“Eppertè” quel sapore autentico di cose buone
Mare, ristorante e gusto. A Chioggia ha aperto Eppertè un locale che porta la tradizione veneta a tavola insieme alle prelibatezze mediterranee. Un luogo dove si entra come clienti e si esce da amici, perché sviluppare inclusione lavorativa significa gustare insieme la bellezza della vita
Basta guardarlo per capire che Eppertè non è il classico ristorante di pesce che si può trovare a Chioggia. Una volta entrati se ne comprende la ragione. “Abbiamo dato vita ad un locale piccolo ma accogliente e curato fin nei dettagli. Una trattoria che produce piatti ricercati proprio per te!” racconta Luigi Liseno. Ma non sono solo i gusti e i profumi e colpire l’attenzione. Eppertè è un ristorante fatto di nomi personali, prima ancora che di ruoli…
Il ristorante Eppertè
Il locale nasce dopo anni di impegno della cooperativa sociale Impronta alla sagra del pesce. Un’esperienza intensa di lavoro ma anche di relazione. “Anno dopo anno la qualità del nostro servizio è migliorata, ci chiedevano se era il nostro lavoro, se avevamo un ristorante ma noi rispondevamo sempre di no. Fino a quando non si è presentata un’opportunità” ricorda Luigi.
Un’occasione da prendere o lasciare e la cooperativa sociale Impronta, impegnata a creare percorsi di sviluppo per giovani disabili, non ha avuto dubbi: prendere!


E così da gennaio 2022 il locale ha aperto le porte al pubblico. Ci sono Stefano, Andrea, Giacomo e Alessandra, Ambra, Luca, Nicola, Francesco e Isabelle, Francesco, Barbara, Selli, Alice, simone e Maila tutti impegnati in attività differenti. C’è chi ha fatto formazione di cucina con uno chef per preparare i piatti. Chi è diventato esperto di gestione della sala. E chi pensa a mantenere bello, pulito e accogliente il locale. “Crediamo molto nell’accoglienza, quando entri nessuno ti dirà Buongiorno ma Benvenuto” perché Epperte non cerca clienti ma persone con cui condividere la bontà della vita. Per questo presta attenzione a ricercare materie prime di qualità che vengono impastate, cucinate, cotte e servite con professionalità. Qui i profumi della tradizione veneta incontrano gli aromi mediterranei. Pesce e verdure a chilometro zero si sposano con i prodotti caseari lucani perché “abbiamo voluto puntare alla qualità e alla ricerca di materie prime realizzate da cooperative che lavorano per il bene delle persone e della terra”.
11 persone danno vita ad un ristorante e da esso traggono vita per esprimere le proprie potenzialità.
Il Gruppo Opera Baldo
Eppertè è l’ultima iniziativa sviluppata all’interno di Opera Baldo, un’associazione caritatevole con più di 80 volontari, nata per rispondere ai molteplici bisogni espressi dal territorio. Una realtà che si è strutturata negli anni in risposta agli incontri perché le domande lasciate senza risposta non sono mai piaciute ad Opera Baldo che per ciascuna ha deciso di trovare soluzioni personalizzate. Si sono così nel tempo strutturati e poi evoluti servizi di aiuto pomeridiano, di assistenza scolastica, supporto alla genitorialità, promozione sportiva e culturale. Ma anche manutenzione, pulizia e ricezione turistica.


“Quando incontri le persone e ascolti i loro bisogni viene automatico dire No, noi questo non lo facciamo. Ma quel bisogno resta lì, espresso, in cerca di te. E’ stato grazie alla mamma di Maria Silvia se abbiamo iniziato ad occuparci di disabilità. Di Giacomo se abbiamo avviato l’esperienza gestione bar. Noi non ci occupavamo di disabilità ma l’abbiamo abbracciata e con la cooperativa sociale Impronta sono nati percorsi educativi all’autonomia ed esperienze professionali”.
Caratteristiche della cooperativa sociale L'Impronta
Attraverso il ristorante, la cooperativa ha scelto di permettere ai ragazzi di sperimentare l’autonomia lavorativa che produce stima e dignità e permette di comprendere il proprio valore. “Un circuito virtuoso che provoca gioia. Perché non c’è sensazione più gratificante di vedere che ciò che prepari, cucini, servi è apprezzato”. Tutto ciò è stato reso possibile per la capacità di stare insieme ai giovani con disabilità. “Li respiriamo, conosciamo e ci muoviamo con loro. Insieme sappiamo cosa possono dare e cosa possiamo costruire. Per questo quando i genitori si preoccupano per il tema del dopo di noi rispondiamo: E di cosa vi preoccupate? I vostri figli stanno con noi”.
Ti è piaciuto leggere la storia di questa realtà? Puoi proseguire la lettura con Rivela
Voglio credere che la generosità sia l'arma per fermare questa follia!
La rete informale #Contagiamoci curata da Fondazione Cattolica nasce per attivare collaborazioni, condividere intenti, azioni e buone pratiche. Ma in questi anni ci siamo accorti che è anche molto di più...
E' aiuto, sostegno reciproco, condivisione di azioni per favorire il benessere delle persone. Oggi più che mai, in questo contesto emergenziale derivato dalla guerra, la rete #Contagiamoci sta dimostrando come insieme si possa dar vita a nuovi processi che danno speranza.
La cooperativa sociale Nuove Accoglienze, da anni impegnata in processi di inclusione dei migranti, si è attivata da subito per dar vita ad un centro capace di accogliere i profughi ucraini. Sono donne, mamme, bambini scappati da un conflitto che ha cambiato per sempre la loro vita. C'è bisogno di tanto. Di beni di prima necessità, di cure e di quell'umanità che sembra essere stata spazzata via. C'è bisogno di collaborare senza pretese. Chiedi e ti sarà dato dicevano. E così è...
Il messaggio
"Grazie!
È la prima parola che mi sgorga dal cuore e che la mia mente riesce a produrre dinnanzi a quella generosità immediata senza se e senza ma, di Andrea, Fabrizio e tutti i ragazzi più o meno giovani che compongono questa strana ma irripetibile famiglia che si chiama Gulliver.
Avevo chiesto pannolini e biscotti per i bambini ucraini e le loro mamme che come Coop N.A. stiamo accogliendo nei due hotel di Riolo Terme. Due strutture in disuso che con la volontà e la generosità di tutti nostri ragazzi, abbiamo non solo rimesso in piedi, ma reso accoglienti utilizzando tutto ciò che avevamo e tutto ciò che la generosità di molti ci ha donato. Non mi aspettavo che Andrea riuscisse a recuperare una quantità così rilevante di biscotti per l’infanzia, omogeneizzati e pannolini. Io non so come faccia ma è riuscito addirittura a riempire un pulmino nove posti privato dei sedili.
In questo momento così drammatico e così vicino al baratro dell’autodistruzione, voglio credere che solo la generosità ed il cuore lanciato aldilà dell’ostacolo, siano le vere uniche armi che come uomini e come donne noi possiamo usare per fermare questa insana follia, che ora, come migliaia d’anni fa uccide per qualche chilometro di terra per un campicello o per un villaggio.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di ritrovare il vero della Pietas romana, che non era soltanto vissuta nell’accezione della compassione. ma anche come il rispetto per la religione degli dei, per la patria, per la famiglia e per gli amici. Vorrei in questo momento dedicare ad Andrea l’ultima strofa di una poesia che io amo molto:
Uomini poiché all’ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo, per non aver pietà giammai avuto e non diventi rantolo il respiro sappiate che la morte vi sorveglia gioir fra i prati o fra i muri di calce, come crescer il gran guarda il villano finché non sia maturo per la falce.
Vorrei che al più presto si ripetesse l’incontro conviviale che abbiamo già avuto a Forlì. Potremmo parlare finalmente di pace.
Vi abbraccio tutti con il fraterno affetto di sempre. Gianfilippo"
Arianna, 26 anni e la domanda che le ha cambiato la vita
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Arianna, giovane impegnata nella comunicazione della cooperativa Sophia di Roma, da sempre alla ricerca di ciò che può far fare la differenza alle persone.
La casa con il giardino. Io sono una ragazza che sogna la casa con il giardino. Ma attenzione: non intendo quella classica da ultimo urlo per le riviste d’arredo! Me ne piace un altro tipo e per capirlo c’è voluto del tempo…
Sai cosa succede quando a scuola te la cavi bene? Puoi fare tutto. Io ho sempre voluto capire il mondo e le persone. I miei mi hanno detto Fai il meglio che puoi e così mi sono iscritta: Economia e Marketing. Ti stai chiedendo perché? Me lo sono chiesta molte volte anche io.
Io ci stavo stretta. Sentivo che non era il mio ambiente perché mi sembrava tutto improntato al successo, all’efficienza, alla velocità. Così ho deciso di lasciare. Ma poi è arrivato “il senso del dovere”, il “quando inizi le cose le devi portare a termine”, il “non puoi fallire!”.
Ci stavo e non ci stavo, vivevo senza crederci e mi è cresciuta lentamente la sensazione di cadere nel vuoto. Così ho preso un aereo e sono volata in triennale a Dublino. E finita la magistrale in un mese mi sono trasferita a Parigi per lavoro. Mi serviva, certo ma per cosa?
Forse per crescere. E per farmi appassionare ancor di più delle persone. All’estero conosci storie incredibili e io volevo entrare nella profondità di ognuno. Però ho anche capito una cosa: avevo un irrisolto. Lavoravo nel mercato del design per il lusso. Amavo il mio lavoro: studiare le persone e per loro trovare le soluzioni perfette. Eppure…
Quella sensazione di vuoto non spariva. Mi sembrava di perdere il mio tempo. Così quando mi è capitata tra le mani la domanda immagina di essere morto, cosa lasci? mi sono sentita spiazzata. Cosa lascio? Ero diventata una dipendente, come quelle che vedevo in metro al mattino da studentessa e dentro di me dicevo “No, io non voglio diventare così. Io voglio osare!”
Ma osare per diventare chi? Mi sono presa del tempo, sono tornata a Roma, mi hanno detto “Chiama Federica, lei ti aiuterà a capire”. E lo ha fatto. Sono entrata nell’impresa sociale Sophia solo per vedere. Al tema “migrazioni” ero sensibile tanto quanto tutti coloro che dicono sì all’accoglienza e all’aiuto, niente di più. Mica sapevo di Sophia, del lavoro di sensibilizzazione svolto nelle scuole italiane e africane, dei progetti di formazione e integrazione lavoro…
L’aria diversa l’ho percepita subito. Mi sono sentita libera, serena, appagata. Mi sono sentita di poter essere me stessa. Così di guardare e basta non ne sono state capace. Ho iniziato a scrivere progetti con i ragazzi e poi post, articoli, news.
I ragazzi mi hanno insegnato che c’è un modo diverso di vivere il lavoro. Di fare e di essere. Mi ci è voluto tempo per capirlo. Ma adesso so che il giardino della mia casa non è quello delle copertine. È quello affollato e pieno di gente con cui si costruisce il futuro!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica #giovanisperanze a partire da Christian
“Dopo di noi” dubbi e domande trovano risposte in un percorso dedicato
Acli Verona propone un nuovo percorso dedicato al “Dopo di noi” per offrire uno spazio di confronto e scambio tra famiglie e operatori della fragilità ed esperti sulla tematica.
Cosa farà quando non ci saremo più? Chi si prenderà cura di lui? Quale futuro lo attende? Sono tante le domande che interrogano genitori, coniugi, tutori e accompagnatori di persone con disabilità. Per aiutarle a trovare uno spazio di confronto ricco di spiegazioni e condivisioni, Acli Verona ha attivato un percorso telematico di 6 incontri in cui esperti del settore offrono una panoramica e forniscono risposte concrete per permettere alle famiglie di affrontare con più serenità il futuro delle persone amate. Claudio Bolcato, presidente di Acli Verona, ha risposto ad alcune domande.
Claudio, può aiutarci a conoscere meglio Acli Verona. Chi siete e di cosa vi occupate?
Le Acli sono un’associazione di promozione sociale che, attraverso un sistema diffuso ed organizzato sul territorio, promuove il lavoro ed i lavoratori, educa ed incoraggia alla cittadinanza attiva, difende, aiuta e sostiene i cittadini, in particolare quanti si trovano in stato di bisogno, a rischio di emarginazione o esclusione sociale.
Le Acli sono attive sui territori con circoli, servizi, progetti ed associazioni specifiche. A Verona siamo presenti dal 1986 con 23 circoli, 19 uffici zonali, 4 associazioni. Le Acli sono una realtà che si occupa di molteplici situazioni. Dal patronato alla povertà, dai problemi previdenziali alla dichiarazione dei redditi. Inoltre la dimensione associativa ci consente di promuovere percorsi di cittadinanza per la creazione di comunità come Rebus un progetto nato per gestire le eccedenze alimentari o Nessuno escluso per prevenire la dispersione scolastica.
Come mai avete scelto di dedicare un percorso formativo al “Dopo di noi”?
L’esigenza ci è stata chiara durante gli ascolti delle persone che incontriamo. Molteplici famiglie attualmente impegnate con un caso di fragilità domiciliare ci hanno espresso la necessità di orientarsi in un mondo fatto di leggi e norme da seguire. Si tratta di famiglie in cui i genitori sono prossimi alla pensione o in età avanzata. Loro, in modo particolare, ci chiedono “Cosa faremo con i nostri figli?”. Abbiamo voluto creare un contenitore che ancora non c’era. Così abbiamo deciso di unire alcune competenze creando un palinsesto formativo e divulgativo che consenta di fronteggiare il futuro. Sono nati dei webinar online il cui scopo è dare risposte alle famiglie. Ogni appuntamento è pratico e lascia spazio al dialogo.
Come si sviluppa il percorso e di cosa si occupa?
Si sviluppa in 6 webinar della durata di un’ora ciascuno per sei mercoledì consecutivi iniziati il 9 marzo e che si concluderanno il 13 aprile. Sono state coinvolte persone con competenze specifiche dal Direttore del nostro patronato a Responsabili servizi Ulss 9. Ma anche avvocati, notai, medici esperti impegnati sull’invalidità e le malattie civili. Ogni incontro ha un tema. Siamo partiti dal progetto di vita affinchè si inizi a pensarci prima che diventi un problema o per lo meno prima che diventi un’emergenza. Per poi arrivare a parlare di:
- pensione e indennità
- strumenti giuridici a supporto
- riconoscimento invalidità civile
- applicazioni norme
- reti presenti sul territorio
Tutti i partecipanti possono inviare alla mail della segreteria ulteriori domande per permetterci poi di rispondere alle questioni rimaste in sospese.

A chi si rivolge il percorso e come ci si iscrive?
Possono partecipare famiglie ma anche operatori del settore che vogliono approfondire alcune tematiche, aggiornarsi e mettersi in rete. Gli interventi sono di alto livello con professionisti preparati. Il numero è limitato a 30 utenze collegate contemporaneamente.
Per partecipare è necessario inviare una mail alla segreteria segreteria@acliverona.it delle Acli, si indica a quale seminario si intende partecipare (è possibile partecipare a tutto il percorso o solo ad alcuni appuntamenti) e successivamente viene inviato un link per il collegamento. Ci auguriamo che questo percorso sia il primo passo. Vorremmo lavorare in rete per replicare l’iniziativa con nuove esperienze anche grazie alla collaborazione di realtà che stanno già operando oggi in questo settore
“Tutto è inarrivabile fino a quando non ci provi” la storia di Samantha
La rubrica Donne che fanno la differenza, si arricchisce con la storia di Samantha Lentini, Presidente dell’associazione La Rotonda, una donna capace di guardare dentro alle persone per permettere loro di realizzare il meglio che possono.
Samantha è una bambina con un sogno: diventare ballerina. Osserva alla televisione le movenze delle showgirl e si proietta tra pailettes luccicanti. Ma il suo desiderio resto schiacciato dal peso della frase Sei troppo cicciottella per la danza. È uno schiaffo silenzioso quello che la ruota verso lo specchio e la fa sentire come il protagonista della sua storia preferita: un pulcino zoppo.
I giudizi esterni riducono il sogno in polvere ma accendono qualcosa dentro di lei. A Samantha non piacciono le ingiustizie. Quando i bulletti deridono i più deboli, lei interviene. Sviluppa un carattere forte che indossa come una corazza per proteggersi da quei Non sei… che nel profondo la fanno sentire inadeguata. Diversa.
Per questo ha paura della disabilità. Ha paura di riconoscere nelle fragilità altrui le proprie. Ma ha la testa dura Samantha, e quando le cose la spaventano vuole vederle da vicino. Così a 16 anni, apre la porta di un centro disabili e senza saperlo, sono proprio le imperfezioni a cambiarle la vita.
Per la prima volta qualcuno guarda oltre la sua corazza. Tu hai il fuoco dentro le dice Teresa. Ed è lì, in mezzo a quelle persone che Samantha capisce. Lei non sarà mai come suo fratello; non sarà perfetta per la danza, non vivrà mai l’infanzia da sogno che avrebbe voluto ma lei è Samantha. E va bene così come è.
Sperimenta che la vita è una questione di sguardi, fiducia e responsabilità. Anche lei vuole accendere la luce che sta nascosta nelle persone. Per questo sceglie di diventare educatrice e indossa scarpe comode per camminare in salita. Le stesse che porta quando và a Baranzate a conoscere un uomo.
Baranzate è un quartiere periferico di Milano abitato per il 35% da migranti. Ci sono vite appese. Talenti inespressi. Opportunità sprecate. Don Paolo ha fondato La Rotonda per non lasciare indietro nessuno. È un contenitore ricco di sogni che ha bisogno di una persona per realizzarli. Eppure non le chiede nulla. In lei ha già visto tutto ma non ha certezze da offrirle.
È il 2014, Samantha ha due figli e un lavoro sicuro. Ma ha anche un conto in sospeso con i sogni da realizzare. C’è un potenziale nascosto tra le vie di quel quartiere. Così si affida e inizia a progettare la sartoria sociale “Fiori all’Occhiello”. Quando vede che funziona e come cambia la vita di quelle persone, inizia a correre.
Samantha studia economia, legge, amministrazione e anche edilizia. E progetta, tanto. La Rotonda cresce insieme ai progetti che la compongono come il dopo scuola, l’emporio, l’housing sociale… Baranzate diventa la sua seconda casa e rumeni, albanesi, egiziani i suoi fratelli. 4.500 persone, 30 operatori e 100 volontari.
È un mondo libero, rispettoso e autentico quello della Rotonda. Don Paolo non ha dubbi: senza Samantha non sarebbe stato uguale, per questo le affida la presidenza. A Baranzate, lo sguardo che accende il valore della persona prende forma e si traduce in famiglie grate, portatrici di un messaggio dirompente: le fragilità sono solo un punto di partenza.
Lei è Samantha, una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Continua a leggere la Rubrica dedicata alla persone che fanno la differenza, come Antonio!
MagazziniOz, il luogo che allontana il pregiudizio e avvicina le persone.
Ristorante, bar, emporio. I MagazziniOz sono una realtà nata nel cuore di Torino sette anni fa, per formare e favorire l’integrazione di persone con disabilità e svantaggio sociale. Bellezza, cura e qualità nutrono i sensi e promuovono una cultura rinnovata, quella che dimostra come si può fare bene impresa, facendo bene alle persone.
La storia di MagazziniOz
La storia di MagazziniOz nasce dall’esperienza maturata all’interno di CasaOz, una Onlus nata oltre 15 anni fa, per accompagnare le famiglie che incontravano la malattia di un figlio. L’associazione è divenuta un punto di riferimento per vivere e svolgere quelle azioni quotidiane che la malattia spesso interrompe: mangiare, studiare, giocare. Ma cosa accade quando dall’infanzia i bambini si avvicinano alla maggiore età? “L’idea di ricercare un lavoro diventa un problema per la persona con disabilità e per tutta la sua famiglia” racconta Luca Marin presidente della cooperativa Magazzini. “Con questo progetto volevamo dimostrare che si può avere un’anima sociale forte facendo impresa. Non abbiamo mai pensato a MagazziniOz come ad un parcheggio, ma come un luogo in cui esistere, metterci del proprio, fare squadra. Un posto che crea identità”. E così è stato.
Gli elementi distintivi di MagazziniOz
Dal 2014 ad oggi, i MagazziniOz si trasformano senza mai perdere di vista il proprio obiettivo: fare integrazione perseguendo l’eccellenza. “Abbiamo dovuto lottare contro il pregiudizio di chi crede solo nella bontà dell’ideale. Noi volevamo essere scelti per ciò che si vive e respira all’interno di Magazzini”. Comprare un oggetto, prenotare una cena, riservare lo spazio per un evento è una decisione che il cliente effettua per la qualità del servizio proposto. Per questo MagazziniOz promuove la bellezza che coccola; la qualità che si prende cura dei dettagli e la solidità economica senza la quale di tutto il progetto rimarrebbero solo belle parole.


I protagonisti di MagazziniOz
Sono 20 le persone che lavorano all’interno di MagazziniOz di cui il 35% con riconosciuto svantaggio sociale. “All’intero del vasto mondo della disabilità, abbiamo iniziato a lavorare con coloro che hanno una disabilità invalidante ma non così grave da impedir di lavorare. Invalidità mentale o fisica. Ma lavoriamo anche con i migranti, abbiamo stretto una collaborazione con UNHCR e da poco anche con donne vittime di violenza” racconta Luca. Il tirocinio permette alle persone di riconoscere attitudini e propensioni. I Magazzini sono diventati un punto formativo che abilita conoscenze e competenze, aiutando i ragazzi a comprendere quale strada professionale è più adatta a loro. Lavorare, sentirsi parte di un luogo e sapere che in esso si è utili, consente alle persone di uscire dalle zone d’ombra e di emanciparsi. “C’è gratitudine per il lavoro. Chi è entrato a vivere qui un’esperienza professionale lo ha fatto svolgendo al meglio il proprio compito, senza secondi fini, senza farsi influenzare da elementi esterni e dando priorità al proprio impegno. Da imprenditore, in questi anni mi sono accorto che su queste persone ci puoi contare” ammette Luca che prima di diventare presidente aveva un’impresa propria.

Il servizio offerto
MagazziniOz opera attraverso due anime: una commerciale e l’altra sociale. Il ristorante, la caffetteria e l’emporio che vende prodotti di alta qualità sia in store che online, permettono di creare un dialogo con la cittadinanza. Grazie all’esperienza maturata, nel 2021 MagazziniOz ha scelto di dedicarsi anche alla formazione per le aziende perché la disabilità fa paura fino a quando non la si conosce. Così MagazziniOz è divenuta un’impresa di transizione, luogo di crescita e formazione sia per giovani e adulti che si affacciano al mondo del lavoro che per le aziende. Un luogo che abilita competenze lavorative da un lato e dall’altro consente alle organizzazioni di scoprire il valore della differenza…
Per cambiare la cultura ci vuole tempo. Ma quando si fa impresa bene prendendosi cura delle persone i risultati incoraggiano a proseguire.
Ti è piaciuto questo racconto? Puoi continuare a leggere storie di realtà non profit accompagnate da Fondazione Cattolica con la cooperativa L'Ovile.
Il coraggio di crederci! L'Ovile, la cooperativa che non si è mai fermata
La cooperativa sociale L’Ovile affianca da quasi trent’anni uomini e donne che si trovano a vivere situazioni di difficoltà temporanea o permanente perché crede che in ciascuno ci siano abilità che possono esprimersi.
La cooperativa sociale L'Ovile
Lavoro, educazione, accoglienza e inclusione. La piccola comunità fondata nel 1993 da don Daniele Simonazzi è cresciuta, diventando una cooperativa che garantisce occupazione a 360 dipendenti (di cui il 70% con svantaggio sociale riconosciuto) e accoglie in percorsi residenziali e di inclusione più di 860 persone.
“Siamo nati dalle esigenze ma non siamo capaci di stare fermi, innoviamo continuamente” esordisce Massimo Caobelli, coordinatore progetto Semiliberi. Perché la cooperativa è una fucina di progettazioni che mantengono l’essenza delle tre organizzazioni sociali che negli anni sono entrate a far parte dell’Ovile per rafforzarne l’impatto sul territorio. “Siamo capillari, operiamo a Reggio Emilia e in provincia: partiamo dagli Appennini e arriviamo fino alla campagna” racconta Massimo.


Attraverso la casa, la socializzazione e i processi di inclusione la cooperativa affianca bambini, ragazzi, donne e uomini a sviluppare abilità e autonomie individuali. “Disabili fisici e intellettivi, vittime di tratta, persone in uscita dalla dipendenza, richiedenti asilo, detenuti…la cooperativa abbraccia il sociale in tutte le sue forme e per ciascuno propone percorsi di crescita”. Assemblaggio, raccolta differenziata, pulizia. La cooperativa lavora per pubblico e privato creando percorso che abilitano competenze e che offrono spazi di inclusione.
Il valore aggiunto dei progetti sociali
“L’Ovile è una cooperativa innovativa e creativa. Non manca il coraggio e nemmeno la paura di fare investimenti. Che poi, sono investimenti positivi perché sani, perché si riesce a stare in equilibrio e ad avere buoni bilanci, dando forma a progetti di valore per le persone e per i clienti” ammette Massimo.
Come ad esempio, Semi liberi, il progetto nato del 2015 all’interno del carcere per creare occupazione lavorativa che, guardando i dati, consente di ridurre la recidiva del 90%. Tirocinio e assunzione. I detenuti che partecipano al percorso formativo e lavorativo passano almeno un anno insieme alla cooperativa nel laboratorio di falegnameria, nell’assemblaggio, nell’agricoltura biologica o nell’apicoltura. “Lavoriamo per aziende e privati. Con il tempo abbiamo capito l’importanza di essere riconoscibili per questo abbiamo scelto di avere alcuni tratti distintivi. Come in agricoltura, non ci basta portare verdura al mercato. Abbiamo iniziato a fare i nostri vasettati con sughi, conserve e spalmabili per lavorare tutto l’anno e raccontare il senso di quello che rappresentiamo” testimonia Massimo.


Con il progetto K-Lab, L’Ovile ha favorito l’incontro della fragilità con il mondo creativo e imprenditoriale. “L’associazione è nata da una mamma designer che ha trasformato alcune frasi del figlio disabile in oggetti comunicativi. La cooperativa ha creduto in questa idea e ha deciso di portarla avanti”. Si è sviluppato così un percorso di evoluzione e incontro dove design e bellezza si fondono per diventare frasi da indossare, utilizzare, praticare. “L’80% dei prodotti vengono realizzati da noi perché nella boutique facciamo convergere le attività laboratoriali create nelle singole progettualità dell’Ovile. Come i prodotti sartoriali fatti dalle ragazze vittime di tratta o la ceramica o gli oggetti del laboratorio serigrafico che riportano frasi dei nostri ragazzi” riferisce Massimo.
Solo se fatti di luce possiamo spegnere il buiodice un biglietto d’auguri.
Trascrivo sogni recita una matita.
La trasformazione parte dal coraggio di crederci esorta un quadernino. E se il quaderno fosse quello dell’Ovile, questa frase ne sarebbe il titolo.
Puoi continuare a leggere storie di organizzazioni non profit. A partire da Valgiò
Audaci nella speranza, creativi con coraggio
Fondazione Cattolica partecipa al Festival della Dottrina Sociale, il Festival giunto all’undicesima edizione, che riunisce persone ispirate dalla gratuità, dalla sussidiarietà e solidarietà per riflettere, confrontarsi, fare rete sui territori e favorire il bene comune.
“Audaci nella speranza, creativi con coraggio” è questo il titolo del Festival della Dottrina Sociale 2021 che si terrà al PalaExpo Veronafiere dal 25 al 28 novembre. Un tema che porta a riflettere sulla realtà.
Come innovare sistemi e comportamenti per maturare azioni capaci di sviluppare modi di vivere più responsabili?
Il tema del Festival della Dottrina Sociale
“La Speranza alimenta la creatività e ci fa vedere con molta chiarezza che le difficoltà possono essere occasioni di trasformazione. Non dobbiamo uscire dalla pandemia con la nostalgia del passato, bensì con la consapevolezza che è necessario un cambiamento, in primis della percezione del nostro ruolo nel mondo. È ora di iniziare da noi stessi. Ognuno per come è, per dove è, può diventare un’azione corale, concreta e dirompente che genera il cambiamento”.
Il programma del Festival della Dottrina Sociale
Il ricco programma del Festival è articolato in incontri, tavole rotonde, convegni che portano politici, imprenditori, rappresentanti di associazioni a dialogare sulla realtà e sul futuro.
Fondazione Cattolica, invita i giovani italiani e i membri della rete #GenerAttivi ad incontrarsi in alcuni appuntamenti dedicati allo sviluppo di buone pratiche nel mondo del lavoro e del non profit.
Tra gli appuntamenti da segnare in agenda:
Giovedì 25 novembre – ore 21 apertura del Festival
Videomessaggio di Papa Francesco a cui seguono gli interventi di Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire” con il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI Conferenza Episcopale Italiana e Giulio Tremonti, Docente ed economista.
Venerdì 26 novembre – ore 10 workshop Giovani
Quali principi guidano l’azione generativa, inclusiva e sostenibile nelle realtà di oggi?
Intervengono: Enrico Loccioni, Presidente Impresa Loccioni; Giorgio Mion, Docente di Economia aziendale all’ Università degli studi di Verona; Anna Fiscale, Presidente Coop. Sociale Progetto Quid
Venerdì 26 novembre – ore 11 tavola rotonda rete #GenerAttivi
“Il tuo presente crea futuro? Dinamiche di speranza”, intervengono Padre Francesco Occhetta, fondatore della comunità di “connessioni” e Johnny Dotti, Università Cattolica Sacro Cuore. A seguire i partecipanti condivideranno saperi ed esperienze all’interno dei tavoli di lavoro dedicati a: economia circolare, empowerment femminile, comunicazione, sviluppo di comunità territoriali, percorsi di inclusione, fundraising.
Per partecipare basta riservare qui la propria prenotazione al tavolo di interesse. E' possibile partecipare alle tavole rotonde anche il 27 novembre registrandosi qui
Venerdì 26 novembre – ore 14 tavole pensanti Giovani
Confronto su economia, sostenibilità e speranza in azione grazie alla rappresentanza di imprenditori sociali che racconteranno la propria esperienza in un clima di scambio e confronto. Moda etica, sostenibilità, agricoltura, disabilità, donne, giustizia, reti sociali, finanza sostenibile, comunicazione e cultura sono i temi di dialogo.
Venerdì 26 novembre – ore 21 Premio Imprenditore per il Bene Comune
Serata di premiazione condotta dalla giornalista televisiva Safiria Leccese volta a riconoscere l’impegno di sei imprenditori italiani, che in ambito profit e non profit si sono distinti per azioni innovative volte al benessere delle persone e allo sviluppo dei territori.
Sabato 27 novembre – ore 10 Convegno L’impresa della Sostenibilità
Si parla molto di sostenibilità.
Introduce Mauro Magatti, Università Cattolica del Sacro Cuore si confrontano: Valentina Pellegrini, Vice Presidente Gruppo Pellegrini SpA; Paolo Braguzzi, Amministratore Davines SpA e membro del Supervisory Board di B Lab Europe; Ettore Prandini, Presidente Nazionale Coldiretti; Gian Luca Galletti, Presidente nazionale Ucid;Marco Menni, Vicepresidente nazionale Confcooperative con la moderazione di Claudio Baccarani, Università di Verona.
Sabato 27 novembre – ore 16.30 Libertà, fiducia e generatività: il fondamento di una collaborazione autentica Il programma del Festival è disponibile online, visita il sito e scarica il programma!
Ellena, 27 anni e la vocazione che sconfigge l’indifferenza.
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Ellena Bontorin, 27enne vicentina che crede nell’impegno sociale e civile delle giovani generazioni!
Ero una bambina timida con un nome raro. Ellena deriva dal greco: protettrice dell’uomo, luce splendente. Capirai bene che rimanere nel comfort dell’anonimato per me era impossibile. Così ho imparato a tirare fuori la grinta.
Dico sempre “Contano più i fatti delle parole” se vuoi qualcosa non puoi aspettare che accada… devi agire! Dopo 5 anni di scuola potevo già lavorare. Però ho scoperto che mi annoiavo a stare in ufficio, a me serviva stare con la gente. Ma cosa potevo fare? Ed è stata una famiglia ad aprire la porta del mio futuro.
Io e il disturbo autistico all’inizio non ci siamo capiti. Guardavo quel bambino e mi sentivo messa all’angolo. Io sono una persona socievole e parlo, tanto! Ma con quel bimbo ero come trasparente. Dovevo cercare un nuovo linguaggio.
Ho imparato ad ascoltare i silenzi e a leggere dentro gli sguardi. Non ci sono modi unici per entrare in sintonia con l’altro. L’autismo ti sfida, perché non è facile ricominciare sempre in modo nuovo. Ma quando riconosci l’essenza dei bambini, non puoi farne a meno!
Ho studiato psicologia ma sono diventata educatrice. Ed è la mia vocazione! Lo dico a voce alta è E’ LA MIA VOCAZIONE perché non è solo lavoro. Il carico emotivo me lo porto a casa, continuo a formarmi, sono interessata a scoprire novità, studio e cerco ciò che può migliorare il loro futuro.
E sai cosa? Non mi pesa. Nemmeno lavorare il weekend perché condivido i progetti, vedo i risultati dei ragazzi che seguo a Càleido e capisco che il mio esserci ha un senso. Per loro, per me, per le famiglie.
Questo non significa che sia semplice. Quando un bambino vive un periodo no, a me fa male perché posso solo stargli vicino. Non ho il potere di attenuare la sua crisi, i pianti o le urla. Posso solo accogliere la sofferenza e attendere con pazienza.
Mi affeziono ai bambini e alle loro famiglie. Entro in un’intimità fatta di gioie, condivisioni, debolezze e difficoltà. Io mi sento responsabile nei loro confronti perché non si possono abbandonare le persone al loro destino.
Forse è per questo che ho iniziato a fare politica. Io credo nella comunità che si prende cura e mi impegno perché l’educazione giovanile, l’impegno sociale e civile dei ragazzi, il futuro delle persone con disabilità non resti un problema di pochi ma diventi una risposta di molti.
Vivo giornate di 24 ore con un’intensità totale. Perché quando sei educatore lo sei sempre. Ma la sai una cosa? Magari a qualcuno potrebbe pesare. Invece io penso proprio di avere trovato la mia felicità.
Ellena Bontorin, 27 anni, Vicenza.
Ti piace questa storia? Puoi scoprire altri racconti della rubrica #GiovaniSperanze partendo da Nicholas
Nicholas, 27 anni e la voglia di cambiare il mondo. Un passo alla volta.
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Nicholas Moser, 27enne trentino che ha raccolto la sfida lanciata da un amico: cambiare in meglio il mondo!
Ho scelto di fare un liceo linguistico. Mi piaceva l’idea di poter esplorare mondi e conoscere lingue straniere. Credevo che così avrei pensato in modo differente. Ma piano piano mi sono accorto che non erano le lingue ad affascinarmi. Sono le persone.
Si, sono curioso. Ma sono anche uno che ha bisogno di mettere insieme sapere e fare. Quando mi sono laureato in Scienze Economiche e Sociali a Bolzano, mi sono chiesto “E adesso? Cosa me ne faccio di quello che so?”. Ho preso un aereo e sono volato via per fare esperienze.
Ho lavorato in Apple. Mi sono spinto fuori dalla mia zona di comfort e proprio in Irlanda ho aperto gli occhi. Volevo che le mie otto, dieci ore lavorative valessero qualcosa per gli altri. Si, l’ho pensato. Ci ho creduto. Poi sono tornato al lavoro.
Pensa che quando studiavo, mi è capitato di leggere un articolo che raccontava come il calcio fosse uno strumento di sviluppo nei paesi poveri. Lì per lì ho pensato: è questo che voglio fare nella vita! No, non il calciatore. L’ho chiamato sviluppatore di imprese sociali. Ma come farlo? Non esiste un mestiere con questo nome!
Mentre sistemavo computer e account mi sono lanciato in un’esperienza di Sport e global education. Un po’ come in quell’articolo. Ho sempre creduto nello sport, in quel campo neutrale che permette a persone di generi, vissuti e nazionalità diverse di incontrarsi. Un mezzo per creare uguaglianza.
Dentro di me la fiamma di fare qualcosa di più si è accesa. Io volevo usare le mie competenze per scopi sociali. Così sono tornato in Italia, mi sono iscritto ad un Master e da lì ho conosciuto Progetto 92.
Mi hanno chiesto di sviluppare la parte commerciale di Beelieve un progetto di startup nata per favorire la formazione e l’occupazione di NEET, creando prodotti ad alto impatto ambientale. Mi hanno detto “Pensa al business plan sostenibile, alla programmazione delle attività, a stringere partnership con negozi, fornitori, a creare un giro di clienti…”. Una sfida. Ma io sono uno sportivo e non mi tiro indietro.
Lo ammetto, ci sono stati attimi in cui avevo paura di non farcela. Ma qui, quel sentimento di giustizia sociale che sento forte dentro di me, prende forma e mi spinge a far funzionare tutto. Quando vedo che i ragazzi comprendono il loro valore grazie ai prodotti che hanno creato, capisco che il tempo ha sostanza.
Questo è un posto dove non mi sento solo. Siamo insieme.
Insieme crediamo ai progetti. Insieme sviluppiamo opportunità e insieme vediamo persone rinascere. Qui il tempo vale.
Ti è piaciuta la storia di Nicholas? Puoi leggere anche quella di Michela









