Etta e il coraggio di cambiare le cose

Etta e il coraggio di cambiare le cose

C’è pace nella casa in campagna di Etta. Ci sono le api, il bosco, il cane che scodinzola e la natura che scandisce un tempo lento. Il tempo libero e ricco di vita che Etta ha costruito anno dopo anno.

È una ragazzina che vuole fare. Conta i minuti che la separano dai libri di latino agli Scout e poggiata la penna, spalanca la porta e scappa a vivere davvero. Sono gli anni del fermento sociale italiano ed Etta lo respira nelle strade, nelle idee, nei giovani: il mondo è tutto da cambiare!

Ma cambiare cosa? Etta trova risposta aprendo la stanza di un istituto femminile stipato in una soffitta di un palazzone genovese. L’odore di minestra penetra le narici e si attacca ai vestiti. Tutto è fatiscente. Le bambine indossano un grembiulino consunto, si muovono in modo sconnesso e parlano male. Vivono costrette in una stanza senza anima né cura, abbandonate dalle loro famiglie e dimenticate dalla civiltà.

E qualcosa dentro Etta parla forte.

È Luisa. È la disabilità manifestata dalla sorella. È il peso dell’esclusione, l’oppressione dell’abbandono, la ricerca di un senso. È la consapevolezza che si può fare diversamente perché Etta lo sa: non si diventa umani rifiutando le fragilità.

Matura in lei il desiderio di lavorare nel sociale. Ma gli anni ’70 sono solo all’inizio, fare sociale è per lo più un sentimento e i suoi genitori la spingono all’università. Etta li accontenta, prende una laurea in Lettere, si abilita all’insegnamento e si chiede cosa fare del suo futuro quando nel negozio di alimentari, tra un etto di prosciutto e di formaggio, una signora parla di una casa nuova, per ospitare bambini“Mi scusi cosa?” domanda Etta. E da lì corre!

Sono anni faticosi ma stimolanti. La comunità di Don Gallo e il Ceis si uniscono per offrire un rifugio a minori in abbandono. Si lavora sulla relazione e sul ricongiungimento. Etta si attiva per dare a bambini come Carmelo, Angelo, Piero ed Emanuele luoghi confortevoli in cui vivere mentre si impegna a costruire percorsi di integrazione con le famiglie d’origine, per contrastare  la povertà economica e culturale.

Etta è appassionata. Studia e si immerge nel travaglio del reale. Si occupa di minori e di giovani, dirige una grande cooperativa e viaggia in tutta Italia per conoscere imprese sociali innovative capaci di sollevare i problemi offrendo nuove vie. E così entra per la prima volta in carcere, in una sezione femminile, e i suoi ricordi  fanno un salto indietro negli anni.

Davanti a lei però non ci sono bambine, ci sono donne invisibili, prigioniere di una sentenza e della condanna di non essere più nulla. Persone isolate a sé stesse con speranze naufragate in celle dispnoiche. E ancora una volta Etta pensa a come fare per cambiare.

II tempo del lavoro in cooperativa è superato, i figli sono grandi, Etta  intravede la possibilità di  licenziarsi per costruire, con l’appoggio di donne appassionate intorno a lei, una nuova realtà e decide: il mondo aspetta sempre chi ha il coraggio di cambiare!

Sc’Art! nasce per dare una seconda vita a donne detenute ed ex detenute, che con il design creativo e l’utilizzo di materiali di scarto, si ripensano libere, nell’autodeterminazione. E nei laboratori artigianali Etta conosce le sfaccettature dell’umanità. Emergono le ferite, i legami, i non detti, i sogni. Tra una creazione e l’altra, Etta favorisce i legami delle donne tra il dentro e il fuori, tra l’oggi e il domani, tra l’ignoto e le nuove consapevolezze.

Da cosa nasce cosa dice Etta tanto da permettere a 150 donne detenute di imparare un mestiere dimostrando loro che sono protagoniste del cambiamento. Che nulla è per sempre. Che tutto, con volontà, si trasforma, si migliora.

Oggi Etta ha 70 anni e li vive con speranza e ottimismo, nonostante tutto. Con il progetto Remida e le Creazioni al Fresco continua a guardare avanti… perché il futuro è sempre un passo più in là!

Lei è Etta Rapallo, una donna che fa la differenza.

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Alberto, il giovane prete che evangelizza l'amore

Alberto, il giovane prete che evangelizza l’amore

Io non lo sapevo cosa volevo diventare da grande. Mi piaceva l’idea di poter aiutare ma non avevo un progetto. Poi un giorno la mia vita è cambiata. E ora eccomi qui: prete, influencer ma soprattutto Alberto.

Hai presente quando gli adulti, parlando tra loro, si gonfiano dicendo: “E’ proprio un bravo bambino!”.

Ecco quel bambino ero io. Educato, a modo, generoso, rispettoso, intelligente e pure diligente.

Loro dicevano quello che vedevano. Anche se non sapevano che dietro tutto, c’era altro…

La verità è che ero ipersensibile e ho scelto di diventare bravo per emanciparmi dalle grandi litigate a cui assistevo. I contrasti in famiglia mi facevano male. Le urla di papà mi entravano dentro. Allora mi sono difeso come ho potuto: ho attivato la parte migliore di me per diventare indipendente il prima possibile!

Per questo durante l’estate stavo in oratorio. Facevo l’animatore ai bambini. Io ero lì per loro, però quell’attività ha aperto il mio mondo: ho scoperto i miei talenti e rafforzato le mie debolezze…insomma ho compreso chi ero.

Penserai “Wow a sedici anni sapeva già tutto!”, mica tanto. Da fuori ero sempre il bravo ragazzo, il leader, quello pieno di amici. Ma dentro qualcosa era inceppato, come se fossi bloccato. Fino a quando, durante una vacanza parrocchiale, ho trovato un Amico vero, Andrea, che aprì i miei orizzonti. Nell’ascolto trovai l’origine del mio blocco: io non mi sentivo voluto bene.

La mia ferita si aprì. Non sgorgava sangue ma sofferenza, tutto il dolore represso dalla fiducia che mi mancava. Allora sono andato a confessarmi ed è stato incredibile. Più manifestavo la mia tristezza, più mi sentivo felice, più raccontavo le mie mancanze, più percepivo amore.

Mi scoprii libero di vivere. Vivere la mia felicità!

Da lì, tutto è cambiato, il mio cuore si era spalancato. A settembre mi innamorai per la prima volta. Un amore tra i banchi di scuola inarrivabile, che sublimavo infilandomi le cuffie e perdendomi nei pensieri. Nel silenzio riflettevo sulle cose eterne: qual è il mio posto nel mondo? Ho una missione? Chi è Dio? E sentii crearsi un conflitto dentro di me.

Io pensavo e ripensavo. Poi una notte ecco arrivarmi l’illuminazione: “Ma se da grande facessi il prete?” mi chiesi. Vorrei dire che è stato facile, ma mentirei. Ho custodito gelosamente il mio segreto, ho superato la distanza creatasi con i miei genitori che avevano paura di vedermi triste e desolato con la tonaca addosso e ho visto gli anni dell’adolescenza volare.

Ma quelle erano le mie prove perché avevo compreso quale era la mia chiamata. L’amore di Dio mi aveva permesso di scoprire qual è il mio ruolo nel mondo, liberando le mie energie, il mio affetto incondizionato alla vita. E io volevo mettermi a servizio per far conoscere questa fonte di amore inesauribile a tutti.

Quindi eccomi qui! Mi occupo di giovani e della loro crescita. Riattivo le fede nei loro cuori perché questo significa renderli protagonisti della loro storia, che poi diventa la storia di una Comunità. Una sfida? Certo! Aprire i confini della Chiesa e diventare influencer porta invidie, gelosie e timori. Ma non sarà la rigidità a fare miracoli.

E io li vedo, i ragazzi che scoprendosi fioriscono. Li vedo in chiesa, nell’associazione LabOratorium dove trasformano talenti in competenze e in Fraternità, la community di migliaia di giovani che organizza eventi e promuove un’appartenenza di fede senza confini perchè quello che lega è l’esperienza, il messaggio, la libertà di essere e di divenire insieme.

Oggi mi sento fortunatissimo: posso comunicare alle genti e assistere a tanti risvegli perché quando le persone attraversano l’amore divino, trovano il senso e danno un senso alla loro vita.

Posso dirlo? Il fuoco che si accende in ognuno di loro è il mio carburante. Il frutto della mia missione!

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Massimiliano e la fame di giustizia

Massimiliano e la fame di giustizia

Quando nasce Massimiliano è il 1968. È solo un neonato in un piccolo paese lontano dai movimenti di massa, eppure il suo piccolo corpo registra il bisogno vivo di giustizia sociale. E non lo lascia più.

Massimiliano diventa un bambino che ha fretta, fretta di vivere! Gioca, va’ in bici, esce con gli amici…ha così fame di vita che bisogna abbreviargli il nome a un veloce “Massi” per farsi ascoltare.

Calcio, nuoto, pallamano, lo sport diventa un sedativo per arginare quell’energia che è incontenibile. Nemmeno quando dorme si placa perché sfide grandi lo attendono: sogna di essere un eroe, un eroe che salva dalle situazioni di pericolo e sopruso anche a costo della sua vita.

L’ingiustizia non la tollera. Gli fremono le mani e le gambe scalpitano quando vede ragazzini indifesi subire angherie. Per difendere prende a botte e non importa il suo perchè, per tutti diventa il ribelle scapestrato. Si sente incompreso, diverso dalla sua famiglia e anche dagli altri bambini. Così inizia a girare con gli strani, perché tra strani le differenze scompaiono.

Cresce attratto dalle storie di chi distrugge il pensiero comune che sputa sentenze. Lui, incapace di essere parte di un gregge, esce di casa a diciassette anni in cerca di quella libertà che l’autorità mette a tacere. Occupa una casa, trova un lavoretto e poi… si perde.

Massi esplora la vita, come anche le droghe, e quando si trova davanti una siringa prova, tanto cos’ha da perdere? Di eroina si fanno in tanti. Ancora non sa, che solo pochi tornano indietro.

Fino a quando non incontra Luigi, un pacifista antiviolento e coraggioso. Uno che scende in piazza, tra i tossici, per tendere una mano e avvertirli del pericolo: l’HIV incombe. Ma quelle sono cose per culattoni ribattono tutti. Tutti tranne Massi.

Con Luigi, Massi stringe un patto: non partirà militare, lavorerà al Gabbiano come obiettore di coscienza.

È tosta e il tempo sembra non passare mai. Invece i mesi scorrono e quando Massi cade, di nuovo, umilmente torna alla porta e nel bisogno comprende che il suo senso di colpa non lo salverà. A salvarlo sono le persone.

Fratel Attilio lo butta in mare, senza salvagente. Serve un responsabile per una casa, una casa piena di debiti, in un paese dove tutti li odiano. Sono senza soldi e senza cibo. Massi però non vuole la carità. Esce, incontra, ascolta e chiede. Servono vanghe, carriole, decespugliatori perché per cambiare la percezione c’è bisogno di dimostrare: non sono tossici, sono persone con capacità e voglia di fare.

Lavorare funziona e piano piano la casa si guadagna l’affetto del territorio. Massi diventa un uomo e la sua vita scoppia di senso. Si alza la mattina con la voglia di migliorare il mondo perché il mondo lo cambia dalle piccole cose, da nemici che diventano amici, dall’indifferenza che diventa fratellanza.

Il Gabbiano cresce: 8 strutture d’accoglienza, 60 appartamenti, housing sociale, comunità riabilitative e terapeutiche. Tossicodipendenti, ex carcerati, malati di AIDS, migranti, minori in fragilità sociale sono Persone accompagnate dai 110 dipendenti dell’associazione. Il Gabbiano diventa un riferimento nell’ambito della giustizia riparativa e della devianza, sostituisce l’abbandono con il prendersi cura.

Anche in montagna, dove l’agricoltura è eroica perché costa fatica di sudore e tempra. Ma Massi alle sfide non si tira indietro. E quando la terra diventa ettari da coltivare e il Nebbiolo vino di prima qualità, fondano la cooperativa il Gabbiano, un’impresa sociale con 23 dipendenti e un grande obiettivo: fare giustizia attraverso l’inclusione.

A 56 anni Massimiliano è soddisfatto. L’energia che gli ribolliva dentro è diventa crescita. Per sé e per gli altri.

“Credo nelle persone e negli sguardi che vedono ciò che ancora non hai compreso di te stesso. Non siamo gli sbagli che facciamo, siamo le seconde possibilità che riceviamo!”

Lui è Massi Pirovano, marito di Arianna e padre di Ottavia, un uomo che fa la differenza.

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Vincenzo e l'esperienza di GOEL

Vincenzo e l’esperienza di GOEL

Ci vuole coraggio. Vincenzo è un bambino quando capisce che nella vita si può scegliere: puoi inginocchiarti al sistema o lottare per cambiarlo. E tra le due vie, Vincenzo sceglie la seconda.

Inizia a percepire cos’è la ’ndrangheta tra i banchi di scuola. La vede nella prevaricazione, nella violenza gratuita, nella sopraffazione che diventa protezione quando i bambini si arrendono alla forza bruta di coetanei da cui non possono scappare. Tutti sanno. Tutti vedono. Eppure regna il silenzio.

Il sistema mafioso è pervasivo. Bisogna imparare a farsi rispettare fin da piccoli per questo la scuola diventa un luogo d’allenamento al futuro che li aspetta, un futuro fatto di vittime e oppressori.

Ma Vincenzo a quest’idea di domani non ci sta.

È un ragazzo timido, ma curioso e creativo. Lascia che le parole di Gesù e di Gandhi illuminino il suo percorso e a 18 anni si accorge ha bisogno di qualcosa di più. Fa servizio ad un campo di vacanza e studio insieme a persone disabili, conosce le comunità di Capodarco e la Comunità Progetto Sud e capisce che la sua vita deve diventare un’impresa comunitaria. Ma come?

Si iscrive a Psicologia. Studia, lavora e soprattutto vive. Vincenzo è un ragazzo attivo che anima la realtà e raggruppa persone. Coinvolge coetanei in un gruppo fondato nel suo paese: commercio equo e solidale, attività nonviolente e pacifiste; appassiona i giovani al volontariato. Insegue un percorso di cambiamento e di lotta per la giustizia sociale. E nella piccola realtà calabrese in cui vive si accorge che il mondo è troppo complesso per essere letto con una sola chiave di lettura.

Molla l’università e studia da autodidatta. “Pensa al tuo futuro!” gli dicono gli adulti intorno a lui, ma Vincenzo ha bisogno di conoscere e di capire. Studia non solo psicologia, ma anche sociologia, teologia, antropologia, economia… impara tutto perché per resistere alla ’ndrangheta bisogna rompere la violenza psicologica ma anche costruire un sistema etico ed efficace che faccia sentire il suo popolo unito e forte.

La Calabria rimane una terra dalle ferite aperte. Perché siamo messi così male? Si chiede Vincenzo insieme a un gruppo di persone impegnate come lui, in un “cenacolo di riflessione”. E la risposta per lui diventa il “progetto GOEL”.

È una terra di vuoti e mancanze. Di vampirismo di risorse pubbliche, di inefficienza comandata e clientelismo.  Di omertà e isolamento. Ma è anche una terra di lottatori e sognatori, una terra meravigliosa, con potenzialità straordinarie. Per cambiare serve innovare l’economia, unire e dare un tetto a tutti i calabresi che hanno il coraggio di ribellarsi al meccanismo perverso che con voti comprati, incendi, minacce e sabotaggi rende sterile la vita.

GOEL nasce nel 2003. È un piccolo gruppo di cooperative sociali che capisce che ai calabresi servono fatti non parole. Lottano contro il futuro segnato di tanti bambini e adolescenti; sviluppano progetti d’accoglienza per i migranti; danno dignità alla disabilità mentale; attivano reti di turismo responsabile mobilitando comunità ricettive, inventano il primo marchio di moda etica di fascia alta. Organizzano chi ha il coraggio di dire no: cittadini, imprenditori ma anche agricoltori, con i quali riscostruiscono una filiera agroalimentare di qualità, che dà valore al lavoro operato e nella quale conviene stare!

Gli anni passano e GOEL dimostra che l’etica efficace porta frutto. Oggi raggruppa circa 350 dipendenti. Crea lavoro, paga stipendi e rende libere le comunità. GOEL ha rielaborato un nuovo e potente approccio all’etica che oggi vuole diffondere attraverso un libro dal titolo “manuale dell’etica efficace”, che si rivolge a chiunque nel mondo vuole promuovere dignità e cambiamento.

A 53 anni Vincenzo sa che cambiare il destino della sua terra non è un lavoro, è una vocazione!

«Il nuovo fa spesso più paura dei fallimenti che siamo abituati a reiterare. Ciò che non ha funzionato, non funzionerà: bisogna avere il coraggio di non rimuovere i fallimenti, ma conservarli con cura e apprendere da essi. Dopodiché imboccare strade non battute, guidati da una scrupolosa “follia creativa”».

Lui è Vincenzo Linarello, un uomo che fa la differenza.

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A salvarci non sarà la scienza!

A salvarci non sarà la scienza!

Viviamo in un’epoca storica in cui la parola sostenibilità è all’ordine del giorno. L’Agenda 2023 delle Nazioni Unite ne ha definiti gli ambiti di sviluppo: economico, ambientale e sociale. Ma la realtà è che per parlare di sostenibilità è doveroso chiedersi quali sono i cambianti reali che come singole persone, imprese e comunità possiamo adottare per favorire la generazione di uno sviluppo più armonioso tra uomo e ambiente. In fin dei conti la Terra si adatterà ai cambiamenti, ma l’essere umano?

Abbiamo scelto di intervistare Andrea Bariselli, psicologo, neuroscienziato, fondatore di Strobilo e autore del podcast “A wild mind!” per comprendere quali sono le connessioni tra uomo e ambiente, tra il benessere del pianeta e il benessere dell’essere umano.

Andrea, partiamo da principio: quali sono le antiche radici dell'uomo?

Come specie vivente la nostra radice è la biosfera. L’ambiente naturale è il nostro ambiente, è l’ambiente che ha permesso alla nostra specie di evolvere e svilupparsi. Nei secoli però abbiamo tentato di urbanizzare i luoghi per rendere più comoda la nostra vita e oggi ci troviamo di fronte ad a una umanità che ha perso interesse nei confronti dell’ambiente naturale, che scappa dalla fatica e al tempo stesso idolatra la sostenibilità. Mi chiedo come possiamo davvero proteggere e tutelare ciò che in realtà non conosciamo più?

A proposito di sostenibilità, cosa pensi quando ne senti parlare?

Mi viene la pelle d’oca perché a ben guardarci andiamo a mode. Adesso la parola “sostenibilità” è ovunque ma mi sembra che in Italia la consapevolezza sia ancora bassa mentre sta crescendo in questo senso l’opportunità finanziaria. Da dove partire? Mi verrebbe da dire dal buon senso. Mia nonna, ad esempio, non buttava via niente e non perché faceva economia circolare o perché voleva fare “sostenibilità” ma semplicemente perché sapeva che le risorse erano limitate e si prendeva il tempo per averne cura. Ecco, fare sostenibilità vuol dire comprendere il collegamento tra le cose, valorizzarlo e ottimizzarlo. Nel mondo il 10% della popolazione più ricca inquina per il restante 90%. Non possiamo continuare a nascondere le responsabilità. Dobbiamo cambiare i processi e le abitudini soprattutto oggi che grazie all’informazione sappiamo come vengono prodotte le cose.

Negli anni abbiamo costruito un mondo sempre più a misura d’uomo. Come l’urbanizzazione sta cambiando l’essere umano?

Ho sempre trovato interessante il fatto che ci sono voluti circa 14 mila anni per arrivare ad una popolazione di 3 miliardi di persone e meno di 90 anni per quadruplicare il numero degli abitanti sul pianeta. Come è stato possibile questo? Grazie a uno sviluppo che si basa sulla combustione fossile, sull’uso delle risorse del pianeta per creare energia. L’essere umano è per sua natura creativo e pensante, ma è anche opportunista per questo abbiamo costruito luoghi performanti in cui continuare a crescere. Abbiamo dato forma alla comodità e oggi passiamo circa 20 ore in ambienti chiusi esponendoci ad una concentrazione di gas che fanno calare le nostre prestazioni cognitive e decisionali. Questo ha ripercussioni sull’apprendimento scolastico, sulla performance lavorativa. Ci siamo raccontati che siamo essere multitasking ma il nostro cervello è un organo lento non progettato per questo. Allora mi domando: la nostra specie sta ancora evolvendo? Io penso che stiamo semplicemente cambiando.

Si tende a pensare a uomo e ambiente come entità distinte. Ma è davvero così?

Dico spesso C’è stata rubata l’attenzione perché il nostro cervello riceve stimoli illimitati che non riesce a processare. Basti pensare a quando camminiamo in una strada: il traffico, le luci, i suoni abbiamo occhi e orecchie che devono processare costantemente e questo genera uno stress sul nostro cervello che comunque ha l’obiettivo di favorire il nostro adattamento in base alle situazioni in cui viviamo. L’urbanizzazione sta cambiando la struttura del cervello per adattare meglio l’essere umano al contesto. Ma siamo stati progettati per rimanere in cattività? No! Le neuroscienze ci dimostrano che le esperienze all’aria aperta, in natura, migliorano l’attivazione dei sensi, la qualità emotiva, la concentrazione, il rilassamento delle persone. L’impatto positivo della natura sull’uomo è dimostrato ma sembra che ancora non basti. Le persone hanno bisogno di tornare a fare esperienza per comprendere il pianeta e oggi mi sembra che iniziamo a svegliarci da un incantesimo, stiamo vivendo un risveglio collettivo che riguarda l’intero ecosistema. Mi domando: ora che ne siamo consapevoli, saremo capaci di smantellare alcune nostre abitudini in funzione del futuro?

Se parliamo di futuro, cosa dovremmo fare secondo te per salvare il pianeta?

Per cambiare abbiamo bisogno di scelte coraggiose e di abbandonare la nostra comodità. Dobbiamo accettare compromessi e comprendere che ciò che abbiamo potuto fare con libertà e facilità in realtà ha un costo (di risorse e di impatto) che non possiamo più permetterci. Serve lavorare sulla cultura delle persone ma anche sulle scelte politiche delle amministrazioni, sull’orientamento delle aziende e delle lobby. C’è chi davanti ai dati, si consola pensando che tanto ci salverà l’ingegno della scienza. Io vorrei sfatare questo mito perché il problema è complesso, è sistemico e richiede interventi su vasta scala. Per questo penso che a salvarci sarà il cambiamento del nostro stile di vita.  I giovani questo l’hanno capito e si stanno facendo domane autentiche su ciò che li attende. Mi sembra però che ci sia una spaccatura generazionale e per ripartire le risposte dobbiamo darle tutti e insieme.

Di sostenibilità e sostenibilità integrale ne abbiamo parlata anche con Rete Verso, l'organizzazione che a Verona sta educando al cambiamento!


Enea e quel rullo che dà vita

Enea e quel rullo di tamburo che dà la vita

Sai quando tutti ti chiedono: “Cosa farai da grande?” e i bambini se ne escono con mille idee diverse? Ecco io all’inizio non lo sapevo. Mi piacevano le cose che piacevano a tutti, mi sentivo uno tra i tanti, fino a quando non è arrivata la batteria.

Penserai questo qui deve essere un genio musicale! e invece no. La musica, come tutto per me, è nata da un amore lento. Avevo 11 anni quando ho scoperto che per me era speciale. Me ne sono accorto perché tra tutte le attività che facevo, la batteria era l’unica cosa che mi rimaneva dentro. E lì ho iniziato a sognare.

Sarei diventato un batterista della madonna. Uno di quelli che suonano nei concerti con strumenti bellissimi da migliaia di euro. Per questo quando ho messo piede in Banda ero scettico. Questi qui erano strani: gli strumenti li facevano pescando boiler delle caldaie, tubi, cestelli delle lavatrici. Boh! Ho pensato io.

Però lì, solo lì, c’era un’energia unica.

Eravamo in 12 e nessuno comandava. Lì giocavamo con regole diverse da quelle a cui mi ero abituato. Nessun fai così, fermo lì, aspetta che… Ascoltavamo e ci sentivamo. Ci sintonizzavamo sulle stesse frequenze e insieme creavamo musica. Ma anche bellezza. E comunità.

La Banda Rulli Frulli era il nostro branco. Il mio e il nostro posto. Non era solo la mia scuola di musica. Era il mio contatto con il mondo, la fonte della mia espressione e delle mie esperienze. Ci pensi che a 14 anni andavo in tour?

Sì, ho suonato anche io al Concerto del Primo Maggio, al Circo Massimo, da Mika… wow! Ma sai quando è che mi sono sentito un figo pazzesco? La prima volta che ci siamo esibiti a Mirandola in una sagra vicino casa. Da fuori ero inguardabile: un imbianchino con un bidone appeso addosso. Ma dentro scoppiavo di vita.

Sai che roba lavorare in Banda! mi dicevo. Guardavo Fede, Matteo, Marco, Sara e gli altri e li ammiravo. Hanno dato vita a un gruppo che guarda avanti, spinto a migliorare e a prendersi cura. Ma dopo il diploma dovevo avere un pezzo di carta in mano. Chi sei se non hai qualcosa che lo attesta per te? Allora mi sono iscritto al conservatorio, ho passato la selezione e per la prima volta ho capito cos’era davvero la Banda per me.

In Accademia si suona a spartito. Non sai neanche come è fatto il tuo vicino, i tuoi occhi sono sulle note scritte. Tutto è ristretto alla partitura. E mi mancava l’aria. Mi mancava la libertà generativa della Banda. Mi mancava vivere di ciò che la musica produce: amicizia e armonia. Ho chiuso la porta del conservatorio e mi sono sentito un fallito. Avevo deluso tutti: le nonne, i miei e pure io…

Quando l’ho detto a Fede, che per me non è il Direttore, è il timoniere della ciurma, lui ha capito subito. Io no, stavo imbambolato come un carciofo. Mi ha dato il la con i laboratori di costruzione degli strumenti e la manutenzione. Il resto è venuto da sè.

Adesso seguo anche i laboratori di musica e di teatro musicale nelle scuole. Lo faccio per spalancare gli occhi dei ragazzi e renderli parte della bellezza della vita. Non dico mai che il fine è l’integrazione perché quando i ragazzi fanno, l’integrazione viene da sé. Svaniscono le differenze e diventiamo tutti parte di un’umanità bellissima.

Oggi in banda siamo 70. I ragazzi hanno fame di cose autentiche. E sai a me cosa piace fare? Attendere. Aspetto il momento in cui anche a loro succede. Si impianta il seme che cambia lo sguardo, il modo di fare, di prendere la vita. E allora si accendono. Ecco quello per me è il top. Il segno che, sì un giorno ognuno farà un lavoro, ma prima della professione, noi possiamo essere Persone vere che vibrano e creano risonanze. Come la nostra musica.

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Madri tra desiderio e realtà

Madri tra desiderio e realtà

Diventare madre oggi è una scelta personale e sociale. Come le trasformazioni sociali stanno cambiando il concetto di maternità e quale ruolo giocano le donne oggi nel definire nuovi modelli di sviluppo? Ne abbiamo parlato con Riccarda Zezza e Anna Fiscale.

Il report “Italia Generativa” definisce l’Italia un Paese surplace: come un ciclista fermo sul posto, impegnato a mantenere un equilibrio ma incapace di darsi uno slancio nei confronti del futuro. Il tasso di natalità incide in un quadro politico che riflette una generale staticità. D’altronde le trasformazioni della struttura demografica rispecchiano anche i mutamenti culturali della società odierna: nonostante le giovani donne siano oggi più istruite, il tasso di inclusione lavorativa, il livello degli stipendi e le possibilità di carriera restano inferiori, mentre il 71% del carico familiare è ancora responsabilità delle donne. Diventare madre è oggi sia una scelta personale che sociale!

Nella festa che celebra la figura della madre, ci chiediamo cosa sta cambiando, cosa possiamo imparare dalla maternità e come questa possa diventare motore di crescita per uno sviluppo personale, culturale, economico e sociale. Ne abbiamo parlato insieme a Riccarda Zezza, CEO e Founder di Lifeed – l’azienda che dal 2015 sta cambiando il mondo del lavoro trasformando le esperienze di vita in competenze funzionali alla crescita di persone e imprese; e ad Anna Fiscale, ideatrice e Presidente dell’Impresa Sociale di moda etica Quid

- Riccarda, cosa significa oggi diventare madre?

Riccarda Zezza, Ceo e Founder Lifeed

Credo che oggi questa domanda sia più importante della risposta perché ad essere sinceri non ce la facciamo mai. Oggi ci chiediamo: Perché non nascono più figli? Quale è il tasso di occupazione femminile? Ci soffermiamo a parlare di maternità surrogata senza nemmeno definire cos’è la maternità! Ci facciamo quindi domande su quei temi che provocano problematiche politiche mentre le madri, per loro natura, sono portate a fornire soluzioni immediate. Ecco perché non interessa chiederselo! Invece penso che iniziare a farci questa domanda ci porterà a nuove opportunità perché ci obbliga a riconoscere la complessità dei fenomeni umani. L’effetto? Usciremo da risposte parziali e stereotipate!

- Credi che ci sia una narrazione che ha cullato la nostra idea di maternità?

Nel genere umano sono insiti due istinti: quello della caccia (che oggi si è tradotto nel gioco a somma zero dove o si vince o si perde) e quello della cura. La maternità è un modello primordiale e istintivo. Il cervello produce ormoni che premiano il comportamento di cura. Di fatto la maternità è diventata un modello di potere, solo che nella storia è stato limitato all’ambito familiare.

Ma cosa accade quando questo modello viene portato nel mondo sociale? Possiamo prenderci cura del mondo con il lavoro! Possiamo trasferire quegli elementi istintivi che caratterizzano la maternità per favorire lo sviluppo dell’Altro. Per farlo dobbiamo agire sulla Cultura, fare spazio a nuove narrazioni ed essere disponibili a ripartire da pagine bianche, da nuovi tavoli collaborativi.

- Quale valore emerge dalla maternità?

La maternità sviluppa nella donna una leadership femminile molto forte. Le ricerche ci dicono che quando si pensa ad un Leader si immagina una persona che guidi con l’esempio, che sappia far crescere, che ascolti e comprenda. Una persona con visione capace di creare progetti che gli sopravvivono. Non sono forse qualità che le madri esercitano quotidianamente nella dimensione privata?

In Lifeed abbiamo lavorato con oltre 40 mila persone e abbiamo rilevato che in media le persone hanno almeno 5 ruoli sociali. Solo il 30% delle energie sono spese nel contesto lavorativo, il 70% delle proprie risorse, di carattere creativo e relazionale, vengono espresse dove ci si sente coinvolti a livello espressivo, liberi di esprimere il proprio talento.

Il tema è importante per le organizzazioni perché è evidente che la persona, nel lavoro, non è considerata nella sua interezza e non utilizza a pieno tutte le proprie capacità: se questo è un limite per tutti, per le donne lo è ancor di più.

- Le trasformazioni sociali degli ultimi decenni verso quale idea di maternità ci stanno portando?

Quando parlo con le ragazze mi rendo conto che hanno paura della maternità. Vedono qualcosa di oscuro, solitario, problematico, che mette a rischio la loro indipendenza sociale ed economica perché oggi la maternità viene raccontata con due assunti: o è ultra cool (e quindi sei una mamma super) o è limitante (e sei una mamma affaticata). Non ci sono viene di mezzo.

Invece quando sono diventata madre io mi sono accorta improvvisamente che tutto l’amore che avevo cercato era entrato nella mia vita. La maternità libera la possibilità di amare prima ancora di essere amato e questo non ce lo racconta nessuno. Il tema quindi è vedere la maternità come un pezzo di noi che dialoga con le nostre anime, prende spazio ma non può essere nostro antagonista. Siamo un complesso di desiderio, leggerezza e amore. Dobbiamo scrollarci di dosso quell’idea sacrificale che per anni ha portato le donne a dimenticarsi di loro stesse nella relazione con il figlio. Dobbiamo anche scrollarci di dosso quella patina di perfezionismo che fa credere che tutto sia idilliaco. Dobbiamo dare alle donne nuovi specchi con cui guardarsi perché la questione riguarda la crescita della donna che si abbina, ma non si estingue, alla relazione materna.

Esistono quindi scelte individuali che generano un impatto sociale, leadership femminili che emergono e che ci portano verso nuovi modelli culturali. Ma come gestire tutto questo?

- Anna, sempre più le donne sono spaventate dall’idea che la maternità possa essere un freno al proprio sviluppo. Tu, come hai vissuto le tue scelte?

Anna Fiscale, Presidente Quid Impresa Sociale

Donna, moglie, madre: mi sono sempre vista così, in scala, e sono consapevole che non potrei essere me stessa se dovessi scegliere di essere solo una di queste parti. Non mi sentirei compiuta fino in fondo! Sono una donna appassionata e dedita al mio lavoro, in fin dei conti sono madre anche del mio progetto, ma per me era fondamentale accompagnare al mio sviluppo lavorativo anche uno sviluppo familiare, con le sfide che questo comporta!

La prima maternità l’ho vissuta quando Quid era a metà della sua strada. Io ancora non delegavo, non sapevo ancora farlo. Le riunioni le facevamo nel salotto di casa dopo tre settimane dal parto. In quel periodo non ero ancora abbastanza attrezzata ma mi è servito per capire come ridefinire il mio ruolo professionale, bilanciare la maternità e il lavoro, come dare vita ad un’organizzazione familiare equilibrata e paritaria con mio marito. È stato un percorso di consapevolezza.

- Da un lato donna e dall’altro madre. Esiste un modo per non scindersi in più identità?

Sapersi ascoltare e saper leggere i segnali che il nostro corpo ci dà. Facendolo riusciamo a fidarci della vita perché se si aspetta il momento perfetto per fare le cose, non ci sarà mai! Invece possiamo diventare consapevoli che le cose andranno anche diversamente da come le immaginavamo. Io, ad esempio, non pensavo che essere madre sarebbe stato così bello. Ma è anche faticoso e totalizzante! Ho scoperto che sapermi adattare alle situazioni mi permette di trovare soluzioni che mi aiutano a stare bene e farmi crescere.

- Incontri tutti i giorni donne e madri provenienti anche da culture diverse dalla nostra: quali abitudini ti colpiscono?

Mi colpisce molto il concetto di maternità diffusa che hanno le donne africane in cui è il villaggio che educa i bambini. La comunità diventa quindi educante. È un aspetto che mi fa ragionare sull’importanza di creare anche nei nostri contesti una rete relazionale tra donne, ma non solo, che diventi fonte di supporto e sviluppo per tutti.

- Quali soluzioni si potrebbero adottare per consentire alle donne scelte più includenti?

Spesso la maternità viene percepita dalle aziende come un periodo destabilizzante. Credo che gli incentivi economici possano essere un supporto però non bastano. Seguo il lavoro di Gigi de Palo sul Forum della Natalità e penso che siano necessarie scelte politiche lungimiranti. Ma anche nei luoghi di lavoro si può fare qualcosa! In Quid, ad esempio, abbiamo scelto di lavorare in produzione con orari positivi per le donne, dalle 8 alle 15.30 per permettere loro di avere un tempo oltre al lavoro. Rispetto agli uffici e alle aree commerciali le dinamiche cambiano ma un lavoro che offre flessibilità e che consente di lavorare per obiettivi può favorire il lavoro femminile e diventare un incentivo ambizioso!


Martina e quella fortuna costruita col tempo

Martina e quella fortuna costruita col tempo

La rubrica "Giovani Speranze" si arrichisce con la storia di Martina Tommasi, Responsabile Area Progetti e Sviluppo delle Acli di Verona

Da bambina volevo fare la capa, di cosa non lo sapevo e come nemmeno!

Mia mamma dice che sono nata con una certa repellenza alle regole e con la convinzione che nella vita decido da me! perché essere autonoma e indipendente sono sempre stati i miei obiettivi. D’altronde cos’altro potevo fare?

Ero piccola per capire la scelta dei miei genitori e quel vivere separati mi ha segnata.  Mi sentivo sola e diversa da tutti; ero insicura e anche abbastanza arrabbiata. Pensavo che “io” potevo essere l’unica persona su cui contare davvero. Così ho iniziato.

A 13 anni ho scelto una scuola che mi avrebbe fatta lavorare subito. Non avevo fatto i conti, però, con l’imprevedibilità della vita: mi sono innamorata del diritto. Mi piaceva l’idea di poter creare opportunità, di tutelare le persone, di prendermene cura. “Continua – mi dissero i professori – hai un futuro davanti!”.

La mia piccola ambizione mi ha portato ed Economia e management ma l’Università l’ho vista poco. Mi sentivo soffocare: ero solo un numero nel sistema. Mi mancava la relazione, stringere legami con adulti che aprono gli occhi e orientano la vita. Per questo studiavo lavorando a tempo pieno!

Commessa, hostess, impiegata, ho fatto di tutto fino a quando mi sono imbattuta nel Servizio Civile. Vedevo persone felici e sfide da vincere. E li ho iniziato a capire. Non volevo un lavoro per coprire le spese. Volevo qualificare il Terzo Settore e valorizzarlo. Ho scelto di uscire dal binario tradizionale: lavorare per generare profitto e ho continuato l’Università per presentarmi al non profit con qualità!

Si lo ammetto, quando sono entrata nelle Acli ero scettica. Cosa c’entro io con i valori cristiani? mi chiedevo. Poi mi sono accorta che qui le persone lavorano per le persone e che i valori sono quelli umani: favorire l’equità, crea opportunità, agire per la pace... Era quel che volevo da ragazzina. E la verità è che ho trovato anche molto di più!

Ho sostituito la sete individuale con l’interrelazione. Ho sperimentato cosa significa stare accanto. Ascoltare bisogni e trovare le risposte. Ho compreso il significato della collaborazione e che solo quando si fa insieme si possono cambiare le cose.

Beh, certo alle volte non è stato semplice far convivere il mio carattere prorompete con un’organizzazione storica. Ma c’è disponibilità e incontro e forse nelle Acli hanno visto che il Bene lo voglio fare bene. Sta di fatto che oggi sono Responsabile dell’Area Progetti e Sviluppo e mi sento fortunata ma non perché faccio il capo!

Quello non mi interessa più. Mi interessa sapere che anche grazie al mio impegno Verona può essere una città migliore. Mi interessa creare un equilibrio sociale per favorire la felicità. Mi interessa fare per lasciare un segno, perché i ragazzi abbiano opportunità e un giorno possano dire “anche io sono fortunato!”.

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Anna insieme ai bambini sordi per renderli adulti autonomi

Anna: insieme ai bambini sordi per renderli adulti autonomi!

La rubrica Giovani Speranze si arricchisce con la storia di Anna Chelini, logogenista che all'interno della cooperativa Logogenia si impegna per accompagnare bambini, ragazzi e giovani adulti sordi all'apprendimento della lingua perchè "comunicare significa integrare!"

Da bambina sognavo di fare la ballerina.

Chi l’avrebbe detto che avrei fatto il mestiere che faccio ora!

Quando ho iniziato a studiare lingue mi è sembrato di avere il mondo nelle mani. Il linguaggio era il mio strumento per conoscere il pensiero altrui senza confini spaziali. Italiano, inglese, islandese… la diversità delle parole mi emozionava!

Ma c’era una diversità che non riuscivo a collocare. Mi sentivo sulla soglia di una porta. Qui c’ero io e lì iniziava la comunità dei sordi. Però io volevo entrare. Volevo abbattere quella barriera invisibile che mi divideva da persone che avrei potuto conoscere. E così ho fatto il primo passo!

Sono andata a studiare a Venezia Linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio, un percorso appassionante, capace di farmi perdere la cognizione temporale. Amavo quel che studiavo e così quando mi sono laureata mi sono accorta che ancora non mi ero posta la fatidica domanda: Anna, cosa vuoi fare nella vita?

Io la risposta non l’avevo. Non sapevo come trasportare il mio titolo alla realtà e ci è voluto un soffio per farmi entrare in crisi! Sentivo di dover dimostrare qualcosa. Così ho accettato il primo lavoro d’ufficio che mi è capitato…ma era chiaro che quello non era il mio posto.

Lì non c’ero io. Io volevo mettere una parte di me nell’attività, stare con le persone, contribuire alla loro crescita. E adesso che lo so? - mi chiedevo - Cosa faccio? La risposta mi è arrivata tra le mani con un biglietto, un numero e un nome: Logogenia.

Hai presente la soglia di quella porta? Ecco Logogenia mi ha portato dentro a un nuovo mondo. Un mondo visuale, empatico, relazionale. E qui ho sentito che potevo essere io: potevo dare, trasmettere, stimolare per permettere a bambini, ragazzi e giovani adulti di diventare persone autonome. Perché comprendere e comunicare ti dà questo: integrazione.

La verità, lo ammetto, è che la prima ad aver imparato sono stata io! “Guarda la bambina” mi diceva la mia tutor. Tensione, smarrimento, frustrazione. Apprendere è un processo lento e faticoso, fatto di parole, tempi e gesti. Ma sono una logogenista, sto. Attendo. E quando il bambino si illumina, mi guarda felice e dice “Ho capito!” non vorrei essere in nessun altro luogo al mondo se non lì, accanto a quella gioia!

La mia agenda è un puzzle colorato di appuntamenti e incontri. Percorsi di crescita che arricchiscono la vita degli altri e la mia. Adesso so che non devo dimostrare nulla perché questo lavoro è la mia missione. Così dico Grazie e penso a come includere una persona in più!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica. Parti da Filippo e dall'impresa dolce che nutre le potenzialità!


Filippo e l’impresa dal cuore dolce che nutre potenzialità

Filippo e l’impresa dal cuore dolce che nutre potenzialità

La rubrica Giovani Speranze si arricchisce con la storia di Filippo Mazzocchi, presidente di Sociok, una Srl a vocazione sociale sviluppata dall’esperienza della Cooperativa sociale 180 impegnata nella produzione di cioccolato e nell’inclusione lavorativa di giovani con disabilità.

La pralina al caramello. Tra tutti i cioccolatini, il gusto della pralina al caramello mi conquista. Sai perché? Per il contrasto. Quel mix di dolce e salato che la rende perfetta. Lo stesso mix forte e avvolgente che ho trovato anche nella mia vita…

Arrivo da una famiglia proprietaria di un’azienda agricola. Sono cresciuto innamorandomi della campagna. Per questo per me è stato facile scegliere cosa studiare: Scienze tecnologie agrarie. Ma la verità è che non sempre quel che ami corrisponde a quel che studi, solo che non puoi prevederlo, lo scopri. E io quando l’ho capito sono scappato!

Dentro all’università non usciva la mia creatività. Mi sentivo chiuso all’interno di un percorso già definito, senza alcuna possibilità di spaziare. Faticavo a rimanere concentrato sui libri e mi saliva l’ansia. Un po’ frustrante se l’obiettivo è portare a casa esami, no? Il fatto è che a me non importava collezionare punteggi. Io volevo vivere esperienze!

Sai perché la gente fatica a mollare? Per paura! Del futuro, del fallimento, dell’idea degli altri. Io ho scelto di non spaventarmi, mi sono radicato al mio presente per continuare. Avevo la mia famiglia e i ragazzi che allenavo a pallone. Chi l’avrebbe detto che proprio a bordo di un campo da calcio sarebbe nata la mia occasione!

Pensare che io di cioccolato non ne sapevo nulla, non ne ero ghiotto e non mi ero mai interrogato sulle possibilità di lavoro per chi “diverso”. Ma quando Paolo mi ha parlato di una cooperativa di produzione artigianale di cioccolato con ragazzi autistici, qualcosa in me ha iniziato a scalpitare. C’era tutto da fare… e tutto da imparare!

La verità è che all’inizio l’inserimento lavorativo mi sembrava una difficoltà. Arrivo da un mondo che mastica un linguaggio fatto di limiti e vantaggi. Ma forse il vero limite è non riuscire a guardare con occhi diversi, quello sguardo che invece ci ha salvati. Perché cosa fai quando a Codogno, un mese esatto dopo l’apertura del primo negozio, con affitti e stipendi da pagare, scoppia la pandemia e si chiudono tutte le attività commerciali?

Ti inventi qualcosa con fantasia, creatività e confronto. Il cioccolato è un mondo romantico ma nel mercato non è una novità. Cosa fai per esserci? Come il capitano di una squadra ho iniziato a correre: la palla tra i piedi e un goal da segnare. Perché in quella vittoria per me c’era tutto. Un’impresa dal cuore dolce che nutre le potenzialità.

Ci vuole coraggio, fiducia, determinazione. Non ho mai pensato di vendere cioccolato ma di creare relazioni. Perché il cioccolato è un’esperienza di gusto e di vita. E così da un laboratorio che produceva una barretta siamo diventati Sociok, una Srl a vocazione sociale con 2 negozi, una produzione continuativa, 8 dipendenti e una rete distributiva allargata che insieme a noi trasmette felicità.

L’ho capito a distanza di anni perché l’Università mi stava stretta. Avevo bisogno di reinventarmi ogni giorno, di tessere relazioni, di sognare idee da convertire in progetti insieme a un team. Volevo svegliarmi senza limiti o barriere ed oggi, oggi che faccio l’imprenditore non per portarmi a casa 10mila euro al mese ma per creare valore, sono felice. Sono realizzato!

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