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Fondazione Cattolica aderisce all'iniziativa di Assifero #FutureChair

Il 16 giugno a Palermo in occasione dell’Assemblea dei Soci di Assifero, l’associazione che raggruppa le Fondazioni e gli enti filantropici italiani, Fondazione Cattolica ha sottoscritto la dichiarazione d’impegno per il dialogo intergenerazionale e la campagna #FutureChair, proposta da Assifero per favorire la partecipazione dei giovani nei processi decisionali.

L’Italia è uno degli Stati più anziani al mondo, con un’età media di circa 47 anni e in tale contesto i giovani faticano a trovare spazio per offrire il loro contributo, influenzare le scelte politiche e partecipare attivamente ai tavoli dove le decisioni vengono prese. Si perde così un’occasione preziosa, perché lo sguardo dei giovani porta con sé nuove competenze, nuovi punti di vista e nuove priorità che in ottica di costruzione del futuro non possono essere ignorate.

La dichiarazione d’impegno sottoscritta anche da Fondazione Cattolica per il dialogo intergenerazionale si compone di 6 principi:

1. Promuovere e creare spazi di dialogo e confronto

2. Rimuovere gli ostacoli e garantire condizioni abilitanti

3. Promuovere una cultura dell’ascolto attivo a tutti i livelli

4. Tenere conto e dare seguito

5. Comunicare i risultati raggiunti

6. Promuovere i principi

La prima iniziativa tangibile proposta da Future Chair, e che Fondazione Cattolica adotterà, è lasciare una sedia vuota, definita “Future chair”, nelle riunioni del board e nei panel, a simboleggiare la mancanza dei giovani ai tavoli decisionali e l’importanza di tenere conto dell’impatto che ciascuna decisione può avere sulle giovani generazioni e quelle future. Per saperne di più sull’iniziativa leggi il contenuto di Assifero.

Si tratta di un punto di partenza e non di arrivo, un viaggio che comincia oggi e guarda al futuro.

Fondazione Cattolica e i giovani

Parlando di futuro, Fondazione Cattolica ha attivato il primo programma di PCTO con gli studenti delle scuole superiori per favorire l’inclusione giovanile. I ragazzi, da giugno a luglio 2023, si sono impegnati nella realizzazione di una ricerca e nello sviluppo di un report sulla situazione giovanile a Verona che verrà presentato a Escogito,  l’evento di Fondazione Cattolica rivolto ai giovani (e non solo), che sarà realizzato a Verona l’1 dicembre: un approfondimento creato dai ragazzi e che parla di loro, dei loro sogni e delle sfide che immaginano di dover affrontare nel loro futuro.


Mio fratello rincorre i dinosauri

Rubrica Sguardi Inclusivi: il terzo libro che ti consigliamo è…

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi uno stupido”. Albert Einstein

Questo libro parla di disabilità, un argomento sicuramente delicato, ma non c’è retorica o pietismo tra le pagine del racconto perché a scriverlo è stato un ragazzo di 19 anni, che con la schiettezza e la semplicità della sua età, racconta come la diversità sia entrata nella sua famiglia quando è nato Giovanni, il fratello che ama i dinosauri, la musica, la Nutella, gli abbracci ..e si, ha anche un cromosoma in più.

La trama del libro consigliato nella rubrica Sguardi Inclusivi

Giacomo aveva due sorelle e desiderava tantissimo un fratellino con cui fare giochi da maschio. I genitori un giorno annunciano il suo arrivo: si chiamerà Giovanni e sarà speciale. Nella mente di Giacomo, un bambino di cinque anni, speciale significa supereroe, ma man mano che passa il tempo Giacomo scopre che suo fratello ha la sindrome di Down e teme che questa diversità possa allontanare anche lui dal branco dei “normali”. Così c’è il rifiuto, pieno di sensi di colpa, di quel fratello che gioca sempre con i dinosauri ma non sa stare al suo passo. Piano piano però Giacomo capisce che Giovanni i superpoteri li ha davvero: sa creare mondi, stabilisce un rapporto speciale con chiunque entri in contatto con lui e la sua vita è fatta di istantanee, di momenti presenti vissuti con inestinguibile entusiasmo.

Tutti siamo fatti diversi e nessuno di noi è “abile” in ogni campo, è solo una questione di sguardo, che può aprirsi davvero quando eliminiamo le distinzioni e scegliamo semplicemente di amare.

Da questo libro nel 2019 è stato anche tratto un omonimo film di Stefano Cipani, che potete vedere su Rai Play.

Perché ti consigliamo di leggere questo libro?

Consigliamo questo libro perché parla di disabilità con leggerezza, ironia e affetto, in una parola, con normalità. Propone un punto di vista ancora poco esplorato, quello dei siblings, i fratelli di persone con disabilità ed è un’occasione per riflettere su come la nostra società affronta il tema della diversità e come potremmo invece aprire nuovi orizzonti.

Lo stigma sociale nei confronti della disabilità è ancora un grave problema: spaventa, viene ignorata e talvolta schernita. Eppure la diversità fa parte della vita, gli esseri viventi su questo pianeta sono multiforme: per quale motivo allora è necessario stabilire una gerarchia?

La disabilità ha tempi, codici, abilità diverse da quelle cui siamo abituati, ma chi dice che siano migliori delle “nostre”, quelle più comuni? Chi ha scelto che un mondo è giusto e l’altro è diverso? Abbiamo costruito una società dove solo i tempi, i codici e le abilità dei cosiddetti normali trovano posto, ma forse è possibile innescare un cambiamento, aprendo lo sguardo con amore e meraviglia, educando le comunità ad accogliere la diversità, progettando spazi accessibili a tutti e costruire così una società più inclusiva.

Le persone affette da sindrome di Down in Italia

La sindrome di Down è causata da un’anomalia cromosomica e provoca vari effetti su salute, stili di apprendimento e caratteristiche fisiche.

Non esistono statistiche esatte, ma secondo le stime in Italia vivono circa 40.000 persone con la sindrome di Down, ogni anno ne nasce affetto circa 1 bambino ogni 1.200.

Negli ultimi anni l’aspettativa di vita è significativamente aumentata, passando dai 10 anni negli anni '60, ai 25 anni del 1983, fino agli oltre 60 attuali. Attraverso un approccio integrato impostato fin dai primi mesi di vita le persone con la sindrome di Down possono condurre una vita serena e produttiva. Per il benessere delle persone e l’acquisizione di un ruolo sociale, una componente essenziale è però il lavoro e sul fronte dell’inserimento lavorativo c’è ancora molto da fare: secondo l’associazione italiana delle persone Down, ad oggi in Italia solo il 13% di loro ha un lavoro e un contratto regolare. Proprio di questo si occupano alcune realtà che Fondazione Cattolica ha incontrato in questi anni, come Fondazione Più di Un Sogno di cui potete leggere in questo articolo o la cooperativa sociale Lindbergh.

Fonte dati

www.disabili.com

www.ospedalebambinogesu.it

www.quotidianosanita.it


I 7 movimenti per custodire le intenzioni

I 7 movimenti per custodire le intenzioni della rete

La rete informale #GenerAttivi si è incontrata il 30 giugno – 1 luglio a Carpi, ospitati dalla cooperativa sociale Il Nazareno. Due giorni di incontri, confronti, scambi per far crescere un eco-movimento operativo in tutta Italia.

La rete #GenerAttivi è nata all’interno di Fondazione Cattolica come espressione della capacità di creare valore economico prendendosi cura di chi è più fragile, rigenerando così il capitale umano e sviluppando comunità. All’interno della rete gli esponenti di associazioni, cooperative e imprese sociali sono protagonisti di un sistema relazionale che aiuta a maturare consapevolezze e nuove soluzioni grazie alla condivisione di conoscenze, competenze, esperienze e risultati. Una rete caratterizzata da libertà, gratuità e responsabilità. Ma come alimentare l’intenzione che negli anni ha coinvolto oltre 200 persone da 15 regioni italiane? Lo abbiamo chiesto a Patrizia Cappelletti, amica, Ricercatrice presso il Dipartimento di Sociologia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e coordinatrice dell'Archivio della Generatività sociale. Di seguito riportiamo il suo intervento.

Partiamo dalla Generatività Sociale

Partiamo dalla Generatività sociale perché in un mondo che rischia di essere freddo, cinico, desertificato, la generatività apre la possibilità di vite feconde, gioiose, ricche di quel senso che dà un contributo all’esistenza. La generatività sociale è un paradigma che può aiutarci a livello personale, organizzativo e sociale perché offre una prospettiva che ha riscontro sia sull’esistenza che sul fare.

D’altronde esistiamo solo nella misura in cui facciamo esistere qualcos’altro essere generativi significa orientare una relazione libera con il mondo che presuppone la capacità di dare la vita, prendersi cura e lasciare andare. Una promessa che risveglia dalla solitudine del modello individualistico e apre alla possibilità di un’esistenza ricca di significato.

La rete #GenerAttivi

Possiamo vederla come un Eco-movimento abitato da soggetti diversi in relazione tra loro che provano a collaborare nella diversità, riconoscendosi in uno stile comune. Come una nuova galassia! Le forze che tengono insieme i componenti della rete sono:

  • L’interindipendenza, siamo legati nella libertà
  • La relativa e originale contribuzione di ciascuno al tutto, ognuno mette quello che può e vuole
  • La libertà di movimento, dall’adesione all’uscita
  • Il riconoscimento reciproco tra le persone che è valoriale, culturale e spirituale.

Ma bastano questi elementi per tenere insieme le persone in un tempo in cui tutto si frammenta? In cui vogliamo sempre istituzionalizzare tutto per paura di non perderlo? Come possiamo tenere vivo il senso?

C’è una forma di NOI

Nonostante cresca l’attenzione rispetto alla “generatività”, essa rimane sempre fragile perché è un atteggiamento che si propone, non si impone, si intuisce, non lo si afferra, si opera e non si possiede. Siamo abituati a categorizzare tutto per riconoscere un’identità alle cose e alle persone. Anche se ancora non c’è un nome che può definire cos’è questa rete, #GenerAttivi continua a manifestare la sua sorprendente vitalità.

Osservando le realtà che restano nella circolarità generativa abbiamo compreso che bisogna stare in movimento. In particolare, dobbiamo tenere vivo un fuoco vitale che è caratterizzato da 7 movimenti.

I 7 movimenti

  • Ritornare all’origine, la parola origine ha la stessa matrice di generatività: occorre ritornare all’origine con la mente e con il cuore cioè il punto da cui tutto è partito. Chi ci ha invitato? Chi ha permesso alla storia di iniziare? Non è un tornare indietro per riappropriarsi di un modello o la mitizzazione di un’esperienza già vista. Si ritorna per sostenere una nuova nascita. Si torna indietro per recuperare la possibilità di lasciarsi ispirare dall’incontro, non per copiare ma per far nascere continuamente se stessi dentro l’idea ispiratrice e per generare forme nuove da quell’ispirazione. Così l’origine resta capace di generare e creare novità.
  • Ricercare, dal latino delimitare un cerchio, circoscrivere uno spazio o uno ambito in cui far confluire lo sforzo per evitare la dispersione e quindi essere efficaci nello stare lì. Si dice che Chi cerca trova! ma anche Chi fa cerchi trova! Cioè cerchiamo di con-centrarci. C’è una sete di conoscenza dell’esperienza che rimanda alla vita e richiede una cura del pensiero. La rete è uno spazio di cura del pensiero.
  • Tenersi: in testa, nel cuore, per mano e compagnia. Aversi alla mente, pensarci in un modo amorevole, pre-occuparci e avere cura. Tenersi e non trattenersi. Questo permette di attivare una disponibilità che ripara dal senso di solitudine, dalle fatiche dal bisogno di sentire sostegno.
  • Chiamarsi per nome, è richiamarci all’originalità del nostro essere. La creazione avviene perché le cose sono nominate, è il nome che fa esistere. Chiamarci per nome è un’azione resistenziale alla numerizzazione. Il numero ci omologa mentre abbiamo bisogno di chiamarci per nome per richiamare la bellezza a cui siamo destinati perché non siamo esseri indistinti. Lasciarsi chiamare per nome permette anche l’altro di accedere alla nostra vita, significa farsi conoscere davvero e lasciarci sconvolgere. “Il nostro nome accende il nostro destino come un interruttore fa con la luce!” scrive D’Avenia.
  • Ritornare al volto, l’incontro con l’altro implica un’infinita responsabilità dell’io davanti all’altro come volto. Noi siamo soggetti perché in relazione con l’altro, e quando perdiamo la visione del volto dell’altro perdiamo il senso dell’umanità. Stare vicini agli altri è una possibilità, una prospettiva che permette di restare umani. Ha un’elevata responsabilità educativa. Di quanto amore abbiamo bisogno per avere un volto?
  • Rendere grazie, è evidente che siamo in debito. Siamo in un debito che è inestinguibile perché il nostro debito è con la vita! Circola eccedenza e ne siamo beneficiari. Matura in noi un desiderio di restituzione diretta che diventa eccedenza quando si forma un movimento che diventa circolare. E a noi non resta che accompagnare questa circolazione. L’incommensurabilità del debito diventa libertà e dunque azione.
  • Contemplare, è un movimento interiore. È stare dentro alla vita liberi dal pensiero calcolante che privilegia la convenzione propria di questo tempo. Trovare la consapevolezza dell’esserci e dell’essere in relazione. Ha una dimensione poetica oltre che spirituale. La ricerca di un modo per abitare il mondo, per far risuonare gli altri e risuonare insieme agli altri. Questo genera comprensione della realtà e conoscenza. Ci dice chi siamo e come abitare il mondo.

Chi ha detto che la vita deve essere facile e comoda? È facile amare? E sognare? E sperare? Ecco allora che per essere rete dobbiamo abitare poeticamente il mondo e guardare pacificamente senza l’intenzione di prendere. Il futuro allora si apre.  Rimettersi a fare ciò che ognuno deve fare, nel modo più semplice: non è forse vero che la poesia del fornaio è il suo pane?

Puoi scoprire maggiori informazioni sulla rete e sulle progettazioni attivate all'interno del nostro Bilancio!


A salvarci non sarà la scienza!

A salvarci non sarà la scienza!

Viviamo in un’epoca storica in cui la parola sostenibilità è all’ordine del giorno. L’Agenda 2023 delle Nazioni Unite ne ha definiti gli ambiti di sviluppo: economico, ambientale e sociale. Ma la realtà è che per parlare di sostenibilità è doveroso chiedersi quali sono i cambianti reali che come singole persone, imprese e comunità possiamo adottare per favorire la generazione di uno sviluppo più armonioso tra uomo e ambiente. In fin dei conti la Terra si adatterà ai cambiamenti, ma l’essere umano?

Abbiamo scelto di intervistare Andrea Bariselli, psicologo, neuroscienziato, fondatore di Strobilo e autore del podcast “A wild mind!” per comprendere quali sono le connessioni tra uomo e ambiente, tra il benessere del pianeta e il benessere dell’essere umano.

Andrea, partiamo da principio: quali sono le antiche radici dell'uomo?

Come specie vivente la nostra radice è la biosfera. L’ambiente naturale è il nostro ambiente, è l’ambiente che ha permesso alla nostra specie di evolvere e svilupparsi. Nei secoli però abbiamo tentato di urbanizzare i luoghi per rendere più comoda la nostra vita e oggi ci troviamo di fronte ad a una umanità che ha perso interesse nei confronti dell’ambiente naturale, che scappa dalla fatica e al tempo stesso idolatra la sostenibilità. Mi chiedo come possiamo davvero proteggere e tutelare ciò che in realtà non conosciamo più?

A proposito di sostenibilità, cosa pensi quando ne senti parlare?

Mi viene la pelle d’oca perché a ben guardarci andiamo a mode. Adesso la parola “sostenibilità” è ovunque ma mi sembra che in Italia la consapevolezza sia ancora bassa mentre sta crescendo in questo senso l’opportunità finanziaria. Da dove partire? Mi verrebbe da dire dal buon senso. Mia nonna, ad esempio, non buttava via niente e non perché faceva economia circolare o perché voleva fare “sostenibilità” ma semplicemente perché sapeva che le risorse erano limitate e si prendeva il tempo per averne cura. Ecco, fare sostenibilità vuol dire comprendere il collegamento tra le cose, valorizzarlo e ottimizzarlo. Nel mondo il 10% della popolazione più ricca inquina per il restante 90%. Non possiamo continuare a nascondere le responsabilità. Dobbiamo cambiare i processi e le abitudini soprattutto oggi che grazie all’informazione sappiamo come vengono prodotte le cose.

Negli anni abbiamo costruito un mondo sempre più a misura d’uomo. Come l’urbanizzazione sta cambiando l’essere umano?

Ho sempre trovato interessante il fatto che ci sono voluti circa 14 mila anni per arrivare ad una popolazione di 3 miliardi di persone e meno di 90 anni per quadruplicare il numero degli abitanti sul pianeta. Come è stato possibile questo? Grazie a uno sviluppo che si basa sulla combustione fossile, sull’uso delle risorse del pianeta per creare energia. L’essere umano è per sua natura creativo e pensante, ma è anche opportunista per questo abbiamo costruito luoghi performanti in cui continuare a crescere. Abbiamo dato forma alla comodità e oggi passiamo circa 20 ore in ambienti chiusi esponendoci ad una concentrazione di gas che fanno calare le nostre prestazioni cognitive e decisionali. Questo ha ripercussioni sull’apprendimento scolastico, sulla performance lavorativa. Ci siamo raccontati che siamo essere multitasking ma il nostro cervello è un organo lento non progettato per questo. Allora mi domando: la nostra specie sta ancora evolvendo? Io penso che stiamo semplicemente cambiando.

Si tende a pensare a uomo e ambiente come entità distinte. Ma è davvero così?

Dico spesso C’è stata rubata l’attenzione perché il nostro cervello riceve stimoli illimitati che non riesce a processare. Basti pensare a quando camminiamo in una strada: il traffico, le luci, i suoni abbiamo occhi e orecchie che devono processare costantemente e questo genera uno stress sul nostro cervello che comunque ha l’obiettivo di favorire il nostro adattamento in base alle situazioni in cui viviamo. L’urbanizzazione sta cambiando la struttura del cervello per adattare meglio l’essere umano al contesto. Ma siamo stati progettati per rimanere in cattività? No! Le neuroscienze ci dimostrano che le esperienze all’aria aperta, in natura, migliorano l’attivazione dei sensi, la qualità emotiva, la concentrazione, il rilassamento delle persone. L’impatto positivo della natura sull’uomo è dimostrato ma sembra che ancora non basti. Le persone hanno bisogno di tornare a fare esperienza per comprendere il pianeta e oggi mi sembra che iniziamo a svegliarci da un incantesimo, stiamo vivendo un risveglio collettivo che riguarda l’intero ecosistema. Mi domando: ora che ne siamo consapevoli, saremo capaci di smantellare alcune nostre abitudini in funzione del futuro?

Se parliamo di futuro, cosa dovremmo fare secondo te per salvare il pianeta?

Per cambiare abbiamo bisogno di scelte coraggiose e di abbandonare la nostra comodità. Dobbiamo accettare compromessi e comprendere che ciò che abbiamo potuto fare con libertà e facilità in realtà ha un costo (di risorse e di impatto) che non possiamo più permetterci. Serve lavorare sulla cultura delle persone ma anche sulle scelte politiche delle amministrazioni, sull’orientamento delle aziende e delle lobby. C’è chi davanti ai dati, si consola pensando che tanto ci salverà l’ingegno della scienza. Io vorrei sfatare questo mito perché il problema è complesso, è sistemico e richiede interventi su vasta scala. Per questo penso che a salvarci sarà il cambiamento del nostro stile di vita.  I giovani questo l’hanno capito e si stanno facendo domane autentiche su ciò che li attende. Mi sembra però che ci sia una spaccatura generazionale e per ripartire le risposte dobbiamo darle tutti e insieme.

Di sostenibilità e sostenibilità integrale ne abbiamo parlata anche con Rete Verso, l'organizzazione che a Verona sta educando al cambiamento!


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