Una casa che va Oltre l’indifferenza
Villa Alba e Casa Aurora non sono case qualsiasi ma opportunità per giovani con disabilità di vivere in autonomia. Nate grazie alla pluriennale esperienza dell’associazione Oltre l’indifferenza, le due strutture vogliono essere un luogo di crescita per persone con fragilità evidenti.
L’associazione viene fondata a Fontanelle di Treviso da un gruppo di familiari che sentiva la necessità di offrire opportunità educative e ricreative ai figli con gravi disabilità fisiche e intellettive. “All’inizio non c’era una sede. Ci si trovava la domenica, si organizzavano le uscite, i laboratori teatrali per i ragazzi con maggiori capacità funzionali e le vacanze estive…” racconta Mauro Vettorello presidente dell’associazione. Ma essere genitore di un ragazzino disabile cambia le prospettive. “Avevo capito che mio figlio voleva vivere da solo. Voleva staccarsi dalla famiglia, un po’ come accade a tutti i giovani che prima o dopo prendono il volo. Ma cosa significa per un giovane con disabilità uscire di casa da solo?”. A questa domanda l’associazione pensò di trovare risposta!

Villa Alba, una casa che va oltre l'indifferenza
L’associazione decide di investire sull’autonomia dei ragazzi. Inizia così a cercare un luogo adatto per far sperimentare a giovani con disabilità alcune opportunità di autonomia.
“Abbiamo preso in affitto una casa colonica. L’abbiamo restaurata e abbiamo avviato laboratori e iniziative che si prolungano dal giovedì alla domenica” testimonia Mauro. Villa Alba è una casa privata immersa nel verde. Priva di barriere architettoniche, la casa è stata studiata per ospitare al massimo sei ospiti per notte anche se, dal giovedì alla domenica, accoglie i beneficiari dell’associazione all’interno di percorso educativi volti alla promozione delle competenze personali.


“Si respira aria di famiglia e serenità. Il lavoro svolto dal 2016 ad oggi a Villa Alba ha fatto parlare di questa realtà e oggi ci troviamo a gestire richieste provenienti da Padova e Vicenza, a testimonianza del bisogno a cui stiamo rispondendo” racconta Mauro.
I servizi di Oltre l'indifferenza
Per i 40 ragazzi seguiti dall’associazione sono stati creati dei progetti personalizzati con l’obiettivo di valorizzare le potenzialità, consolidare capacità e promuovere le autonomie. “Villa Alba è una palestra per sperimentarsi. Abbiamo un orto a misura di carrozzina, laboratori di cucina, pasticceria, attività artistiche, di movimento e di cura di sé. Sono laboratori esperienziali che consentono anche a chi ha delle difficoltà più rilevanti di mettersi in gioco e scoprire le proprie abilità” ammette Mauro.
I primi anni di attività della Villa hanno consentito a 5 ragazzi di maturare una consapevolezza maggiore di sé e dei propri bisogni. Per loro è appena stata inaugurata Casa Aurora, uno spazio abitativo in cui vivere in autonomia, con il supporto di operatori qualificati e altri ospiti in co-housing.
Gli obiettivi dell'associazione
Fin dal principio l’associazione ha scelto di superare gli ostacoli. Oltre l’indifferenza connota il desiderio di garantire opportunità anche a chi per motivi di salute è impossibilitato a trovare realizzazione professionale ma è, e rimane prima di tutto, una Persona. Ha scelto quindi di inserirsi in Reti di associazioni e cooperative che condividono la stessa missione: creare opportunità.
“Siamo 59 soci e oggi lavorano con noi 5 dipendenti. La lista di famiglie che ci contattano per chiederci supporto aumenta di mese in mese e questo ci fa percepire l’urgenza e il bisogno di creare servizi autentici, capaci di dare serenità ai beneficiari e alle loro famiglie” racconta Mauro.

Per questo, dopo aver avviato l’attività abitativa, Mauro punta ad aprire una Fondazione che dia sostanza ai prossimi progetti attraverso servizi pensati dalla fascia adolescenziale. “C’è una frase che mi piace molto. Dice il futuro dipende da ciò che fai nel presente, se lo facciamo oggi, il futuro dei nostri figli sarà più roseo domani!”
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere l'esperienza di altri enti non profit sostenuti dalla Fondazione partendo da: L'impronta
Progettare bellezza, nonostante la malattia: la storia di Maria Teresa
La rubrica Donne che fanno la differenza si arricchisce con la storia di Maria Teresa Ferrari, Presidente dell’associazione La Cura Sono Io, un progetto che punta alla cura della Persona che affronta una malattia oncologica attraverso informazioni, arte, cultura, eventi solidali e bellezza.
Quando il cellulare squilla, Maria Teresa sta guidando. Pensa alla sua agenda fitta di eventi, mostre, scadenze. La sua passione è il suo lavoro e il suo lavoro è una combinazione di incontri, parole e avventure in giro per l’Italia.
“Signora Ferrari… ho i risultati dell’esame citologico…” avvisa la dottoressa. La paura le blocca il fiato.
“E’ un cancro”. Mentre la macchina va avanti, tutto intorno a lei si ferma.
Terry è solo una bambina ma sembra più grande della sua età. I suoi occhi scuri riflettono l’animo indomito che la caratterizza: nata dopo due fratelli, non ha tempo per abbandonarsi a fronzoli e frivolezze. Indossa la sua curiosità e, armata di parole e tenacia, inizia passo dopo passo a farsi strada nel mondo.
Ha voglia di vita e di considerazione. Terry ha fame di indipendenza e sogna una casa senza dolore. Ma quando arriva sera e dalla porta entra suo padre, il cuore di Terry si acquieta. L’amore, polverizzato dalla malattia di sua madre, prende finalmente forma e nutre l’anima di una ragazza in cerca di futuro.
Terry legge tanto e scrive anche di più. Nei suoi quaderni impregna metodo e stile, sogna di diventare giornalista. Così bussa alla porta del direttore del giornale di Verona. Terry ha stoffa, scrive per quotidiani e riviste. Però non le basta, vuole viaggiare ed esplorare!
È giovanissima quando firma le prime mostre nazionali. Terry ama le emozioni e ricerca la bellezza. Diventa esperta della pittura di Dino Buzzati e cura le maggiori mostre a lui dedicate, si dedica all’arte delle donne, vince premi, quello che più la tocca riguarda la sua vita personale, è il Premio Victoria promosso dal Corriere della Sera... la sua carriera vola anche se lei è una donna e lavora in un mondo in cui serpeggia l’invidia.
Loro non lo sanno, però Terry ha la pelle dura. La sua è un’armatura invisibile di positività e ottimismo che trova forza nel ricordo del padre e che ogni anno rafforza nei suoi viaggi, spesso in terra di missione. Medita, prega, ascolta e agisce. In contatto con altre culture trova gli unguenti che leniscono le cicatrici visibili del suo corpo che non è una macchina perfetta.
Quando Terry scopre l’ospite inatteso, il cancro, l’ansia l’avvolge. E adesso? L’operazione tocca la sua femminilità e la chemioterapia la sconquassa. Eppure Terry non si perde d’animo. Racconta, - le dicono i medici - racconta il tuo modo di affrontare la malattia!
All’inizio Terry lo fa per sé. Ma ben presto Facebook diventa un diario digitale seguito da centinaia di donne che traggono energia e forza dal suo esempio. Cura di sé, ma anche natura, arte, cultura diventano pillole di guarigione. Concentrati su di te le consigliano i suoi amici. Ma Terry non li ascolta: troppe donne “subiscono” questa malattia. C’è bisogno di amarsi ancora!
La Cura sono io nasce nel 2017 per diffondere messaggi pieni di speranza e di luce. I viaggi di Terry si trasformano in centinaia di tappe per incontrare nuove amiche, fare testimonianza, presentare la collezione Cappelli ad Arte, ideata mentre era in chemioterapia, realizzare performance artistiche e presentare il libro che ha scritto “La cura sono Io. Per vivere ho bisogno di me”[1]. Terry raggiunge così decine di migliaia di persone in tutta Italia: ascoltandole, dialogando con loro, “diagnostica” il profondo senso di smarrimento e solitudine di chi attraversa un cancro e dei suoi cari. Cos’altro posso fare? si chiede.
Manca uno sportello del benessere. Uno sportello oncologico a cui i malati oncologici e i familiari possano fare riferimento gratuitamente. In lei germoglia questo nuovo desiderio, un progetto enorme: studia, interpella, cerca fondi. Però qualcosa sfugge al suo controllo. Il secondo cancro le viene diagnosticato in piena pandemia. Proprio quando tutto si ferma, lei vorrebbe correre: il bisogno di cura è troppo grande per rimandare.
Se solo la malattia le desse tregua…Terry ascolta i segnali del suo corpo e così scopre: è un aneurisma cerebrale e le provoca un dolore fisico e mentale devastante. Ora pensa a te le intimano i medici. Terry ci prova. In fin dei conti la fatica che incontra per aprire lo sportello la prosciuga, come la sofferenza fisica. Però continua a ricevere messaggi che le riempiono il cuore. Quelli di chi era sull’orlo del baratro e guardando lei ha ritrovato la speranza. Come può fermarsi proprio ora?
C’è voluto tempo per veder nascere l’APP La Cura sono io, disponibile da ottobre.[2] A 57 anni Terry riesce a trasformare il suo dolore in un dono che sa di bellezza, nutrimento e cura. Pensa a quanti usufruiranno gratuitamente di consulenze legali, estetiche, etiche e non solo. Alle cartelle cliniche costantemente aggiornate anche dei sintomi di chi è in cura, alle innovazioni di ricerca in campo oncologico e finalmente respira…il dolore non ha vinto.
“Mi sono sentita una delle tante donne in attesa di una chiamata che, durante il Covid, non arrivava mai. Per loro ho voluto creare quello che non c’era!”.
Lei è Maria Teresa Ferrari, una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere la Rubrica a partire da: Mauro
[1] edito da Minerva e illustrato da Valentina D’Andrea
[2] Lo sportello digitale è sul sito lacurasonoio.it e precede l’App, che sarà online dal prossimo ottobre
L’Impronta: dalle idee ai progetti sostenibili
La storia del Gruppo L’Impronta dimostra che coraggio, intraprendenza e conoscenza della realtà trasformano esperienze volontarie di valorizzazione della Persona, in opportunità di sviluppo di cui beneficiano i singoli, le famiglie e l’intera collettività!
L’impronta nasce come associazione di volontariato negli anni ’90 da un gruppo di giovani amici interessato a creare opportunità per i ragazzi e le persone disabili che vivevano nei quartieri della zona sud di Milano. Alle attività socio-educative ed assistenziali che caratterizzano gli esordi dell’associazione, L’Impronta decide di credere nel lavoro come opportunità di sviluppo di competenze e capacità.
Il Gruppo L'Impronta
Il Gruppo l’Impronta è una Onlus che raggruppa 5 cooperative sociali nate con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo di persone in situazione di svantaggio sociale. Migranti, persone con disabilità cognitiva, adulti over 50 anni in assenza di lavoro e in piccola percentuale anche neet, sono destinatari delle opportunità lavorative ma “si trasformano presto in colleghi del Gruppo su cui fare riferimento per lo svolgimento delle attività” racconta Andrea Foschi responsabile della Comunicazione.
Le cooperative del Gruppo L'Impronta
La prima cooperativa che prende forma è Via Libera che abbina ai servizi di cura e assistenza alle opportunità di lavoro. Si sviluppa così l’esperienza Gustop il ristorante self-service che offre servizi di qualità e catering alle aziende del territorio. “Ci piaceva l’idea di creare una nostra filiera alimentare per questo non ci siamo fermati al ristorante ma abbiamo dato vita anche Gustolab, un laboratorio di panificazione e pasticceria, e ad Agrivis la cooperativa a tutela dell’ambiente e delle persone che coltiva biologico e trasforma i prodotti” continua Andrea.


Produzione, trasformazione e servizio non solo le uniche qualità offerte delle cooperative del Gruppo.
“Ci occupiamo anche di tecnologia e di comunicazione” racconta Andrea. Grazie alla rete sviluppata nel territorio le altre due realtà sono nate per rispondere a esigenze di aziende partner. For-te è un delivery di prodotti elettronici “dallo store al cliente” che vengono consegnati giornalmente da 20 ragazzi con disabilità mentre In-tech forma e avvia al mondo del lavoro giovani con disabilità sui temi del software testing.
Gli elementi caratterizzanti
“Io arrivo da anni di esperienza nel mondo non profit. Però nel Gruppo l’Impronta ho trovato uno spirito che mai avevo visto prima!” ammette Andrea. Innovazione, proattività e accettazione del rischio. “i progetti che vengono avviati mettono in gioco sempre: si cerca di cogliere opportunità creandole, sapendo sempre che devono essere sostenibili” continua Andrea. Un’idea che il presidente Andrea Miotti ha mantenuto sin dai primi passi dell’associazione: mixare competenze, conoscenze e servizi per rafforzare le anime che compongono il gruppo fatto da 250 dipendenti di cui 51 con difficoltà riconosciute.


Agrivis
Di innovazione e complicità è esempio la cooperativa Agrivis, la realtà del Gruppo nata per coltivare prodotti in modo biologico, con qualità e nel rispetto delle persone oltre che del terreno. “Ci abbiamo impiegato 2 anni per poter iniziare a coltivare. Prima bisognava dare tempo al terreno di nutrirsi. Abbiamo assunto un agronomo, giovani migranti e persone con disabilità. All’inizio c’era solo terreno ma questo non ci ha scoraggiati!”. In pochi anni Agrivis si è trasformata: al terreno si è affiancata una cascina che ha permesso di ampliare i servizi con l’housing sociale, il laboratorio di trasformazione dei prodotti e la creazione di servizi formativi per aziende e scuole. “I ragazzi delle cooperative del Gruppo si occupano di progettare e gestire i laboratori. In questo modo non solo offriamo un servizio ma sensibilizziamo: al rispetto delle persone e dell’ambiente!”
I prodotti realizzati sono vendute nelle botteghe di Riabila, una piccola cittadella polifunzionale che offre risposte integrate ai bisogni dei cittadini milanesi: servizi educativi, assistenziali, comunità diurne, botteghe artigianali creano un eco-sistema in cui è bello stare. In cui tutti possono stare!
Ti è piaciuto questo articolo? Puoi scoprire altre realtà sociali accompagnate dalla Fondazione! Parti da In-Presa
Chiara e quella canzone che diceva la verità
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Chiara Bianchi project manager e impiegata nella comunicazione di Cometa, realtà di Como che accoglie più di 1300 tra bambini, ragazzi e adulti e favorisce la formazione per contrastare la dispersione scolastica e accompagna i ragazzi ad entrare nel mondo del lavoro offrendo opportunità concrete.
È andata così: mi hanno affidato un nome comune. Uno di quelli che leggi nei problemi di matematica alle elementari. Se da un lato tutti se lo ricordano, dall’altro tutti rischiano di dimenticarselo. E io ho sempre avuto una gran paura di finire tra i “dimenticati”.
Così ho iniziato ad entrare nel mondo degli altri attraverso l’arte. Raffigurare era per me un modo per conoscere l’altro conoscendo me stessa. Un tratto dopo l’altro e la tela bianca diventava la persona che avevo davanti. Ma poi me ne sono accorta.
C’era un’ombra costante. Io cercavo nel dolore dell’altro di riconoscere il mio. I miei quadri diventavano specchi in cui cercavo un mio riflesso. È il dolore che ci cambierà cantava Lucio Dalla. E io non sapevo che poteva esserci un’altra via.
La sofferenza la porto sotto la pelle, stampata nel mio DNA. È il corredo genetico che ho eredito dalla storia di mio padre, abbandonato, adottato, riconsegnato. Un bambino lasciato solo al suo destino. E forse per questo avevo deciso di non far accedere nessuno dentro di me.
Mi sono detta Studia filosofia, con le domande giuste troverai un modo nuovo per guardarti! E sai come è finita? Tante domande nessuna risposta. Poi un giorno ho incontrato un ragazzo che stava costruendo orfanotrofi ad Aleppo e dentro di me si è aperta una voragine…
Sai quelle emozioni che fanno male perché ti stanno portando a volerti più bene? Ecco io non ero pronta. Ho ricacciato dentro tutto. Ho viaggiato e lavorato ma quella sensazione non mi si toglieva di dosso. Allora gli ho scritto “Come faccio a fare il lavoro che fai tu?”. Il tempo di dirmelo ed ero iscritta al Master Relazioni d’aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione nazionale e internazionale.
Alla fine non sono volata dall’altra parte del globo. Sono solo migrata di qualche chilometro ma a vedere come funzionano le cose qui in Cometa sembra di stare in un altro mondo! Immagina una casa grande e bella. E curata. E ordinata. E pulita. Immagina un posto che accoglie tutti dai piccoli senza genitori ai ragazzi che lottano contro il mondo. Un posto che con la mia famiglia aveva una storia in comune...
Qui non vince il dolore ma la rinascita. Adozione, affido, educazione sono una vittoria e non una sconfitta: e questo mi ha dato speranza. La Bellezza che pervade tutto e circonda i giardini, le stanze delle case, della scuola, delle botteghe artigianali fa comprendere un messaggio universale: questa meraviglia è anche per te perché chiunque tu sia sei prezioso e vali.
Quanto ci ho impiegato per capirlo? Beh un po’. Perché è facile vedere il Bello ma sentire di meritarsi questa Bellezza è un’altra storia. E sai quando me ne sono accorta? Ero alla fine di una giornata tostissima, una di quelle che corri e corri. Sono entrata in panetteria e uno dei ragazzi disabili mi ha sorriso e mi ha detto “Ciao, Chiara!”. Tra tanti volti lui mi aveva riconosciuta.
Ci ho messo anni per capirlo ma finalmente so come mai Lucio termina la canzone cantando è l’amore che ci salverà!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere la rubrica #Giovanisperanze partendo da Claudio!
In-Presa: un altro modo di fare scuola!
Orientamento scolastico, educazione, formazione e inserimento lavorativo. La cooperativa sociale In-Presa lavora con i ragazzi a rischio dispersione scolastica affinchè, attraverso il lavoro e lo studio, possano scoprire quale ruolo giocare nell’incredibile partita che si chiama vita!
Cosa puoi fare se vuoi evitare che i giovani prendano strade pericolose per il loro futuro? L’assistente sociale Emilia Vergani lo aveva intuito: i ragazzi che hanno alle spalle una vita carica di fatiche rischiano di cadere in scorciatoie che a lungo termine non li portano lontani. Per questo nel 1994 iniziò un percorso di affiancamento scolastico e di affido diurno per far vivere un’esperienza familiare e scolastica di altra natura. In lei si instillò il desiderio di dare un futuro anche agli adolescenti che dopo la scuola media volevano iniziare a lavorare e così creò una piccola rete di artigiani e imprenditori per favorire un percorso di crescita professionale.
“In-Presa nasce da Emilia quando decise di dare avvio ad una realtà dove i ragazzi potevano frequentare corsi tecnici, vivere insieme e fare esperienze lavorative. Ci ha lasciati quando 97 giovani frequentavano questi spazi. Ma il suo desiderio non ci ha mai abbandonato e oggi accompagniamo 430 ragazzi nella loro crescita” racconta Ian Farina fundraiser dell’ente.
In-Presa, una cooperativa sociale
“Nell’immaginario comune esistono ancora le scuole di serie A e di serie B. Ma siamo sicuri sia davvero così? La nostra esperienza ci spinge a guardare i ragazzi per le capacità e i talenti che possiedono” testimonia Ian. Allora non sei bravo se stai diligentemente seduto dietro un banco. Ma sei competente quando crei un piatto buono, gustoso e bello. Quando risolvi problemi meccanici e il tuo intervento diventa utile per l’altro. Quando esci dalla scuola e apri una tua attività.
La cooperativa sociale lavora in ambito educativo, scolastico e lavorativo per affiancare ragazzi dai 13 ai 19 anni a riconoscersi e a realizzare sé stessi. Opera in collaborazione con 20 comuni limitrofi a Carate Brianza e offre percorsi specifici in base alle necessità del ragazzo. Insieme ai 74 dipendenti, 100 volontari accompagnano i ragazzi nello studio e oltre 300 imprese del territorio sono in rete con la scuola per avviare percorsi di apprendimento lavorativo.


I protagonisti di In-Presa
Ci sono ragazzi di terza media che non riescono a concludere il percorso. Adolescenti che iniziata una scuola faticano a portare avanti l’impegno. Ci sono ragazzi che non riescono a dire “ho bisogno d’aiuto” ed esprimono la loro frustrazione con rabbia, scoraggiamento, assenteismo finendo per credere davvero al quel “non ce la faccio” che ripetono sempre.
“A differenza di una scuola tradizionale a noi di quel ragazzo interessa tutto e vogliamo accogliere tutto di lui perché il nostro obiettivo è aiutarlo a guardarsi da un’altra prospettiva” racconta Ian. Sono adolescenti inviati dai servizi sociali, dalla rete di scuole superiori o dalle stesse famiglie che cercano un’attenzione in più! Per questo le classi ospitano 15 studenti e garantiscono un percorso formativo più mirato che alterna 500 ore scolastiche a 400 ore in azienda. “Negli anni grazie anche ai feedback degli studenti abbiamo rinnovato i percorsi e dalle ultime indagini svolte possiamo dire che più del 70% dei ragazzi che prende la qualifica trova occupazione entro 6 mesi”.


La proposta scolastica
Le proposte formative-didattiche abbracciano diverse aree professionali e consentono di vivere esperienze dirette a contatto con il mondo del lavoro.
In-Presa offre:
- formazione professionale duale rivolta al settore alberghiero, elettronico e meccanico della durata di tre anni. Il percorso è frequentato anche da grandi aziende che mettono a disposizione ore di formazione in laboratori didattici che aggiungono qualità, contemporaneità e qualifica al mestiere;
- percorsi di alternanza impresa-scuola per i ragazzi che si apprestano a concludere il titolo scuola media;
- la Casa dei Mestieri un’opportunità di apprendimento e sperimentazione in cui i ragazzi che hanno abbandonato la scuola possono sperimentarsi in laboratori orientativi professionali che vanno dal tessile all’agricolo.
La sostenibilità di In-Presa
Come si realizza una scuola così? Attraverso la compartecipazione di fondi derivanti dalla Regione, dei servizi sociali, dalla raccolta fondi, dalle rette scolastiche e dai laboratori didattici (come il bar caffetteria) aperti al pubblico che oltre a far apprendere un mestiere garantiscono sostegno all’attività. “In-Presa non è solo scuola. È un percorso educativo interessato alla trasformazione personale del ragazzo. I risultati? Li vedi con il tempo! La rabbia diventa affetto. Quando scoprono di essere capaci aumenta la fiducia che hanno in sé, scoprono il piacere della gratitudine e trovano il loro posto nel mondo!”
Ti è piaciuta questa realtà? Puoi continuare a leggere le altre storie di enti non profit a partire da: ZeroPerCento
ZeroPerCento: la bottega etica che fa bene a tutti
ZeroPerCento è la bottega di quartiere che vorresti sotto casa. Prodotti freschi, a chilometro zero e ad alto impatto sociale trovano spazio negli scaffali gestiti da persone con disabilità intellettiva. A Milano si acquista sostenibile e si promuove il valore del lavoro dignitoso per tutti.
È il 2015 quando a Teresa Scorza nasce un’idea: creare un progetto concreto per favorire l’occupazione. Con la sua Laurea in Economia e l’esperienza maturata nel lavoro aziendale e nel Terzo Settore, Teresa sa che da sole le idee non bastano. “Volevo creare un negozio di vicinato ma io di punti vendita non sapevo niente e dovevo capire come rendere sostenibile il mio pensiero!” racconta. Così Teresa muove i primi passi. Racconta la sua idea, trova le prime compagne d’avventura e partecipa ad un programma di accelleration arrivando a costituire la cooperativa Namastè e il progetto ZeroPerCento. In pochi anni la bottega capisce come diventare una presenza territoriale aprendo 2 negozi e contando su 150 produttori. Ma affronta anche le sfide pandemiche aprendo 1 canale online e differenziando il lavoro attraverso la realizzazione di catering e coffee break aziendali.
ZeroPerCento prima dell’essere bottega
Una bottega di quartiere che vende prodotti solidali, ad alto impatto sociale, creando percorsi di inclusione professionale per persone con disabilità intellettiva. Sulla carta ZeroPerCento ha tutte le qualità per diventare un punto di riferimento locale. Ma la realtà è più complessa di una presentazione e il primo spazio a canone calmierato dove alzare la saracinesca, ZeroPerCento lo trova nel 2016 vincendo un bando del comune di Milano. Peccato che il negozio è a Milano Nord, in un quartiere di case popolari, dove regna il degrado, lo spaccio e la diffidenza.
“La nostra prima sfida è stata aprire un negozio in un quartiere in cui nessuno apriva attività da 14 anni e dove i redditi delle persone non avrebbero permesso loro di acquistare i nostri prodotti. Abbiamo capito fin da subito il segreto per fare impresa sociale: mai arrendersi!”.


Lo spirito di Teresa è condiviso tra i soci della cooperativa che, senza soldi, scelgono di promuoversi partendo da un semplice principio: portare il bello tra quelle vie della città. Colorano le saracinesche, danno vita a biblioteche a cielo aperto, portano rastrelliere per bici, piantano fiori, fanno rete con le realtà locali e con il loro banchetto partecipano a tutte le iniziative dei quartieri limitrofi.
ZeroPerCento la bottega inclusiva
La bottega rappresenta una palestra lavorativa a cui i servizi sociali, i centri per l’impiego e le associazioni di zona segnalano persone con disabilità intellettiva per lavorare sullo sviluppo di competenze che arricchiscano la persona e le consentano di trovare occupazione. “Attiviamo percorsi professionali per 10-12 persone l’anno che durano almeno 6 mesi” racconta Teresa. Si costruisce un percorso adatto alle persone: chi alla vendita, chi nella gestione del locale, chi in back office. “Insieme scriviamo il cv, monitoriamo quanti ne inviano alla settimana, forniamo metodi e strumenti per capire come cercare un lavoro e prepariamo ai colloqui” racconta Teresa. Ma il supporto prosegue anche quando la persona trova collazione in azienda attraverso follow up e accompagnamento a distanza. “Per sensibilizzare al tema lavoro-disabilità abbiamo scelto di lavorare in sinergia con le aziende: loro ci chiedono di formare le persone per alcune mansioni e noi le prepariamo!”.


ZeroperCento la bottega etica e sostenibile
All’interno dei punti vendita e sul canale e-commerce è possibile acquistare prodotti stagionali ad alto impatto sociale perché per scelta più del 50% dei prodotti proviene da realtà del Terzo Settore che promuovono l’inclusione lavorativa e valorizzano il lavoro delle persone. “Il prezzo è un prezzo equo perché riconosce la manodopera che ci sta dietro” afferma Teresa. Prodotti etici e sostenibili perché la bottega favorisce lo sfuso e la riduzione del packaging sensibilizzando i consumatori ad acquistare ciò di cui hanno bisogno senza produrre sprechi.
E il futuro?
“Ricordo quando all’inizio arrivavano i clienti nel nostro primo negozio e dicevano Chi è il pazzo che ha deciso di aprire qui? Ma poi accadeva una cosa strana. I clienti iniziavano a sentirsi responsabili del progetto e delle loro persone” racconta Teresa. Come se ZeroperCento fosse un seme di sostenibilità, bellezza e bontà di cui tutti vogliono prendersi cura e che la cooperativa condivide per costruire un futuro sostenibile per tutti!
Ti è piaciuto questo articolo? Ti potrebbe piacere scoprire anche La Rete
“La Rete” insieme alla Comunità per creare opportunità
La cooperativa si sviluppa alla fine degli anni ’80 a Trento per migliorare il benessere e la qualità di vita di persone disabili e delle loro famiglie. Da allora promuove la cultura dell’inclusione sociale fatta di informazione, sensibilizzazione e coinvolgimento della Comunità per creare una società accogliente per tutti.
Negli anni ’80 avere un figlio con disabilità in trentino non era facile, nonostante l'esistenza di alcune attività sul territorio. I servizi erano pochi, i percorsi di inclusione scolastica molto faticosi e pensare di crescere nella “normalità” un bambino disabile sembrava un’utopia. “Sin dalle origini abbiamo cercato di sviluppare occasioni perché le persone disabili hanno bisogno, come tutti, di trovare opportunità di crescita” racconta Mauro Tommasini Direttore di La Rete. “Allora sembravamo dei pionieri perché erano poche le occasioni di normalità, ma il tempo ha dimostrato che agire in prossimità fa la differenza”.
Storia di La Rete
La cooperativa prende forma nel 1988 grazie ad un gruppo di soci legati dall’amicizia e da valori comuni e prende il nome di Rete per esprimere il primo obiettivo dell’ente: mettere in connessione famiglie con figli disabili e cittadini in un rapporto di auto sostegno. La disabilità supera i confini delle mura domestiche attraverso una rete di volontari e di operatori che attivano le prime relazione tra cittadini. “Siamo una sorta di agenzia delle relazioni” testimonia Mauro per evidenziare quanto essere insieme alla vulnerabilità consenta di comprendere e di realizzare attività sempre nuove che abilitano le persone, alleggeriscono dalle fatiche, creano processi inclusivi e un nuovo ruolo sociale.
L'obiettivo della cooperativa
L’obiettivo de La Rete negli anni non è cambiato: “Accompagnare le persone con disabilità nel loro progetto di vita sostenendo le famiglia all’interno di un contesto sociale” dichiara Mauro. Per farlo la cooperativa ha sviluppato molteplici servizi consapevole che prendersi carico, creare fiducia e garantire qualità del servizio siano elementi indispensabili per fare bene il Bene. Insieme a più di 260 volontari e 30 operatori, La Rete ha lavorato con più di 300 persone disabili in questi anni cercando di favorirne le potenzialità e le autonomie.


I servizi della cooperativa
“Abbiamo scelto di non chiuderci ma di aprirci alla città. Lavoriamo in rete con 32 realtà esterne perché stando nel territorio cambiano le persone e le loro percezioni. Un esempio? Lavorando nelle scuole, i ragazzi diventano volontari!”. I servizi proposti da La Rete riguardano Persone, Famiglie e Comunità nascono e si sviluppano grazie a coprogettazione con i destinatari delle attività. Se da un lato sollevano le famiglie e stimolano la società, dall’altro favoriscono momenti di apprendimento, relazione e crescita di giovani adulti disabili per abilitarne le autonomie personali e residenziali. I servizi diurni vanno dall’agricoltura sociale alle attività sportive, dalla coltivazione e lavorazione di erbe alle attività artistiche, dall’apprendimento ai momenti ricreativi del tempo libero.


Una rete in evoluzione
Accoglienza, professionalità, creatività. La Rete è una realtà in costante evoluzione che lavora in sinergia con il Comune di Trento e che dal 2005 ha attivato forme di autofinanziamento per rendere sostenibili le attività. Come la creazione di La bolletta del cuore un progetto realizzato in collaborazione con Dolomiti Energia che destina una percentuale di ogni bolletta sottoscritta a un fondo sociale volto a finanziare soluzioni abitative per persone con disabilità! “Al futuro? Certo che ci pensiamo! Ci piacerebbe lavorare in partnership con qualche impresa per favorire così lo sviluppo della loro CSR e garantire nuove opportunità!”.
Ti è piaciuto questo articolo? Puoi leggere le altre esperienze di enti non profit che abbiamo accompagnato a partire da Epperte
Il buono che c’è: storia di Mauro
La rubrica Uomini che fanno la differenza si arricchisce con la storia di Mauro Fanchini, Direttore della cooperativa sociale Il Ponte di Invorio impegnata nell’inclusione sociale e lavorativa di persone disabili, giovani in difficoltà e famiglie emarginate.
Mauro ha la tempra di chi sa che la vita puoi subirla o accettarla.
A 3 anni è sulla porta di un asilo svizzero in cui nessuno parla l’italiano. Resta immobile sull’uscio. È in attesa. Di uno sguardo, una mano gentile, un sorriso che lo rassicuri. Gli basta solo un passo per entrare a far parte di quel nuovo mondo. Se solo accadesse. E invece… i suoi piedi scappano e scelgono per lui.
Questo non è il suo posto. Non c’è odore di casa tra le mura di quella camera da letto in cui ogni notte si ripete sopravvivi! Gli manca il calore di una carezza. Gli manca una famiglia.
Sopravvivi! si dice ancora una volta tornato in Piemonte quando il papà lo raggiunge a scuola, si inginocchia e gli dice “La mamma è volata in Cielo”.
Mauro cresce riconoscendo nella fragilità due limiti: la condizione economica e quella di cuore. Ma non ne fa una colpa. La vita a volte è così, a modo suo ti fa capire che devi prenderti cura di te, che puoi vivere nel rancore o nell’azione. Che non importa se non hai avuto spazio per sognare. C’è sempre tempo per fare…
E allora Mauro fa. Inizia a lavorare che è appena un ragazzo e capisce che il lavoro è libertà, responsabilità e comunità. Diventa imprenditore senza quasi accorgersene. Gestisce una rete di agenzie di comunicazione in Italia per conto di una società internazionale. Parte con pochi dipendenti ma anno dopo anno aumentano.
A Mauro piace far star bene le persone. E come imprenditore questo è il suo primo compito. Impara a pianificare insieme, a condividere valori e attività. Impara che l’impresa cresce quando crescono i suoi collaboratori. Così il lavoro diventa un mezzo per conoscersi, per creare una piccola comunità in cui ci si prende cura gli uni degli altri.
Per questo Mauro non ha tempo da perdere. La sua agenda da imprenditore e uomo sposato con figli gli lascia il fiato corto, eppure trova un piccolo spazio per sé. Bussa a una porta di legno dicendo “Don, le diciamo insieme le lodi questa mattina?” e quella domanda apre una nuova possibilità.
Diventa monaco laico e si lega ad un principio antico: ora et labora. Prega e lavora. Una regola che lo tiene saldo anche nei momenti di difficoltà. Anche quando si presenta una situazione a cui prova ad opporsi. Mauro non sa niente di disabilità ma sa quando un’impresa rischia di chiudere. E alla cooperativa di suo padre manca poco.
30 persone, 7 clienti, un bilancio in perdita da 4 anni e 40mila euro di debiti. Cosa devo fare? si chiede. Se accetta la sfida di prendere le redini de Il Ponte rischia di perdere tutto. In gioco c’è il suo futuro e il legame con l’uomo che gli ha dato la vita. Ma Mauro è un imprenditore. E gli imprenditori rischiano in nome di un Bene che supera l’egoismo.
Mauro studia, analizza e solo poi agisce. Riorganizza l’attività lavorativa, trasforma la gestione artigianale in una gestione aziendale, mette a norma la struttura, dà forma a inserimenti lavorativi sostenibili. Deve scegliere cosa tenere, cosa cambiare. Chi lasciar andare, su chi investire, chi assumere. Sono anni di fatiche, conflitti familiari e tensioni. Ma alla fine riesce nel più grande intento: sdogana l’idea che il Ponte sia un luogo di pochi sfigati che fanno cose.
Il Ponte diventa un’impresa sociale riconosciuta. Giovani in difficoltà, persone disabili, famiglie fragili trovano nella cooperativa occupazione, accoglienza, casa. Mauro stimola e i suoi collaboratori creano occasioni di crescita per il territorio tanto da coinvolgere 190 persone, 70 dipendenti, 65 clienti e sviluppare un fatturato medio di un milione e mezzo l’anno.
A 60 anni Mauro ha trovato tempo per sognare. Anche se non può fare a meno di chiedersi se davvero una vita tranquilla fa per lui.
“In una società che crea sempre più scarti, abbiamo bisogno di imprese che creano comunità”
Lui è Mauro, un uomo che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere la Rubrica Persone che fanno la differenza a partire da Alessandra e del suo turismo sostenibile.
Claudio e quella casa che racchiude un mondo intero...
La rubrica “Giovani Speranze” si arricchisce con la storia di Claudio Vitale, 27enne, responsabile organizzativo e del personale di Una casa anche per te, che nella vita ha deciso di prendere alla lettera l’invito di Papa Giovanni Paolo II “Giovani, prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!”
Da bambino mi vedevo in giacca e cravatta. Sognavo di diventare un manager. Chissà poi cosa mi immaginavo facesse un manager. Mi piaceva l’idea di essere elegante, di scendere dalla mia nuova e scintillante macchinona, di avere un ufficio galattico. E invece…
Eccomi qui con carte da visionare, conti da controllare, progetti da creare. Con le scarpe comode e l’agenda stracolma di appuntamenti perché per ogni bambino e ragazzo che vive in casa d’accoglienza si moltiplicano bisogni, impegni e appuntamenti. Quindi corro!
Non è stata una scelta facile. Perché non è facile farsi scivolare addosso le aspettative sociali. Guadagnare bene, essere figo, avere successo, diventare importante…ma importante per chi? Quando giro la sedia della scrivania e vedo il disegno che mi ha fatto Luisa comprendo. “Ti voglio bene, per sempre!” mi ha scritto. Lei che è solo una bambina ma sa già cosa conta davvero!
Il tempo, la presenza, il fare con e per gli altri. Una casa anche per te è un micro-cosmo. Un po’ perché i ragazzi sono italiani ma anche africani e arabi. Un po’ perché ci sono più culture, religioni, usanze. Un po’ perché i più piccoli vanno elementari e i più grandi sono poco più che maggiorenni.
Arrivano dai barconi o dalla tratta dei Balcani. Da soli. Arrivano dai tribunali che li hanno allontanati dalle famiglie d’origine italiane per proteggerli. Hanno fame di riscatto, di dare aiuto, di diventare qualcuno. E io penso alla frase di Papa Giovanni Prendi in mano la tua vita e fanne un capolavoro…
L’ho capito dopo 3 anni di Economia che non mi basta la sterilità dei numeri. Io avevo bisogno di stare con le persone. Di creare per dare futuro. Da volontario ho imparato che quando dai cresci sempre insieme all’altro. Così mi sono lanciato negli studi di cooperazione internazionale. Volevo partire ma poi…
È la vita che ti chiama! A me ha bussato la porta e mi ha fatto conoscere questa realtà. Che è una casa di accoglienza ma anche un luogo di crescita e di lavoro per i ragazzi. Qui ho sentito che c’era tutto il mondo di cui avevo bisogno e che io sarei potuto essere un pezzo di mondo per loro. Così mi sono fermato.
Solo geograficamente però! Perché ogni giorno è una nuova avventura! Imparo, progetto, metto in gioco me stesso perché la vita dei minori che incontro si trasformi in un capolavoro. Sai quando ti chiedono “Che lavoro fai?”. Ecco, bene bene non so cosa dovrei scrivere nel mio cv. Ma sai quale è la verità?
Per ora non mi importa…
Sono nel luogo giusto che mi chiede di essere Claudio prima di tutto!
Ti è piaciuta questa storia? Puoi continuare a leggere le esperienze di Giovani Speranze a partire da Arianna
Run for Cornelia: 700km di corsa per portare un messaggio in tutta Italia
17 tappe, 700 km e una corsa che attraversa 5 regioni italiane. Run for Cornelia è un progetto ideato da Vicenzo Placida dell’associazione Cornelia de Lange sviluppato per lanciare un messaggio di fiducia e di speranza.
Era il 2017 quando Vincenzo ha iniziato a correre. Voleva partecipare alla maratona di Venezia insieme a Valentina, sua figlia, nata con la sindrome di Cornelia de Lange. E così ha fatto. Anche sotto la pioggia e il vento, con l’acqua alta di Venezia che impediva lo spostamento del passeggino. “Sono arrivato al traguardo con Valentina in braccio. Io fradicio e sfinito. Lei ridente. Da allora non ha più smesso!”
La sindrome Cornelia De Lange
La sindrome di Cornelia de Lange è una malattia congenita, rara che colpisce 30-60 nuovi casi all’anno in Italia. Si caratterizza da malformazioni agli arti e al cuore, ritardo psicomotorio e intellettivo, difficoltà comunicative, problemi di crescita e di sviluppo. Generalmente la diagnosi è precoce poiché i bambini nati con questa sindrome presentano tratti somatici comuni come le sopra ciglia arcuate, la peluria diffusa sul corpo, le labbra sottili.


L'associazione Cornelia De Lange
L’associazione nasce negli anni ’90 e riunisce 132 famiglie provenienti da tutta Italia con l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza sulla malattia, promuovere iniziative di raccolta fondi utilizzati per favorire percorsi di autonomia di ragazzi nati con la sindrome e per sostenere la ricerca. Oggi, ad esempio, l’associazione segue un progetto sperimentale sulla creazione di un farmaco volto a creare un miglioramento cognitivo per i pazienti.
Run for Cornelia - il viaggio
“È bastata la prima maratona, quella di Venezia per farmi capire che Valentina era felice durante le corse. È il nostro momento, qualcosa da fare insieme che le regala serenità” racconta Vincenzo. Partecipare alle gare di corsa gli apre un mondo: stringe amicizia con altri genitori impegnati a spingere carrozzine, inizia a leggere storie incredibili di famiglie partecipanti a gare e si trova a pensare sai che bello arrivare fino a Roma di corsa? Poi un giorno lo dice ad alta voce. Ormai ha amici in tutta Italia e quei 700km di corsa che separano Venezia da Piazza San Pietro non lo spaventano. Vuole portare un messaggio, vuole far conoscere la sindrome, vuole portare “La Cornelia” dal Papa. E così si prepara, coinvolge l’associazione e inizia questo viaggio.


Run for Cornelia è un percorso podistico composto da 17 tappe con una media di 40km giornalieri. Ma è anche un percorso sociale per incontrare sindaci, persone e abitanti, per raccontare a voce, sui mezzi di comunicazione e sui social la sindrome di Cornelia. È l’occasione per lanciare un messaggio di inclusione e di ricerca. “Sono partito il 25 aprile e l’entusiasmo delle persone non ha mai smesso di stupirmi. Mi trovo a correre con amici che fanno un pezzo di strada con me ma anche con persone che hanno conosciuto l’iniziativa e si avvicinano. La preparazione atletica conta, ma questo sostegno mi da carica ed energia!” testimonia Vincenzo che oggi è a metà percorso e non vede l’ora di arrivare con Valentina davanti al Papa. Perché Run for Cornelia è anche un percorso spirituale che riconosce il valore della Persona nella complessità della vita.
Come sostenere la ricerca
Il sogno dell’associazione è contribuire al raggiungimento di una possibile terapia, per contrastare gli effetti della condizione che colpisce i figli. Attraverso Run for Cornelia, Vincenzo si augura di suscitare interesse per favorire l’attivazione di un trial di ricerca che testi l’efficacia di un approccio farmacologico specifico ai frequenti disturbi comportamentali che i ragazzi affetti dalla malattia dimostrano e che condizionano negativamente la loro qualità di vita. Puoi sostenere l’iniziativa qui!
Ti è piaciuto questo articolo? Scopri altre realtà che lavorano per il benessere altrui. Come Eppertè









