welfare generativo

Il welfare generativo: uno strumento trasformativo e di cittadinanza attiva

Per Samantha non è stato semplice scoprire la propria strada e accogliere il progetto che il destino le riservava. Da bambina sognava di diventare ballerina, ma il mondo intorno a lei le diceva che non era abbastanza, che non era adeguata a quella carriera. Per questo aveva paura della disabilità. Temeva di riconoscere nelle fragilità altrui le proprie. Ma ad un certo punto ha scelto di andare oltre. Decide di fare volontariato in un centro disabili. Il contatto con le “imperfezioni” le cambia la vita e sceglie di diventare educatrice. La paura se n’è andata con la forza della fede. Samantha si affida a un progetto più grande di lei e si sente pronta a trasformare i propri progetti di vita.

Un altro incontro fortunato, infatti, l’attende nel suo cammino, quello con Don Paolo dell’associazione La Rotonda a Baranzate, nella periferia di Milano. Un quartiere complesso, multietnico e di vite faticose. Samantha amplia le proprie conoscenze e lì progetta la sartoria sociale, il dopo scuola, l’emporio, l’housing sociale… In quel quartiere difficile Samantha fa risplendere la sua essenza e quella delle persone che lo abitano, trasformando la fragilità in potenzialità.

Le attività de La Rotonda

La Rotonda è un’associazione nata nel 2010 a Baranzate, su impulso della Parrocchia Sant'Arialdo e in particolare del parroco, Don Paolo Steffano, per promuovere iniziative a carattere sociale, educativo, formativo e lavorativo. La Rotonda è “un microcosmo”, come lo definisce Samantha Lentini, oggi Presidente dell’associazione. È un motore che rigenera la comunità attivando le risorse presenti al suo interno e facendole uscire dallo stato di bisogno. Realizza progetti di autonomia che contrastano la povertà e valorizzano il capitale umano, dalla formazione lavorativa all’insegnamento della lingua italiana per gli stranieri, dall’educazione all’housing sociale.

Terzo Settore: competenza, visione, innovazione

Il Terzo Settore è portatore di conoscenze e competenze specifiche, cui altri rami dell’economia e del vivere civile guardano per attingere nuove risorse e stimoli. Un sapere, che si impara sui libri ma soprattutto nella vita vera e attraverso le esperienze quotidiane vissute. “Non è un lavoro full time il mio” sostiene Samantha “ma full life”.

Ciò che in particolare caratterizza il Terzo Settore è la capacità di visione, di individuare le innovazioni che poi diventeranno asset strategici condivisi, ad esempio le comunità energetiche, l’investimento sulla personale, il valore della responsabilità sociale per le imprese e l’opportunità di incidere nella comunità in cui operano.

La coprogettazione: una risorsa da esplorare per avviare percorsi di welfare generativo

Anche il rapporto tra Terzo Settore e Pubblica Amministrazione è in una fase di profondo rinnovamento. Nonostante il principio di sussidiarietà vi è stata a lungo una subalternità rispetto il Pubblico. Negli ultimi tempi però, da una dinamica di mutua convenienza, sostiene Cristina De Luca, Presidente CSV Lazio e Vicepresidente di Fondazione Italia Sociale, siamo passati ad un dialogo più consapevole delle reciproche specificità e delle potenziali sinergie. Relazioni di condivisione che possono tradursi nello strumento della coprogettazione. L’innovazione, le competenze, la capacità d’intervento e di presenza articolata sul territorio di cui il Terzo Settore è portatore, può essere condivisa con i vari soggetti pubblici e, nel rispetto delle differenze e delle diverse responsabilità, è possibile realizzare insieme progetti di welfare generativo.

Il welfare generativo: uno strumento trasformativo e di cittadinanza attiva

In questi ultimi anni la nostra società si è trasformata profondamente e così anche il sistema del welfare. È oggi difficile dare risposte globali, perché il mondo di oggi è più complesso. Si devono ripensare i servizi e le modalità di erogazione. Anche il volontariato è mutato, specie per i giovani, che non possono più garantire un impegno a lungo termine e preferiscono attivarsi saltuariamente e per iniziative specifiche. Dunque, è necessario trovare anche nuove modalità di coinvolgimento.

L’obiettivo dev’essere l’implementazione di un welfare generativo, che attraverso le azioni rigenera le comunità, che costruisce percorsi virtuosi, favorisce una crescita dei territori in cui opera, che sa ideare nuove modalità in cui declinarsi, che valuta la propria efficacia sull’impatto determinato dalle proprie azioni. Un welfare generativo produce una sorta di economia circolare, un movimento virtuoso che non solo sa dare risposte ai bisogni ma che fa crescere la società nel suo complesso.

Per fare questo, si deve investire sui giovani, sostiene Cristina De Luca, per far capire loro quanto è importante un esercizio di cittadinanza e civismo e attivare la collaborazione tra generazioni.

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Massimiliano e la fame di giustizia

Massimiliano e la fame di giustizia

Quando nasce Massimiliano è il 1968. È solo un neonato in un piccolo paese lontano dai movimenti di massa, eppure il suo piccolo corpo registra il bisogno vivo di giustizia sociale. E non lo lascia più.

Massimiliano diventa un bambino che ha fretta, fretta di vivere! Gioca, va’ in bici, esce con gli amici…ha così fame di vita che bisogna abbreviargli il nome a un veloce “Massi” per farsi ascoltare.

Calcio, nuoto, pallamano, lo sport diventa un sedativo per arginare quell’energia che è incontenibile. Nemmeno quando dorme si placa perché sfide grandi lo attendono: sogna di essere un eroe, un eroe che salva dalle situazioni di pericolo e sopruso anche a costo della sua vita.

L’ingiustizia non la tollera. Gli fremono le mani e le gambe scalpitano quando vede ragazzini indifesi subire angherie. Per difendere prende a botte e non importa il suo perchè, per tutti diventa il ribelle scapestrato. Si sente incompreso, diverso dalla sua famiglia e anche dagli altri bambini. Così inizia a girare con gli strani, perché tra strani le differenze scompaiono.

Cresce attratto dalle storie di chi distrugge il pensiero comune che sputa sentenze. Lui, incapace di essere parte di un gregge, esce di casa a diciassette anni in cerca di quella libertà che l’autorità mette a tacere. Occupa una casa, trova un lavoretto e poi… si perde.

Massi esplora la vita, come anche le droghe, e quando si trova davanti una siringa prova, tanto cos’ha da perdere? Di eroina si fanno in tanti. Ancora non sa, che solo pochi tornano indietro.

Fino a quando non incontra Luigi, un pacifista antiviolento e coraggioso. Uno che scende in piazza, tra i tossici, per tendere una mano e avvertirli del pericolo: l’HIV incombe. Ma quelle sono cose per culattoni ribattono tutti. Tutti tranne Massi.

Con Luigi, Massi stringe un patto: non partirà militare, lavorerà al Gabbiano come obiettore di coscienza.

È tosta e il tempo sembra non passare mai. Invece i mesi scorrono e quando Massi cade, di nuovo, umilmente torna alla porta e nel bisogno comprende che il suo senso di colpa non lo salverà. A salvarlo sono le persone.

Fratel Attilio lo butta in mare, senza salvagente. Serve un responsabile per una casa, una casa piena di debiti, in un paese dove tutti li odiano. Sono senza soldi e senza cibo. Massi però non vuole la carità. Esce, incontra, ascolta e chiede. Servono vanghe, carriole, decespugliatori perché per cambiare la percezione c’è bisogno di dimostrare: non sono tossici, sono persone con capacità e voglia di fare.

Lavorare funziona e piano piano la casa si guadagna l’affetto del territorio. Massi diventa un uomo e la sua vita scoppia di senso. Si alza la mattina con la voglia di migliorare il mondo perché il mondo lo cambia dalle piccole cose, da nemici che diventano amici, dall’indifferenza che diventa fratellanza.

Il Gabbiano cresce: 8 strutture d’accoglienza, 60 appartamenti, housing sociale, comunità riabilitative e terapeutiche. Tossicodipendenti, ex carcerati, malati di AIDS, migranti, minori in fragilità sociale sono Persone accompagnate dai 110 dipendenti dell’associazione. Il Gabbiano diventa un riferimento nell’ambito della giustizia riparativa e della devianza, sostituisce l’abbandono con il prendersi cura.

Anche in montagna, dove l’agricoltura è eroica perché costa fatica di sudore e tempra. Ma Massi alle sfide non si tira indietro. E quando la terra diventa ettari da coltivare e il Nebbiolo vino di prima qualità, fondano la cooperativa il Gabbiano, un’impresa sociale con 23 dipendenti e un grande obiettivo: fare giustizia attraverso l’inclusione.

A 56 anni Massimiliano è soddisfatto. L’energia che gli ribolliva dentro è diventa crescita. Per sé e per gli altri.

“Credo nelle persone e negli sguardi che vedono ciò che ancora non hai compreso di te stesso. Non siamo gli sbagli che facciamo, siamo le seconde possibilità che riceviamo!”

Lui è Massi Pirovano, marito di Arianna e padre di Ottavia, un uomo che fa la differenza.

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Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale

Progetto Mirasole: l’Abbazia dal cuore sociale

Fondazione Progetto Mirasole nasce nel 2016 da un gruppo di soci fondatori impegnati da tempo nel Terzo Settore nell’ambito dell’accoglienza abitativa e della somministrazione di pasti caldi ai senza fissa dimora.

“L’esperienza maturata sul campo aveva permesso di comprendere che in questa catena di bene mancava un pezzo: l’inserimento lavorativo” racconta Sara Dongiovanni, referente della Comunicazione e fundraising dell’ente. Il territorio reclamava l’importanza e l’urgenza di sviluppare opportunità di inserimento lavorativo per persone in situazione di vulnerabilità sociale, ma come farlo?

 

L’Abbazia di Mirasole

Nel piccolo paese di Opera, in provincia di Milano, esisteva un’Abbazia dimenticata dal tempo, “un fantasma alla fine di una pista ciclabile” ricorda Sara. Progetto Mirasole partecipa così ad un bando per la gestione giornaliera e notturna del bene architettonico e passa dal sogno alla creazione di veri obiettivi.

 

La Fondazione ha avviato un progetto di recupero dell’Abbazia, trasformando un luogo decadente in un centro accogliente con spazi aperti e ricchi di vita. Ha avviato un processo che non si è più fermato, dando una seconda possibilità all’Abbazia e offrendo un’opportunità per chi più fragile”.

 

I protagonisti di Progetto Mirasole

“Per destino si può nascere in un’area di mondo felice e fortunata o in una più complessa e articolata. Con Progetto Mirasole volevamo creare un luogo dove tutti potessero trovare gli strumenti utili per cambiare, per avere diritto di vivere la vita con la dignità che spetta ad ogni essere umano” riferisce Sara.

Per questo l’impresa sociale opera sul territorio innescando sinergie e reti: servizi sociali, comuni limitrofi, organizzazioni del Terzo Settore e 30 imprese. L’attenzione rivolta alla comunità permette in poco tempo di raggiungere cittadini italiani in fragilità economica a causa dell’uscita dal mondo del lavoro e difficilmente ricollocabili; persone in reinserimento sociale dopo la detenzione e migranti. “Abbiamo un ventaglio ampio di beneficiari, dai giovanissimi alle persone mature, siamo tanti e tutti diversi e questa è la nostra bellezza perché non si finisce mai di imparare l’uno dell’altro, di riscoprirsi senza pregiudizi con lo spirito della vera accoglienza”.

Oggi l’impresa sociale occupa 71 dipendenti, di cui 19 provenienti da situazioni di svantaggio sociale.

 

 

I servizi occupazionali di Progetto Mirasole

Per rispondere agli obiettivi di partenza, Progetto Mirasole fonda il primo laboratorio di cottura con una cucina industriale che oggi fornisce 6 mila pasti giornalieri ad enti operanti nel Terzo Settore. Ha poi avviato un ramo di manutenzione e sanificazione di aree interne ed esterne, occupa personale nell’Abbazia per l’attività di ristorazione, organizzazione d’eventi, accoglienza, laboratori didattici.

Il nostro obiettivo? Creare una comunità alla pari senza discriminazioni. E infatti il nostro è un ambiente composito, ricco di culture, esperienze e provenienze dove si inizia un percorso che apre possibilità per inserimenti in altre aziende!” afferma Sara.

 

Caratteristiche di Progetto Mirasole

Dinamismo, resilienza, flessibilità e adattamento sono solo alcuni degli elementi che contraddistinguono questa organizzazione. La risposta del territorio racconta il primo successo di Progetto Mirasole. “Viviamo in una cittadina in cui la chiusura politica aveva radicato un pensiero. All’inizio la gente veniva per curiosità, perché l’Abbazia aveva aperto le porte. Ma quando hanno visto che oltre alla bellezza c’è un cuore sociale, la curiosità si è trasformata in fiducia e oggi costruiamo risposte grazie anche alla collaborazione comunitaria che abbiamo generato!”

Ti è piaciuto leggere di questa storia? Puoi continuare a conoscere le esperienze nel mondo non profit a partire da La Botteghe della Loggetta

 


Bottega della Loggetta

La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia

 

 

Attraverso il bando Una Mano A Chi Sostiene, Fondazione Cattolica ha conosciuto il progetto Bottega della Loggetta, dell’associazione di volontariato G.R.D. (Genitori ragazzi con disabilità) di Faenza. Una piccola organizzazione non profit entrata nel cuore della propria città e che dai suoi sostenitori è stata premiata raggiungendo la quarta posizione come progetto meritorio del bando. Ecco chi sono!

G.R.D. nasce nel 2004 a Faenza da un gruppo di genitori di ragazzi con disabilità che desiderava un futuro diverso per i propri figli e voleva offrire loro nuove opportunità di inclusione sociale e lavorativa. “Volevano pensarli come persone attive per la comunità, per il territorio, come risorse. Dargli una responsabilità nella società” ci racconta Maria Sole Chiari, educatrice professionale socio-sanitaria dell’associazione. Le attività di G.R.D. nel tempo si sono articolate su più fronti. Accompagnamento delle famiglie fin dalla nascita dei loro bambini, con programmi di formazione e sostegno psicologico; progetti di inserimento lavorativo e di autonomia residenziale; attività ricreative.

 

La Bottega della Loggetta: una palestra per l’autonomia dei ragazzi con disabilità

La Bottega della Loggetta si ispira al sapore antico e al senso di solidarietà che si trovava nelle botteghe di una volta, quelle dove si era accolti sempre da un sorriso. È un negozio-laboratorio di alimenti locali, eco-sostenibili e biologici gestito da ragazzi con disabilità. Nasce nel 2013 e oggi vi lavorano 11 ragazzi accompagnati da un educatore. Ognuno di loro persegue gli obiettivi del proprio progetto di vita, ma le abilità che possono apprendere ed allenare in questo contesto sono molteplici e multidisciplinari, dalla sfera professionale a quella personale. Ad esempio, arrivare puntuali al lavoro, utilizzare un pc, relazionarsi con i clienti, gestire la contabilità, il magazzino e i rapporti con i fornitori.

La Bottega della Loggetta è una palestra per l’autonomia, un luogo in cui crescere e imparare un mestiere per poi proporsi nel mercato del lavoro.

 

Non solo vendita ma anche produzione e servizio: oltre all’attività commerciale, la Bottega organizza buffet producendo semplici stuzzichini o utilizzando alcuni dei prodotti in vendita.

Quelle della Bottega sono mura vocate all’incontro, alla relazione e allo scambio creativo. Proprio in quegli spazi, infatti, nel ‘900 aveva luogo il cenacolo artistico e culturale animato dall’artista Muky, scultrice e ceramista recentemente scomparsa. Nulla è casuale. “Questo negozio è un punto di riferimento per molti. Abbiamo tante richieste di inserimento – racconta Maria Sole – e abbiamo attivato anche collaborazioni con gli esercenti della zona, che aprono le porte delle loro attività e offrono ai ragazzi esperienze di tirocinio”.

È questo il quid in più che rende il progetto davvero efficace: uscire dall’isolamento e attivare il territorio alla partecipazione. La vera inclusione, infatti, è possibile quando la collettività decide di farsi carico del futuro dei più fragili trasformandosi così in comunità educante.

 

Work in progress

La Bottega della Loggetta si appresta a cambiare volto. Dalla vendita di prodotti alimentari e punto di riferimento per i gruppi di acquisto solidale, da marzo il negozio venderà abiti di seconda mano per bambini e materiali legati al mondo dell’infanzia. Un settore caratterizzato da grandi sprechi e che per questo permetterà di mantenere alta l’attenzione sui temi della sostenibilità e del riciclo. L’ambito merceologico originario sarà trasferito in un altro punto vendita, più centrale alla città di Faenza e implementerà una strategia più commerciale.

 

Strategie profit a servizio del non-profit

“Le scelte di vendita – spiega Maria Sole – non saranno più affidate agli educatori, che continueranno ad occuparsi della parte terapeutica, ma ad una persona dedicata assunta a tale scopo, che consentirà al negozio di confrontarsi ad armi pari con le altre attività della zona. L’obiettivo è che i clienti vengano da noi perché apprezzano il negozio e i nostri prodotti, non solo perché desiderano aiutare i ragazzi che vi lavorano. Questo fa parte di un cambio di mentalità della società che da anni cerchiamo di promuovere: la disabilità non deve essere intesa come un peso ma come una risorsa per la comunità”.

 

Gli altri progetti di G.R.D.

 

Se il primo sogno della GRD era quello di dare ai suoi ragazzi la possibilità di imparare un mestiere, il secondo è quello di aiutarli a vivere da soli in autonomia. Per questo due anni fa è nato il percorso “Provo a vivere da solo”. Due appartamenti semi-residenziali in cui 9 ragazzi con diversi gradi di disabilità vivono e allenano le loro autonomie quotidiane. Un progetto che sta già dando i suoi frutti: per due di questi ragazzi, infatti, si sta pensando l’inserimento in un contesto abitativo autonomo.

Infine, c’è il progetto “Crescere insieme”, che coinvolge adolescenti e famiglie in un percorso di confronto, condivisione e allenamento alle autonomie quotidiane. Cucinare, apparecchiare e lavare i piatti, orientamento stradale, utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici, della bicicletta, cura del sé, utilizzo dello smartphone, svolgimento dei compiti in autonomia, gestione delle dinamiche relazionali.

La Bottega della Loggetta ha realizzato un modello efficace e innovativo che può essere replicato anche in altri contesti per favorire l’autonomia e l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Un altro progetto straordinario sulla stessa lunghezza d’onda è Zero Per Cento a Milano: lo conosci? Leggi questo articolo se vuoi saperne di più.

 


Rebecca e il coraggio di restare

Rebecca e il coraggio di restare

Volevo solo fuggire. Lontano da qua.

Perché a quindici anni sapevo distinguere un fuoco d’artificio da uno sparo e il rischio di non diventare adulti per colpa di un proiettile vagante è un pericolo reale.

Ti sembra normale?

Per proteggermi ho iniziato a mentire. A dire che abitavo in un altro posto perché mi vergognavo del pregiudizio che mi cadeva addosso quando dalla mia bocca usciva “Rione Sanità”. La paura si prendeva le persone e mi teneva a distanza dagli altri. Ma sai cosa succede a forza di mentire?

Ti prosciughi. E la sensazione di essere sbagliata ti logora un giorno per volta.

Ero nata nel posto sbagliato, non avevo il fisico giusto, non potevo permettermi le cose di tutti. In me, insomma, non andava niente.  Soffocavo il dolore nella pancia. Fino a quando mi sono chiusa in camera, circondata dal buio di giorni inconsistenti, con la voglia di chiudere gli occhi e non svegliarmi più.

Ma poi la porta si è aperta. Volevo diventare maggiorenne e fuggire lontano, trasferirmi a Firenze per ricominciare. Per crearmi un futuro lontano da una città dove il futuro non è pensabile.

Però i sogni costano e certi sono troppo cari per una famiglia numerosa con una sola entrata. Allora mi sono cercata un lavoro. E così sono rinata.

Ho iniziato il Servizio Civile alla Paranza perché era dietro casa, dico la verità. Andavo a scuola, poi con il mio zaino arrivavo in cooperativa. E sai cosa? Lì si interessavano a me, il mio dolore non lo dovevo nascondere. I miei limiti neppure. Sembrava una magia ma lì andavo bene così come ero.

Mi sentivo al sicuro e protetta. Piano piano ho abbattuto le mie insicurezze e le barriere che mi impedivano di volermi bene. Ho iniziato ad essere me stessa perché mi hanno formata a riconoscere la bellezza e quando impari a vederla, a sentirla, ne diventi portatore a tua volta! E tutto cambia.

Al mio primo tour guidato avevo 18 anni e con la pandemia in corso c’era solo una persona. È stato bellissimo! Ho capito che le mie parole avevano un potere trasformativo, che raccontando potevo ispirare e accendere la speranza negli altri. Mi sono sentita dentro a un cambiamento e di questa storia ho voluto esserne parte.

Così ho scelto di non partire. A volte serve più coraggio per restare che per andare. Ma alla fine, ne vale la pena.

Oggi sono una guida. E sono felice. Accompagno alle catacombe, allo Jago Museum, alla Chiesa Blu e alla Santa Maria della Sanità. Guido i visitatori a percepire la meraviglia, li porto nel mio mondo, nel mio Rione per testimoniare che c’è sempre una via per costruire futuro, che c’è bellezza, che il valore siamo noi.

La sera mi addormento toccando il cuscino. Non ho più paura, anzi ho voglia di generare sempre di più. Per questo insieme a un gruppo di amici stiamo aprendo una nuova cooperativa, La Sorte. E pensare che odiavo questa periferia. Oggi invece non potrei vivere senza.

Ti è piaciuta la storia di Rebecca? Puoi leggere quella di altre Giovani Speranze a partire da Nadia!

 


Giulietta Verona

L’amore e l’arte: variazioni sul tema

L'amore e l'arte: variazioni sul tema. Questa è la settimana di San Valentino, tradizionalmente vocata a celebrare l’amore. Per questo vogliamo parlare di un’organizzazione non profit nata per valorizzare la storia d’amore più famosa di tutti i tempi e  stimolare le emozioni attraverso grandi opere d’arte che raffigurano questo sentimento.

E visto che la nostra rubrica, Sguardi Inclusivi, si basa sull’idea di scoprire nuovi punti di vista sulla realtà, scopriremo come la forza creativa espressa da un singolo artista sia in grado di parlare a tutti. Perché? Perché l’arte ha il potere di indagare le profondità dell’uomo, delle sue emozioni e non c’è nulla di più universale e inclusivo dell’amore.

L’amore e il Terzo Settore

Tre indizi formano una prova:

  • Si parla d’amore
  • la nostra Fondazione ha sede a Verona
  • Verona è la città dov’è ambientata la storia di Romeo e Giulietta

… e anche il Terzo Settore veronese ha i suoi campioni sul tema dell’amore: il Club di Giulietta.

Associazione culturale senza scopo di lucro nata negli anni ’70 dalla mente di Giulio Tamassia e un gruppo di artisti e intellettuali accomunati dalla passione per la leggenda di Romeo e Giulietta, il Club di Giulietta, ora guidato dalla figlia Giovanna, ha ideato negli anni varie iniziative legate all’eroina shakespeariana e al tema dell’amore.

La più nota è la Posta di Giulietta. Una tradizione nata negli anni Trenta, quando il custode della Tomba di Giulietta iniziò a raccogliere e a rispondere agli scritti amorosi che i turisti lasciavano sul monumento in cerca di un consiglio. Oggi moltissime persone da tutto il mondo scrivono alla romantica eroina confidando le proprie gioie ma anche i patimenti amorosi. Un gruppo di volontarie dell’associazione si occupa di tradurre e rispondere nel nome di Giulietta ad ogni lettera ricevuta. Ognuno di queste viene poi conservata nell’archivio del Club, che ad oggi custodisce migliaia di storie d’amore.

Da oltre trent’anni il premioCara Giulietta", destinato alle più belle lettere ricevute dall’associazione, celebra questo straordinario fenomeno epistolare, unico e suggestivo. Nei nostri tempi, caratterizzati dalla distanza dei rapporti sociali, dall’assenza nell’onnipresenza dei social, il premio valorizza quel gesto umano che travalica i secoli che è lo scrivere, trasporre i fremiti del cuore in parole.

L’Associazione nel 1996 ha costituito anche al premio letterario internazionaleScrivere per Amore”. Un premio giunto alla sua 27° edizione, dedicato alle opere di narrativa, pubblicate in lingua italiana, anche straniere, sul tema dell’amore. "Scrivere per Amore" si configura come un vero e proprio festival letterario, articolato in quattro giorni di incontri e dialoghi con gli autori nella città di Verona.

Giulietta è da sempre la madrina degli amori imperfetti, contrastati, a distanza, totalizzanti, ma anche di quelli felici e corrisposti. Per questo ogni anno migliaia di visitatori si recano nei luoghi della città legati alla storia degli amanti di Verona. Il Club di Giulietta ha avuto il merito di dare vita al mito e sostenere il valore simbolico dello scrivere per amore.

L’amore e l’arte: variazioni sul tema. Le opere d’arte consigliate dalla rubrica Sguardi Inclusivi

Il Bacio di Francesco Hayez (1859)

 

Il Bacio di Francesco Hayez è uno dei manifesti dell’arte romantica italiana ed emblema della passione amorosa. E' un dipinto di epoca risorgimentale. Gli abiti delle figure infatti richiamano simbolicamente i colori della bandiera francese, in quegli anni paese alleato dell’Italia nel contrastare il dominio austriaco,

Ritrae una fanciulla che abbraccia un ragazzo. Lui le prende il viso tra le mani e si scambiano un bacio appassionato che però sancisce un addio. Il giovane infatti sta per andarsene, come suggerisce il piede sinistro già poggiato sullo scalino e pronto a far uscire il personaggio di scena. Sul fondo poi c’è un’ombra, che carica di tensione l’atmosfera di questo romantico addio.

Di questa opera di Hayez esistono più versioni. Da sempre gode di grande popolarità ed è stata spesso utilizzata per rappresentare gli amanti di Verona, Romeo e Giulietta.

L'edera di Tranquillo Cremona (1878)

 

Il dipinto realizzato da Tranquillo Cremona, appartenente all’ambiente della Scapigliatura, ritrae un giovane che tenta di trattenere a sé una ragazza. Sul viso di lei però non compare il medesimo trasporto. Chissà se ricambierà l’abbraccio, se la sua ritrosia è preludio di un addio o una semplice pausa prima di abbandonarsi tra le braccia dell’amante.

Ciò che  affascina di questo quadro, che ingentilisce la raffigurazione della realtà con pennellate vaporose e sfumate, è l’edera che fa capolino sul lato destro in primissimo piano. L’edera è simbolo della passione amorosa, del desiderio che avvinghia gli amanti, proprio come la pianta che fa dell’abbraccio il suo movimento vitale.

 

Gli Amanti Blu di Marc Chagall (1914)

 

Gli Amanti Blu è un dipinto di Marc Chagall, pittore russo di origine ebrea, della corrente artistica cosiddetta Scuola di Parigi.

Gran parte della produzione di questo artista è legata al suo mondo interiore. Il tema della famiglia, dell’amore coniugale, la nostalgia per il paese natale e la sua vita contadina, la tradizione ebraica.

In quest’opera il pittore ritrae sé stesso e la moglie Bella, nell’istante che precede un bacio.

L’amore è sempre stato per Chagall una fonte di ispirazione ma soprattutto una forza generatrice. Nella sua biografia, infatti, scriveva: “Nella vita, proprio come nella tavolozza del pittore, non c’è che un solo colore capace di dare significato alla vita e all’arte: il colore dell’amore”.

L’atmosfera del quadro, immerso in un mare di blu, è onirica e contemplativa. Gli occhi dell’artista sono chiusi, come per concentrarsi sull’intensità dell’emozione. Il suo capo è cinto da una corona d’alloro, quella dei poeti, dei condottieri, dei vincitori in epoca classica. E in quel momento probabilmente Chagall si sentiva proprio così. Cantore del sentimento più forte che l’uomo sappia provare, ma soprattutto si sentiva amato e dunque vincitore.

Diego nella mia mente di Frida Kahlo (1943)

Le opere di Frida Kahlo sono sempre fortemente autobiografiche. Spesso erano come specchi in cui l’artista rappresentava simbolicamente il proprio mondo interiore, per fermare un istante emotivo o forse anche come strumento terapeutico di autoanalisi.

Diego Rivera, l’uomo ritratto al centro della sua fronte, era suo marito, un pittore molto famoso e le era tremendamente infedele. Il loro amore, turbolento, costellato anche di ripetute separazioni, durò però per tutta la vita e fu intenso e travolgente per entrambi. Un legame che non si è mai infranto e li ha sempre tenuti uniti. Proprio come la rete di linee intricate che parte dal capo dell’artista, a simboleggiare forse questo attaccamento inestinguibile e pervasivo nei confronti del marito.

 

E tu, in quale di queste opere di senti più rappresentato?

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Volontariato d’impresa? Ecco come puntarci!

Volontariato d’impresa? Ecco perchè e come puntarci!

In Italia, secondo un’indagine condotta da Osservatorio Socialis, dopo il 2020, il 96% delle imprese ha investito in attività filantropiche di Corporate Sociale Responsability (CSR) attraverso iniziative che hanno favorito un miglioramento reputazionale, l’aumento della soddisfazione da parte dei dipendenti e rinvigorito il senso d’appartenenza. Nell’ultimo decennio le iniziative di CSR mantengono un investimento finanziario in costante crescita e il 26% delle aziende dichiara di impegnarsi in attività di volontariato aziendale all’interno del contesto imprenditoriale, con donazioni sul territorio e in casi più limitati anche all’estero.

Le forme di volontariato d'impresa

Il volontariato d’impresa è una forma di supporto incoraggiata dall’azienda per organizzare attività di partecipazione del proprio personale alla vita della comunità locale, supportando organizzazioni non profit durante l’orario di lavoro. Secondo la normativa l’azienda può adottare molteplici le formule:

  • Volontariato aziendale: durante l’orario lavorativo i dipendenti si dedicano ad attività di servizio a beneficio di un’organizzazione
  • Community Days: iniziative di volontariato della durata di uno o più giorni in cui è coinvolta l’intera azienda
  • Team Grant: erogazioni da parte dell’azienda a fronte di un lavoro di volontariato realizzato da un team di dipendenti
  • Servizi pro bono: concessione gratuita di servizi o di specifiche competenze professionali al servizio di coloro che non sono in grado di affrontarne il costo
  • Programmi di leadership:offerti a manager, dirigenti, membri del CdA, per supportare per un periodo di tempo variabile un’organizzazione non profit
  • Volontariato di competenza: si fa riferimento a molteplici forme di impegno solidaristiche attraverso le quali i dipendenti delle aziende (dai dirigenti apicali agli impiegati esecutivi, passando per le figure intermedie nella piramide organizzativa) mettono le proprie capacità professionali al servizio della comunità, principalmente durante l’orario di lavoro, perciò con l’autorizzazione dei propri capi.

I vantaggi del volontariato d’impresa

Il volontariato d’impresa registra un vantaggio tangibile per le aziende in merito alla reputazione dell’immagine aziendale. Le imprese intervistate da un’indagine Bocconi nel 2021, hanno constatato:

  • aumento della motivazione del personale;
  • miglioramento del clima interno;
  • sviluppo di maggiori opportunità sul mercato con una migliore fidelizzazione della clientela.

I vantaggi non si esauriscono però alle aziende perché anche gli enti del Terzo Settore registrano:

  • miglioramenti nella promozione della propria mission
  • maggiore estensione di destinatari dei servizi
  • acquisizione di maggiori competenze
  • miglioramento nella ricezione di contributi economici e maggiore visibilità.

Ciononostante, le organizzazioni sociali hanno dichiarato il forte rischio di rendere il volontariato d’impresa un mero strumento di appannaggio. Il fine di queste operazioni spesso si trasforma in una strumentalizzazione volta ad accrescere l’appeal presso i consumatori senza un reale investimento nelle politiche di sostenibilità. E’ possibile allora promuovere azioni realmente sostenibili con un impatto di lungo periodo?

Progettazioni condivise per nuove forme di volontariato

L’esperienza maturata negli anni da Fondazione Cattolica, in contatto con imprese ma al tempo stesso con una rete di enti del Terzo Settore, permette di individuare una strada nella progettazione condivisa. Il volontariato di competenza, tra le formule di volontariato d’impresa in ascensa e fiscalmente deducibile, si dimostra un valido strumento per creare una connessione tra il mondo aziendale e il non profit se agito all’interno di un percorso di reciprocità. A tal punto, la Fondazione agisce per favorire la connessione tra mondi mettendo in relazione organizzazioni con obiettivi affini, valori comuni e intenti condivisi favorendo così i regolamenti varati dall’UE sui bilanci di sostenibilità che impongono alle aziende di introdurre alcuni indicatori chiave di prestazione per dimostrare di aver realmente privilegiato i lavoratori, la comunità e l’ambiente, in un’ottica di contribuzione delle aziende alla sostenibilità economica, ambientale e anche sociale. 

Vuoi sapere come creare collaborazioni propositive con aziende o enti del Terzo Settore? Scrivici!


Il PCTO in Fondazione Cattolica

Il PCTO in Fondazione Cattolica

Dopo la positiva esperienza del 2023, Fondazione Cattolica sceglie di riaprire le porte agli studenti delle scuole di Verona e Provincia per offrire agli studenti la possibilità di vivere un'esperienza di PCTO (ex Alternanza Scuola Lavoro) stimolante.

PCTO: Sperimentare per crescere

Altro che fotocopie! “Sperimentare per crescere” è la proposta di PCTO pensata per i ragazzi del triennio che vogliono mettersi in gioco, scoprire la realtà circostante e ideare soluzioni che possono migliorare il contesto scolastico. Obiettivo? Conoscere facendo!

PCTO: il programma

L'esperienza di PCTO si articola su 3 settimane nel mese di giugno per un monte ore complessivo di 60. Gli studenti parteciperanno al mattino dalle 9 alle 14, dal lunedì al giovedì, all'interno della sede della Fondazione e in uscite predefinite.

  • Dal 10 al 13 giugno, Fondazione Cattolica accompagna i partecipanti a conoscere Imprese Sociali che operano a Verona nel settore giovanile, culturale, artistico e di riuso creativo. Ogni visita permetterà ai ragazzi di toccare con mano la realtà circostante, conoscere, sviluppare un pensiero critico e li ispirerà. Grazie alla collaborazione con gli enti non profit ospitanti, gestiremo laboratori formativi in loco e attività esperienziali.
  • Dal 17 al 20 giugno, l'attività si svolgerà in Fondazione Cattolica dove i ragazzi verranno guidati nella conoscenza dalla progettazione imprenditoriale attraverso laboratori formativo-educativo in piccoli gruppi. Insieme a professionisti del settore, i partecipanti vivranno esperienze progettuali di team con l'obiettivo di realizzare un'idea utile per la scuola. I ragazzi prenderanno confidenza con strumenti di design che li aiuteranno a mettere nero su bianco i passaggi per trasformare un'idea in un progetto.
  • Infine, dal 24 al 27 giugno, si passerà alla preparazione della presentazione allenando le capacità tecniche e traversali utili per un pitch efficace!

La Fondazione, a fronte della presentazione delle idee e della condivisione delle più meritorie ai Dirigenti Scolastici degli Istituti d'appartenenza degli studenti, si riserva la possibilità di contribuire alla realizzazione del progetto.

In sintesi

Attraverso questo PCTO i partecipanti verranno accompagnati da Fondazione Cattolica in organizzazioni che operano sul territorio creando possibilità di crescita sostenibili. L’analisi delle esperienze, insieme ad attività legate all’assimilazione di competenze imprenditoriali, permetterà agli studenti di ideare progetti rivolti alle scuole! L’esperienza naturalmente è gratuita. Agli studenti si richiede di partecipare con un proprio pc.

Per saperne di più o chiedere di partecipare all'esperienza, scrivere alla Fondazione!


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