Chiara e quella canzone che diceva la verità

Chiara e quella canzone che diceva la verità

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Chiara Bianchi project manager e impiegata nella comunicazione di Cometa, realtà di Como che accoglie più di 1300 tra bambini, ragazzi e adulti e favorisce la formazione per contrastare la dispersione scolastica e accompagna i ragazzi ad entrare nel mondo del lavoro offrendo opportunità concrete.

È andata così: mi hanno affidato un nome comune. Uno di quelli che leggi nei problemi di matematica alle elementari. Se da un lato tutti se lo ricordano, dall’altro tutti rischiano di dimenticarselo. E io ho sempre avuto una gran paura di finire tra i “dimenticati”.

Così ho iniziato ad entrare nel mondo degli altri attraverso l’arte. Raffigurare era per me un modo per conoscere l’altro conoscendo me stessa. Un tratto dopo l’altro e la tela bianca diventava la persona che avevo davanti. Ma poi me ne sono accorta.

C’era un’ombra costante. Io cercavo nel dolore dell’altro di riconoscere il mio. I miei quadri diventavano specchi in cui cercavo un mio riflesso. È il dolore che ci cambierà cantava Lucio Dalla. E io non sapevo che poteva esserci un’altra via.

La sofferenza la porto sotto la pelle, stampata nel mio DNA. È il corredo genetico che ho eredito dalla storia di mio padre, abbandonato, adottato, riconsegnato. Un bambino lasciato solo al suo destino. E forse per questo avevo deciso di non far accedere nessuno dentro di me.

Mi sono detta Studia filosofia, con le domande giuste troverai un modo nuovo per guardarti! E sai come è finita? Tante domande nessuna risposta. Poi un giorno ho incontrato un ragazzo che stava costruendo orfanotrofi ad Aleppo e dentro di me si è aperta una voragine…

Sai quelle emozioni che fanno male perché ti stanno portando a volerti più bene? Ecco io non ero pronta. Ho ricacciato dentro tutto. Ho viaggiato e lavorato ma quella sensazione non mi si toglieva di dosso. Allora gli ho scritto “Come faccio a fare il lavoro che fai tu?”. Il tempo di dirmelo ed ero iscritta al Master Relazioni d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione nazionale e internazionale.

Alla fine non sono volata dall’altra parte del globo. Sono solo migrata di qualche chilometro ma a vedere come funzionano le cose qui in Cometa sembra di stare in un altro mondo! Immagina una casa grande e bella. E curata. E ordinata. E pulita. Immagina un posto che accoglie tutti dai piccoli senza genitori ai ragazzi che lottano contro il mondo. Un posto che con la mia famiglia aveva una storia in comune...

Qui non vince il dolore ma la rinascita. Adozione, affido, educazione sono una vittoria e non una sconfitta: e questo mi ha dato speranza. La Bellezza che pervade tutto e circonda i giardini, le stanze delle case, della scuola, delle botteghe artigianali fa comprendere un messaggio universale: questa meraviglia è anche per te perché chiunque tu sia sei prezioso e vali.

Quanto ci ho impiegato per capirlo? Beh un po’. Perché è facile vedere il Bello ma sentire di meritarsi questa Bellezza è un’altra storia. E sai quando me ne sono accorta? Ero alla fine di una giornata tostissima, una di quelle che corri e corri. Sono entrata in panetteria e uno dei ragazzi disabili mi ha sorriso e mi ha detto “Ciao, Chiara!”. Tra tanti volti lui mi aveva riconosciuta.

Ci ho messo anni per capirlo ma finalmente so come mai Lucio termina la canzone cantando è l’amore che ci salverà!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere la rubrica #Giovanisperanze partendo da Claudio!


un'ecosistema di senso

La nostra rete: un ecosistema di senso

La rete informale #Contagiamoci, curata da Fondazione Cattolica, si è riunita il 17-18 giugno a Como per confrontarsi sulle sfide territoriali poste in evidenza dai bisogni del nostro tempo condividendo soluzioni efficaci, collaborative e sostenibili.

Siamo un ecosistema: un organismo vivente, complesso e libero nel quale circolano apprendimenti, sperimentazioni e soluzioni che fanno nascere a loro volta nuove sperimentazioni e soluzioni condivise”. Con queste parole Adriano Tomba, Segretario Generale di Fondazione Cattolica, ha aperto i due giorni dedicati ai membri della rete #Contagiamoci. “Un ecosistema che si regge sulla consapevolezza del senso di ciò che stiamo facendo insieme e sulla responsabilità di ciascuno di custodire l’intenzione: innervare la società di valori attraverso opere che rispondono ai bisogni sociali del nostro tempo”.

Per questo a Como erano presenti 150 persone provenienti dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia che hanno riempito gli spazi di Cometa per condividere, ascoltare e proporre modalità di risposta capaci di rafforzare il valore dell’impresa sociale. “Il Contagiamoci!” è diventata così un’esperienza evocativa, pratica e motivazionale, dove è possibile dare senza perdere e prendere senza togliere.

L'intervento di Mauro Magatti

Viviamo in un periodo storico sorprendente, quello che aumenta le possibilità di vita per miliardi di persone. E questo, se ci pensiamo, è una cosa buona! Più viaggi, più opportunità di studio, più benessere, più prosperità. Eppure la nostra è una società in tensione perché grandi opportunità hanno generato anche grandi problemi” inizia così l’intervento del professore ordinario di Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano.

L’aumento individuale illimitato e quantitativo delle possibilità di vita, moltiplicato per miliardi di persone, che in sé è cosa buona, ha prodotto però degli effetti ambientali e sociali devastanti. In particolare ha:

  1. Aumentato la produzione di scarti sia materiali che umani;
  2. Distrutto la biodiversità sia sul versante ambientale, perchè modificando gli equilibri dell’ecosistema si alterano le forme di vita; sia sul versante sociale, perché crediamo di vivere una libertà che invece è standardizzata a forme di controllo che non generano relazione e diversità;
  3. Ridotto la forza del legame. Baumann negli anni 90 parlava di società liquida che si è evoluta in persone liquide, ossia persone frammentate nell’incapacità di generare e mantenere legami.

Ci aspetta un futuro apolattico? No, o almeno non è detto, perché il bello di intraprendere strade non ancora segnate è che ognuno diventa parte della scommessa. Quale mondo vogliamo? Auspichiamo un mondo desiderabile o distopico? Se la risposta è “desiderabile” l’espressione umana è fondamentale ed è proprio qui che si gioca la partita del non profit: dare un senso alla Persona e al suo agire.  

I tavoli di lavoro

Significato, azione e Persone al centro. Durante i tavoli di lavoro abbiamo parlato di: disabilità, metodi per fare impresa sociale, welfare generativo di prossimità, bilanci sociali ed ecologia organizzativa, comunicazione, emarginazione sociale e PNRR. Ma cosa resta?

“Sentiamo il diritto e la responsabilità di essere imprese sociali, imprese che prendendosi cura delle persone e dei territori sanno andare controcorrente” racconta Maria Cristina Codicè (Cuore 21 - Riccione). Imprese che dialogano con il territorio, con stakeholder e beneficiari diversi, che vogliono “esprimere la competenze con competenza” racconta Mauro Fanchini (Il Ponte - Novara), perché non basta fare, bisogna avviare processi attrattivi con scelte di posizionamento, senso e compenso adeguate al lavoro svolto. Perché “la cura delle relazioni favorisce un pensiero dinamico” racconta Etta Rapallo, (APS Sc’art - Genova), che “dovrebbe interrogarci quando comunichiamo facendo chiedere agli enti sociali cosa accadrebbe se non ci fossi più? È questo il valore comunicativo che dobbiamo trasmettere anche all’esterno” afferma Rosalì Pandolfi (Il Ponte-Vicenza). D’altronde il Terzo Settore è ricco di esperienze e non ci sono modelli unici di riferimento. Ci sono però “creatività, unicità, competenze e capacità progettuali che possono fornire una lettura della realtà ed essere condivise” continua Giuliano Bellezza (Pane e Signore – Genova), dando così la possibilità di confrontarsi e di fare un’esperienza personale che diventa condivisa anche sulla possibilità di “redigere bilanci veri, capaci di trasmettere il significato di ciò che si fa!” continua Fabio Dal Seno (Cercate – Verona).

E così la forza della rete si dimostra dai primi contatti e dalle prime e-mail che iniziano a circolare. Quelle che non si fermano a cosa la Fondazione ha in mente di sviluppare per il coinvolgimento di tutti ma che nascono dai partecipanti e avviano nuove progettualità condivise, come il desiderio di “creare un turismo di senso” anticipa Alessandra Tore (Muma Hostel – Cagliari).

Vuoi saperne di più di questo ecosistema ricco di senso? Ecco qualche indicazione!


ZeroPerCento: la bottega etica che fa bene a tutti

ZeroPerCento: la bottega etica che fa bene a tutti

ZeroPerCento è la bottega di quartiere che vorresti sotto casa. Prodotti freschi, a chilometro zero e ad alto impatto sociale trovano spazio negli scaffali gestiti da persone con disabilità intellettiva. A Milano si acquista sostenibile e si promuove il valore del lavoro dignitoso per tutti.

È il 2015 quando a Teresa Scorza nasce un’idea: creare un progetto concreto per favorire l’occupazione. Con la sua Laurea in Economia e l’esperienza maturata nel lavoro aziendale e nel Terzo Settore, Teresa sa che da sole le idee non bastano. “Volevo creare un negozio di vicinato ma io di punti vendita non sapevo niente e dovevo capire come rendere sostenibile il mio pensiero!” racconta. Così Teresa muove i primi passi. Racconta la sua idea, trova le prime compagne d’avventura e partecipa ad un programma di accelleration arrivando a costituire la cooperativa Namastè e il progetto ZeroPerCento. In pochi anni la bottega capisce come diventare una presenza territoriale aprendo 2 negozi e contando su 150 produttori. Ma affronta anche le sfide pandemiche aprendo 1 canale online e differenziando il lavoro attraverso la realizzazione di catering e coffee break aziendali.

ZeroPerCento prima dell’essere bottega

Una bottega di quartiere che vende prodotti solidali, ad alto impatto sociale, creando percorsi di inclusione professionale per persone con disabilità intellettiva. Sulla carta ZeroPerCento ha tutte le qualità per diventare un punto di riferimento locale. Ma la realtà è più complessa di una presentazione e il primo spazio a canone calmierato dove alzare la saracinesca, ZeroPerCento lo trova nel 2016 vincendo un bando del comune di Milano. Peccato che il negozio è a Milano Nord, in un quartiere di case popolari, dove regna il degrado, lo spaccio e la diffidenza.

 “La nostra prima sfida è stata aprire un negozio in un quartiere in cui nessuno apriva attività da 14 anni e dove i redditi delle persone non avrebbero permesso loro di acquistare i nostri prodotti. Abbiamo capito fin da subito il segreto per fare impresa sociale: mai arrendersi!”.

Lo spirito di Teresa è condiviso tra i soci della cooperativa che, senza soldi, scelgono di promuoversi partendo da un semplice principio: portare il bello tra quelle vie della città. Colorano le saracinesche, danno vita a biblioteche a cielo aperto, portano rastrelliere per bici, piantano fiori, fanno rete con le realtà locali e con il loro banchetto partecipano a tutte le iniziative dei quartieri limitrofi.

ZeroPerCento la bottega inclusiva

La bottega rappresenta una palestra lavorativa a cui i servizi sociali, i centri per l’impiego e le associazioni di zona segnalano persone con disabilità intellettiva per lavorare sullo sviluppo di competenze che arricchiscano la persona e le consentano di trovare occupazione. “Attiviamo percorsi professionali per 10-12 persone l’anno che durano almeno 6 mesi” racconta Teresa. Si costruisce un percorso adatto alle persone: chi alla vendita, chi nella gestione del locale, chi in back office. “Insieme scriviamo il cv, monitoriamo quanti ne inviano alla settimana, forniamo metodi e strumenti per capire come cercare un lavoro e prepariamo ai colloqui” racconta Teresa. Ma il supporto prosegue anche quando la persona trova collazione in azienda attraverso follow up e accompagnamento a distanza. “Per sensibilizzare al tema lavoro-disabilità abbiamo scelto di lavorare in sinergia con le aziende: loro ci chiedono di formare le persone per alcune mansioni e noi le prepariamo!”.

ZeroperCento la bottega etica e sostenibile

All’interno dei punti vendita e sul canale e-commerce è possibile acquistare prodotti stagionali ad alto impatto sociale perché per scelta più del 50% dei prodotti proviene da realtà del Terzo Settore che promuovono l’inclusione lavorativa e valorizzano il lavoro delle persone. “Il prezzo è un prezzo equo perché riconosce la manodopera che ci sta dietro” afferma Teresa.  Prodotti etici e sostenibili perché la bottega favorisce lo sfuso e la riduzione del packaging sensibilizzando i consumatori ad acquistare ciò di cui hanno bisogno senza produrre sprechi. 

E il futuro?

“Ricordo quando all’inizio arrivavano i clienti nel nostro primo negozio e dicevano Chi è il pazzo che ha deciso di aprire qui? Ma poi accadeva una cosa strana. I clienti iniziavano a sentirsi responsabili del progetto e delle loro persone” racconta Teresa. Come se ZeroperCento fosse un seme di sostenibilità, bellezza e bontà di cui tutti vogliono prendersi cura e che la cooperativa condivide per costruire un futuro sostenibile per tutti!

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L’impresa sociale è cosa per giovani?

L’impresa sociale è cosa per giovani?

Lavoro, crescita, sviluppo e felicità. Il 27 maggio durante il Festival Generativo tenutosi alla Stazione Rulli Frulli di Finale Emilia, 5 imprenditori sociali hanno raccontato agli studenti delle scuole superiori il senso dell’impresa sociale.

Cosa serve per intraprendere nel sociale? Idee, strumenti e modelli. Ma per far rinascere territori e persone servono anche occasioni di incontro per condividere pratiche ed ispirare buone azioni. “Quando ero un ragazzo mai avrei immaginato che un giorno sarei stato qui, in questa Stazione a presentarvi questi imprenditori che hanno scelto di creare occasioni di meraviglia per le persone. Mi auguro che oggi ve ne andiate da qui con uno zaino arricchito!” ha introdotto Federico Alberghini, Presidente della Stazione Rulli Frulli.

il festival generativo

Laura Solieri, giornalista ho moderato la tavola rotonda in cui Alessandra Tore, Direttrice Muma Hostel e EcoIstituto mediterraneo (CA), Mauro Fanchini, Direttore coop. Sociale Il Ponte (NO), Alessandro Menegatti, Presidente coop. Sociale Work&Services (FE), Valerio Tomaselli, Presidente coop. Sociale Amici di Gigi e Marco Ottocento, Presidente coop. Sociale Vale un sogno hanno raccontato ai ragazzi cosa significa fare impresa sociale oggi!

1. Quale significato date al “fare impresa sociale”?

“Dare gambe e anime alle idee” racconta Alessandra che riconosce l’importanza di fare business prendendosi cura delle persone e dei territori. Per farlo “è importante riconoscere i dati, avere trasparenza nell’operatività e diventare sostenibili” continua Mauro perché quando ci si trova immersi in una società che produce scarti abbiamo sempre due scelte: chiudere gli occhi o accettare la sfida e “trasformare le comunità, le imprese, le famiglie in luoghi accoglienti che abbracciano le fragilità altrui senza vederle come limite ma come input per farci cambiare la nostra parte di mondo” ammette Marco.

2. Cosa aiuta a far crescere progetti sociali?

Valerio “Io credo che il primo vero passaggio sia imparare a riconoscere i propri desideri. Quando sei ragazzo senti dentro di te un grido. A volte si cresce scordandosi di quel desiderio che voleva essere ascoltato, altre volte lo si ascolta e lì si inizia il vero viaggio!”. Un viaggio fatto di incontri, alleanze e pensieri condivisi. “La fiducia è il primo metodo di conoscenza e di rapporto che intessiamo con la realtà e da questa bisogna partire” continua Alessandro. “Avere fiducia consente di costruire relazioni e di dare forma alle comunità. Chi lavora nel sociale riconosce una forma di Bene che è superiore e che consente di condividere la propria missione con gli altri” riporta Marco. Ed è all’interno di questa relazione che si “impara ad avere un linguaggio comune” continua Mauro, un linguaggio che Alessandra traduce in “un modo di sentire, fare, agire che diventa di rete, comunitario, creato dai più perché raggiunga più destinatari”.

3. Come si trovano compagni di viaggio?

“Uscendo dai propri confini. In cooperativa abbiamo una frase che dice: Se si sogna da soli rimane un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia. All’inizio non sono gli altri a venire in cerca di te o delle tue idee: sei tu che le devi portare loro” racconta Mauro. “Lavorando con i ragazzi mi sono reso conto che il vero bisogno del nostro tempo è essere amati. Ed è un bisogno comune a tutti anche se vogliamo nasconderlo” riflette Valerio. E quando ci si mette in cerca si scopre che spesso i bisogni degli altri sono anche i propri. “Io credo nel ruolo dei maestri: persone che non ti insegnano ma ti fanno vedere come si fa. Come guardare, ascoltare, accompagnare le persone. Sono azioni che parlano alla mente e al cuore e orientano l’agire” ammette Alessandro che invita i ragazzi ad uscire, a ricercare uomini e donne da cui lasciarsi ispirare.

l'impresa sociale e i giovani

Dalla tavola rotonda emerge il ruolo di un’impresa sociale giovane e frizzante che non si sofferma su ciò che manca ma che fa con quello che c’è a disposizione. Reti comunitarie che si attivano, progetti di agricoltura sociale che riqualificano il territorio e danno valore alle persone, iniziative di inclusione lavorativa che danno opportunità anche a chi mai avrebbe pensato di poter dire “io lavoro!”, attività culturali che recuperano le tradizioni trasformandole in attività commerciali che trasmettono valori creando occasioni.

Ma l’impresa sociale è cosa per i giovani? “Io avevo 16 anni quando ho capito che nella vita avrei fatto questo. Perché questi sono gli anni in cui riconosci cosa bisogna cambiare e ti attivi per farlo davvero!” conclude Valerio Tomaselli.


La rete insieme per creare opportunità

“La Rete” insieme alla Comunità per creare opportunità

La cooperativa si sviluppa alla fine degli anni ’80 a Trento per migliorare il benessere e la qualità di vita di persone disabili e delle loro famiglie. Da allora promuove la cultura dell’inclusione sociale fatta di informazione, sensibilizzazione e coinvolgimento della Comunità per creare una società accogliente per tutti.

Negli anni ’80 avere un figlio con disabilità in trentino non era facile, nonostante l'esistenza di alcune attività sul territorio. I servizi erano pochi, i percorsi di inclusione scolastica molto faticosi e pensare di crescere nella “normalità” un bambino disabile sembrava un’utopia. “Sin dalle origini abbiamo cercato di sviluppare occasioni perché le persone disabili hanno bisogno, come tutti, di trovare opportunità di crescita” racconta Mauro Tommasini Direttore di La Rete. “Allora sembravamo dei pionieri perché erano poche le occasioni di normalità, ma il tempo ha dimostrato che agire in prossimità fa la differenza”.

Storia di La Rete

La cooperativa prende forma nel 1988 grazie ad un gruppo di soci legati dall’amicizia e da valori comuni e prende il nome di Rete per esprimere il primo obiettivo dell’ente: mettere in connessione famiglie con figli disabili e cittadini in un rapporto di auto sostegno. La disabilità supera i confini delle mura domestiche attraverso una rete di volontari e di operatori che attivano le prime relazione tra cittadini. “Siamo una sorta di agenzia delle relazioni” testimonia Mauro per evidenziare quanto essere insieme alla vulnerabilità consenta di comprendere e di realizzare attività sempre nuove che abilitano le persone, alleggeriscono dalle fatiche, creano processi inclusivi e un nuovo ruolo sociale.

L'obiettivo della cooperativa

L’obiettivo de La Rete negli anni non è cambiato: “Accompagnare le persone con disabilità nel loro progetto di vita sostenendo le famiglia all’interno di un contesto sociale” dichiara Mauro. Per farlo la cooperativa ha sviluppato molteplici servizi consapevole che prendersi carico, creare fiducia e garantire qualità del servizio siano elementi indispensabili per fare bene il Bene. Insieme a più di 260 volontari e 30 operatori, La Rete ha lavorato con più di 300 persone disabili in questi anni cercando di favorirne le potenzialità e le autonomie.

I servizi della cooperativa

“Abbiamo scelto di non chiuderci ma di aprirci alla città. Lavoriamo in rete con 32 realtà esterne perché stando nel territorio cambiano le persone e le loro percezioni. Un esempio? Lavorando nelle scuole, i ragazzi diventano volontari!”. I servizi proposti da La Rete riguardano Persone, Famiglie e Comunità nascono e si sviluppano grazie a coprogettazione con i destinatari delle attività. Se da un lato sollevano le famiglie e stimolano la società, dall’altro favoriscono momenti di apprendimento, relazione e crescita di giovani adulti disabili per abilitarne le autonomie personali e residenziali. I servizi diurni vanno dall’agricoltura sociale alle attività sportive, dalla coltivazione e lavorazione di erbe alle attività artistiche, dall’apprendimento ai momenti ricreativi del tempo libero.

Una rete in evoluzione

Accoglienza, professionalità, creatività. La Rete è una realtà in costante evoluzione che lavora in sinergia con il Comune di Trento e che dal 2005 ha attivato forme di autofinanziamento per rendere sostenibili le attività. Come la creazione di La bolletta del cuore un progetto realizzato in collaborazione con Dolomiti Energia che destina una percentuale di ogni bolletta sottoscritta a un fondo sociale volto a finanziare soluzioni abitative per persone con disabilità! “Al futuro? Certo che ci pensiamo! Ci piacerebbe lavorare in partnership con qualche impresa per favorire così lo sviluppo della loro CSR e garantire nuove opportunità!”.

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Il buono che c’è: storia di Mauro

Il buono che c’è: storia di Mauro

La rubrica Uomini che fanno la differenza si arricchisce con la storia di Mauro Fanchini, Direttore della cooperativa sociale Il Ponte di Invorio impegnata nell’inclusione sociale e lavorativa di persone disabili, giovani in difficoltà e famiglie emarginate.

Mauro ha la tempra di chi sa che la vita puoi subirla o accettarla.

A 3 anni è sulla porta di un asilo svizzero in cui nessuno parla l’italiano. Resta immobile sull’uscio. È in attesa. Di uno sguardo, una mano gentile, un sorriso che lo rassicuri. Gli basta solo un passo per entrare a far parte di quel nuovo mondo. Se solo accadesse. E invece… i suoi piedi scappano e scelgono per lui.

Questo non è il suo posto. Non c’è odore di casa tra le mura di quella camera da letto in cui ogni notte si ripete sopravvivi! Gli manca il calore di una carezza. Gli manca una famiglia.

Sopravvivi! si dice ancora una volta tornato in Piemonte quando il papà lo raggiunge a scuola, si inginocchia e gli dice “La mamma è volata in Cielo”.

Mauro cresce riconoscendo nella fragilità due limiti: la condizione economica e quella di cuore. Ma non ne fa una colpa. La vita a volte è così, a modo suo ti fa capire che devi prenderti cura di te, che puoi vivere nel rancore o nell’azione. Che non importa se non hai avuto spazio per sognare. C’è sempre tempo per fare…

E allora Mauro fa. Inizia a lavorare che è appena un ragazzo e capisce che il lavoro è libertà, responsabilità e comunità. Diventa imprenditore senza quasi accorgersene. Gestisce una rete di agenzie di comunicazione in Italia per conto di una società internazionale. Parte con pochi dipendenti ma anno dopo anno aumentano.

A Mauro piace far star bene le persone. E come imprenditore questo è il suo primo compito. Impara a pianificare insieme, a condividere valori e attività. Impara che l’impresa cresce quando crescono i suoi collaboratori. Così il lavoro diventa un mezzo per conoscersi, per creare una piccola comunità in cui ci si prende cura gli uni degli altri.  

Per questo Mauro non ha tempo da perdere. La sua agenda da imprenditore e uomo sposato con figli gli lascia il fiato corto, eppure trova un piccolo spazio per sé. Bussa a una porta di legno dicendo “Don, le diciamo insieme le lodi questa mattina?” e quella domanda apre una nuova possibilità.

Diventa monaco laico e si lega ad un principio antico: ora et labora. Prega e lavora. Una regola che lo tiene saldo anche nei momenti di difficoltà. Anche quando si presenta una situazione a cui prova ad opporsi. Mauro non sa niente di disabilità ma sa quando un’impresa rischia di chiudere. E alla cooperativa di suo padre manca poco.

30 persone, 7 clienti, un bilancio in perdita da 4 anni e 40mila euro di debiti. Cosa devo fare? si chiede. Se accetta la sfida di prendere le redini de Il Ponte rischia di perdere tutto. In gioco c’è il suo futuro e il legame con l’uomo che gli ha dato la vita. Ma Mauro è un imprenditore. E gli imprenditori rischiano in nome di un Bene che supera l’egoismo.

Mauro studia, analizza e solo poi agisce. Riorganizza l’attività lavorativa, trasforma la gestione artigianale in una gestione aziendale, mette a norma la struttura, dà forma a inserimenti lavorativi sostenibili. Deve scegliere cosa tenere, cosa cambiare. Chi lasciar andare, su chi investire, chi assumere. Sono anni di fatiche, conflitti familiari e tensioni. Ma alla fine riesce nel più grande intento: sdogana l’idea che il Ponte sia un luogo di pochi sfigati che fanno cose.

Il Ponte diventa un’impresa sociale riconosciuta. Giovani in difficoltà, persone disabili, famiglie fragili trovano nella cooperativa occupazione, accoglienza, casa. Mauro stimola e i suoi collaboratori creano occasioni di crescita per il territorio tanto da coinvolgere 190 persone, 70 dipendenti, 65 clienti e sviluppare un fatturato medio di un milione e mezzo l’anno.

A 60 anni Mauro ha trovato tempo per sognare. Anche se non può fare a meno di chiedersi se davvero una vita tranquilla fa per lui.

“In una società che crea sempre più scarti, abbiamo bisogno di imprese che creano comunità”

Lui è Mauro, un uomo che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere la Rubrica Persone che fanno la differenza a partire da Alessandra e del suo turismo sostenibile.


Intraprendere nel sociale al Festival Generativo

“Intraprendere nel sociale” al Festival Generativo

Idee, strumenti e modelli per sviluppare l’impresa sociale che promuove opportunità per persone, territori ed economia. Il 27 maggio a Finale Emilia il Festival Generativo ospita una tavola rotonda per condividere buone pratiche ed ispirare nuove azioni.

Un lavoro di restaurazione lungo un anno, un desiderio coltivato da molto di più! L’ex auto-stazione degli autobus di Finale Emilia, dal 2021 diventata La Stazione Rulli Frulli, inaugura il 21 maggio il Polo Multifunzionale per l’inclusione lavorativa di persone con disabilità e per l’aggregazione giovanile di qualità. Un luogo pensato per accogliere ed armonizzare la diversità, privo di barriere fisiche, relazionali e culturali. Un’impresa sociale in grado di radicarsi sul territorio a beneficio di tutta la comunità, catalizzando attenzione, entusiasmo, risorse, energie. Un punto da cui partire per costruire una rete sociale allargata, che coinvolga tutta la comunità nel supportare le persone con disabilità e le loro famiglie. Uno spazio in perenne divenire, pronto ad accogliere nuove spinte creative ed impulsi generativi.

Il Festival Generativo

La Stazione Rulli Frulli è uno spazio che vive in assenza di confini o aggettivi possessivi, uno spazio per tutti e di tutti. Per questo l’inaugurazione della Stazione non poteva durare un solo giorno ma ben una settimana intera. Ospite anticipato alla data di apertura è Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica farà visita alla Stazione Rulli Frulli il 20 maggio. Dal 21 al 28 le porte della Stazione aprono ufficialmente per ospitare eventi, incontri, laboratori, concerti e rappresentazioni.

Adulti e bambini possono prendere parte a tutti gli appuntamenti presenti in programma

Intraprendere nel sociale

Venerdì 27 maggio alle ore 10.00 La Stazione Rulli Frulli ospita un incontro per parlare di imprenditoria sociale: idee, strumenti e modelli per la rinascita di territori e di persone. L'evento è promosso insieme a Fondazione CattolicaVerona. Parteciperanno imprenditori sociali facenti parte della rete informale #Contagiamoci, la rete curata da Fondazione Cattolica che riunisce persone motivate a creare opportunità di benessere e sviluppo per rispondere ai bisogni sociali del nostro tempo.

Dalla Sardegna al Piemonte, dal Veneto all’Emilia Romagna. Daranno testimonianza di buone pratiche:

  • Alessandra Tore, Direttore Eco Istituto Mediterraneo e Muma Hostel (CA) realtà impegnata nella promozione di un turismo sostenibile e della tutela ambientale
  • Mauro Fanchini, Direttore Cooperativa Sociale Il Ponte (NO) realtà impegnata nell’inserimento lavorativo di persone con disabilità e giovani fragili
  • Alessandro Menegatti, Presidente Work & Services (FE) realtà impegnata nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate e nella valorizzazione territoriale
  • Marco Ottocento, Presidente Cooperativa Sociale Vale un Sogno (VR) realtà impegnata nello sviluppo di progetti di vita per giovani con disabilità intellettiva
  • Valerio Tomaselli, Presidente Cooperativa Amici di Gigi e Direttore Commerciale Belforte (FC) realtà impegnata nell’accompagnamento di minori in difficoltà e nell’inserimento lavorativo di giovani con disabilità

La partecipazione è libera e gratuita.

Vuoi saperne di più su La Stazione Rulli Frulli? Puoi partire leggendo la loro storia!


Accessibility days: la tecnologia come strumento di inclusione

Accessibility days: la tecnologia come strumento di inclusione

Torna a Milano l’Accessibility Days l’evento organizzato il 20-21 maggio per sensibilizzare, formare e scambiare esperienze di accessibilità e inclusione attraverso l’uso della tecnologia.

Viviamo in un mondo che è pervaso dalla tecnologia. Prenotare il biglietto per un concerto, partecipare a corsi formativi, svolgere attività lavorative. Tutto è digitalizzato. Ma la tecnologia raggiunge davvero tutti gli utenti? “Era il 2004 quando partecipai ad Amsterdam ad un evento per sviluppatori – racconta Andrea Saltarello, sviluppatore software membro di Accessibility Days - Ricordo che l’organizzatore fece salire sul palco un non vedente. Non fece altro che usare uno screen reader navigando sui siti web per condividere la sua esperienza quotidiana di navigare online. Fu un pugno nello stomaco. Mi resi conto di quanto io come sviluppatore non avessi tenuto in considerazione questo tipo di bisogno…”.

L'Accessibility Days

Era il 2016 quando Andrea incontrò Stefano Ottaviani e Sauro Cesaretti. Volevano organizzare un evento per sviluppatori con l’obiettivo di parlare di tecnologie e accessibilità. L’Accessibility Days nasce così: da un bisogno, un incontro, una community di programmatori affezionati alle iniziative proposte fin dal 2001 da UGIdotNET, la prima associazione fondata da Andrea. Da allora l’Accessibility Days è diventato un appuntamento annuale dedicato a sviluppatori, designer, maker, editori di contenuti ma anche a docenti, imprenditori e privati.

La tecnologia come strumento di inclusione

Quando si parla di disabilità sembra entrare in un codice binario classificatorio: ce l’hai o non ce l’hai. Eppure la disabilità riguarda tutti perché ne esistono molteplici forme. Quella temporanea e quella permanente. Quella intellettiva, visiva, uditiva, motoria, fisica e ciascuna tipologia include singole specificità. “Come sviluppatore di software credo che sia un nostro dovere includere la disabilità nella programmazione tecnologica. Considerare le esigenze di un utente diversamente abile permette di dare forma a tecnologie che abilitano le persone contrastando le problematiche quotidiane” ammette Andrea.

Così dagli Accessibility Days è nata un’associazione che porta lo stesso nome e che vuole informare, formare, progettare perché “se riusciamo a dimostrare la possibilità di essere inclusivi in quello che si produce e si fa, possiamo creare i presupposti per cui ci saranno le stesse opportunità scolastiche e le singole persone potranno sviluppare competenze professionali da spendere in un contesto lavorativo preparato”.

L'obiettivo dell'Accessibility Days

“Mio padre è diventato sordo improvvisamente a causa di un’otite fulminante. Il giorno prima sentiva, poi non ci ha sentito più. Erano gli anni’70 e ancora non si dava attenzione al tema. A lui sono state precluse una moltitudine di attività mentre oggi la tecnologia rappresenta un piccolo miracolo perché attraverso di essa possiamo raggiungere scopi più alti: possiamo contrastare le problematiche che rendono inaccessibile la quotidianità” afferma Andrea.

L’Accessibility Days diventa quindi un luogo di incontro, confronto e interazione per parlare di accessibilità e inclusione per la scuola, il lavoro, il tempo libero e il divertimento affinchè la tecnologia diventi uno strumento utile a favorire pari opportunità tra le persone indipendentemente dalle condizioni di partenza e dell’ambito di applicazione.

Il programma dell'Accessibility Days

Il 20-21 maggio l’Istituto dei Ciechi di Milano ospita la sesta edizione dell’evento. La partecipazione è gratuita previa iscrizione online. Nei due giorni sono attive 6 track simultanee, 50 sessioni tecniche e 10 workshop pratici. Dopo due anni di pandemia, quest’anno l’evento torna in presenza consentendo ai partecipanti di vivere appieno il tema grazie a momenti esperienziali che da un lato danno concretezza alle parole e dall’altro fanno sperimentare sulla propria pelle la difficoltà che vivono quotidianamente le persone con disabilità.

Ti interessano iniziative come questa? Resta collegato con noi in attesa di sapere cosa accadrà il 27 maggio!


Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero

Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero...

La rubrica “Giovani Speranze” si arricchisce con la storia di Claudio Vitale, 27enne, responsabile organizzativo e del personale di Una casa anche per te, che nella vita ha deciso di prendere alla lettera l’invito di Papa Giovanni Paolo II “Giovani, prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!”

Da bambino mi vedevo in giacca e cravatta. Sognavo di diventare un manager. Chissà poi cosa mi immaginavo facesse un manager. Mi piaceva l’idea di essere elegante, di scendere dalla mia nuova e scintillante macchinona, di avere un ufficio galattico. E invece…

Eccomi qui con carte da visionare, conti da controllare, progetti da creare. Con le scarpe comode e l’agenda stracolma di appuntamenti perché per ogni bambino e ragazzo che vive in casa d’accoglienza si moltiplicano bisogni, impegni e appuntamenti. Quindi corro!

Non è stata una scelta facile. Perché non è facile farsi scivolare addosso le aspettative sociali. Guadagnare bene, essere figo, avere successo, diventare importante…ma importante per chi? Quando giro la sedia della scrivania e vedo il disegno che mi ha fatto Luisa comprendo. “Ti voglio bene, per sempre!” mi ha scritto. Lei che è solo una bambina ma sa già cosa conta davvero!

Il tempo, la presenza, il fare con e per gli altri. Una casa anche per te è un micro-cosmo. Un po’ perché i ragazzi sono italiani ma anche africani e arabi. Un po’ perché ci sono più culture, religioni, usanze. Un po’ perché i più piccoli vanno elementari e i più grandi sono poco più che maggiorenni. 

Arrivano dai barconi o dalla tratta dei Balcani. Da soli. Arrivano dai tribunali che li hanno allontanati dalle famiglie d’origine italiane per proteggerli. Hanno fame di riscatto, di dare aiuto, di diventare qualcuno. E io penso alla frase di Papa Giovanni Prendi in mano la tua vita e fanne un capolavoro…

L’ho capito dopo 3 anni di Economia che non mi basta la sterilità dei numeri. Io avevo bisogno di stare con le persone. Di creare per dare futuro. Da volontario ho imparato che quando dai cresci sempre insieme all’altro. Così mi sono lanciato negli studi di cooperazione internazionale. Volevo partire ma poi…

È la vita che ti chiama! A me ha bussato la porta e mi ha fatto conoscere questa realtà. Che è una casa di accoglienza ma anche un luogo di crescita e di lavoro per i ragazzi. Qui ho sentito che c’era tutto il mondo di cui avevo bisogno e che io sarei potuto essere un pezzo di mondo per loro. Così mi sono fermato.

Solo geograficamente però! Perché ogni giorno è una nuova avventura! Imparo, progetto, metto in gioco me stesso perché la vita dei minori che incontro si trasformi in un capolavoro. Sai quando ti chiedono “Che lavoro fai?”. Ecco, bene bene non so cosa dovrei scrivere nel mio cv. Ma sai quale è la verità?

Per ora non mi importa…

Sono nel luogo giusto che mi chiede di essere Claudio prima di tutto!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere le esperienze di Giovani Speranze a partire da Arianna


Alessandra e il turismo che custodisce l’anima della Sardegna

Alessandra e il turismo che custodisce l’anima della Sardegna

La rubrica “Persone che fanno la differenza” si arricchisce con la storia di Alessandra Tore, vicepresidente della cooperativa sociale Ecoistuto Med, una realtà cagliaritana che ha cuore l’ambiente, il territorio e il turismo responsabile. L'Ecoistituto insieme al Muma Hostel (realtà ricettiva costituita da ostello ma anche museo) l'ente pone attenzione all'educazione ambientale.

Alessandra non è una bambina convenzionale tutta fiocchi e nastrini. Ama l’avventura e il mare.

Per questo il nonno la porta con sé lungo il porto di Cagliari. Alessandra respira forte come per far entrare il mare dentro di lei. Poi vede l’Amerigo Vespucci. Il veliero è immenso, lei è piccola ma ha le idee chiare: da grande sarà un capitano.

La legge italiana però parla chiaro: questo non è un lavoro da donne. Eppure il sogno della bambina non vacilla, cresce con lei, fino a quando il postino consegna alla famiglia Tore una lettera. In casa non capiscono. Arriva dalla Marina Nautica di Livorno ma il messaggio è indirizzato ad Alessandr”o”.  

“Figlia mia, quali prospettive hai?” le chiede suo padre. Alessandra è costretta ad aprire gli occhi davanti alla realtà. Ama il mare è vero, ma ama anche la sua terra, le sue persone, le sue tradizioni. Così vira il timone e prende una nuova rotta. Direzione centro Italia. Obiettivo laurea in Economia a Turismo.

Alessandra torna con una valigia ricca di competenze e determinazione. Arriva a dirigere un albergo e poi un’agenzia viaggi. Matura esperienza nell’accoglienza, nella vendita e tutto va a gonfie vele. Poi però il suo ventre si espande. Se posso generare una nuova vita, quante altre cose posso realizzare?

La maternità spinge Alessandra  a studiare l’orizzonte, tracciare una nuova rotta e a lanciarsi in un’impresa. Vuole creare un turismo rispettoso per la sua terra. Così dà vita ad una sua società e per la prima volta inizia a gestire una rete di B&B familiarizzando con privati, amministrazioni e GAL. Alessandra si occupa di questa marea per diversi anni, fino a quando una nuova corrente le solletica i piedi. E trasforma la sua storia, nella storia di tanti.

Insieme a Giovanna e Carlo i sogni si amplificano. C’è l’amore per l’ambiente, la propensione a prendersene cura e il desiderio di trasmettere il valore di un territorio che non è di nessuno nonostante sia di tutti. Perché la Sardegna è casa. È identità. Patrimonio. È la semplicità dei luoghi e dei suoi abitanti.

L’Ecoistituto Med nasce per educare alla sostenibilità attraverso percorsi didattici. Ma non è facile creare anche il turismo. Bisogna investire, convincere banche e finanziatori che può nascere un turismo fatto di valori, persone, storia e territorio. Le porte in faccia fanno male un po’ come i sogni irrisolti. Ma questa volta Alessandra è adulta, lavora in squadra e crede nella forza del turismo territoriale.

Quando arriva chi riconosce nel Muma Hostel una vacanza che diventa esperienza, la cooperativa salpa. 8 soci e 10 dipendenti gestiscono 4 CEAS (Centri di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità) immergendo i visitatori nella bellezza di terre inesplorate, strutture ricettive certificate Ecolabel, 2 musei che favoriscono la conoscenza della flora, della fauna locale, dei mestieri tradizionali che raccontano l’anima dell’isola.

A 56 anni Alessandra non guida una nave ma un’impresa sociale. E forse è meglio così!

“Vent’anni fa non pensavo che sarai arrivata fino qui. Invece la mia è diventata una storia collettiva perché le cose funzionano quando si connettono le persone”

Una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta la storia raccontata in questa rubrica? Puoi continuare a leggere le altre a partire da Silvio


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