi.
La cooperativa sociale L'Ovile
Lavoro, educazione, accoglienza e inclusione. La piccola comunità fondata nel 1993 da don Daniele Simonazzi è cresciuta, diventando una cooperativa che garantisce occupazione a 360 dipendenti (di cui il 70% con svantaggio sociale riconosciuto) e accoglie in percorsi residenziali e di inclusione più di 860 persone.
“Siamo nati dalle esigenze ma non siamo capaci di stare fermi, innoviamo continuamente” esordisce Massimo Caobelli, coordinatore progetto Semiliberi. Perché la cooperativa è una fucina di progettazioni che mantengono l’essenza delle tre organizzazioni sociali che negli anni sono entrate a far parte dell’Ovile per rafforzarne l’impatto sul territorio. “Siamo capillari, operiamo a Reggio Emilia e in provincia: partiamo dagli Appennini e arriviamo fino alla campagna” racconta Massimo.


Attraverso la casa, la socializzazione e i processi di inclusione la cooperativa affianca bambini, ragazzi, donne e uomini a sviluppare abilità e autonomie individuali. “Disabili fisici e intellettivi, vittime di tratta, persone in uscita dalla dipendenza, richiedenti asilo, detenuti…la cooperativa abbraccia il sociale in tutte le sue forme e per ciascuno propone percorsi di crescita”. Assemblaggio, raccolta differenziata, pulizia. La cooperativa lavora per pubblico e privato creando percorso che abilitano competenze e che offrono spazi di inclusione.
Il valore aggiunto dei progetti sociali
“L’Ovile è una cooperativa innovativa e creativa. Non manca il coraggio e nemmeno la paura di fare investimenti. Che poi, sono investimenti positivi perché sani, perché si riesce a stare in equilibrio e ad avere buoni bilanci, dando forma a progetti di valore per le persone e per i clienti” ammette Massimo.
Come ad esempio, Semi liberi, il progetto nato del 2015 all’interno del carcere per creare occupazione lavorativa che, guardando i dati, consente di ridurre la recidiva del 90%. Tirocinio e assunzione. I detenuti che partecipano al percorso formativo e lavorativo passano almeno un anno insieme alla cooperativa nel laboratorio di falegnameria, nell’assemblaggio, nell’agricoltura biologica o nell’apicoltura. “Lavoriamo per aziende e privati. Con il tempo abbiamo capito l’importanza di essere riconoscibili per questo abbiamo scelto di avere alcuni tratti distintivi. Come in agricoltura, non ci basta portare verdura al mercato. Abbiamo iniziato a fare i nostri vasettati con sughi, conserve e spalmabili per lavorare tutto l’anno e raccontare il senso di quello che rappresentiamo” testimonia Massimo.


Con il progetto K-Lab, L’Ovile ha favorito l’incontro della fragilità con il mondo creativo e imprenditoriale. “L’associazione è nata da una mamma designer che ha trasformato alcune frasi del figlio disabile in oggetti comunicativi. La cooperativa ha creduto in questa idea e ha deciso di portarla avanti”. Si è sviluppato così un percorso di evoluzione e incontro dove design e bellezza si fondono per diventare frasi da indossare, utilizzare, praticare. “L’80% dei prodotti vengono realizzati da noi perché nella boutique facciamo convergere le attività laboratoriali create nelle singole progettualità dell’Ovile. Come i prodotti sartoriali fatti dalle ragazze vittime di tratta o la ceramica o gli oggetti del laboratorio serigrafico che riportano frasi dei nostri ragazzi” riferisce Massimo.
Solo se fatti di luce possiamo spegnere il buiodice un biglietto d’auguri.
Trascrivo sogni recita una matita.
La trasformazione parte dal coraggio di crederci esorta un quadernino. E se il quaderno fosse quello dell’Ovile, questa frase ne sarebbe il titolo.
Puoi continuare a leggere storie di organizzazioni non profit. A partire da Valgiò
Luca, 33 anni e una certezza: se c’è ricchezza deve esserci per tutti
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Luca Angeli, giovane trentatreenne lucchese, che nella vita ha dovuto camminare per scoprire che la sua strada era a un passo da casa.
Mio padre mi ha trasmesso tutto. Se salto indietro con i ricordi potrei dire che la mia strada era già segnata, fin da bambino. Ma sarebbe stato facile così. Io invece per trovarla ci ho messo anni. C’è chi direbbe “anni persi”, invece, a guardarli ora, sano anni guadagnati.
Hai presente quando dicono che per capire le cose ci devi sbattere la testa? Eccomi qua! Sono geometra ma il lavoro d’ufficio non fa per me. Non che l’abbia capito subito, figuriamoci! Mi è servito anche un periodo ad ingegneria per dirmi “la tua vita è fatta di altro”.
Allora sono volato in Inghilterra perché non sapevo che forma avesse questo altro. Volevo studiare la lingua e un po’ di economia. Poi sono tornato e mi sono chiesto se volevo entrare nell’azienda di famiglia. Stai pensando “perché sbatterti tanto se i tuoi hanno un’impresa!”?
Perché era il loro sogno, ma non il mio! Fortuna vuole che per la mia famiglia le scelte libere sono sempre state più importanti. E così l’ho fatto. Mi sono preso un anno sabbatico.
Non ero triste. Ma ero spaesato. Cercavo qualcosa che mi facesse stare bene. Non lo trovavo. Mi sono lanciato sul servizio civile perché avevo bisogno di fare. Ed è stato lì che ho incontrato Calafata!
Altro che anno sabbatico! Ho sgobbato. Era appena partita l’orticultura e mi hanno messo alla raccolta sotto il sole cocente estivo a tirare su ortaggi. Ero un ragazzo italiano alla pari con tutte le persone che avevano vite più complesse della mia.
Sai cosa? Stavo bene. Stare nella natura, fare fatica, costruire relazioni schiette, autentiche, vere…questo era il mio mondo. Ho iniziato a guardare l’umanità in tutte le sue forme. Nel viso dei richiedenti asilo, negli occhi dei pazienti psichiatrici, nei pensieri di chi usciva dal carcere o dalla dipendenza.
Io potevo essere qualcuno e dare. L’ho capito quando ho sentito che la mia voce per loro aveva peso. Allora ho avuto paura e mi sono domandato “cosa accade se qualcuno si approfitta delle loro fragilità?”. Mi sono fatto coraggio e ho chiesto di restare.
Fatalità serviva qualcuno che si occupasse delle vendite. Si doveva parlare in lingua con i ragazzi. E bisognava ampliare la rete commerciale, anche online. Qui ho capito la frase che dice sempre mio padre: “Se c’è ricchezza, deve esserci per tutti”. Ecco perchè ho messo un punto al mio peregrinare.
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L’amore non muore, si trasforma: l’esperienza di Valgiò
Un’azienda agricola a scopo sociale. Il marchio Valgiò viene creato per realizzare prodotti agricoli di eccellenza attraverso tecniche di coltivazione all’avanguardia che armonizzano lo sviluppo della terra in equilibro con la crescita delle persone.
L'amore non muore, si trasforma
È il 2006 quando la famiglia Valsania vive un lutto in famiglia. Perdere un figlio, un fratello, un giovane uomo apre ferite difficili da rimarginare. Ma Giorgio, senza saperlo, nelle parole che scriveva sul suo diario regala alla famiglia una nuova missione. L’amore non muore, si trasforma amava ribadire ed è grazie al suo messaggio che tutto prende inizio.
“Volevamo che l’amore di Giorgio non sparisse. Abbiamo deciso di farlo risorgere in azioni che potessero essere d’aiuto per gli altri” racconta Nadia, sorella e fondatrice delle due associazioni nate dal drammatico evento.
Con l’associazione Madre Maria della Provvidenza Onlus e il Banco delle Opere di Carità, la famiglia Valsania diventa prossima a persone che si trovano a vivere situazioni di difficoltà. La struttura snella e il numero di volontari che aumentano anno dopo anno, consente alle realtà sociali di muoversi velocemente per offrire aiuto tempestivo anche in caso di calamità.


“Siamo stati in Nepal, abbiamo favorito missioni in Burkina Faso e Madagascar. Siamo accorsi dopo i terremoti italiani, ci siamo stati quando la Sardegna è stata colpita, quando la pandemia ci ha spinti ad avere mascherine e quando il popolo afghano si è trovato nell’oscurità. Nel tempo abbiamo costruito una rete di collaborazioni con associazioni locali che ci consentono di rispondere con beni di prima necessità per tamponare le situazioni emergenziali”.
Reperimento di cibo, stoccaggio alimentare e distribuzione, permettono alle associazioni di aiutare centinaia di famiglie ogni mese e di portare migliaia di pasti favorendo una vita dignitosa anche agli indigenti. “Per diversi anni con gli orti sociali abbiamo favorito l’inclusione lavorativa di persone straniere e di persone segnalate dai servizi territoriali. Nel 2016 abbiamo colto l’opportunità di investire in una serra completamente innovativa. Da qui è nato Valgiò” testimonia Nadia.
L'azienda agricola Valgiò
L’azienda agricola si fonda su due principi: aiutare le persone più fragili a rialzarsi e coltivare attraverso il metodo idroponico. Assistenti sociali, Comuni, Prefettura e i servizi territoriali informano Valgiò di possibili inserimenti lavorativi che avvengono per 6 mesi durante i periodi di raccolta e trasformazione. Qualsiasi sia il loro passato, all’interno di Valgiò non esistono utenti o beneficiari di un servizio: solo persone. “Lavorare a Valgiò significa trarre giovamento da un ambiente lavorativo che trasmette regole, esige attenzione e pulizia perché l’idroponica è una tecnica di coltivazione che richiede cura” riferisce Nadia.


La coltivazione fuori suolo avviene tramite un sistema di irrigazione computerizzato che apporta acqua da un lago limitrofo e tutti gli elementi indispensabili per la nutrizione minerale. Le produzioni di frutta e verdura sono controllate, di qualità e nichel friendly. Ma Valgiò non è solo prodotti vegetali. È anche vasettati bio che contengono l’amore per la terra e la natura: sughi, marmellate, conserve, olio, miele, riso e pasta profumano la tavola con gli aromi della tradizione contadina e un gusto ricco di bontà.
Storie buone
I prodotti etichettati come “Storie Buone” viaggiano da Torino grazie al sistema e-commerce. “Vivo in un mondo in cui i soldi fanno parlare e fare le scelte. Abbiamo voluto che i prodotti Valgiò si chiamassero Storie Buone perché dietro ad ogni passo che facciamo c’è l’impegno di creare un mondo nuovo”.

Dei 13 inserimenti lavorativi nessun dipendente fa parte della famiglia Valsania “siamo volontari – racconta Nadia - Quando esci dal buio impari a vivere le pesantezze della vita con leggerezza, sai che hai un compito: portare amore”.
Vuoi conoscere altre storie delle organizzazioni accompagnate da Fondazione Cattolica? Inizia dalla cooperativa L'arcobaleno!
#Facciamolo, nasce il percorso rivolto ai giovani in cerca di senso
Essere giovani in un mondo complesso è una sfida. Sono tante le domande a cui trovare risposta: quale università scegliere, quale lavoro fare, come impiegare al meglio il proprio tempo? Ma una risposta spesso resta appesa: quale senso muove le azioni? Come tradurre valori in cui si crede, nelle attività quotidiane? Fondazione Cattolica avvia #Facciamolo, un laboratorio per giovani intraprendenti che vogliono crescere insieme e generare opportunità.
A chi si rivolge #Facciamolo
#Facciamolo è un percorso esperienziale dedicato a tutti giovani tra i 20 e i 30 anni che credono, come noi, in un futuro a misura d’uomo e della sua dignità.
“Fai quello che puoi, con quello che hai, nel posto in cui sei” questa massima di Theodore Roosvelt esprime al meglio l’intento del percorso formativo: orientare il coraggio di agire!
Cosa prevede #Facciamolo
Cosa serve ai giovani per mettere in opera i propri talenti? Ispirazione e consapevolezza.
Per generare futuro le competenze devono essere coniugate con valori e relazioni. #Facciamolo vuole essere un momento di incontro, scambio e crescita che consente ai ragazzi di fare network con professionisti, mettersi in confronto e dialogo con coetanei ma anche con persone che hanno concretizzato idee imprenditoriali divenute un riferimento nel mondo profit e non profit.
Il programma di #Facciamolo
Il percorso mette a fuoco 10 temi con l’obiettivo di offrire uno sguardo inedito su modalità operative che creano beneficio alle persone, ai territori, alle comunità. Il percorso prevede di concentrare l’attenzione su:
- Il lavoro che verrà. Ambiti, approcci e significati
14 dicembre 2021 con Patrizia Cappelletti, Università Cattolica del Sacro Cuore
- Musica. Fai risuonare la magia di un coro: più voci creano armonia
10 gennaio 2022 con Federico Alberghini, Banda Rulli Frulli APS
- Radio. Sintonizzati con la frequenza del tuo cuore
24 gennaio 2022 con Enza Famulare, Cooperativa Lindbergh
- Sostenibilità integrale che impresa
7 febbraio 2022 con Paolo Braguzzi, Davines Spa e Marco Freddoni, filosofo
- Cibo. Parla come mangi, solo così assaporerai la bellezza del vero
21 febbraio 2022 con Barbara Cabassi, Cooperativa Madre Teresa
- Teatro. Recita la parte solo se dici chi sei
7 marzo 2022 con Andrea Castelletti, Modus Impresa Sociale
- Sport. Gioca, vinci, esulta…ma fai parte di una squadra?
21 marzo 2022 con Carlo Cremonte, Cooperativa Sportivamente
- Moda. L’abito mente, il tuo portamento no
4 aprile 2022 con Anna Fiscale, Progetto Quid
- Profit e non profit: un incontro sostenibile
19 aprile 2022 con Luca Tagliapietra, PoloBio e Marco Ottocento, Fondazione Vale un Sogno
- Intraprendere una responsabilità collettiva
2 maggio 2022 con Enrico Loccioni, Impresa Loccioni
Come partecipare a #Facciamolo
Gli incontri vengono svolti il lunedì ogni 2 settimane online. Sono previsti anche incontri fisici nei luoghi operativi dei temi trattati.
Per partecipare al percorso basta compilare il modulo di iscrizione successivamente verrà inviato il primo link di accesso per partecipare all’incontro iniziale di martedì 14 dicembre alle ore 18.30
Per saperne di più scrivici!
"Aiutare è il mestiere più bello del mondo" la storia di Debora
Nella rubrica #Personechefannoladifferenza raccontiamo di Debora Musola, una donna che ha trovato senso nell'accompagnare bambini sordi a comprendere la lingua scritta. Insieme ad altre professioniste ha fondato la cooperativa sociale Logogenia per fare dell'autonomia linguistica un'opportunità
Esiste un potere silenzioso nascosto tra le parole che riempiono la vita. Piccoli elementi funzionali che traducono concetti astratti in azioni concrete… fattori apparentemente semplici e spesso ignorati, capaci però di chiudere le persone in una bolla o di liberarle.
Pronomi, articoli, preposizioni. Forme dei nomi e congiunzioni. Debora non può immaginare che questo è ciò che apprezzerà di più della sua laurea in Lettere perché ancora non sa che la curiosità per la lingua dei segni segnerà il suo futuro.
Cosa ne dici di creare un corso di italiano per bambini sordi? le chiede il suo insegnante di LIS. Debora è entusiasta ma è anche metodica e precisa. Vuole realizzare un corso fatto bene. Inizia a documentarsi: biblioteche, ricerche, manuali… poi incontra “Nicola non vuole le virgole” e quel libro le cambia la vita.
Un metodo nuovo, pensato per accompagnare i bambini sordi a comprendere la lingua scritta. Debora vuole saperne di più della Logogenia. Quando scopre che l’autrice, Bruna Radelli, da città del Messico giunge a Venezia per inaugurare un primo corso, non esita un istante. Prende e va.
Non è solo studio. Debora trova un senso. La professoressa Radelli orienta la sua vita ed insieme ad altre professioniste fondano la cooperativa Logogenia per tradurre l’autonomia linguistica in opportunità di indipendenza, di relazioni sociali, di inclusione lavorativa. Ogni bambino sordo può comprendere come scrivere un messaggio, leggere un libro, un fumetto, le notizie. E così raccontare ciò che sente e vive. Può diventare bilingue conoscendo la lingua LIS e quella italiana. Può diventare un adulto libero.
Giorno dopo giorno, Debora siede a fianco ad un bambino. Alla pari. Solo loro due, il silenzio intorno e un mondo di significati nascosti tra le parole. Penna e quaderno, tranquillità e pazienza. Debora impara a leggere negli occhi dei piccoli e a viaggiare nel loro mondo per sviluppare strategie sempre diverse che rendano il metodo adatto alla storia di ogni bambino.
Logogenia funziona. Gli elementi funzionali nella lingua scritta diventano concreti. Comprensibili. Ci vuole tempo per vedere germogliare i semi piantati ma quando accade Debora riconosce la magia di quella fatica. Il viso dei bambini si illumina, gli occhi brillano come a dire “so farlo” “posso farlo” e un’energia generativa li avvolge accendendo il desiderio di comprendere ancora, ancora e ancora.
Da oltre 20 anni la cooperativa lavora in tutta Italia insieme ai bambini sordi. Una missione speciale che Debora e le sue collaboratrici amano condividere con i professionisti che si prendono cura dei piccoli perché il metodo di lavoro generi sempre più benefici sul futuro dei bambini.
“Non mi sento una persona che fa qualcosa per qualcuno ma lo faccio con qualcuno. Poter aiutare è il mestiere più bello del mondo…”
Anche se non lo ammetterà mai, Debora è una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? All'interno di questa rubrica puoi leggere anche quella di Mario









