Ascolta: stiamo risvegliando armonia
Esistono particolari momenti storici, in cui profonde sensibilità, elaborate per lungo tempo dalla società, giungono a maturazione. Sul fronte del tema delle donne, ora ci siamo. Ci troviamo in un’epoca di risveglio e una nuova idea di donna sta prendendo forma. Dopo millenni in cui il pensiero maschile ha modellato la storia, le donne di oggi sono in trasformazione e su più fronti stanno recuperando il potenziale inespresso.
In questo viaggio, dall’antico femminino alle donne di oggi, abbiamo scelto di farci guidare da due “esploratrici”. Donne che nel loro percorso di vita hanno saputo aprirsi all’incontro con altre culture e ne hanno ricavato bellezza.
Luciana Riggio, già docente di lettere antiche e studiosa di antropologia, ha avviato l’associazione Africagoo, che sostiene progetti solidali in Africa. Lì promuove la formazione e l’inserimento lavorativo delle giovani donne africane, per liberarle da un futuro già scritto e, attraverso l’indipendenza economica, consentirgli di generare un destino diverso.
Barbara Spezini, educatrice, direttrice dell’associazione Articolo 10 di Torino, ha dato vita alla Sartoria Colori Vivi, un laboratorio artigianale multietnico, in cui donne migranti possono sviluppare una professione, rendersi autonome e scegliere il proprio futuro.
Luciana, partiamo da te: cos’è il femminino? Quali qualità lo contraddistinguono?

Si dice che viviamo immersi in una società patriarcale, maschilista. Una concezione che individua il problema nel potere maschile. In realtà la nostra società si basa da millenni su un intero sistema di pensiero maschile. E qui sta l’ostacolo vero: non concepiamo un’organizzazione di pensiero femminile.
Per la cultura animista delle popolazioni africane subsahariane, prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’universo era suddiviso in quattro elementi, gli stessi della filosofia presocratica greca. Acqua, terra, fuoco e aria. I primi due sono elementi femminili, gli altri due maschili. I primi sono preposti alla conservazione e riproduzione della vita e gli altri due alla distruzione della vita. Quando la forza maschile e femminile è bilanciata, la vita è armonica.
Ad un certo punto però il principio distruttivo ha superato quello creativo. La creatività è stata sopraffatta dall’esercizio del potere, che ha improntato l’organizzazione della vita in ogni suo ambito.
Distruttività sia dal punto di vista dei rapporti umani che della natura. Il femminile invece, creatore, è armonico nei confronti della natura. Con la prima mestruazione, ad esempio, entriamo in relazione con la luna e tutte noi donne siamo connesse con la natura. L’interferenza energetica è continua. L’energia è movimento e si manifesta sotto forma di danza, come l’orbita dei pianeti. L’universo intero è un’armonia che si esprime attraverso il suono e il movimento. Se questa armonia universale entrasse nel nostro modo di vivere, ci trasformerebbe dall’interno. Infatti se ti senti parte di un flusso di vita che continua, allora anche la paura della solitudine e della morte si annienta, perché tutto si trasforma insieme a te.
Il femminile è la capacità di lasciarsi andare al flusso della vita. Come le doglie del parto: non puoi opporti, ti lasci andare e vivi quel momento. E questo “lasciarsi andare”, fa vivere meglio.
Oggi il problema delle lotte delle donne è che stiamo partendo dall’ultimo anello: impadronirci di un potere che è però sempre inteso sul modello maschile. Se le donne per esercitare un potere devono trasformarsi in uomini, non è una vittoria per la società. È vero che in questa fase non possiamo fare una rivoluzione totalizzante, ma quello deve essere l’obiettivo.
Cosa è accaduto al femminino nell’evoluzione storica? Dall’antichità ai giorni nostri, cosa è cambiato?
Nell’epoca primigenia c’era la credenza di un femminino che intesseva il mondo. Una delle ipotesi è che sia stata la rivoluzione agricola che ha determinato la supremazia del maschile, perché sono nati i concetti di accumulo, progettazione e controllo, che sono tipici dell’energia maschile.
Oggi siamo immersi in questa sete di controllo. La scienza cerca di controllare ogni fase della vita. Un esercizio di potere che non è controbilanciato da una potenza femminile e genera una cultura artificiale, che non sa più confrontarsi con le proprie origini.
Due miti descrivono in chiave simbolica il momento in cui si è verificato questo squilibrio tra maschile e femminile. Il racconto di Adamo ed Eva, nella cultura semitica e il mito di Prometeo, in quella greca.
La coppia edenica viveva in uno stato di natura, dove la natura dava tutto. Essi avevano con Dio un rapporto di confidenza, cioè il divino era in loro. Questo perfetto stato di natura era un’assoluta beatitudine. La tentazione - mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male- posta dal serpente fu il potere. Quando Adamo ed Eva decisero di conoscere il potere, Dio uscì dalla relazione, divenne una voce esterna. Furono cacciati dallo stato di natura. La donna fu destinata a partorire con dolore, perché staccata dalla dimensione naturale e l’uomo a lavorare con fatica, perché era venuto meno il rapporto armonico con la natura.
Prometeo invece, donò agli uomini il fuoco, che rappresenta la tècne e con essa il tempo lineare, della progettazione ma anche della morte e dell’angoscia che ne deriva poiché non la si può dominare. E per questo venne punito da Zeus.
L’umanità ha quindi mantenuto a livello mitico il ricordo di una traumatica rottura con l’armonia primigenia, che ha spezzato un equilibrio e provocato disarmonia.
Chi gioverà della riscoperta del femminino?
La strada da intraprendere passa anche dal coinvolgimento degli uomini, cui finora è stato negato un vivere armonioso. I maschi sono le prime vittime di questo sistema. Basti pensare ai padri, che fino a poco tempo fa erano privati della dimensione educativa dei figli e dell’espressione della tenerezza.
Serve un cambiamento profondo e consapevole.
Ogni donna dovrebbe sentire per sé e per le sue figlie una missione: ricreare un mondo al femminile, dove non combattiamo tra noi per raggiungere il potere maschile, ma portiamo la sete di armonia al potere.
È necessario tornare in armonia con la natura e fare come il colibrì di una famosa storia africana. Il racconto narra che nella foresta scoppiò un incendio, tutti gli animali fuggirono e il colibrì, un essere minuscolo, tornò indietro e decise di fare la propria parte. Portò gocce d’acqua nel suo becco per spegnere le fiamme e con il suo esempio attivò anche gli altri animali.
Si parte da piccoli gesti, è così che si realizzano grandi trasformazioni.
E poi dobbiamo favorire rapporti interpersonali di gentilezza. Il rispetto per gli altri e per le unicità altrui. Iniziare la giornata con un sorriso. Vivere con consapevolezza. Aggiungere alla parola “progresso”, che ha guidato l’evoluzione umana, l’aggettivo “armonico”. Favorire un’economia nuova, non più basata solo sul consumo. Interrompere l’accumulo dei capitali nelle mani di pochi e ridistribuire la ricchezza.
Quello che ci attende è una rivoluzione, ma fatta di strumenti nuovi: di semina di armonia e cura del Bene comune.
Barbara, come imprenditrice sociale, da diversi anni stai incontrando donne provenienti da contesti geografici e culturali diversi. Quali caratteristiche accomunano le donne che incontri?

Le donne con cui lavoro sono migranti e rifugiate, scappate per motivi di guerra o politici. Fuggite da una violenza che le colpisce solo per il fatto di essere donne. Hanno un’identità personale e intima molto privata, che condividono raramente, ma se riesci ad entrare in questo canale puoi scoprire una bellezza incredibile.
Se dovessi elencare dei punti comuni direi: intelligenza pratica, lealtà e fede.
Intelligenza pratica perché sanno leggere le situazioni, sanno avvertire il pericolo, sanno salvarsi. Sono sopravvissute a esperienze terribili. Hanno enormi traumi alle spalle, eppure, un po’come le nostre nonne che hanno vissuto la guerra, hanno un meccanismo interiore per cui il passato è passato. Non ne parlano. Guardano avanti.
Sono leali. Tra me e queste donne, lontanissime dalla mia esperienza di vita, si è creato un rapporto paritario e specchiante. È un incontro tra donne, dove non esiste la dinamica di potere. Io mi occupo di loro ma con un senso di gratitudine reciproco. Hanno cambiato il mio sguardo e attraverso di loro ho trovato il mio posto nel mondo. Sono nata qui per fare qualcosa per loro. Ed è uno scambio reciproco. Il senso della mia vita e la qualità di quello che offro ha senso se posso fare la differenza per qualcuno. Questo mi rende protagonista della mia vita.
E poi hanno fede. Un affidarsi fiducioso, dai tratti a volte magici, rafforzato dalle difficoltà che incontrano nella vita. La traversata in mare, ad esempio, che molte hanno compiuto, è un’esperienza terrificante e quando toccano terra il loro pensiero è “Dio mi ha salvata”. Spesso questo canale, della fede, è stata la porticina che mi ha permesso di entrare in relazione con loro.
Quale fatiche percepisci nelle donne contemporanee? Cosa credi che stiano ricercando le donne di oggi?
Ascolto. Le donne soffrono di condizionamenti derivanti da migliaia di anni di storia. Io dico che abbiamo bevuto il latte di nostra madre, della nonna e della bisnonna. Di generazione in generazione abbiamo ereditato un complesso di inferiorità che oggi si è trasformato in rabbia e ha rotto gli equilibri di un mondo ancora fortemente maschile. Non credo al femminismo violento. Penso che gli equilibri si raggiungano tra compensazioni di reazioni. Le donne oggi sono arrabbiate. Ma non sanno per cosa. Ci vorrà tempo e ascolto, per far uscire il dolore. Ma il cambiamento ci sarà e a farlo saranno le donne, insieme agli uomini, nelle loro reciproche diversità.
Bisogna lasciare che le ragazze di oggi sperimentino, perché hanno imparato il valore della libertà, che significa gestire da sole il limite del rispetto dell’altro. Servono i saggi e serve educazione. Il cambiamento deve passare per una scuola che fin dall’asilo nido educhi al femminile, anche nell’uomo, a un’educazione affettiva, emotiva, spirituale ampia, che accolga.
Chi è una donna per te, oggi?
È il domani. Ha una gerla addosso gigante, indossa un vestito che ormai è un cencio e vuole cambiare abito. Diventa protagonista dei processi e deve essere una paladina di pace. Deve essere forte, per aprire una breccia nelle mura che l’hanno rinchiusa. E in questo cammino deve accompagnarsi con l’uomo e insieme abbattere i confini che limitano entrambi.
Attraverso le parole di queste donne, con gli stessi magnetici occhi chiari, abbiamo compreso che per costruire un orizzonte di pensiero femminile è necessario riscoprire le caratteristiche intrinseche dell’essere donna e tracciare un cammino condiviso con gli uomini. È fondamentale il loro coinvolgimento e per loro la strada sarà forse ancora più misteriosa. Li porterà a scoprire sfaccettature del loro stare nel mondo completamente inesplorate.
Possiamo ristabilire un nuovo equilibrio tra i due principi indissolubili del maschile e del femminile. Prima però abbiamo bisogno di ascolto, di noi stesse e da parte degli uomini, per prendere fiato, lasciar andare e risvegliare un’armonia di cui tutti potranno partecipare.
"Ascoltaci: stiamo risvegliando armonia!"
Cosa serve per arginare la violenza di genere?
In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.
I dati del Report del Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale aggiornato al 20 novembre 2023 evidenziano che:

- nel periodo 1 gennaio – 20 novembre 2023 sono stati registrati 295 omicidi, con 106 vittime donne, di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo.
- Di queste, 55 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.
Una epidemia sociale, come l’ha definita l’OMS.
E mentre piangiamo l’ennesima vittima, ancora ci chiediamo come è possibile arginare questa violenza?
Ne abbiamo parlato insieme alla dott.ssa Maria Fanzo, presidente della cooperativa sociale Nuovi Incontri, che offre rifugio e sostegno alle donne vittime di violenza . E ci siamo confrontate con chi si occupa della componente maschile e cerca di contrastare la recidiva dei soggetti violenti, il Dott. Giuseppe Ferro e il prof. Claudio Fabbrici, rispettivamente Direttore e Responsabile clinico di Casa Don Girelli a Ronco all’Adige di Verona, una struttura che accoglie e offre percorsi terapeutici ad autori di reato.
Partiamo da Maria. In questi giorni la comunicazione mediatica sta portando alla luce un tema lasciato spesso sottotraccia. Il femminicidio di Giulia, come quello di Oriana, Teresa, Alina e tutte le donne che per mano di un uomo hanno perso la vita in questo anno ci fa domandare “come è possibile”?
“Perché ci sono dei preconcetti. Uno di quelli molto forti è ritenere che quello che succede dentro le mura domestiche è un fatto privato. Succede in famiglia e quindi la comunità non se ne deve occupare. L’altro è “tra moglie e marito non mettere il dito”. Un altro preconcetto è che il matrimonio sia eterno, ma una volta che viene meno il rispetto che matrimonio può esistere! Questi preconcetti non sono facili da smontare perché spesso anche le vittime la pensano così: devono salvare i figli, non possono togliere loro un padre, giustificano i comportamenti maschili, pensano di aver provocato le loro reazioni violente… questo non aiuta. Credo non sia facile cambiare, sia per le vittime che per i maltrattanti. Di sicuro non è un percorso che si può fare da soli”.
Cos’è la violenza di genere?
“La violenza di genere è quella violenza agita contro una donna per il semplice fatto che è una donna. Quella che noi trattiamo perché è quella più diffusa, è la violenza all’interno di una relazione intima. Ciò che caratterizza la violenza è l’esercizio di un potere da parte di un partner rispetto all’altro. Le statistiche dicono che nella maggioranza dei casi è una prevaricazione degli uomini sulle donne, ma è vero che in casi sporadici accade anche il contrario.
Un esercizio di potere che è ammesso dalla comunità: perché l’idea sociale è che l’uomo sia il partner forte, il macho, quello che porta i soldi a casa. Perché accade? Per frustrazione, per violenza assistita, per forme patologiche più subdole, legate all’anaffettività, che provocano assenza di rimorso, mancanza di empatia e lucidità”.
Perché hai scelto di occuparti di donne vittime di violenza e cos’è Nuovi Incontri?
La nostra cooperativa, Nuovi Incontri, da più di 30 anni opera nel territorio di Benevento e provincia. Abbiamo sempre avuto un carattere innovativo: le prime comunità per minori, i primi servizi trasversali di crescita e nel tempo abbiamo ricercato soluzioni nuove. Per 20 anni ho lavorato nelle comunità per minori e negli ultimi anni mi era capitato di seguire molti bambini vittime di violenza assistita, questa cosa mi colpì.. perché un’altra conseguenza che le donne vittime di violenza devono gestire è il ruolo genitoriale, che spesso viene compromesso.
Dall’esperienza sul campo nasce l’idea di creare servizi di inclusione per le donne. Nel 2015 è nata Casa Viola, la prima comunità per donne vittime di violenza in tutta la provincia di Benevento. In seguito abbiamo avuto l’omologazione anche per l’accoglienza dei minori. Dal 2018 abbiamo accolto 46 donne e 55 bambini. È una vera palestra. Con l’accoglienza residenziale si ha la possibilità di aiutare davvero le donne. Ma non basta. Abbiamo così implementato il servizio aprendo i centri antiviolenza, dove si offre assistenza psicologica, sociale e legale, supporto per i minori, consulenze e gestione delle pratiche per l’accesso alle previdenze economiche. Qui abbiamo già seguito 95 donne”.
Cosa fa scattare la richiesta di entrare in comunità?
“La paura. La paura di morire, è allora che chiamano il 1522 o si rivolgono ai carabinieri e vengono indicate a noi. Prima capita che non se ne parli per vergogna o per mancanza di accoglienza. Molte donne raccontano che hanno tentato di condividere il loro vissuto, ma spesso si sono sentite rispondere “ma tu che cosa hai fatto?”. C’è un ambiente che ancora non è favorevole ad ascoltare ciò che le donne vivono nel privato nemmeno dalle forze dell’ordine, che dovrebbero essere formate maggiormente. Spesso vengono colpevolizzate, a volte persino non credute.
Le donne invece devono imparare ad allarmarsi ai primi segnali.
Il conflitto di coppia e la violenza sono due cose diverse. I soggetti violenti iniziano con manifestazioni “più soft”: spintoni, tirate di capelli, schiaffi. Poi si scusano e rivolgono molte attenzioni alla partner. Ma dopo si verifica una nuova escalation di violenza, c’è una ciclicità che arriva poi a picchi con mani al collo, utilizzo di coltelli o altre armi”.
Dunque cosa possiamo fare per arginare la violenza?
“La soluzione è nell’educazione. Lavorare con i bambini, fin dalla prima infanzia, per contrastare gli stereotipi e rafforzare la consapevolezza.
La violenza è anche un fatto culturale. Per questo le donne devono essere incluse nelle comunità in modo attivo. Le politiche e le strategie di contrasto, devono includere il pensiero femminile, mentre per secoli le leggi sono state ideate solo da uomini. Servono servizi che sostengano le donne quando decidono di denunciare, servono contrasti alla violenza economica, come il reddito di libertà.
La chiave di volta però è la comunità, lo scandalo della comunità: la violenza non può essere normalizzata, non dobbiamo risvegliarci solo in occasione dei casi più gravi.
È necessario che chi lavora in trincea, come noi, nel privato sociale, possa collaborare concretamente con le istituzioni, con la comunità sociale e con quella scientifica. Bisogna condividere e diffondere le conoscenze per studiare nuove risposte. Sta proprio nelle connessioni la strategia per combattere la violenza”.

Dott. Giuseppe Ferro e prof. Fabbrici, cosa vi ha spinti ad iniziare un percorso educativo con gli autori di reato?
“Pensiamo sia fondamentale lavorare con gli autori di questo tipo di violenze, perché quando aiutiamo un carnefice aiutiamo più vittime.
Casa Don Girelli è una struttura che da anni lavora con gli autori di reati gravi, anche con diagnosi psichiatriche, che hanno alle spalle violenze gravissime nei confronti delle madri, delle compagne e delle figlie. Oggi stiamo lavorando con i maltrattanti e sex offender, che vengono inibiti alla recidiva. Soggetti per cui non c’era cultura terapeutica e che prima finivano in comunità e ospedali psichiatrici. Siamo tra i fondatori dell’organismo nazionale Contras.ti (Coordinamento Nazionale Trattamento e Ricerca sull’Aggressione Sessuale Testimonianze Italiane) e consulenti anche per la Chiesa.
In questi anni abbiamo lavorato con circa 80 assistiti. La procedura viene attivata dal tribunale, riguarda sia chi viene raggiunto da provvedimenti di ammonimento sia gli autori di reato, per i quali è possibile richiedere la cosiddetta “pena sospesa” se fanno un percorso terapeutico educativo. Seguiamo i detenuti del carcere di Montorio di Verona, di Trento e Bolzano perché è statisticamente provato che soggetti che seguono un trattamento terapeutico recidivano molto meno. I percorsi durano mesi, a volte anni. Dobbiamo dire che ad oggi abbiamo avuto solo 4 abbandoni, da parte di persone molto paranoicizzate e 1 sola recidiva”.
Come si diventa autore di violenza di genere? Esistono dei tratti che accomunano gli autori di reato?
“Confermiamo che c’è un tratto culturale molto forte. In alcuni dei Paesi di provenienza di questi soggetti la condizione asimmetrica dei rapporti è stabilita dalla cultura. Ma anche in Italia le cose non vanno meglio.
Gli uomini che commettono violenza sulle donne hanno un apparato psichico spesso rudimentale, basico, che ostacola la presa di coscienza dell’agito. Nel conflitto tendono a degradare in una reazione impulsiva o a precipitarlo in atti persecutori e scatti d’ira. La minaccia della separazione accende la propensione violenta.
La propria biografia, l’educazione e la relazione di attaccamento iniziale determina la mancanza di controllo delle pulsioni. Spesso questi soggetti hanno alle spalle relazioni di attaccamento gravemente disturbate da privazioni, separazioni e violenza assistita.
Quelli che hanno una possibilità ampia di recupero sono coloro che vivono drammaticamente il finire della relazione e il rapporto con i figli. Spesso infatti viene mantenuto un forte investimento genitoriale e proprio la perdita della possibilità di incontro con i figli e della casa è ciò che più colpisce questi soggetti”.
Cosa serve per arginare la violenza? E in particolare quella di genere?
“Il fenomeno della violenza è molto più ampio e stiamo riscontrando che inizia a superare la questione di genere. Riguarda la sociologia e l’impianto stesso della nostra società, che è molto violenta. Non si è più in grado di tollerare la frustrazione, la distinzione tra giusto e sbagliato è labile. Ma possiamo fare qualcosa! Noi stiamo lavorando con le scuole, per sensibilizzare i giovani su questi temi e gli studenti hanno dimostrato di essere molto ricettivi. La prevenzione non è mai tempo sprecato. Dobbiamo trasmettere la giusta rilevanza delle azioni”.
Sei arrivata/o alla fine dell’intervista, ora puoi fare un respiro profondo. C’è ancora molto da fare, ma il primo passo è sempre la consapevolezza. Se vuoi approfondire questo tema ti consigliamo un film della nostra Rubrica Sguardi Inclusivi, “Fortunata” di Sergio Castellitto (link), per scoprire il potere della forza interiore.
Fonti:
Rubrica Sguardi Inclusivi: il primo libro che ti consigliamo è…
La rubrica Sguardi inclusivi si occupa di offrire nuovi punti di vista sulla realtà. Il primo libro che ti consigliamo è “Il palazzo delle donne” di Laetitia Colombani
Tutto ciò che non è donato, è perso.
Può un incontro cambiare il destino? È un libro al femminile il primo che proponiamo nella rubrica Sguardi Inclusivi. Due protagoniste, due secoli differenti e un luogo in comune: il Palazzo delle donne, la casa che accoglie le donne abbandonate dalla società per farle nascere nuovamente!
La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Blanche vive a cavallo tra ‘800 e ‘900, è un’intrepida volontaria impegnata nell’ Esercito della Salvezza, un’organizzazione improntata ad abbattere le disuguaglianze, contrastare la miseria e aiutare chi resta ai margini. In una delle tante notti trascorse a fornire un pasto caldo agli indigenti, la vita di Blanche cambia: incontra una giovane madre sola, con una bambina appena nata, costretta a vivere per strada. Come può una città permettere che accada questo? Blanche comprende che è necessario creare dei luoghi in cui le donne in difficoltà possano trovare rifugio. È tenace e determinata. Avvia una raccolta fondi, acquista un antico palazzo di Parigi, lo ristruttura e così nasce il Palais de la Femme, un rifugio per le donne maltrattate dalla vita ed emarginate dalla società, dove medicare le ferite e trovare la forza per rialzarsi.
Passano gli anni, la società evolve eppure…
Solène è un’avvocatessa di successo dei giorni nostri, ma dopo una sentenza infausta e un esito drammatico del suo assistito, crolla. Si rende conto che la carriera le ha spento la vita e non sa più qual è il suo posto. I medici le consigliano di avvicinarsi al mondo del volontariato e così Solène fa il suo ingresso nel Palazzo delle donne, dove incontra vite distrutte e piene di dolore. Le sembra un paradosso eppure sono proprio le donne dalle vite spezzate ad aiutarla. Le offrono una lente nuova con cui guardare il mondo e abbattono i muri con cui Solène teneva lontano ciò che era diverso da lei. Solène riscopre se stessa prendendo in mano la vita di un’altra!
Perché vi consigliamo questo libro?
Perchè risveglia l’anima, è una chiamata a fare la propria parte. Fa riflettere sulla facilità con cui la società isola la povertà, la miseria, la fragilità, fingendo che non esista. Ma pone l’attenzione sul cambiamento positivo che si crea nelle persone quando si sceglie di guardare e di farsi coinvolgere. Un invito quindi a creare soluzioni inedite o a dedicarsi, come si può, agli altri.
È un libro che parla di sorellanza, condivisione e collaborazione per sopperire alle disuguaglianze e alle ingiustizie sociali. Il cammino per le donne è ancora molto lungo. Nel mondo 1 donna su 3 dichiara di aver subito una forma di violenza fisica, sessuale, psicologica o culturale solo per il fatto di essere donna. Circa 4 milioni di donne e di bambine sono vendute per il matrimonio, la prostituzione oppure la schiavitù. Il 21% delle donne italiane ha subito violenza sessuale, 120 donne sono morte solo l’anno scorso in Italia per femminicidi. La donne lavoratrici in Europa vengono retribuite il 13% in meno dei colleghi uomini, il 70% del carico familiare è sulle spalle femminili e il 12% delle donne sole con figli a carico vive in situazioni di povertà assoluta.
Una strada impossibile? No!
Come dice la frase di Michel Audiard citata nel libro, “Siano benvenute le crepe, perché lasciano passare la luce”. Ci sono virtuosi esempi anche in Italia di organizzazioni che prendono a cuore il benessere della donna e della sua famiglia. Come Famiglia Materna di Rovereto che offre un servizio di accoglienza e accompagnamento professionale. O Cooperativa Madre Teresa di Reggio Emilia che lavora perché le madri possano trovare una loro indipendenza. O Aps Sca’rt che aiuta le donne a riprendere in mano la loro vita anche dopo sentenze giudiziarie.
Ti è piaciuto questo consiglio? Segui la nostra rubrica. Il primo film che abbiamo consiglio è stato Marilyn ha gli occhi neri.
Dati Istat
Dati Eurostat
Dati Amnesty International
Madri tra desiderio e realtà
Diventare madre oggi è una scelta personale e sociale. Come le trasformazioni sociali stanno cambiando il concetto di maternità e quale ruolo giocano le donne oggi nel definire nuovi modelli di sviluppo? Ne abbiamo parlato con Riccarda Zezza e Anna Fiscale.
Il report “Italia Generativa” definisce l’Italia un Paese surplace: come un ciclista fermo sul posto, impegnato a mantenere un equilibrio ma incapace di darsi uno slancio nei confronti del futuro. Il tasso di natalità incide in un quadro politico che riflette una generale staticità. D’altronde le trasformazioni della struttura demografica rispecchiano anche i mutamenti culturali della società odierna: nonostante le giovani donne siano oggi più istruite, il tasso di inclusione lavorativa, il livello degli stipendi e le possibilità di carriera restano inferiori, mentre il 71% del carico familiare è ancora responsabilità delle donne. Diventare madre è oggi sia una scelta personale che sociale!
Nella festa che celebra la figura della madre, ci chiediamo cosa sta cambiando, cosa possiamo imparare dalla maternità e come questa possa diventare motore di crescita per uno sviluppo personale, culturale, economico e sociale. Ne abbiamo parlato insieme a Riccarda Zezza, CEO e Founder di Lifeed – l’azienda che dal 2015 sta cambiando il mondo del lavoro trasformando le esperienze di vita in competenze funzionali alla crescita di persone e imprese; e ad Anna Fiscale, ideatrice e Presidente dell’Impresa Sociale di moda etica Quid.
- Riccarda, cosa significa oggi diventare madre?

Credo che oggi questa domanda sia più importante della risposta perché ad essere sinceri non ce la facciamo mai. Oggi ci chiediamo: Perché non nascono più figli? Quale è il tasso di occupazione femminile? Ci soffermiamo a parlare di maternità surrogata senza nemmeno definire cos’è la maternità! Ci facciamo quindi domande su quei temi che provocano problematiche politiche mentre le madri, per loro natura, sono portate a fornire soluzioni immediate. Ecco perché non interessa chiederselo! Invece penso che iniziare a farci questa domanda ci porterà a nuove opportunità perché ci obbliga a riconoscere la complessità dei fenomeni umani. L’effetto? Usciremo da risposte parziali e stereotipate!
- Credi che ci sia una narrazione che ha cullato la nostra idea di maternità?
Nel genere umano sono insiti due istinti: quello della caccia (che oggi si è tradotto nel gioco a somma zero dove o si vince o si perde) e quello della cura. La maternità è un modello primordiale e istintivo. Il cervello produce ormoni che premiano il comportamento di cura. Di fatto la maternità è diventata un modello di potere, solo che nella storia è stato limitato all’ambito familiare.
Ma cosa accade quando questo modello viene portato nel mondo sociale? Possiamo prenderci cura del mondo con il lavoro! Possiamo trasferire quegli elementi istintivi che caratterizzano la maternità per favorire lo sviluppo dell’Altro. Per farlo dobbiamo agire sulla Cultura, fare spazio a nuove narrazioni ed essere disponibili a ripartire da pagine bianche, da nuovi tavoli collaborativi.
- Quale valore emerge dalla maternità?
La maternità sviluppa nella donna una leadership femminile molto forte. Le ricerche ci dicono che quando si pensa ad un Leader si immagina una persona che guidi con l’esempio, che sappia far crescere, che ascolti e comprenda. Una persona con visione capace di creare progetti che gli sopravvivono. Non sono forse qualità che le madri esercitano quotidianamente nella dimensione privata?
In Lifeed abbiamo lavorato con oltre 40 mila persone e abbiamo rilevato che in media le persone hanno almeno 5 ruoli sociali. Solo il 30% delle energie sono spese nel contesto lavorativo, il 70% delle proprie risorse, di carattere creativo e relazionale, vengono espresse dove ci si sente coinvolti a livello espressivo, liberi di esprimere il proprio talento.
Il tema è importante per le organizzazioni perché è evidente che la persona, nel lavoro, non è considerata nella sua interezza e non utilizza a pieno tutte le proprie capacità: se questo è un limite per tutti, per le donne lo è ancor di più.
- Le trasformazioni sociali degli ultimi decenni verso quale idea di maternità ci stanno portando?
Quando parlo con le ragazze mi rendo conto che hanno paura della maternità. Vedono qualcosa di oscuro, solitario, problematico, che mette a rischio la loro indipendenza sociale ed economica perché oggi la maternità viene raccontata con due assunti: o è ultra cool (e quindi sei una mamma super) o è limitante (e sei una mamma affaticata). Non ci sono viene di mezzo.
Invece quando sono diventata madre io mi sono accorta improvvisamente che tutto l’amore che avevo cercato era entrato nella mia vita. La maternità libera la possibilità di amare prima ancora di essere amato e questo non ce lo racconta nessuno. Il tema quindi è vedere la maternità come un pezzo di noi che dialoga con le nostre anime, prende spazio ma non può essere nostro antagonista. Siamo un complesso di desiderio, leggerezza e amore. Dobbiamo scrollarci di dosso quell’idea sacrificale che per anni ha portato le donne a dimenticarsi di loro stesse nella relazione con il figlio. Dobbiamo anche scrollarci di dosso quella patina di perfezionismo che fa credere che tutto sia idilliaco. Dobbiamo dare alle donne nuovi specchi con cui guardarsi perché la questione riguarda la crescita della donna che si abbina, ma non si estingue, alla relazione materna.
Esistono quindi scelte individuali che generano un impatto sociale, leadership femminili che emergono e che ci portano verso nuovi modelli culturali. Ma come gestire tutto questo?
- Anna, sempre più le donne sono spaventate dall’idea che la maternità possa essere un freno al proprio sviluppo. Tu, come hai vissuto le tue scelte?

Donna, moglie, madre: mi sono sempre vista così, in scala, e sono consapevole che non potrei essere me stessa se dovessi scegliere di essere solo una di queste parti. Non mi sentirei compiuta fino in fondo! Sono una donna appassionata e dedita al mio lavoro, in fin dei conti sono madre anche del mio progetto, ma per me era fondamentale accompagnare al mio sviluppo lavorativo anche uno sviluppo familiare, con le sfide che questo comporta!
La prima maternità l’ho vissuta quando Quid era a metà della sua strada. Io ancora non delegavo, non sapevo ancora farlo. Le riunioni le facevamo nel salotto di casa dopo tre settimane dal parto. In quel periodo non ero ancora abbastanza attrezzata ma mi è servito per capire come ridefinire il mio ruolo professionale, bilanciare la maternità e il lavoro, come dare vita ad un’organizzazione familiare equilibrata e paritaria con mio marito. È stato un percorso di consapevolezza.
- Da un lato donna e dall’altro madre. Esiste un modo per non scindersi in più identità?
Sapersi ascoltare e saper leggere i segnali che il nostro corpo ci dà. Facendolo riusciamo a fidarci della vita perché se si aspetta il momento perfetto per fare le cose, non ci sarà mai! Invece possiamo diventare consapevoli che le cose andranno anche diversamente da come le immaginavamo. Io, ad esempio, non pensavo che essere madre sarebbe stato così bello. Ma è anche faticoso e totalizzante! Ho scoperto che sapermi adattare alle situazioni mi permette di trovare soluzioni che mi aiutano a stare bene e farmi crescere.
- Incontri tutti i giorni donne e madri provenienti anche da culture diverse dalla nostra: quali abitudini ti colpiscono?
Mi colpisce molto il concetto di maternità diffusa che hanno le donne africane in cui è il villaggio che educa i bambini. La comunità diventa quindi educante. È un aspetto che mi fa ragionare sull’importanza di creare anche nei nostri contesti una rete relazionale tra donne, ma non solo, che diventi fonte di supporto e sviluppo per tutti.
- Quali soluzioni si potrebbero adottare per consentire alle donne scelte più includenti?
Spesso la maternità viene percepita dalle aziende come un periodo destabilizzante. Credo che gli incentivi economici possano essere un supporto però non bastano. Seguo il lavoro di Gigi de Palo sul Forum della Natalità e penso che siano necessarie scelte politiche lungimiranti. Ma anche nei luoghi di lavoro si può fare qualcosa! In Quid, ad esempio, abbiamo scelto di lavorare in produzione con orari positivi per le donne, dalle 8 alle 15.30 per permettere loro di avere un tempo oltre al lavoro. Rispetto agli uffici e alle aree commerciali le dinamiche cambiano ma un lavoro che offre flessibilità e che consente di lavorare per obiettivi può favorire il lavoro femminile e diventare un incentivo ambizioso!
Alessandra e il turismo che custodisce l’anima della Sardegna
La rubrica “Persone che fanno la differenza” si arricchisce con la storia di Alessandra Tore, vicepresidente della cooperativa sociale Ecoistuto Med, una realtà cagliaritana che ha cuore l’ambiente, il territorio e il turismo responsabile. L'Ecoistituto insieme al Muma Hostel (realtà ricettiva costituita da ostello ma anche museo) l'ente pone attenzione all'educazione ambientale.
Alessandra non è una bambina convenzionale tutta fiocchi e nastrini. Ama l’avventura e il mare.
Per questo il nonno la porta con sé lungo il porto di Cagliari. Alessandra respira forte come per far entrare il mare dentro di lei. Poi vede l’Amerigo Vespucci. Il veliero è immenso, lei è piccola ma ha le idee chiare: da grande sarà un capitano.
La legge italiana però parla chiaro: questo non è un lavoro da donne. Eppure il sogno della bambina non vacilla, cresce con lei, fino a quando il postino consegna alla famiglia Tore una lettera. In casa non capiscono. Arriva dalla Marina Nautica di Livorno ma il messaggio è indirizzato ad Alessandr”o”.
“Figlia mia, quali prospettive hai?” le chiede suo padre. Alessandra è costretta ad aprire gli occhi davanti alla realtà. Ama il mare è vero, ma ama anche la sua terra, le sue persone, le sue tradizioni. Così vira il timone e prende una nuova rotta. Direzione centro Italia. Obiettivo laurea in Economia a Turismo.
Alessandra torna con una valigia ricca di competenze e determinazione. Arriva a dirigere un albergo e poi un’agenzia viaggi. Matura esperienza nell’accoglienza, nella vendita e tutto va a gonfie vele. Poi però il suo ventre si espande. Se posso generare una nuova vita, quante altre cose posso realizzare?
La maternità spinge Alessandra a studiare l’orizzonte, tracciare una nuova rotta e a lanciarsi in un’impresa. Vuole creare un turismo rispettoso per la sua terra. Così dà vita ad una sua società e per la prima volta inizia a gestire una rete di B&B familiarizzando con privati, amministrazioni e GAL. Alessandra si occupa di questa marea per diversi anni, fino a quando una nuova corrente le solletica i piedi. E trasforma la sua storia, nella storia di tanti.
Insieme a Giovanna e Carlo i sogni si amplificano. C’è l’amore per l’ambiente, la propensione a prendersene cura e il desiderio di trasmettere il valore di un territorio che non è di nessuno nonostante sia di tutti. Perché la Sardegna è casa. È identità. Patrimonio. È la semplicità dei luoghi e dei suoi abitanti.
L’Ecoistituto Med nasce per educare alla sostenibilità attraverso percorsi didattici. Ma non è facile creare anche il turismo. Bisogna investire, convincere banche e finanziatori che può nascere un turismo fatto di valori, persone, storia e territorio. Le porte in faccia fanno male un po’ come i sogni irrisolti. Ma questa volta Alessandra è adulta, lavora in squadra e crede nella forza del turismo territoriale.
Quando arriva chi riconosce nel Muma Hostel una vacanza che diventa esperienza, la cooperativa salpa. 8 soci e 10 dipendenti gestiscono 4 CEAS (Centri di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità) immergendo i visitatori nella bellezza di terre inesplorate, strutture ricettive certificate Ecolabel, 2 musei che favoriscono la conoscenza della flora, della fauna locale, dei mestieri tradizionali che raccontano l’anima dell’isola.
A 56 anni Alessandra non guida una nave ma un’impresa sociale. E forse è meglio così!
“Vent’anni fa non pensavo che sarai arrivata fino qui. Invece la mia è diventata una storia collettiva perché le cose funzionano quando si connettono le persone”
Una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta la storia raccontata in questa rubrica? Puoi continuare a leggere le altre a partire da Silvio
Worldplaces, la rete europea che favorisce la vera inclusione femminile
Nasce Worldplaces – Workinkg with migrant women la prima rete europea che unisce le due metà del mondo del lavoro, quella profit e non profit, sotto un unico obiettivo: creare opportunità lavorative per le donne migranti. Una rete che fa leva sulle best practice sperimentate in più Paesi europei per creare continuità alle esperienze professionali e garantire veri processi di integrazione.
Un posto per dare avvio a nuovi inizi. Per le donne immigrate il luogo di lavoro non è solo fonte di un’entrata economica, è soprattutto motore di inclusione. Eppure oggi il 57% delle donne migranti non ha oggi accesso a posizioni occupazionali. Senza lavoro le donne restano escluse da un processo integrativo reale nella nuova società di appartenenza. Ma di cosa hanno bisogno e su cosa lavorare affinchè le donne migranti possano autodeterminare il loro futuro, progettarlo e darsi degli obiettivi che possono raggiungere? “Con Worldplaces vogliamo promuovere le sinergie tra il settore pubblico insieme a quello non profit e il settore privato con l’obiettivo ultimo di ridurre gender e integration gap” spiega Anna Fisale presidente di Quid, Impresa Sociale capofila del progetto.
Obiettivi della rete Worldplaces - Working with migrant women
La rete europea mira a sperimentare nuovi servizi e processi finalizzati a rendere i luoghi di lavoro più accessibili alle donne migranti con basse competenze formali che sono a più alto rischio di segregazione occupazionale. Attraverso questo nuovo programma, Worldplaces incoraggerà le donne straniere e le realtà di cui sono dipendenti, a scoprire, attraverso processi di orientamento, formazione e supporto, come ogni luogo di lavoro possa divenire un laboratorio unico e dinamico di integrazione favorendo da un lato l’integrazione e dall’altro promuovendo processi di Inclusion&Diversity.

La rete Worldplaces
Il progetto europeo nasce dal sostegno della Direzione Generale Migrazioni e Affari Interni della Commissione Europea nel 2021 e si sviluppa in 4 Paesi europei: Italia, Portogallo, Germania e Grecia.
La collaborazione delle realtà aderenti al progetto Quid (Verona, Italia), Speak (Portogallo), Gen2red (Grecia), Interventionsburo (Germania) prevede un lavoro di 3 anni in cui le organizzazioni progetteranno e sperimenteranno best pratice mirate a supportare e a coinvolgere direttamente 300 donne migranti e le loro famiglie in 4 aree chiave della vita lavorativa:
- Formazione e leadership
- Vita e comunità
- Lingua e cultura
- Identità
Le migliori pratiche verranno poi riadattate per rispondere ai bisogni di datori di lavoro e aziende attive sul territorio, e disseminate raggiungendo oltre 30 datori di lavoro e aziende e 450 ambasciatrici in tutta l’UE.


Protagonisti della rete Worldplaces
Giovani, madri, a volte anche nonne, dipendenti, manager e imprenditrici, in una parola donne. Sono loro le protagoniste indiscusse di questo progetto articolato e concreto che punta a valorizzare talenti e competenze per garantire continuità professionale nel mercato del lavoro. Le donne diventano quindi destinatarie ma anche le ambassador di questo progetto femminile come racconta Valeria Valotto, vicepresidente di Quid: “Invitiamo donne di tutte le professioni a qualsiasi punto del loro percorso di carriera che credono nel concetto di rete, a candidarsi come Ambassador e membri del progetto per coinvolgere poi negli anni le realtà per cui lavorano o coinvolgersi personalmente nelle attività che andremo a proporre. Sono più di 30 le Ambassador a oggi già coinvolte, speriamo di raggiungerne 100 entro il prossimo 8 marzo”.
Il funzionamento della rete Worldplaces
In Italia Quid, Impresa Sociale insieme a D-Hub e al Comune di Verona lavorerà sulla formazione e la leadership inclusiva creando sinergie con le aziende locali in processi di formazione che abilitano conoscenze e competenze per creare continuità lavorativa.
L’impatto atteso dalla rete nei confronti del mondo profit mira a favorire processi di inclusione e sostegno alla diversità tramite maggiori conoscenze delle difficoltà riscontrate dalle donne all’accesso del mercato lavorativo, a principi e pratiche da adottare insieme a politiche maggiormente inclusive. Nel contempo il progetto punta a migliorare la condizione socio economica femminile, aumentando il senso di appartenenza delle donne migranti e migliorando la loro qualità di vita.
Per maggiori informazioni sul progetto scrivi a istituzionale@progettoqui.it
Sei interessato alle reti che si occupano di donne? Leggi anche Un lavoro per ricominciare!
Il sapore buono della domenica. Botteghe e Mestieri il pastificio sociale
Botteghe e Mestieri è una cooperativa di inserimento lavorativo che ha scelto di portare nelle tavole d’Italia ciò che in Emilia Romagna si fa da sempre in casa: la pasta fresca. Riscatto, fiducia e felicità sono gli ingredienti che rendono speciali, oltre che buoni, i loro prodotti e trasmettono ogni giorno il sapore buono della domenica.
La storia di Botteghe e Mestieri il pastificio sociale
Botteghe e Mestieri nasce in provincia di Ravenna nel 2003 a seguito di alcuni percorsi educativi incentrati sul lavoro, condotti dall’associazioni San Giuseppe e Santa Rita Onlus (Casa Novella). Il lavoro manuale e la possibilità di sperimentarsi in attività extra scolastiche, aveva attivato desideri di autonomia nei giovani partecipanti. Purtroppo le difficoltà oggettive di inserimento lavorativo di una persona con disabilità psichiatrica hanno impedito la continuazione del progetto. “Le aziende del territorio non erano pronte per sviluppare percorsi di inserimento che chiedevano attenzioni e tempi prolungati. Questo fatto ci ha sfidato. Ci siamo chiesti se non lo facciamo noi, chi lo fa? Chi può rendere il lavoro uno strumento di crescita e di dignità anche per i ragazzi da noi seguiti? E così abbiamo avviato la cooperativa” racconta Claudio Mita, presidente.
Botteghe e Mestieri nasce con l’obiettivo di produrre pasta fresca per evocare profumi, ricordi, sapori legati alle cure e alle proprie tradizioni.


Gli elementi distintivi della cooperativa
“Noi siamo il lavoro che facciamo - continua Claudio – Un tempo i ragazzi venivano mandati in bottega per imparare un mestiere, per crescere come professionisti ma anche come persone. Il maestro artigiano era colui che con passione e gusto accompagnava i giovani ad acquisire abilità, conoscenze, capacità. Oggi lo facciamo qui”. La bottega è un luogo ospitale, un posto in cui si trasmette la passione di creare insieme, un luogo di relazione che acquisisce valenza terapeutica perché quel che si fa è frutto del lavoro di tutti.
Artigianalità, rigore e sostenibilità. Botteghe e Mestieri ha iniziato a lavorare con la disabilità psichiatrica quando pochi in Italia avevano deciso di sperimentarsi ma fin da subito ha scelto di strutturarsi come una qualsiasi impresa: vivere di ciò che si produce (senza convenzioni) per dare sostanza ai propri obiettivi.
I protagonisti di Botteghe e Mestieri
Persone con disabilità psichiatrica, donne in situazioni di fragilità ma anche giovani che con la pandemia si sono chiusi tanto da non uscire nemmeno più dalla propria camera. “La cooperativa è composta da 20 persone, negli anni abbiamo attivato 70 tirocini professionali con persone che poi sono rimaste e molte altre che sono state preparate per il lavoro presso altre aziende. In tutti loro ho visto attivarsi percorsi di rinascita” racconta Claudio. Lavorare in cooperativa significa rilanciare la propria vita, pensare nel lungo periodo mentre spesso la malattia mentale o le situazioni di svantaggio tendono a non far fare progetti. “Maturi la conoscenza di te, inizi ad avere fiducia, hai possibilità economiche che permettono un affitto e possibilità relazionali che poi spingono a creare amicizie, a riallacciare i rapporti con la famiglia. Con il lavoro ti conosci, conosci il peso della vita e trovi le risposte che cerchi” spiega Claudio.


Il lavoro della cooperativa
Il laboratorio di pasta fresca, l’attività di catering e l’ufficio amministrativo sono opportunità di riscatto. Permettono di riconoscere le proprie capacità e di costruire nuove possibilità. I prodotti più ambiti? Il cappelletto romagnolo, il tortellone di robiola, zafferano ed erba cipollina; il panettone e la colomba pasquale. La pasta fresca, insieme ad alcune prelibatezze provenienti dal circuito dei monasteri, sono acquistabili presso i 2 negozi o sui canali e-commerce. Un commercio che vede protagonisti privati, gastronomie e ristoranti in Italia e che a breve raggiungerà l’Europa. Perché Botteghe e Mestieri non si ferma, mai!
Puoi continuare a leggere storie di imprese sociali che Fondazione Cattolica ha accompagnato, partendo da MagazzinOz
Un lavoro per ricominciare: esperienze di progettazione partecipata
"Un lavoro per ricominciare" è un progetto co-partecipato, nato dallo scambio virtuoso di buone prassi tra cinque organizzazioni non profit operanti sul territorio nazionale. Insieme per creare un progetto capace di migliorare la qualità di vita delle donne.
I dati relativi all’occupazione femminile italiana sono sconfortanti. Nelle classifiche europee, l’Italia rimane tra i Paesi che maggiormente penalizzano l’inclusione lavorativa delle donne. Nonostante esistano fattori strutturali e circostanziali che abbracciano tutto il mondo femminile, per alcune donne in particolare, il lavoro diventa un miraggio. Si tratta di straniere, richiedenti asilo, vittime di tratta. Ma anche donne over 55 e le giovanissime. Per non parlare di donne con disabilità o delle detenute.
“Un lavoro per ricominciare” è un progetto sviluppato tramite un partenariato nazionale, nato dalla rete Contagiamoci, per favorire lo scambio di buone prassi e creare opportunità di finanziamento che sostengano donne disoccupate o inoccupate, in condizioni di fragilità e vulnerabilità, favorendo il loro inserimento lavorativo. Abbiamo parlato insieme ad Elisa Belli, coordinatrice del progetto, per scoprire le peculiarità della progettazione partecipata.
Elisa, quando avete capito che era possibile sviluppare insieme questo progetto?
Due anni fa, durante un incontro della rete Contagiamoci, c’era un tavolo di lavoro dedicato alle donne che ricominciano. Durante quell’occasione hanno partecipato realtà che si occupavano di donne, orientamento e inserimento lavorativo. L’incontro era andato bene così ci siamo detti “Perché non approfondiamo le metodologie usate da ciascuno a livello locale in una condivisione nazionale?”. Volevamo entrare nel concreto. Da lì abbiamo organizzato in autonomia due incontri a Reggio Emilia. Ognuno portava le esperienze maturate, ognuno naturalmente aveva il suo metodo, il suo percorso. Ma tutti volevamo favorire l’inclusione lavorativa rispettando i tempi di conciliazione vita-lavoro delle donne, affiancandole nei percorsi riabilitativi e sostenendole nell’inclusione sociale e abitativa. Abbiamo compreso che potevamo dedicarci ad un progetto comune. Lo abbiamo fatto e “Un lavoro per ricominciare” ha vinto un finanziamento importante.
Quante realtà hanno partecipazione alla progettazione?
L’esperienza è stata condivisa da cinque enti non profit provenienti da cinque regioni italiane. Ci siamo noi capofila come cooperativa sociale Madre Teresa di Reggio Emilia, Fondazione Famiglia Materna di Rovereto, Progetto Quid di Verona, l’Aps Sc’art di Genova e l’associazione Il Ponte di Civitavecchia.
Cosa prevede il progetto?
“Un lavoro per ricominciare” punta a favorire l’inclusione attiva nel mondo del lavoro di donne in situazione di fragilità personale e sociale sviluppando processi di connessioni generative tra le beneficiarie di progetto e la rete territoriale degli stakeholder (enti formativi, aziende, volontari..).
Essendo attivi su territori diversi, abbiamo strutturato il progetto in modo che tutti gli enti possano svolgere le attività in 18 mesi, che prevedono:
- Formazione, per attivare processi di capacitazione di donne, mettendo in rete esperienze, competenze e sviluppo professionale.
- Orientamento, per migliorare l’occupabilità
- Inserimento lavorativo, costruendo alleanze territoriali e nazionali per l’inclusione attiva.
Credi che la collaborazione abbia portato dei benefici?
Io dico che quando si semina i frutti vengono sempre moltiplicati. Credo che questo mio pensiero sia condiviso in molte organizzazioni della rete Contagiamoci. Lavorare insieme significa non sentirsi soli. Inoltre quando si condivide si cresce. Abbiamo imparato a vicenda grazie ai processi già messi in campo da ciascuno. Conoscersi, visitare le realtà, cercare una connessione è parte del progetto. Lavorare insieme ci ha permesso di affrontare anche periodi bui come la pandemia, perché siamo riusciti a garantire la continuità.
Cosa avete in mente per il futuro? Vista l’esperienza positiva che abbiamo condotto in questi anni, puntiamo a coinvolgere altre organizzazioni sociali in questa progettazione condivisa. Il requisito è essere focalizzati su questi temi: donne e lavoro. Se qualche organizzazione volesse saperne di più, può scrivermi all’indirizzo: elisa.belli@coopmadreteresa.it
Dalla rete sono nati più progetti co-partecipati. Vuoi saperne di più? Leggi anche Energie in Rete!
La storia di Anna presidente cooperativa sociale Quid
Questa è la storia di Anna, fondatrice e presidente di Quid, la cooperativa sociale veronese che trasforma la fragilità in valore.
Il fiume che scorre di fronte alla sua casa le ricorda il movimento della vita. Costante e mai uguale. Calmo o impetuoso. A volte così impaziente che la strada per lui tracciata non basta a contenerlo, ed ha bisogno di uscire, vedere cosa c’è oltre, perdersi un po’ per generare quello che ancora non c’è.
Anna è solo una ragazza quando prende il primo volo. Destinazione mondo, Terzo Mondo. Atterra e sbatte subito la faccia contro la realtà: c’è chi vive per soddisfare i capricci di sconosciuti che vogliono frigoriferi pieni e armadi straripanti a chilometri di distanza. La sua mente assimila veloce. Un progetto internazionale non le basta e in poco tempo il suo passaporto si tinge di timbri. Lei ha bisogno di vedere.
Ogni volta che rientra il suo spirito è più ricco. È consapevole, grata e coltiva il sogno di fare qualcosa per migliorare quel mondo ingiusto. Ama la città in cui è cresciuta ma il suo sguardo allenato inizia a farle sollevare i veli d’apparenza sotto cui è nascosto un dolore taciuto, capace di urtare l’illusione cittadina di vivere nella bella città dell’amore. Di cosa si tratta? si chiede mentre invia candidature.
Anna ha un curriculum invidiabile, è giovane, preparata e con esperienze. È proiettata verso una carriera in relazioni internazionali ma qualcosa la blocca. Lei intrepida e coraggiosa è imprigionata in una relazione che la fa sentire debole e impotente. Dentro una gabbia da cui non sa come uscire, come un buco nero che assorbe la sua potenza e la fa sentire persa. Ma poi accade…
L’incontro che le cambia la vita e le urla in silenzio Amati!
Il principio di amarsi gli uni con gli altri la scuote così forte dalle sue insicurezze da trovarsi ad osservare tutto con uno sguardo capovolto e nuovo. Ed è così che lo capisce: nella sua fragilità riscopre la forza e comprende che il dolore delle donne può diventare occasione di bellezza e di riscatto. Per tutte e per tutti!
Anna è un fiume in piena. Vuole realizzare qualcosa capace di unire ambiente, società e mercato con l’empatia e la fragilità. Pensa, condivide, agisce e nel 2013 fonda la cooperativa sociale Quid. La moda diventa un agente di cambiamento per ciò che la società è abituata a scartare: rimanenze di tessuto e donne in situazioni di fragilità: vittime di tratta, violenza, disoccupate over 50 ma anche giovani vulnerabili, richiedenti asilo e rifugiati.
Anna ha 24 anni, la sua idea piace ma il mercato non scherza. Deve guadagnarsi credibilità, trovare partner, diventare sostenibile. Se perde lei, perdono tutte. Alè, alè avanti tutta! la sua passione sconfigge la fatica e accende gli animi. Anna è cocciuta, non demorde mai perché ha fede, crede in un mondo giusto e come lei anche la sua squadra. Così, in sette anni Quid sviluppa 3 negozi, vende online e in oltre 70 multimarca, fattura più di 3 milioni e riceve premi dalla Repubblica italiana, dall’Europa e dalle Nazioni Unite.
A 33 anni è riuscita a rendere più di 150 persone protagoniste di un finale per loro inaspettato. Oggi Anna è ricca, di quella ricchezza che si matura solo quando si entra nelle vite e nei piccoli traguardi altrui. “Essere speciali non è una questione di eroismo ma di umanità”.
Imprenditrice sociale, moglie e mamma. Lei è una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? La Rubrica "Donne che fanno la differenza" racconta l'esperienza di chi crea valore nel settore sociale. Puoi leggere anche di Lidia
Donne che fanno la differenza: Lidia
Quando Lidia lascia la Sicilia porta in valigia due cose: l’effervescenza vulcanica ereditata dalla sua terra e la voglia di generare storie nuove. È giovane e innamorata, segue il marito a Roma e vi scopre una città viva, piena di risorse e di opportunità. I giorni passano, Lidia capisce che la sua famiglia non si può allargare e si mette in cerca di un calore che le ricorda casa.
La prima volta l’aveva accompagnata suo fratello Angelo. Il circolo le era piaciuto così c’era tornata. Aveva iniziato ad occuparsi della tombola e quando stava in quella stanza le sembrava di respirare un’aria diversa, fatta di progetti, relazioni e comunità. Per questo apre la porta di un circolo ACLI anche a Roma e senza saperlo inizia la sua avventura.
L’impegno sociale diventa la sua vita e si intreccia sempre più con il suo lavoro come direttrice di un centro di formazione, come progettista e consulente sociale. A Lidia piace lo spirito di squadra che vive in ACLI. Si sente a casa. Ascolta, si confronta, impara. Sposa lo spirito delle ACLI e lavora per creare rete. Ha capacità e le sue doti vengono premiate con ruoli sempre più impegnativi (dalle deleghe a Governance, Famiglia, Progettazione sociale, 5xmille; al Premio Amico della Famiglia istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; alla Commissione per le Parità e Pari opportunità nel lavoro del Ministero del Lavoro). Eppure non è tutto oro quello che luccica…
Lidia è una donna. Deve guadagnarsi la credibilità. Deve faticare per far comprendere il valore delle sue scelte anche se queste generano impatti positivi. Però non si arrende. Crede nel servizio e nella possibilità di creare un welfare comunitario che contrasti le povertà del mondo d’oggi. Segue il consiglio del Papa: impara ad indossare un nuovo paio di occhiali invisibili che le fanno guardare oltre.
Mette a fuoco le periferie geografiche ed esistenziali della città. Vede la dimensione della gravità: disuguaglianze, solitudine, povertà educative. Vive tra la gente perché è lì che comprende. I bisogni aumentano, cosa possiamo fare? continua a chiedersi mentre perde il sonno e pensa a nuove soluzioni. Lidia cerca e coinvolge. È appassionata, determinata e concreta per questo le persone la seguono.
Così diventa Presidente delle ACLI di Roma, un arcipelago di 320 strutture che ogni anno accoglie oltre 120 mila persone, molte in condizioni di estrema fragilità. Serve visione e lungimiranza per costruire nuovi orizzonti. Come un’allenatrice motiva e spinge la sua squadra, fatta da centinaia di operatori e volontari, ad avere nuovi sguardi. Si sviluppano diversi servizi per i bisogni primari, per tutelare i diritti mancati, per promuovere il lavoro dignitoso, il contrasto alle povertà educative, l’attivazione della persona. Per non lasciare nessuno da solo.
Famiglie, indigenti, immigrati, minori e giovani sperduti... il cuore di Lidia non conosce confini. Solo durante il Lockdown le ACLI di Roma hanno assistito 900 minori, offerto più di 800 ore di consulenza, percorso 20 mila km per consegnare più di 3 mila pacchi recuperati da oltre 1 tonnellata di eccedenze alimentari a 8 mila persone.
L’impegno di Lidia è diventato la sua missione di vita. “Credo in chi prova ad essere straordinario nell’ordinario. Quando si ascoltano i silenzi e si vede anche chi sta nell’ombra, quando l’energia diventa conforto e il tempo aiuto concreto, allora riconosco l’essenza del donarsi”.
Lei è Lidia, una donna che fa la differenza.









