Festival Dottrina Sociale

Audaci nella speranza, creativi con coraggio

Fondazione Cattolica partecipa al Festival della Dottrina Sociale, il Festival giunto all’undicesima edizione, che riunisce persone ispirate dalla gratuità, dalla sussidiarietà e solidarietà per riflettere, confrontarsi, fare rete sui territori e favorire il bene comune.

“Audaci nella speranza, creativi con coraggio” è questo il titolo del Festival della Dottrina Sociale 2021 che si terrà al PalaExpo Veronafiere dal 25 al 28 novembre. Un tema che porta a riflettere sulla realtà.

Come innovare sistemi e comportamenti per maturare azioni capaci di sviluppare modi di vivere più responsabili?

Il tema del Festival della Dottrina Sociale

“La Speranza alimenta la creatività e ci fa vedere con molta chiarezza che le difficoltà possono essere occasioni di trasformazione. Non dobbiamo uscire dalla pandemia con la nostalgia del passato, bensì con la consapevolezza che è necessario un cambiamento, in primis della percezione del nostro ruolo nel mondo. È ora di iniziare da noi stessi. Ognuno per come è, per dove è, può diventare un’azione corale, concreta e dirompente che genera il cambiamento”.

Il programma del Festival della Dottrina Sociale

Il ricco programma del Festival è articolato in incontri, tavole rotonde, convegni che portano politici, imprenditori, rappresentanti di associazioni a dialogare sulla realtà e sul futuro.

Fondazione Cattolica, invita i giovani italiani e i membri della rete #GenerAttivi ad incontrarsi in alcuni appuntamenti dedicati allo sviluppo di buone pratiche nel mondo del lavoro e del non profit.

Tra gli appuntamenti da segnare in agenda:

Giovedì 25 novembre – ore 21 apertura del Festival

Videomessaggio di Papa Francesco a cui seguono gli interventi di Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire” con il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI Conferenza Episcopale Italiana e Giulio Tremonti, Docente ed economista.

Venerdì 26 novembre – ore 10 workshop Giovani

Quali principi guidano l’azione generativa, inclusiva e sostenibile nelle realtà di oggi?

Intervengono: Enrico Loccioni, Presidente Impresa Loccioni; Giorgio Mion, Docente di Economia aziendale all’ Università degli studi di Verona; Anna Fiscale, Presidente Coop. Sociale Progetto Quid

Venerdì 26 novembre – ore 11 tavola rotonda rete #GenerAttivi

“Il tuo presente crea futuro? Dinamiche di speranza”, intervengono Padre Francesco Occhetta, fondatore della comunità di “connessioni” e Johnny Dotti, Università Cattolica Sacro Cuore. A seguire i partecipanti condivideranno saperi ed esperienze all’interno dei tavoli di lavoro dedicati a: economia circolare, empowerment femminile, comunicazione, sviluppo di comunità territoriali, percorsi di inclusione,  fundraising.

Per partecipare basta riservare qui la propria prenotazione al tavolo di interesse. E' possibile partecipare alle tavole rotonde anche il 27 novembre registrandosi qui

Venerdì 26 novembre – ore 14 tavole pensanti Giovani

Confronto su economia, sostenibilità e speranza in azione grazie alla rappresentanza di imprenditori sociali che racconteranno la propria esperienza in un clima di scambio e confronto. Moda etica, sostenibilità, agricoltura, disabilità, donne, giustizia, reti sociali, finanza sostenibile, comunicazione e cultura sono i temi di dialogo. 

Venerdì 26 novembre – ore 21 Premio Imprenditore per il Bene Comune

Serata di premiazione condotta dalla giornalista televisiva Safiria Leccese volta a riconoscere l’impegno di sei imprenditori italiani, che in ambito profit e non profit si sono distinti per azioni innovative volte al benessere delle persone e allo sviluppo dei territori.

Sabato 27 novembre – ore 10 Convegno L’impresa della Sostenibilità

Si parla molto di sostenibilità.

Introduce Mauro Magatti, Università Cattolica del Sacro Cuore si confrontano: Valentina Pellegrini, Vice Presidente Gruppo Pellegrini SpA; Paolo Braguzzi, Amministratore Davines SpA e membro del Supervisory Board di B Lab Europe; Ettore Prandini, Presidente Nazionale Coldiretti; Gian Luca Galletti, Presidente nazionale Ucid;Marco Menni, Vicepresidente nazionale Confcooperative con la moderazione di Claudio Baccarani, Università di Verona.

Sabato 27 novembre – ore 16.30 Libertà, fiducia e generatività: il fondamento di una collaborazione autentica Il programma del Festival è disponibile online, visita il sito e scarica il programma!


Ellena Bontorin giovanisperanze

Ellena, 27 anni e la vocazione che sconfigge l’indifferenza.

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Ellena Bontorin, 27enne vicentina che crede nell’impegno sociale e civile delle giovani generazioni!

Ero una bambina timida con un nome raro. Ellena deriva dal greco: protettrice dell’uomo, luce splendente. Capirai bene che rimanere nel comfort dell’anonimato per me era impossibile. Così ho imparato a tirare fuori la grinta.

Dico sempre “Contano più i fatti delle parole” se vuoi qualcosa non puoi aspettare che accada… devi agire! Dopo 5 anni di scuola potevo già lavorare. Però ho scoperto che mi annoiavo a stare in ufficio, a me serviva stare con la gente. Ma cosa potevo fare? Ed è stata una famiglia ad aprire la porta del mio futuro.

Io e il disturbo autistico all’inizio non ci siamo capiti. Guardavo quel bambino e mi sentivo messa all’angolo. Io sono una persona socievole e parlo, tanto! Ma con quel bimbo ero come trasparente. Dovevo cercare un nuovo linguaggio.

Ho imparato ad ascoltare i silenzi e a leggere dentro gli sguardi. Non ci sono modi unici per entrare in sintonia con l’altro. L’autismo ti sfida, perché non è facile ricominciare sempre in modo nuovo. Ma quando riconosci l’essenza dei bambini, non puoi farne a meno!

Ho studiato psicologia ma sono diventata educatrice. Ed è la mia vocazione! Lo dico a voce alta è E’ LA MIA VOCAZIONE perché non è solo lavoro. Il carico emotivo me lo porto a casa, continuo a formarmi, sono interessata a scoprire novità, studio e cerco ciò che può migliorare il loro futuro.

E sai cosa? Non mi pesa. Nemmeno lavorare il weekend perché condivido i progetti, vedo i risultati dei ragazzi che seguo a Càleido e capisco che il mio esserci ha un senso. Per loro, per me, per le famiglie.

Questo non significa che sia semplice. Quando un bambino vive un periodo no, a me fa male perché posso solo stargli vicino. Non ho il potere di attenuare la sua crisi, i pianti o le urla. Posso solo accogliere la sofferenza e attendere con pazienza.

Mi affeziono ai bambini e alle loro famiglie. Entro in un’intimità fatta di gioie, condivisioni, debolezze e difficoltà. Io mi sento responsabile nei loro confronti perché non si possono abbandonare le persone al loro destino.

Forse è per questo che ho iniziato a fare politica. Io credo nella comunità che si prende cura e mi impegno perché l’educazione giovanile, l’impegno sociale e civile dei ragazzi, il futuro delle persone con disabilità non resti un problema di pochi ma diventi una risposta di molti.

Vivo giornate di 24 ore con un’intensità totale. Perché quando sei educatore lo sei sempre. Ma la sai una cosa? Magari a qualcuno potrebbe pesare. Invece io penso proprio di avere trovato la mia felicità.

Ellena Bontorin, 27 anni, Vicenza.

Ti piace questa storia? Puoi scoprire altri racconti della rubrica #GiovaniSperanze partendo da Nicholas


#Nataleognigiorno

Parte la campagna Natale ogni giorno. Il tuo Presente crea futuro

Un Natale più inclusivo, equo e solidale è possibile? Sì, lo sperimentano quest'anno le organizzazioni non profit che hanno scelto di realizzare una campagna di raccolta fondi mettendo in rete prodotti che stuzzicano il palato, tengono compagnia, adornano l'ambiente e testimoniano la forza della vita

La campagna di Natale

#Nataleognigiorno è una campagna di raccolta fondi nata dall'incontro di 130 protagonisti del mondo non-profit riuniti nella rete informale #Contagiamoci curata da Fondazione Cattolica. Più di 300 persone provenienti da 15 regioni italiane unite da un grande credo: creare lavoro per dare una migliore prospettiva di vita a tutti. Anche a chi è più fragile o è escluso.

E’ possibile sviluppare un domani più inclusivo, equo e solidale? Fondazione Cattolica crede di sì e lo comprende accompagnando gli enti non profit nelle attività che silenziosamente e quotidianamente, permettono ad ogni essere umano di riscattare la propria vita, superando i limiti e trasformandoli in valore condiviso.

Natale ogni giorno. Il tuo Presente crea Futuro è un invito a praticare ogni giorno scelte virtuose che favoriscono una vita migliore per tutti. Dietro ad ogni prodotto presentato nei cataloghi della campagna natalizia, ci sono storie di riscatto e di vita vera di persone disabili, immigrati, donne maltrattate, poveri, neet, persone che stanno pagando il costo dei loro errori ed altre che stanno uscendo da percorsi di dipendenza.

Il video di Natale ogni giorno. Il tuo Presente crea futuro

Cosa si nasconde dietro, o meglio dentro i prodotti sociali? Quali azioni, storie, motivazioni contengono? #Nataleogni giorno si presenta con questo video

Il sito della campagna Natale ogni giorno

Bisogna essere coraggiosi per sfidare la corrente ma quando l'amore si trasforma in azione e il Bene diventa opportunità diventa impossibile fermarsi ad aspettare. I prodotti realizzati dagli enti non profit vi aspettano su: https://controcorrente.fondazionecattolica.it/

Cosa puoi fare tu? Puoi guardare, parlarne, acquistare o consigliare! Scegli di entrare anche tu in questo flusso che sa di Bene. Scegli anche tu di permettere a ciascuno un domani più felice!

Fondazione Cattolica Assicurazioni sostiene la campagna di raccolta fondi promossa direttamente da enti non profit. La stessa non partecipa alla produzione, commercializzazione dei prodotti né percepisce alcun provento dai rapporti commerciali diretti tra gli enti non profit coinvolti ed eventuali donatori.


Mario cappella uomini che fanno la differenza

Mario e quella voglia di riscatto che fa rivivere un Rione

Nella rubrica "Uomini e donne che fanno la differenza", vi raccontiamo la storia di Mario Cappella un uomo che ha imparato a valutare il successo nella meraviglia delle cose che cambiano

Mario prepara la cena, aspetta che rientri sua moglie e intanto ripensa alla sua giornata. Ascolta i suoi figli, i racconti delle soddisfazioni ottenute e delle giornate storte. Si siede a tavola con loro e non può fare a meno di chiederlo ancora una volta. Ma secondo voi quale è il criterio del successo? Cosa fa dire se la tua vita ne vale davvero la pena?

A 9 anni Mario ha le idee chiare: a lui piacciono i bambini e quando sarà grande farà l’educatore. Cresce smussando i lati spigolosi del suo carattere che non lo aiuteranno con i più piccoli. Allena la pazienza, la sicurezza in sè stesso e la calma. Poi termina il liceo, conosce padre Antonio Loffredo, decide di vivere in comunità e comprende che a Napoli non ci sono solo bambini ad avere bisogno.

Bussa alla porta una persona, poi due, poi tre. La tossicodipendenza diventa un problema presente, violento e aggressivo. Scoppia l’allarme sociale: i tossici danno fastidio a Napoli come in tutta Italia. Mario li accoglie, segue le crisi e al momento giusto li indirizza in comunità esistenti. Ma c’è un problema.

La percentuale di ricaduta una volta tornati dalle comunità è alta. Troppo alta. Mario capisce che serve qualcosa di più, qualcosa che riempia il vuoto, la sensazione di non valere nulla, la fragilità che corrode l’anima. Ci vuole delicatezza e fermezza. Apre un centro diurno per lavorare con i tossicodipendenti insieme alla comunità e alla famiglia d’origine. Impara che per ridare valore alla persona ci vuole tempo. Ma poi i risultati arrivano.

Vede nascere figli che non dovevano nascere e sbocciare autentiche relazioni d’amore. Vede persone imbruttite dalla sofferenza splendere di una nuova luce e accompagna i loro sogni a diventare un futuro reale. Mario sta nel bisogno, anche quando Don Antonio viene trasferito al Rione Sanità. Lui continua a coordinare il centro famiglia per minori, il doposcuola, le attività d’animazioni, le piccole cooperative.

Ma a Rione Sanità c’è lavoro da fare. Un restauro di cose e di spirito perché nelle viuzze del borgo dimenticato dall’evoluzione architettonica della città, si respira bellezza, unicità e dolore. Disoccupazione, degrado, violenza: questo è il Rione raccontato dalle cronache. Eppure Mario si accorge che c’è qualcosa di più. C’è arte. Gioventù. Voglia di riscatto. Un tessuto umano aperto e creativo schiacciato dal peso della povertà.  

Con la cooperativa La Paranza il Rione Sanità diventa un polo culturale che abbina professionalità giovanili con la riscoperta del patrimonio artistico locale. Ci sono 34 giovani occupati, più di 12 mila mq di patrimonio recuperato e quasi 130 mila visite guidate alla Catacombe. Ma non basta. Non tutti i ragazzi sono laureati. Alcuni sono cresciuti a calci, sapendo di valere meno di uno straccio e hanno passati turbolenti. Mario si impegna. Lotta contro l’eccesso della burocrazia e contro chi rivendica il proprio potere al posto di facilitare benessere. Ci vuole tenacia per raggiungere l’obiettivo ma Officina dei talenti insieme a Fondazione San Gennaro nascono per curare con la bellezza e responsabilizzare con il dono. Senza saperlo le persone diventano comunità.

Negli occhi di 200 giovani occupati e di oltre 2 mila persone seguite, Mario vede il bene che prende forma, la vita che avanza, la meraviglia di scoprire di valere qualcosa. Pensa ai suoi migliori compagni di classe che a distanza di anni non hanno avuto il futuro che speravano e davanti ai suoi figli trova risposta alle sue domande perché “davanti all’estrema povertà puoi scegliere: o lasci emergere la bruttezza delle persone o ti impegni per far uscire la loro bellezza”.

Mario è un uomo che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica. Come quella di Donatella la donna che crede nelle vite aggiustate, non in quelle perfette!


Genera Onlus

Generatori di comunità: insieme per non lasciare soli anziani e famiglie

In Italia sono oltre 7 milioni le persone che si prendono cura di familiari, anziani e malati. Di fronte alle evoluzioni sociali, le reti familiari sono sempre più in difficoltà a gestire l’impegno dell’assistenza ai propri cari. Come cambiano le risposte di fronte ai bisogni educativi, sanitari, assistenziali e residenziali delle persone?

“Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino e tanti bambini cresciuti per prendersi cura di un intero villaggio” è questa la visione che caratterizza Genera Onlus a Milano, l’impresa sociale nata dall’unione di due storiche cooperative operanti nel mondo minori e anziani. Fortemente orientata al senso di comunità, la cooperativa si sviluppa per prendersi cura insieme l’uno dell’altro, aiutando chi è più fragile, chi affronta una malattia, chi necessita di accompagnamento.

Per questo Genera Onlus risponde e tre grandi categorie di bisogno:

  • Infanzia e minori, per creare opportunità di crescita e sostegno alla genitorialità. Ha attivato servizi rivolti alla prima infanzia con la gestione di nidi e scuole materne; servizi educativi scolastici e domiciliari; servizi di supporto alla famiglia. Delle oltre 280 persone occupate, il 65% dei lavoratori è afferente a questo ramo della cooperativa.
  • Anziani, per salvaguardarne l’autonomia e prendersi cura del decadimento cognitivo. La cooperativa ha sviluppato assistenza domiciliare, comunità alloggio per anziani autosufficienti, il primo Villaggio Alzheimer di Milano, il primo servizio di assistenza integrato da remoto.
  • Residenzialità, per abitare luoghi che generano futuro. Genera Onlus ha aperto le porte a persone e famiglie che vivono il problema dell’emergenza abitativa creando luoghi di accoglienza e intergenerazionalità.

Generare Comunità

“Viviamo in un contesto storico in cui le persone tendono ad isolarsi di più e risentono delle conseguenze della solitudine, percepita o reale. Diverse ricerche hanno dimostrato come la solitudine acceleri il deterioramento cognitivo. Vivere in un contesto fatto di relazioni ma non istituzionalizzato permette agli anziani di sentirsi protetti ma ancora capaci” racconta Andrea Coden, responsabile area anziani della cooperativa. Per questo la cooperativa ha studiato, sperimentato e operato nuovi modelli di residenzialità che creano una soluzione abitativa protetta per anziani, nuclei familiari e persone in difficoltà abitativa.

A livello demografico i dati dicono che entro il 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 65 anni. “Ripensare ai servizi è una necessità! Il modello attuale è insostenibile per le famiglie sia a livello economico che sociale. Abbiamo bisogno di creare ambienti in grado di far sentire le persone vive, lavorando sulle autonomie, sulle competenze, sull’utilità sociale che ancora possono avere nel mondo” afferma Andrea.

Generare spazi di cura

Pioniera di servizi generativi, la cooperativa lavora in rete per offrire un servizio completo alla comunità. Ne è un esempio il primo Villaggio Alzheimer di Milano, Piazza Grace, nato da una visione relazionale e non assistenziale in cui la persona con Alzheimer trae beneficio dal vivere in un contesto che accoglie diverse generazioni. “È un progetto sperimentale creato insieme alla regione Lombardia. Può ospitare 10 anziani affetti da demenza lieve o moderata in appartamenti che affacciano su grandi spazi comuni, in ambienti concepiti come habitat terapeutici continui, in un contesto ricco di attività commerciali e relazionali” spiega Andrea. Una visione extra-ordinaria per prendersi cura delle persone valorizzando al contempo luoghi, spazi e comunità.

Insieme al Villaggio anche i due centri integrati puntano a recuperare il valore della persona, la sua memoria, le sue abilità affinchè gli anziani possano continuare a manifestare le loro capacità. Negli anni l’approccio sperimentato ha prodotto effetti stupefacenti. “Quest’estate abbiamo inaugurato Cascina Grace, una Foresteria per anziani in campagna, luogo ideale in cui trascorrere un po’ di vacanza in tutta sicurezza e con l’assistenza adeguata. C’era un signore che mesi prima aveva avuto un’ischemia. Dopo soli tre giorni ha abbandonato il girello, parlava, giocava a carte…era tornato l’uomo che era prima dell’attacco celebrale!” ricorda Andrea.

Generare innovazione

Genera Onlus è un’impresa sociale che non si ferma mai. Durante il primo lockdown la cooperativa ha attivato anche Smart4Alzheimer un sistema di presa in carico sia da remoto che a domicilio della persona anziana. Un modello integrato di innovazione tecnologica, gestione del bisogno e cura. “In un periodo in cui tutto sembrava fermarsi fuorchè le difficoltà personali e familiari, questa iniziativa ci ha permesso di valutare a distanza la situazione neurologica del paziente attivando servizi di riabilitazione da remoto e a domicilio” spiega Andrea. A distanza di tempo, il servizio, consente all’hinterland milanese di non lasciare un malato (e la sua famiglia) da solo ma di avere assistenza personalizzata e presa in carico delle cure necessarie entro 48h dal primo contatto.

Praticità, innovazione e lungimiranza. Con questo approccio la cooperativa accompagna oltre 420 famiglie, 400 anziani, quasi 800 persone in difficoltà e guarda al futuro!

Puoi scoprire altre esperienze. Come Oltre quella sedia, impegnata per favorire l'inclusione sociale


Donatella: la donna che crede nelle vite aggiustate non in quelle perfette

Donatella: la donna che crede nelle vite aggiustate, non in quelle perfette!

Un viaggio, la presa di coscienza, il desiderio di creare un mondo nuovo senza uomini perfetti. Il sogno di Dona piano piano diventa realtà quando comprende che chiunque può diventare sostegno e cura per l'altro

Dona è una bambina che non immagina il futuro. Intorno a lei palpita la sofferenza di una famiglia toccata dal dolore. Le basta allungare la manina per sentire il freddo della malattia che è vorace e sembra non arrestarsi mai. Capisce troppo presto che la vita va’ e viene ma in questo flusso incontrollabile Dona fa l’unica cosa che può: semina gioia.

Cresce insieme ai libri. C’è qualcosa di magico nei racconti, nella vita che prende forma. La sua passione si trasforma nella sua laurea. Sceglie Lettere, la socio-linguistica l’affascina e sempre più si trova a chiedersi quale è la mia Parola? Cosa voglio lasciare sulla terra? Ha 24 anni, prende un aereo e intraprende il viaggio che le cambia la vita.

Il Ruanda è come dinamite: fa esplodere le certezze che Dona porta con sé. Lavora per sviluppare comunità rurali con donne violate durante il genocidio del 1994 e con le vedove. Le storie che incontra la spogliano da ogni pregiudizio. Scende dal pulpito dei giusti, sente che la vita degli altri la riguarda, comprende il dono dell’esistenza e la sua responsabilità.

Le vite aggiustate sono più belle di quelle perfette. Torna a casa con la voglia di creare un abitare più umano per tutti. Ce n’è bisogno perché la povertà a Lucca è cambiata. Non riguarda solo persone che ereditano l’esclusione sociale o che inciampano in percorsi compromettenti. Alla Caritas iniziano ad arrivare famiglie con figli a carico e giovani. Lavoratori poco tutelati e precari. Mentre lei diventa Direttrice dell’ente bussano donne in difficoltà e perfino qualcuno tra i suoi compagni di classe. 

È uno shock ma ancora una volta, dall’incontro con l’altro, Dona capisce che non esistono confini alla povertà. Come una malattia che agisce nel silenzio, prende la vita delle persone, le isola e allontana. Ma Dona sente che può fare qualcosa. Può costruire nuove comunità non più formate da forti, perfetti e da uomini che credono di essersi fatti da soli. Vuole cambiare il mito fondativo: la cura l’uno dell’altro, il sostegno, la solidarietà reciproca sono la chiave.

Ma Dona ha 30 anni. È una donna in un mondo da sempre governato da uomini. Voglio parlare con il Direttore, quello vero! le rispondono quando si presentano alla sua porta. E Dona è impegnativa: vuole abbandonare l’assistenzialismo per favorire l’accompagnamento e la promozione, vuole costruire alleanze territoriali per guardare il bisogno della persona nella sua interezza. Vuole cambiare le abitudini.

Inizia così a stare sulla soglia, pronta ad accogliere e ad andare incontro. I sorrisi e le parole capaci di far rialzare sempre scaldano più degli abbracci. Il suo modo di fare diventa contagioso. Si forma una squadra e insieme lavorano per tutti. Nascono cooperative agricole di comunità come Calafata, cooperative artigiane per favorire l’economia circolare e il riuso solidale come La Nanina. Caritas partecipa alla nascita di Fondazione Casa Lucca per offrire percorsi di accoglienza e iniziative di social housing a chi altrimenti si troverebbe in strada. Lottano per contrastare la povertà educativa, specialmente dei bambini perché sono proprio loro la garanzia democratica del futuro.

In Caritas Lucca con Dona si creano luoghi, spazi e tempi in cui le persone riscoprono il significato della bellezza. Quella propria e degli altri. Ci vuole pazienza per sollevare la polvere e far brillare la luce che ognuno porta dentro de sé. Ma Dona non ha fretta perché “quando capisci che il cambiamento dipende anche da te, sai che nessuno è mai del tutto perduto e c’è sempre una speranza nascosta che conta più della disperazione evidente.”

Donatella è una donna che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere anche quella di Manuele e di un centro speciale!


Bando Intraprendere nel sociale

Intraprendere nel sociale, il bando che rende le persone protagoniste dello sviluppo

Fondazione Cattolica è alla ricerca di idee progettuali che rispondano in modo efficace, sostenibile ed innovativo ai bisogni crescenti dei territori. Per questo ha ideato il Bando Intraprendere nel Sociale

Con il bando Intraprendere nel sociale Fondazione Cattolica intende sostenere Associazioni ed Enti privati senza finalità di lucro, che promuovono lo sviluppo di una società a misura d’uomo, della sua dignità e vocazione.

Il bando vuole affiancare coloro che si attivano per rispondere in modo nuovo, efficace e sostenibile, ai bisogni riguardanti:

  • Nuove povertà
  • Disabilità
  • Famiglie
  • Anziani
  • Giovani

Solo le proposte avviate in Italia e capaci di autosostenersi terminato il periodo di accompagnamento, saranno prese in considerazione da Fondazione Cattolica.

Attraverso il bando Intraprendere nel sociale, Fondazione Cattolica desidera contribuire allo sviluppo di un welfare generativo capace di creare valore sociale e crescita, coinvolgendo persone e mercato.

I parametri di valutazione dell’idea riguardano:

  • L’impatto sulla comunità (numero delle persone inserite, dei volontari coinvolti, dei beneficiari…)
  • Gli elementi innovativi con cui si affronta il bisogno sociale
  • Massimizzazione dell’efficacia rispetto al costo
  • Tempo necessario al raggiungimento della piena auto sostenibilità economica.

Il contributo massimo stanziato dal Bando Intraprendere nel sociale per ogni progetto è di 10.000 euro e non potrà superare il 50% dei costi complessivi. Maggiori informazioni sono disponibili all’interno del bando

Per presentare la propria idea è necessario prenotare un colloquio telefonico chiamando il numero 045 8083211 oppure scrivendo una mail a fondazione.cattolica@cattolicaassicurazioni.it

Puoi scoprire le proposte progettuali accompagnate negli anni sfogliano i nostri Bilanci


michela estrafallaces

Michela, 31 anni e un desiderio: "Magari il mio lavoro non servisse più!"

#Giovanisperanze la rubrica dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.

La verità è che quando vedo qualcosa che non va mi chiedo “Cosa posso fare io?

Perchè mi piace fare qualcosa di utile, cambiare gli spazi, vedere che le persone stanno bene.

Sono nata con la passione per la creatività. Mi piace avere la testa in movimento, comprendere e inventare soluzioni. Ho scelto architettura per questo: volevo lavorare a progetti, favorire l’inclusione e la partecipazione di comunità. Ma non è andata come mi aspettavo.

Questo è un corso di architettura, non di sociologia” mi hanno detto. Ci sono rimasta. Ma non ho mollato. Quando hai un padre che subisce un incidente e dall’oggi al domani la sua vita si muove su una sedia a rotelle, diventi più attento alla funzionalità che all’estetica.

Maturi una sensibilità per le cose piccole che però creano grandi cambiamenti.

Così ho cambiato Stato e poi città, ho preso la seconda laurea e sono finita a fare un tirocinio nell’Ufficio Urbanistica vicino a casa. Mentre immaginavo soluzioni per le vicissitudini di un quartiere, è un uscito il progetto che mi ha cambiato la vita. “Candidati!” mi ha detto l’assessore per cui lavoravo.

L’ho fatto e mi hanno presa! Ho iniziato a lavorare in Bplano come coordinatrice junior di un progetto territoriale comprendente 46 comuni, 17 partner tra imprese, cooperative e associazionismo. Il mio obiettivo? Avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Sono stati 3 anni intensi: ho iniziato a comprendere che il lavoro è fatto di linguaggi, di valori, di persone e di mondi separati. Tu sei profit, tu non profit.

Ma siamo sicuri che questa narrazione sia utile? Oggi sono una progettista sociale e mi occupo di innovazione. Trasformo idee in rami produttivi, eppure, i miei nonni credono che faccia l’assistente sociale! Come chi pensa che “educatore” significhi “giocare con i bambini”! Siamo sicuri che la dicotomia profit-non profit funzioni?

Per me è diventata una sfida e quando mi hanno proposto di fermarmi ho detto di si. Sì, perché penso che si possa cambiare registro e voglio farlo! Sì, perché qui le persone si fidano, ti rendono parte delle loro insicurezze e delle loro gioie. Qui il lavoro è vita e io posso dare il mio contributo per cambiare le cose.

Progetto, metto a terra, colmo mancanze, cerco risorse e gestisco gli imprevisti. Lo ammetto a volte è faticoso ma vedere persone disabili, giovani, migranti lavorare in questi 200mq nei laboratori di saponette, sartoria, riparazioni e sapere che vivono in autonomia, prendono la patente, trovano un compagno, ripaga sempre.

Sai alla fine cosa spero? Che il mio lavoro non serva più! Immagina che bello se la società assorbisse davvero i valori di inclusione, accettazione del limite altrui e il rispetto. Se tutti facessimo parte di un unico Settore che dà vita e crea lavoro…si dovrei inventarmi un nuovo mestiere, ma ne sarei felice!

Michela Estrafallaces

31 anni – Bplano Varese

Ti è piaciuta questa storia? Ecco un'altra esperienza della rubrica #giovanisperanze


Come si diventa imprenditore sociale

Leggi, Decreti legislativi e Codice Civile regolamentano l’impresa sociale chiarendone i confini, le finalità e gli obiettivi. Ma cosa implica diventare un imprenditore sociale? Quali sono le caratteristiche che definiscono questa figura e che la differenziano?

Lo abbiamo chiesto a Michele Resina, Presidente della cooperativa sociale M25, realtà nata per accogliere e includere socialmente e lavorativamente, persone che vivono situazioni di disagio e difficoltà. Oltre ad un centro diurno focalizzato sulla salute mentale e al bicipark in cui vengono custodite e noleggiate biciclette ai cittadini, la cooperativa ha attivato alcuni laboratori nella casa circondariale di Vicenza. Con il progetto Libere Golosità ha riscattato un forno per creare opportunità formative ed occupazionali per i detenuti. I prodotti da forno dolci e salati sono diventati uno strumento per lavorare sulle proprie responsabilità e disegnare nuovi futuri.

Michele, chi è l’imprenditore sociale?

Bene definisce l’impresa sociale il D. Lgs del 3 luglio 2017 n. 112 ricomprendendo nella categoria “tutti gli enti privati, inclusi quelli costituiti nelle forme di cui al libro V del Codice Civile, che esercitano in via stabile e principale un'attività d'impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività". Già la legge 381/1991 aveva individuato quale scopo principale delle cooperative sociali quello di perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale dei suoi cittadini.

Fare impresa sociale, significa promuovere e perseguire con la propria attività interessi di carattere generale, solidaristici, di utilità sociale. Finalità che deve orientare fin dalla sua costituzione qualsiasi esperienza che voglia caratterizzarsi come tale.
Qualsiasi imprenditore sociale presuppone la necessità di assumere modelli di gestione capaci di favorire il coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e degli stakeholder in genere, i cui contributi sono ritenuti essenziali per il raggiungimento dello scopo dell'impresa.

Si tratta in altre parole di definire sistemi organizzativi aziendali in cui, chi vi lavora all’interno, viene assiduamente coinvolto mediante forme di coordinamento costante e dove le regole della subordinazione tecnico-funzionale non sono quasi mai assoggettate a specifiche e vincolanti direttive, né sono caratterizzate dalla estraneità del risultato operativo.

Si diventa imprenditori sociali quando le finalità e i sistemi organizzativi sono coerenti con il modello. Lo scopo di lucro non è perseguibile nell'impresa sociale, ma viene sostituito dalla ricerca di senso e di gratificazione derivanti dal perseguire la promozione umana dei cittadini e la loro integrazione sociale e territoriale.

Alcune abilità richieste a chi vuole intraprendere la strada dell’impresa sociale sono:

1. Saper trovare risposte ai bisogni

Gli imprenditori sociali vengono investiti delle difficoltà e dai bisogni di un territorio. Non ci sono risposte standard adattabili alle situazioni ma ogni situazione ha bisogno di essere ascoltata e affrontata con originalità. L’imprenditore sociale non si rapporta con problemi ma con persone, considera la diversità una risorsa. Sono questi i tratti caratteristici che permettono di sperimentare nuove strade che guardano al di là di quello che è semplicemente convenzionale.

2. Dare valore alle risorse a disposizione

L’imprenditore sociale valorizza in modo creativo le persone e le reti sociali che ha a disposizione. Crea un ambiente di lavoro in cui le persone si possono sentire sicure ad essere quello che sono. Cose straordinarie iniziano ad accadere quando si ha la possibilità di portare al lavoro quello che siamo, eliminando le divise e le maschere professionali. L’imprenditore sociale sa tirare fuori il meglio da ogni collaboratore, definendo ruoli e funzioni appropriate, così da rendere ciascuno soddisfatto della propria missione.

3. Umanizzare i rapporti e favorire l'inclusione

 Gli imprenditori sociali sanno che il cambiamento è complesso e difficile da ottenere; umanizzare le relazioni di aiuto e l’inclusione riduce i tempi della cura e aiuta a guarire prima. L’ascolto, l’empatia e la collaborazione generano cambiamento. L’imprenditore sociale sa che il successo dipende dalla capacità di includere gli altri nella progettazione, realizzazione e valutazione delle soluzioni. La domanda che si pone non è come creare regole migliori, ma come supportare i gruppi a trovare la migliore soluzione.

4. Superare i modelli organizzativi piramidali

Nelle strutture piramidali sono necessari incontri a tutti i livelli per raccogliere, filtrare e trasmettere informazioni su e giù per la catena di comando. Nelle imprese sociali le riunioni vanno ridotte al minimo indispensabile e i processi decisionali devono coinvolgere le prime linee. Servono incontri essenziali, che coinvolgano i gruppi di lavoro, per allinearsi e prendere decisioni, quando un argomento necessita di attenzioni, con le persone competenti intorno ad un tavolo, eliminando la proliferazione di funzioni strutturate e superflue.

5. Saper porre come obiettivo il cambiamento

L’imprenditore sociale ricerca soluzioni capaci di generare cambiamento e sa che questo va misurato nel lungo temine; diffida dei cambiamenti facili da ottenere. Il cambiamento vero è quello che sa generare modelli nuovi di gestione, visioni rinnovate delle cose; è quello reale e misurabile non basato solo sulle buone intenzioni

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Monscleda la cooperativa villaggio di un territorio

Monscleda, la cooperativa villaggio di un territorio

Lavorare sul territorio per il territorio significa far fronte ai cambiamenti portati dal tempo, modificare i servizi ed evolvere le competenze per riuscire a garantire servizi di qualità che migliorano la vita delle persone.

Il cambiamento è una sfida con cui la cooperativa sociale Monscleda si è sempre confrontata, fin dalla sua nascita, quando un gruppo di volontari impegnati in attività di sostegno a persone disabili scelsero di dar vita ad una struttura attenta allo sviluppo quotidiano delle autonomie residue. Eppure non bastano i buoni propositi a coprire i costi di gestione e a far fronte all’onerosità che si celano dietro all’amministrazione di un ente non profit. “Quando sono arrivato la cooperativa era in difficoltà, ma c’era la voglia di stare in contatto con le persone, di costruire qualcosa che restasse. Abbiamo preso in mano la situazione e abbiamo cercato di trasformare la cooperativa in un punto di riferimento per la Val d’Alpone” racconta Luigino Righetto Direttore di Monscleda.

I servizi della cooperativa

A più di 30 anni di distanza dalla nascita della cooperativa, oggi Monscleda è diventata l’anima della città, un luogo in cui le relazioni e la fiducia attivano le persone e le motivano a diventare promotori di una cultura inclusiva, solidale e partecipata che vede tutti protagonisti. “Ci impegniamo per favorire la prossimità. Vogliamo fare accoglienza con premura basandoci sulle esigenze reali di chi abbiamo di fronte siano persone con fragilità che comuni cittadini. Perché non c’è una ricetta magica per crescere, bisogna capire come trasformare le necessità in opportunità di cui tutti possono godere”.

La cooperativa ha generato servizi diretti per anziani, disabili e pazienti con difficoltà psichiatrica. Ma non si è fermata qui. Ha trasformato le necessità vissute nella gestione dei centri diurni e nell’attività residenziale, in opportunità per il territorio. La lavanderia, inizialmente ideata per uso interno, rivolge il servizio di pulitura, stiratura e riparazione sartoriale anche al pubblico esterno. Così come la cucina, anch’essa predisposta per esigenze interne alla cooperativa, si è trasformata in un servizio attivo anche per la collettività: pasti a domicilio, ristorante, settore di pasta fresca e prodotti da banco sono a disposizione dei clienti. Ma anche la manutenzione dello spazio verde, la palestra, il sistema di housing sociale per chi vive periodi di difficoltà… “Quando apri le porte all’esterno e lo fai entrare, inneschi curiosità, interesse e capacità. Una persona viene per lavare la biancheria e scopre cosa ci sta dietro…poi quando ha bisogno torna!”

Modalità di azione della cooperativa

Costruire legami autentici con le persone e con la rete familiare caratterizza l’operatività di Monscleda. “Vogliamo che qui le persone ricevano un servizio a 360°. Non ci soffermiamo al bisogno che esprime nel presente, guardiamo sempre al futuro, perché cerchiamo di rispondere facendo bene le cose. Quando accogliamo al centro diurno un ragazzo disabile di 20 anni ci chiediamo cosa farà quando ne avrà 50? Cosa succederà quando rimarrà solo? Come aiutiamo i suoi famigliari? Quali altri servizi possiamo dare per creare un servizio più efficace? “. Domande che vengono tradotte in progetti dedicati e personalizzati all’interno dell’ex base militare di Roncà dove opera la cooperativa. Una sede grande, un investimento importante che ha consentito di raddoppiare i servizi e le attività di creare laboratori e trasformare la cooperativa in un piccolo villaggio per dare a tutti le risposte che cercano.

Impegnata a creare sempre nuove opportunità che rendano la cooperativa aperta e sostenibile, Monscleda è attenta a soddisfare i bisogni di oltre 70 utenti e di un centinaio di clienti fissi mensili. Insieme all’equipe di 57 operatori la cooperativa punta a coltivare la passione delle nuove generazioni. “Ci sono ragazzi nel territorio con voglia di fare e competenze. Loro hanno lo spirito giusto per guardare oltre e innovare perché nel sociale bisogna sempre avere antenne ricettive e intuizioni” sostiene Luigino che pensa al lavoro maturato negli anni e a quello avvenire perché il Covid ha ampliato i bisogni sociali e creato situazioni di svantaggio che ancora non sono classificabili. Per loro sono è necessario fare qualcosa in più. Qualcosa che ancora una volta leghi la cooperativa alla sua terra.

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