Le imprese sociali: tra cambiamenti, business sostenibile e sviluppatori sociali

Nicholas è un ragazzo curioso, desidera esplorare il mondo, conoscere le persone e immagina per sé un futuro di senso, in cui il suo agire possa avere un impatto positivo sulla vita degli altri. La vita lo porterà a diventare sviluppatore sociale per imprese sociali.

Un nuovo profilo: lo sviluppatore sociale

Dopo un’esperienza importante all’estero, Nicholas cura lo sviluppo commerciale del progetto Beelieve della cooperativa Progetto 92, un progetto di startup nato per favorire la formazione e l’occupazione di ragazzi NEET, creando prodotti ad alto impatto ambientale. In quell’occasione inizia a capire, a mettere a fuoco quale può essere il suo contributo nella società.

Nicholas è bravo a sviluppare processi, immaginare business plan sostenibili, programmare attività, stringere partnership commerciali. Una sfida che diventa consapevolezza: decide di diventare uno sviluppatore sociale.

Oggi Nicholas lavora per la cooperativa sociale di Trento La Rete, una realtà rivolta alle persone con disabilità, attiva da oltre 30 anni, che nel tempo ha mantenuto forti motivazioni e spirito innovativo. Lì si occupa di sviluppare l’impresa sociale e produrre un business sostenibile, ovvero un profitto che rispetta tutte le persone e tutte le materie coinvolte. Come si fa? Per dirlo con un’immagine chiara e semplice “ci si mette nelle scarpe degli altri”, dice Nicholas, “e bisogna pure essere un po’matti”. Far dialogare economia e sociale, le esigenze del business e i bisogni della fragilità è una missione sfidante e complessa, ma con passione, creatività e coraggio si può raggiungere l’obiettivo.

Le imprese sociali in Italia: tra cambiamenti, business sostenibile e sviluppatori sociali

Dalle ultime rilevazioni Istat, il Terzo Settore in Italia conta più di 360 mila enti non profit, genera circa 70 miliardi di entrate, coinvolge 5 milioni di volontari e oltre 860 mila dipendenti.

Il mondo del non profit, ci racconta Tomas Chiaramonte, Segretario Generale del Coordinamento Nazionale Associazioni Diocesane Opere Assistenziali, nasce in Italia nel dopoguerra da iniziative territoriali legate alle istituzioni locali (parrocchie, comuni, istituti religiosi). Nel tempo ha mantenuto dimensioni medio piccole (l’82% non supera i 100.000 euro di entrate annue e solo il 4,8% supera i 500.000 euro di fatturato annuo) e la caratteristica vicinanza al territorio. Oggi possiamo immaginare nuove categorie, propone Chiaramonte, per valutare il reale impatto sociale delle realtà del Terzo Settore sulle comunità di riferimento:

  • la sostenibilità in relazione alla mission
  • l’eticità delle organizzazioni
  • la capacità di generare impatto sociale

Negli ultimi anni, il mondo del non profit e delle imprese sociali in particolare è profondamente cambiato. Dal 2015 al 2019 i dati registrano un incremento del 7,8% delle imprese sociali presenti sul territorio nazionale, che segue l’aumento del 28% registrato dall’Istat nel censimento 2001-2011 rispetto i 10 anni precedenti. Un tasso di crescita tre volte superiore quello delle imprese profit. Anche i numeri dell’occupazione sono notevolmente aumentati. Ciò significa che il cambiamento è stato importante e trasversale, dal punto di vista della professionalizzazione ma anche della valorizzazione. In tale contesto è infatti nata la Riforma del Terzo Settore, che regola e potenzia il mondo del non profit.

La sostenibilità del Terzo Settore

Come si sostengono le realtà del Terzo Settore? Il 28,6% delle entrate proviene da contributi pubblici, il restante, di fonte privata, è composto da donazioni, contributi in natura, come beni e volontariato, e corrispettivi relativi all’attività erogata (sanitaria, socio-assistenziale, sportiva, culturale, formativa).

Il Terzo Settore rappresenta, insieme al mercato, uno dei pilastri fondamentali della nostra società ed è importante che in futuro sappia mantenere il legame con la territorialità, l’attenziona all’utenza, ai bisogni che cambiano. Come indica Chiaramonte, serve un Terzo Settore etico e capace di coordinarsi per il bene comune, libero da interessi speculativi, sostenibile ed innovativo ma soprattutto adeguatamente supportato sia dalla pubblica amministrazione che dal mondo dell’impresa.

Vuoi conoscere altri “Intraprendenti” che abbiamo incontrato in questi anni? Leggi la storia di Christian!


Vincenzo e l'esperienza di GOEL

Vincenzo e l’esperienza di GOEL

Ci vuole coraggio. Vincenzo è un bambino quando capisce che nella vita si può scegliere: puoi inginocchiarti al sistema o lottare per cambiarlo. E tra le due vie, Vincenzo sceglie la seconda.

Inizia a percepire cos’è la ’ndrangheta tra i banchi di scuola. La vede nella prevaricazione, nella violenza gratuita, nella sopraffazione che diventa protezione quando i bambini si arrendono alla forza bruta di coetanei da cui non possono scappare. Tutti sanno. Tutti vedono. Eppure regna il silenzio.

Il sistema mafioso è pervasivo. Bisogna imparare a farsi rispettare fin da piccoli per questo la scuola diventa un luogo d’allenamento al futuro che li aspetta, un futuro fatto di vittime e oppressori.

Ma Vincenzo a quest’idea di domani non ci sta.

È un ragazzo timido, ma curioso e creativo. Lascia che le parole di Gesù e di Gandhi illuminino il suo percorso e a 18 anni si accorge ha bisogno di qualcosa di più. Fa servizio ad un campo di vacanza e studio insieme a persone disabili, conosce le comunità di Capodarco e la Comunità Progetto Sud e capisce che la sua vita deve diventare un’impresa comunitaria. Ma come?

Si iscrive a Psicologia. Studia, lavora e soprattutto vive. Vincenzo è un ragazzo attivo che anima la realtà e raggruppa persone. Coinvolge coetanei in un gruppo fondato nel suo paese: commercio equo e solidale, attività nonviolente e pacifiste; appassiona i giovani al volontariato. Insegue un percorso di cambiamento e di lotta per la giustizia sociale. E nella piccola realtà calabrese in cui vive si accorge che il mondo è troppo complesso per essere letto con una sola chiave di lettura.

Molla l’università e studia da autodidatta. “Pensa al tuo futuro!” gli dicono gli adulti intorno a lui, ma Vincenzo ha bisogno di conoscere e di capire. Studia non solo psicologia, ma anche sociologia, teologia, antropologia, economia… impara tutto perché per resistere alla ’ndrangheta bisogna rompere la violenza psicologica ma anche costruire un sistema etico ed efficace che faccia sentire il suo popolo unito e forte.

La Calabria rimane una terra dalle ferite aperte. Perché siamo messi così male? Si chiede Vincenzo insieme a un gruppo di persone impegnate come lui, in un “cenacolo di riflessione”. E la risposta per lui diventa il “progetto GOEL”.

È una terra di vuoti e mancanze. Di vampirismo di risorse pubbliche, di inefficienza comandata e clientelismo.  Di omertà e isolamento. Ma è anche una terra di lottatori e sognatori, una terra meravigliosa, con potenzialità straordinarie. Per cambiare serve innovare l’economia, unire e dare un tetto a tutti i calabresi che hanno il coraggio di ribellarsi al meccanismo perverso che con voti comprati, incendi, minacce e sabotaggi rende sterile la vita.

GOEL nasce nel 2003. È un piccolo gruppo di cooperative sociali che capisce che ai calabresi servono fatti non parole. Lottano contro il futuro segnato di tanti bambini e adolescenti; sviluppano progetti d’accoglienza per i migranti; danno dignità alla disabilità mentale; attivano reti di turismo responsabile mobilitando comunità ricettive, inventano il primo marchio di moda etica di fascia alta. Organizzano chi ha il coraggio di dire no: cittadini, imprenditori ma anche agricoltori, con i quali riscostruiscono una filiera agroalimentare di qualità, che dà valore al lavoro operato e nella quale conviene stare!

Gli anni passano e GOEL dimostra che l’etica efficace porta frutto. Oggi raggruppa circa 350 dipendenti. Crea lavoro, paga stipendi e rende libere le comunità. GOEL ha rielaborato un nuovo e potente approccio all’etica che oggi vuole diffondere attraverso un libro dal titolo “manuale dell’etica efficace”, che si rivolge a chiunque nel mondo vuole promuovere dignità e cambiamento.

A 53 anni Vincenzo sa che cambiare il destino della sua terra non è un lavoro, è una vocazione!

«Il nuovo fa spesso più paura dei fallimenti che siamo abituati a reiterare. Ciò che non ha funzionato, non funzionerà: bisogna avere il coraggio di non rimuovere i fallimenti, ma conservarli con cura e apprendere da essi. Dopodiché imboccare strade non battute, guidati da una scrupolosa “follia creativa”».

Lui è Vincenzo Linarello, un uomo che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere la Rubrica "Persone che fanno la differenza" con la storia di Clara


La Fabbrichetta: uno spazio per la comunità della comunità

 

L’inclusione della marginalità, della fragilità e della disabilità è l’obiettivo di molte realtà che operano nel sociale. Le declinazioni possibili per mettere a terra questa prospettiva sono molteplici. La cooperativa Il Ponte di Invorio , guidata da Mauro Fanchini, crea opportunità di inserimento lavorativo da 35 anni e a settembre 2023 ha inaugurato la Fabbrichetta, un luogo speciale, aperto e accessibile a tutti, dove creare relazioni e costruire futuro. Uno spazio “per la comunità della comunità”.

La cooperativa il Ponte

La cooperativa il Ponte nasce nel 1988 e si occupa di inclusione lavorativa di persone con disabilità e svantaggio sociale. Negli anni il Ponte si è ha trasformata da  cooperativa di piccole dimensioni ad una realtà complessa, con 6 sedi e 240 collaboratori.

L’inserimento lavorativo avviene secondo un modello che Mauro definisce “transitivo”: dopo un primo periodo di osservazione di durata variabile, durante il quale si valutano le capacità residue, le abilità espresse, i bisogni, le potenzialità dei singoli, le persone vengono preparate e formate attraverso percorsi dedicati all’interno della cooperativa e poi vengono inserite in azienda. “Dall’inizio dell’anno sono già state formate 320 persone” racconta Mauro “e solo nell’ultima settimana abbiamo inserito 3 persone in aziende del nostro territorio”. Aziende che vengono ingaggiate attraverso un lavoro capillare nelle aree limitrofe, sia per la ricerca di posizioni aperte, sia per stabilire un dialogo più profondo che sviluppi una riflessione sul significato dell’accoglienza di persone svantaggiate. “Accogliere una persona con disabilità in azienda, non deve più essere solo l’assolvimento di una prescrizione legislativa, un obbligo, ma una possibilità”. Il ruolo delle imprese è fondamentale per produrre un reale cambiamento sociale: è necessario che le aziende comprendano il loro ruolo di responsabilità e il legame che le stringe al contesto in cui operano.

“Un altro aspetto da valorizzare - continua Mauro - è il momento dell’ingresso della persona fragile in azienda. Entrano in gioco temi come l’accoglienza, la paura, la relazione. Un meccanismo complesso che necessita di attenzione non tanto sull’utente, che viene costantemente seguito dagli educatori dei servizi sociali che lo hanno in carico, ma sul tutor aziendale: da un lato per fornirgli gli strumenti adeguati per gestire l’accoglienza e dall’altro per valorizzare il suo ruolo all’interno dell’azienda”.

La Fabbrichetta: un luogo dove si costruisce futuro

La cooperativa cercava ad Arona uno spazio che diventasse un’opportunità per sperimentare nuove forme di inclusione. Dall’incontro fortunato con un imprenditore che si interrogava sul futuro delle nuove generazioni, è nato un progetto di riqualificazione di un uno stabile, una vecchia fabbrica del ghiaccio, che è diventata luogo per la comunità.

In questa opera di rigenerazione industriale, sono stati sviluppati tre percorsi:

  1. Una zona laboratoriale-produttiva per l’inserimento di persone con disabilità e persone con svantaggio sociale;
  2. Un’area per stage formativi pratici ed esperienziali rivolti ai giovani in collaborazione con le aziende, per l’avviamento al mondo del lavoro;
  3. Uno spazio affidato e autogestito dai giovani, attraverso l’associazione Amici del Fermi dell’Istituto tecnico omonimo, per lo studio e l’aggregazione. I ragazzi hanno la piena disponibilità delle aree dedicate e possono sperimentare la relazione con l’Altro e con la fragilità.

Il progetto non si esaurisce con la ristrutturazione dello stabile e l’individuazione delle destinazioni. L’obiettivo de Il Ponte è ora dare vita a questa contaminazione, stimolare una cultura dello stare insieme, per vivere davvero la comunità e generare nuove possibilità.

Mauro e la poetica del desiderio

La Fabbrichetta nasce per rispondere a dei bisogni concreti emersi dal territorio in cui la cooperativa Il Ponte opera. Ma origina anche da una particolare visione della vita di Mauro: vivere la vita e non lasciarsi vivere, giocare un ruolo attivo attraverso il raggiungimento della consapevolezza del nostro agire. “E’ importante capire bene cosa siamo qui a fare e non è una cosa che si capisce a 20 anni, ci vuole forse tutta una vita e magari non si capisce mai fino in fondo”. Mauro la chiama logica del desiderio o dell’innamoramento. “Desiderio vuole dire innamorarsi. Non solo di una persona, ma anche di un progetto, di un fiore, di qualcosa di bello. L’innamoramento è quella situazione in cui l’uomo è veramente vitale ed esprime tutta la sua pienezza”.

Questa è la logica che muove e giustifica le scelte e le progettualità della cooperativa e che consente di affrontare ogni giorno le sfide che la realtà pone.

La realizzazione della Fabbrichetta

La Fabbrichetta è stata costruita grazie al contributo dei singoli cittadini e attraverso la compartecipazione di 3 realtà: ente pubblico, imprenditori e terzo settore. Del mondo non profit hanno partecipato una cooperativa, un’associazione di promozione sociale e un’organizzazione di volontariato, una buona rappresentanza delle varie componenti del Terzo Settore. “Abbiamo visto che fare le cose insieme si può” dice Mauro. “Già alcuni anni fa avevo provato a mettere insieme queste realtà e avevo chiamato questo esperimento Il triangolo di Penrose. Un nome dato per indicare qualcosa che sembra apparentemente irrealizzabile, proprio come quel triangolo, una figura geometrica che è possibile disegnare ma impossibile realizzare fisicamente”.

 “Il progetto della Fabbrichetta - prosegue Mauro - è la conferma che questa sinergia è possibile ed è su questa strada che vogliamo proseguire”.

Vuoi conoscere altre realtà culturali con cui Fondazione ha collaborato in questi anni? Scopri l’energia delle Mine Vaganti e il teatro che crea comunità.


Fondazione Comunità San Gennaro

Davvero possiamo credere che la bellezza salverà il mondo?

Le indagini statistiche degli ultimi anni testimoniano che in Italia la cultura ha generato un indotto monetario pari al 16% dell’economia. Il rapporto Io sono cultura realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, evidenzia che quasi 38 mila organizzazioni non profit operano nell’ambito della cultura e della creatività (quasi l’11% degli enti attivi nel Terzo Settore). Numeri che non si limitano alle sole attività prodotte ma che generano un impatto territoriale, come quello turistico e dei trasporti, per un valore di 176 miliardi. Viene quindi da chiedersi: la bellezza può incentivare la creazione di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro? Ne abbiamo parlato insieme a Mario Cappella Direttore di Fondazione di Comunità San Gennaro.

Mario, partiamo dalla vostra storia. Fondazione di Comunità San Gennaro nasce in un territorio complesso. Ce lo racconti?

Il quartiere Sanità è al centro di Napoli, ma per una serie di peripezie storiche è pian piano diventato una zona di periferia. Nell’Ottocento era un luogo di passaggio: il re vi transitava per raggiungere la tenuta di Capodimonte e questo ha fatto nascere lungo il tragitto numerosi palazzi nobiliari di pregio. Negli anni a seguire però sono stati chiusi tutti gli accessi e il quartiere è stato progressivamente staccato dal resto della città, attraverso il cemento e le scelte politiche. L’isolamento ha avuto il merito di preservare alcune belle architetture, ma ha determinato anche un progressivo degrado culturale, sociale ed economico. Chi vi abita oggi spesso non ha mai visto il mare, che pure dista poche centinaia di metri e sente Napoli come una città distante.

La sensazione è che siamo sempre stati seduti su un tesoro, ma con la convinzione di essere brutti e cattivi.

Cosa ha significato per voi parlare di bellezza e portarla all’interno del Rione e cosa avete fatto?

Per prima cosa non abbiamo dovuto portare bellezza perché c’è sempre stata, ma era sottovalutata e non compresa. Quello che abbiamo fatto è stato farla comprendere, valorizzarle, dare visibilità.

La bellezza è una delle principali categorie educative: se educhi alla bellezza un popolo diminuirà la negatività e aumenterà il pensiero positivo. Educare al bello significa scardinare l’idea che abbina la povertà al brutto, elevare lo spirito, sviluppare l’orgoglio e l’autostima. La bellezza fa aumentare il livello culturale di una comunità!

La nostra idea è stata dunque rompere l’isolamento. Da un lato abbiamo fatto uscire i ragazzi fuori dal quartiere attraverso viaggi, tirocini, stage lavorativi all’estero, per mettere nei loro cuori la coscienza di altre vite possibili. Dall’altro abbiamo trovato il modo di far entrare le persone nel quartiere.

Come è stato lavorare con il territorio?

La strategia è stata aumentare i legami di comunità e territorialità per far scoprire il nostro quartiere.

Quello che abbiamo avviato è un processo culturale che ci ha imposto di porre obiettivi a lungo termine. A differenza del lavoro per progetti, i processi implicano tanti piccoli passi. Siamo partiti in pochi, come del resto ha fatto anche Gesù, che all’inizio aveva solo 12 uomini su cui contare, e fin da subito abbiamo puntato sul lavoro in rete e in comunità: qualsiasi cosa fai deve attivare sempre più legami con gli altri, perché una cosa positiva se la faccio da solo è un’opera di bene se la faccio con gli altri è vero cambiamento.

Concretamente abbiamo iniziato organizzando le visite turistiche di una piccola catacomba, quella di San Gaudioso, dando in gestione ai ragazzi la casa canonica del prete trasformata in un B&B, chiamato Casa del Monacone. Queste sono state le prime iniezioni di fiducia. Nel 2006 è nata la prima cooperativa, la Paranza, e poi con la gestione delle catacombe di San Gennaro abbiamo fatto il grande passo! Erano catacombe molto estese, più conosciute, ma fuori quartiere: abbiamo deciso allora di riaprire una delle porte di comunicazione con la città che erano state chiuse e di regalare la visita alle catacombe di San Gaudioso a chi comprava il biglietto per recarsi alle catacombe di San Gennaro. E così i turisti hanno ricominciato ad entrare nel nostro quartiere.

A distanza di quasi 10 anni, quale impatto avete generato?

È nata la comunità educante. Adesso abbiamo servizi culturali ed educativi che lavorano insieme. Lo posso descrivere con due indicatori: quando abbiamo aperto il primo B&B i turisti che prenotavano non arrivavano. Perché? Perché i tassisti quando sentivano dove dovevano andare li dirottavano altrove. Oggi i tassisti sono i nostri primi promoter e suggeriscono ai turisti di venire da noi! L’altro è che prima avevamo un quartiere depresso, senza attività commerciali, oggi invece non si trovano spazi liberi per aprire nuove realtà!

La cultura ha rivitalizzato la comunità, sotto vari profili. Infatti, come dice la convezione di Faro, ogni bene culturale, dovrebbe essere una risorsa per l’intera comunità che lo abita. In questo modo si trasformano le cattedrali nel deserto.

Quali resistenze avete trovato e quali alleati vi hanno supportato nello sviluppo delle attività?

Abbiamo incontrato le resistenze più classiche: “non si è mai fatto quindi non si può fare”, “se l’avessi fatto io l’avrei fatto meglio”, “chissà quale santo ha in Paradiso”. Ho riscontrato eccessivo protagonismo, difficoltà a mettersi insieme e a perdere piccoli pezzettini della propria identità in nome di un progetto più grande, gelosie, furbizie, finte collaborazioni. Ma ci sono anche gli uomini di buona volontà, e seppure provenienti da luoghi diversi, ci si riconosce, per affinità di visione e di pensiero. La nostra Fondazione è così, composita ed eterogenea, ma poggia su una rete di alleanze inimmaginabile, che ha abbattuto ogni rigidità. Ognuno con le sue competenze, che hanno arricchito la nostra realtà.

Dalla vostra esperienza pensi che la bellezza possa incentivare lo sviluppo di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro?

Si! In futuro dovremmo diventare più capaci di recuperare il valore delle emozioni che sono il mezzo più efficace di apprendimento per crescere. In questo modo possiamo ridefinire l’obiettivo di arrivo che non è una crescita esasperata ma una fioritura corale. E la bellezza a questo punto diventa la prima categoria di cambiamento. Soprattutto in Italia: siamo un paese che potrebbe vivere di ambiente e bellezza, per goderne e anche per creare economia. Dobbiamo solo riscoprire la capacità di valorizzare i nostri tesori, lì sta la chiave per risolvere molti problemi del nostro territorio, educativi, economici, di sviluppo. Le innovazioni tecnologie sono molto affascinanti, ma cosa hanno da dire in più rispetto al paesaggio e alla cultura? Possono solo integrarlo.

 

Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”, puoi partire dall'intervista ad Ally Beltrame sull'educazione responsabile.


Non temere quello sguardo, fallo risplendere!

Elena ha occhi capaci di guardarti dentro. La curiosità per l’umano, le storie e i volti delle persone, la porta a studiare psicologia e psicoterapia. Approfondisce il tema dei disturbi di salute mentale e lo guarda negli occhi, non teme quello sguardo, ma restare chiusa nello studio in attesa dei pazienti non fa per lei. Elena vuole agire, stare in relazione, aiutare le persone a superare le differenze e farle risplendere!

Non temere quello sguardo, fallo risplendere!

Quando Elena arriva alla cooperativa Panta Rei costruisce un nuovo modo di guardare e interagire con chi presenta disturbi di salute mentale. Non più pazienti, ma persone. Uomini e donne valorizzati nelle loro abilità, che possono contribuire allo sviluppo della comunità e partecipare ai luoghi della socialità.

Elena non propone intrattenimenti ma lavoro. Azione, perché è attraverso il "fare" che si può combattere lo stigma della diversità. È nell’agire che si annullano le differenze.

La cooperativa Panta Rei

Panta Rei, una cooperativa che conta nel proprio Cda soci lavoratori anche con disturbi di salute mentale, nella relazione con la fragilità punta in particolare su due strumenti:

  • Il lavoro
  • Il superamento della barriera operatore/utente

Il lavoro è azione concreta, che cura, dà dignità alla Persona, la toglie da una condizione di marginalità ed esclusione e la inserisce nei luoghi della socialità.

Come? Le mansioni vengono personalizzate secondo le esigenze e le possibilità della persona fragile, che viene accompagnata dagli operatori; in contesti lavorativi reali, non edulcorati. Inoltre viene valorizzato il rapporto con la clientela, per rendere il soggetto protagonista di uno scambio autentico e immediato.

La cooperativa Panta Rei è una realtà imprenditoriale che gestisce attività in vari settori produttivi. La conduzione di un ristorante, un albergo, due bar, un laboratorio di trasformazione dei prodotti alimentari, una lavanderia, servizi di pulizia e di gestione del verde.

Altro aspetto fondamentale è il superamento della barriera operatore – utente, come opportunità terapeutica e come modalità di lavoro. Entrambi lavorano fianco a fianco con pari dignità e nel fare insieme costruiscono un terreno condiviso che annulla le differenze.

Il bilancio sociale e la valutazione d’impatto delle imprese non profit

Come valutare l’impatto economico e territoriale di un’impresa sociale? Attraverso il bilancio sociale, spiega Giorgio Mion, professore associato dell’Università di Verona. Una prescrizione normata anche dalla riforma del Terzo Settore, che non ne fa però l’ennesimo adempimento burocratico, ma un’occasione di dialogo con i propri stakeholders e uno strumento per la valutazione d’impatto.

  • Il bilancio sociale è un documento pubblico, pensato per dare informazioni sull’attività realizzata
  • ma è anche una sorta di percorso di autoanalisi, che permette di comprendere l’impatto prodotto sui beneficiari e misurare il valore generato.

Quali modelli utilizzare per valutare l’impatto economico e territoriale delle realtà del Terzo Settore? Non è applicabile la tradizionale logica contabile e difficilmente si possono definire misure standard adottabili da tutti gli enti. La risposta è ancora aperta e sicuramente troverà vari sviluppi in futuro: individuare dei modelli aiuterà a perfezionare gli interventi e a determinare un cambiamento anche nella loro progettazione.

Ti interessa il tema della salute mentale? Nella nostra rubrica “Sguardi Inclusivi” abbiamo consigliato un film che parla proprio di questo, non temere lo sguardo della diversità, ma farlo risplendere, scopri qual’è!


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